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Eroica Fenice

Libri

Potenza e bellezza: il fascino della Storia che racconta

Potenza e bellezza. Cronache da Roma e da Parigi (1796-1819) è pubblicato nella prima parte del 2021 dalla casa editrice Fazi all’interno della collana “Le strade”. Firma tale opera Elido Fazi, economista, editore e scrittore, che, attraverso Potenza e Bellezza, riporta in auge un periodo storico fondamentale per le sorti successive dell’Italia, degli italiani e dell’Europa stessa. Potenza e Bellezza non sono soltanto due pesi che equilibriamo l’ago della bilancia del titolo, piuttosto sono espressione di due narrative differenti che coinvolgono due storie: da un lato la follia del potere assoluto napoleonico, dall’altro lato le Marche leopardiane, costruite con un ritratto pregno di essenza e particolari. Potenza e Bellezza non sono l’unico dato percepibile della copertina; il sottotitolo “Cronache da Roma e da Parigi” infatti è il chiaro rinvio a due mondi geograficamente distanti, nonché emotivamente lontani. Il primo indizio sulla materia della narrativa è la parola cronache, che da subito porta il lettore in una dimensione a metà tra la realtà e la finzione; il secondo indizio punta alla geografia dei luoghi, per identificare al meglio le rispettive vicende: protagoniste di Potenza e Bellezza sono infatti Roma e Parigi, entrambe tratteggiate in un intervallo temporale che va dal 1796 al 1819. Napoleone Bonaparte, nel suo intento di espandersi e dominare, incarna la smania di arrivare sempre più lontano, con il tentativo di trattenere tutto il potere nelle proprie mani. L’esistenza di Napoleone Bonaparte è dunque all’interno del libro identificativa del concetto di Potenza, intesa come brama di controllo, necessità di arricchirsi a spese dell’altrui destino e desiderio. A fare da contrappeso a tale assolutismo, la salvifica Bellezza, calata nel mondo delle arti, delle lettere e della cultura, rappresentata dalla biblioteca privata del conte Monaldo, contenente diecimila volumi e  parole, fonte di vita per il figlio e poeta Giacomo Leopardi. Potenza e Bellezza, sono entrambe parole e richiami, protagoniste degli ultimi anni del Secolo dei Lumi, ma rintracciabili come punti chiave di ogni vita umana: per tale motivazione il libro di Fazi è un segno universale, in cui riconoscere il futuro leggendo nelle pagine di un passato mastodontico che ha influenzato il presente. Alla fine del Settecento, in un terreno di scontri, il conte Monaldo, di soli vent’anni, è a conoscenza di un giovane generale francese di sei anni più grande di lui, Bonaparte, che da subito si inserisce nella scena dei vincenti per aver facilmente sconfitto l’esercito piemontese e quello austriaco entrando dalla Liguria. Si intersecano così due storie e due uomini, con carismi differenti, appartenenti a famiglie, tradizioni esterni. Potenza e Bellezza rende ciò che è apparentemente lontano, vicino, suggellando attraverso una scrittura composita e sistematica, eventi, azioni, caratteri, arrivando a tratteggiare con estrema cura e dedizione una porzione di Storia che ha influito sul modus vivendi et operandi. Potenza e Bellezza non sono in una dicitura dicotomica, non sono soltanto scambi di punti di vista e fuga, piuttosto manifestano, nel loro muoversi in direzione ostinata e contraria l’una dall’altra, che il fascino del potere abbia in sé […]

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Musica

Paduano: raccogliere storie per scoprirsi Apolide

Antonio Paduano, in arte Paduano, è un cantautore napoletano della scuderia New Generation di Apogeo Records, etichetta napoletana che da anni si interessa alla scena musicale partenopea, selezionando progetti musicali innovativi. Il 19 febbraio, Paduano ha aperto le porte della sua musica, lanciando su tutte le piattaforme digitali il suo primo album, intitolato Apolide. Il disco è un insieme di racconti, che affrontano tematiche come lo scorrere del tempo, l’amore e la ricerca di se stessi. Con Apolide, Paduano suggella l’inizio di una carriera cantautoriale, composta da versi sottili e poetici, in accordo ad un suono folk, sempre d’impatto ma al contempo delicato. La produzione artistica di Apolide è affidata a Dario Di Pietro, il quale ha partecipato come musicista anche alla realizzazione del disco, insieme a Alessio Sica alla batteria, percussioni, drum pad, a Roberto Bozza al basso, a Marcello Vitale alla chitarra elettrica, a Monia Massa al violoncello. Vi proponiamo la nostra intervista a Paduano. In quanto tempo hai sviluppato il disco Apolide? Qual è stata la sua genesi e quali i passaggi più importanti che l’hanno reso così come suona oggi? Apolide è un lavoro durato più di un anno per quanto riguarda la registrazione; i brani che lo compongono sono stati scritti in periodi diversi e soprattutto in situazioni differenti, ad esempio la stessa canzone Apolide fu scritta tra il 2014/2015 e la storia che racchiude è la partenza di una riflessione da cui si sviluppano le altre canzoni dell’album che ho scritto in seguito. In Apolide c’è l’intenzione non solo di raccontarmi ma di raccontare storie di altri avvicinandole alle mie esperienze, questo connubio porta il disco a raccontare temi diversi tra loro seguendo però un filo logico ben preciso. Come definisci la tua musica? Quanto è importante per te il testo? Che stile hai? Mi piace pensare che la musica, in questo caso la mia, sia qualcosa di totalmente personale ed unico nel mondo; com’è del resto la musica creata da ogni singola persona. Le influenze le esperienze e le emozioni portano a creare e trasformare con il tempo la tua personalità musicale. Sono molto attratto dalle sonorità indie-folk d’oltre Manica, che si distaccano dal Pop britannico degli anni precedenti e questa passione provo a riproporla nei miei brani. Il testo per me è fondamentale ed è un ulteriore strumento per indurre in emozione e riflessione. Dipendentemente dal momento mi piace espormi in maniera diretta e palese quando ne ho il bisogno o nascondermi dietro le parole e lasciare all’ ascoltare la facoltà di trovarmi. Il passato, la fuga, il ricominciare da capo, sembrano essere questi i temi cardine del tuo disco, Apolide, un titolo che definisce la condizione duplice di chi è senza casa eppure cittadino del mondo. Chi è apolide oggi? Apolide oggi può essere chiunque di noi che non ha ancora trovato appartenenza e radici con il proprio essere e con la propria felicità. Spesso ci troviamo in panni che non sono nostri e ci sforziamo di essere qualcun altro per […]

