Giochi simulativi: i 3 più bizzarri dei primi anni 2010

Giochi simulativi: i 3 più bizzarri dei primi anni 2010

Tra il 2013 e il 2015 ci fu un improvviso e strano boom nello sviluppo di giochi simulativi mai visti prima, creando un fenomeno videoludico senza precedenti. All’improvviso, piccoli team di sviluppatori indipendenti iniziarono a sfornare titoli in cui l’obiettivo principale era creare qualcosa che fosse il più bizzarro e grottesco possibile, con sistemi di controllo talmente fuori dagli schemi e volutamente ostici che difficilmente si potevano definire dei simulatori “seri”. Il punto focale non era affatto offrire un gameplay realistico, ma godersi lo spettacolo di quanto tutto andasse irrimediabilmente male su schermo.

Titolo del Gioco Anno di uscita Sviluppatore
Surgeon Simulator 2013 Bossa Studios
Goat Simulator 2014 Coffee Stain Studios
I Am Bread 2015 Bossa Studios

Come sono nati questi giochi simulativi?

Uno dei motivi principali per cui questi particolarissimi giochi hanno preso piede in quel preciso biennio è che la piattaforma YouTube stava prepotentemente entrando nella sua vera “età dell’oro” come principale sito di condivisione video globale. In quel periodo storico, PewDiePie era diventato lo YouTuber con più iscritti al mondo, raggiungendo un successo inarrivabile proprio grazie a video in cui giocava a titoli indie (spesso horror o bizzarri) accompagnandoli con un commentario esagerato ed esilarante. Il suo format energico influenzò radicalmente innumerevoli altri creatori di contenuti anche in Italia; basti pensare a Favij, pioniere nostrano che riuscì a imitare e adattare con enorme successo lo stile dello YouTuber svedese.

Di riflesso, molti sviluppatori indie intuirono che la strategia di marketing migliore per lanciare un proprio gioco era proprio quella di creare titoli su misura per questi YouTuber, che li avrebbero poi giocati in modo goffo e comico sui loro canali, innescando un inarrestabile “effetto valanga” virale che avrebbe reso il gioco famoso in tutto il globo a costo zero.

Ecco i tre capostipiti assoluti dei giochi simulativi che hanno definito quel folle periodo, giocati da tutti gli YouTuber più celebri del momento.

Surgeon Simulator (2013)

Questo gioco, come molti altri del suo eccentrico genere, è nato durante una “game jam”, ovvero una serrata competizione in cui i programmatori devono ideare e sviluppare un videogioco in sole 48 ore. Il titolo è stato partorito dalla mente della casa di sviluppo indipendente Bossa Studios. L’idea di base era interpretare un chirurgo maldestro incaricato di eseguire delicatissimi trapianti d’organo utilizzando gli strumenti più disparati (dal bisturi alla sega circolare), il tutto aggravato da comandi su tastiera volutamente sballati e impossibili.

Gli sviluppatori volevano sperimentare cosa potesse succedere affidando al giocatore il controllo indipendente di ogni singolo dito di una mano umana tramite la pressione di cinque tasti diversi sulla tastiera. Il risultato fu un esilarante caos totale. Teoricamente si dovrebbe operare con precisione clinica un malcapitato paziente di nome Bob, ma all’atto pratico si finisce sistematicamente per schiaffeggiarlo, pugnalarlo o lanciare i suoi organi per la stanza. La diabolica combinazione tra il mouse (per muovere il braccio) e la tastiera (per piegare le dita) genera un disastro su schermo irresistibile.

Il pubblico lo ha adorato proprio perché era incredibilmente frustrante ma altrettanto spassoso da guardare. Non aveva alcuna importanza se il povero Bob moriva dissanguato in soli dieci secondi netti; l’intrattenimento puro derivava dal vedere costole frantumate, organi vitali scaraventati ovunque e oggetti chirurgici smarriti all’interno del paziente. Grazie a questa formula, è divenuto uno dei primissimi e più fragorosi successi su YouTube di questo fortunato filone di simulativi “spazzatura”.

Goat Simulator (2014)

Se Surgeon Simulator era un disastro calcolato, Goat Simulator è nato letteralmente come un banale scherzo tra sviluppatori che è rapidamente sfuggito di mano, portando l’azienda a un successo planetario senza precedenti. Creato da Coffee Stain Studios, originariamente consisteva soltanto in un breve e sgangherato video prototipale postato su YouTube per mostrare una fisica di gioco rotta e piena di bug. Tuttavia, migliaia di utenti divertiti iniziarono a implorare lo studio di poterselo giocare davvero. Gli sviluppatori colsero la palla al balzo: lo ultimarono in fretta e furia e lo regalarono in massa a svariati YouTuber famosi affinché ne diffondessero il verbo.

