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Eroica Fenice

Musica

Memorandum: nuovo album di Fabiana Martone | Intervista

In occasione dell’uscita dell’album Memorandum, intervista a Fabiana Martone, cantante attiva nel panorama napoletano con diverse esperienze e progetti (per citarne alcuni il quartetto al femminile Sesèmamà e la collaborazione con i Nu Guinea). Memorandum è il nuovo album di Fabiana Martone, realizzato mediante una campagna di crowdfunding, che le ha permesso di registrare, produrre e distribuire 11 tracce. Il disco, pubblicato da SoundFly con distribuzione Self, è stato presentato lo scorso 11 novembre alla Feltrinelli di Napoli. Memorandum ha visto Fabiana Martone nelle vesti di “autrice, arrangiatrice, direttore artistico, e produttrice artistica ed esecutiva”, supportata nella realizzazione di questo progetto da Luigi Esposito e Bruno Tomasello. Nella scrittura dei testi la cantante è stata affiancata da diversi autori: Ciro Tuzzi, Marco d’Anna, Emanuele Ammendola, Luca Di Maio, Alessio Arena, Umberto Lepore, Salvatore Rainone e da Bruno Savino di SoundFly. Fabiana Martone e Memorandum Il mondo di Fabiana Martone è colorato di un’atmosfera rarefatta che si sostanzia attraverso una voce carismatica. Tutto è perfettamente incastonato: la stretta consonanza tra testi, melodie ed armonie è il vero asso nella manica di questo lavoro. Si avverte nota dopo nota, brano dopo brano, la volontà di portare avanti un progetto, di rendere realtà qualcosa che già esisteva ed andava solo trasformato in musica. Una bella magia potersi lasciar trasportare dalle undici canzoni di Memorandum, aventi un ciclo tematico nel quale si susseguono i momenti di una giornata: dalle canzoni del mattino (Geopolitica sentimentale, Memorandum e Niente ‘e che), si giunge poi alle tracce del dopo pranzo (Me passa ‘o genio e L’albero di Carnevale), continuando con quelle della sera (Sospesi a Corso Malta, Era solo avere, Citofonare Martone) e, completando quasi il cerchio con il pezzo di una notte insonne (La quadratura della luna), si termina con le canzoni dei sogni (Il fuoco e Sirena). In Memorandum vi è la partecipazione di un ricco team di musicisti (Fabrizio Fedele, Emiliano Barrella, Luigi Scialdone, Lorenzo Campese, Gabriel D’Ario, Francesco Fabiani, Davide Maria Viola, Derek di Perri, Michele Maione, Lino Cannavacciuolo, Marco D’Anna, Rainone e Lepore  e gli stessi Esposito e Tomasello), che hanno reso l’album ancora più variegato ed emozionale. Il cerchio di Memorandum si chiude con una preziosa novità all’interno del disco, in quanto l’album contiene un artbook con undici tavole (una per ogni canzone) realizzate da vari artisti, illustratori, disegnatori e pittori (Martina Troise, Cyop e Kaf, Nikkio, Clelia Leboeuf, Nando Sorgente, Nicola De Simone, Dario Protobotto, Vincenzo Aulitto, Alexandr Sheludko, Alessandro Rak), i quali hanno avuto la possibilità di trasferire l’interpretazione dei brani di Memorandum in una forma d’arte differente dalla musica. Memorandum, un monito da scolpire nella testa, un album da ascoltare con calma, per assorbirne messaggi, passaggi e vibrazioni positive. Quattro chiacchiere con Fabiana Martone Come nasce questo disco e quali sono state le influenze musicali che hanno segnato Memorandum? Era una mia idea da un po’ di tempo, quella di provare a fare un disco io, piuttosto che realizzare una collaborazione con qualcuno. Già avevo registrato dischi, il primo da solista, il secondo come cantante, il terzo in cui […]

