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Eroica Fenice

Musica

Toni Tonelli: mettersi a dieta è una filosofia di vita

È uscito il 2 ottobre 2020 l’EP di Toni Tonelli , cantautore napoletano, classe 1993, giovane artista che coniuga da sempre la passione per la musica ed il teatro. Il nuovo album, composto da sei tracce, si intitola Mi sono messo a dieta e può definirsi come la svolta indie del cantante, ormai deciso ad esprimersi attraverso un suono contemporaneo, scuola Calcutta-Coez, che però strizza l’occhio anche all’itpop, utilizzando un registro linguistico tratto dal quotidiano, in cui gli esempi di vita sono impastati ai cliché, ai detti pop, nonché al gergo della generazione 2.0. Il fulcro dell’album è l’amore in tutte le sue fasi e tutto il romanticismo che c’è dietro: dall’innamoramento evanescente alla fine di una storia. Un album, quello di Toni Tonelli che racconta le disavventure, i patimenti, le piccole soddisfazioni di un ragazzo come tanti e forse per questo potrà strappare un sorriso a chi l’ascolterà.  Il titolo dell’EP, Mi sono messo a dieta, sembra presagire una condizione di cambiamento, una scelta vissuta come cesura tra un modo di essere, ed uno nuovo. Credi sia significativo anche del tuo percorso musicale? Mettersi a dieta per te è stato compiere passi verso una direzione più indie e contemporanea? “Mi sono messo a dieta” indica sicuramente una serie di cambiamenti ma non credo nel modo di essere, mi sento sempre lo stesso, quanto piuttosto in quello di vivere le cose. Ad un certo punto ho sentito la necessità di mandare a quel paese una serie di situazioni che cominciavano a starmi strette. Questo credo sia stato necessariamente significativo anche nella mia musica ma non per quanto concerne la contemporaneità, non mi sono mai chiesto se la mia musica fosse contemporanea o meno, quanto piuttosto nel linguaggio. Avevo il vaffanculo facile e mi serviva un linguaggio adatto. Trovo interessante però che questo linguaggio sia contemporaneo. In giro c’è tanta necessità di mandare a quel paese e allo stesso tempo “sentirsi compresi” e secondo me bisognerebbe chiedersi “come mai?”. Quando hai sentito l’esigenza di registrare un EP? Come hai scelto i brani da inserire all’interno del tuo progetto? L’esigenza di registrare un Ep l’ho sentita subito dopo aver scritto il primo brano (facciamo qualche mese dopo) e la sento ancora oggi, un giorno sì e l’altro no. Ho iniziato a scrivere per necessità e ho bisogno di sapere poi come la pensa la gente. Questo mi fa sentire bene con me e con gli altri. Diciamo che i miei brani sono il modo molto personale che ho trovato per conoscere meglio me stesso e le persone. Proprio per questo le canzoni che fanno parte di questo Ep credo di non averle scelte io o se così è stato non lo ricordo. Suppongo siano solo le cose che avevo bisogno di dire in questo momento. L’amore è una predominante dei tuoi brani; lo si vede vestito con diversi abiti, raccontando quella che può essere una “fissazione” come cantato in Capata Storta, ma anche in Il fatto che ti sei messa con un […]

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Musica

Adelasia: la scelta più intelligente è essere se stessi

Sì, si chiama proprio Adelasia, la cantautrice nata a Lucca, classe 1995, della scuderia Sbaglio Dischi, che svela il suo universo musicale malinconico e sussurrato, attraverso un album di 9 brani, dal titolo 2021 . Dopo la pubblicazione dei singoli Aliena e Umido, Adelasia ha continuato a spalancare le porte del suo mondo interiore con altri due brani: Acqua e Meglio soli, che confermano la scelta dello stile elettronico e della voce soffiata, utilizzando stavolta due proverbi come ritornelli, facendo assaggiare una piccola fetta di torta al pubblico. Oggi il lavoro è completo e racchiude anni di vita, principalmente i 20 e 21 anni dell’autrice, perciò divenuti anche il titolo del progetto. Prodotto, registrato e mixato da Pietro Paroletti, masterizzato da Giovanni Versari, 2021 si presenta come un album semplice e diretto, che dimostra che non c’è sempre bisogno di osare: talvolta la scelta più intelligente è essere se stessi. Adelasia, intervista alla cantante Cosa rappresenta per te l’aggettivo indie associato alla tua musica? E cosa significa essere una donna della scena indie italiana? Rappresenta la realtà dei fatti: il mio disco uscirà per un’etichetta indipendente (Sbaglio Dischi), poi non so quanto sia indie come genere musicale però è sicuramente indipendente. Essere donna e fare musica per me significa lavorare principalmente con i maschi e, in alcune situazioni, faticare un po ‘di più per far capire il mio punto di vista. Ma in generale per ora il mio percorso è stato molto lineare, molto piacevole, nessuno mi ha mai fatto sentire inadeguata. “Meglio soli che male accompagnati”, “ne passerà di acqua sotto i ponti”, sono due ritornelli presenti nel nuovo album. Rendere incisivo un detto popolare, un proverbio? Cosa c’è dietro questa scelta? Il linguaggio che uso nelle mie canzoni è molto semplice, scrivo come parlo e i modi di dire sono stati utili per spiegare alcuni pensieri. 2021: un titolo che sicuramente proietta al futuro, dato che ricorda il prossimo anno che dovremo affrontare, insomma qualcosa di non visto e non vissuto ancora. Cosa ha il tuo album di innovativo, che non abbiamo ancora ascoltato nel mare di musica che ogni giorno si inonda? Non lo so, mi mette un po ‘in crisi questa domanda. Vorrei che fossero gli altri a dirmelo. Io spero solo che lo riteniate un disco sincero e piacevole, per essere innovativa devo fare ancora tanta strada, innovare è molto difficile. Valerio è una traccia intima, delicata dalla profonda verità. Una poesia in rima. Ci racconti com’è nata questa canzone? Hai scelto tu che fosse la chiudifila dell’album? Si ho deciso io che lo fosse, è una traccia diversa sia come arrangiamento che come tematica. È nata molto velocemente, l’ho scritta in poche ore di getto, seduta sul letto in camera dopo aver letto la storia di Valerio Verbano, mi sono commossa e mi è venuta voglia di scrivere di lui. Sei tu autrice dei tuoi testi, dunque sicuramente cantarli li autentica ancora di più. Su cosa punti maggiormente, alle parole o al tuo timbro? […]