Tutto l’assurdo concept di gioco si fonda sul vestire i panni di un’invincibile capra il cui unico scopo è precipitare una piccola e pacifica cittadina nel caos più totale. Non esiste una storia da seguire e non ci sono missioni o obiettivi precisi, se non accumulare punti distruzione. Puoi lanciare i civili dando fortissime testate, innescare gigantesche reazioni a catena facendo esplodere distributori di benzina, oppure leccare oggetti (e persone) per trascinarteli comicamente dietro grazie a una lingua dotata di poteri elastici. La trovata geniale è che gli sviluppatori hanno deciso volutamente di non correggere la miriade di bug fisici presenti nel gioco. Se la capra compenetra un muro o il suo collo si contorce allungandosi in modo grottesco, è perfetto così: fa parte dell’involontario fascino del gioco.

Al rilascio, molti critici tradizionali non sapevano minimamente come valutare un’opera simile. Come testimoniano vari vecchi post e forum dell’epoca, giocatori più “seri” e infastiditi dichiararono apertamente che non si potesse nemmeno considerare un vero videogioco, ma solo un mucchio di asset buttati lì a caso per fare soldi. Eppure, alla stragrande maggioranza del pubblico la cosa non importava minimamente. Era dannatamente divertente, antistress e ti permetteva di spegnere il cervello facendo danni incalcolabili. È rapidamente diventato l’icona e il simbolo di un’epoca dominata dai simulatori strampalati, dimostrando che non tutte le opere videoludiche debbano per forza avere un senso logico.

I Am Bread (2015)

Galvanizzati dall’immenso successo di Surgeon Simulator, i ragazzi di Bossa Studios decisero di riprovarci, stavolta con un’idea concettualmente ancora più ridicola: un simulatore basato unicamente sui movimenti sgraziati di una fetta di pane in cassetta. L’unico, apparente, e banale obiettivo del gioco è muovere la fetta dal tavolo della cucina (o altre stanze della casa) per farla giungere integra fino a una fonte di calore, solitamente il tostapane. Il problema atroce è che ogni angolo della fetta di pane è assegnato a un tasto direzionale diverso, rendendo i controlli volutamente frustranti e insostenibili (esattamente come nel loro precedente successo). Oltre allo sforzo per spostarsi, occorre arrampicarsi sui muri in stile Spider-Man ed evitare ostinatamente il pavimento o l’acqua, perché sporcandosi o bagnandosi si azzera l’invisibile ma vitale barra della “commestibilità”, pena il game over.

In questo titolo la sfida fu innalzata a livelli altissimi rispetto ai giochi antecedenti. Risultava di una difficoltà quasi sadica e punitiva per il giocatore. Alcuni lo acclamarono come un puzzle game geniale per il modo folle in cui sfruttava e piegava le regole della fisica degli oggetti, mentre altri utenti iniziarono a manifestare una certa e comprensibile stanchezza verso il filone, ormai saturo, dei “simulatori spazzatura”. Resta il fatto che osservare una comune fetta di pane trascinarsi per usare disperatamente un ferro da stiro o una stufetta rotta pur di tostarsi è un’immagine che racchiude, in modo brillante, quanto fosse surreale e mentalmente fuori di testa il mercato indipendente di quegli anni.

Quindi, cosa ci resta? Questi giochi sono brutti o no?

A mente fredda, la caratteristica fondamentale che un videogioco deve possedere è una premessa concettuale (e un design) totalmente coerente con ciò che intende offrire al pubblico. Il punto è che nessuno di questi titoli è nato con l’ambizione di essere considerato un capolavoro tecnico o narrativo, ma sono l’esplicita espressione di un’epoca in cui Internet, e YouTube in particolare, permetteva a idee intrinsecamente stupide o meme di diventare prodotti virali e milionari nell’arco di pochissime ore. Valutarli severamente come si farebbe con giochi “seri” o tripla A porta irrimediabilmente fuori strada, costringendo a bollare queste opere in modo negativo. Per usare un paragone culinario: se comprassimo un succulento pollo arrosto, ma al primo assaggio scoprissimo che ha il sapore esatto di una caramella alla fragola, non significa che la caramella faccia schifo di per sé, ma saremmo furiosi unicamente perché non era ciò che ci aspettavamo di mangiare.

Questi tre bizzarri titoli hanno dimostrato, dati di vendita alla mano, che non servono obbligatoriamente un motore grafico iper-realistico o una sceneggiatura da premio Oscar per sbancare il mercato e vendere svariati milioni di copie. A volte, ai giocatori basta semplicemente fornire un folle parco giochi virtuale in cui seminare il caos e farsi una crassa risata da soli o in compagnia degli streamer. Va però sottolineato che quella particolarissima moda è tramontata abbastanza in fretta. Oggi il mercato è cambiato radicalmente, e questi strambi giochi simulativi vengono ormai ricordati affettuosamente come dei veri e propri artefatti storici: testimonianze irripetibili di un preciso momento della dirompente diffusione di YouTube, un’era irrazionale in cui l’unica metrica di successo per un gioco era quanto risultasse divertente e ridicolo da guardare in video, tanto da spingere milioni di spettatori a comprarlo pur di provarlo sulla propria pelle.

Immagine in evidenza: Locandina pubblicitaria su PlayStation

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A proposito di Di Puorto Ugo

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