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Eroica Fenice

Libri

Mario Pacelli: il nuovo libro sul caso di Wilma Montesi

Non mi piacciono i film di Anna Magnani. Il caso di Wilma Montesi da un libro di Mario Pacelli, edito da Graphofeel editori. L’italia della Dolce vita finì con il caso Montesi: era terminata l’età dell’innocenza. Arrivò l’Italia del benessere, quella della contestazione, quella della crisi politica ed economica. Il caso Montesi è ancora oggi uno dei misteri italiani. A leggere i vecchi dati, il famoso memoriale della Caglio, con tutte le mezze verità, e le indagini, su una notizia di cronaca che ancora oggi lascia molti dubbi: chi ha ucciso Wilma Montesi? E perché il suo corpo è stato rivenuto a Torvaianica? Il saggio di Mario Pacelli racconta del cosiddetto “Caso Montesi” che all’epoca fece molto scalpore. L’autore inizia a raccontare di un’Italia ormai cambiata e sconvolta dalla guerra. Di un posto dove la morte ha lasciato i suoi segni, e la gente vuole solo ricominciare ed essere felice. C’è il racconto breve della fine di una Monarchia che aveva inasprito le nostre terre, e un racconto preciso sullo scenario politico che di lì a poco si sarebbe consolidato. È l’11 Aprile 1953 quando il cadavere di una giovane donna viene rinvenuto sulla spiaggia di Torvaianica. In seguito ad alcune rivelazioni si capirà che si tratta del corpo di Wilma Montesi. Il giovane che rinviene il cadavere avvisa prontamente chi di dovere, ma fin da subito il caso della giovane apparirà molto controverso. Attorno al caso della sua misteriosa morte ruoteranno numerosi quesiti. Alcuni testimoni diranno di averla vista mangiare un gelato ad Ostia proprio nel giorno della sua morte, qualcun altro di averla vista in stazione, mentre sua sorella affermerà di aver sentito le intenzioni di Wilma circa «il recarsi al mare per un problema al tallone». Da queste rivelazioni seguiranno una serie di indagini. Il mostro mediatico farà rimbalzare la patata bollente tra i più disparati uomini di potere. Il caso Montesi sembrerà quindi trasformarsi da una vicenda di cronaca nera, ad una guerra al potere, senza esclusione di colpi. Numerosi giornali, come “il Messaggero” e il “Roma” avranno la loro parte nelle indagini. Proprio per mezzo stampa ci si avvicinerà ad una verità scottante, dove al cardine della questione sembrerà esserci una sostanza dal nome “Biancaneve”. Il caso Montesi, dopo due autopsie, non arriverà mai alla risoluzione dei fatti, fino ad intricarsi persino di colpevolezze familiari. Giuseppe Montesi si troverà a dover rispondere a domande scomode, e verità dolorose. Nel 1955 si arriverà all’atto conclusivo delle indagini, dove le colpe si divideranno tra gente di potere e gente che aveva solo fatto male il suo dovere per inettitudine o per interesse. I personaggi descritti nelle vicende saranno emblematici e complicati, nomi ed immagini si susseguiranno rapidamente, dando alla stessa opera di Mario Pacelli un ritmo incalzante, reso ancora più frenetico dalla non finzione dei fatti descritti. Il titolo Non mi piacciono i film di Anna Magnani si rifà ad un episodio chiaro poiché la giovane proprio nel pomeriggio di quel triste accaduto, aveva rifiutato di recarsi al […]

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Cucina e Salute

Piramide Alimentare Mediterranea: tutto il gusto di mangiare sano

Ecco tutto ciò che c’è da sapere sulla piramide alimentare mediterranea: il gusto che fa bene! La Piramide Alimentare è un grafico che con immagini parole e percentuali designa uno stile alimentare. All’interno di essa troviamo diversi tipi di alimenti: cereali, carne, pesce, latte, frutta, verdura, e grassi, posizionati in maniera differente a seconda della loro frequenza di consumo. La piramide è pressoché informativa per i suoi fruitori. La dieta mediterranea è un modello nutrizionale ispirato agli stili alimentari tradizionali dei Paesi che si affacciano sul Mar Mediterraneo. Gli scienziati di tutto il mondo hanno iniziato a studiarla fin dagli anni ’50 del secolo scorso e ancora oggi rimane tra le diete che, associate a stili di vita corretti, risultano influire positivamente sulla nostra salute. Il primo studio osservazionale sulla dieta mediterranea, diventato famoso come “studio dei sette Paesi”, fu condotto dal biologo e fisiologo statunitense Ancel Keys in cui vennero messe a confronto le diete adottate da Stati Uniti, Italia, Finlandia, Grecia, Yugoslavia, Paesi Bassi e Giappone per verificarne benefici e punti critici in termini di salute cardiovascolare. I risultati erano piuttosto chiari: più ci si allontanava dalla dieta mediterranea maggiori erano i rischi cardiovascolari. Fu realizzata per la prima volta nel 1992 dal dipartimento statunitense dell’agricoltura con lo scopo di arginare le obesità. Dal 2005 in poi si sono susseguite diverse versioni, grazie ai cambiamenti alimentari degli ultimi tempi. Nel 2003 in Italia, il ministero della salute ha commissionato ad alcuni esperti di nutrizione il compito di elaborare una dieta che potesse essere da esempio per la popolazione. La collocazione dei cibi all’interno del grafico ha ovviamente una logica esecutiva: alla base troviamo i cibi che dovrebbero essere consumati quotidianamente, mentre man mano che ci dirigiamo verso la punta troviamo quelli da consumare con più moderazione. Al fondo della piramide nella dieta mediterranea troviamo pasta e pane generalmente da consumare nella variante integrale, subito sopra troviamo frutta e verdura, seguono le proteine di origine animale come carne, pesce, uova, latte, formaggi, noci, olio, e solo in cima zuccheri dolci e junk food. (cibo spazzatura). Il ruolo dei grassi col passare del tempo ha avuto un’importanza differente, infatti, se dapprima i grassi erano totalmente da arginare, col tempo si è scoperto che un’assunzione di grassi buoni, come quelli contenuti nell’olio extravergine di oliva è estremamente positiva per l’organismo. In sintesi la piramide alimentare mediterranea suggerisce di mangiare ogni giorno: cereali integrali, verdura, frutta, olio extravergine di oliva, acqua, e latte. Con più attenzione vanno assunti: carni bianche (due volte a settimana), pesce (due volte a settimana) uova (una volta a settimana) Sporadicamente ci si può concedere dolci, fritti e cibo spazzatura. Una proposta di modifica lanciata dall’International Foundation of Mediterranean Diet è quella che concerne l’acqua. L’acqua infatti, nelle versioni più vecchie del grafico non compariva con molta frequenza. Elemento essenziale per l’organismo umano. La dieta mediterranea, diventata ormai patrimonio dell’Unesco, apporta numerosi benefici all’organismo. Il suo potere antiossidante (grazie all’assunzione di frutta e verdura) aumenterebbe la longevità. Inoltre essa protegge da […]