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Musica

Il Befolko: Giocodelsilenzio è il nuovo album strumentale

Li leggi, i titoli di un album strumentale, incuriosito dalla motivazione di tali parole accostate a tali suoni, a come i musicisti li pensino, se viene prima o dopo delle composizioni, quali racconti nascondano, quali segreti trattengano. Ripercorrendo quelli del Giocodelsilenzio, il primo album strumentale del cantautore napoletano Roberto Guardi, in arte Il Befolko, (qui la pagina Fb) sembra di trovarsi davanti ad una mappa del tesoro, costituita di tappe di vita, momenti di quotidianità, esperienze scolpite tra la testa e lo stomaco, che devono essere inchiodate alla chitarra perché ne permanga il segno nel tempo. E così tra la poetica dei suoni e l’evocazione dei nomi, ci si catapulta nella storia di un giovane uomo, che per necessità ha imbracciato la chitarra e assecondato il ritmo della vita attraverso le percussioni, creando così nove esigenti tracce, frutto di ascolti appartenenti a continenti diversi del globo e culture che evadono dal solito pop italiano, fanno l’ascoltatore in una corsa continua, affinché arrivi all’essenza ed al cuore: traccia dopo traccia, le palpitazioni aumentano come chi cerca di afferrare un autobus nella più caotica pomeridiana Napoli centro. È un disco sentito, suonato e percepito, che parte dal corpo: lo si sente dai battiti di mani che pervadono la scena acustica, riportando nella dimensione gitana; il segno di una musica viscerale, che nasce perché non può vagare sperduta e spaurita tra “vichi e vicarielli”, perché ha una voce che contrasta con il girotondo del mondo, ma che desidera tornare in pace con l’universo. Ad impreziosire il disco strumentale Giocodelsilenzio, ci sono Rolando Maraviglia a basso e contrabbasso; Lorenzo di Meglio alla chitarra elettrica nella quinta e sesta traccia; Sara Piccolo al banjo nella traccia numero 8. Roberto è invece fulcro della stesura musicale, in quanto i brani sono interamente composti dal musicista, che suona le chitarre, le batteria e le percussioni presenti nelle nove tracce. Andrea Giuliana ha registrato e missato il disco, presso Stereo 8; ha masterizzato l’album Giovanni Nebbia. Il titolo Giocodelsilenzio vuole sottolineare l’assenza di una componente importante per Il Befolko, ovvero la voce, in quanto essendo un album strumentale, il musicista si è spogliato delle vesti da cantautore, dà spazio ai suoni più che alle parole, adesso l’idea fondamentale di come intende la musica: un gioco, non solo nel senso creativo del termine, ma anche perché dietro questa parola si nasconde la voglia di sperimentare con una forma musicale che non appartiene fino in fondo all’artista. Il Befolko è infatti un cantautore, classe 1992, dall’animo gentile; dopo il primo album in napoletano intitolato Isola Metropoli, che gli ha permesso di portare la sua musica sul territorio italiano, nei vari locali della penisola, oggi ha in cantiere un nuovo disco, già registrato presso Le Nuvole Studio di Cardito, sotto l’ala di Massimo De Vita (Blindur). Dopo aver partecipato ed essere arrivato come finalista al Premio Botteghe D’Autore, esibendosi lo scorso agosto ad Albanella, ci fa dono della sua musica attraverso questo album, uscito in sordina, senza pubblicazioni e pubblicità, nell’idea […]

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Cinema e Serie tv

77esima Mostra del Cinema: ripartire a qualunque costo

Una rocambolesca, coraggiosa 77esima Mostra del Cinema di Venezia  che, nonostante il covid, ha aperto i suoi battenti, dando al cinema uno nuovo spiraglio di luce. Sì, proprio il cinema, che nei mesi scorsi ha subito un’emblematica battuta d’arresto dovuta prima all’emergenza sanitaria e poi alla chiusura estiva, è uno dei protagonisti del settembre 2020. Tratteggiando il profilo della kermesse , non si può non evitare la parola problematico , sopratutto per quanto riguarda la sfera dei premiati. Il Leone d’oro è di Chloè Zhao , regista cinese di adozione statunitense, che con il lungometraggio Nomadland si è aggiudicato il premio più importante della manifestazione cinematografica, non pochi spunti per critiche e ammonizioni; prodotto dalla Disney, ma pieno di revisione, con una trama intimistica, ma resa solida dalla forte critica verso il capitalismo, Nomadland rivela essere la storia di nomadi americani di oggi, che rifiutano consenzientemente la collettività capitalistica che vive intorno a loro, dimorando in aree disabitare.Una fotografia malinconica, dovuta alle scene con luce rossa del tramonto, già visibile dal trailer che da subito rimanda alla complessità simbolica del film e che filtra attraverso parole, forme, colori, sfumature facciali, una condizione borderline per la mentalità dell’uomo del 2020 Certo, un’opera scritta, diretta e montata da un’unica figura, su adattamento del libro di Jessica Broder, è un’arma a doppio taglio: seguire da sola un libro, convertendolo in film, spesso ha evidenziato la frastagliata struttura del lungometraggio, in cui primeggiano natura e stato d’animo, ma le condizioni di oblio e di angoscia vissute restano abbozzate sulla scena. 77esima Mostra del Cinema, gli altri premi La Coppa Volpi alla miglior interpretazione maschile è assegnata a Pierfrancesco Favino per il film PadreNostro , mentre la miglior interpretazione femminile spetta a Vanessa Kirby , per Pieces of women . Il Gran Premio della Giuria è assegnato ad un film che tocca il nichilismo e coraggiosamente porta alla riflessione: Nuevo Orden , lungometraggio dispotico di Michel Franco, il quale mostra una condizione di disagio del mondo che verrà o ricalcando i passi di ciò che è già stato . Al cinema russo, premio speciale della giuria per Cari Compagni! di Andrej Koncalovsky, sulla storia proletaria femminile, nell’era Krusciov. Leone d’Argento per la miglior regia al giapponese Kurosawa per Spy no tsuma , in cui riprende la storia militare giapponese con un rinvio al genere horror. Un’edizione che durante i primi giorni, sembrava essere riuscita a portare nelle sale buoni prodotti cinematografici, ma a conti fatti ha lasciato solo una profonda distanza tra il pubblico e le scene; Nomadland è per molti critici un film medio, che strizza l’occhio al buonismo di voler raccontare i pregi di una vita nomade, piuttosto che comprendere le cause che spingono la protagonista ad una scelta così radicale. A fare le spese e uscire lesa dalla kermesse è l’Italia, con un Favino premiato per un personaggio secondario di un film non riuscito. Ad illuminare il Red Carpet, la madrina della Mostra del Cinema Anna Foglietta, che si fa portavoce di […]