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Musica

Damiano Davide: ecco l’anteprima il videoclip di Cold Spring

Il pianista, compositore e Direttore d’orchestra Damiano Davide ritorna sulla scena musicale con il videoclip di Cold Spring, uno dei brani presenti nel suo album d’esordio, Mirror, pubblicato lo scorso 29 gennaio per il roster New Generation di Apogeo Records. Oggi Damiano Davide racconta la traccia e in anteprima per Eroica Fenice presenta il suo videoclip: “Aprile è il mese più crudele perché genera lillà dalla terra morta mescolando memoria e desiderio”, dice T.S. Eliot. “E il risveglio della primavera, fredda e desolata purtroppo anche quest’anno, si fa ancora più drammatico nello sconforto di una foresta deserta ricoperta dalla neve. La sensazione di vuoto, il bianco senza vita e quelle poche note glaciali del pianoforte e del violoncello sottolineano l’incertezza del presente ma, allo stesso tempo, aumentano anche il desiderio per la luce e per i colori che arrivano, puntuali, insieme al primo sole di Aprile. Ecco che finalmente la bellezza di tanta solitudine diventa rinascita negli occhi di una donna al tramonto, che apre lo sguardo verso l’orizzonte insieme al suono chiaro e limpido del violino”. “Cold Spring, come l’intero album “Mirror” – racconta Damiano Davide – è nato nel periodo del primo lockdown tra il marzo e l’aprile del 2020. Quello che questo brano vuole raccontare è il deserto surreale di una stagione normalmente legata a sentimenti di rinascita, agli affetti, ma che l’anno scorso, e paradossalmente ancora di più quest’anno, è diventata l’immagine più forte dello sconforto collettivo. Il legame tra la musica e il video è molto stretto e c’è un rapporto diretto tra i suoni e gli elementi della natura: le note acute del pianoforte come se fossero gocce d’acqua, il violoncello grasso e corposo come i tronchi degli alberi e, infine, il suono del violino che arriva con la luce del sole, puntuale, sicura e limpida così come si spera sarà anche questa primavera appena cominciata”. Il videoclip di Cold Spring è stato girato a Landschaftspark Cospuden, la foresta che contorna il bellissimo lago di Cospuden a Lipsia, in Germania. Nello stesso luogo sarà ambientato il seguito di questo videoclip, con lo stesso paesaggio completamente trasformato dall’arrivo della primavera. Il video è stato scritto, diretto e prodotto da Damiano Davide e Enrico Catanzariti; anche le riprese sono a cura di Enrico Catanzariti, impreziosite dalla presenza dell’attrice Sofia Obregon Abularach.

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Libri

Un viaggio chiamato psicoterapia: recensione al libro

“Questo libro è per tutti. Perché tutti dovrebbero interrogarsi su chi sono, per darsi l’opportunità di vivere l’unica vita che hanno nel miglior modo possibile. E il modo migliore lo si conquista soprattutto con la consapevolezza di sé. Per chi ha fatto un percorso di psicoterapia. Per chi sta pensando di intraprenderlo. E anche per chi vuole solo conoscere un po’ di più della psicoterapia”. Sono le parole incipit della prefazione di “Un viaggio chiamato psicoterapia”, il nuovo libro di Alessandra Parentela e Michela Longo, edito da CTL Editore Livorno e vincitore del premio Miglior Opera Prima al Festival della Cultura di Catania Etnabook 2020. Le autrici si definiscono “due donne che si sono incontrate per caso” ma, come ribadiscono, è proprio il caso talvolta a far iniziare delle storie che lasciano il segno: Un viaggio chiamato psicoterapia ne è la dimostrazione. Prima di addentrarsi nelle 156 pagine che compongono il libro, vi è una filastrocca chiamata “Filastrocca dei mutamenti” scritta da Bruno Tognolini, che ben riassume il fine di un percorso come quello psicoterapeutico e lo esprime in una forma fanciullesca, che rende il concetto ancor più ricordabile. Segue poi la definizione, ovvero ciò che si intende per psicoterapia e successivamente la ramificazione dell’indagine, sviscerando questioni come il perché iniziare una psicoterapia e quali siano gli obiettivi. Fino a circa metà del libro, le redini sono mantenute da una professionista, la psicoterapeuta che attraverso schemi e semplici metafore cerca di far comprendere anche a chi non conosce l’universo della terapia, gli effettivi benefici della stessa e soprattutto specifica il punto di vista e di espressione dello psicoterapeuta. A fare da spartiacque è poi una dedica, che precede la seconda parte del libro, quella che vede protagonista Miki, personificazione di chiunque essere umano si trovi dall’altro lato della scrivania, seduto su di una sedia, un lettino, un divano, pronto a mettersi in gioco, per cercare se stesso. La seconda parte del libro si muove su un binario differente dalla prima: è di impianto narrativo, segue un filo dialogico, mettendo al primo posto l’emotività di un incontro che cambia il modo di percepire la propria vita. La sensazione che pervade, dopo aver letto fino all’ultima pagina, è di curiosità: il mondo della psicoterapia è spesso avvolto da un alone di mistero; i libri da cui attingere fonti sono spesso scritti per chi lavora nel settore, dunque estremamente complessi da affrontare, soprattutto se si è alle prime armi. In questo caso, si è di fronte ad un libro didascalico, descrittivo, funzionale nella prima parte, successivamente narrativo ed emotivo nella seconda. Il connubio tra due scritture così disparate, però, non genera scompenso ai fini della lettura, anzi rende ancora più di ampio respiro il contenuto trattato, alleggerendo anche tematiche più complesse. In una società che ha spesso rinnegato il potere salvifico della psicoterapia, un libro come “Un viaggio chiamato Psicoterapia” può essere un’ottima arma contro la disinformazione; il suo impianto, leggero, brioso, ma meticoloso nell’esposizione, conferma poi la funzionalità della narrazione. Oggi più che mai, con […]