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Notizie curiose

Giornata mondiale del bacio: tra storia e curiosità

Giornata mondiale del bacio. Leggi di più sulla storia di questa romantica occasione! “Un bacio, insomma, che cos’è mai un bacio? Un apostrofo rosa fra le parole t’amo”. È così che Cyrano scriveva di un bacio. Ma perché è stata istituita la Giornata Mondiale del Bacio? Semplicemente perché baciarsi è uno dei gesti più importanti nella vita di un essere umano, e non solo. Il 6 luglio di ogni anno, infatti, si celebra il “World Kiss Day”. Tenutosi per la prima volta nel 1990 in Inghilterra non ha perso tempo per diventare una pratica diffusa in tutto il mondo. Stando ad alcune stime, nel corso di una vita si danno e si ricevono più o meno 100mila baci. In pratica, nel corso di una vita si trascorrono due settimane baciandosi. Il bacio perfetto dovrebbe avere una durata di dodici secondi, il tempo necessario per scambiarsi circa 80 milioni di batteri. Nessun effetto negativo, niente paura. Infatti il bacio contribuisce a diversi miglioramenti fisici: baciarsi riduce i livelli di cortisolo – l’ormone dello stress – e aumenta quelli di serotonina ovvero l’ormone del buonumore. In generale, più ci si bacia più si vive: baciarsi allungherebbe la vita di addirittura 5 anni stando ad alcuni scienziati. Inoltre, nell’unione fra due labbra, i vasi sanguigni si dilatano e ciò comporta un maggior afflusso di sangue e un abbassamento della pressione. Un toccasana anche per la pelle, basti pensare infatti che servono ben 146 muscoli per baciare un’altra persona, di cui 112 posturali e 34 facciali. Posto che vai, bacio che trovi Gli eschimesi, per esempio, si strofinano il naso. I giapponesi del nord, invece, si mordicchiano, mentre a Bali è abitudine diffusa accostare i volti, guardarsi intensamente e annusarsi per assaporare il calore e il profumo della pelle dell’altro. I latini distinguevano invece tre tipi di bacio: con la parola osculum si indicava il bacio scambiato tra amici o fratelli; il basium era il bacio d’affetto, ma era il suavium che descriveva il bacio coinvolgente, erotico e passionale. Basta andare in Giappone, o in Malesia, però, perché il mondo, nella Giornata Mondiale del Bacio, si rovesci. In questi paesi o non ci si bacia in pubblico o addirittura non ci si bacia affatto, perché è proibito per legge. Al contrario in India lo si fa eccome, anzi, ed è uno scambio di anime perché il respiro contiene il nostro spirito. C’è poi la fama del “bacio alla francese” attribuito in genere alle coppie, e a chi non ha intenzione di rinunciare alla sensualità. Celebrato da artisti e poeti, nel cinema come nella pittura o nella scultura, il bacio è un simbolo di unione, di tenerezza e di vicinanza che sia quello della madre o il padre nei confronti del figlio, che sia quello dell’amico che ti dimostra di voler rimanere al tuo fianco, che sia quello del grande amore. Ma anche nell’arte il bacio è protagonista assoluto: da ricordare infatti è il celebre dipinto di Klimt “Il bacio” realizzato nel 1907-08 e conservato nell‘Österreichische Galerie Belvedere di Vienna, è quadrato e ha al centro un uomo ed una donna inginocchiati nell’atto di abbracciarsi, “appoggiati” su un prato ricco di fiori colorati. Non va dimenticato poi […]

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Culturalmente

Paul Poiret, lo stilista capostipite della modernità

Paul Poiret nasce a Parigi nel 1879 da genitori mercanti di stoffe. Il giovane trascorre la sua infanzia tra stoffe e colori, e accresce la sua creatività realizzando abiti per la bambola di sua sorella. Vocazione ben presto scoperta ed arrestata da suo padre, che non intendeva permettergli di seguire quella strada. Fu così che i genitori gli insegnarono l’arte della costruzione di ombrelli, mestiere che non appassionò mai del tutto il giovane creatore. Durante l’adolescenza, Poiret portò i propri bozzetti a Madeleine Cheruit, un’importante stilista, che ne comprò una dozzina. Poiret continuò a vendere i propri disegni ad alcune fra le più grandi case di moda parigine, fino a che non fu assunto da Jacques Doucet nel 1896. Paul Poiret in seguito fu assunto dalla House of Worth, dove disegnò abiti semplici e pratici. Ben presto, lo stile dei suoi capi fu troppo eccentrico per quella casa di moda, fu in quel momento che l’uomo decise di aprire un suo atelier. Le vetrine del suo negozio, sito prima al 5 di Rue Auber e poi a Rue Pasquier 37, erano eccentriche e voluminose, diverse da tutte quelle appartenenti alla concorrenza. Le creazioni di Poiret, nei primi anni del ‘900, hanno avuto diversi meriti. Il suo stile cambiava il modo di essere viste delle donne. Loro poterono diventare libere ed esotiche. La sua moda liberò gli abiti dal corsetto, sostituendolo con il più moderno reggiseno. La morbidezza delle sue creazioni restituiva sensualità alle donne che le indossavano. Nel 1905, durante la guerra russo-giapponese, creò il mantello-kimono. Si trattava di una sopravveste, che Poiret propose in tessuto rosso-bordeaux con fodera chiara a contrasto, ricamata. Con l’apertura della seconda casa di moda Poiret poté affermarsi come vero e proprio fulcro del marketing: si occupava lui stesso, infatti, della pubblicità dei suoi vestiti e dell’organizzazione di sfilate in tutta Europa. Gran parte della moda di Paul Poiret si concentra sullo stile orientale: punti forti infatti erano i pantaloni harem, la gonna humpel, e i turbanti Agli esagerati cappelli, Paul Poiret sostituisce pratici ed eleganti turbanti, con drappeggi o con decorazioni a piume. La tendenza orientaleggiante lanciata da Poiret culmina con la serata mondana della Festa delle Mille e una Notte, tenuta il 24 giugno 1911 nel parco della sua nuova prestigiosa sede in Avenue D’Antin, dove poté presentare i suoi modelli. La produzione della Maison Poiret ben presto si allargò all’arredamento, ai complementi d’arredo ed ai profumi Nel 1911, Poiret infatti aprì la divisione dedicata ai profumi Parfums de Rosine, dandogli il nome di sua figlia. Durante la prima guerra mondiale, Poiret dovette lasciare l’attività della casa di moda per mettersi al servizio dei militari, e realizzare le uniformi dei soldati, ma al suo ritorno la casa di moda versava in situazioni disastrose ed era sull’orlo della bancarotta. Nel 1929, la maison stessa fu chiusa, ed i suoi preziosi abiti furono venduti al chilo, come se si trattasse di stracci. Durante il periodo d’assenza una nuova stilista aveva conquistato i cuori parigini e non solo, si trattava di Coco Chanel. […]

