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L’impossibile ritorno di Amelié Nothomb | Recensione

L'impossibile ritorno - Amelié Nothomb

Ne L’impossibile ritorno (Voland, 2025) Amélie Nothomb racconta del suo ultimo viaggio in Giappone con la sua amica Pep Beni. 

Un racconto malinconico e nostalgico: il Giappone è la terra della sua infanzia, ma anche del disastro lavorativo che la stessa autrice racconta in Stupore e tremori (Voland, 2017).

Un viaggio ricco di ricordi che però sono vaghi, sconnessi, fatui.

«Quando cerco di riappropriarmi di Tokyo, la mia memoria si scontra con una colossale indeterminatezza spaziale», specificando che i suoi ricordi mancano di concretezza.

Amélie Nothomb: la scrittrice più prolifica della Francia

Nothomb nasce a Kobe, in Giappone, nel 1967. Figlia di un diplomatico belga, viaggia molto durante la sua infanzia, sentendosi ovunque una straniera

A 17 anni, quando si trasferisce a Bruxelles, inizia a scrivere con regolarità tutti i giorni, soprattutto durante l’alba. A oggi conta ben 33 libri tutti tradotti in Italia dalla casa editrice Voland, cui l’autrice è molto affezionata. 

Molte delle sue opere hanno forti componenti autobiografiche: il rapporto conflittuale con il cibo e l’anoressia raccontata in Biografia della fame (Voland, 2005), la relazione con un uomo giapponese e il confronto con le proprie origini in Né di Eva né di Adamo (Voland, 2008) o il rapporto con sua sorella Juliette ne Il libro delle sorelle (Voland, 2023). 

I suoi romanzi sono stati tradotti in più di 45 lingue e si è aggiudicata diversi prestigiosi premi letterari, tra cui il Premio Strega Europeo nel 2022 per il romanzo Primo Sangue (Voland, 2022) e conferito in ex aequo con Mikhail Shishkin con il suo romanzo Punto di fuga (21lettere, 2022).

Il Giappone de L’impossibile ritorno: terra ideale, patria mancata

Il paese del Sol Levante è per la scrittrice belga un punto debole: luogo della sua infanzia, ha dovuto lasciarlo alla tenera età di cinque anni vivendo questo trasferimento come un trauma. 

Così legata ai suoi ricordi felici, ci ritorna all’età di vent’anni circa come impiegata di una azienda di Tokyo: è qui che Amélie subisce un ulteriore shock. La città che aveva designato come sua patria, si rivela ostile alla sua natura e l’avventura lavorativa si trasforma ben presto in un disastro colossale. 

E quando, per accompagnare la sua amica fotografa Pep, ci ritorna dopo gli anni delle restrizioni dovute alla pandemia di Covid19, Amélie vive un mix di sensazioni a cui non riesce a dare una forma. 

«Ricordo le emozioni, le parole, gli odori. Tra ognuna di queste però c’è il vuoto. I miei ricordi sono troppo frammentati per costituire una geografia.» 

La scrittura di Amélie Nothomb 

Per l’autrice belga, la scrittura è un dovere da assumere ogni singolo giorno. E questo lo dimostrano i 33 libri pubblicati. Ma ci si potrebbe chiedere se, alla fine, abbia così tanto da raccontare. 

Sì e no. 

Bisogna dire che tutti i testi di Nothomb sono facilmente leggibili in quanto non sono solo brevi, ma presentano una scrittura lineare e semplice (dovuta anche all’ottimo lavoro di traduzione), così come lo sono le trame.

La particolarità sta sicuramente nel fatto che la scrittrice scava nel suo personale bagaglio di esperienze e sentimenti, riuscendo a trasportarlo su carta senza troppa confusione come, per l’appunto, ne L’impossibile ritorno

E se alcuni libri possono risultare monotoni e ripetitivi circa le tematiche trattate e il modo in cui vengono trattate, leggere Nothomb è comunque un’esperienza (positiva o negativa, dipende poi dal lettore). 

Fonte immagine in evidenza: Voland

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