AmAI? Il nuovo singolo di Davide Riccio. Intervista

AmAI? Il nuovo singolo di Davide Riccio. Intervista

Davide Riccio, Torinese, classe 1966, la sua carriera non è solo quella di un musicista, ma di un vero “umanista contemporaneo” che spazia tra musica, letteratura, giornalismo e arti visive.
Suona e compone musica, ha pubblicato lavori come ospite, a nome proprio o con l’aka DeaR (Davide > DeaR < Riccio) o in diversi gruppi e progetti. Suoi ultimi lavori sono il doppio cd “New Roaring Twenties/Human Decision Required” (New Model Label, 2021) e “Out of Africa” (Music Force, 2021), “Mon Turin” (Music Force, 2022), “DeaR me!” (2023). L’ultima uscita è amAI?.

Davide Riccio (conosciuto anche come DeaR) è un artista straordinario, capace di creare atmosfere che mescolano art-pop, elettronica e una profondità quasi letteraria.

I livelli di lettura del titolo amAI?

Espressione / Concetto Significato nell’opera
Am I Artificial Intelligence? Riflessione sulla sovrapposizione tra creatività umana e algoritmi.
Am I Authorial Intelligence? Rivendicazione dell’intelligenza autoriale, umana e senziente.
Amai (verbo) Passato remoto di “amare”: sentimenti e memoria come distinzione dalle macchine.
Ake Moke Reke Linguaggio ancestrale, codice di protezione dell’emozione dalla catalogazione algoritmica.

Il significato di amAI?: intervista a Davide Riccio

Il titolo amAI? suggerisce un dubbio esistenziale. È una domanda che rivolgi a te stesso all’ascoltatore, o è l’intelligenza artificiale che si interroga sulla propria capacità di provare sentimenti?

Il titolo amAI? è un gioco di parole che racchiude tematiche di confine tra l’umano e il tecnologico e ha diverse chiavi di lettura. “Am I Artificial Intelligence?” è una riflessione sulla crescente sovrapposizione tra creatività umana e algoritmi, chiedendo quanto di “artificiale” ci sia ormai nel processo artistico. Oppure “Am I Authorial Intelligence?”, contrapponendo così l’intelligenza dell’autore (quella “vera”, umana e senziente) alla AI, rivendicando il ruolo centrale della sensibilità e dell’esperienza vissuta. “Amai” è poi in italiano il passato remoto di “amare”, il che richiama la sfera dei sentimenti e della memoria, suggerendo che l’amore e le emozioni passate sono ciò che ci distingue dalle macchine. Ma c’è anche un sottotitolo altrettanto importante, se non di più. “Ake Moke Reke”, è un’espressione quasi-linguistica che, nel contesto rappresenta un richiamo alla lingua ancestrale o infantile e funge da contrappeso al concetto di Intelligenza Artificiale. Mentre “amAI?” solleva il dubbio sulla natura artificiale della creatività moderna, “Ake Moke Reke” riporta l’attenzione su suoni primitivi, istintivi e privi di un significato logico codificato o codificabile dagli algoritmi. Rappresenta una sorta di “alfabeto dell’anima” o un mormorio che evoca una dimensione pre-tecnologica, sottolineando l’importanza del non-senso creativo puramente umano. Ma “Ake Moke Reke” è anche “Amore” nel ludico alfabeto serpentino, come l’anima di “Asa Nisi Masa” di Fellini, e suona polinesiano, come un mito del paradiso perduto di Gauguin. Non è un semplice mascheramento, ma un fatto di protezione: come i bambini inventano lingue speciali per non farsi capire dagli adulti, “Ake Moke Reke” è un codice per proteggere l’emozione dell’amore dalla catalogazione algoritmica e la scomposizione della parola in sillabe ritmiche la priva del suo peso logico, trasformandola in un mantra. Come dicevo, l’invocazione sonora rimanda anche a Gauguin e al mito del “buon selvaggio” e del “Paradiso Perduto”, un luogo non solo fisico ma anche mentale non ancora colonizzato dalla fibra ottica o dal silicio. In una lingua “quasi-polinesiana”, il suono prevale sul significato. Se la AI è puro significato senza corpo, “Ake Moke Reke” è puro corpo (voce) senza necessità di spiegazione. “amAI?” è digitale/artificiale, codice binario/logica, dubbio/alienazione, futuro tecnologico; “Ake Moke Reke” è ancestrale/organico, onomatopea/istinto, autenticità/gioco, infanzia dell’umanità.