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Culturalmente

Le 5 lettere d’amore, le più belle e romantiche di sempre

5 lettere d’amore: il valore della carta Il valore del cartaceo, nella sua interezza, a partire dalla percezione tattile delle dita che scorrono sulla pagina ruvida, fino al sentimento di completezza che si avverte nello scrivere di proprio pugno, mettendo bianco su nero emozioni, sentimenti, stati d’animo, è ormai alla deriva. Sono definiti amanti del vintage quelli che ancora oggi sfruttano la carta, come unico strumento possibile, in compagnia della penna, in grado di contenere i pensieri e trasformarli in frasi di senso compiuto. Non è un male che il social o l’app bloc-notes abbiano permesso una facilità di scrittura che raggruppa una maggiore fetta di scriventi; grazie infatti all’accessibilità di questi strumenti, dovunque è possibile registrare ogni moto d’animo e non, che sia in metropolitana, durante una passeggiata o mentre ci si trova nella sala d’aspetto del medico di turno, non importa: basta cacciare lo smartphone dalla tasca e dar vita ad una nuova tipologia di bianco su nero. Scovando però tra i ricordi delle nonne, rovistando tra vecchi scatoloni ingialliti e leggendo qualche biografia di autori eccelsi è possibile ritrovare il valore della carta, espresso magistralmente mediante la forma affettiva della lettera. Quanti messaggi oggi hanno come incipit: “Cara, caro….”? Nella storia della letteratura la parola “caro/cara” era un nodo d’amore che suggellava un sentimento affettivo dalla forte potenza, esplicava il senso di relazione e comunicazione tra due persone che si erano scelte ed avevano bisogno di stabilire un contatto che perdurasse nel tempo, che perdurasse proprio come la carta: fragilmente corruttibile dagli agenti atmosferici, ma tendente di sua natura a restare in piedi, cambiando colore nel tempo, sbiadendo, ma non scomparendo nei secoli. Letterati, poeti, musicisti illustri hanno registrato la propria vita, dichiarando paure, desideri, mancanze, nostalgie, voglie, necessità, attraverso una lettera inviata a quella persona in grado di comprendere la fragilità della loro esistenza. Ecco a voi le nostre 5 lettere d’amore, 5 splendide lettere romantiche 5 lettere d’amore, le nostre scelte #1 Lettera di Oriana Fallaci ad Alekos Panagulis: l’amore devastante ed iconico, raccontato nel libro Un Uomo e riversatosi, come un bisogno implacabile, in diverse pagine di altri scritti dell’autrice, si comprende attraverso una lettera, che non si rifà a vocaboli pomposi o a espedienti grammaticali, ma che ben evidenzia la vera protagonista di questo legame: la libertà. “Ebbene: io non sono e non sarò mai un ostacolo, un handicap. Io so che esistono cose ancora più grandi dell’amore di una persona o dell’amore per una persona. Ad esempio, un sogno. Ad esempio, una lotta. Ad esempio, un’idea”. #2 Lettera di John Lennon a Yoko Ono: era il 1966 quando avvenne l’incontro tra Lennon e Yoko, che due anni dopo diede vita ad una storia d’amore fragile, ma estremamente toccante. “Se due persone come noi stanno facendo delle loro vite quello che ne stiamo facendo noi, ogni miracolo è possibile! È vero, in questo momento ci farebbe comodo qualche grosso miracolo. Il punto è riconoscerli quando ti succedono ed esserne riconoscenti. Prima si manifestano in una forma ridotta, […]

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Musica

Intervista a Maldestro: Mia madre odia tutti gli uomini

“Mi dicevano ‘prendi allo stomaco’ ed io non sapevo se fosse una cosa positiva o negativa. Allora ho mandato due mie canzoni ad alcuni premi per cantautori e li ho vinti tutti”. (Maldestro) È uscito il 9 novembre il nuovo album di Maldestro, Mia madre odia tutti gli uomini, pubblicato da Arealive e distribuito da Warner Music. Anticipato dai singoli Spine e La felicità, il disco si profila come l’album più autobiografico scritto dall’artista, che ha deciso di spogliarsi degli abiti del narratore delle vite altrui per dar vita a un disco che vede l’io al centro dei riflettori. Tra in-store e concerti in tutta Italia, Maldestro si profila come un paroliere e cultore della parola, in grado di aggiungere con la sua voce malinconica, una forza comunicativa dal grande potenziale, che trasforma il valore del singolo in verità universale. L’intervista a Maldestro Mia madre odia tutti gli uomini, perché questo titolo? Quali ricordi e quali emozioni hai deciso di incidere in questo album? Il titolo è nato dopo aver registrato il disco, in modo naturale. Ho scelto di scrivere di alcuni avvenimenti della vita che mi hanno segnato e con il titolo “Mia madre odia tutti gli uomini” avevo la possibilità di spiegare cosa si raccontasse nell’album. È un titolo che rappresenta l’intenzione autobiografica di questo lavoro. Infatti se si ascolta la prima traccia, già si può comprendere che ho fatto percorso, durato un anno e mezzo, in cui hanno scritto canzoni su canzoni, con la volontà di raccontare della mia vita, senza nascondermi nelle storie di altri, come invece è successo negli album precedenti. Dal primo album pubblicato, ad oggi, con la pubblicazione del singolo La Felicità. Cosa è cambiato in Maldestro e di quale messaggio oggi ti senti di essere portavoce? Ho acquisito una maggiore consapevolezza, umana piuttosto che artistica: questi anni mi hanno portato alla decisione di spogliarmi completamente e scrivere un album dove si raccontasse di me. La parola portavoce mi rende responsabile, io non mi sento così; credo che la bellezza stia nello scrivere qualcosa di autobiografico, e nonostante questo, le persone riescano a immedesimarsi. Un miracolo, un regalo e un premio, poiché il proprio vissuto diventa universale. Maldestro, raccontaci due tracce del disco che non vorresti passassero inosservate all’ascoltatore. Due tracce che rappresentano a pieno il disco: Spine, perché stilisticamente, se potessi, mi piacerebbe scrivere sempre come ho fatto in Spine: in quel pezzo sono riuscito a comporre quella che io chiamo “canzone teatrale” a cui sono molto legato. Poi, La felicità, perché prende per mano tutte le canzoni e chiude il cerchio: dal dolore, si passa per l’accettazione del dolore, per poi arrivare alla felicità. La produzione artistica è affidata a Taketo Gohara, che ha firmato lavori di Brunori Sas, Motta, che fanno parte, come te, di tutta una fetta di artisti della canzone d’autore. Cosa significa essere cantautore oggi? Quali sono i suoni che si cercano e quali sono i punti chiave di questo genere, oggi nel 2018? Per fortuna, nonostante le […]

