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Eroica Fenice

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Appunti sulla felicità: intervista a Jacopo Ratini

Appunti sulla felicità, così si intitola il terzo disco di Jacopo Ratini, cantautore eclettico, che attraverso questo nuovo lavoro discografico ha dato vita ad un cantautorato pop, intenso e riflessivo. Appunti, storie da post it, proprie e di altri, raccolte in undici tracce che analizzano tante sfaccettature della vita: dall’accettazione del dolore, alla casualità e causalità, dal focus sui rapporti interpersonali al valore dei silenzi. L’artista romano comincia l’attività di cantautore nel 2007, vincendo numerosi premi e festival nazionali di musica d’autore: Musicultura, il Premio Lunezia, il Tour Music Fest, il Roma Music Festival, Musica Controcorrente, il Premio Note Verdi, il Premio Franco Califano, il Premio Roma Videoclip e Sanremo Lab. Nel 2010 approda al Festival di Sanremo, nella categoria Nuove Proposte con il brano “Su questa panchina”. Ad oggi, ha tre dischi all’attivo: “Ho fatto i soldi facili” (Universal 2010), “Disturbi di Personalità” (Atmosferica Dischi 2013) e “Appunti sulla felicità” (Atmosferica Dischi 2018). Jacopo Ratini è un artista poliedrico, in quanto non solo cantautore, ma anche ideatore del Salotto Bukowski: un reading-musicale tra teatro e canzone, in cui le poesie di Charles Bukowski s’incontrano con gli artisti che hanno reso grande la canzone d’autore italiana. Direttore artistico del Mons a Roma e docente di songwriting. Intervista a Jacopo Ratini Appunti sulla felicità è il tuo terzo album, uscito a Novembre 2018. È un disco che va ascoltato più volte, perché altrimenti si resta nello strato superficiale delle emozioni e non si arriva in fondo, capendo in tutto e per tutto il senso. Partiamo dal titolo: perché Appunti sulla felicità? Che cos’è per te la felicità? Nel titolo ho voluto inserire la parola appunti, perché questo album è un diario di frasi, aforismi, appuntati su post it, che pian piano sono diventati strofe, special, ritornelli. Per quanto riguarda la parola felicità, mi piaceva che rientrasse nel titolo perché io la intendo nell’accezione di serenità vissuta all’interno di un percorso costellato di tappe positive e negative. La felicità è fatta di momenti di vita, routine, abitudini. La somma di tutti questi momenti porta poi alla felicità globale. Devo dire che negli ultimi anni ho imparato ad apprezzare anche i momenti no: prima li allontanavo per paura di star male, adesso invece anche in queste situazioni negative cerco di accogliere ogni cosa e di viverla come parte integrante. Mi aiuta ad accettare la vita e me stesso. Prendere di petto la vita, elaborare un lutto, tornare a sorridere, capire chi nella nostra vita è per noi casa. Tutto autobiografico, oppure ci sono pezzi di storie altrui? Per te cosa è più difficile scrivere: ciò che è dentro di te o quello che è degli altri? Quando ero più piccolo mi veniva più facile parlare di altri: prendevo spunto dalle storie altrui, invece adesso avendo percorso parecchia strada, avendone fatte di cose importanti in questi ultimi anni, avendo vissuto separazioni, lutti, ho cambiato prospettiva. La fine di una storia d’amore, un lutto fisico sono distacchi che possono essere traumatici o che comunque ti cambiano […]

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Simona Molinari: dal Teatro Augusteo parte Sbalzi d’Amore Tour

L’incipit del nuovo tour di Simona Molinari è a Napoli, più precisamente, al Teatro Augusteo, un teatro che, a detta della cantante, l’ha sempre colpita profondamente, poiché ogni qual volta passeggiava per via Toledo, lo ammirava con aria sognante, desiderando un giorno di poterci cantare. Oggi, 22 maggio 2019, quel sogno è diventato realtà. Dopo aver viaggiato per dieci anni, portando la sua musica in tutto il mondo, dal Blue Note di New York al Teatro Estrada di Mosca, cavalcando i palchi di Toronto, Rio, Parigi, Pechino; dopo aver duettato con Peter Cincotti, Ornella Vanoni, Danny Diaz, Gilberto Gil, protagonisti di canzoni dei precedenti album dell’artista; dopo la breve parentesi cinematografica, con il film di Walter Veltroni “C’è tempo”; dopo tutto questo Simona è sul palco, inaugurando nella sua città natale, Sbalzi d’amore Tour. Simona Molinari al Teatro Augusteo, un sogno che si avvera Luci spente in sala, un pianoforte, un basso, una batteria, un sax e un clarinetto sono il complesso strumentale che si trova sul palco. Tutto prende forma, all’arrivo del maestro Claudio Filippini, che sedutosi al piano, dà il LA per il primo brano: In Cerca di Te, riproposto dalla cantante aquilana d’adozione per la prima volta nel 2011 e contenuto nell’album Tua. Tra gli applausi e quel filo d’emozione per i nuovi inizi, Simona Molinari avvia la narrazione di una storia, che si protrae per tutto il concerto. A metà tra un’autobiografia e un romanzo di finzione, si cuce il racconto che vede protagonista Simona ed il suo rapporto con l’amore. Prima di proseguire infatti, Simona si diverte a spiegare il suo primo amore, il suo primo incontro con la musica, avvenuto intorno agli 8 anni, quando sentì Mr. Paganini di Ella Fitzgerald e decise di imitare le acrobazie vocali che la cantante statunitense aveva registrato in quel brano. Oggi lo ripropone in una versione sofisticata, che permette di mostrare l’abilità nell’improvvisazione jazz e tutto lo studio che da bambina fino ad ora ha compiuto, per arrivare ad essere la cantante che è. Continua divertita tra i ricordi, parlando di arte, riproponendo così una versione in cinese della Carmen, già intuibile dalle note di basso che sostentavano il suo chiacchierare. La Molinari arriva poi a raccontare come sia stato necessario non solo porre le fondamenta del suo amore per la musica, ma anche voler costruire un progetto discografico, scrivendo canzoni, cercando una band, un produttore che la supportasse, ma sopratutto un pubblico a cui arrivasse ogni singola nota: così si rannoda alla prima esibizione di Sanremo, cantando Egocentrica affiancata da Fabrizio Bosso alla tromba, il primo ospite della serata. “Così come ci sono gli standard americani, ci sono anche gli standard napoletani”: esordisce Simona Molinari ed attacca con Anema e Core. Salutato Fabrizio Bosso, continua il fil rouge della serata, stavolta dall’amore per la musica, si passa all’amore per un uomo, una digressione sulla vita sentimentale che termina sulle note di Sorprendimi ed ancor ritorna nella strofa parlata di Amore a Prima Vista, brano della Molinari […]

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Ecco Sedici:noni, intervista ad Antonio Manco

