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Eroica Fenice

Amy Winehouse e l’anniversario della sua morte

“Se avessi avuto la metà della metà della sua voce, avrei pensato solo a cantare invece di alcolizzarmi”. Hanno detto di Amy Whinehouse. “Morta una drogata se ne fa un’altra”. “Ha fatto la fine di tutti quegli altri morti di overdose”. “Lei, milionaria, non doveva buttare all’aria la sua vita per rispetto ai cassintegrati della Fiat che guadagnano a stento mille euro al mese”. “Se avesse avuto due genitori come i miei, si sarebbero piazzati in casa mia 24 ore su 24 per convincermi a smettere di drogarmi”.

Quando si sparse la notizia della morte di Amy Winehouse, questi furono solo alcuni dei commenti più gentili espressi dai suoi detrattori, improvvisatisi moralizzatori dell’ultima ora pronti a maledire quest’altra anima dannata e la tragica fine che si era cercata.

La scena musicale mondiale aveva trovato in lei una tanto indiscussa quanto tormentata protagonista: una ragazza smilza con un’improbabile pettinatura, trucco pesante sugli occhi, tatuaggi colorati su tutto il corpo, poco più di venti anni, svariati ricoveri in rehab e un matrimonio naufragato alle spalle. L’ascesa della Winehouse è durata purtroppo solo qualche anno ma questo breve lasso di tempo è bastato a farci entrare nel cuore quella sua voce potente, quei testi densi di sofferenza e quell’aria fragile a tratti spaurita.

Amy Winehouse se n’è andata un giorno di luglio, nella sua lussuosa casa di Londra, ignara (che egoista!) della crisi della Fiat. A dispetto di chi dice il contrario, non credo che l’eventuale contezza delle disagiate condizioni economiche degli operai cassintegrati l’avrebbe portata sulla retta via per rispetto a chi il lavoro non ce l’ha. Amy se n’è andata persino incurante dell’esempio disgraziato di Kurt Cobain e di tutti “quegli altri” morti di overdose a 27 anni, perché forse pensava che a lei non sarebbe mai successo nulla, nonostante gli eccessi. O forse aspettava solo di darsi la morte in qualche modo. Inoltre, sappiamo poco e niente della presenza nella sua vita dei suoi genitori ma, quand’anche la mamma si fosse incatenata al letto di Amy per convincerla a smettere di drogarsi, credo che lei avrebbe trovato ugualmente un modo per farsi del male, perché l’amore dei genitori conta, ma purtroppo non sempre basta a salvare la vita ad un figlio.

Un’anima tormentata, che sia quella di una popstar o di un impiegato, ben poco pensa ai guadagni, perchè cerca solo il modo più rapido per darsi pace, qualunque esso sia. Un’anima spezzata soffre e basta, indifferente al dolore che lei stessa procura alle persone che la amano ed incurante delle disgrazie economiche e lavorative altrui. La verità è che noi non sappiamo un bel niente delle vite degli altri e che ognuno fa della propria esistenza ciò che vuole, incluso il compimento di scelte estreme, sbagliate o addirittura irreversibili.

A volte basterebbe un po’ di pietà per Amy e tutti coloro che non sono riusciti a salvare loro stessi e il proprio talento. Prima di giudicare con toni saccenti la vita, l’indole, le scelte e il carattere di Amy, i suoi gentili detrattori avrebbero dovuto provare quantomeno immedesimarsi in lei, per immaginare se quella morsa che le attanagliava l’anima era davvero così dolorosa o se la sua era semplice cialtroneria.

E oggi noi fans, privi della metà della metà della sua voce e ignari dei fasti del “dorato” mondo della musica, ci ritroveremo a riascoltare Back to black, a cantare le sue canzoni in playback usando la penna come microfono fingendoci rockstar e a chiederci se Amy, ovunque sia ora, abbia finalmente trovato pace. Purtroppo, se Love is a losing game, come cantava lei in una delle sue più belle canzoni, anche la vita può trasformarsi spesso un gioco in cui si perde.

 Ricordando Amy Winehouse- Eroica Fenice