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Libri

I Disinnamorati, un romanzo di Frank Iodice | Recensione

“I Disinnamorati” un romanzo di Frank Iodice edito ERETICA Edizioni è un libro che ha visto la prima pubblicazione in un’edizione francese su ‘Le Lys Bleu éditions’ nel 2018. Antonino Bellofiore è un giovane agente di polizia. Indossa calzini spaiati, non si prende cura particolarmente del suo aspetto, e fa di un suo bottino le cose sequestrate ai malfattori. La sua vita è intrecciata a quella di Anisetta, una giovane ragazza di origini genovesi, con occhi grandi e spaventati come quelli dei gatti. Le indagini di lui circa alcune lettere arrivate con ritardo presso la sua abitazione, e l’attitudine di lei, ad interrogarsi sulle questioni della vita, complici i suoi studi in psicologia, porteranno i due protagonisti in una corsa ad ostacoli, dove più volte ci si chiederà se l’amore basta a salvare una relazione o si necessita di molto altro. Il romanzo è incentrato per lo più su due grandi personaggi: Bellofiore ed Anisetta. Entrambi avranno modo e spazio di essere conosciuti dal lettore, si mostreranno senza maschere, talvolta rendendo i lettori partecipi dei loro dubbi e domande, portandoli dunque ad essere parte attiva della narrazione stessa. Bellofiore è lo stereotipo del “poliziotto cattivo” quello che fuma le sigarette di contrabbando, che non attende gli ordini o il lascia passare dei suoi superiori. È un poliziotto autonomo, che confonde utilità pubblica con questioni prettamente personali. Nega a tutti di voler fare carriera, perché il suo status di poliziotto semplice sembra assicurargli una certa sicurezza quotidiana. Non ama particolarmente Nizza, e spesso sembra ricordare con nostalgia i sapori e i paesaggi italiani. Gran parte delle vicende che lo riguarderanno saranno quelle riguardanti “le raccomandate” consegnategli con trent’anni di ritardo, a nome di suo padre. Spesso, l’uomo trascurerà le sue vicende personali a favore di indagini fuorvianti e senza grandi organizzazioni pratiche. Questo lo porterà a farsi sfuggire di mano molte delle sue questioni irrisolte, tra cui ciò che l’uomo ed Anisetta tentavano di ricucire da troppo tempo, senza buoni risultati. Anisetta è un personaggio positivo, calmo e leggero. Le vicende che la riguarderanno saranno incentrate sul suo lavoro sodo circa la tesi di laurea, sul fatto che proverà in ogni modo ad avvicinarsi ad un uomo scostante e burbero. Anisetta è osservatrice, pedalatrice, sognatrice, tutto insieme, e tutto in modo ineccepibile. Dapprima sembrerà vergognarsi anche solo di un complimento a voce alta, per poi nel corso delle pagine, trasformarsi, e diventare una ragazza più forte, quasi sfrontata: un esempio chiaro è senz’altro quello della bicicletta. Anisetta infatti, inizierà ad indossare gonne corte, o camice trasparenti in sella ad una bici, senza il timore di essere guardata o apprezzata. La sua trasformazione è piacevole alla vista quanto al pensiero. Anisetta dapprima curva sulle sue spalle, quasi intimidita dalla sua stessa voce, sembrerà darsi un tono, apprezzare di più le sue doti, e prendere scelte personali, che possano renderla davvero felice. Verso la fine del romanzo, la giovane infatti, si porgerà delle domande. Si chiederà infatti se è davvero ciò che vuole […]

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Libri

Michelle Steinbeck, Mio padre era un uomo sulla terra e in acqua una balena

Mio padre era un uomo sulla terra e in acqua una balena è il romanzo d’esordio di Michelle Steinbeck edito da Tunuè edizioni. La protagonista, Loribeth, è una ragazza giovane e curiosa, che vive come sospesa da quando suo padre è fuggito di casa, abbandonandola. Ma un giorno sarà costretta ad assumersi le sue responsabilità e a mettersi in viaggio, portando con sé solo una valigia; dentro, la conseguenza e la prova, decisamente ingombrante, di un suo folle gesto. Il romanzo si apre con un ritmo decisamente frenetico e l’inizio della narrazione sarà segnato da un evento tanto traumatico quanto simbolico, che si protrarrà nel corso di tutta la storia. Tutti i personaggi sono iconici ed innovativi. Ognuno di essi servirà sia allo sviluppo narrativo, che a dare una nota di colore alle descrizioni. Seguiranno quindi i dettagli e le storie dell’uomo grigio, di Seifert il marinaio e di sua sorella, del vecchio senza gambe in sella ad una bici, del bambino con le scarpe luminose, della ragazza unicorno e dello stesso padre di Loribeth. Durante la storia, Loribeth avrà modo di avere numerosi incontri romantici, anche se quello che la segnerà di più sarà proprio quello con il marinaio Seifert, un ragazzo magrolino e divertente.  Michelle Steinbeck non rende il loro romanticismo banale. La loro è infatti storia d’amore originale e divertente, mai prevedibile, con dialoghi talvolta surreali. Seifert sarà quasi la chiave di tutta la storia: l’amore leggero che proverà per Loribeth porterà la ragazza ad interrogarsi in modo profondo su ciò che è stata la sua vita passata e su quello che desidera aspettarsi per il futuro. Le vivide descrizioni del libro di Michelle Steinbeck Le descrizioni dei luoghi sono il punto forte della narrazione di Michelle Steinbeck. Se in un romanzo “normale” c’è un susseguirsi di città o contrasti climatici, qui assisteremo ad un vero e proprio viaggio surreale in mondi deserti e mai visti prima. La città rossa ne è un chiaro esempio, qui ci sono teste di animali appese ovunque, gente costantemente infreddolita, lumache e uomini da tè. Tutte le case e tutti i mattoni sono di colore rosso. Anche il mercato dove Loribeth si troverà con la sorella di Seifert non mancherà di originalità: qui infatti ci sarà una compravendita di denti ed orecchie. Ma il luogo iconico e rappresentativo di tutto il romanzo sembrerebbe essere proprio “l’isola dei padri scappati”. Un nome chiaro che riporta alla mente solo una soluzione: il padre della giovane è rifugiato proprio lì. Sull’isola, l’uomo scrive e beve tè, ricorda la sua vecchia vita con leggera nostalgia ma non trova mai il coraggio di tornare indietro, sopraffatto dal ricordo della sua insoddisfazione familiare e personale. Sull’isola non ci sono doveri, si può fuggire, ma anche stare fermi, non si risponde mai a niente e le responsabilità sembrano una cosa ormai lontana. La ragazza con la valigia porterà con sé il suo segreto fino alla fine, a volte le sfuggirà letteralmente dalle mani ma altro non appare se non […]