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Cinema & Serie tv

I migliori 5 film della Disney, classici che non puoi assolutamente perdere

Film Disney, i 5 che non puoi davvero perdere! I classici della Disney sono un must ad ogni età. Ogni nuova uscita Disney è in grado di riempire intere sale cinematografiche per giorni e giorni, proprio perché non ci si limita ad una storia d’animazione realizzata bene, ma ad un film che contiene in sé una morale leggibile su più piani cognitivi. I bambini possono imparare i più saldi pilastri della vita: l’importanza dell’amicizia, il credere in se stessi, il superare le proprie paure; i grandi possono ritrovarci legami, ricordi, insegnamenti lasciati in sordina. Dal 1937, La Walt Disney realizza corti e lungometraggi di animazione, anche grazie alle collaborazioni e coproduzioni con altri studios indipendenti, riuscendo a proporre idee sempre più originali e legate ai grandi cambiamenti che il mondo di oggi affronta, toccando tematiche differenti, rivoluzionando il modo di percepire le principesse, dando una forza espressiva ad ogni singolo personaggio, sempre in maniera divertente e leggera, che alterna la risata di gusto alla lacrimuccia da commozione. Principesse, storie di supereroi, avventure fantastiche, in scenari spettacolari, castelli da capogiro, prospettive di tutto il mondo, dai mari caldi di Oceania al regno di ghiaccio di Frozen, dai campi di riso della Cina alle spiagge di Lilo e Stitch. Ecco la top 5 dei film Disney scelta da Eroica Fenice per voi: #1 Mulan: Eroina per eccellenza targata Disney, lontana dai castelli principeschi sfarzosi, Mulan è una ragazzina destinata dalla famiglia a trovare marito. Nella sua testa una sola domanda: chi sono? È proprio questa domanda che la spinge a partire in guerra al posto del padre, fingendosi uomo, cambiando la sua identità, diventando Ping. Tra duri allenamenti, risate con i compagni di battaglia e l’instancabile guida dei suoi amici Mushu e Cricrí, Mulan viene scoperta per la donna che è, ma non si ferma. Sempre pronta a rischiare, mette a repentaglio la sua vita per salvare la Cina e ci riesce, conquistando finalmente tutte le risposte che stava cercando. Realizzato in Florida, progettato dal 1994 e pubblicato nel 1998, ad oggi vanta numerosi premi, è inoltre possibile guardare il sequel Mulan 2. “Il fiore che sboccia nelle avversità è il più raro e più bello di tutti”. #2 Gli Aristogatti Facendo un viaggio nel tempo, una quarantina di anni fa, precisamente nel 1970, usciva Gli Aristogatti, 20° classico disney, che riprendere la storia di Tom McGowan e Tom Rowe. Al centro del film, una famiglia di gatti aristocratici, sottratti alla padrona dal maggiordomo, per ottenere l’eredita che sarebbe dovuta andare ai piccoli micetti. Grazie all’aiuto di un gatto randagio, Romeo, insieme alla sua banda di amici matti, Duchessa e i suoi tre piccoli riescono a tornare a casa sani e salvi. Il film è noto per essere stato approvato da Walt Disney in persona e perché contiene una delle colonne sonore più divertenti: Everybody wants to be a cat, meglio conosciuta in Italia come Tutti quanti voglion fare il jazz. Lungometraggi Disney da non perdere #3 Peter Pan Non c’è donna o […]