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Musica

Leanò: un tutt’uno con la chitarra, un tutt’uno con la natura

Tempio segna l’inizio di un viaggio, quello della cantautrice Leanò, all’anagrafe Eleonora Parisi. Tempio è un percorso musicale di sei brani, densi di parole cantate da una voce gentile, con uno strumento che funge da piccola coperta di Linus: la chitarra. Tra il cantautoriale, il pop e l’indie, il tocco leggero e la penna profonda di Leanò sono due buoni motivi per ascoltare il suo lavoro artistico. L’intervista a Leanò Qual è il tuo rapporto con la chitarra? Come mai hai scelto di inserire questo strumento in tutte le canzoni dell’album? Ho iniziato a suonare a 9 anni, inizialmente da autodidatta. Poi ho cominciato a studiare chitarra classica in quinta elementare ed ho continuato fino alla fine del liceo. La scelta di inserire questo strumento all’interno dell’album è proprio perché io credo sia una mia caratteristica stilistica: non riesco ad immaginare un live senza chitarra, poiché mi sento un tutt’uno con lei. Hai scelto di presentare il tuo EP chitarra e voce: esigenza emotiva o necessità pratica? Suonare in acustico, presentare Tempio in acustico, è stata in parte scelta espressiva, ma anche forzata, dato che è un EP uscito in un periodo strano per tutti. A inizio luglio è uscito Tempio, dopo un lockdown che ha messo alla prova tutti e di cui si sentono tuttora gli effetti. Cosa ha significato per te far uscire un tuo lavoro in un periodo dalla difficile ripresa? A Tempio stavo lavorando da un po’ di anni, circa tre. La quarantena è stato un periodo stranissimo, che mi ha fatto crescere molto, nonostante il tempo fosse annullato. Mi sono detta che i brani sarebbero stati vecchi, se li avessi fatti uscire a settembre. È stata un’esigenza, la mia. Un vada come vada. Com’è stato vedere un tuo brano, Alba, entrare in Scuolaindie, una delle playlist più importanti della musica emergente? Io sono ancora un po’ tra le nuvole. Quando me l’hanno segnalato, ed ho visto di essere in playlist, sotto Chiara Ferragni, è stato strano. Molto bello, ma strano. Sicuramente una piccola soddisfazione, non tanto per la playlist, ma perché un qualcosa che ho scritto io in cameretta, adesso può arrivare a tante persone. Due brani che consiglieresti a chi non ha mai ascoltato Tempio. Tempio sicuramente e Tira e corri, perché mi piace molto la produzione, ma non amo suonarla live. Ritengo però sia rappresentativa, nel suo significato di fidarsi della natura e di se stessi. La copertina di Tempio è una donna stesa su di un prato al tramonto, eppure l’idea di tempio fa pensare ad una struttura al chiuso, un luogo sacro, mentre qui c’è la rappresentazione della natura incontaminata. Come mai hai scelto questa illustrazione? La copertina è stata ideata da Omar, un ragazzo di Rimini con cui collaboro da un po’. Ho affidato a lui l’illustrazione, poiché conosce la mia visione delle cose. Con questa copertina abbiamo voluto rappresentare una donna che si lascia andare, fondendosi con la natura e da questa fusione si possano generare dei fiori. Anche […]

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Musica

Archetype: l’universo strumentale di Coma Berenices

Archetype l’ultimo album di Coma Berenices La forma primitiva, l’essenza originale della materia, il principio di tutto, il punto d’inizio dell’universo. L’archetipo è questo: un modello di percezione, che si propaga nel mondo espandendosi in molteplici forme. Come cerchi concentrici nell’acqua si estendono dopo aver lanciato il sassolino nel lago, così i suoni dell’ultimo album di Coma Berenices, Archetype, ipnotizzano, nella loro circolarità ed essenzialità. Dall’incontro tra Daniela Capalbo e Antonella Bianco, menti del progetto Coma Berenices, nasce un secondo disco, costituito da 6 brani, delicati ed immediati, strumentali ed intimi, che ricordano alla musica attuale il bisogno di zittire la voce talvolta, perché anche gli strumenti ne hanno una propria che va ascoltata. Archetype è un lavoro di Antonella Bianco, Daniela Capalbo e Andrea De Fazio, a cui ha collaborato anche il clarinettista Gabriele Cernagora; le registrazioni dal vivo e i missaggi sono stati curati da Peppe De Angelis c/o il Monopattino Studio Recording disponibile in copia fisica e su tutte le piattaforme digitali. L’intervista Nella musica, specialmente negli ultimi tempi, le parole occupano una posizione di privilegio, sono il biglietto da visita, prima ancora della melodia, sono ciò che si fa ricordare maggiormente. In un album strumentale bisogna affidarsi ad altro, per far sì che l’ascoltatore imprima nella sua mente ciò che sente con le orecchie. Nel vostro disco strumentale a cosa vi affidate affinché chi ascolta possa entrare nel mondo di Coma Berenices? Ci affidiamo alla sfera emotiva dell’ascoltatore, al suo volere lasciarsi andare. Ci affidiamo ad un ascolto attento e coinvolto … Quando succede tutto questo è davvero SUPER. La copertina di Archetype sembra essere il più naturale richiamo al precedente progetto Delight. Qual è il fil rouge che collega i due lavori? Dal 2016 al 2020, musicalmente parlando, cosa resta e cosa cambia? Assolutamente sì. La foto richiama il progetto grafico del primo lavoro, “Delight”, curato ai tempi da Andrea Moriello di Controlzeta Lab. Quindi non è per niente casuale come scelta, anche perché si tratta di uno scatto al quale siamo molto legati (appartiene ad un progetto fotografico di Daniela). L’idea di creare questo legame ci piaceva particolarmente, interpretare i due lavori in un rapporto di atto e potenza. Archè è la prima traccia del disco, che richiama anche al titolo dell’intero LP. L’archetipo è il principio primo, universale, completo e perfetto; ne parla Platone, poi lo riprende la psicologia analitica per indicare i simboli innati e predeterminati dell’inconscio umano. Perché questo titolo? Qual è l’archetipo della vostra musica? Archetype è un inno alla libertà che solo la musica può regalarti. Nella vita, così spesso frenetica e dispersiva, la musica anche inconsciamente ci riporta ad una dimensione originaria, per questo archetipica, in cui persino le barriere mentali perdono consistenza. I sei brani di Archetype ripercorrono gli ultimi anni vissuti insieme, tra musica, concerti e viaggi nei quali abbiamo toccato con mano questo desiderio di trascendere e osservare la realtà che ci circonda attraverso le sue molteplici sfumature, ma riconducendola entro una cornice universale. I nomi […]