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Musica

La Napoli di Gianmario Sanzari: il ragazzo che suona in piazza

Napoli è un richiamo forte, come quello del mare, come quello della gente che percorre le strade, come quello del cuore pulsante del centro storico. Le sfumature della città partenopea sono la matrice principale che ha originato l’album di Gianmario Sanzari, cantautore napoletano, strettamente legato alla sua terra al punto da consacrare il suo primo disco alla città. Si chiama Bello, il primo lavoro artistico di Gianmario, che vede la produzione di Paci Ciotola, su di uno stile pop cantautoriale, costituito di parole molto semplici ed immagini che sottolineano il profondo e viscerale senso di appartenenza alla bella, ma faticosa Partenope. Come ti sei avvicinato alla musica? Quando hai capito e hai scelto che sarebbe diventato il tuo possibile futuro? Mi sono avvicinato alla musica da piccolissimo, credo soprattutto grazie a mio padre che me ne ha fatta sempre ascoltare tanta. Alle elementari c’era un bambino che prendeva lezioni di piano: quando vidi quello che sapeva fare rimasi incantato. Mia madre non fu d’accordo a farmi prendere lezioni a scuola, ma ricordo che nello studio del flauto ero il più bravo, studiavo i pezzi con le note che la maestra ancora non aveva spiegato. In seconda elementare ho preso parte al coro della scuola. Questo ha influito moltissimo sulla mia formazione musicale. Intorno ai 9 anni ho iniziato finalmente a prendere lezioni di piano insieme a mia sorella e solo a 13 anni ho iniziato a studiare la chitarra. Ho capito che era quello che volevo fare solo intorno ai 17 anni, quando ho cominciato a tentare di strimpellare i pezzi che ascoltavo. Prima del lockdown e delle nuove restrizioni, hai portato la tua chitarra e la tua voce nelle piazze di Napoli, regalando brani tuoi e cover a chi si trovava in giro. Qual è l’emozione più grande che hai vissuto durante un live per strada? La strada, la città come reputi accolga questa forma d’arte? Della strada ricorderò per sempre la prima volta che mi sono esibito da solo, il 9 settembre del 2017, l’anniversario della morte di Battisti, a Piazza San Domenico. La gente mi guardava incantata, senza avere idea di quanto io guardassi loro allo stesso tempo. C’è stata una di quelle sere in cui una ragazza in lacrime mi ascoltava cantare insieme agli amici: l’indomani sarebbe partita. Sono stato parte della sua ultima sera a Napoli, sono cose che non si dimenticano. La gente che si ferma in strada ad ascoltarti si ferma perché VUOLE ascoltarti, è diverso dall’esibirsi in un locale. La strada diventa quasi parte della tua casa. Quando vedevo la piazza sporca ci rimanevo malissimo. Se resti per ore a suonare e a cantare nello stesso punto, quel punto diventa una mattonella di casa tua, è triste vederla abbandonata al degrado. Un artista ha sempre delle influenze che contaminano i propri lavori musicali. Nel tuo nuovo album quali sono le sonorità, i musicisti, i generi da cui hai attinto? “Bello” è il frutto di un lavoro in studio durato quasi due anni. […]

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Musica

Sanremo 2021 in pillole: le canzoni in gara

Sanremo 2021 è senza pubblico, con ventisei eterogenei cantanti: un pendolo che oscilla tra gli over 50 che non conoscono metà dei big in gara e gli under 30 che finalmente conoscono più della metà dei big in gara. Ascoltate sul palco tutte le canzoni della 71esima edizione della kermesse ligure, ecco un riassunto di ciò che occhi e orecchie hanno visto e udito nelle scorse due serate di Festival. Arisa, Potevi fare di più: l’identità di Arisa è ancora un punto interrogativo, nonostante sia un’interprete che naviga le acque della musica italiana da tempo. Dopo La Notte, gli altri brani portati in gara non reggono il confronto. E così accade anche per Potevi fare di più: una voce potentissima, per un brano che non la valorizza, a partire dalla scelta della tonalità. Colapesce Di Martino, Musica Leggerissima: la valigia sul letto quella di un lungo viaggio… ah no? Aiello, Ora: bella l’intenzione, soprattutto l’inquadratura pop che Aiello riesce a dare ai suoi brani. Il live è un vero disastro; sarà anche un drago nel letto, ma sul palco Aiello “anche meno!” Michielin-Fedez, Chiamami per nome: lei direttamente dalla serie Netflix “La regina degli scacchi”, lui irrigidito dalla vita come pater familias. Troppe ripetizioni di testo e ridondanze armoniche, eppure avrà vita fuori dall’Ariston. Max Gazzè, Il farmacista: a stento si comprendono le parole di Silente, che a fine song mostra in realtà essere un Leonardo Da Vinci pronto a fare gol in Nazionale.  Noemi, Glicine: Dardust ingentilisce la voce di Noemi supportandola con una produzione elegante e contemporanea. Qualche ingenuità di testo rende il brano meno accattivante. Glicine è però un’ottima sintesi del pop italiano di cui l’Italia va fiera. Inaspettato. Madame, Voce: “Dove sei finita voce?” Canta Madame in uno dei suoi primi live, a piedi scalzi, con un guanto alla Michael Jackson, in grado di cavalcare un palco così potente senza esser mai saliti davvero su di un palco. Il testo e l’interpretazione racchiudono un’inquietudine imponente, talmente palpabile che resta addosso quasi fosse la propria. Maneskin, Zitti e buoni: Franz Ferdinand e altri riferimenti al genere. Sì. Damiano è un animale da palcoscenico, gli altri componenti della band gli stanno dietro, al passo. C’è anche della stoffa e sembra la stiano coltivando con grande cura. Ghemon, Momento perfetto: entra in scena. Ma è proprio lui? Sì, ora però canta in maggiore, il suo momento perfetto, che ha un arrangiamento estremamente forte ed una musicalità funk, soul, r’n’b degna di nota. Il live non è altrettanto perfetto però. Coma_Cose, Fiamme negli occhi: performance tenera, timida, vera. La linea stilistica è sempre molto percepibile e la sincerità comunicata sul palco premia, forse non al primo ascolto. Ma di sicuro premierà poi. Annalisa, Dieci: dieci anni fa ad Amici, Annalisa era una ragazza timidissima con la frangetta rossa. Oggi canta le “dieci ultime volte”, che alla fine ultime non sono mai e sembra sempre manchi qualcosa alle sue canzoni. La voce però è indubbiamente una voce. Francesco Renga, Quando trovo […]

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Musica

Salas: La Casa Nuova è solo l’inizio

Salas è il nome d’arte di un cantautore dalla penna evocativa, fragile e imponente allo stesso tempo, con in braccio una chitarra con cui dà voce ai suoi pensieri. Antonio D’Angelo all’anagrafe, Salas sul palco, dopo aver pubblicato il suo primo progetto artistico, La casa nuova, un EP da sei brani, è pronto a farsi spazio tra i cantautori emergenti del suo tempo. Un piccolo scrigno La casa nuova, costituito da emozioni, consapevolezza, conoscenza e curiosità, imperniato sul suono di una chitarra ritmica leggera e su di una voce destinata a raccontare le vicende del tempo e dell’animo. Un vero e proprio inizio personale, che però non stacca con il passato: entrare in una nuova casa, non per fuggire dalla vecchia, ma per ricucire il male ed essere più disponibili al bene. Ci sono pochi cantautori come Salas, pochi in grado di soffermarsi sui sentimenti, di dargli vita attraverso parole mai retoriche e mai scarne di significato; il prossimo passo per il cantautore è quello di realizzare un album vero, registrato e impostato con professionalità e dovizia di particolari, per sottolineare ancora di più quanto serva alla cultura di oggi un cantautore come Salas. La Casa Nuova, intervista a Salas È uscito da poco il videoclip di Limone, uno dei brani de La casa nuova. Come mai hai scelto Limone come singolo a cui fare il videoclip? Valeria Gaudieri, amica con cui sono cresciuto, nonché regista del video, mi ha proposto una sceneggiatura da costruire insieme; l’ho vista particolarmente convinta ed entusiasta, dunque mi sono appoggiato alla sua forma espressiva ed ho optato per questo singolo qui. Lei ha avuto la massima libertà nella scrittura, sia nella ripresa che nel montaggio. Ho scelto Limone perché è il brano che si meritava di uscire fuori dal disco, e anche per il periodo, perché volevo una canzone che ricordasse la vita da vivere, lontana dai giorni di adesso. È anche la canzone a cui hanno messo mani più persone, un lavoro di squadra nonché una bella sfida, poiché in tempi di canzoni da tre minuti, la mia canzone ne è di sei. Volevo andare controcorrente, sono pur sempre cresciuto con i dischi di Baglioni, verboso con una media di 5 minuti, 5 minuti e mezzo a brano. È un album che punta sulla parola… È un disco che si basa parecchio sulle parole. Chi scrive canzoni non può far a meno del rapporto così malato con le parole. Dopo sei mesi, l’album prende consapevolezza, e la reazione che ho notato di più è stato pronunciare la frase “come è gentile questo disco”; volevo toccare delle corde e ho trovato questa risonanza. Se c’è un lavoro fatto con questo disco, senza mestiere e consapevolezza, è quella di toccare le corde della tenerezza e commozione interiore, in parte il tentativo è riuscito, in parte sono parecchio ambizioso. Dopo sei mesi, quali sono i punti deboli e i punti di forza del tuo lavoro discografico? La Casa Nuova è un disco tenero, un disco che […]

