Pinocchio di del Toro: la nuova stella della stop-motion

Pinocchio di del Toro

 

“Pinocchio” di del Toro chiude il 2022; si tratta dell’ultimo capolavoro cinematografico del celebre regista, sceneggiatore e direttore cinematografico messicano noto per lavori di spessore, quali “Hellboy”, “Il labirinto del fauno” e “La forma dell’acqua”.
Torna sul grande schermo con una delle numerose rivisitazioni di un classico tanto amato dagli italiani: “Pinocchio” di Carlo Collodi.
Del Toro, con ben 121 minuti, ha realizzato un prodotto dall’inusuale durata, vista la scelta tecnica della stop-motion (“passo uno”, in italiano), processo molto lento e costoso, solitamente usato per cortometraggi e mediometraggi.
Sono meno numerosi ma incredibilmente celebri i casi in cui una pellicola realizzata in stop-motion ha superato i 60 minuti, ad esempio, l’intramontabile classico di Natale (o Halloween, in base ai punti di vista) “A Nightmare Before Christmas” (1993) del genio visionario Tim Burton; “Coraline” (2009) di Henry Selick o “Isle of Dogs” (2018) di Wes Anderson.

Pinocchio, disponibile su Netflix e rimasto per molto ai vertici della top 10 italiana, è stato proiettato in un numero davvero esiguo di sale cinematografiche nostrane per pochi giorni, al pari di un evento speciale.
Questa scelta di marketing ha suscitato il dispiacere di molti amanti del cinema d’animazione, che hanno addirittura lamentato la totale assenza del Pinocchio di del Toro in alcune regioni italiane.

Il regista originario di Guadalajara, come suo solito, ha deciso di non prendere la strada più facile per produrre questo film, stravolgendo la storia originale di Collodi.
Veniamo catapultati nell’Italia del ventennio fascista, dove ci viene presentata la storia di Geppetto e del suo amato figlio Carlo, che gli fa anche da assistente durante i suoi lavori di falegnameria.
La vita dell’anziano falegname viene stravolta quando dei bombardieri sorvolano il villaggio in cui i due stanno lavorando e, sganciando alcune bombe per alleggerire il peso degli aerei, colpiscono anche la chiesa in cui padre e figlio stanno realizzando un magnifico Cristo in legno che gli era stato commissionato.
Il falegname sopravvive ma Carlo non ha la stessa fortuna, lasciando suo padre senza speranze e privo di amore, soprattutto per se stesso.

Una sera, in preda alla disperazione e all’ebrezza, Geppetto abbatte un albero che si trova vicino alla tomba di Carlo, per poi crearne una marionetta che chiama Pinocchio.
Come nella storia originale, sarà una fata a dar vita al burattino imperfetto e dal naso allungabile che ricorda un po’ il Nyoi-bo di Sun Wukong, che accompagnato da Sebastian, il Grillo Parlante, intraprenderà un viaggio per diventare un figlio migliore e restituire la gioia perduta al suo creatore.
Il Pinocchio di del Toro ci permette di osservare alcuni elementi fondamentali della sua poetica, presenti in numerosi dei suoi precedenti lavori: l’odio per la guerra e l’odio per ogni forma di dittatura.
Riproposti, nel film, attraverso le continue accuse al fascismo e nel grottesco ritratto che propone del ventennio.

Per i fan della cultura pop giapponese, non può passare inosservato il tributo alla creatura più famosa del Dio dei Manga, Osamu Tezuka e al suo Tetsuwan Atom, che nell’incipit della storia viene appunto assemblato da un padre disperato che ha perso suo figlio in un incidente.
Guillermo del Toro è una garanzia, e lo dimostra ancora una volta in un’avventura eseguita con incredibile cura e amore, in cui sfoggia un ampio bagaglio culturale, oltre al suo inimitabile estro.

Immagine di copertina: Netflix

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A proposito di Christian Landolfi

Studente al III anno di Lingue e Culture Comparate (inglese e giapponese) presso "L'Orientale" di Napoli e al I anno di magistrale in Chitarra Jazz presso il Conservatorio "Martucci" di Salerno. Mi nutro di cultura orientale in tutte le sue forme sin da quando ero piccino e, grazie alla mia passione per i viaggi, ho visitato numerose volte Thailandia e Giappone, oltre a una bella fetta di Europa e la totalità del Regno Unito. "Mangia, vivi, viaggia!"

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