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Musica

Fabio Cinti: riprendere Battiato con un adattamento gentile

Fresco vincitore della Targa Tenco come interprete di canzone, Fabio Cinti riporta in auge, dopo 37 anni, “La voce del padrone”, un lavoro pregiato e sperimentale del maestro Franco Battiato. Il cantautore siciliano, avanguardista, schieratosi tra i demistificatori dei luoghi comuni, riuscì proprio con l’album dell’81 a raggiungere il milione di copie vendute. Il nuovo disco del cantautore laziale Fabio Cinti, invece, riveste “La voce del padrone” con un abito sinuoso impreziosito da viole e violini, tessuto senza cambiare la stoffa musicale di Battiato, creandone però un “adattamento gentile”. La casa discografica è Private stanze. Dato il preambolo, sembrerebbe una scelta pericolosa, quella di riproporre classici della storia di Battiato in una nuova chiave, eppure già al primo ascolto, come una piacevole sorpresa, questa nuova visione colpisce le orecchie. Allora è d’obbligo definire la scelta di Cinti, non una scelta pericolosa, ma un’idea avanguardisticamente coraggiosa. Le strade di Fabio Cinti e Franco Battiato già si erano congiunte nel 2013, quando il cantautore laziale aprì alcune date del tour “Apriti Sesamo”, continuando il sodalizio quando Cinti incise “Devo”, una canzone firmata da Franco Battiato. Prosegue così, attraverso La voce del padrone: un adattamento gentile, questo stimolante connubio. Il lavoro di Fabio Cinti: più di un album di cover Sarebbe riduttivo definire questo disco come un album di cover, poiché l’intento non è quello di incidere versioni alternative dei brani contenuti nel lavoro di Battiato; ritengo infatti che sia appropriato il termine usato dallo stesso Cinti per il titolo, proprio perché il cantautore, prestando giuramento di fedeltà agli arrangiamenti melodici originali, ha eliminato tutto quello che è sintetico, aggiungendo una propensione orchestrale, dovuta al quartetto d’archi, un coro che spunta in varie tracce, un pianoforte onnipresente.  Nell’arrangiamento, si nota una complessità musicale, principalmente dovuta all’assenza di strumenti ritmici come la batteria e le chitarre, ma data anche dall’assenza dei sintetizzatori, che riempivano a loro modo il disco del ’81. La complessità viene a materializzarsi nel momento in cui si riconoscono come protagonisti della parte ritmica il pianoforte e il quartetto d’archi: ci troviamo davanti ad un disco che ha cucito la melodia come se si trattasse di un brano classico, aggiungendo poi una voce pulita, che ne cambia il senso e ci riporta alla verità, ovvero che si tratta pur sempre di un adattamento ad un disco degli anni ’80.   Le collaborazioni per lo sviluppo dell’opera La produzione artistica, così come gli arrangiamenti, sono curati dallo stesso Cinti, che ha voluto al suo fianco per la realizzazione di questo album la violinista Vanessa Cremaschi, la violoncellista Giovanna Famulari, anch’esse protagoniste dell’arrangiamento musicale. Gaia Orsoni alla viola, Elena Cirillo al violino – e che violino, dato che collabora da qualche anno a questa parte con De Gregori -, Andrea Vizzini al pianoforte sono gli altri tre componenti che saturano le valenze per quanto riguarda i musicisti scelti e gli strumenti utilizzati per la stesura del disco. Sette tracce, che permettono di comprendere il mondo di Battiato, pur essendo lontani anni luce dall’idea musicale […]

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Cucina & Salute

Tiramisù alla frutta: un ottimo e fresco dessert

Tiramisù alla frutta: chi ha detto che il tiramisù deve essere solo al caffè?  Chi ha detto che il tiramisù debba essere solo nella classica variante al caffè? Esistono numerose alternative, che lo rendono un dolce saporito e gustoso. La frutta, per esempio, è un’ottima scelta, se si vuole dare un tocco di freschezza, consapevoli di star mangiando un dessert dall’apporto calorico decisamente più basso, rispetto al classico tiramisù con savoiardi e caffè. Per gli amanti della frutta, la buona notizia è che questo dolce ha svariate possibilità di realizzazione, dal limone ai frutti di bosco, dalla fragola alle arance. Di facile esecuzione, con un tempo di preparazione che si aggira intorno ai trenta minuti. Ingredienti per il tiramisù alla frutta per quattro persone: • 400 g di fragole • 300 g di frutti di bosco misti • 250 g di savoiardi • 250 g di mascarpone • 2 uova • 80 g di zucchero Preparazione del nostro tiramisù: Dopo aver mondato le fragole, frullatele insieme al succo di limone e 40 grammi di zucchero. Scaldate a fiamma bassa il composto ottenuto e lasciate che si raffreddi. Intanto, separate i tuorli dagli albumi. Montate questi ultimi a neve insieme allo zucchero restante, amalgamandoli al composto di frutta. Spugnate i savoiardi con il composto di fragole e disponeteli su un piatto fondo, proseguendo poi con uno strato di crema di mascarpone e frutti di bosco, ripetendo gli strati fino all’esaurimento di tutti gli ingredienti. Potete decorare il tiramisù con qualche fettina di frutta fresca. Bastano un paio di ore nel frigo ed il tiramisù alla frutta si potrà servire a tavola. Potete poi conservalo in frigorifero o anche in freezer (per la deperibilità delle uova). Semplice, gustoso e velocissimo da preparare. Leggi anche la ricetta del nostro leggerissimo quanto buonissimo tiramisù light e del dolce al limone con ricotta. Tiramisù alla frutta e altre torte buonissime  