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Musica

Super hits per cuori infranti: tutto l’amore di Spaghetti Casanova

Superhits per cuori infranti è il primo album di Spaghetti Casanova, i cui ingredienti sono voce vintage, ritmica con un cuore rockabilly, parole semplici, ironiche, iconicamente imperniate sul tema più universale che si conosce: l’amore. Un ragazzo con alle spalle live su live, esperienze vivide, musica come compagna di esistenza, che racconta in dieci canzoni il vissuto in campo amoroso, esaltando questo sentimento fino alle stelle, poi scaraventandolo negli abissi dell’umorismo dissacrante; un gradiente di emozioni che sottolinea quanto ampio sia lo spettro dell’amore, ciò che i più grandi poeti definivano motore del mondo. Un giusto bilancio tra musica e testi permette di far scorrere l’ascolto dell’album di Spaghetti Casanova molto velocemente, lasciando un retrogusto dei tempi belli in cui la musica era suonata nei club. Abbiamo intervistato Spaghetti Casanova Come mai hai scelto di mettere al centro del tuo disco l’amore? Non l’ho scelto io di parlare soltanto di amore; non per sembrare un Don Giovanni, ma ho avuto le mie relazioni nel corso del tempo, quando finivano io scrivevo delle canzoni. Si sono sommate tra di loro, mi sono reso conto che avevano lo stesso mood a livello sonoro, così ho deciso di metterle insieme in un unico disco, che è Super hits per cuore infranti. È stato quindi un accumularsi di canzoni. Ora sto avendo tempo per scrivere, e per esempio, il tema ricorrente è la morte; sono canzoni, quelle nuove, più introspettive, che raccontano dell’amore per se stessi, i conflitti interiori, i demoni che abbiamo dentro: sono incentrate sulla persona piuttosto che sul sentimento. Cosa significa per te Super Hits Per Cuori Infranti? Sono consapevole di non fare musica del mercato attuale, ma Super Hits è un modo per dire questo sono io: questo disco è l’evoluzione naturale del lavoro con i Barabba, il gruppo con cui ho suonato. Lì c’era un condividere idee con gli altri, questo progetto invece è stato più lavoro con me stesso, in cui ho scelto io soltanto come suonasse, cosa ci fosse e cosa no. Sicuramente dei Barabba porto dentro la parte ritmica, l’ironia dei brani; di mio ho aggiunto quello che chiamo romanticismo rock ‘n roll, un romantico ma non morboso, non pesante, con ritmi incalzanti e testi contrastanti con la musica. Cosa rappresenta la copertina del disco? Com’è nata? Io sono ossessionato dal porpora, dal viola, ed è stato naturale fosse il colore predominante della copertina. Volevo che venisse rappresentata la discordia dell’amore per eccellenza ovvero Adamo ed Eva, e Manuel mi ha aiutato a realizzarlo, senza mai dimenticare che fosse tutto un po’ retrò. Hai scelto di realizzare dei videoclip per le tue canzoni utilizzando stralci di film… Parto dal fatto che l’idea prevalga sul soldo, nel senso, vorrei cercare di fare il massimo con il minimo, e proprio da qui è nata l’idea dei video, anche perché era difficile un video in questo periodo di covid. Quindi mi sono messo nella condizione di lavorare senza uscire di casa, ed ho trovato nel cinema una giusta linea […]

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Musica

Giovanni Amirante: Movimento è il nuovo singolo

Giovanni Amirante è un cantautore gentile, classe 1993, con il dono della parola poetica. Ad Ottobre è uscito il suo primo brano Dieci Ettari, l’11 dicembre è la volta di Movimento, secondo singolo, secondo capitolo per il cantautore, che attraverso musiche dall’ampio respiro è in grado di raccontare piccoli attimi di vita, celebrati attraverso parole mai retoriche. In un momento in cui sembra esser fermi, Giovanni Amirante pubblica Movimento, un brano che ci porta altrove, anche in un’altra dimensione storica, dove non contano i numeri, gli stream, le direzioni dell’oggi, ma contano il cuore, la verità, l’autenticità. Abbiamo intervistato Giovanni Amirante Dieci Ettari, Movimento. Qual è la poetica filo rosso delle tue canzoni? Come ti poni nella scelta delle parole da utilizzare? Non so se si possa già parlare di poetica. Sicuramente queste due canzoni sono legate da un’idea sonora, che è quella di creare uno spazio comodo per le parole. Entrambe vanno oltre i quattro minuti e non hanno un vero e proprio ritornello, quindi direi che il filo rosso sta proprio in questa esigenza di dilungarsi, di sviscerare un concetto. A volte ripeto una frase già detta operando piccole variazioni, e in questo c’è proprio un intento di autocorrezione. Non c’è il lavoro di cesello di un pezzo pop, in cui ogni parola è in qualche modo decisiva e funzionale; vorrei piuttosto che si percepisse, interna al testo, la falla, o il rimuginio della scrittura. Movimento esce in un momento storico in cui siamo fermi. A quale movimento ti riferisci nella canzone? C’è una doppia sfumatura nel titolo. È il movimento dell’altro, che può essere un gesto minimo, una smorfia, qualsiasi cosa si presti a diventare, nel nostro ricordo, identificativa di una persona. Sanguineti ha scritto che di un uomo sopravvivono poche cose: i tic, i detti memorabili, i lapsus; quindi le estrosità o le imperfezioni, insomma ciò che ti fa sentire di conoscere davvero qualcuno. E poi c’è il movimento dell’io, che è un effetto del movimento dell’altro. Nella canzone, infatti, la parola è affidata a una persona che oscilla tra varie azioni in modo febbrile. L’irrequietezza, dunque, è una conseguenza della “dolce ossessione” del conoscere, che può rivelarsi però “sola impressione”. È una delle varianti tra prima e seconda strofa, ma lascio che ognuno scelga a quale delle due credere. Come nasce la collaborazione con Luca Cappuccio? Come il violoncellista ha contaminato la tua idea musicale? Io e Luca già suonato insieme precedentemente, ma questa collaborazione è nata l’anno scorso, e letteralmente in movimento: lui tornava in macchina dall’Olanda, dove stava curando dei progetti musicali, quando gli inviai una registrazione casalinga di Dieci Ettari; la canzone gli piacque molto, nonostante gliel’avessi presentata con un arrangiamento di congas decisamente non indimenticabile; archiviate le congas, iniziammo subito a lavorarci.Lavorare con Luca è stata per me una vera e propria svolta: oltre all’emozione di vedere un mio pezzo prodotto per la prima volta in maniera professionale, mi ha aiutato a capire cosa potessi essere in musica. In uno dei […]