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Libri

Franck Thilliez, Il Sogno: la recensione

Thilliez, Il Sogno: la recensione Il Sogno di Franck Thilliez rappresenta il prototipo di thriller che sconvolge ed entusiasma; scorrevole nella lettura, intrigante nelle ipotesi che invita a formulare ma soprattutto sorprendente nel finale, in quanto il lettore pensa di avere tutte le carte in mano, pronto ad unire i puntini e vincere la partita, invece Thilliez abilmente ribalta, cambia, inscena ciò che la mente non aveva previsto. Al centro della storia, Abigaël, una donna, una psicologa stimata, una narcolettica con la specialità di mescolare sogno e realtà, costantemente alla ricerca del controllo di se stessa, per avere una maggiore presa sulla quotidianità di cui si circonda e sul suo passato avvolto nel mistero. L’indagine narrata pone sotto i riflettori un rapitore seriale di bambini, che annuncia ogni scomparsa, servendosi di uno spaventapasseri con addosso gli abiti del bambino precedentemente rapito. Un lavoro di investigazione condotto insieme a Frédéric, poliziotto e fidanzato della protagonista, che nasconde un pezzo di verità della travagliata vita di Abigaël, svelata man mano che si procede con la lettura delle pagine, in maniera velata. Un libro dalla grande mole, 510 pagine circa, diviso come un vero e proprio puzzle, in cui ogni dettaglio, numero, cronologia acquista un valore simbolico, necessario ai fini della riuscita del caso: in tale modo, il lettore diviene presenza attiva, poiché ha il ruolo di essere vigile ed attento a non perdersi nessun indizio se vuole unire i tasselli ed arrivare ad una possibile soluzione; l’essere svegli è dunque il leitmotiv del thriller, sia per quanto riguarda la parte narrativa, sia per quanto concerne la dimensione del lettore; altro ruolo fondamentale lo giocano i libri, intesi come oggetti che custodiscono e svelano. È da sottolineare la bravura dell’autore a non far calare l’attenzione, producendo la sensazione che ogni passo in avanti all’interno del libro possa essere inteso sia come un sogno sia come la realtà circostante. Merita un approfondimento la malattia di Abigaël, una grave forma di narcolessia che ricorre nel testo attraverso l’alternanza di sogni e realtà, di passato e presente, scanditi da una linea guida temporale, che consente al lettore di non perdersi tra i due mondi, ma anzi di integrare l’uno con l’altro, affinché si componga un quadro completo, non soltanto della storia di investigazione sui rapimenti, ma anche del modus operandi dell’antagonista e della vita della psicologa così attanagliata dal dramma. La linea sottile tra sogno e realtà Il Sogno appartiene come si evince, alla letteratura gialla, essendo un thriller psicologico-investigativo, composto abilmente dalla penna dell’autore francese Thilliez, che struttura il suo libro attraverso tre parole cardine: sogno – ricordo – realtà. Il labile confine che si muove tra sogno e realtà, è ricalcato dalla parola ricordo, un ricordo dell’essere stati svegli, a testimonianza di aver vissuto davvero una serie di esperienze e non aver confuso l’esistenza con ciò che accade durante il sogno. Scrive infatti Thilliez: «cosa siamo senza memoria, senza ricordi, senza i volti e le voci che hanno accompagnato la nostra vita? Solo un […]

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Musica

Al blu mi muovo, il nuovo album di Fabio Cinti

Intervista al cantautore Fabio Cinti in occasione dell’uscita del nuovo album: Al blu mi muovo. È un piccolo scrigno Al blu mi muovo, l’ultimo album di Fabio Cinti, cantautore raffinato ed elegante, con le sue canzoni bucoliche e terapeutiche, delizia le orecchie più sensibili. Seguendo i passi di Battiato, come Dante fa con Virgilio, Fabio Cinti dimostra di essere un uomo in primis e poi un cantastorie dalla penna delicata e dal verso intimo ma universale, grazie all’utilizzo di un linguaggio intriso di figura ma molto efficace nella sua resa finale. Dopo l’adattamento gentile al Padrone della Festa, il cantautore si cimenta in 8 brani dai 3 ai 4 minuti e mezzo di durata, con più piani emotivi di immagine, che si scoprono man mano che si affrontano gli ascolti: una tecnica come quella delle scatole cinesi, l’una rinchiusa nell’altra, ben esplica il tentativo più che soddisfacente di Cinti; un ascolto superficiale scorge il minimo, più le orecchie si abituano alla gentilezza, più i messaggi invadono il sottotesto e arrivano a dipingere il quadro emozionale più puro. Intervista a Fabio Cinti: Al blu mi muovo e prospettive musicali Nella prima traccia del disco canti: «tra gli alberi combatto la mia guerra e dietro l’ombra ti vengo a incontrare». Qual è la necessità che ti spinge oggi a pubblicare Al blu mi muovo? Quali sono gli alberi tra cui combatti musicalmente? In realtà gli alberi sono miei alleati. Sono un rifugio, un nascondiglio, sono la mia casa (sono proprio tra gli alberi) e sono la mia forza, perché passo ogni giorno del tempo tra loro. In realtà non avevo nessuna esigenza o necessità di pubblicare questo album… Anzi, non avrei voluto farlo! Però si realizzano molte cose per gli altri, o perché ci si rende conto che, anche inconsapevolmente, indirettamente, si può cambiare qualcosa, anche di molto piccolo. E così, pensato e realizzato in questo modo, diventa anche terapeutico. Scrivere testi metafisici ma al contempo così terreni. Vieni in Giorni tutti uguali, in cui affermi che non puoi «fermare l’attimo della felicità», in cui si vede la scrittura bucolica, quasi lirica. Cos’è per te scrivere? Nella tua composizione dei brani, come ti approvi alla produzione del testo? Sono arrivato alla notorietà (personale, non universale) che quando scrivo un testo ci deve essere una commozione interna imprescindibile che mi spinge a farlo. Non vuol dire che devo piangere! Ma che lo stato emotivo che mi attraversa in quel momento deve essere in qualche modo sconvolgente. Così è stato per Giorni tutti uguali in cui cercavo di osservare cosa ci fosse oltre la consuetudine. È inevitabile che si fonda, in questo modo, la proiezione mentale del mondo, la sua rappresentazione, con la realtà sensibile. Lo scorso album è stato un adattamento gentile al cantautorato di Battiato. In questo album, se c’è, cosa rimanda a Battiato? Battiato c’è sempre, in tutto, ci sarà per ogni cosa che scriverò, perché ho imparato a scrivere attraverso l’ascolto e lo studio delle sue canzoni quando avevo quattordici anni. […]

