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Eroica Fenice

Godano: Nuotando nell'aria, nell'officina dei Marlene Kuntz

Nuotando nell’aria, nell’officina di Cristiano Godano e dei Marlene Kuntz

Nuotando nell’aria, scritto dal frontman dei Marlene Kuntz Cristiano Godano ed edito dalla casa editrice “La Nave di Teseo”.

Leggere “Nuotando nell’aria”, scritto dal frontman e fondatore dei Marlene Kuntz Cristiano Godano ed edito dalla casa editrice “La Nave di Teseo“, equivale a sporcarsi i polpastrelli di vita, polvere e provincia, e uscirne con lo scheletro incrinato e l’animo che riecheggia di poesia di fumo.
La provincia piemontese di Cuneo, evocata con sapienza da incantatore di serpenti da un Godano dalla prosa scorrevole e seducente, ha il sapore dei denti digrignati e del sacrificio, quello contadino e laborioso che si conficca nella spina dorsale dei ragazzi dei Marlene chiamati a farsi le cosiddette ossa.
Una provincia che sapeva di stanze da letto, new wave, Sonic Youth e adolescenza dalle unghie rotte e dagli spasmi di stomaco.
Toccare con mano le pagine di questo libro vuol dire sbirciare la genesi e la fenomenologia dei Marlene Kuntz e penetrare, in punta di piedi, il retrobottega di Godano e del suo slancio lirico e creativo.

Dietro 35 canzoni dei Marlene Kuntz: Nuotando nell’aria, a metà strada tra memoriale e story-telling. Il tutto avvolto dalla prosa semplice ma camaleontica di Cristiano Godano

Nel panorama dei gruppi rock italiani, prima che una certa ondata di indie odierno cominciasse a spopolare e imporsi all’attenzione delle masse col suo strascico di dogmi e tòpoi stancamente decodificati, vi erano certezze granitiche. Che sono ancora certezze, nonostante lo scorrere incessante del tempo.
Nello scenario del rock italiano, giganteggiavano i Marlene Kuntz, gli Afterhours di Manuel Agnelli, i CCCP di Giovanni Lindo Ferretti, i CSI e i post CSI di Massimo Zamboni, Gianni Maroccolo, Angela Baraldi e Giorgio Canali, i Diaframma e altri nomi che si stagliano con l’auctoritas delle pietre miliari.
I Marlene Kuntz sono sempre stati quella costola un po’ noisy rock e un po’ cantautorale del rock italiano, quella spaccatura carnale e sensuale che ha sempre venato il panorama roccioso dell’autoreferenzialità della scena musicale, quella riga di caos strisciante e disciplina che ha increspato le acque. Cristiano Godano ci invita, con fare suadente, sornione ed elegante, a imbrattarci con tutta la materia malleabile e vischiosa che costituisce il mondo dei Marlene e lo fa mettendosi a nudo in una penombra letteraria che ci investe coi suoi fasci di luce e i suoi sprazzi di ombra.
Il libro è suddiviso nel modo seguente: “Catartica“, “Il Vile” e “Ho ucciso Paranoia“, e ogni paragrafo reca il nome delle tracce di ogni album, in uno story-telling che racconta le canzoni dei Marlene sviscerandone la forma, le origini, la fenomenologia e gli eventi che le hanno fatte nascere.
A metà strada tra confessione quasi psicanalitica, scrittura automatica stile beat-generation e flusso di coscienza, Nuotando nell’aria impregna le narici del lettore con l’odore di amori sublimati, donne idealizzate, orgasmi spezzati, amicizie eterne e tour in giro per l’Italia.
Il libro è un caleidoscopio intessuto dalla mano sapiente di Godano, che ne modula i colori e le tonalità, fornendoci la sua versione dei Marlene: dalla scelta del nome (in onore di Marlene Dietrich), che doveva pronunciarsi “Marlene counts” all’inglese e che venne sigillato in “kuntz” da Giovanni Lindo Ferretti, alla polvere e al sudore della provincia di Cuneo, passando per il rock nudo e crudo, quello dei Sonic Youth, Nick Cave, Nico & Velvet Underground, sparato nelle stanze da letto di chi sogna di vivere di musica.
Godano è un cultore della musica, trattata come una divinità a cui sacrificare tutto in nome di un edonismo istintivo, primigenio quasi decadente, e le suggestioni letterarie che permeano il libro (e il suo bagaglio culturale) ne sono la prova.
Pennellate di letteratura costellano l’opera, ponendosi come carte nautiche in grado di fornire le coordinate giuste al lettore: prepotente è l’aroma di Nabokov con la sua Lolita.