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Musica

Acini, l’ultimo album di Paolo Saporiti: la recensione

Ritorna Paolo Saporiti, con Acini, album prodotto da Goodfellas Records, a distanza di tre anni dall’ultimo lavoro da solista. Paolo Saporiti nel suo nuovo lavoro comprime frequenze e algoritmi musicali, in un registro suadente, attraverso una chitarra che arpeggia e racconta, completando il quadro con un rullante che scandisce i quarti. La voce malinconica equilibra gli arrangiamenti decisi, mantenendo sempre controllo e balance. Il titolo Acini riprende un romanzo inedito di suo padre Acini d’Uva: al centro del racconto uno stato d’animo, che come un filo rosso continua a pervadere le dieci tracce dell’album. La marca cantautoriale si manifesta attraverso i testi, raffinati e senza cripticità, ma anche attraverso il predominio della chitarra, strumento chiave del cantautorato classico italiano, nonché di tutto il disco di Saporiti. La chitarra è infatti artigianale negli arrangiamenti, estremamente classica e quadrata all’interno delle dinamiche, fin troppo canonica negli intro delle varie tracce. Colpiscono invece le doppie voci, i minuscoli controcanti, che dalla sordina riescono a restituire un senso di completezza ad una musica che vaga con quell’attitudine acustica, tra i tanti nomi di cantautori minimal, chitarra, voce e batteria. Siamo di fronte ad un lavoro, che live può avere un ottimo riscontro, anche per la scelta degli strumenti, che ben si presta all’esecuzione dal vivo; è un prodotto standard, che sacrifica i bpm per mantenere intatta la fragranza dei testi, che non sono assolutamente corollario alla musica, ma addirittura dettano legge, divenendo la vera forza espressiva dell’album. Siamo un passo indietro rispetto alla contemporaneità, lontano anche dalla percezione più acustica di cui si serve sempre meno spesso la musica fruibile oggi; ma chissenefrega delle playlist Spotify e delle musicalità radiofoniche, questo disco diventa un bell’ascolto perché ci riporta alla musica italiana anni ’90, con una punta di idealismo della scuola romana – Fabi, per intenderci- e  con un’alchimia con il passato. Proprio come polaroid, scattate all’improvviso cogliendo solo alcuni istanti, le canzoni di Saporiti ci mostrano solo in parte inizi, abbandoni, silenzi, tradimenti, perché poi lasciano che sia l’ascoltatore a dare una chiave di lettura diversa: Saporiti ci dà la sua visione dei temi trattati, cogliendo alcuni frammenti e fotografando piccoli dettagli, senza svelare troppo, senza però tessere tutto in una tela aggrovigliata e complessa. Attraversano il lavoro anche le idee di Christian Alati, calcando la mano in Che cosa rimane di noi, America, Amica Mia e Arrivederci Roma. I Il tappeto sonoro dell’album è affidato alla batteria di Cristiano Calcagnile, mentre la voce di Saporiti mantiene sempre una grazia ed un controllo costante. Nessun climax, anche se la parte del disco più “saporita” è la finale, con le ultime tre tracce, Cambieremo il mondo, che affronta e scaglia il dito contro i giustizieri social; la lunga, lunghissima Le passeggiate notturne del re, ballata che incrocia in maniera velata un briciolo di rock e la poesia crepuscolare novecentesca; epilogo affidato a La mia luna, pop al punto giusto, che non strafà, ma incastra arrangiamento, melodia, metrica testuale in maniera impeccabile.  

