Messiah: la serie tv Netflix | Recensione

Messiah: la serie tv Netflix | Recensione

Messiah è una serie televisiva distribuita da Netflix nel 2020. Allo spettatore si presenta come un thriller teologico-politico che naviga le acque ambigue della fede cieca e del potere mediatico e il contesto geopolitico in cui è immerso appare sin da subito instabile e precario: il mondo è scosso da crisi globali e le guerre politiche imperversano in Medio Oriente. In questo clamore indiscriminato, l’opera si interroga su una domanda tanto antica quanto attuale: cosa accadrebbe se oggi comparisse un uomo in grado di attirare al suo seguito milioni di persone e proclamandosi – o venendo proclamato – il nuovo Messia?

Scheda tecnica della serie Messiah

Dettaglio Informazione
Anno di uscita 2020
Piattaforma Netflix
Protagonista Mehdi Dehbi (Al-Masih)
Genere Thriller politico / Dramma religioso
Stato Cancellata dopo una stagione

Lontana dalle narrazioni religiose tradizionali, la serie è una diagnosi ambiziosa sull’iperconnessione del XXI secolo, che costituisce l’autorità non più solo ed esclusivamente tramite il potere politico o religioso, ma anche e soprattutto attraverso la capacità di canalizzare consenso grazie a visibilità e viralità.

Confini geopolitici e spirituali

Il flusso narrativo si apre in Siria, dove un uomo ambiguo e misterioso viene visto predicare a una popolazione locale stremata dalla guerra. Egli è Al-Masih (Mehdi Dehbi) – che in arabo significa “il Messia” – e attira rapidamente l’attenzione grazie a presunti miracoli e discorsi di forte impatto morale. Consecutivamente, in poco tempo viene proiettato sotto l’occhio vigile e imperscrutabile dei media. I suoi seguaci lo percepiscono come l’unica speranza in un mondo ormai perso, i giornalisti cercano di scavare nella sua sfera privata per capire di più sulla sua improvvisa presenza e i governi vedono in lui una minaccia all’ordine faticosamente costituito. Tuttavia, fin dai primi episodi la serie si rifiuta di chiarire la natura della sua venuta. Al-Masih non dichiara apertamente di essere inviato da Dio, ma nemmeno lo nega – né cerca di convincere nessuno con mezzi coercitivi, e i miracoli che compie non sono mai mostrati in modo inequivocabile. La sua figura e i suoi discorsi carichi di riferimenti morali e spirituali sono volutamente ambigui, lasciando allo spettatore l’onere della scelta: Al-Masih, carismatico e compassionevole ma anche fortemente impenetrabile è realmente il Messia oppure soltanto un abile retore?

Parallelamente alla dimensione spirituale, Messiah sviluppa una trama fortemente politica. I governi occidentali, in particolare degli Stati Uniti e di Israele hanno reazioni principalmente securitarie. Al-Masih è un potenziale detonatore di rivolte di massa e conflitti religiosi e in una spirale di timori geopolitici, il Mossad osserva con sospetto la sua figura, mentre la CIA incarica l’agente Eva Geller di indagare sul caso. In questo contesto, la fede viene automaticamente tradotta in una questione di sicurezza nazionale. Tuttavia, il reale fulcro delle indagini degli apparati di intelligence non è stabilire se Al-Masih sia stato inviato da Dio o meno: è il suo potenziale di mobilitazione la vera causa di ansia. Al-Masih, con i suoi silenzi enigmatici e le sue parabole spirituali, raduna masse, le sposta, le convince ad attraversare confini, e in questo senso la serie sembra suggerire che nel mondo contemporaneo, anche il carisma è di per sé un potere politico – e una valida minaccia.

Media e costruzione della verità

Il culto di Al-Masih non comincia in una chiesa o istituzione religiosa, ma si diffonde e dilaga attraverso i social network. Ciò pone in una posizione centrale il ruolo dei media nella serie, in cui video, immagini e testimonianze circolano e si alimentano senza controllo, creando narrazioni contrastanti e ambigue. In questa ottica, la verità non è più un dato di fatto oggettivo, ma una prefabbricata costruzione collettiva in cui i confini tra realtà e finzione si assottigliano.

In Messiah, l’informazione non funziona più come mediazione neutra, ma è il diretto e principale mezzo attraverso il quale si propagano narrazioni concorrenti. Al-Masih diventa un oggetto discorsivo instabile perché i media non stabiliscono cosa sia vero o falso, ma amplificano ciò che genera paura, speranza e indignazione. Al-Masih diventa fenomeno globale non per ciò che il suo messaggio vuole professare, ma perché il suo racconto, ogni sua apparizione, gesto o presunto miracolo viene distaccato dal contesto e trasformato in contenuto sottoposto alle logiche della viralità e dell’engagement. Secondo questa lettura, la fede smette di essere spirituale o vissuta come esperienza intima e diventa fenomeno di massa consumabile e polarizzante. Inoltre, la serie sembra suggerire che il potere mediatico finisce per sostituirsi in qualche modo a quello teologico. Qualora Al-Masih sia davvero il Messia, a legittimare la natura sacra della sua presenza non è più l’istituzione religiosa, ma la sua capacità di circolazione e visualizzazione.

Ricezione critica e cancellazione

Alla sua uscita, Messiah ha diviso il pubblico e la critica. Sebbene da alcuni sia stato apprezzato il coraggio narrativo e la complessità tematica della serie, altri ne hanno giudicato aspramente l’ambiguità eccessiva. Le critiche più forti sono arrivate da alcuni ambienti religiosi, che hanno giudicato la rappresentazione di Al-Masih come un rischio di confusione teologica. Tuttavia, nonostante le polemiche che ne hanno accompagnato l’uscita, Messiah non è una seria apertamente provocatoria nei confronti della religione. La fede viene trattata con una certa cautela e gli schieramenti vengono evitati. I credenti non sono ridicolizzati per la fede cieca, né si percepisce una glorificazione dello scetticismo impersonificato dall’agente della CIA Eva Geller, mossa da una mente logica e razionale. La fede, in Messiah, è dipinta come un’esperienza umana, profonda e personale, legata alla paura, alla speranza e al desiderio di appartenenza.

Nonostante ciò, Netflix ha deciso di cancellare la serie dopo la prima stagione – che ha ottenuto 33 milioni di visualizzazioni in un mese e di cui la sceneggiatura della seconda parte era stata già completata, lasciando linee narrative irrisolte e domande ancora aperte. La decisione è stata presa durante la pandemia da COVID-19 e sembra riflettere non solo l’impossibilità di spostarsi da un Paese all’altro per le riprese, ma anche la difficoltà di sostenere un progetto divisivo e con una valutazione economica importante.

 

Fonte immagine in evidenza: Wikipedia

 

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