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Musica

Lobina: l’esordio discografico con Clorofilla | Intervista

Lobina è una cantautrice genovese che con Clorofilla , il suo EP uscito il 12 giugno, compie il primo passo discografico e mostra la sua musica nel mercato italiano, facendosi spazio tra le tante uscite settimanali con la sua arma più preziosa: la sincerità. Cinque tracce con cinque titoli monoparola, essenziali e descrittivi collegati da una condizione di caduta e rincorsa, che sottolinea un processo di rigenerazione, una risalita verso la luce, verso l’energia motore della vita. La voce di Lobina è pulita, le melodie si intrecciano con elementi elettronici di tendenza, diventati parte integrante della nuova musica cantautoriale; la proposta musicale arriva senza mezzi termini, senza pretese, semplice e minimale.Il suono è definito dal produttore Simone Carbone e riflette lo stato d’animo di dover fare i conti con la volontà di scoprirsi sempre nuovi, sempre diversi, sempre pronti a respirare aria pulita. Clorofilla è un titolo evocativo, così come lo sono il timbro di Lobina e l’arrangiamento dei brani. Evocativo è l’aggettivo che descrive una musica nata dal pensiero, pubblicata per pensare, per creare un legame tra ascoltatore e artista, per ritrovarsi sulla stessa lunghezza d’onda. Clorofila , intervista a Lobina Partiamo dal titolo: Clorofilla . La clorofilla è vitale per la fotosintesi, poiché permette alle piante di ottenere energia dalla luce. Perché hai scelto questo titolo per il tuo primo EP? E nell’ambito musicale qual è la tua clorofilla? Il titolo viene dalla necessità di assorbire la luce, che per me significa circondarmi di energia positiva per tornare a respirare e rinascere. La mia clorofilla musicale è quell’esatto momento in cui istintivamente inizia un buttar giù un testo o una melodia e tutto ciò che ho bisogno di esprimere diventa canzone. In Precipitare, prima traccia dell’EP, dici «non resterò a guardarmi precipitare», un invito a ribellarsi, rialzandosi prima dello schianto. Qual è la caratteristica della tua musica, in grado di non farla “precipitare” nel mucchio di ascolti che poi cadono nel dimenticatoio? Di base la mia voglia di lontano di ascoltare la mia musica equivale a voler trasferire, a voler comunicare qualcosa che faccia stare bene, che faccia vedere o che regali comunque un’emozione. La caratteristica della mia musica sicuramente è la sincerità e la necessità di entrare in empatia con le persone, chiaramente c’è un poi lavoro di arrangiamento, la scelta degli strumenti e di altri dettagli, ma deve sempre essere in linea con quello che sento. Qual è la canzone a cui sei più legata di questo EP? Da quale esigenza nasce e cosa racconta? Non ce n’è una a cui sono più legati, ma posso dirti che quella che mi sembra di più è Caos. Sono messo a nudo completamente, ho mostrato le mie fragilità senza vergogna, la amo molto. In Leggera canti insieme a Marcelo ECE, come si è sviluppata questa collaborazione? Quando è nata Leggera io sentivo già una voce maschile. Non così come spiegato, ma mentre cantavo e provavo immaginavo proprio un timbro specifico e quello di Marcello lo trovavo perfetto per […]

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Musica

Niko Albano: se non cadi, non puoi rialzarti | Intervista

Domenico Albano, 1991, musicalmente conosciuto con il nome Niko Albano, è un cantautore e chitarrista campano. Autodidatta, istruito dal padre con rudimenti di musica, da dieci anni a questa parte si dedica alla composizione di brani originali, partecipando a Premi e concorsi nazionali, che lo hanno portato a pubblicazioni dai grandi riconoscimenti. Dopo aver vinto il Premio della Critica e il Secondo Posto al Premio Mia Martini con il brano Non Serve Domani, Niko Albano auto produce il suo primo EP, intitolato Cadere, un brevissimo album di tre canzoni, che si intrecciano tra loro per tematiche trattate e melodie musicali pop-folk. È un EP suonato, in cui la chitarra è onnipresente e diventa protagonista di un andamento sonoro incalzante; spinta sull’acceleratore per quanto riguarda la voce, che riflette la grinta ed il bisogno di dover comunicare. I falsetti ed i giochi di intonazione sono una caratteristica del modo di cantare di Niko Albano: già dal primo brano inglese Forget Your Touch del 2017, si può comprendere la spinta folk che supporta l’iper melodico, marchio distintivo del territorio campano. Non Serve Domani, suo secondo fortunato singolo, è il miglior prodotto dell’artista, che attraverso un ritornello pop ed uno special serrato e  ritmato, costruisce l’equilibrio per portare al pubblico una canzone di buona fattura, con un messaggio altrettanto sincero. Niko Albano con l’EP Cadere riprende in parte questi due mondi, ma senza catarsi: il dolore, le difficoltà di un periodo complesso sono inevitabilmente sotto i riflettori; restano sentimenti ancora freschi, che si cantano per esigenza. Chi è Niko Albano? Qual è stato il percorso musicale che ti ha portato alla realizzazione dell’EP Cadere? Sono Niko Albano, cantante di giorno, ingegnere di notte: la crisi di identità è dietro l’angolo (ride). Suono e canto da più o meno 10 anni; ho iniziato con un concorso radiofonico per radio Crc, nel format “Fatti ascoltare da radio Crc”. Da lì ho cominciato a suonare live, facendomi conoscere musicalmente nel panorama campano. All’attivo oltre l’EP Cadere, ho tre singoli: Forget your touch del 2018; Non serve domani che ha vinto il Premio della Critica e il Secondo Posto al Premio Mia Martini e Volersi liberi del 2019. Cadere è il primo EP, nasce dopo un periodo di difficoltà, tra impegni e lavoro, ma era un progetto che avevo in cantiere da tempo e solo nel trambusto sono riuscito a portare a termine.  Cosa è cambiato dai primi singoli ad oggi? Quali sono state le influenze che ti hanno aiutato musicalmente e nella scrittura? Rispetto ai primi pezzi degli anni scorsi, l’EP è più maturo sia dal punto di vista di scrittura, sia dal punto di vista musicale, proprio perché adesso l’esperienza si fa sentire. A livello musicale mi sono staccato dal pop puro, il brit pop di Ed Sheeran per fare un esempio, andando verso uno stile, che poi è quello dell’EP, in cui sono riuscito ad unire il mio pop di background (James Morrison, Paolo Nutini) e la metrica del panorama italiano con gli autori […]

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Musica

Intervista a Godot.: scrivere canzoni allegre è una fatica

Intervista a Giacomo Pratelli, in arte “Godot.” Artista armato di sorriso e ukulele, che dal 2017 ha finalmente deciso di aprire le porte della sua camera per far arrivare la sua musica alle orecchie di tutti. Dopo il primo EP pubblicato nel 2017, chiamato Me ne vado a Londra, il cantautore ha preferito la strada dei singoli, pubblicando da un anno a questa parte quattro diversi brani: Controtempo, Come Ciliege, Milano Mon Amour e Oppure. In autunno uscirà il suo nuovo album Controtempo. L’intervista a Godot. Chi è Godot.? Come nasce la tua musica e qual è il tuo background? Mi chiamo Giacomo, in arte “Godot.” Sono una persona allegra, anche se molti dei miei brani riflettono la parte di me più malinconica. Sono cresciuto pane e cantautorato, infatti non ho ricordi che non siano associati alla musica italiana di De Gregori, Battisti, Dalla, anche perché i miei genitori sono appassionati di musica e suonano: papà batterista e mamma pianista, quindi ho sempre ascoltato tanto a casa. Da bambino volevo essere tutto tranne che simile ai miei, che invece mi hanno iscritto a molti corsi di musica e strumento… immancabilmente mollavo proprio perché non volevo entrare in questo giro ed essere come loro. Quello che invece mi ha sempre contraddistinto è la scrittura: ho sempre scritto, inizialmente di nascosto, non facevo ascoltare niente di mio. Dalla mia prima canzone a 13 anni, fino ai 20, ho sempre e solo cantato con mia cugina che mi accompagnava alla chitarra, buttando giù la musica insieme, dentro una cameretta. Nel frattempo a 15 anni mi sono iscritto a lezioni di canto ed ho incontrato un’insegnante strepitosa: la lezione è diventata un momento in cui fare arte, un momento in cui ero totalmente libero. Proprio a lei ho deciso di far ascoltare le mie canzoni e abbiamo lavorato insieme ai brani. Nel 2017, avevo 23-24 anni, la mia insegnante mi ha suggerito di fare qualcosa di più: mi ha presentato Simone Pirovano, attualmente il produttore con cui arrangio, dal nostro incontro è nato un EP auto-prodotto, intitolato “Me ne vado a Londra”. Così il 21 marzo 2017 per la prima volta sono uscito e ho fatto ascoltare agli altri la mia musica. Spulciando su Spotify, digitando il nome Godot, si nota la presenza di molti progetti musicali che utilizzano questo pseudonimo. Tu quando hai scelto di essere Godot.? Lavoro nel mondo del teatro e sono appassionato di Beckett, autore di Aspettando Godot. Oltre al testo che Beckett ha scritto, sono molto legato all’idea dell’attesa, la vivo come un’esperienza molto poetica, perché mentre aspetti, potrebbe accadere di tutto. L’attesa è un momento che vivo con ansia, nel suo senso più positivo, proprio perché al suo interno c’è il piacere di aspettare. Il mio nome d’arte è Godot., con il punto finale e devo dire che quel punto mi ha salvato: su Spotify infatti ho scoperto un caso di omonimia di una band Metal tedesca sciolta nel 2007 e la mia musica era finita sotto quel profilo lì. […]

