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Eroica Fenice

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Chiara Marchelli torna in libreria con La memoria della cenere (Recensione)

Chiara Marchelli, scrittrice e insegnante alla New York University, candidata Premio Strega nel 2017, torna in libreria per la NN Editore con La memoria della cenere.

Se si riflette sul romanzo interamente, a lettura completata, si può dire che le pagine de La memoria di cenere di Chiara Marchelli nascano da un tentativo di guarigione, superficialmente fisica, necessariamente d’animo. E allo stesso tempo, è la guarigione, come meccanismo involontario quanto essenziale, che ha spinto a trovare tutti gli elementi giusti che, incastrati insieme, hanno dato vita ad un romanzo pieno ed intenso.

Il primo passo che introduce il lettore nella storia corrisponde con il primo avvenimento che la Marchelli descrive: un aneurisma colpisce la protagonista narrante, Elena, scrittrice valdostana che vive a New York. Per rimettere in sesto la sua salute, insieme al compagno Patrick decide di trasferirsi in Francia, proprio nel paesino natale di lui, alle pendici del vulcano Puy de Lùg.

È sorprendente il modo in cui la narrazione dell’autrice, lineare, asciutta, apparentemente estranea, piena di contenuti e ciclica nella sua esposizione dei fatti, soprattutto dei gesti più semplici, a poco a poco chiarisca tante sfaccettature della protagonista; una donna appassionata, coscienziosa, energica e forte prima dell’aneurisma, fragile, ostinata, vulnerabile dopo, in realtà debolezze che finalmente vengono a galla a causa degli avvenimenti, e che Elena cerca nel corso del romanzo di domare e comprendere, ma anche perdonare, per rimettere in sesto prima di tutto se stessa.

Chiara Marchelli e quel personaggio nel romanzo chiamato “famiglia”

Fondamentale è il secondo elemento che mette in moto la storia: l’arrivo dei genitori di Elena, che perennemente preoccupati per la sua salute e contrari alla lontananza della figlia, decidono di passare una settimana lì, proprio alle falde di un vulcano, inesploso, mite, indecifrabile.

Così accade lo scatto, la molla che, necessaria alla rinascita e incontrovertibile, avviene. Il mite Puy de Lùg erutta, con vigore, costringendo Patrick, Elena e i suoi genitori a rimanere chiusi in casa. Il tranquillo Puy de Lùg che chiede scusa per il fuoco e la vischiosità dei lapilli, delle crepe intorno, delle fiamme che esplodono in aria e del fumo nero che annebbia il paese e brucia gli occhi, della cenere che poi sarà il simbolo di quel “ricominciare” che Elena tanto desidera, senza saperlo.

Proprio come un imbarazzato e rabbioso vulcano deve fare i conti con la parte peggiore di se stesso, quella che colpisce e fa del male agli altri, così sembra essere esattamente Elena; ha sempre creduto di aver voluto vivere lontano dalla sua famiglia, dalle tradizioni e dal classico nido circoscritto che i genitori ti impongono sin dalla nascita, e da quella sensazione di impaccio e malessere recondito che prova sotto lo sguardo apprensivo e dolce dei genitori; sentendo costantemente la paura e la frustrazione di non riuscire mai ad esprimere né l’amore che prova per loro né di spiegare la soffocante esigenza di libertà, anche emotiva, senza farli soffrire. Il padre, continuamente alla ricerca di appagamento degli altri, come fosse un innocuo senso del dovere; la madre, fiera e dura, che vacilla sotto il peso inderogabile degli anni che passano, una mente quadrata che si svela agli altri solo sotto effetto dei sonniferi che l’aiutano a dormire, come fossero un siero della verità, una mamma che non ha mai compreso la scelta dei figli di vivere altrove:

Così non ho finito di dirle quello che pensavo. Non le ho detto che, se la fuga è abbastanza lontano, scappare la prima volta equivale a imprimere l’andamento di una vita. Il rischio è non capirlo e illudersi che si tratti del progredire naturale delle circostanze”.