Sugli schermi del cinema, così come in tv, nelle foto, si avvicendano immagini, ricordi a colori o in bianco e nero. Stavolta sono stampati in formato 16:9 e racchiusi in un disco folk, rock firmato per l’etichetta Apogeo Records, autoprodotto, suonato e cantato da Antonio Manco. Uscito due mesi fa, il 15 marzo 2019, Sedici:noni, il nuovo disco di Antonio Manco, descrive canzoni come se fossero fotografie in polaroid, da trasportare in giro per il mondo. L’anima viaggiatrice, che ha bisogno di esprimere tutto il suo mondo interiore, in questo disco esce fuori a 360°, anche supportata da un sound deciso, con toni blues mescolati ad un rock anni ’70, senza tralasciare quello spirito sempre più folk. Sedici noni, dimensione delle foto, del cinema. Coniugare due arti, intrecciandole insieme. Manco, da dove nasce questo disegno? Più che accomunare due arti, è stato naturale utilizzare un’espressione appartenente al mondo della fotografia, questo perché io sono molto legato alle foto, che siano il ricordo di viaggi, oppure legate a un’esperienza di vita di altra natura. L’idea è nata proprio dal voler evocare un ricordo, in particolar modo il ricordo di un viaggio. Quindi c’è stata una volontà più che artistica, umana. Ascoltando le tracce dell’album, una di seguito all’altra, mi sono reso conto di questo legame fotografico e che ogni singola traccia appariva come una singola foto. Il titolo dell’album è nato dopo, nella fase finale. Stavo cercando un titolo, così ho pubblicato su Facebook alcune foto di panorami, ed scrivendo in descrizione: “titolo dell’album?” Un amico, per prendermi in giro, mi dice: “sedici noni” ed io “sei un genio!” Quindi, non è venuto da me, anche se l’idea l’avevo dentro. Ciò di cui ero sicuro era come dovesse suonare l’album: il sound del blues, del folk non poteva mancare. Oltre il ricordo del viaggio, che è facilmente riconducibile come filo rosso dell’album, c’è qualcos’altro che collega i vari brani? La sensazione di rivalsa, che segue un periodo di malinconia, di difficoltà: tocchi il fondo, ma poi inizi a voler risalire e questo ti porta a compiere degli eccessi, poiché hai fame di quello che ti sei perso, e cammini, ma cammini nella direzione opposta: alzi il gomito, fai tardi, arrivi all’estremo. Poi ti fermi. Per me è questo il filo conduttore dell’album: la risalita. Due brani del disco che consiglieresti all’ascoltatore? Da quando è uscito l’album -ed ho avuto modo di vederlo anche in alcuni live- ci sono stati molti feedback positivi per il brano Necessità infernale… anche Federica Vezzo, la frontwoman dei Federa e Cuscini mi ha più volte ripetuto questa preferenza; un’altra canzone, questa volta a gusto mio, a cui sono molto affezionato per mood, è Alibi in Vetro. Manco, qual è stata la canzone più complessa da scrivere? Per scrivere Resilienza ho avuto difficoltà: si tratta di scrivere di battaglie interiori ed è una canzone che sento ancora molto addosso, nonostante sia passato tempo. Capita a volte che alcuni brani dopo un po’ non li senti più sulla […]

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Federa & Cuscini, intervista alla band napoletana

Federa & Cuscini è una band napoletana, nata prima come trio acustico e poi divenuta una vera e propria band in elettrico. Il nome rimanda alla cantautrice Federica Vezzo, frontwoman del gruppo, accompagnata in questo progetto da Gaetano Sorgente alla chitarra, Enrico De Stefano al basso e Claudio Attonito alla batteria. All’attivo hanno un EP, Viento ‘e curaggio, uscito nel 2017, numerosi premi vinti, l’ultimo a Luglio 2018 con il Festival dei Castelli Romani di Velletri ed un nuovo singolo disponibile online: Da Piccola. Sono stati selezionati per le prossime audizioni di Musicultura 2019, insieme a molti altri artisti del panorama campano. Nonostante i cambiamenti di formazione, l’utilizzo nella scrittura sia dell’italiano che del napoletano, Federa & Cuscini dimostrano essersi ritagliati uno spazio all’interno della musica partenopea, attraverso una scrittura che mira all’essenziale, utilizzando vocaboli semplici e una linearità diretta, cosa che diviene sempre più rara nel cantautorato attuale. Il loro sound è un misto di generi differenti: blues, rock, folk, soul, il tutto sempre sottolineato da una voce mantiene una decisa identità vocale. Da Viento ‘e Coraggio, il vostro primo Ep a questo ultimo singolo, Da Piccola. Cosa è cambiato in questi due anni?  Oltre alla formazione che è evidentemente cambiata, dato che adesso non siamo più un trio acustico, ma una una band completa, sicuramente è cambiato il suono di base. Ci siamo confrontati tra di noi, con i nostri gusti, proprio per cercare una sonorità nostra. Abbiamo poi messo in mano a Massimo De Vita vari brani, è stato lui a scegliere Da Piccola e da lì sono arrivate idee, suoni, proprio per ottenere una sonorità che ci distinguesse. Passare dall’acustico all’elettrico è complicato; noi abbiamo continuato a inserire dentro la nostra musica il folk, il blues, il rock, il soul, proprio come si può ascoltare già dal primo EP. Da Piccola, è un pezzo che attraverso la semplicità racconta la verità, forse proprio questo è il suo punto di forza. Come definisci la tua scrittura? In realtà non so come definirei la mia scrittura, credo in evoluzione, poiché la sento in continuo cambiamento, sia per le esperienze che vivo, sia perché man mano che ascolti, il tuo bagaglio musicale si gonfia. Spero di non perdere la comunicabilità, l’essenza del testo in sé, proprio perché mi piace che la mia scrittura arrivi diretta, in modo che le persone capiscano ciò che sto raccontando e riescano ad immedesimarsi. Da Piccola è in italiano, altri brani del precedente EP sono in dialetto, non mi limito: nella lingua in cui mi sento di scrivere, scrivo. Da Piccola, che tra l’altro sta avendo parecchio successo, ha dietro la produzione artistica di Massimo De Vita ed è stata registrata e mixata presso Le Nuvole Studio di Cardito. Com’è stato lavorare in questo contesto, essere seguiti in questa produzione artistica? Quando ho fatto ascoltare dei pezzi a Massimo, ero molto imbarazzata, poiché non mi sento una grandissima chitarrista e glieli ho suonati in acustico, voce e chitarra. Avevamo 2-3 idee, io gliele ho fatte ascoltare […]

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Festival di Sanremo 2019: resoconto della seconda serata