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Culturalmente

La Sciantosa, dalla Parigi bene all’affascinante Napoli

La Sciantosa, la storia di un mito da Parigi a Napoli. “E femmene so nfame tutte quante e pure quando rideno mettono ncroce e sante” (Salvatore di Giacomo) È così che parla delle donne Salvatore di Giacomo, famoso poeta napoletano. Per lui le donne sono cattive ma essenziali, soprattutto quelle che sono sotto il nome di “sciantose”. Ma chi è la sciantosa? Non di rado con questo termine, erroneamente, alcuni identificano donne di facili costumi pronte a concedersi ad incontri fugaci con amanti di ogni età, ma in realtà tale interpretazione è assolutamente sbagliata. La sciantosa infatti, pur essendo maliziosa e provocante, faceva ben altro mestiere. Legata al mondo dell’arte e del teatro, la sciantosa era un’artista del Café-chantant parigino, difatti il termine viene fatto risalire al periodo a cavallo tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento. Il termine è quindi un’italianizzazione della parola francese chanteuse, traducibile con “cantante”. Le artiste erano solite esibirsi in piccoli locali con brani tratti da canzoni popolari e brevi stralci di opere liriche. Piccole dive, osannate dal pubblico, spesso bellissime ed irresistibili. Da qui il sentire comune che faceva passare quelle donne come ammaliatrici di uomini. Le sciantose pare avessero particolari trucchi per aumentare la loro popolarità, primo fra tutti l’utilizzo di accenti stranieri per apparire esotiche ed irraggiungibili, fino ad arrivare all’acquisto dei cosiddetti “claquer”, vero e proprio pubblico a pagamento che applaudiva a fine esibizione con entusiasmo ed esaltazione. Per ultimo, le sciantose non risparmiavano i racconti romanzati delle loro storie d’amore con personaggi noti (per lo più erano storie solo millantate). La moda parigina ben presto arrivò fino in Italia, con l’apertura del primo cafè chantant napoletano a Via Toledo. Era ospitato all’interno di palazzo Berio, il cui giardino fu allestito con tavoli, sedie ed un palco. Il successo fu immediato. Il boom delle sciantose coincise con la fine dell’Ottocento ed il Salone Margherita ne fu l’epicentro. Fu inaugurato nel 1891 nella crociera inferiore della Galleria Umberto. Un locale lussuoso pensato per un pubblico ricco e maschile che voleva godersi la Belle Époque, immaginandosi a Parigi. Si aprirono cafè chantant in tutta la città, creando la variante proletaria e napoletana della sciantosa ricca e parigina. Alla sciantosa sembrerebbe appartenere proprio il mito della “mossa”, un movimento rotatorio compiuto soprattutto sui fianchi da una donna prosperosa e ritmato da tamburo e grancassa. Questo movimento deve essere eseguito sia davanti che dietro. Deve procedere da destra a sinistra e viceversa, tanto con il bacino quanto con il sedere. Insomma, deve essere qualcosa di molto sensuale. Pare che la sua ideatrice fu proprio Maria Campi, una sciantosa nota al Teatro delle Varietà, divenuto poi sede del quotidiano II Mattino fino al 2018. La figura della sciantosa ispirò anche due famosissime canzoni: Lilì Kangy (Giuseppe Capurro-Salvatore Gambardella) e Ninì Tirabusciò (Aniello Califano- Salvatore Gambardella). Lilì Kangy del 1905 canta la storia di Cuncetta che, nata nel Vicolo Conte di Mola, diventa sciantosa e da quel momento tutti la considerano una diva: «Basta ca ʼa veste è corta,/tutto se po’ aggiustà!» Le sciantose si suddividevano in varie categorie. Le generiche erano giovani […]

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Libri

Spostatori di masse: un romanzo di Eugenio Ressa

Spostatori di masse è un romanzo di Eugenio Ressa edito da Elianto Editore. Il libro, racconta le vicende autobiografiche dell’autore, in particolare della sua “Napoli by night”. Esso indaga le meccaniche, le strutture e le vicende che dominano l’ambiente lavorativo e personale del settore. Il protagonista Ge. Re abbandonerà il percorso di studi per dedicarsi all’attività più redditizia ed esaltante delle pubbliche relazioni di cui dispongono i locali notturni napoletani. Il potere e il successo saranno per il ragazzo la spinta energetica delle sue giornate, ma anche il moto al declino furente cui ci si imbatte chi non riesce a controllare il proprio ego. Ciò che risalta maggiormente agli occhi, già da una prima lettura, è la differenza caratteriale tra i due personaggi più frequenti. Ge.Re, il protagonista assoluto del romanzo, appare quasi come il riflesso oscuro dell’altro ragazzo For.Mig. Il primo sempre alla ricerca del successo, dell’onda alta, in preda all’euforia e con le tasche piene. Il secondo, più semplice, frequentatore di bar e piccoli pub, con pochi soldi in tasca e dedito ad una vita semplice fatta di birra ed esami universitari, prossimo a diventare ingegnere, proprio come suo padre. Entrambe le figure, seppur così distanti e diverse, sembreranno mantenere un filo di connessione per tutta la narrazione. Si incontreranno, seppur per sporadici eventi e serate, avranno il piacere di scambiarsi conoscenze ed idee, risultando al lettore, quasi amici destinati. Anche se, soprattutto, verso la fine, le loro differenze di intenti e carattere sembreranno infastidire ed ostacolare non poco il loro rapporto. Ge.Re, studente di giurisprudenza, deciderà di dedicarsi ad un’attività a tempo pieno che gli sembrerà dargli più soddisfazione e potere: diventerà dapprima un portagente, poi il capostipite di diverse strutture notturne. La sua ascesa al potere sarà repentina e di successo, si circonderà di amici e collaboratori fidati, passerà da piccoli locali a vere e proprie strutture maxi, come il “Methis”. Il suo nome inizierà ad essere pronunciato dai grandi del settore. Non mancheranno le disdette, le amicizie troncate, e i piedi pestati. Anche in questo settore, infatti, come in altri, spesso il denaro è più importante dell’etica. Il romanzo indaga da vicino la struttura della napoli by bight: snocciola in modo efficace i ruoli dei gruppi, le loro funzioni, come si passa da una carriera inferiore a quella successiva, e cosa invece è sbagliato fare per non perdere il successo ottenuto. Parla in modo chiaro di come ci siano locali fissi, di come si possa lavorare stagionalmente, di come sia importante avere spazio necessario per gli ingressi, delle consumazioni extra, degli spazi affacciati sul mare, e di come la concorrenza sia assolutamente spietata. Ge.Re sarà il promotore di locali fissi, ma si troverà spesso a cambiare luogo di lavoro, per sopraggiunte offerte maggiori, o semplicemente per discussioni interne.  Questa Napoli viene descritta in modo esaustivo, molti sono i luoghi menzionati, infatti, sia facenti parte della periferia che dei luoghi considerati altolocati. Si passa infatti da un sentire sopraelevato per ciò che concerne il Vomero o Posillipo, […]