E La memoria della cenere racconta anche di quei disagi familiari, così comuni come così esclusivi, di quei momenti taciuti della nostra esistenza che sono destinati a rimanere inespressi, dinamiche che sono il risultato di ciò che diventiamo, un giorno, da grandi. Un silenzio come la cenere, che si posa sull’erba sperando che possa dare in futuro i suoi frutti, quando ad essere tramandate sono le nostre coscienze.

Ciò che ha spinto Elena ad andare via così si contrappone con scherno alla costrizione di rimanere insieme a causa di un imprevisto, sprofondare nuovamente, come da piccola, nella vischiosità della comfort zone altrui e viceversa: “adesso in mezzo a questa oscurità, sotto il vento che batte in faccia e il cielo che si pulisce delle nuvole del pomeriggio, mi sento come ogni volta che sono immersa dentro il conforto di un affetto che cinge caloroso e certo: la voglia totale, limpida, assoluta, di essere sola”.

Non a caso, la ricerca di se stessa, e la presa di coscienza di ciò che è accaduto alla sua salute, avviene proprio quando si ritrova a dover per forza di cosa riflettere; la debolezza del fisico che piano piano prova a riacquistare forza mangiando e bevendo del buon vino, piaceri primari e materiali che amava, improvvisando passeggiate in paese e nella natura che prima erano corse su strade asfaltate. L’eruzione del vulcano così impone ad Elena a riflettere sul suo passato, i ricordi insieme al fratello e ai nipoti che ama e che non vede da tempo, la scelta, chissà se ponderata a dovere, di vivere in Francia proprio dove è cresciuto il suo compagno Patrick: appropriarsi con impaccio, sacrificio e difficoltà di una vita che non è mai stata sua, di cui scoprirà sapere ben poco, ma che alla fine ha accettato. Solo per amore probabilmente, e non per necessità di cambiamento. Infatti, anche la sfera che sembrava più solida della sua vita sarà messa in discussione dagli eventi, inesorabili, di un vulcano in eruzione che dalla finestra di casa percepisce con distanza, quasi a simboleggiare la “repulsione” nel non aver mai voluto pensare al ruolo che hanno avuto le sue scelte: anche aspettare è una scelta, afferma nel romanzo.

I personaggi de La memoria della cenere di Chiara Marchelli

Accanto alla protagonista, pochi personaggi, perfettamente delineati da Chiara Marchelli, sono presenti nel romanzo; la proprietaria dell’unica trattoria in paese, Sophie, personificazione dei malesseri che fanno sentire Elena una “outsider”, e poi Bruno, maestro delle elementari di Patrick, che invece impersona il contrario, che invece è il personaggio più vicino alla protagonista: un uomo attento, saggio, che la spinge a riprendere in mano la sua scrittura, a riprendere la sua memoria e a colmare quel vuoto, ibrido e scostante. Che sente così vicino proprio perché comprende la presenza in quell’uomo di un antico dolore che lo accompagna, proprio perché non lo ha deluso come ha deluso i suoi genitori, proprio perché sente che è umano e pieno di sbagli esattamente come lei: “dopo un dolore lo sguardo sulle cose si piega sotto la forza di quel dolore, e tutto converge e cambia: non solo il futuro, ma anche il passato”.

La memoria della cenere è un romanzo quindi che è costruito sulle similitudini (l’ “esplosione” finale di Elena non ne è forse un confronto sorprendente con il vulcano?), che cerca pace nel susseguirsi delle spiegazioni e dei ricordi, anche se racconta quelle piccole pieghe nascoste che fanno male e che ognuno di noi ha dentro, dolori imposti dalla vita solo per il suo essere, e che esplodono nella consapevolezza improvvisamente. Chiara Marchelli, con la fluidità che contraddistingue la sua narrazione temperata, raccolta e semplice, ma viva, inquieta ed infuocata nei momenti giusti, riesce a chiudere con lo stesso equilibrio iniziale uno splendido romanzo – al di là degli espedienti creativi che permettono il prosieguo della storia -, che risulta essere sincero, forse autobiografico, senz’altro adulto.

Ilaria Casertano

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