Festival di Sanremo 2019: analisi della seconda serata.   “Io non guardo Sanremo” così esordisce la maggior parte della popolazione italiana, ma poi a conti fatti gli ascolti si percepiscono e si quantizzano come positivi, inserendosi in un bilancio altrettanto favorevole dato dal mondo social. Twitter, post, sondaggi sulle stories di Instagram hanno invaso le home di qualsiasi italiano, creando una catena di commenti, scambi di pareri e soliti diverbi. La settimana santa della musica italiana è iniziata e come fosse Carnevale, ogni persona davanti allo schermo della propria TV si traveste da giudice, commentando allo sbaraglio, ipotizzando previsioni, dando pareri e stilando classifiche ed è giusto che sia così, perché in fondo è questo Sanremo: una kermesse canora che attorno a sé ricerca movimento al grido di battaglia “l’importante è che se ne parli”. Prima di commentare la seconda serata, mi sembra doveroso fare una precisazione: Se con Spotify, ai primi secondi di intro, scegliamo cosa sia congeniale alle nostre orecchie e cosa no, con le canzoni di Sanremo dobbiamo deglutire dopo tre minuti e mezzo, ma sopratutto dobbiamo cercare di salvare il buono, se esiste. Siamo davanti ad una kermesse canora, niente di meno niente di più: attraverso questo variopinto quadro di artisti non si rappresentano i gusti musicali degli italiani, per quello ci pensa la Viral 50 di Spotify, ma si rappresenta una fetta di cantanti e cantautori all’attivo sulla scena italiana, niente di più niente di meno. Festival di Sanremo 2019, la seconda serata Sulle note di Noi No si apre la seconda serata del Festival di Sanremo 2019. Una marea di ballerini, vestiti di grigio con i cappucci sulle teste si muovono in una coreografia che fa risaltare rose bianche strette nelle mani dei performer. Baglioni ricorda anche in questa seconda serata che il 69° festival di Sanremo è il festival dell’armonia. Presentati Virginia Raffaele e Claudio Bisio si dà il via con i primi dodici artisti in gara.  Achille Lauro: Non giudicate dalla copertina, perché Achille Lauro non è solo riuscito a stonare anche con l’autotune, ripetendo maniacalmente Rolls Royce, è molto molto altro. Ci troviamo davanti ad un pezzo che non ha voglia di complicarsi la vita, con perenni richiami che rimano tra di loro: Marilyn, Amy. Un riff ben strutturato, glam e per certi versi rock; una voce fuori dal coro. Non sarà bel canto, ma direi che il bel canto l’Italia l’ha lasciato da molto tempo. Einar: A riprendere le fila della tradizione italiana c’è Einar, con un classicone sanremese spento e poco coinvolgente. La linfa del pop italiano sembra aver avuto una battuta d’arresto o semplicemente a Sanremo Giovani si è scommesso sul cavallo sbagliato. Prima gag tra Bisio e Baglioni, punteggiatura e canzoni. Intrattenimento che rende palese un’unica affermazione. Ma quanto è espressivo Bisio?  Il Volo: Mi correggo, questa è la tradizione italiana. Noi italiani agli occhi del mondo siamo Il Volo e tutto quello che è il loro universo musicale. Per noi un cantato superato, ma in fondo sono pur sempre […]

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Sonohra, l’ultimo grande eroe: intervista a Luca Fainello

L’ultimo grande eroe, così si intitola l’ultimo album dei Sonohra, registrato completamente in analogico, nel loro studio chiamato #Civico6. Luca e Diego Fainello hanno prodotto interamente tutti i 10 brani che compongono il disco: Luca ha curato i testi, Diego la musica e gli arrangiamenti. L’album è uscito lo scorso dicembre ed è stato anticipato da cinque brani con videoclip annessi, l’ultimo di questi “Ciao” già in rotazione radiofonica.  Per l’occasione abbiamo scambiato quattro chiacchiere con Luca Fainello per farci raccontare un po’ il percorso di costruzione di questo album, ma non solo. Ecco a voi! Sonohra, intervista a Luca Fainello  Sono passati 10 anni dalla vittoria di Sanremo Giovani con L’amore. Adesso siete al vostro quinto album, L’ultimo grande eroe. Qual è stata l’evoluzione in questi anni? C’è stata una vera e propria evoluzione dal punto di vista musicale, questo è sicuramente il cambiamento più lampante. Dal punto di vista tematico, i testi che scriviamo adesso sono diversi da quelli di dieci anni fa: siamo maturati. Questo disco, L’ultimo grande eroe, è un album autoprodotto, diviso in due parti; farà da ponte tra “i Sonohra conosciuti” e quello che stiamo realizzando adesso, ciò che solitamente portiamo nei nostri live. Abbiamo in mente un progetto a lunga durata e meno mainstream, dalle sonorità blues, folk. In questi anni abbiamo scritto tanto e mentre portiamo live la prima parte, lavoriamo sulla seconda che uscirà in autunno 2019.   Il nome dell’album, L’ultimo grande eroe fa riflettere sull’importanza di avere riferimenti, sul concetto di eroe in sé. Quali sono i vostri eroi dal punto di vista musicale? Questo titolo è molto introspettivo. Vogliamo comunicare la necessità di trovare i propri eroi dentro se stessi e dentro le persone che abbiamo vicino. Il nostro è un messaggio di speranza: viviamo in un’epoca dove tanti valori vengono a mancare, dove non è facile trovare eroi. Per quanto riguarda il punto di vista musicale, il percorso che abbiamo avuto noi, lo hanno avuto molti della vecchia scuola e ne andiamo anche fieri di quella che è la nostra storia, anche perché siamo stati tra gli ultimi ad essere usciti nel panorama musicale dopo anni di gavetta fatta di live su live. Tra i nostri eroi musicali, dei veri e propri miti: Dire Straits, Eric Clapton, tanti artisti che hanno influito sulla nostra crescita musicale.   #Civico6 è il vostro studio, in cui avete prodotto l’album… #Civico6 si chiama così perché è casa nostra, abitiamo al civico 6. Siamo molto legati a questa casa, in cui nascono le nostre produzioni, e siamo sicuri che anche i prossimi progetti nasceranno e saranno prodotti qui. Per adesso ci siamo cimentati a produrre la nostra musica, ma col tempo vorremmo ampliare il giro.   Prendendo come riferimento il panorama attuale, qual è la vostra più grande paura, se pensate al futuro della musica italiana? Il pop è morto? Musica pop significa tutto e niente, perché in realtà si definisce come “la musica che ascolta la gente”. La trap e […]

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Tony Maiello, il nuovo singolo Tutta Colpa Mia: l’intervista