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Culturalmente

Come si fa un saggio breve? Qualche trucco per scriverlo al meglio

Cos’è e come si scrive un saggio breve esaustivo? Ecco una breve guida su come si svolge un saggio breve che sbalordirà il vostro professore!  Il saggio (dal latino tardo exagium = prova, assaggio di sapere) è un’esposizione scritta in cui l’autore approfondisce una tematica o un problema, esponendo un punto di vista critico e personale. Fanno parte della saggistica sia testi molto vasti e complessi destinati a un pubblico ristretto di lettori competenti (saggio critico), sia composizioni brevi di carattere divulgativo per informare un pubblico di lettori di medio livello culturale (saggio breve). Esso differisce dal tema in quanto il saggio sonda la capacità di chi lo scrive di interpretare e rielaborare in modo personale un argomento. Il saggio breve quindi, è un testo che: Si propone di convincere il destinatario della validità delle opinioni espresse, facendo appello al ragionamento. Non solo presenta dei fatti, ma li interpreta e li spiega, mettendoli criticamente in discussione. Come si fa un saggio breve: le fasi del lavoro Per svolgere il lavoro in modo efficace occorre procedere con ordine compiendo in successione le seguenti operazioni: leggere attentamente i documenti, coglierne il significato, selezionare le informazioni principali e sintetizzarle in appunti o in schemi logici. Verificare eventuali altre conoscenze sull’argomento in proprio possesso, organizzare, quindi, la scaletta con la successione degli argomenti da considerare. Si passa poi allo sviluppo della scaletta in modo coerente e coeso, costruendo il testo con capoversi ben definiti e in successione logica. Bisognerà a questo punto effettuare l’ultima revisione riflettendo con attenzione sul titolo finale. Come si fa un saggio breve? In sintesi il saggio dovrà dividersi in tre parti fondamentali: Nell’introduzione si presenterà il problema o l’argomento delineandone il contesto storico/geografico/culturale. Nell’esposizione, o meglio la parte più importante del saggio, ci sarà un’attenta interpretazione e discussione dei documenti con cause e conseguenze affini. In questo punto cruciale è fondamentale esprimere il proprio punto di vista, utilizzando anche le conoscenze del proprio bagaglio culturale. Nella conclusione ci sarà un commento che chiude l’intera questione. La conclusione può essere consuntiva riguardo ciò che si è detto, a dimostrazione della ragionevolezza e della validità della tesi sostenuta dall’inizio alla fine, oppure la conclusione può essere aperta a nuovi sviluppi argomentativi e riflessioni. La scelta della destinazione condiziona ovviamente il registro linguistico, ossia le scelte lessicali e sintattiche. In un saggio scientifico ad esempio si adotterà un lessico più ricercato, mentre un saggio per un quotidiano sarà chiaro e semplice. Il saggio è ricco di numerosi connettivi per chiarire le relazioni intercorrenti fra le varie parti in cui si articola l’argomentazione, segnandone i passaggi più importanti. Nel testo argomentativo gli avverbi e le congiunzioni hanno la funzione di stabilire rapporti. Essi possono essere: avversativi (ma, nonostante, tuttavia, mentre, invece…) dimostrativi (infatti, in realtà, in effetti, insomma, in conclusione…) di causa-effetto (quindi, perciò, dal momento che, pertanto, di conseguenza…) di successione temporale (in un primo momento, poi, dopo, inoltre, in seguito, infine…). Il saggio generalmente è corredato di documentazione apposita, ma nel […]

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Libri

La fragilità dei palindromi, un romanzo di Marcostefano Gallo

  La fragilità dei palindromi , un romanzo di Marcostefano Gallo edito da Ferrari Editore. La storia è ambientata a Mongrassano, piccolo borgo del sud reale ed immaginario. Le vicende riguardano la vita di diversi abitanti, così diverse, ma così intrecciate tra di loro, tanto da formare una rete intricata di trame. La festa patronale di Sant’Anna sarà il punto focale di tutto, da cui partiranno sviluppi e se ne arresteranno degli altri. Tutte le vicende hanno un filo comune: “le verità di paese”, quello spazio deciso tra il pettegolezzo e la verità certa. Tutto ciò che accade a Mongrassano diventa oggetto di discussione, di crisi e rinascita. E nessuna delle cose esclude l’altra. Uno dei personaggi che salta da subito all’occhio è quello di Angelo, il “ripara tutto” del paese, un uomo tutto d’un pezzo, incapace però di abbandonare i sogni di una vita felice. L’amore della sua vita, Beatrice, è la sposa di Carlo Marino, il controverso sindaco del paese. Marino è l’emblema della corruttibilità, della politica faziosa, fatta col sangue della gente, per il solo scopo di trarne profitto personale. È un sindaco feroce, incapace di pensare al bene collettivo. Uno che riempie la poltrona con tutta la sua violenza. Il rapporto con sua moglie sarà il simbolo di diverse svolte narrative: per lui Beatrice e suo figlio fanno parte di quelle cose imprescindibili per la buona immagine pubblica, di conseguenza sono per lui solo trofei. Grazie a Luciano Raimondi scopriamo invece il tema caldo “degli amori clandestini”. Infatti rappresenta il ragazzo giovane capace di affollare la mente altrui con promesse e risposte. Incapace di seguire una strada, universitario fallito, in continua lotta con sé stesso e i dettami atipici dei suoi genitori. A Mongrassano non manca “il maresciallo”, Otto Kofler, emigrato dal Nord si ritrova in una cittadina del Sud per amore e passione. Dapprima apparirà come un personaggio negativo della storia, sul finale si rivelerà essere invece un esempio positivo per sé stesso e gli altri. Concetta Posterano è invece una donna che ama la poesia, e proprio grazie ad essa riuscirà ad esternare la sua condizione: un uccello in gabbia che sarà la parte ricreativa del paese: il suo bar infatti sarà il ritrovo di numerosi anziani in cerca di divertimento. Per tutto il tempo lei guarderà le cose passare con nostalgia e disincanto. Rappresenterà il bagaglio dei sogni infranti, e un trampolino continuo verso cui tendere e forse lanciarsi. La donna è anche la fidanzata storica del medico del paese, Cesare Formoso. Grazie a lui il romanzo riesce ad indagare quell’aspetto viziato e contorto della realtà del borgo: “il malocchio”. La sua famiglia si troverà vittima di un maleficio, che porta i Formoso alla stessa medesima fine. Cesare si ritroverà diviso tra la voglia di vivere e il desiderio di abbandonarsi alla sua sorte. Il romanzo indaga quindi alla perfezione tutti quei meccanismi tipici dei borghi del sud, dove le cose che non vedi, spesso fanno più paura delle cose che ti passano […]

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Culturalmente

Aforismi Zen, i 15 che devi conoscere!

Aforismi Zen, i nostri preferiti Dice il maestro: «Ogni cosa intorno a noi è in continuo cambiamento. Ogni giorno, il sole splende su un nuovo mondo. Ciò che chiamiamo routine è piena di nuovi propositi e opportunità. Ma noi non percepiamo che ogni giorno è differente dagli altri. Oggi, da qualche parte, un tesoro ti aspetta. Può essere un breve sorriso, può essere una grande vittoria – non importa. Niente è noioso, perché tutto cambia costantemente. Il tedio non fa parte del mondo. Il poeta T. S. Eliot, scrisse: Cammina tante strade, ritorna alla tua casa, e vedi ogni cosa come se fosse la prima volta». (Paulo Coelho) La filosofia Zen risale agli inizi del primo secolo dopo Cristo, quando l’influenza cinese entrò in contatto attraverso il Buddismo, con le basi dell’Induismo. La dottrina fu accolta in Giappone intorno all’anno 1200, dove prese il nome di zen. Da Oriente, la filosofia si fece spazio fino in Occidente. L’enorme successo avuto da tale dottrina è anche opera di diversi personaggi d’arte, come Madonna o Tiger Woods. Lo Zen non vuole ricercare e trovare il senso della vita, quanto piuttosto concretizzarsi in un aiuto vero e pratico al superamento delle difficoltà quotidiane. Tale filosofia infatti, si incentra su un concetto molto importante: qui ed ora, quindi essa invita a vivere il presente nel miglior modo possibile. Lo zen divenne una corrente di pensiero, tanto che si arrivò alla fondazione di vere e proprie scuole. Fu Sasaki Shigetsu (meglio conosciuto come Sokei) a fondare a New York, nel 1931, la “Buddhist Society of America” (poi ridenominata come First Zen Institute) progetto che seguì fino alla sua morte nel 1945.  Le scuole di Zen conservano la centralità della pratica meditativa denominata zazen, una particolare attenzione allo studio dei sutra (aforismi che danno un insegnamento) e una cura particolare nei confronti della trasmissione del lignaggio (trasmissione tra maestro e discepolo di concetti del Buddha). L’unica autorità che lo Zen riconosce e su cui fonda il proprio insegnamento è tuttavia la particolare esperienza che viene indicata come satori o go (Comprensione della Realtà) o anche (kenshō, “guardare la propria natura di Buddha” ovvero (attualizzare la propria natura illuminata). Questa esperienza non viene semplicemente identificata come “intuizione” quanto piuttosto come una esperienza improvvisa e profonda che consente la visione del cuore delle cose la quale risulta essere identica alla “natura di Buddha”. Uno dei simboli più significativi dello zen è senz’altro l’Ensō, un simbolo dalla forma circolare tra i più significativi dello Zen che simboleggia la forza, l’illuminazione e l’universo. Più che una dottrina lo zen visto in chiave moderna, sembra voler diventare la guida pratica per le persone che si trovano dinanzi ad un problema. Sempre più frequente, infatti, è la diffusione di Sutra motivazionali, aforismi che possano in qualche maniera spingere il lettore al di là del suo limite o del suo problema. Spesso una di quelle frasi può cambiare certamente la giornata, e talvolta, nel caso si aggrappi al lato debole della persona, anche il suo modo di vivere. Con questi 15 Aforismi […]