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L’arte al tempo del Covid-19: per gli invisibili non andrà tutto bene

Sono gli artisti: i musicisti, i ballerini, i teatranti, gli organizzatori e gli operatori, gli stessi che con il proprio lavoro rendono la macchina dello spettacolo fruibile a tutti. Sono gli stessi che in questa quarantena e nella vita di tutti i giorni accompagnano con la propria arte ciascuno di noi e rendono possibile la realizzazione di quest’ultima. Esseri umani che si trovano in balia delle onde, ora più che mai, nel periodo di pandemia, durante il quale sono emersi i complessi meccanismi organizzativi e tutelativi che minacciano una categoria lavorativa, poco sistematizzata e desiderosa di un riconoscimento a livello economico ed assistenziale. Colpiti dall’effetto economico del Covid-19, i lavoratori del mondo dello spettacolo sono stati i primi a dover ridefinire l’assetto della propria occupazione, non potendo del tutto contare sui provvedimenti presi dallo Stato, né su tutele finanziare, in quanto le indennità Covid-19 sono rivolte ai lavoratori dello spettacolo iscritti al Fondo pensioni dello spettacolo, aventi almeno 30 contributi giornalieri versati nell’anno 2019 all’interno del Fondo, con un reddito annuo non superiore a 50.000 euro, come stabilisce l’indennità lavoratori dello spettacolo (art. 38, decreto-legge 17 marzo 2020, n. 18). La potente macchina dell’arte paga infatti lo scotto di avere numerose figure non riconosciute, lavoratori cosiddetti “a nero”, artisti che per vivere della propria musica, ad esempio, hanno portato avanti la propria professione senza tutele a livello contributivo, fiscale e senza garanzie; sono proprio questi professionisti a pagare a caro prezzo l’intera emergenza. Ad oggi qualsiasi mestiere indipendente che abbraccia il comparto dello spettacolo è paralizzato, con un futuro incerto, senza possibilità di organizzazioni prossime: la prospettiva di ripresa a breve termine non prevede una data stabile per realtà come cinema, teatri, stadi, palazzetti, club, luoghi essenziali per lo svolgimento dello show; ma non solo, il danno sarà anche, psicologicamente parlando, ritornare alla mentalità pre-covid, al gusto dell’assembramento ad un concerto, al sedersi accanto ad uno sconosciuto in teatro. Cosa succederà post Covid-19? Quando riprenderà un tecnico di palco, un fonico, un musicista, un attore a poter svolgere il proprio lavoro con dignità (non parlate di dignità indicando i concerti al drive-in) e con le giuste tutele giuridico-finanziare? È questo forse il tempo per stabilizzare una norma, istituire un albo, un’organizzazione che difenda un intero mondo lavorativo, per troppi anni avvitato su se stesso, lasciato ai propri compromessi interni? Se l’arte è riscatto, allora è giunto il momento che la macchina dello spettacolo sia ri-organizzata tutta: dalla punta dell’iceberg fino a tutto ciò che è sommerso. La musica e la figura del musicista, del cantante, dell’operatore dello spettacolo al tempo del Covid-19, messa a dura prova, anche a causa delle poche agevolazioni e sovvenzioni per questa categoria. Ti va di esporre le tue paure, esigenze in quanto musicista, operatore dello spettacolo e la tua opinione riguardo ciò che si andrà ad affrontare? Risponde Elisabetta Serio, musicista, pianista, compositrice: Tempi veramente duri per chi lavora nel mondo dello spettacolo. È vero che si ha più tempo a disposizione per realizzare tutte quelle cose […]

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Itaca Reveski – 20:venti, una canzone scritta a cento mani

Itaca Reveski – 20:venti, una canzone scritta a cento mani Gianmarco Ricasoli, compositore, produttore e chitarrista romano è l’ideatore di 20:venti, un brano che uscirà il 3 maggio sulle piattaforme digitali, pensato, scritto e composto da più di cento mani durante il periodo di quarantena. Utilizzando come social instagram, Gianmarco ha proposto di scrivere una canzone insieme ai suoi followers, rendendoli protagonisti del brano: attraverso diverse fasi di creazione, il popolo di instagram ha potuto votare riff di chitarra, proporre parole e pensieri per la costruzione di strofa e ritornello, scegliere quale testo fosse più adatto per mettere nero su bianco le emozioni del momento storico che stiamo vivendo. Il progetto si è sviluppato in diverse settimane di lavoro ed uscirà sotto il nome di Itaca Reveski, alter ego artistico di Gianmarco; 20:venti sarà accompagnato da un video, che ancora una volta vedrà partecipare la community di instagram. 20:venti, l’intervista a Gianmarco Ricasoli Scrivere una canzone con l’aiuto dei followers di Instagram. Come nasce l’idea e come hai strutturato l’organizzazione: riff, testo, elaborazione di 20:venti? L’idea nasce un po’ per caso, come quelle idee che quando ti sfiorano per la prima volta, è come se fossero state lì da sempre. Dopo una diretta Instagram all’inizio della quarantena mi è apparso questo pensiero nella mente, “e se invece di fare live streaming mentre suono facessi una live streaming in cui scriviamo un pezzo tutti insieme?”. Poi l’idea si è evoluta e ha cambiato formato, inizialmente ho fatto una storia dove chiedevo di scegliere tra due riff musicali per scrivere una canzone tutti insieme. Pian piano si è evoluta ed è diventata: scelta tra i riff di introduzione, strofa, ritornello, special; pensieri, sensazioni, frasi ed emozioni attraverso il box “scrivi qualcosa” nelle stories (ho guidato tutti attraverso una fase intermedia chiamata “emotional workout” in cui parlavo di film o serie tv che mi ricordavano le emozioni che stiamo vivendo); dopo aver organizzato tutte le frasi e creato quattro testi diversi con le frasi di tutti, torneo tra i testi con due semifinali e una finale. Scelta del titolo con brainstorming collettivo in diretta Instagram e poi sondaggio tra due opzioni. Cosa è significato per te lavorare “da solo” supportato dalle mani e dalle idee di tante persone diverse? Quali sono state le sfide più complesse e quali invece i punti di forza che ti hanno reso sicuro che questa fosse una buona idea? Non ti nego che in certi momenti ho pensato di non potercela fare. Nella fase musicale è stato tutto molto fluido, io creavo due riff e le persone sceglievano quale gli piaceva di più, pensando che sarebbe dovuto venire dopo quello scelto il giorno prima. Nella fase della scrittura del testo ho ricevuto più di 100 frasi. Ho pensato “cavolo, mi sa che mi son messo nei guai, ma guai grossi!”. Ho preso un quaderno, da IG ho ricopiato tutte le frasi, una ad una, per sentirle “mie”. Già questo processo mi ha aiutato a sciogliere dei nodi che […]