Nel 2008 cavalcava il palco di X Factor, classificandosi in quarta posizione; nel 2010 trionfava a Sanremo Giovani con il brano Il linguaggio della resa. Ha poi iniziato un proprio percorso artistico come cantante ed autore, firmando numerosi brani interpretati da stelle del pop italiano: Laura Pausini, Marco Mengoni, Giorgia, per citarne alcuni. È Tony Maiello, classe 1989, cantautore pop. Il suo ultimo singolo è Tutta Colpa Mia, in rotazione nelle radio, disponibile su tutte le piattaforme online. Un linguaggio moderno, che non cede ai compromessi storici del panorama musicale odierno; una penna semplice, raffinata, che mantiene alto lo standard della musica pop italiana. Dal primo EP Ama Calma, ad oggi con la pubblicazione del singolo Tutta colpa mia. Come si è evoluta la composizione di testi e musica, quali sono le influenze musicali che hanno accompagnato Tony Maiello? L’evoluzione è principalmente a livello testuale, mentre per la musica mi ha sempre affascinato la musica RnB. È normale, più vai avanti, più immagazzini informazioni, nuove idee che rielabori: c’è un vissuto molto più forte. Il mio modo di scrivere e di raccontare è cambiato con le esperienze un po’ più difficili che ho dovuto vivere. Le mie influenze sono l’ R ’n’ B, un esempio è Alicia Keys, mentre per quanto riguarda l’italiano ascolto Jovanotti, poi sono nato negli anni di Tiziano Ferro e quindi inevitabilmente anche lui è tra le mie influenze. Sei autore di brani cantati da Laura Pausini, Giorgia, Mengoni. Come è iniziata la strada del autorato? L’essere un autore è nato in maniera abbastanza forzata. Ho scritto per molti artisti, una tra tutte Laura Pausini, l’ultimo singolo con Biagio “il Coraggio di Andare” porta la mia firma. Ero andato in una casa discografica per presentare il mio progetto e mi hanno detto così non sarei andato da nessuna parte, ma avrei potuto provare un’altra strada, quella dell’autorato. Ho chiesto di darmi la mail di Laura Pausini e mi hanno risposto che ero pazzo, invece eccomi qui. È una cosa bella della mia vita, che però non ho scelto. Come nasce una canzone scritta per altri artisti? Io quando scrivo scrivo per me, in funzione della mia voce, non della voce degli altri. A me non piace vedere la musica come catena di montaggio. Scrivo per me, poi successivamente lo cantano gli altri. Sono un cantante, prima di essere un autore, quindi stando anche dall’altro lato, so che ad un’artista piace sperimentare, per cui cerco di dare all’artista per cui scrivo sempre qualcosa di nuovo. È uscito l’ultimo tuo singolo: Tutta colpa mia. Ormai la musica non è più fatta di album ma di singoli. Come la pensi a proposito? La musica oggi viene masticata e buttata come una caramella, quindi se c’è una cosa a cui mi sono piegato è il mercato. L’album esce lo stesso, ma con un singolo di lancio puoi sondare prima il terreno; conviene alla produzione per capire la portata dei dischi da stampare. Il singolo può entrare in una classifica di Spotify […]

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I Mescalina verso Sanremo Giovani

I Mescalina approderanno sul palco di Sanremo Giovani il prossimo 20 e 21 dicembre, per la finale del concorso che porterà sul palco dell’Ariston le nuove proposte emergenti della musica italiana. La band campana nasce nel 2017 e sceglie il nome Mescalina congiungendo le diverse iniziali del circuito napoletano che il quartetto compone ogni qual volta raggiunge la sala prove: Melito (ME), Scampia (SCA), città situate nel limbo (LI) di Napoli (NA) danno vita al nome del gruppo: ME/SCA/LI/NA. Provenienti da strade musicali diverse, i componenti della band hanno trasformato la propria moltitudine di influenze in una musica estremamente rock ed al contempo pop. La voce di Sika, col giusto scream, sempre precisa e ferma si mescola bene ai ritmi serrati del basso di Cesare Marzo e della batteria di Claudio Sannino, lasciando libera la chitarra, suonata da Giancarlo Sannino, in grado di dare maggior respiro all’arrangiamento proposto. Senza compiere il passo più lungo della gamba, attraverso il primo e unico singolo dei Mescalina, Chiamami Amore Adesso, è possibile definire l’idea di cercare un suono intenso che ricordi l’atmosfera punk anni ’90, in una dimensione prettamente rock british, incorniciata e avvolta da un velo pop, che rende riconoscibile la band, il brano e sopratutto rende il pezzo estremamente orecchiabile e cantabile. Definizioni a parte, ci troviamo davanti ad un singolo che calibra bene lo stile e la forma, con un testo (a cura di Luigi Sica) che talvolta brilla di originalità, mentre per altri versi ricorda rime già scritte; il racconto di un’unica notte “d’amore” che non ha futuro e non ha radici affondate nel passato, sembra convincere maggiormente per il versante musicale (a cura di Giancarlo Sannino): ritmo deciso con numerosi stacchi, armonia nuova e spiazzante, fanno sì che il ritornello sia climax di un percorso ascendente e lo renda sincero ma allo stesso tempo armonicamente dirompente. Lo special, a differenza del ritornello gioiello, possiede una minor forza comunicativa, ma in fondo, quel che conta in una canzone pop è il ricordare l’inciso ed i Mescalina ci sono riusciti a pieni voti. Prodotti dal Maestro Umberto Iervolino, i Mescalina ci fanno respirare un sound nuovo rispetto al solito singolo proposto per Sanremo, ma sorvoliamo sull’etichetta con cui è definita la band: Porno Pop, poiché inappropriata e data solo per definire un personaggio, marcando un tratto caratteristico, che la band non possiede. Il testo racconta una notte di sesso, il ritmo è tipicamente stretto, la band si propone con un look particolarmente dark, ma non sono i requisiti giusti per un’etichetta del genere. Speriamo non restino intrappolati in un genere che non gli appartiene, ma portino avanti una musica ben decisa e delineata, ormai da troppo tempo dimenticata in Italia e sul palco dell’Ariston. Siete vincitori di Area Sanremo. Come mai avete deciso di partecipare a questo concorso? Come avete vissuto questa esperienza? È stato un percorso abbastanza lungo, non ce l’aspettavamo. Noi abbiamo deciso di parteciparvi, ma è stato un caso riuscire ad esserci al casting, poiché il giorno stabilito […]