“Giduglia” o “Merdre!”, come chiamo la nona traccia senza titolo in lettere, è invece un’invettiva, un collage di patafisica, distopia digitale e nichilismo biologico.

Vi ho evocato lo spirito di Alfred Jarry e il suo Ubu Re per dipingere un’umanità che, dal Purgatorius del Paleocene, è approdata a un Purgatorio digitale fatto di algoritmi e “vaselina subliminale”. Ho citato tra l’altro Maria Clara Eimmart, l’astronoma del XVII secolo, nota per le sue illustrazioni delle fasi lunari e delle comete nel Cometarum Varia, che morì di parto, incarnando la crudeltà della natura e l’orrore biologico che ho descritto in tutto il lungo testo recitato.

La menzione dell’Ophiocordyceps (il fungo parassita che trasforma le formiche in zombie fino a farne esplodere i crani) e del crostaceo mangialingua (Cymothoa exigua) serve a smantellare l’idillio creazionista: se Dio ha creato tutto, ha creato anche l’orrore puro. Parlo di Feudalesimo Digitale anche attraverso il richiamo all’Arcologia (la fusione per me illusoria di architettura ed ecologia di Paolo Soleri) e ai “neo-feudatari del cyberspazio”, che riflette le critiche moderne alla Selfielosophy e alla sempre più influente sorveglianza globale, continua e totale.

Altro riferimento importante è quello ai sepolcri di Kessala, i complessi megalitici dei Begia in Sudan, studiati per i loro allineamenti astronomici, che contrappongo alla “ganascia divorante” della terra. Il testo oscilla tra la scienza dura e il grottesco teatrale. È una critica potente e feroce all’illusione di libertà in un mondo dove siamo diventati “plancton” per i grandi database (alludendo però anche al plancton del Soylent Green e al “Carosello” (Carousel) de “La Fuga di Logan” per la natura effettiva e maligna del “rinnovamento” tanto osannato quanto radicato in tutta la società attuale verso un futuro tutt’altro che ideale e benigno. Per altro “Giduglia” è l’unico brano non realizzato con l’ausilio della AI. L’idea da parte mia era quella di recuperare e aggiungere un nostro vecchio brano inedito del 2009 come traccia fantasma, sui cosmonauti sovietici perduti nello spazio, ma staccava troppo, così che ne abbiamo fatto uno nuovo più in sintonia col progetto.

Tre aggettivi per descrivere l’album amAI?

Se dovessi descrivere “amAI?” con tre aggettivi che non riguardino la musica, quali sceglieresti?

Lascio che i tre aggettivi li scelga la stessa AI, per ora basandosi sulle informazioni disponibili al momento sul disco:

  • Visionario: Per la capacità di spingersi oltre il presente, analizzando le implicazioni etiche e sentimentali di una convivenza sempre più stretta tra l’uomo e l’algoritmo.
  • Riflessivo: Il progetto non si limita alla cronaca tecnologica, ma invita a un’introspezione profonda sul significato di “sentimento” nell’era digitale.
  • Antropocentrico: Nonostante il titolo richiami l’AI, il focus resta sull’essere umano, sulle sue fragilità e sulla ricerca di identità in un mondo automatizzato.

Il processo creativo tra melodia e arrangiamento

Quando hai scritto la melodia di amAI? quanto ha influito l’arrangiamento di Maas?

Maoro Sanna ha composto le musiche, realizzando le basi strumentali senza linea melodica. Io ho scritto i testi e le melodie cantandole, risistemando alcune parti. Più che la “Sindrome della Pagina Bianca” vorrei però dire che sono altri due i miei brani preferiti, nei quali ho profondamente parlato di me. Uno è “Anima nuda”, un viaggio visionario che oscilla tra il neoplatonismo e la psicologia del profondo. La mia “Anima nuda” che attraversa il confine tra la vita e l’oltre, descrive un’esperienza di premorte che ebbi da bambino, quando fui salvato dall’annegamento, trasformando il mio ritorno in una sorta di condanna alla consapevolezza.