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Musica

10 canzoni belle ma (purtroppo) dimenticate

10 canzoni belle dimenticate dal pubblico e talvolta dagli stessi artisti. Ecco le nostre preferite! Girando per le strade della propria città è possibile imbattersi in negozietti amarcord, dimenticati da Dio e dagli uomini, pieni di vinili, videocassette, cd in super offerta. Tra copertine colorate, dischi impolverati e qualche affare imperdibile è possibile riscoprire buona musica, lasciata chiusa in cantina a prender polvere; vecchie glorie, ormai passate di moda; canzoni che non sono mai riuscite a scalare le vette delle classifiche, eppure non hanno nulla da invidiare alle più grandi hits. Sono tante le motivazioni per cui una canzone finisce nel dimenticatoio, pur essendo un valido prodotto musicale: talvolta i passaggi in radio sono pochi, altre volte a cantarla non è un nome particolarmente conosciuto, in determinati anni si preferisce un genere ad un altro; in tutta questa baraonda di parametri conta -ahimè- anche il “fattore sfiga”, il quale spesso segna e determina il successo di un brano. Le canzoni belle non hanno un parametro oggettivo per essere definite tali, ma indubbiamente esistono fattori che incidono magistralmente sulla loro piacevolezza: la musicalità è un indicatore necessario perché una canzone piaccia e soprattutto trasporti; per questo si cerca di trovare un giro di accordi che si inserisca bene negli schemi uditivi dell’ascoltatore, soprattutto quando parliamo di musica pop. Insieme alla musicalità gioca un ruolo fondamentale il testo, nella sua veste artistica, ma anche a livello di comprensione, in quanto molti brani non spiccano a causa di troppe parole enigmatiche, difficili da ricordare e da musicare. Questa è la playlist eroica delle dieci canzoni belle, ma dimenticate dalle radio, dalla massa e forse anche dai cantanti stessi!   #Io – Niccolò Fabi Capolavoro del cantautore romano, appartenente all’album Ecco. Con poche e semplici frasi che sottolineano potenti verità appartenenti alla vita di ognuno, Fabi mette in luce uno dei vizi che abbrutisce maggiormente l’uomo: l’egomania, ovvero il pensare unicamente a se stesso, senza mettersi nei panni altrui. Una melodia sofisticata che si innesta con un testo di profonda autenticità. #Vorrei – Lùnapop Prima che Cremonini diventasse Cremonini, c’erano loro: i Lùnapop, con quel sapore elettronico, fresco, tutto anni ’90. Già dalle prime note di piano è possibile riportare alla mente questo brano, dolce, come una dichiarazione d’amore tra due adolescenti, ma allo stesso tempo armonioso, divertente. Qualcuno ne faccia una cover! #Bambine cattive – Irene Grandi Lo spirito grintoso di Irene Grandi si evidenzia in questo brano, ormai completamente fuori da ogni riproduzione musicale; neanche Spotify ricorda più il suo groove. Eppure bambine cattive rappresenta una pietra miliare per gli amanti del Singstar (quando esisteva la Playstastion2) e per tutta quella fetta di pubblico che acquistò nel 1995 l’album di Irene, In vacanza da una vita. #Egocentrica – Simona Molinari Correva l’anno 2009, quando Egocentrica fu presentato a Sanremo, nella sezione Proposte. Un mix di pop e jazz, cantato da una voce unica. Si è classificato in Italia nella 75 posizione per la FIMI, ma ebbe un positivo passaggio radio. Fu considerato […]

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Cinema & Serie tv

Emmy Awards 2018: tutti i premi dell’edizione

Volgono al termine gli Emmy Awards 2018, che nell’edizione di quest’anno hanno visto tornare con prepotenza, dopo un anno di assenza, la serie TV Game of Thrones, la quale ha guidato le nomination della serata, aggiungendo al suo curriculum ben 22 nomination. La serie è stata seguita immediatamente da Saturday Night Live e Westworld, con 21 nomination ciascuno. Mentre The Handmaid’s Tale, la distopica serie TV, ha ottenuto 20 candidature per la seconda stagione, tra cui quelle per Elisabeth Moss e Samira Willey. Tra le svariate novità e sorprese della cerimonia, vi è la supremazia di Netflix, che per la prima volta domina la scena degli Emmy Awards 2018 attraverso 112 nomination contro la stimata Hbo, che quest’anno concorre per 108; da qui è possibile comprendere la grande rivoluzione di Netflix che, con passo sempre più celere, spopola non solo come piattaforma digitale, ma anche come produzione e format. Per le Limited series, con 18 nomination c’è The Assassination of Gianni Versace: American Crime Story; invece come serie comica, la più candidata è Atlanta.  Prodotta da Amazon, la iperpremiata La fantastica signora Maisel, ha sbaragliato davvero ogni concorrenza, vincendo cinque Emmy Awards: miglior serie brillante, miglior attrice con Rachel Brosnahan, miglior attrice non protagonista con Alex Borstein, miglior sceneggiatura e miglior regia con Amy-Sherman Palladino, già sceneggiatrice e creatrice di due serie cult come Pappe Ciccia e Una mamma per amica. Tra le candidature come miglior attrice comedy vi era anche Megan Mullally, per l’amatissimo Will and Grace, che anche stavolta resta all’oscuro e senza premi. Allo show targato HBO,  il già citato Game of Thrones, conosciuto dalla popolazione italiana come “Il trono di spade”, è stato riconosciuto uno dei premi più ambiti, ovvero Miglior serie drammatica ed ancora una volta il folletto, Peter Dinklage, in perenne nomination (la settima), ha ricevuto  per la terza volta il premio di Miglior attore non protagonista. Clairy Foy è la migliore attrice protagonista drammatica, un premio davvero meritato, anche perché dalla prossima stagione di The Crown, la Foy dovrà smettere di indossare le vesti della regina Elisabetta II. Prima nomination per un’attrice di origine asiatica, Sandra Oh, con Killing Eve, alla quale non arriva tra le mani nessun premio, nonostante la bravura eccezionale che da sempre la contraddistingue. Miglior attore protagonista in una serie drammatica è stato conferito a Matthew Rhys, per The Americans, avvincente racconto dell’America durante i tempi della Guerra Fredda. Nelle edizione 2018 degli Emmy Awards non poteva mancare un momento da ricordare e incorniciare nella storia della manifestazione: Glenn Weiss, regista dell’Ultima Notte degli Oscar, durante il suo discorso di ringraziamento ha sorpreso tutti i presenti, chiedendo alla fidanzata Jan Svandsen di sposarlo. Emmy Awards 2018: tutti i premi Miglior serie drammatica Game of Thrones Miglior film TV Black Mirror – USS Callister Miglior miniserie The Assassination of Gianni Versace: American Crime Story Miglior serie comedy The Marvelous Mrs. Maisel Miglior programma animato Rick and Morty – Cetriolo Rick Miglior attore protagonista in una serie drammatica Matthew Rhys, The Americans Miglior attrice protagonista in una serie drammatica Claire Foy, The Crown Miglior attore […]