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Musica

Memorandum: nuovo album di Fabiana Martone | Intervista

In occasione dell’uscita dell’album Memorandum, intervista a Fabiana Martone, cantante attiva nel panorama napoletano con diverse esperienze e progetti (per citarne alcuni il quartetto al femminile Sesèmamà e la collaborazione con i Nu Guinea). Memorandum è il nuovo album di Fabiana Martone, realizzato mediante una campagna di crowdfunding, che le ha permesso di registrare, produrre e distribuire 11 tracce. Il disco, pubblicato da SoundFly con distribuzione Self, è stato presentato lo scorso 11 novembre alla Feltrinelli di Napoli. Memorandum ha visto Fabiana Martone nelle vesti di “autrice, arrangiatrice, direttore artistico, e produttrice artistica ed esecutiva”, supportata nella realizzazione di questo progetto da Luigi Esposito e Bruno Tomasello. Nella scrittura dei testi la cantante è stata affiancata da diversi autori: Ciro Tuzzi, Marco d’Anna, Emanuele Ammendola, Luca Di Maio, Alessio Arena, Umberto Lepore, Salvatore Rainone e da Bruno Savino di SoundFly. Fabiana Martone e Memorandum Il mondo di Fabiana Martone è colorato di un’atmosfera rarefatta che si sostanzia attraverso una voce carismatica. Tutto è perfettamente incastonato: la stretta consonanza tra testi, melodie ed armonie è il vero asso nella manica di questo lavoro. Si avverte nota dopo nota, brano dopo brano, la volontà di portare avanti un progetto, di rendere realtà qualcosa che già esisteva ed andava solo trasformato in musica. Una bella magia potersi lasciar trasportare dalle undici canzoni di Memorandum, aventi un ciclo tematico nel quale si susseguono i momenti di una giornata: dalle canzoni del mattino (Geopolitica sentimentale, Memorandum e Niente ‘e che), si giunge poi alle tracce del dopo pranzo (Me passa ‘o genio e L’albero di Carnevale), continuando con quelle della sera (Sospesi a Corso Malta, Era solo avere, Citofonare Martone) e, completando quasi il cerchio con il pezzo di una notte insonne (La quadratura della luna), si termina con le canzoni dei sogni (Il fuoco e Sirena). In Memorandum vi è la partecipazione di un ricco team di musicisti (Fabrizio Fedele, Emiliano Barrella, Luigi Scialdone, Lorenzo Campese, Gabriel D’Ario, Francesco Fabiani, Davide Maria Viola, Derek di Perri, Michele Maione, Lino Cannavacciuolo, Marco D’Anna, Rainone e Lepore  e gli stessi Esposito e Tomasello), che hanno reso l’album ancora più variegato ed emozionale. Il cerchio di Memorandum si chiude con una preziosa novità all’interno del disco, in quanto l’album contiene un artbook con undici tavole (una per ogni canzone) realizzate da vari artisti, illustratori, disegnatori e pittori (Martina Troise, Cyop e Kaf, Nikkio, Clelia Leboeuf, Nando Sorgente, Nicola De Simone, Dario Protobotto, Vincenzo Aulitto, Alexandr Sheludko, Alessandro Rak), i quali hanno avuto la possibilità di trasferire l’interpretazione dei brani di Memorandum in una forma d’arte differente dalla musica. Memorandum, un monito da scolpire nella testa, un album da ascoltare con calma, per assorbirne messaggi, passaggi e vibrazioni positive. Quattro chiacchiere con Fabiana Martone Come nasce questo disco e quali sono state le influenze musicali che hanno segnato Memorandum? Era una mia idea da un po’ di tempo, quella di provare a fare un disco io, piuttosto che realizzare una collaborazione con qualcuno. Già avevo registrato dischi, il primo da solista, il secondo come cantante, il terzo in cui […]

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Culturalmente

Le 5 lettere d’amore, le più belle e romantiche di sempre

5 lettere d’amore: il valore della carta Il valore del cartaceo, nella sua interezza, a partire dalla percezione tattile delle dita che scorrono sulla pagina ruvida, fino al sentimento di completezza che si avverte nello scrivere di proprio pugno, mettendo bianco su nero emozioni, sentimenti, stati d’animo, è ormai alla deriva. Sono definiti amanti del vintage quelli che ancora oggi sfruttano la carta, come unico strumento possibile, in compagnia della penna, in grado di contenere i pensieri e trasformarli in frasi di senso compiuto. Non è un male che il social o l’app bloc-notes abbiano permesso una facilità di scrittura che raggruppa una maggiore fetta di scriventi; grazie infatti all’accessibilità di questi strumenti, dovunque è possibile registrare ogni moto d’animo e non, che sia in metropolitana, durante una passeggiata o mentre ci si trova nella sala d’aspetto del medico di turno, non importa: basta cacciare lo smartphone dalla tasca e dar vita ad una nuova tipologia di bianco su nero. Scovando però tra i ricordi delle nonne, rovistando tra vecchi scatoloni ingialliti e leggendo qualche biografia di autori eccelsi è possibile ritrovare il valore della carta, espresso magistralmente mediante la forma affettiva della lettera. Quanti messaggi oggi hanno come incipit: “Cara, caro….”? Nella storia della letteratura la parola “caro/cara” era un nodo d’amore che suggellava un sentimento affettivo dalla forte potenza, esplicava il senso di relazione e comunicazione tra due persone che si erano scelte ed avevano bisogno di stabilire un contatto che perdurasse nel tempo, che perdurasse proprio come la carta: fragilmente corruttibile dagli agenti atmosferici, ma tendente di sua natura a restare in piedi, cambiando colore nel tempo, sbiadendo, ma non scomparendo nei secoli. Letterati, poeti, musicisti illustri hanno registrato la propria vita, dichiarando paure, desideri, mancanze, nostalgie, voglie, necessità, attraverso una lettera inviata a quella persona in grado di comprendere la fragilità della loro esistenza. Ecco a voi le nostre 5 lettere d’amore bellissime, 5 splendide lettere romantiche 5 lettere d’amore, le nostre scelte #1 Lettera di Oriana Fallaci ad Alekos Panagulis: l’amore devastante ed iconico, raccontato nel libro Un Uomo e riversatosi, come un bisogno implacabile, in diverse pagine di altri scritti dell’autrice, si comprende attraverso una lettera, che non si rifà a vocaboli pomposi o a espedienti grammaticali, ma che ben evidenzia la vera protagonista di questo legame: la libertà. “Ebbene: io non sono e non sarò mai un ostacolo, un handicap. Io so che esistono cose ancora più grandi dell’amore di una persona o dell’amore per una persona. Ad esempio, un sogno. Ad esempio, una lotta. Ad esempio, un’idea”. #2 Lettera di John Lennon a Yoko Ono: era il 1966 quando avvenne l’incontro tra Lennon e Yoko, che due anni dopo diede vita ad una storia d’amore fragile, ma estremamente toccante. “Se due persone come noi stanno facendo delle loro vite quello che ne stiamo facendo noi, ogni miracolo è possibile! È vero, in questo momento ci farebbe comodo qualche grosso miracolo. Il punto è riconoscerli quando ti succedono ed esserne riconoscenti. Prima si manifestano in una forma […]

