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Eroica Fenice

Valle rosso sangue di Angelo Vaccariello. La recensione

Valle Rosso Sangue è il nuovo libro di Angelo Vaccariello, giornalista professionista esperto di economia e marketing.

Il libro è edito da Graus ed è disponibile in versione cartacea, pdf ed epub. Nelle sue 104 pagine, Valle Rosso Sangue ricostruisce uno scabroso fatto di sangue accaduto nel 1958. Un episodio di una violenza inaudita, che ha il sapore di un noir costruito ad arte, e invece è null’altro che la cronaca puntuale di un vero triplice omicidio.

Breve sinossi di Valle Rosso Sangue

Siamo a Tufara Valle, un paesino del beneventano, prevalentemente agricolo, dove la vita scorre tranquilla. Anno 1958, l’anno in cui il presidente Eisenhower guida gli Stati Uniti d’America con pugno di ferro; in Russia, Nikita Kruscev fronteggia i conservatori interni e i nostalgici di Stalin; in Italia, invece, vengono definitivamente mandate in pensione le “case chiuse” e Domenico Modugno, a febbraio, vince il festival di Sanremo con un motivetto che nessuno dimenticherà più: “Nel blu dipinto di blu”.

Nello stesso anno, a Tufara, spariscono nel nulla Filomena Cavuoto, suo figlio Francesco Izzo e sua nuora Iolanda. Per trentaquattro giorni nessuno ne ha più notizie, nemmeno il marito di Filomena, Agostino Izzo. Agostino, un contadino come ce ne sono molti nella zona, nasconde un passato oscuro, fatto di ricordi mostruosi che non lo lasciano dormire: nel ’44, deportato nel campo nazista di Bergen Belsen, si guadagnò il diritto di vivere lavorando per i nazisti. Addetto allo smaltimento dei cadaveri dei suoi compagni di sventura, morti tra gli stenti di una segregazione forzata e ingiusta, Izzo svolgeva il suo compito con meticolosità e, forse, un pizzico di sadismo, tanto da meritarsi il soprannome di “macellaio”. L’esperienza vissuta nel campo ha sicuramente segnato la psiche di Agostino che, tornato tra le mura domestiche, non riesce più a trovare il suo posto in casa, né in paese. La sua nuova identità di macellaio lo perseguita, così come lo perseguitano i fantasmi del suo passato. La sua fama lo precede e, quando Filomena Cavuoto scompare insieme a suo figlio e sua nuora, le circostanze instillano nella mente del maresciallo Giuseppe D’Amara, alla guida della Caserma di Montesarchio, moltissimi dubbi.

Valle Rosso Sangue: un dramma di ieri e di oggi

Valle Rosso Sangue è un libro che cattura fin dalle prime pagine. La narrazione procede lineare, seguendo passo per passo le indagini svolte dal maresciallo D’Amara, ricostruite da Vaccariello sulla base dei documenti giudiziari e degli articoli giornalistici coevi.

La prima impressione è, quindi, quella di una sostanziale imparzialità, tipica del cronista che ricostruisce i fatti. Eppure, ci si accorge subito che dietro questa apparenza pulsa un cuore da vero scrittore, che ama i suoi personaggi e li caratterizza, scavando a fondo nel loro Io. 

I personaggi di Valle Rosso Sangue, tutti, sono studiati nei minimi dettagli. Sono rivestiti di una sorta di umanità tragica, allo stesso tempo carnefici e vittime nella giostra della vita. Come Agostino Izzo, che a Bergen Belsen ha dovuto imparare l’arte della sopravvivenza speculando sulla morte altrui. Agostino si è macchiato persino del sangue dei propri cari, senza provare vergogna per il suo gesto estremo. È un carnefice, certo. Ma è anche una vittima. Vittima del destino avverso, che gli ha negato la possibilità di una vita diversa e, forse, migliore. Vittima dell’indifferenza dei concittadini, che in lui vedono solo la bestia che ha aiutato i nazisti e non un uomo che ha cercato in tutti i modi possibili di salvare sé stesso in un mondo tirannico, e non ci è riuscito.
Persino Filomena e Francesco, agnelli sacrificali designati nella lucida follia di Agostino, possono diventare a loro volta dei carnefici, se si guarda ai fatti attraverso l’occhio del pater familias di Tufara.

L’attenzione di Vaccariello non si ferma tuttavia ai protagonisti della vicenda: anche i personaggi minori, come il figlioletto di sette anni di Agostino e Filomena, hanno una grande profondità psicologica, che si evince chiaramente da gesti e parole. E poi ci sono loro, gli abitanti di Tufara, personaggio collettivo senza volto ma con molte voci,  ognuna delle quali contribuisce al tratteggio della storia agghiacciante del romanzo. La penna agile di Vaccariello ci porta direttamente lì, in quella Valle che, nel ’58, divenne Rosso Sangue e ci fa vivere la vicenda dall’interno, ci mette di fronte alla realtà cruda, fatta di vittime che sono, in qualche misura, anche carnefici e carnefici che sono stati vittime.

È una storia di violenza vera, quella di cui parla Vaccariello, di quelle che sentiamo raccontare nei TG un giorno si e l’altro pure. Una storia di quelle che ti fanno chiedere “Perché?” senza saper rispondere. Alla fine di questa lettura, anche io mi sono chiesta “Perché?”, senza trovare risposta.