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Musica

La recensione di Vinacce, il nuovo album di PaoloParòn

Paoloparòn, nome d’arte di Paolo Paròn, è un artista dal lungo curriculum, che vanta all’attivo diversi album. Il suo ultimo progetto è la pubblicazione del disco intitolato Vinacce, il quale porta con sé un sottotitolo necessario per comprendere l’intero album: Canzoni per inadeguati. Il cantautore esordisce insieme all’Orchestra Cortile con la quale ha pubblicato due ep e si è aggiudicato diversi  premi, lanciando un album dal titolo Ondis di glerie, fino a poi andar via dal progetto nel 2011. Da solista Paoloparòn entra nella scena cantautoriale attraverso l’online, con un EP omonimo di cinque brani in cui si fonde il genere della ballad al cantautorato anni ’70 alla Lolli. La gavetta di Paloparòn prosegue nel 2015 attraverso la formazione di un trio reso possibile grazie alla presenza della batteria di Stefano Bragagnolo e delle mani sul basso e sul contrabbasso di Roberto Amedeo. Il disco Vinacce è stato registrato nello studio del musicista e produttore Jvan Moda, in Friuli, attraverso un processo corale di rielaborazione dei brani da parte dei componenti del trio. Vinacce, il nuovo disco di Paolo Paròn Proiettiamo tutto il disco come se ci trovassimo all’interno di un quadro di Dalì, a metà tra il surrealismo e il pensiero che fa riflettere, mettiamoci anche un pizzico di poesia maledetta alla Baudelaire, fondiamo il tutto con il secolo in cui ci troviamo, stanco di continue riprese e discussioni. Tra una voce spesso disarmonica, ma disarmonicamente intrigante, e un sound lasciato libero dalle correzioni, si assiste alla poca stabilità del percorso armonico, che influenza l’intero disco, rendendolo difficile da terminare. È pur vero che si tratta di un genere complesso quello del teatro canzone, arduo sia da costruire che da recepire, ma purtroppo la scena musicale di oggi richiede, anche nel genere di nicchia, una musicalità che possa restare impressa, in modo da ricordare quanto ascoltato: cosa che non accade con Vinacce. È un vero peccato, perché tutto quanto costruito intorno all’album è davvero di grande effetto, ma paga la poca comunicabilità e l’altrettanta incapacità degli ascoltatori di comprendere fino in fondo il progetto. Ad aprire il disco di PaoloParòn è il titolo Mani Adatte, dalla forte contaminazione rock, dove la voce modula in simbiosi con il ritmo della batteria, talvolta sforzandosi più del dovuto. Sicuramente il testo è il punto di forza della prima traccia. Paga la sperimentazione di più generi mista ad un testo che non ha un momento di culminazione, ma prosegue senza sosta. Alla settima stazione di questo percorso musicale vi è il brano che dà il nome al disco, Vinacce, una ballad tranquilla, con accordi e riff che ricordano la calma e l’astuzia dei Dire Straits e il cantato emulatore di Lolli. Molto interessante anche questa volta il testo, di grande originalità, anche per l’uso dei vocaboli di cui il cantautore di serve. Chiudo con Ai tempi delle chat, un ingresso di chitarra che prosegue nella sua volontà acustica, per portare alle orecchie una storia ormai raccontata dai più, senza però la forte condanna, ma l’amara consapevolezza.  