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Musica

Intervista a Maldestro: Mia madre odia tutti gli uomini

“Mi dicevano ‘prendi allo stomaco’ ed io non sapevo se fosse una cosa positiva o negativa. Allora ho mandato due mie canzoni ad alcuni premi per cantautori e li ho vinti tutti”. (Maldestro) È uscito il 9 novembre il nuovo album di Maldestro, Mia madre odia tutti gli uomini, pubblicato da Arealive e distribuito da Warner Music. Anticipato dai singoli Spine e La felicità, il disco si profila come l’album più autobiografico scritto dall’artista, che ha deciso di spogliarsi degli abiti del narratore delle vite altrui per dar vita a un disco che vede l’io al centro dei riflettori. Tra in-store e concerti in tutta Italia, Maldestro si profila come un paroliere e cultore della parola, in grado di aggiungere con la sua voce malinconica, una forza comunicativa dal grande potenziale, che trasforma il valore del singolo in verità universale. L’intervista a Maldestro Mia madre odia tutti gli uomini, perché questo titolo? Quali ricordi e quali emozioni hai deciso di incidere in questo album? Il titolo è nato dopo aver registrato il disco, in modo naturale. Ho scelto di scrivere di alcuni avvenimenti della vita che mi hanno segnato e con il titolo “Mia madre odia tutti gli uomini” avevo la possibilità di spiegare cosa si raccontasse nell’album. È un titolo che rappresenta l’intenzione autobiografica di questo lavoro. Infatti se si ascolta la prima traccia, già si può comprendere che ho fatto percorso, durato un anno e mezzo, in cui hanno scritto canzoni su canzoni, con la volontà di raccontare della mia vita, senza nascondermi nelle storie di altri, come invece è successo negli album precedenti. Dal primo album pubblicato, ad oggi, con la pubblicazione del singolo La Felicità. Cosa è cambiato in Maldestro e di quale messaggio oggi ti senti di essere portavoce? Ho acquisito una maggiore consapevolezza, umana piuttosto che artistica: questi anni mi hanno portato alla decisione di spogliarmi completamente e scrivere un album dove si raccontasse di me. La parola portavoce mi rende responsabile, io non mi sento così; credo che la bellezza stia nello scrivere qualcosa di autobiografico, e nonostante questo, le persone riescano a immedesimarsi. Un miracolo, un regalo e un premio, poiché il proprio vissuto diventa universale. Maldestro, raccontaci due tracce del disco che non vorresti passassero inosservate all’ascoltatore. Due tracce che rappresentano a pieno il disco: Spine, perché stilisticamente, se potessi, mi piacerebbe scrivere sempre come ho fatto in Spine: in quel pezzo sono riuscito a comporre quella che io chiamo “canzone teatrale” a cui sono molto legato. Poi, La felicità, perché prende per mano tutte le canzoni e chiude il cerchio: dal dolore, si passa per l’accettazione del dolore, per poi arrivare alla felicità. La produzione artistica è affidata a Taketo Gohara, che ha firmato lavori di Brunori Sas, Motta, che fanno parte, come te, di tutta una fetta di artisti della canzone d’autore. Cosa significa essere cantautore oggi? Quali sono i suoni che si cercano e quali sono i punti chiave di questo genere, oggi nel 2018? Per fortuna, nonostante le […]

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Cinema e Serie tv

I migliori 5 film della Disney, classici che non puoi assolutamente perdere

Film Disney, i 5 che non puoi davvero perdere! I classici della Disney sono un must ad ogni età. Ogni nuova uscita Disney è in grado di riempire intere sale cinematografiche per giorni e giorni, proprio perché non ci si limita ad una storia d’animazione realizzata bene, ma ad un film che contiene in sé una morale leggibile su più piani cognitivi. I bambini possono imparare i più saldi pilastri della vita: l’importanza dell’amicizia, il credere in se stessi, il superare le proprie paure; i grandi possono ritrovarci legami, ricordi, insegnamenti lasciati in sordina. Dal 1937, La Walt Disney realizza corti e lungometraggi di animazione, anche grazie alle collaborazioni e coproduzioni con altri studios indipendenti, riuscendo a proporre idee sempre più originali e legate ai grandi cambiamenti che il mondo di oggi affronta, toccando tematiche differenti, rivoluzionando il modo di percepire le principesse, dando una forza espressiva ad ogni singolo personaggio, sempre in maniera divertente e leggera, che alterna la risata di gusto alla lacrimuccia da commozione. Principesse, storie di supereroi, avventure fantastiche, in scenari spettacolari, castelli da capogiro, prospettive di tutto il mondo, dai mari caldi di Oceania al regno di ghiaccio di Frozen, dai campi di riso della Cina alle spiagge di Lilo e Stitch. Ecco la top 5 dei film Disney scelta da Eroica Fenice per voi: #1 Mulan: Eroina per eccellenza targata Disney, lontana dai castelli principeschi sfarzosi, Mulan è una ragazzina destinata dalla famiglia a trovare marito. Nella sua testa una sola domanda: chi sono? È proprio questa domanda che la spinge a partire in guerra al posto del padre, fingendosi uomo, cambiando la sua identità, diventando Ping. Tra duri allenamenti, risate con i compagni di battaglia e l’instancabile guida dei suoi amici Mushu e Cricrí, Mulan viene scoperta per la donna che è, ma non si ferma. Sempre pronta a rischiare, mette a repentaglio la sua vita per salvare la Cina e ci riesce, conquistando finalmente tutte le risposte che stava cercando. Realizzato in Florida, progettato dal 1994 e pubblicato nel 1998, ad oggi vanta numerosi premi, è inoltre possibile guardare il sequel Mulan 2. “Il fiore che sboccia nelle avversità è il più raro e più bello di tutti”. #2 Gli Aristogatti Facendo un viaggio nel tempo, una quarantina di anni fa, precisamente nel 1970, usciva Gli Aristogatti, 20° classico disney, che riprendere la storia di Tom McGowan e Tom Rowe. Al centro del film, una famiglia di gatti aristocratici, sottratti alla padrona dal maggiordomo, per ottenere l’eredita che sarebbe dovuta andare ai piccoli micetti. Grazie all’aiuto di un gatto randagio, Romeo, insieme alla sua banda di amici matti, Duchessa e i suoi tre piccoli riescono a tornare a casa sani e salvi. Il film è noto per essere stato approvato da Walt Disney in persona e perché contiene una delle colonne sonore più divertenti: Everybody wants to be a cat, meglio conosciuta in Italia come Tutti quanti voglion fare il jazz. Lungometraggi Disney da non perdere #3 Peter Pan Non c’è donna o […]

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Musica

Fabio Cinti: riprendere Battiato con un adattamento gentile

Fresco vincitore della Targa Tenco come interprete di canzone, Fabio Cinti riporta in auge, dopo 37 anni, “La voce del padrone”, un lavoro pregiato e sperimentale del maestro Franco Battiato. Il cantautore siciliano, avanguardista, schieratosi tra i demistificatori dei luoghi comuni, riuscì proprio con l’album dell’81 a raggiungere il milione di copie vendute. Il nuovo disco del cantautore laziale Fabio Cinti, invece, riveste “La voce del padrone” con un abito sinuoso impreziosito da viole e violini, tessuto senza cambiare la stoffa musicale di Battiato, creandone però un “adattamento gentile”. La casa discografica è Private stanze. Dato il preambolo, sembrerebbe una scelta pericolosa, quella di riproporre classici della storia di Battiato in una nuova chiave, eppure già al primo ascolto, come una piacevole sorpresa, questa nuova visione colpisce le orecchie. Allora è d’obbligo definire la scelta di Cinti, non una scelta pericolosa, ma un’idea avanguardisticamente coraggiosa. Le strade di Fabio Cinti e Franco Battiato già si erano congiunte nel 2013, quando il cantautore laziale aprì alcune date del tour “Apriti Sesamo”, continuando il sodalizio quando Cinti incise “Devo”, una canzone firmata da Franco Battiato. Prosegue così, attraverso La voce del padrone: un adattamento gentile, questo stimolante connubio. Il lavoro di Fabio Cinti: più di un album di cover Sarebbe riduttivo definire questo disco come un album di cover, poiché l’intento non è quello di incidere versioni alternative dei brani contenuti nel lavoro di Battiato; ritengo infatti che sia appropriato il termine usato dallo stesso Cinti per il titolo, proprio perché il cantautore, prestando giuramento di fedeltà agli arrangiamenti melodici originali, ha eliminato tutto quello che è sintetico, aggiungendo una propensione orchestrale, dovuta al quartetto d’archi, un coro che spunta in varie tracce, un pianoforte onnipresente.  Nell’arrangiamento, si nota una complessità musicale, principalmente dovuta all’assenza di strumenti ritmici come la batteria e le chitarre, ma data anche dall’assenza dei sintetizzatori, che riempivano a loro modo il disco del ’81. La complessità viene a materializzarsi nel momento in cui si riconoscono come protagonisti della parte ritmica il pianoforte e il quartetto d’archi: ci troviamo davanti ad un disco che ha cucito la melodia come se si trattasse di un brano classico, aggiungendo poi una voce pulita, che ne cambia il senso e ci riporta alla verità, ovvero che si tratta pur sempre di un adattamento ad un disco degli anni ’80.   Le collaborazioni per lo sviluppo dell’opera La produzione artistica, così come gli arrangiamenti, sono curati dallo stesso Cinti, che ha voluto al suo fianco per la realizzazione di questo album la violinista Vanessa Cremaschi, la violoncellista Giovanna Famulari, anch’esse protagoniste dell’arrangiamento musicale. Gaia Orsoni alla viola, Elena Cirillo al violino – e che violino, dato che collabora da qualche anno a questa parte con De Gregori -, Andrea Vizzini al pianoforte sono gli altri tre componenti che saturano le valenze per quanto riguarda i musicisti scelti e gli strumenti utilizzati per la stesura del disco. Sette tracce, che permettono di comprendere il mondo di Battiato, pur essendo lontani anni luce dall’idea musicale […]