Lolita, luce della mia vita, fuoco dei miei lombi: un dettato di abbacinante bellezza e plasticità viva e struggente, che colpì Godano nella sala d’aspetto di un ospedale. Il libro di Nabokov (che sembra incarnare in maniera serpentina il “Noi cerchiamo la bellezza ovunque” di una certa canzone dei Marlene) diviene il libro ufficiale del periodo delle registrazioni di “Catartica“. D’altronde, risulterebbe difficile pensare a un altro libro.
Ebbene, “Catartica“. Il disco che i Marlene rischiarono di non fare, afferma Godano.
Ma senz’altro il loro disco più conosciuto, godibile, iconico e carnale, come una persona in carne e d’ossa con cui fare l’amore dolcemente o con cui fare sesso forte e sporco.
La sessualità è sempre sottesa, strisciante e sublimata nelle canzoni dei Marlene e la donna non è mai integra e tangibile, ma è sempre un’entità ectoplasmatica e sfuggente, idealizzata e resa immortale dal potere della poesia.
Il lettore viene catturato dalla fenomenologia delle canzoni di “Catartica“, dalle spiegazioni di Godano che racconta la genesi dei testi e che condisce il tutto con aneddoti ed avvenimenti che ce lo rendono più vicino e umano, quasi consanguineo.
Gli occhi del lettore smettono di fissarsi sulla carta e vengono immediatamente proiettati a Bra, nella festa in cui svetta la figura della “graziosa” e che dà il nome al brano “Festa Mesta“, nella stanza della casa di Godano e nell’intimità dei suoi spazi.
Lieve“, canzone coverizzata dai CSI, chiama in causa i concetti della levità e della leggerezza platonica e calviniana e le pagine ad essa dedicate si configurano come una vera e propria boccata d’aria fresca che svecchia l’animo e ossigena il cervello. Si tratta di pagine da leggere ascoltando la traccia (un po’ come tutti), per lasciarsi letteralmente penetrare da quella dimensione eterea che Godano riesce a rendere, facendosi quasi invisibile e molle.
Cosa dire poi di “Trasudamerica“? Ci si sente travolti dall’impeto e dall’istinto ancestrale del Dio Amore, della Summer of Love di San Francisco del 1967, dallo spirito di gruppi che strizzano l’occhio in filigrana al brano (Grateful Dead, Jefferson Airplane, Mamas and Papas, Crosby, Stills, Nash and Young). “Le docce di petali” e “la foto d’epoca di quattro suonatori con il sombrero” raccontano il viaggio immaginario e nostalgico di un gruppo di amici e amanti che camminano coi piedi scalzi e che rievocano un’epoca fiabesca e cristallizzata nella memoria, che non tornerà mai più. “Un nostalgico rincoglionimento“, come chiosa Godano nel libro.
Trasudamerica” è una ballata, un po’ bohèmien e un po’ pungente di solitudine, probabilmente in stile Neil Young, che poi degrada verso le schitarrate selvagge di quel “Do you remember?” finale, che chiude il tutto ciclicamente.
E cosa dire di “Sonica“, canzone dei Marlene praticamente richiesta a ogni concerto? Le canzoni reclamate a gran voce diventano un po’ la croce e la delizia dei gruppi, un po’ dei figli da partorire, amare e uccidere. Anche qui Godano sfodera un evento curioso in merito.
Nuotando nell’aria” è, invece, la canzone che dà il titolo al libro.
“Pelle, è la tua proprio quella che mi manca, e in certi momenti e in questo momento è la tua pelle ciò che sento, nuotando nell’aria!.
L’incipit della canzone ha molto del rap, afferma Godano, ma sarebbe riduttivo incapsulare “Nuotando nell’aria” in un genere, perché questa canzone è un rimescolarsi di umori, è un afflato universale in cui si miscelano tutte le mancanze, tutte le singole assenze e tutti gli strazi di viscere di chi abbia provato almeno per una volta sulla propria pelle il significato di un verso come “nel letto, aspetto ogni giorno un pezzo di te”. 
E ci introduce nell’officina privata di questo pezzo cult, di questa canzone iconica e sacra, allo scopo di desacralizzarla e renderla ancor più vicina al perimetro della nostra intimità personale: siamo in una camera da letto, con una carta da parati plastificata e un calco ovale in gesso raffigurante il volto di Gesù Cristo. In questo ambiente minimale, Godano partorì il grammo di gioia del sorriso di una donna che forse non meritava tante attenzioni.
L’innamoramento è sempre un’esperienza fatale: quando ci si innamora, l’altro diviene un’ossessione, diceva qualcuno. E forse la donna di “Nuotando nell’aria” è esistita solo come vezzo personale, come ossessione verso una lei che non partecipava e non ricambiava l’estasi amorosa e artistica in questione.
Dopo “Catartica” e la genealogia delle altre sue canzoni (sarebbe impossibile sviscerarle una per una), il libro continua con “Il Vile” e “Ho ucciso Paranoia“, in un viaggio che accarezza e tramortisce letteralmente il lettore; un viaggio folle, rallentato e accelerato, che sfiora tutta la carriera di un gruppo che continua a far tremare l’anima del panorama musicale italiano.
Dopo aver letto “Nuotando nell’aria” ci si sente scissi.
Scissi tra cielo e terra, tra palpabile e impalpabile, tra presenza e rarefazione, tra sesso e castità, in un gioco di contrasti che ci ricordano le nostre brutture, le nostre perversioni e anche la poesia bruciante che abbiamo dentro e che la musica dei Marlene celebra come in una catarsi pagana.

Perché sì, lo dicono proprio i Marlene: “noi sereni e semplici o cupi ed acidi, noi puri e candidi o un po’ colpevoli per voglie che ardono, noi cerchiamo la bellezza ovunque”.

E giunti alla fine del libro, si fissa l’abisso di quella bellezza sporca, umana e sfiorita, che riusciamo ad afferrare tra un urlo selvaggio e un riff sghembo di chitarra.
Sì, quell’abisso siamo proprio noi, che cerchiamo la bellezza. Ovunque.

 

 

Fonte immagine in evidenza: copertina libro in https://www.ibs.it/nuotando-nell-aria-dietro-35-libro-cristiano-godano/e/9788893950336?lgw_code=1122-B9788893950336&gclid=EAIaIQobChMIrKGtjN_15AIVjLHtCh0BEQKEEAQYASABEgKePPD_BwE

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