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Libri

Il sentiero dei figli orfani, un libro di Giovanni Capurso

Il sentiero dei figli orfani è il nuovo romanzo di Giovanni Capurso edito da alter ego edizioni   In un’estate afosa agli inizi degli anni Novanta, Savino, un pre-adolescente curioso, si affaccia alle prime difficoltà della vita percorrendo i sentieri in salita del suo piccolo paese San Fele, in Lucania. Il giovane conoscerà più da vicino la realtà delle persone che lo circondano: vite e crucci che prima, a causa della sua spensieratezza infantile, gli erano nettamente sconosciute. Savino scruterà il carattere nostalgico di suo padre Michele, la simpatia di suo zio Gaetano, la bontà della madre Carmela, e i duelli con suo fratello Aldo. Suo fedele compagno d’avventure sarà invece il coetaneo Radu detto “Anguilla”. A rompere gli equilibri a tratti noiosi della quotidianità di Savino sarà l’arrivo di un forestiero di nome Adamo, e di una ragazza di nome Miriam, rivelatasi la sua prima infatuazione. Tutte le vicende de Il sentiero dei figli orfani si svolgono nei primi anni Novanta a San Fele un paese vicino Potenza. Il rapporto con il luogo rurale sarà il collante tra Savino, la sua famiglia, e i nuovi arrivati. In certi passi l’aria della radura, la freschezza delle cascate e il profumo terroso dei raccolti sembra quasi oltrepassare la carta stampata e arrivare nelle narici del lettore. Ciò rende il romanzo un dipinto autentico di una realtà di paese, sempre più lontana per usi, costumi e modi di vivere dalle grandi città. Il concetto di morte fa il suo ingresso all’interno della narrazione quasi in punta di piedi. La sua comunicazione sarà schietta e rapida, ma il modo in cui viene presentata è propriamente quella che si filtra tra la realtà dei fatti e gli occhi di un ragazzo giovane. La morte non appare mai come una punizione divina, seppur non risparmi i vivi da nostalgia e dolore, ma quasi come un passaggio naturale che prima o poi tocca l’esistenza di tutti. Savino vedrà quindi la morte in faccia, quasi letteralmente parlando, ma dopo, come qualsiasi suo coetaneo, avrà la prontezza di riprendere la sua vita, a rimostranza di essere al cospetto di un protagonista giovanissimo. Come in ogni piccolo paese che si rispetti, le famiglie hanno sempre un soprannome. Anche in questo romanzo l’usanza non viene meno. La famiglia di Savino, infatti, per tutti è la famiglia “trentadue”, nome nato dal frutto di un errore linguistico avvenuto molto tempo prima, e portatosi avanti nel tempo, quasi come un secondo nome che possa far rivalere l’integrità e l’orgoglio della famiglia stessa. Non mancano frasi dialettali, appositamente spiegate a fine rigo. L’uso di frasi di gergo comune immerge il lettore in una realtà sconosciuta ed immensa, come può essere l’intricata rete di cose, eventi e persone, che si avvicendano in un paese. Ciò nonostante in diversi capitoli, appositamente numerati, il linguaggio è ricercato e alto. Il romanzo di conseguenza arriva diretto sia al lettore medio che a quello più esperto. Lungo tutta la narrazione non manca lo sfondo politico, che in questo caso […]

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Libri

E lo chiamano amore: l’appassionante romanzo di Annamaria Vargiù

  “E lo chiamano amore” | Recensione “E lo chiamano amore” è l’appassionante romanzo di Annamaria Vargiù edito da Porto Seguro Editore. Quelli di “E lo chiamano amore” sono rapporti -diversi- dal solito. Sono relazioni malate, vestite fintamente da approcci romantici, sono amori che non conoscono il rispetto, la libertà e il lieto fine. Con questa raccolta di racconti, l’autrice ci presenta il lato oscuro dell’amore, quello che viene in genere segretato da chi lo vive o da chi lo teme. “E lo chiamano amore”: un romanzo dalle mille voci A dispetto di ciò che si potrebbe pensare di primo acchito, il romanzo non è la tipica raccolta di storie che si rifà a vicende violente riguardo le donne. Il romanzo, infatti, lascia spazio a diverse storie e voci. Protagonisti dei racconti sono le donne, ma non solo: anche ragazzine che stanno crescendo o uomini che per tutta la vita si sono nascosti dal mondo e da sé stessi. Il sopruso viene sviscerato in tutte le sue sfaccettature. Diversi sono gli argomenti che si vanno man mano ad affrontare durante la narrazione: primo fra tutti, è quello degli amori -flash-, quelli dove la donna si innamora di un uomo che sembra simboleggiare la sua rinascita, per poi scoprirsi prigioniera di una relazione tossica, e di un uomo che non è ciò che sembra. Anche il tema dell’abbandono è molto frequente in diversi racconti della raccolta ed esso pone l’attenzione su come il senso di inquietudine che scaturisce dall’abbandono rende le persone, nel tempo, “meccanismi rotti” alla deriva. Un altro tema fondante è quello della -costrizione-, spesso in rapporti che sembrano amore, alla base c’è sempre una sorta di prigionia, che in questo caso annichilisce la protagonista del racconto, la schiavizza, la svuota di interessi e ideali personali, e la riempie di doveri rigidi e meccanici, come ad esempio il dovere di mettere alla luce un figlio, quello di non realizzarsi lavorativamente e di tenere la casa sempre in ordine. Anche il tema del denaro è uno di quelli sempre in voga: infatti sempre più persone si ritrovano costrette in rapporti malati a causa di mancanza di un sostentamento economico. Un leggero riferimento viene fatto anche per ciò che riguarda l’abuso sui minori. In questo caso il racconto è breve e delicato, si lasciano intendere, infatti, dettagli scabrosi senza essere troppo cruenti. Uno dei racconti più -misteriosi- è quello riguardante la prostituzione femminile. La protagonista infatti racconta le sue vicende come dentro un film caotico e luminescente. Solo alla fine un dettaglio sembrerà riequilibrare le vicende intricate che la riguardano. Non mancano i temi storici, infatti in uno dei racconti ci sono chiari riferimenti al periodo fascista, a come questo -fenomeno- disdicevole ha avuto impatto in modo negativo sulla società che lo subiva sia come parte attiva e sia come spettatore. In uno dei racconti è presente in modo chiaro una storia d’amore omosessuale. Dapprima essa sembrerà la rinascita emotiva del protagonista, ma arriverà a trasformarsi in qualcosa che nemmeno l’uomo […]