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Cinema e Serie tv

Andrea Piretti gira Estate Povera: un giorno con gli occhi di un volontario

Andrea Piretti, regista napoletano, laureato in Cinema presso l’Accademia delle Belle Arti di Napoli, è autore e regista di un nuovo corto-documentario intitolato Estate Povera. Ciò che si racconta nel documentario è l’azione svolta da tanti e tanti uomini e donne del napoletano, che preparano, organizzano e distribuiscono pasti per i senza fissa dimora; in particolar modo ci si sofferma su di un unico protagonista, con il quale si ripercorrono le tappe fondamentali del volontariato: dalla preparazione dei pasti, al confezionamento delle buste che poi verranno portate e distribuite ai più bisognosi. In appena 10 minuti si instaura un legame di empatia con il volontario protagonista del corto: Luigi, un uomo  che svolge il suo volontariato insieme alla Comunità di Sant’Egidio, sfamando i senza fissa dimora. Attraverso Estate Povera si entra in contatto con la partecipazione del volontario e la sua voglia di restituire l’umanità al prossimo, senza però cadere e tendere l’ago della bilancia verso un devozionismo maniacale. Ciò che restituisce il corto-documentario di Andrea Piretti è un senso di verità e di equilibrio nel raccontare senza inserire pensiero personale o idea retorica, nella consapevolezza che il documentario ha già in sé una storia, che deve solo essere seguita e raccontata. Abbiamo intervistato il regista di Estate Povera: Andrea Piretti Ciao Andrea, Come ti sei approcciato al mondo che racconti in Estate Povera? In realtà in modo piuttosto semplice. Avevo avuto un primo contatto con dei volontari della Comunità di Sant’Egidio già l’anno scorso. Inizialmente ero partito con l’intento di raccontare le storie dei senza fissa dimora ma poi ho conosciuto altri volontari, vedendo il loro lavoro e il loro impegno, ho deciso che sarebbe stato quello l’oggetto del mio racconto. Come il Covid-19 ha agito sulle riprese e sulla riuscita del tuo corto? In questi mesi purtroppo abbiamo imparato a convivere con il virus praticamente in ogni momento delle nostre giornate. Dal punto di vista lavorativo le difficoltà ci sono state, è indubbio. Come prima cosa l’impossibilità di creare un contatto diretto con le persone che abbiamo conosciuto durante la lavorazione. Nonostante il distanziamento e il continuo uso della mascherina siamo riusciti a trovare in Luigi Musella una persona, oltre che disponibile, anche estremamente empatica. Chi è il volontario che rappresenti? Credi che il volontario possa essere un personaggio che svolge il suo ruolo fuori dall’ambito della devozione? Luigi è una persona straordinaria. Non lo dico solo per il tempo che ha dedicato al progetto, ma per quello che fa quotidianamente. La prima volta che ci siamo visti mi ha detto una cosa che non dimenticherò mai. Ringraziandolo per averci accolto nella comunità e per aver dimostrato subito interesse per il progetto, mi ha detto: “Qui da noi non troverai mai nessuna porta chiusa.” Un pensiero semplice ma secondo me molto potente, soprattutto in un periodo come questo. Rispetto invece al discorso sulla fede la risposta è assolutamente sì. In quel luogo si uniscono volontari di qualsiasi credo e religione. E, inutile dirlo, assistono ogni giorno chiunque si […]

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Musica

Gennaro Ferraro: il trombettista jazz esordisce con It’s Right

Gennaro Ferraro è un trombettista jazz, che con It’s Right, il suo disco d’esordio, propone una nuova interpretazione di alcuni standard jazz, lasciando intravedere anche una vena compositiva, data la presenza di due brani originali all’interno dell’album. Il jazz suonato da Ferraro fotografa un determinato suono immerso all’interno di una concezione di libertà dello strumento: attraverso i sei brani pubblicati, infatti, il musicista delinea un sound che riprende il jazz nordeuropeo ma sottolinea la musicalità melodica intrinseca all’interno di ogni strumento, strutturando brani piacevoli all’ascolto anche per chi non è conoscitore del genere. La contaminazione blues, bossanova e swing riecheggia nell’album, definendo una tracklist vivace con un suono corposo ed attento. Nel primo album di Ferraro sono tanti gli artisti ed i musicisti presenti: Mario Nappi al pianoforte, Daniela de Mattia alla voce, Corrado Cirillo al contrabbasso e Luca Mignano alla batteria. Abbiamo intervistato Gennaro Ferraro It’s right è il tuo primo disco da solista e si apre con un brano di Freddie Hubbard che, come hai anticipato è l’artista che ti ha influenzato negli ultimi anni di studio. Il terzo brano è di Miles Davis, il quarto di Benny Golson. Come mai la scelta, in un primo lavoro, di inserire standard jazz oltreché brani di propria composizione? Come primo album ho pensato più a spingere sul mio suono, volendo soffermarmi su ciò che mi ha formato in questi anni. Ho poi scelto due brani di mia composizione che fossero in linea con il discorso musicale che stavo portando avanti in questo disco. I lavori futuri si baseranno di più sull’idea di me “compositore”, in “It’s right” volevo si caratterizzasse un suono, il mio suono, per questo ho utilizzato anche standard, proprio perché si evidenziasse il mio modo di improvvisare e di suonare. Qual è l’idea di suono alla base di It’s right? La scelta stilistica ha lo scopo di trasmettere alle persone il mio modo di suonare in un determinato momento storico; il disco l’ho registrato a Giugno e già adesso sento di star cambiando il mio suono. Per questo avevo voglia di immortalare, come in una fotografia, la mia idea musicale di quel determinato periodo: ho perciò preso brani di diversa tipologia, dandogli la stessa idea di insieme, la stessa impronta, creando un unico discorso musicale. Appena dodicenne inizi a frequentare il Conservatorio di Musica “G. Martucci” di Salerno, conseguendo il diploma di solfeggio con il maestro Tancredi e frequentando la classe di tromba con il docente Nello Salza. Dopo tre anni sei al Conservatorio di Benevento “Nicola Sala”, proseguendo gli studi, privatamente, con il maestro Nicola Coppola. Una vita segnata dagli studi. Quanto conta oggi lo studio accademico per un musicista? Dipende da ciò che si vuole. Il conservatorio è secondo me importante per due fattori: innanzitutto per formare la disciplina da musicista, la dedizione allo strumento; poi c’è la possibilità di fare esperienze e di conoscere nuove persone: io ho girato un bel po’ di conservatori, avendo prima intrapreso il percorso classico poi quello moderno. Lo studio accademico mi ha portato ad approfondire […]

