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Eroica Fenice

Mario Pieri

Mario Pieri: Memorie dall’Ottocento

La conoscenza dell’opera di Mario Pieri (Corfù, 1776 – Firenze, 1852) si configura come un passaggio obbligato per chi voglia avvicinarsi allo studio del XIX secolo; in particolare, nelle sue Memorie (il cui progetto di pubblicazione è stato abbracciato dal Centro di Studi sul Classicismo di Prato) egli registra gli usi, i costumi e le tendenze culturali di un’epoca – così come tutte le epoche letterarie del II millennio – che spesso si dice di conoscere solo attraverso i suoi esponenti maggiori.

Nello studio della letteratura, infatti, per capire le dinamiche che regolano la vita intellettuale va sempre anche considerata la mole di opere di intellettuali “altri” rispetto a quelli tendenzialmente considerati, e che per avventura o per indirizzi di studio contemporanei ed assolutamente arbitrari vengono talora posti in secondo piano dalla letteratura critica specialistica, che pure, non a torto, si concentra su elementi e fenomeni più vistosi e di portata più ampia. Tali intellettuali risultano, diversamente, di rilevante importanza in quanto, rappresentando i punti di contatto fra esperienze culturali diversificate, finiscono per essere determinanti per la formazione e crescita delle grandi corone della letteratura e cruciali per lo studioso contemporaneo (si tenga presente, ad esempio, la grande schiera di intellettuali e cortigiani, oggi tendenzialmente sconosciuti, che orbitavano intorno la corte ferrarese ai tempi di Luigi e Alfonso II d’Este e che furono determinanti nella formazione poetica di Torquato Tasso).

È l’esempio questo, ritornando al caso in questione, di Mario Pieri, il quale rappresenta con le sue Memorie (che hanno visto la luce in un primo volume solo nel 2003), come si è detto, i tratti particolari di una cultura, quella italiana, in fieri, ovvero divisa tra quella settecentesca e quella ottocentesca.

Mario Pieri e le Memorie di un quasi italiano

Come emerge dal profilo letterario tracciato da Claudio Chiancone, per cui si deve la cura del secondo volume delle Memorie di Mario Pieri – Memorie II (dicembre 1811-settembre 1818), con una premessa di Roberto Cardini e trascrizione del testo a cura di Angelo Fabrizi e Roberta Masini, l’intellettuale corcirese rappresenta un vero e proprio caso di studio, per il valore storico che esse impetrano. Mario Pieri, uomo del suo tempo, infatti, «leggeva leggeva [e soprattutto] scriveva scriveva» (Memorie II, 7 aprile 1815), e proprio questa sua “grafomania” consente al lettore di immergersi profondamente nella vita quotidiana dell’epoca e quindi nella sua cultura.

L’autore, infatti, annotava fatti e pensieri quasi quotidianamente, ricordando, mediante un punto di vista e di riflessione interno, le dinamiche sociali, culturali e storiche del suo tempo; Mario Pieri “offre un diario originale non solo per gli eventi che racconta, ma anche per un taglio fortemente soggettivo e psicologico, che intacca dal profondo la sua narrazione rendendola più simile a una confessione, o ad un romanzo di formazione, che ad una cronaca” (p. 18).

Oltre la rete dei rapporti quotidiani di Pieri, è possibile riscontrare quello che era lo status di un letterato che provenendo da una formazione prettamente settecentesca, in cui i regimi parevano garantire una certa forma di garanzie a livello sociale, si ritrovava quasi spaesato di fronte, ad esempio, alle incertezze politiche degli anni cruciali della Restaurazione e delle guerre d’Indipendenza; non per questo non pare leggersi, nonostante l’indole inquieta e malinconica dell’autore, una certa tensione, un’aspirazione ad una stabilita politica e sociale che si traduce in un sogno comune, e che assume i caratteri di un’Arcadia, un edenico paradiso perduto da riconquistare senza però mancare di adattarsi all’incalzare della modernità.

Un discorso, quello storico, che si lega strettamente a quello letterario. In un epoca in cui letterati come Monti, vecchia banderuola al servizio del potere, secondo un aspro giudizio di Foscolo, oppure lo stesso Ugo Foscolo, che professava il vero spirito della letteratura, «vergine di servo encomio | e di codardo oltraggio», per dirla alla Manzoni, Mario Pieri si colloca e si realizza in un intellettuale che desidera allinearsi ad un ideale letterario che possa concretizzarsi in monumentum (memoria e monito), e che dunque, fondandosi sulla lezione degli antichi, apra le porte del sommo bene sociale (Memorie, 25 gennaio 1815). Eppure questo ideale incrollabile, nel cui tempio Pieri pare avvicinarsi con religiosa devozione, rimane nelle memorie come un qualcosa di incompiuto e irrealizzato, mentre il tempo scorre lasciando dietro sé soltanto incertezza e dubbio.

Le Memorie di Mario Pieri, partendo da una prospettiva cronachistica vanno via via modellandosi (cosciente l’autore) in un diario intimo in cui la puntuale registrazione del dato quotidiano diviene spunto per riflessoni che lasciano trasparire la genuinità nonché i limiti del suo ingegno letterario (p. 35), problematico, contrastato e contraddittorio, in quanto presente nel senso più profondo, in un’epoca quanto mai problematica, contrastata e contraddittoria.