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Cucina e Salute

Tiramisù alla frutta: un ottimo e fresco dessert

Tiramisù alla frutta: chi ha detto che il tiramisù deve essere solo al caffè?  Chi ha detto che il tiramisù debba essere solo nella classica variante al caffè? Esistono numerose alternative, che lo rendono un dolce saporito e gustoso. La frutta, per esempio, è un’ottima scelta, se si vuole dare un tocco di freschezza, consapevoli di star mangiando un dessert dall’apporto calorico decisamente più basso, rispetto al classico tiramisù con savoiardi e caffè. Per gli amanti della frutta, la buona notizia è che questo dolce ha svariate possibilità di realizzazione, dal limone ai frutti di bosco, dalla fragola alle arance. Di facile esecuzione, con un tempo di preparazione che si aggira intorno ai trenta minuti. Ingredienti per il tiramisù alla frutta per quattro persone: • 400 g di fragole • 300 g di frutti di bosco misti • 250 g di savoiardi • 250 g di mascarpone • 2 uova • 80 g di zucchero Preparazione del nostro tiramisù: Dopo aver mondato le fragole, frullatele insieme al succo di limone e 40 grammi di zucchero. Scaldate a fiamma bassa il composto ottenuto e lasciate che si raffreddi. Intanto, separate i tuorli dagli albumi. Montate questi ultimi a neve insieme allo zucchero restante, amalgamandoli al composto di frutta. Spugnate i savoiardi con il composto di fragole e disponeteli su un piatto fondo, proseguendo poi con uno strato di crema di mascarpone e frutti di bosco, ripetendo gli strati fino all’esaurimento di tutti gli ingredienti. Potete decorare il tiramisù con qualche fettina di frutta fresca. Bastano un paio di ore nel frigo ed il tiramisù alla frutta si potrà servire a tavola. Potete poi conservalo in frigorifero o anche in freezer (per la deperibilità delle uova). Semplice, gustoso e velocissimo da preparare. Leggi anche la ricetta del nostro leggerissimo quanto buonissimo tiramisù light e del dolce al limone con ricotta. Tiramisù alla frutta e altre torte buonissime [amazon_link asins=’8854182826,8809856635,8861543936′ template=’ProductCarousel’ store=’eroifenu-21′ marketplace=’IT’ link_id=’ee1489bd-db9a-11e8-b89a-4b76f053d873′]  

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Musica

Acini, l’ultimo album di Paolo Saporiti: la recensione

Ritorna Paolo Saporiti, con Acini, album prodotto da Goodfellas Records, a distanza di tre anni dall’ultimo lavoro da solista. Paolo Saporiti nel suo nuovo lavoro comprime frequenze e algoritmi musicali, in un registro suadente, attraverso una chitarra che arpeggia e racconta, completando il quadro con un rullante che scandisce i quarti. La voce malinconica equilibra gli arrangiamenti decisi, mantenendo sempre controllo e balance. Il titolo Acini riprende un romanzo inedito di suo padre Acini d’Uva: al centro del racconto uno stato d’animo, che come un filo rosso continua a pervadere le dieci tracce dell’album. La marca cantautoriale si manifesta attraverso i testi, raffinati e senza cripticità, ma anche attraverso il predominio della chitarra, strumento chiave del cantautorato classico italiano, nonché di tutto il disco di Saporiti. La chitarra è infatti artigianale negli arrangiamenti, estremamente classica e quadrata all’interno delle dinamiche, fin troppo canonica negli intro delle varie tracce. Colpiscono invece le doppie voci, i minuscoli controcanti, che dalla sordina riescono a restituire un senso di completezza ad una musica che vaga con quell’attitudine acustica, tra i tanti nomi di cantautori minimal, chitarra, voce e batteria. Siamo di fronte ad un lavoro, che live può avere un ottimo riscontro, anche per la scelta degli strumenti, che ben si presta all’esecuzione dal vivo; è un prodotto standard, che sacrifica i bpm per mantenere intatta la fragranza dei testi, che non sono assolutamente corollario alla musica, ma addirittura dettano legge, divenendo la vera forza espressiva dell’album. Siamo un passo indietro rispetto alla contemporaneità, lontano anche dalla percezione più acustica di cui si serve sempre meno spesso la musica fruibile oggi; ma chissenefrega delle playlist Spotify e delle musicalità radiofoniche, questo disco diventa un bell’ascolto perché ci riporta alla musica italiana anni ’90, con una punta di idealismo della scuola romana – Fabi, per intenderci- e  con un’alchimia con il passato. Proprio come polaroid, scattate all’improvviso cogliendo solo alcuni istanti, le canzoni di Saporiti ci mostrano solo in parte inizi, abbandoni, silenzi, tradimenti, perché poi lasciano che sia l’ascoltatore a dare una chiave di lettura diversa: Saporiti ci dà la sua visione dei temi trattati, cogliendo alcuni frammenti e fotografando piccoli dettagli, senza svelare troppo, senza però tessere tutto in una tela aggrovigliata e complessa. Attraversano il lavoro anche le idee di Christian Alati, calcando la mano in Che cosa rimane di noi, America, Amica Mia e Arrivederci Roma. I Il tappeto sonoro dell’album è affidato alla batteria di Cristiano Calcagnile, mentre la voce di Saporiti mantiene sempre una grazia ed un controllo costante. Nessun climax, anche se la parte del disco più “saporita” è la finale, con le ultime tre tracce, Cambieremo il mondo, che affronta e scaglia il dito contro i giustizieri social; la lunga, lunghissima Le passeggiate notturne del re, ballata che incrocia in maniera velata un briciolo di rock e la poesia crepuscolare novecentesca; epilogo affidato a La mia luna, pop al punto giusto, che non strafà, ma incastra arrangiamento, melodia, metrica testuale in maniera impeccabile.  