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Musica

Eduardo De Felice: dalla tempesta alla quiete con “Ordine e Disordine”

Dieci tracce, per un totale di 38 minuti di ascolto: sono i numeri di riferimento dell’ultimo lavoro musicale di Eduardo De Felice, cantautore napoletano, classe 1981, che ha pubblicato lo scorso 30 ottobre 2020 Ordine e Disordine, un album di ottima fattura, suonato da moltissime mani, denso di armonie leggere ma minuziosamente architettate. Secondo disco per il cantautore, che lascia un po’ in sordina le atmosfere del primo album, maggiormente acustico e radicato al passato, per ingrossare le fila del cantautorato figlio della vecchia scuola romana. Echi di Max Gazzè, Niccolò Fabi, Daniele Silvestri, Riccardo Senigallia, risuonano nella composizione e negli arrangiamenti, continuando a dispiegarsi nella penna del cantautore dallo stile quotidiano ma attento alla dovizia di particolari, a tratti prosastico: non si avverte l’esigenza di una rima dopo l’altra ma di una costruzione lenta e sincera, come quella di un racconto, in cui emerge la verità riga dopo riga. Confessioni, piccoli scorci di realtà sono cuciti su di un suono prettamente cantautoriale, raffinato e gentile; la presenza di numerosi strumenti, tutti rigorosamente suonati da musicisti, immerge l’ascoltatore in un sound che non segue le mode; il segno che il cantautorato non è morto e nonostante cambi e stia modificando forma, talvolta ha bisogno di ripristinarsi nella sua forma originaria: voce, strumenti, necessità di racconto. Già l’ultima traccia del precedente album “È così” vedeva la presenza di Claudio Domestico, in arte Gnut; il secondo disco si riallaccia a questo sodalizio, dato che la produzione artistica e gli arrangiamenti sono proprio del cantautore dell’Ammore ‘O Vero. Il gusto introspettivo del cantautore si mescola alla riflessione dei testi e alla volontà di costituire un album ricco di suoni, generando così un buon mix per un ascolto lineare, efficace e pieno di spunti interpretativi. Ordine e disordine è distribuito da Apogeo Records, registrato al “Kammermuzak” studio di Soccangeles (Napoli) da Carlo Di Gennaro e Giuseppe Innaro; missato al “Peppey Roads” studio (Pozzuoli) da Giuseppe Innaro e masterizzato presso “Arte dei Rumori” studio di Napoli da Giovanni “Blob” Roma. La copertina, fotografia scattata da Aldo De Felice, dimostra essere in linea con lo spirito canonico del disco: la semplicità di vedere le cose per ciò che sono, senza filtri né elucubrazioni mentali. Così come una medaglia, con due facce, Ordine e disordine porta avanti l’idea che, grazie alla musica, i pensieri raggomitolati nella mente possano districarsi, proprio come i rami degli alberi che si levano al cielo. Non è un disco nato per le vendite, è un disco che vive di musica, per questo motivo può permettersi di essere anacronistico, suonato, denso di significato: il fine di questo album non è il mercato ma l’ascolto sincero da parte di un orecchio attento alle parole quanto agli arrangiamenti. Tra i dieci brani la prima traccia, Il dubbio e la certezza, dimostra essere il manifesto di ciò che seguirà nel disco, nonché segno tangibile di ciò che ci si deve aspettare dal lavoro di De Felice. Sottolinea la deriva della scuola romana Sivestri-Fabi, nello stile e […]

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Carrese: Terra dei fiori è il nuovo singolo

Intervista alla cantautrice Carrese. L’ultimo singolo di Carrese, all’anagrafe Roberta Carrese, si intitola Terra dei Fiori e punta ad una tematica assai cara al territorio campano, la “Terra dei fuochi”, da anni oggetto di inchieste, per le continue morti e malattie a discapito della popolazione nord-campana. Carrese riprende le sue origini, radicate nel casertano e porta avanti il suo indie pop, in un brano dalla tematica complessa, con una forma canzone italiana, ma con un sound contemporaneo ed orecchiabile. Nell’attesa di un EP che racchiuda i numerosi singoli usciti nel 2020, Carrese insieme a Marta Venturini, Cristiana Della Vecchia e Diego Calvetti, ha confezionato un singolo pop con un lavoro di produzione estremamente accurato, sopratutto nella scelta dei suoni, che ben si incastra con la voce super-intonata della cantautrice. Abbiamo intervistato Carrese: Da The Voice Of Italy alla sterzata indie con Marta Venturini. Cosa oggi definisce il tuo progetto musicale Carrese? Quali sono stati i capisaldi che in questi anni hai mantenuto e cosa invece hai lasciato andare? Ciò che ho mantenuto è stata la mia autenticità, il modo con cui mi relaziono alla musica; è vero ho cambiato stile e riferimenti, ma crescendo tutti cambiamo. Ciò che mi ha contraddistinto negli anni è stato l’essere vera, cosa che anche a The Voice ha portato frutti: il mio essere autentica, non stravolgere i brani, ma pensare al cantare e all’esibizione sono arrivati al pubblico e così sono arrivata in finale. Sicuramente l’incontro con Marta Venturini mi ha portato su una strada più soddisfacente, poiché faccio quello che mi piace, un percorso da cantautrice indie, indie pop, in cui è bello che emerga anche il lato pop della musica. Ciò che ho lasciato andare invece è la nomea di “quella del talent”; infatti ho cambiato nome del progetto musicale chiamandomi Carrese, anche esteticamente sono cambiata. Ho lasciato andare le paure, le insicurezze, anche umanamente sono cresciuta: oggi credo di più in quel che sono e in quel che faccio. Cantare in italiano, con un sound che appartiene a quella che è la scelta indie del momento. Cosa fa secondo te la differenza tra tutti gli ascolti che ci sono in giro? In cosa la tua musica fa la differenza? Non voglio essere presuntuosa: penso che nel panorama contemporaneo di artisti giovani under 30 non ci sia una voce femminile simile alla mia; nella musica pop più commerciale si trovano altri timbri simili al mio, ma nell’indie no: oggi la musica indie ricerca una voce non intonata, che spesso non canti solo in italiano, che cambi l’accento alle parole, mentre io sono più classica, più canonica, ma il mio sound non lo ritengo canonico. Sono una cantante legata al bel canto, però accompagnato da una sound più urban, più giovanile. Cosa significa per te l’aggettivo indie? Indie per me vuol dire indipendente. Indie oggi è la musica indipendente, di chi lavora in un altro ambito per vivere, ma poi crea le canzoni da solo. Io faccio tutto da me, e per me […]

