Nefando, il nuovo romanzo di Monica Ojeda | Recensione

nefando recensione

Nefando è un romanzo scritto nel 2016 da Monica Ojeda ed edito in italiano da Polidoro Editore, con la traduzione di Massimiliano Bonatto. L’autrice è già stata consacrata dalla critica con Mandibula (2018), che si è classificato 12esimo nella lista dei migliori cinquanta libri del 2018 per El Paìs, famoso giornale spagnolo ed è stato selezionato tra i dieci finalisti del Mario Vargas Llosa Biennial Novel Prize dello stesso anno.

Nefando, trama

Con una prosa lirica e grottesca, quasi baudelairiana, Monica Ojeda racconta la storia di Nefando, un gioco che nasce in un appartamento della calda e appiccicosa Barcellona, dalla mente di tre fratelli ecuadoregni, i Teràn, con l’aiuto di uno dei loro coinquilini, il Cuco, ex studente di game design. Dopo essere stato eliminato dalla rete, mostruosi e incongruenti racconti del gioco iniziano a pullulare sui forum del deep web, facendo crescere l’hype riguardo l’esperienza di gaming.

Il Cuco e i suoi coinquilini Kiki, una borsista dell’università di Barcellona e scrittrice, e Ivan, student* di scrittura creativa che non riesce a riconoscere il suo corpo, vengono coinvolti in una serie di interviste, che ricostruiranno le dinamiche e i contenuti del gioco ormai scomparso insieme ai suoi creatori.

Nefando era un’opera che ridefiniva l’amore, non c’entrava con l’odio

Nel senso che era uno spazio di esplorazione personale. Lì potevi pensarti in modo diverso. I Teràn lo progettavano in modo che il percorso di chi ci giocava fosse una poesia.

Le poesie non sono gradevoli, perlomeno non quelle belle. La poesia che vale davvero la pena è quella che ti lascia cadere. È impossibile non uscire in frantumi da una cosa così.

Sarebbe sminuente sintetizzare la complessità di Nefando in un semplice romanzo, si tratta un’intersezione di storie, linguaggi e descrizioni di piattaforme. Questo esperimento narrativo ha humus fertile nella mutabilità e nell’ibridismo dei new media, che si contaminano creando risonanza gli uni negli altri. Monica Ojeda cuce brandelli di storie, ne lega insieme i lembi, in un Frankenstein mediale, che si dilata come un’entità pulsante su diversi mezzi di comunicazione, codici, e punti di vista in un linguaggio disseminato e invadente.

La scrittura è liquida e dilagante, i personaggi che abitano le pagine raccontano loro stessi, le storie che gorgogliano nella loro mente sottoforma di romanzo, la propria identità di genere e soprattutto ricostruiscono, attraverso le interviste, commenti sui forum, linguaggio di programmazione la propria esperienza unica e irripetibile con Nefando, un gioco lento e senza interazione, diffuso dai fratelli Teran sul deep web.

Monica Ojeda sovverte la funzione intrinseca del videogame, in cui il giocatore manipola il mondo proiettato sullo schermo, lo rende suo, ne è padrone. Secondo il pensiero del sociologo Marshal Mcluhanil medium è il messaggio” e influenza chi ne fruisce attraverso la modalità con cui viene trasmesso; Nefando è verità nuda e cruda in forma di pixel, il giocatore non può condizionare lo storytelling dei suoi creatori, può solo subirlo in quanto spettatore.

In questo modo, l’autrice narra la virtualità del dolore, qualcosa al quale si può accedere solamente in potenza come una fruizione artistica di una testimonianza, il cui lessico è proprio solo di chi lo descrive.

«La mia intenzione era affermare che il dolore è sì intrasferibile e incomunicabile, ma l’esperienza del dolore no: esiste un lessico per descriverlo e quel lessico influisce sul modo in cui viviamo e accettiamo il dolore».

I Teràn usano il medium videogioco, una dimensione dalla connotazione infantile, legata all’età in cui hanno vissuto i propri traumi, ne diventano parte attiva indentificandosi nelle immagini dei video e nei personaggi del proprio gioco, al punto tale che Emilio, uno dei fratelli, risponderà all’appello di Teddy.avi, nome del file che riproduce la violenza da lui subita.

E sarà proprio il racconto libero e privo di filtri dell’abuso in sé a emancipare Emilio e le sue sorelle dallo status di vittima, impugnando i video che li ritraggono non come denuncia di ciò che gli è accaduto, ma come parte del loro vissuto, terribile, reale, alla quale si può essere solo spettatori.

Monica Ojeda non risparmia i dettagli e carica le pagine di puro orrore, rinunciando alla sua prosa lirica ed elencando con freddezza chirurgica le modalità degli abusi.

Nefando è un romanzo destinato a chi è consapevole di poter scontrarsi con la crudeltà e la ripugnanza della natura umana, un racconto che riflette il bagaglio culturale dell’autrice, con molteplici chiavi di lettura che si sbloccano  come livelli di un videogioco.

Immagine a cura di Alessandro Polidoro Editore

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A proposito di Dana Cappiello

Classe 1991, laureata in Lingue e specializzata in Comunicazione. Ho sempre sentito l’esigenza di esprimermi, impiastricciando colori sui fogli. Quando però i pensieri hanno superato le mie maldestre capacità artistiche, ho iniziato a consumare decine di agende. Parlo molto e nel frattempo guardo serie tv e leggo libri.

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