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Musica

10 canzoni belle ma (purtroppo) dimenticate

10 canzoni belle dimenticate dal pubblico e talvolta dagli stessi artisti. Ecco le nostre preferite! Girando per le strade della propria città è possibile imbattersi in negozietti amarcord, dimenticati da Dio e dagli uomini, pieni di vinili, videocassette, cd in super offerta. Tra copertine colorate, dischi impolverati e qualche affare imperdibile è possibile riscoprire buona musica, lasciata chiusa in cantina a prender polvere; vecchie glorie, ormai passate di moda; canzoni che non sono mai riuscite a scalare le vette delle classifiche, eppure non hanno nulla da invidiare alle più grandi hits. Sono tante le motivazioni per cui una canzone finisce nel dimenticatoio, pur essendo un valido prodotto musicale: talvolta i passaggi in radio sono pochi, altre volte a cantarla non è un nome particolarmente conosciuto, in determinati anni si preferisce un genere ad un altro; in tutta questa baraonda di parametri conta -ahimè- anche il “fattore sfiga”, il quale spesso segna e determina il successo di un brano. Le canzoni belle non hanno un parametro oggettivo per essere definite tali, ma indubbiamente esistono fattori che incidono magistralmente sulla loro piacevolezza: la musicalità è un indicatore necessario perché una canzone piaccia e soprattutto trasporti; per questo si cerca di trovare un giro di accordi che si inserisca bene negli schemi uditivi dell’ascoltatore, soprattutto quando parliamo di musica pop. Insieme alla musicalità gioca un ruolo fondamentale il testo, nella sua veste artistica, ma anche a livello di comprensione, in quanto molti brani non spiccano a causa di troppe parole enigmatiche, difficili da ricordare e da musicare. Questa è la playlist eroica delle dieci canzoni belle, ma dimenticate dalle radio, dalla massa e forse anche dai cantanti stessi!   #Io – Niccolò Fabi Capolavoro del cantautore romano, appartenente all’album Ecco. Con poche e semplici frasi che sottolineano potenti verità appartenenti alla vita di ognuno, Fabi mette in luce uno dei vizi che abbrutisce maggiormente l’uomo: l’egomania, ovvero il pensare unicamente a se stesso, senza mettersi nei panni altrui. Una melodia sofisticata che si innesta con un testo di profonda autenticità. #Vorrei – Lùnapop Prima che Cremonini diventasse Cremonini, c’erano loro: i Lùnapop, con quel sapore elettronico, fresco, tutto anni ’90. Già dalle prime note di piano è possibile riportare alla mente questo brano, dolce, come una dichiarazione d’amore tra due adolescenti, ma allo stesso tempo armonioso, divertente. Qualcuno ne faccia una cover! #Bambine cattive – Irene Grandi Lo spirito grintoso di Irene Grandi si evidenzia in questo brano, ormai completamente fuori da ogni riproduzione musicale; neanche Spotify ricorda più il suo groove. Eppure bambine cattive rappresenta una pietra miliare per gli amanti del Singstar (quando esisteva la Playstastion2) e per tutta quella fetta di pubblico che acquistò nel 1995 l’album di Irene, In vacanza da una vita. #Egocentrica – Simona Molinari Correva l’anno 2009, quando Egocentrica fu presentato a Sanremo, nella sezione Proposte. Un mix di pop e jazz, cantato da una voce unica. Si è classificato in Italia nella 75 posizione per la FIMI, ma ebbe un positivo passaggio radio. Fu considerato […]

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Cinema e Serie tv

Emmy Awards 2018: tutti i premi dell’edizione

Volgono al termine gli Emmy Awards 2018, che nell’edizione di quest’anno hanno visto tornare con prepotenza, dopo un anno di assenza, la serie TV Game of Thrones, la quale ha guidato le nomination della serata, aggiungendo al suo curriculum ben 22 nomination. La serie è stata seguita immediatamente da Saturday Night Live e Westworld, con 21 nomination ciascuno. Mentre The Handmaid’s Tale, la distopica serie TV, ha ottenuto 20 candidature per la seconda stagione, tra cui quelle per Elisabeth Moss e Samira Willey. Tra le svariate novità e sorprese della cerimonia, vi è la supremazia di Netflix, che per la prima volta domina la scena degli Emmy Awards 2018 attraverso 112 nomination contro la stimata Hbo, che quest’anno concorre per 108; da qui è possibile comprendere la grande rivoluzione di Netflix che, con passo sempre più celere, spopola non solo come piattaforma digitale, ma anche come produzione e format. Per le Limited series, con 18 nomination c’è The Assassination of Gianni Versace: American Crime Story; invece come serie comica, la più candidata è Atlanta.  Prodotta da Amazon, la iperpremiata La fantastica signora Maisel, ha sbaragliato davvero ogni concorrenza, vincendo cinque Emmy Awards: miglior serie brillante, miglior attrice con Rachel Brosnahan, miglior attrice non protagonista con Alex Borstein, miglior sceneggiatura e miglior regia con Amy-Sherman Palladino, già sceneggiatrice e creatrice di due serie cult come Pappe Ciccia e Una mamma per amica. Tra le candidature come miglior attrice comedy vi era anche Megan Mullally, per l’amatissimo Will and Grace, che anche stavolta resta all’oscuro e senza premi. Allo show targato HBO,  il già citato Game of Thrones, conosciuto dalla popolazione italiana come “Il trono di spade”, è stato riconosciuto uno dei premi più ambiti, ovvero Miglior serie drammatica ed ancora una volta il folletto, Peter Dinklage, in perenne nomination (la settima), ha ricevuto  per la terza volta il premio di Miglior attore non protagonista. Clairy Foy è la migliore attrice protagonista drammatica, un premio davvero meritato, anche perché dalla prossima stagione di The Crown, la Foy dovrà smettere di indossare le vesti della regina Elisabetta II. Prima nomination per un’attrice di origine asiatica, Sandra Oh, con Killing Eve, alla quale non arriva tra le mani nessun premio, nonostante la bravura eccezionale che da sempre la contraddistingue. Miglior attore protagonista in una serie drammatica è stato conferito a Matthew Rhys, per The Americans, avvincente racconto dell’America durante i tempi della Guerra Fredda. Nelle edizione 2018 degli Emmy Awards non poteva mancare un momento da ricordare e incorniciare nella storia della manifestazione: Glenn Weiss, regista dell’Ultima Notte degli Oscar, durante il suo discorso di ringraziamento ha sorpreso tutti i presenti, chiedendo alla fidanzata Jan Svandsen di sposarlo. Emmy Awards 2018: tutti i premi Miglior serie drammatica Game of Thrones Miglior film TV Black Mirror – USS Callister Miglior miniserie The Assassination of Gianni Versace: American Crime Story Miglior serie comedy The Marvelous Mrs. Maisel Miglior programma animato Rick and Morty – Cetriolo Rick Miglior attore protagonista in una serie drammatica Matthew Rhys, The Americans Miglior attrice protagonista in una serie drammatica Claire Foy, The Crown Miglior attore […]

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