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Eroica Fenice

Atacama!, luoghi, lingue, emozioni: intervista ad Alessio Arena

Atacama!, luoghi, lingue, emozioni: intervista ad Alessio Arena

Atacama!, l’ultimo progetto musicale di Alessio Arena è un disco “pieno”: pieno di lingue, di tematiche differenti, di emozioni contrastanti. La sua comunicazione è una comunicazione pura, che non ha bisogno di tanti segnali e indicazioni; ne è testimonianza la pluralità di lingue che utilizza nel suo ultimo disco: la presenza di italiano, spagnolo, napoletano diventa uno strumento potentissimo in grado di amalgamare suoni e musicalità, come se l’autore conoscesse il segreto della ricetta perfetta per coinvolgere chi ascolta. Questo è il quarto disco del cantascrittore ed è stato pubblicato da Apogeo Records (Napoli), edito da Upside srl, distribuito invece da Altafonte Records. Diversi arrangiatori hanno lavorato per scegliere quali fossero i vestiti migliori da cucire addosso alle canzoni di Alessio Arena, tra questi Giovanni Block, Toni Pagès, Rocco Papìa, Bruno Tomasello e Luigi Esposito. Il mix perfetto è proprio la compresenza della diversità, non solo linguistica, ma anche dei luoghi dove il disco ha preso forma: Cile, Barcellona, Napoli, che si fondono in undici tracce.

Intervista ad Alessio Arena

Se dovessi descrivere questo nuovo album con tre aggettivi, quali sceglieresti e perché?

Ibrido, perché unisce tradizioni musicali apparentemente distanti, onesto, perché l’ho inciso così come l’avevo immaginato, senza preoccuparmi di scrivere canzoni ammiccanti, urgente come molte delle tematiche che canto: l’infanzia, il presente, la giustizia sociale, l’amore.

Asse Italia – Spagna, come nasce il connubio napoletano, italiano, spagnolo? Quale lingua senti più tua?

Sono nato a Napoli, ma da quando avevo sei anni mi sono sempre diviso tra l’Italia e la Spagna, avendo una madre che viveva lì. La mia lingua naturale è il napoletano, quelle culturali, apprese quasi in contemporanea, e che uso parimenti nei miei dischi e nei miei romanzi, sono l’italiano e lo spagnolo.

Dove nasce la tua scrittura?

Addo’ ‘a ggente me sente.

Come vedi il panorama musicale italiano? Quali differenze riscontri con il linguaggio musicale spagnolo?

La deriva sociale e culturale di cui tanto si parla in Italia, con il fiorire molesto di movimenti di estrema destra e di un pensiero unico e degradante che affolla i social, è un problema anche spagnolo. Però io vivo in Catalogna e mi pare si debba fare un discorso diverso rispetto al resto del paese. Qui c’è una scena musicale molto viva, e non vanno per la maggiore solo i gruppi buoni per un’estate, ma anche molti progetti con un discorso originale e compromesso.

Due canzoni da suggerire a chi non ha mai ascoltato il tuo ultimo lavoro.

“Diablada”, una canzone in napoletano costruita su una ritmica tipicamente cilena. E “El hombre que quiso ser canción” (L’uomo che volle essere canzone), una specie di ninnananna dedicata a Federico García Lorca.

Perché hai scelto l’Italia, Napoli in particolare, per registrare il tuo album?

La storia della registrazione di questo album è piuttosto avventurosa e dura almeno tre anni. Di questa personale Odissea, Napoli non è altro che l’ultima spiaggia.
Ma il racconto di “Atacama!” è iniziato nel deserto cileno, poi a Santiago del Cile, dove ho inciso con il cantautore cileno Manuel García, che mi ha fatto cantare davanti a 7.000 persone, poi a Barcellona, dove ho inciso con la cantautrice colombiana (vincitrice di due Latin Grammy) Marta Gómez, poi a Málaga, dove ho conosciuto Miguel Poveda, la vera stella del flamenco internazionale.

Fonte immagine: ufficio stampa Apogeo Records

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