Vi fu un regresso ad uterum, una fusione tra l’amnio materno e il fiume Lete come un desiderio di oblio e pace assoluta, che provai allora annegando, fino a sapermi dentro un tunnel verso il bianco varco della luce di un “Amore illimitato” come un’ascesa all’Empireo (quello di Bosch, per esempio). Il “nero amnio” non è solo metafora, ma il ricordo sensoriale dell’acqua che mi stava togliendo il respiro. Salvato in extremis, il mio ritorno di Lazzaro è stato quello di un’anima che resta segnata da quell’amore assoluto, rendendo il mondo materiale un “adulto nulla calcareo”.
Vi è non meno importante la figura della Fylgja della mitologia norrena, l’entità soprannaturale che accompagna il destino di un individuo.

La mia “Julia” bionda, spirito di una bambina che sapevo essere annegata in una qualche vita, la quale presi a immaginare dopo quell’evento, incarnava questo spirito guida, trasformando il quotidiano in uno spazio mitico e misterioso. In antico islandese, la parola Fylgja significa per altro sia “seguace” che “placenta”. Lei fu l’entità che “nasceva” con me in quell’istante di confine da cui venni strappato, riaccompagnandomi nel ritorno alla vita. Dopo qualche tempo non vi pensai più.

E mi è molto cara anche “Weltschmerz” per la topografia del dolore e la Teodicea e il Male che vi ho descritto in un mosaico denso di quella “malattia dello spirito” che ha attraversato i secoli, dal Romanticismo tedesco fino alla metafisica orientale. Ho tracciato un ponte tra la Sehnsucht (il desiderio che desidera se stesso) e il Samsara (il ciclo del dolore), unendo il pessimismo cosmico di Schopenhauer alla ribellione luciferina di Milton, ma anche la mia.

Citando la “funzione del male col permesso di Dio”, tocco il cuore del paradosso che non ha soluzione: se Dio è onnipotente e buono, perché esiste il Weltschmerz, il dolore del mondo? E, infine, non posso che convenire con Milton che è meglio regnare all’inferno che servire in un mondo-giocattolo, una consapevolezza questa che trasforma il dolore in una forma di sacrificio o di resistenza aristocratica contro un mondo vacuo e falso. È il punto di resa alla natura crudele del divenire, dove nulla si ottiene e tutto muore, anche lo sforzo titanico faustiano dello “Streben” (Fichte).

La collaborazione con Maoro Sanna e Leonardo Di Lella

Ti è mai capitato, durante la produzione di un brano, che MaaS proponesse una soluzione armonica o ritmica che inizialmente hai rifiutato?

No. Lui mi ha fornito una dozzina di composizioni strumentali realizzate con l’ausilio della AI. Io ho solo scelto quelle che ho ritenuto le migliori per me. Il disco è stato realizzato velocemente in due mesi ed era già pronto a marzo del ’25. Ho voluto attendere per pubblicarlo, vista la recente uscita del triplo antologico “Gli Altri” a dicembre del ’24. Non ci sono mai più tornato sopra. Io adotto ormai la “filosofia del buona la prima”, un approccio esistenziale, estetico e metodologico che valorizza l’autenticità, l’immediatezza e l’unicità del primo tentativo rispetto alla perfezione tecnica raggiungibile solo attraverso la ripetizione, il noiosissimo “rifare” a detrimento di altro da fare e conoscere in una vita già troppo breve.

La prima creazione è spesso più densa di “atmosfera” e verità emotiva rispetto a un’opera troppo costruita e troppo rifinita. Privilegia, inoltre, l’imperfezione genuina di un istante unico rispetto alla perfezione, sempre che una “perfezione” esista, a cui preferisco il “perfettibile”. È l’accettazione che l’errore o l’esitazione fanno parte della natura umana e ne costituiscono il fascino. Cerco quindi di concentrarmi sempre sul momento presente con intensità e consapevolezza, senza la garanzia (o la necessità) di una seconda possibilità.

Oltre a Maoro Sanna devo dire anche di Leonardo Di Lella, collaboratore non meno importante: è l’artista che ha create molte delle mie ultime copertine, sia dei miei dischi, sia dei miei libri. Anche se attraverso l’arte, la sua opera è come fosse una ulteriore traccia del disco. Non ho voluto suggerirgli nulla e gli ho semplicemente chiesto di fare qualcosa che rappresentasse la propria arte, slegandola del tutto dai contenuti del disco, firmandola in copertina (DAM è come si firma da artista e non come grafico).