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Ferruccio: nella Soffitta Produzione nasce un rapper

Ferruccio, 24 anni, rapper del collettivo Soffitta Produzioni. Il 24 marzo è uscito il suo disco d’esordio intitolato Zero: 14 tracce, che racchiudono 5 anni di vita, per un ascolto di 42 minuti circa, denso di parole, sensazioni, riflessioni. Appassionato di musica, ancor più della scrittura, innamorato dalle parole, Ferruccio porta avanti un progetto composto di tante voci dell’io differenti che si ritrovano tutte a dialogare tra di loro, con rime nuove, intrise di significato, poco retoriche, piene di vitalità. La scrittura è la sua Mecca, luogo privilegiato in cui non è sempre facile arrivare per cogliere la vera poesia; il suo è un percorso che definisce né semplice né semplificativo, che porta sempre a ripartire da zero. Intervista a Ferruccio Chi è Ferruccio? Com’è stato il percorso di creazione del tuo album Zero? Sono un rapper, mi chiamo Ferruccio, faccio parte della Soffitta Produzioni, il centro di produzione in cui è nato ed ho registrato il mio disco Zero; un collettivo di dieci persone circa, tra rapper e beat maker, produttori e grafica: il mondo in cui mi muovo e creo la mia musica. Il disco ho iniziato a registrarlo 4-5 anni fa, lo definisco infatti un percorso tortuoso, se penso che i primi brani composti risalgono a quando avevo 18-19 anni e adesso ne ho 24. Un processo lungo, tra scrittura, registrazione, missaggio, anche per questo si chiama Zero. È un disco in cui credo, un disco dinamico; sono consapevole che sia una specie di zibaldone, dal risultato finale omogeneo, a cui rimarrò affezionato proprio per il lungo tempo speso per crearlo. Cosa è cambiato, quindi, dalla scrittura delle prime canzoni alle ultime dell’album? Ribadisco che Zero è un disco che alterna brani scritti quando avevo 18 anni ed altri composti recentemente. Il cambiamento l’ho avvertito nella spontaneità che avevo nel creare: la magia degli inizi, dove le canzoni nascevano con una naturalezza disarmante, ha lasciato il posto ad una maturità stilistica; infatti adesso quando mi approccio alla scrittura, la vivo come una questione tecnica, anche perché negli anni, ho affinato la gestione dei brani, la struttura, la forma canzone, dando sempre però spazio al lato emozionale, una costante nella ricerca artistica. Un esempio di cambiamento di struttura è il passaggio da Minuti inutili a Come Lebron. Minuti inutili è una delle prime canzoni scritte, con la classica struttura rap, strofa ritornello strofa ritornello; Come Lebron invece è più maturo a livello lirico, ha una struttura più fine, più organizzata, che spazia tra i ritornelli e concede più libertà. Che cos’è per te la Soffitta Produzioni, il luogo dove è nato ed è stato prodotto il tuo disco? Come è strutturata la Soffitta e quanto ha influito sulla scelta artistica del tuo album? Una famiglia allargata, un termine forse poco professionale, ma più vicino alla realtà: siamo degli amici che condividono una passione e da ormai 8 anni, quasi quotidianamente, cercano di ritrovarsi per creare musica. C’è Trisha che lavora alle grafiche, Ghetosoffittaman ed altri che producono, ci […]

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Verde: il nuovo album di Jesse The Faccio | Intervista

Jesse The Faccio, musicista padovano, dal sound lo-fi e dal cuore di cantautore italiano. Verde è il suo secondo album, che racchiude in trenta minuti di ascolto, 11 brani dalle diverse sfumature; si alternano bpm, ritmi, frequenze, mentre due cerniere articolano il disco: due brani omonimi, Verde e Verde pt.2, infatti, stabiliscono la linea dicotomica che l’artista ha voluto tracciare. Il tutto racchiuso in un colore metaforico portatore di speranza. Nel panorama italiano, Jesse The Faccio si inserisce nella scena underground senza cedere al mercato mainstream, rincorrendo sonorità, atteggiamenti, attitudini punk, lo-fi, fuori dal coro. Cosa significa far uscire un disco in questo momento? Avevamo pensato all’uscita del disco e alla sua promozione, senza immaginare potesse accadere una cosa del genere: abbiamo dovuto improvvisare e ci siamo reinventati. Tra una diretta come release party per sponsorizzare il disco, i CD spediti in giro e il suonare il più possibile sui social, posso dire che l’album è stato ascoltato abbastanza, quindi ci è andata bene. Ovvio, rimanere fermi, senza live, che è la miglior promozione possibile, è sicuramente difficile, però si ha tempo per interviste, live in diretta, e bene o male il prodotto gira. Verde, un disco che contiene due singoli omonimi (parte 1 e parte 2) ed una copertina che non poteva non riprendere questo colore. Cosa rappresenta Verde, perché questo titolo? Avevo raccolto materiale negli ultimi anni ed ho trovato un filone spontaneo in tutto ciò che avevo scritto: tanta speranza, vista da entrambe le parti, ovvero sia dalla parte della consapevolezza e della negazione, sia come unico modo per andare avanti. Da lì l’idea di dividere l’album in due: iniziando dalla negazione totale con Verde, il primo brano del disco, scendendo pian piano, percependo sempre più voglia di speranza, arrivando a Verde pt.2, un divisorio, strumentale che porta a credere sempre più. Il titolo l’ho scelto, poiché per noi italiani, il colore della speranza è il verde, quindi si legava bene al mio filone logico. È un disco diviso in due anche a livello sonoro: la prima parte è più vicina al primo album, un’evoluzione direi; la seconda parte è sperimentazione, con l’inserimento di altri strumenti, giocando di più. C’è un attitudine punk in quello che suoni, anche nei testi, in come i brani vengano cantati. Cosa c’è dietro la costruzione di Verde? Quali riferimenti musicali ti hanno spinto a creare questa sonorità? I riferimenti sono i soliti artisti che hanno influenzato anche il disco precedente, sonorità oltreoceano come Mac Demarco ad esempio; in più c’è il suono dell’Inghilterra in questo album: il post punk inglese degli Idles e degli Shame, che ho ascoltato tanto. La mia è un’attitudine intrinseca, che nasce spontanea nel momento in cui parto da chitarra e voce, poiché sento nella mia mente già quella direzione di suono, anche nei brani più lenti, proprio perché è dentro il mio modo di cantare. Quando ho arrangiato la prima parte del disco, avevo già le idee molto chiare, dato che conosco bene la mia attitudine, […]