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Napoli e Dintorni

Le luminarie di Salerno: storia e curiosità

Se nel periodo invernale sei a Salerno non puoi perderti la meravigliosa kermesse di Luci d’artista! Tra innovazione e tradizioni, le luminarie di Salerno ti conquisteranno. Temperature glaciali, cioccolata calda e stradine illuminate grazie ad ormai “una festa di rito”: questo lo scenario tipico di Luci d’artista che  può ammirare chi visita Salerno nel periodo che va da Novembre a Gennaio.  Come nacquero le luminarie di Salerno L’idea di questa iniziativa l’ebbero per la prima volta i commercianti di Torino quando, nel 1997, chiesero al comune  di farsi carico di una parte delle spese per le luminarie festive. L’allora assessore alla promozione della città, Fiorenzo Alfieri, trovò la soluzione: creare addobbi artistici e riutilizzabili negli anni. Il primo esperimento, Il presepe di Emanuele Luzzati, venne esposto nei giardini davanti  Porta Nuova e fu un immediato successo, tale da essere riprodotto negli anni successivi con nuove opere e il coinvolgimento di altri artisti. Vennero invitati 12 maestri d’arte, Vasco Are, Francesco Casorati, Enrico De Paris, Richi Ferrero, Carmelo Giammello, Emanuele Luzzati, Luigi Mainolfi, Mario Molinari, Luigi Nervo, Giulio Paolini, Luigi Stoisa, Francesco Tabusso e due giovani emergenti, Domenico Luca Pannoli ed Enrica Borghi – selezionati attraverso un concorso nazionale d’idee. Le Luci d’Artista di Torino ebbero così tanto successo che anche altre città pensarono di emularne il modello. La prima a farlo fu quindi, Salerno, nel 2006 creando immediatamente stupore e curiosità tra tutti i cittadini. Essi infatti, poterono vedere nella propria città  vere e proprie opere artistiche. Nel corso degli anni abbiamo assistito anche ad alcuni gemellaggi tra le due città – la città della mole e quella della scuola media salernitana di Ippocrate infatti, hanno scambiato delle opere nei periodi dell’anno in cui queste sono esposte, contribuendo così a variare spesso le luci, mantenendo alta la curiosità della gente che le visitava. Le luminarie di Salerno sono create con materiali e tecniche più disparate, risultato del mix di influenze e scuole di cui sono portatori i vari artisti, il che rende l’esperienza dei visitatori accattivante per quanto riguarda il design e la comunicazione visiva. La manifestazione, non a caso, prende il nome di Luci d’Artista  che vuole sottolineare, infatti, il valore culturale dell’iniziativa. Quelle esposte, infatti, non sono delle semplici luminarie di natale, bensì vere e proprie produzioni artistiche, opere d’arte, che vanno ad arredare gli ambienti urbani della città. L’alto valore culturale dell’iniziativa è stato più volte sottolineato da vari esperti del settore. Nel 2011 la manifestazione salernitana vide la partecipazione dell’artista Nello Ferrigno (artista salernitano). Di particolare successo  è stato il tema del giardino incantato, che avvolse di luci variegate e sempre diverse il centro storico cittadino, rendendo la Villa comunale di Salerno un autentico giardino fiabesco con maghi, stregoni, tunnel luminosi e figure incantate. Il tema proposto per l’edizione 2018/2019 è stato invece quello “marino”. La villa comunale infatti, si è trasformata per quell’occasione in una sorta di “acquario” fitto di pesci ed altre creature marine, per dare vita a una suggestiva narrazione legata ai temi della città. Un’ ulteriore novità che ha […]

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Recensioni

Racconti greci, il nuovo romanzo di Alessandro Amadesi

Racconti greci, il nuovo libro di Alessandro Amadesi  | Recensione Racconti greci è il nuovo romanzo di Alessandro Amadesi, edito da Lit Edizioni. In un momento di crisi profonda, il protagonista decide di partire alla volta di un’ isola greca: Santorini. Durante tutto il viaggio si avvicenderanno riflessioni, scoperte e ricordi. Nella seconda parte, in particolare, ci saranno riflessioni sulla donna amata, in continua lotta per questo amore che sembra impossibile. Nelle successive parti del romanzo seguiranno riflessioni sull’intera umanità. Il libro è diviso in tre grosse parti sostanziali. I tre blocchi lasciano spazio ad ulteriori squarci di riflessioni personali, in tutto cinque. Le parti principali prendono il nome di Kalimera, Kalispera e Zakynthos. Passando attraverso i tre emisferi, si avverte una sorta di crescendo emozionale. Kalimera è dedicata interamente a Santorini, il luogo in cui il protagonista sembra essere più affezionato. Kalispera parla di Agia Marina e l’ultima parte lascia spazio alla meravigliosa Zante. Il protagonista, Ale, sembra quasi reincarnare le fattezze dell’ “eroe moderno“. Non è importante avere un aspetto fisico che rientri nei canoni comuni, tanto che dietro alla piccola statura del protagonista, agli occhiali da vista e alle disavventure personali, c’è una persona  capace di grandi cose. Il protagonista appare quindi come “l’uomo della porta accanto”, che nella sua normalità affascina ed incuriosisce. Ale è totalmente innamorato di una donna impossibile, di cui non appare mai il nome. I loro dialoghi sono emozionanti e veri. Alcuni estratti sembrano essere stati estrapolati da messaggi, altri appaiono solo come lettere d’amore mai spedite. Tra i due sembrano non mancare numerosi stralci di passionalità, elementi che rafforzano l’idea di avere a che fare con personaggi in carne ed ossa, che oltre all’amor cortese sono anche alla ricerca dell’amore carnale. La storia dei due non è fitta di dettagli ma, per la sua passione e attualità, tiene il lettore incollato alle pagine fino alla fine, nell’attesa che vi sia un lieto fine. Racconti greci: un viaggio insieme al protagonista Per tutto il romanzo si susseguono elementi geografici. Non mancano suggerimenti sui luoghi da visitare in Grecia, come la Caldera, l’isola Aiginas, il porto del Pireo, la collina di Bohali… Insieme al protagonista e grazie ai dettagli geografici, il lettore compie un viaggio fatto di sole, persone e racconti. Anche per quanto riguarda il cibo, il protagonista parla spesso di cose che ha mangiato con gusto, come nel caso del Pasticio. I personaggi di Racconti greci sono ben caratterizzati e non cadono mai nel cliché dell’ “uomo del posto”. I greci Skaramagas, Saliveros, Nikos e Peros, saranno, infatti, per Ale, oltre che ottimi ristoratori, precisi tassisti o semplici conoscenti, anche delle figure che lo avvicineranno alla cultura greca, fino a farlo sentire finalmente a casa. Il viaggio di Ale non è la tipica “vacanza italiana” ma appare quasi come un viaggio introspettivo, che ti spinge verso la cosiddetta “calma del posto”, quella stessa calma che in Grecia sembra regalarti il tempo necessario per far tutto. Tra flashback e piccole avventure, le […]