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Eroi del 2020: l’album di debutto di Piro

Eroi del 2020 , l’album di debutto del cantautore romano  Piro , classe 1991 che, attraverso una scrittura timida e sentimentale, pone l’accento sulla condizione umana che si rifugia nel desiderio di non pensare alla caducità del tempo , ma non può far a meno di vivere tale dissidio interiore. Piro specifica parlando dell’album : “Noi che viviamo tutti i giorni le nostre vite normali, tentando di dimenticarcene per il tempo di una birra, di un concerto, di un bacio. Soprattutto gli eroi di cui parlo sono quelli che continuano a provare sentimenti , che si emozionano per le cose “. Un disco presente, creato e strutturato per fondere ciò che è stato con quel che sarà. Eroi del 2020, intervista a Piro Eroi del 2020: chi sono? Perchè questo titolo per il tuo album? Quando ho scritto “Questo Vento”, la canzone che cita gli “Eroi del 2020”, questi rappresentavano i ragazzi della Roma del 2010, da guardare con la luce ironica degli eroi futuri. Oggi non è cambiato molto, altri ragazzi sono sempre lì e attraverso l’egocentrismo delle loro azioni adolescenziali hanno ancora il mondo in mano. Il fatto che il titolo sembri relativo ai tempi che corrono è casuale e non voluto. Quali sono le influenze presenti all’interno del tuo sound? E della tua scrittura? Per gli arrangiamenti ho pescato molto dall’album “Maximilian” di Max Gazzè: mi ha fatto vedere il giusto compromesso tra il lato pop delle mie canzoni e quello elettronico che ho appena appreso, di cui non ho voluto abusare. Il produttore Lorenzo Ceci ha fatto un gran bel lavoro di cui sono molto soddisfatto. Per quanto riguarda testi e musica mentre scrivevo questo disco ascoltavo molto Battisti, De Gregori, Rino Gaetano e Dalla. Non voglio dire che dovete ritrovarceli, ma sono stati d’ispirazione. Qual è l’elemento imprescindibile della tua musica? Il must have che deve avere ogni tua canzone? La mia musica deve raccontare storie e vuole farlo con l’intenzione di emozionare attraverso l’immedesimazione. Riuscire in questo sarebbe in un certo senso la mia vittoria artistica. Consiglia due canzoni dell’album a chi non ti hai mai ascoltato e raccontaci il perché le hai scelte. “Città D’Oriente” è immediata e tranquilla, la userei come biglietto da visita di questo album. Credo possa mettere d’accordo più ascoltatori. “Come Tutti I Giorni” invece è la canzone di apertura e ci tengo molto perché riesce a parlare di sentimenti sconfinati in un’atmosfera intima, ma allo stesso tempo non scade in un eccessivo romanticismo. Non ho scelto canzoni troppo movimentate, ma qualcuna nell’album la troverete. Quanto è importante il live per te? Qual è il ricordo più significativo di un tuo live che custodisci? Il live è un modo per vedere di persona se una cosa tua sta piacendo, proprio mentre la canti. Gli occhi del pubblico non mentono. E puoi finalmente dare la dimostrazione tangibile che i brani pubblicati sono proprio i tuoi e li puoi rendere anche live, tra l’altro con un impatto emozionale più forte. Se […]

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Mille: Cucina Tipica Napoletana e altri mille universi

Voce dei Moseek, oggi Elisa è in arte Mille: frangetta, eye-liner, timbro squillante. Con il suo ultimo singolo, Cucina Tipica Napoletana, riconferma il suo progetto nel fuoco di un indie-pop scritto in italiano, con cura e dovizia, che si presta ad essere portavoce di un’esigenza di racconto salvifica. L’urgenza cantata con il sorriso, nei mille colori di un videoclip dove Mille volteggia in diversi outfit, incarna la risposta di un’artista che vuole imporsi sulla scena italiana perché ha voglia di dire ed ha tutti gli strumenti per poterlo fare. Abbiamo intervistato Mille Cambiare, anche dopo un passato in band con i Moseek, e creare un nuovo progetto italiano, sicuramente porta ad un’evoluzione. Chi è oggi Mille? In verità la band i Moseek è un progetto ancora in essere. Non uscirà nulla per ora, anche per non destare confusione nel pubblico, che potrebbe chiedersi se io canti in inglese o in italiano. Io personalmente riesco a scindere le due dimensioni; vivo estremamente ludico il lavoro della musica con i Moseek: cassa dritta in inglese, testi meno da psicoterapeuta, un’atmosfera giocosa, un gruppo che al momento però non ha uscite programmate. Mille invece è un progetto diverso, in italiano, ma esistono entrambi, proprio perché non voglio rinunciare ad alcun tipo di comunicazione. Cosa significa scrivere in italiano? Quali sono stati i momenti, le scelte, che ti hanno fatto aprire gli occhi e ti hanno portato sulla strada di utilizzare questa lingua per esprimere le tue storie, emozioni, sensazioni? Ho notato il mio approccio a come vivo e a come affronto la vita attraverso la psicoterapia. Quando ho incominciato a confrontarmi con la mia lingua, l’italiano, lo facevo scrivendo al pianoforte; in quella dimensione non c’erano riferimenti, se non alla mia vita, a come mi sentivo, a quello che stavo vivendo e non potevo che prescindere da me. Una nuova dimensione personale: io ho sempre avuto una passione per la psicologia, però mi mancava un passaggio ed è quello del superamento delle cose e probabilmente mettendo nero su bianco attraverso i testi in italiano, io sento di superare alcune cose. Scrivere è uno dei mezzi per superare. Che rapporto hai con la lingua inglese? L’italiano è la lingua della spontaneità? Paradossalmente c’era più studio in inglese, ma per quanto possa essere appassionata, non è la mia lingua madre, inoltre vivo in Italia e parlo poco in inglese, pertanto per scrivere in inglese dovevo anche andare a pescare delle cose, dovevo studiare per scrivere una canzone. In italiano invece è un’azione nata di getto e non immaginavo che ciò potesse accadere. Anche perché avevo smesso di scrivere in italiano, da piccola, intorno ai 12 anni, quando condividevo la stanza con mio fratello, che mi prendeva in giro per le canzoni che scrivevo e per discrezione ho iniziato a scrivere in inglese. L’italiano è la mia lingua madre, quindi il meccanismo non è più “ora scrivo una canzone”, ma le parole mi vengono di getto, durante la giornata, in maniera estemporanea, mentre sono in un […]