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Arianna Poli e il secondo EP: Grovigli

Ferrara, classe 1999, Arianna Poli è una cantautrice emergente italiana, che il 20 marzo ha pubblicato il suo secondo lavoro musicale: Grovigli, un EP composto da tre brani, due inediti ed una cover de Le luci della Centrale Elettrica. Dopo un tour che ha portato il suo precedente album, Ruggine, in giro per l’Italia, Arianna torna con un nuovo progetto, che mette in risalto la dimensione acustica e minimale. Un lavoro di sottrazione che dà luce alla voce e alle parole. Registrato a Ferrara presso lo studio SONIKA, prodotto da Samuele “Samboela” Grandi, Grovigli ha il merito di essere un EP asciutto quanto basta, ideale per porsi sulla linea di confine tra il cantautorato d’autore e l’indie. Intervista ad Arianna Poli Qual è l’esigenza di voler far uscire un EP di tre canzoni, di cui una versione acustica di un brano del disco precedente e una cover de Le luci della centrale elettrica. Cosa vuoi comunicare con Grovigli? Prima di Grovigli, io e Samuele, fonico e musicista che mi accompagna nella produzione e nel tour, avevamo registrato e pubblicato un EP di sei canzoni: Ruggine nel 2018. Quando abbiamo iniziato a suonare, ci siamo ritrovati a produrre brani un po’ casualmente, senza l’intenzione di farne un disco per poi andare in tour; per questo abbiamo arrangiato con tanti strumenti, molti dei quali non suoniamo dal vivo. Dopo averlo pubblicato, c’è stato un tour di un anno e mazzo, una sessantina di concerti dove abbiamo suonato con i nostri strumenti e con le nostre forze. Da qui ci siamo resi conto che le canzoni si erano un po’ plasmate e avevano subito un cambiamento. Grovigli infatti è nato perché avevo l’esigenza di riscoprire i brani suonati durante i concerti, in una dimensione che fosse più fedele al live e più fedele a come mi sento di suonare io, esprimendo meglio il senso di ciò che sto cantando. Sono solo tre brani perché volevo si creasse un ponte, tra l’EP precedente, Ruggine, e quello che verrà in futuro. Ruggine, il disco precedente – Grovigli, attuale EP, due titoli che comunicano situazioni da prendere in mano per evitare che si ossidino, o per snodarle da eventuali intrecci. Se è vero che un disco è il completamento dell’altro, qual è il fil rouge che collega i due album? Dal 2018 al 2020, quindi da Ruggine a Grovigli, cosa è rimasto e cosa invece è cambiato? Il fil rouge è il tour: mi sento molto cambiata e penso di aver maturato un modo di suonare diverso dai primi passi mossi live. Il titolo Grovigli traduce il mio pensiero, nell’idea di costruire canzoni più asciutte, rinnovando i brani, avendo come punto fermo gli arrangiamenti portati sulle note del tour. Le canzoni sono rimaste le stesse, perché al centro non c’è un cambiamento ma un processo di maturità: all’inizio quando andavamo a fare i primi concerti, io e Samuele non ci conoscevamo bene a livello musicale; concerto dopo concerto siamo poi riusciti a capirci e sviluppare una […]

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Acini, Paolo Saporiti: il mondo che ruota intorno al live

«Siamo di fronte ad un lavoro, che live può avere un ottimo riscontro, anche per la scelta degli strumenti, che ben si presta all’esecuzione dal vivo», così scrivevo tempo addietro, nella recensione del disco Acini di Paolo Saporiti. Ad oggi, un concerto live è diventato un vero e proprio disco, fisico e digitale, suonato in trio, in maniera asciutta come il cantautorato vuole. Uscito il 21 febbraio per Orange Home Records, Acini Live è realizzato da Paolo Saporiti insieme al chitarrista Alberto Turra e il batterista Lucio Sagone. L’album è frutto di un live, registrato in presa diretta, che dà la possibilità di comprendere il respiro di una sessione dal vivo di Saporiti: attraverso i commenti dei brani, il rumore di sottofondo, gli scricchiolii degli strumenti, ci si immerge in qualcosa che va oltre l’acustico. Cosa c’è dietro Acini nella versione live? Qual è stata l’esigenza di fare una versione diversa da quella in studio? L’aspetto di questo disco è una forma di celebrazione a quello che è successo. Acini era un disco campionato, fatto in studio, ciò che mi interessava di più era portarlo in giro, insieme al chitarrista Alberto Turra e al battterista Lucio Sagone. Live dopo live sono arrivato, insieme ai musicisti, ad una qualità della sensazione molto alta, avvertivo il bello che accadeva sul palco. L’idea, quindi, è stata quella di fissare un momento, abbastanza inconsapevole di quale sarebbe stato il risultato; sicuramente ero convinto di quello che stava succedendo e di quello che io e gli altri stavamo suonando, ma la riprova del voler stampare l’album in questo modo è stata ascoltare il disco ed essere sicuro di star camminando per la strada giusta. Come affronti un live? Quali canzoni non possono mancare mai, e cosa non può mancare mai in un tuo live? Mi piace molto essere sul pezzo, vale a dire, suonare i brani del disco che ho composto; ho sempre suonato anche canzoni di lavori futuri e ripreso dai dischi vecchi, facendo una scelta tra diversi brani che mi piacciono. Un esempio è Rotten Flowers, che non è presente nel disco live a causa di un problema tecnico. Sono solito, a fine concerto, staccare l’alimentazione e finire in acustico, ed è valso anche per questo concerto qui: ero solo con la chitarra in mezzo al pubblico, ma purtroppo il condizionatore era acceso ed ha disturbato la registrazione. In un mio live non può mancare questa versione acustica; si può condividere l’emozione sottile, è un nuovo linguaggio, che provoca e trasforma: abbassando la soglia del rumore, la gente ti concede un nuovo modo di suonare. Un cantautore, deve essere una persona che chitarra e voce riesce a sostenere una situazione, quindi suonare con gli strumenti che hai. C’è un rituale che fai prima di salire sul palco, come acquisti la concentrazione prima di buttarti nell’esperienza del live? Vari rituali: dato che arrivo dal teatro, sono passato dal tai-chi, continuando con il training di stampo teatrale. In questo momento, mi concedo una sambuca prima […]

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