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Libri

Lise Ama Lolita: il romanzo d’esordio di Chiara Squarise

Lise ama Lolita è il romanzo d’esordio di Chiara Squarise edito da Intrecci Edizioni Lolita è una docente universitaria, insegna alla facoltà di Lettere Antiche ermeneutica artistica e mitologia. È una donna di quarantadue anni, sposata da venti con Nicola, un uomo straordinario, che ormai vede solo come un amico. Durante una sua lezione noterà una ragazza messicana di nome Lise. Questo incontro sarà cruciale, e cambierà il corso della sua vita in modo travolgente. Il romanzo di Chiara Squarise mette alla luce diverse tematiche, tutte diverse, ma che si avvicendano in un filo logico avvincente. Una delle questioni è senz’altro il tema della “gabbia familiare”, infatti Lolita è incastrata in un rapporto matrimoniale ormai spento. Ciò rende la sua vita una ripetizione di eventi e abitudini, che da un lato la rassicurano e dall’altro la rendono schiava di una monotonia senza via d’uscita. Il matrimonio appare quindi come una gabbia feroce per i sentimenti, che a lungo andare porta l’estinzione dell’amore stesso. In tutto il romanzo di Chiara Squarise ci sono diversi riferimenti alla mitologia, infatti Lolita, essendo insegnante della materia, accosta spesso alcune vicende della sua vita a mitologie antiche (Olimpo o Era la dea della gelosia). Le descrizioni dei personaggi sono funzionali e precise, in particolare le due protagoniste sono descritte in modo impeccabile sia per quanto riguarda l’estetica che l’aspetto interiore. Le descrizioni particolareggiate infatti, rimandano alla mente del lettore l’immagine precisa dell’una e dell’altra, fornendo un’esperienza di lettura quasi “interattiva”. Si dà molta importanza alle loro diversità: primo fra tutti è l’elemento età. Lolita infatti ha quarantadue anni, mentre Lise ne ha quattordici di meno. La professoressa universitaria è la tipica donna di mezz’età, con un corpo ormai non più scolpito a dovere, con un abbigliamento casual, e un’estetica non particolarmente curata. Al contrario Lise è nel fiore della sua giovinezza, ha un fisico scolpito, ma soprattutto uno degli elementi distintivi della giovane sono i suoi occhi verdi, a cui si farà riferimento più volte. Lolita più volte sarà presa da un senso di inadeguatezza, ma alla fine l’amore giustificherà ogni domanda, e le preoccupazioni inerenti ai fattori anagrafici ed estetici si dissolveranno. Essi sono temi molto caldi nella società odierna, dove la differenza di età nelle coppie, e la disomogeneità del bello oggettivo è ormai prassi cui è sottoposta ogni storia d’amore. Uno dei temi ricorrenti che si riprenderà in tutto il romanzo è senz’altro il sesso. Le numerose descrizioni sessuali, precise e dettagliate, immergono il lettore in un’atmosfera piuttosto rouge. Il romanzo non lascia intendere, ma arriva chiaro e diretto nelle sue esposizioni. In diverse pagine ci sono lunghe descrizioni di amplessi e giochi sessuali, ma la narrazione non risulta mai volgare o esagerata. A dare maggiore risalto ai temi rossi del romanzo è senz’altro la questione del sadomasochismo. Il romanzo permette al lettore di capire le meccaniche di questa pratica sessuale in modo esaustivo. Esso descrive le idee e i meccanismi alla base di tale pratica. Il romanzo tocca diversi tempi piuttosto […]

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Libri

Anne Et Anne, un libro di Frank Iodice | Recensione

Anne et Anne romanzo di Frank Iodice per l’ associazione culturale “Articoli Liberi” Anne et Anne è un appassionante storia d’amore in cui la mente geniale e fuori dagli schemi di Andrè Colbert si dimena tra due donne, con lo stesso nome, e finirà col trascinarlo prima in un intricato vortice di sensi di colpa, poi in manicomio e, infine,  in fine al centro di una vicenda mafiosa. Colbert ama due donne dalle qualità complementari, e proprio le loro diversità ad incastro sembrano mandare in confusione la scelta del pittore. Anne Colbert e Anne Deberly infatti ammaliano l’uomo per ragioni diverse. La prima è la donna amata da sempre, madre di suo figlio, chiamato teneramente ‘’il poeta’’, la seconda è una giovane studentessa d’arte, incontrata all’organizzazione dell’Expo Artistes Associès. Nonostante con la giovane studentessa non manchino momenti di forte passionalità carnale, dettata anche dal senso di trasgressione umana, anche con la sua ex moglie, non mancano incontri dove i due si lasciano andare a reminiscenze di un amore forse mai consumato del tutto. Molto forte e minuziosa è la descrizione del rapporto che Colbert ha con la sua arte. Infatti il pittore profondamente trascinato dal suo senso artistico, smette di vedere gli oggetti come oggetti fisici in uno spazio, ma vede oggetti e persone già dentro una cornice, ancora prima di raffigurarli su tela. La sua arte si esprime in un’ossessività repentina. Colbert vive in funzione di ombre, luci, chiaro scuri e sfumature, ed è alla ricerca più di ogni altra cosa di un modo per dipingere in modo esaustivo “un mare trasparente”. Un espediente letterario efficace è senz’altro lo scambio epistolare con il fratello, Henri Colbert. Da queste lettere si evince un rapporto forte e ben radicato, fatto però di punti di luce e squarci d’ombre. Infatti Henri non rivelerà mai del tutto a suo fratello i punti d’ ombra della sua vita, considerando Andrè, con le sue crisi repentine, incapace di accettare realtà assolute. Il loro però resta un rapporto vero e solido, basato sulla ricerca continua della felicità altrui. Tra gli argomenti trattati nel libro spicca il tema dei disturbi mentali, approfondito con delicatezza ed innovazione. Importante infatti è la figura del dottor Fontaine. Egli a differenza di diversi medici tratta il disturbo mentale in modo innovativo ed essenziale. In sostanza per lui, esiste una differenza specifica tra pazzia e follia. La prima è una situazione patologica, la seconda è una condizione sostanzialmente sana, in cui riversano i maggiori artisti, tra cui anche Colbert. Non mancano nel libro di Iodice infatti, riferimenti ad una psicologica riformata ed innovatrice, dove alla sostituzione di internamenti si avvicendano ‘’case di cura’’ più umane e dignitose (Maison Claire). Non mancano nemmeno riferimenti a soggetti di pari condizione, come nel caso di Van Gogh, genio rimasto incompreso per molto tempo. A colpire il modo in cui Iodice analizza le vicende di una società attraversata da interessi economici romanzo, da attività illecite svolte alla luce del sole grazie a travestimenti e ad un marketing furbo. […]

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