Quindi, ogni copertina di amAI? è da considerare come una copia firmata di un multiplo. Volevo, insomma, da collezionista quale sono, una sua opera d’arte del tutto pura, lontana dal vincolo committente-artista che ne condizioni la piena autonomia creativa. E, ciò nonostante o proprio per questo, il risultato si è perfettamente integrato e ha arricchito di senso tutto il progetto. L’immagine, che richiama l’astrattismo informale gestuale e riflette l’approccio astratto e materico della musica con pennellate nere decise su uno sfondo bianco minimalista, presenta una composizione caratterizzata da un forte contrasto bicromatico in bianco e nero e riflette visivamente il movimento fluido dei segni neri, (istinto, spirito, umanità) e la staticità dei blocchi geometrici di sfondo (algoritmo, macchina), creando un’immagine che imbriglia di luce e oscurità le condizioni dell’animo umano.

Una immagine che rievoca anche le dense e dinamiche pennellate nere di Emilio Vedova, anche se più armoniose, meno violente, più vicine all’espressione visiva del Sumi-e in cui il pennello “danza” sulla carta di riso, rendendo tangibile il momento presente attraverso un equilibrio tra il controllo e l’abbandono.

L’approccio tra analogico e futuro digitale

Hai vissuto diverse epoche della musica. C’è qualcosa del modo “analogico” di fare dischi che ti manca terribilmente, o consideri amAI? il naturale approdo di tutta la tua ricerca?

Passato, presente e futuro devono per me coincidere, non per eternoismo o presentismo o altre teorie, ma amo piuttosto il concetto di “Ritorno al futuro” espresso da Giorgio De Chirico, che suggeriva un orizzonte artistico e filosofico in cui i due estremi del passato e del futuro si fondono olisticamente, eliminando la linearità temporale. Continuare a conoscere il passato e attingervi è per me fondamentale e, quindi, non passerò mai completamente al nuovo senza conservare anche le cose del passato. Per me tutto si somma. Rispetto al passato abbiamo più possibilità, e possiamo scegliere tanto l’analogico quanto il digitale, almeno per ora o finché ci è concesso. E io uso entrambe le modalità.

Piuttosto, “amAI?” è il frutto di una rinnovata collaborazione con Maoro Sanna aka MaaS dopo vent’anni dalle prime avute nel mio album “Wrong or right of forty”. Non ci sentivamo da quindici anni. Mi ha ricontattato dopo tanto tempo e mi ha proposto l’ascolto del suo lavoro e delle sue ricerche con la AI. Un approdo quindi non della mia ricerca, ma semplicemente una opportunità che è capitata. E io, le opportunità, cerco sempre di considerarle ed eventualmente coglierle.

Per me vale l’esperienza indipendentemente dal risultato finale, sia nel lavoro che nella vita personale. Le opportunità esperienziali sono fondamentali nella ricerca artistica perché trasformano l’arte da un semplice oggetto di contemplazione a un processo dinamico di conoscenza, sperimentazione e coinvolgimento. La collaborazione crea un attrito creativo che genera soluzioni inaspettate e approcci innovativi rispetto al già fatto, noto e formalizzato.

Il messaggio dell’opera e l’interpretazione del pubblico

Qual è il messaggio che vuoi trasmettere e come pensi che possa essere interpretato?

Ogni messaggio che si vorrà. A differenza di teorie superate, come quella ipodermica, in cui il messaggio “penetra” passivamente nel ricevente, oggi è bene considerare il pubblico come un organismo attivo e composito. I destinatari, che ci piaccia o no, sono liberi di interpretare, negoziare o rifiutare il significato inteso dal mittente.

Il messaggio dipende dunque dal ricevente, in base al proprio momento di vita, al proprio contesto sociale, alla propria cultura, alle proprie esperienze. Io in quanto mittente (ma “nolente”) ho avuto intenzioni per altro diverse, poiché ho scritto per me stesso.

Questo può portare a letture diverse. L’arte è polisemantica. Wolfgang Iser per altro sottolinea che un testo o un’opera d’arte si completa solo attraverso l’atto della lettura o fruizione da parte del pubblico, che colma i “vuoti” con la propria esperienza personale. Quindi mi interessa di più sapere cosa del mio lavoro recepisce l’altro che non mandargli messaggi come se io fossi o mi credessi un portatore di valori, cultura o denuncia. Non ho e non voglio la pretesa che le mie opere possiedano un significato oggettivo da imporre. Vorrei invece chiudere citando una frase di Tonino Guerra, che forse c’entra e forse no: “la realtà, per essere vera, deve sempre essere inventata”. Grazie e à suivre.

Immagine in evidenza: ufficio stampa

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