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Eroica Fenice

Marie Colvin

A private war: la tormentata storia di Marie Colvin in un film

Il 22 novembre è uscito nelle sale italiane “A private war” (qui il trailer), un film di Matthew Heineman (al suo esordio come regista cinematografico), dedicato all’ultimo decennio di vita di Marie Colvin, intrepida reporter di guerra attiva tra il 1985 al 2012 presso il settimanale britannico Sunday Times, interpretata dalla candidata premio Oscar Rosamund Pike. Il film è ispirato all’omonimo articolo di Marie Brenner, pubblicato per Vanity fair nel 2012.

La trama

Sin da subito veniamo catapultati in uno scenario apocalittico, quello dell’ultimo viaggio di Marie Colvin, in Siria, nel 2012. La sua risposta a un’intervista accompagna le immagini. Insieme alla protagonista, tra salti temporali e diatopici, ci spostiamo tra la redazione del Sunday Times di Londra e le bombe dello Sri Lanka, dove Marie decide di andare per raccontare una guerra “dimenticata da tutti”. In tutto il film emerge prepotentemente e si impone ai nostri occhi la necessità impellente della giornalista e il bisogno di toccare con mano la sofferenza, il sangue e le lacrime, per riversarle senza mezze misure nei suoi scritti che faranno il giro del mondo, e, una volta tornata alla calma londinese, le procureranno premi quasi ignorati. Il viaggio di Marie, che diviene anche un po’ il nostro, continua in Iraq, poi in Libia, dove arriva a intervistare anche Gheddafi, e prima ancora Arafat. Marie ripete continuamente che ha bisogno di storie, e nessuno sfugge alla sua penna e al suo occhio indagatore e compassionevole. D’altronde afferma in più punti che nulla è più importante dell’umano. Ed è quasi paradossale affermarlo con la faccia schiacciata sulla terra e un occhio costretto a chiudersi dietro una benda da pirata a causa di una bomba. Nonostante il continuo massacro di uomini contro uomini, Marie continua a credere nell’uomo. “Bisogna avere molta fiducia nell’uomo per fare questo mestiere, e non smettere di credere che qualcuno ci tenga quanto ci tengo io”. Un assunto basilare, ma assolutamente non scontato in un mondo che sembra tanto lontano dal nostro e che i suoi articoli avvicinano pericolosamente ai nostri occhi inconsapevoli; una realtà inverosimile, dove i bambini vengono allattati con acqua e zucchero, e molti muoiono per un proiettile vagante, perché il medico dell’ambulatorio di fortuna in realtà è un veterinario. Di medici, veri, non ce ne sono.

Marie Colvin, una vera e propria guerra privata

Marie Colvin è raccontata nel suo eroismo, nella sua necessità di superare ogni limite imposto, e di toccare con mano, e guardare anche per chi non vuol vedere. Ma oltre alle guerre che le scorrono davanti agli occhi, la guerra che il film mette in scena è quella che la reporter combatte ogni volta che torna dal fronte, quella che paradossalmente risulta la più dura da affrontare per Marie, quella con se stessa. Nessuna delle sue ossessioni è trascurata, ognuno dei suoi demoni prende vita all’interno del film, al fine di mettere a nudo un animo tormentato e segnato profondamente da ogni goccia di sangue versato. Marie riporta fuori e dentro ogni ferita dovuta a quei corpi straziati, a quei mucchi di ossa che scopre in una fossa comune occultata. Ogni rinuncia a cui si sottopone ha un prezzo. Amori fugaci, un bambino che sboccia ma non fiorisce, alcol e fumo per annebbiare gli incubi e lo spettro della morte rimastole addosso, fino alla clinica di igiene mentale, per curare lo stress post traumatico.

Senza dubbio un film struggente, amaro, crudo. Il giornalismo nel film è riportato alla sua funzione ancestrale, alla parola che combatte le armi, come meglio può. Ma fino a che punto? Qual è il confine da non superare? Il sacrificio di una vita, per il tentativo di salvarne tante altre, ugualmente innocenti, incomprensibilmente abbandonate. Un film che smuove le coscienze, nel tentativo di redimerle, senza nascondere i sacrifici e il dolore che ne consegue.

Fonte foto: variety.com