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Il suono di Flo: 31salvitutti è il nuovo album

Quarto disco per Flo, cantautrice napoletana dedita alla world music, che nel nuovo album, uscito il 13 novembre, dal titolo 31salvitutti, cuce storie vere attraverso un cantato plurilingue e pone all’attenzione dell’ascoltatore 11 brani: 11 frecce scoccate per fare centro su di un unico bersaglio, la verità. L’album è stato anticipato dal brano L’uomo normale, che ben racchiude l’intento stilistico del disco, in cui la lotta, la forza, la necessità emergono a partire dal titolo, in cui 31 non è soltanto il numero che pronunciano i bambini per far “tana libera tutti”, ma rappresenta anche numerologicamente il riscatto, l’energia, l’espansione, la spontaneità. La produzione artistica è firmata dal francese Sebastien Martel, artista grande conoscitore del meltin pot parigino e della musica africana, che costruisce l’impalcatura di un album nato live per i live. Storie di salvezza, di chi corre, nonostante tutto, verso il muro, l’albero, per battere la mano e gridare: libero io, liberi tutti. Abbiamo intervistato Flo Ciao Flo, 31salvitutti dà l’impressione di perdersi meno nella filosofia e di imporsi di più sul piano pragmatico: ci sono persone in carne ed ossa raccontate, storie. Ascoltandolo si ha la percezione che siano parole vive, che appartengono alla sfera di tutti i giorni e con cui si lotta tutti i giorni. Cambiare produzione, affidandosi Sebastian Martel ed avere un’influenza entra-nazionale in che modo ha agito? Qual era per te l’urgenza da comunicare in 31salvitutti? 31salvitutti è un disco molto diretto, in cui ciò che canto è raccontato in maniera chiara, come se stessi parlando ad una persona in carne ed ossa. È un disco meno evocativo: più che perdersi meno nella filosofia, io penso di non aver voluto ricercare la sensazione dell’impalpabile, ma di puntare su parole vere e dirette. La produzione è stata la conseguenza di questo scrivere così, ho voluto che Sebastian assecondasse la mia idea: quello di 31salvi tutti è un suono urbano, un suono europeo ed io ricercavo questo suono metropolitano. Registrare per la prima volta in presa diretta è sicuramente una chiave di sincerità, schiettezza ma soprattutto verità. Mi viene in mente l’immagine della coralità, più del lavoro di sezione, dove ogni musicista ha un suo peso specifico… Sì, quando lavori tanti anni con una band, si smette di vivere il progetto come se fosse di un solista e quel progetto diventa un marchio: Flo è un suono. Per questo con la mia band abbiamo voluto registrare come quando andiamo sul palco a suonare, anche perché il live è un po’ la nostra arma vincente. Noi siamo musicisti da palcoscenico, facciamo concerti e suoniamo ai festival: c’era bisogno di una verità senza patine di plastica, una verità che dopo 4 dischi sento che potevo permettermi. Accussì scritta con Gnut e Sollo, La Gaviota con il testo di Alessio Arena. Come nascono le canzoni a quattro mani? Quali sono i presupposti necessari secondo te per poter scrivere un brano tra più artisti? Io sono un po’ snob riguardo questo punto. Ho la fortuna di lavorare con persone che mi piacciono; […]

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Cecilia: quando un punto di domanda è un punto di partenza

Cecilia è una giovanissima cantautrice, cresciuta tra il soul e la musica italiana, che ha sperimentato la combinazione di queste due influenze nel suo EP di debutto “?” (punto di domanda). L’attitudine R’n’B unita al gusto classico della rima italiana portano il mondo internazionale all’interno dei confini del Mar Mediterraneo, rendendo l’EP il giusto compromesso tra novità e funzionalità, lasciando trasparire un’identità preponderante e ben delineata. Il timbro di Cecilia si accosta bene alla musicalità della penna italiana e al contempo riesce a risuonare nelle frequenze soul, in brani con arrangiamenti che non vogliono tornare indietro, ma piuttosto imporsi sulla scena come innovazione. Prodotto da Futura Dischi, distribuito da Sony Music Italy, “?” di Cecilia è un EP dal tocco delicato, malinconico, autunnale, da ascoltare mentre cadono le foglie. Ecco le nostre domande a Cecilia Un punto interrogativo come titolo dell’album: difficoltà a definirsi o volontà di non definirsi? Cosa rappresenta questo simbolo? Come si relaziona in rapporto alle canzoni dell’EP? “?” è un simbolo che si avvicina in maniera sincera alla mia persona e alle canzoni stesse. Ad un primo ascolto è possibile che non si percepisca, nella punteggiatura dei testi si possono individuare molti punti di domanda. Per esempio: “ciao, come stai?” “sono le due di notte, che te lo dico a fare?” “cosa posso farci se certe cose io le vedo tardi?” “cos’hai dentro a quegli occhi?” “cosa ti passa per la testa?” E questi sono solo alcuni. Mi sono sempre etichettata come ‘la perenne curiosa e l’eterna insicura’. Sono due parti che mi caratterizzano fortemente e non c’è una parte dominante: a seconda di come sto l’una prevale sull’altra. La curiosità emerge ogni volta che incontro qualcosa di nuovo, l’insicurezza mi spinge ad interrogarmi ed analizzare le esperienze che ho vissuto. Il concetto espresso nella canzone Karma: “l’ingenuità non mi porterà lontano” sembra espressione di chi è ferito e è stato tradito; se l’ingenuità non porterà lontano, cosa ti porterà lontano? L’analisi e la consapevolezza. Il mood dell’EP si muove su sonorità R’n’B mescolate a rime indie, così come il sound che viene fuori sottolinea l’incontro del mondo elettronico e del soul. Cecilia cosa preferisce musicalmente? Qual è la direzione principale della tua musica? Ho sempre prediletto ascolti appartenenti al soul e ai vari sottogeneri (nu soul, jazz, r&b). Per quanto riguarda la musica in sé, non c’è mai stato un indirizzo specifico, ci sono state le influenze (mie, di Danny Bronzini e di Peppe Petrelli) che sono state assorbite e maturate nel tempo e trasportate naturalmente in un secondo momento negli arrangiamenti e nelle produzioni di questo progetto. Qual è il pezzo che secondo te meglio rappresenta questo EP? Perché? Non saprei dire quali dei brani mi rappresenti di più. Appartengo ad ognuno di loro. Mi sento di essere tutte quelle sfumature. Alla fine nessuno di noi è definito da un unico colore.   Grazie a Cecilia per l’intervista [Foto di Ufficio Stampa]

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