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Attualità

75° edizione della mostra del cinema di Venezia

Undici giorni che vedono protagonista il cinema. Da fine agosto agli inizi di settembre, un appuntamento imperdibile per tutti gli appassionati di film, che aspettano con ansia e trepidazione la mostra cinematografica di Venezia, laguna multimediale, tinta dal rosso dei red carpet, infiammata dalle emozioni delle proiezioni scelte, colorita dai tanti volti che si avvicendano sul photo call. Quest’anno Venezia tiene bene banco nella prima settimana, in cui sono stati visionati i titoli già presentati a Toronto e Telluride, ma soffre della lentezza della manifestazione, allungando fin troppo i tempi per un festival del cinema. La Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica, abbreviata nel gergo e chiamata dai più, Festival di Venezia, si tiene al Lido di Venezia, con l’organizzazione della Biennale, una delle istituzioni culturali più acclarate al mondo. Nella sua 75° edizione, Venezia premia con il suo riconoscimento più importante, ovvero il Leone d’oro, la pellicola Roma, di Alfonso Cuarón. Roma non si riferisce alla capitale d’Italia: li suo nome deriva da un quartiere di Città del Messico. Il film è ambientato nel 1971, l’anno in cui i militari uccisero alcuni studenti che protestavano contro la privatizzazione delle università. Cuarón punta sempre in alto, infatti Roma esce dopo il successo di Gravity, per il quale vinse l’Oscar per la Miglior regia. Il tutto è incorniciato dalla preziosa notizia: il film è distribuito dalla rivoluzione del momento, Netflix. I fratelli Coen si aggiudicano il premio per la Miglior sceneggiatura, con La ballata di Buster Scruggs; la Coppa Volpi, assegnata per la miglior attrice, è nelle mani di Olivia Colman, per il film The Favourite. Mentre viene consegnato a Willem Dafoe, che recita in At Eternity’s Gate, il premio come miglior attore. A presiedere la giuria di quest’anno è Guillermo Del Toro, regista che l’anno scorso ebbe l’onore di ricevere il Leone d’Oro, e poi l’Oscar, per il film La forma dell’acqua. Ormai Venezia è divenuta una vera e propria rampa di lancio per gli Oscar. Sono numerose le pellicole presentate al Lido che sono poi state premiate come Miglior Film nella notte più lunga del cinema. Basti pensare alla già citata La forma dell’acqua, per proseguire con Birdman e con Spotlight. Ecco i premi principali del festival del cinema di Venezia: Leone d’oro per il miglior film: Roma di Alfonso Cuarón Pran premio della giuria: The Favourite di Yorgos Lanthimos Leone d’argento per la miglior regia: Jacques Audiard per The Sisters Brothers Coppa Volpi per la miglior interpretazione femminile: Olivia Colman per The Favourite Coppa Volpi per la miglior interpretazione maschile: Willem Dafoe per At Eternity’s Gate Miglior sceneggiatura: Joel Coen ed Ethan Coen per La ballata di Buster Scruggs Premio Marcello Mastroianni (a un attore emergente): Baykali Ganambarr per The Nightingale Premio speciale della giuria: The Nightingale di Jennifer Kent Miglior film della sezione Orizzonti: Manta Ray di Phuttiphong Aroonpheng Premio Leone del futuro per la miglior opera prima: The day I lost my shadowdi  Soudade Kaadan.

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Musica

Autotune: tutto quello che c’è da sapere sul software che rende intonati

Auto-tune, come funziona il software che sta cambiando la musica I dati ed i numeri parlano chiaro: ad oggi la musica più ascoltata proviene dalla strada, ha un nuovo linguaggio comunicativo, si avvale di personaggi estremamente caratterizzati, dalla voce particolarmente metallica. Sì, perché, tranne poche eccezioni, l’hip hop, il rap e la trap hanno un unico comune denominatore: l’utilizzo dell’autotune. Prima che i puristi condannino l’uso di tale software, definito da Ermal Meta “come il doping per gli sportivi”, è bene conoscere fino in fondo a cosa serva questo strumento, perché se ne faccia uso e abuso, ma in particolar modo quali svantaggi possieda ed metta in luce in relazione all’artista. L’autotune è un software progettato nel 1997 dallo studio Antares Audio Technologies, in grado di gestire la curva dell’audio, intervenendo sulle imprecisioni della voce e sull’intonazione stessa. In questo modo non si registrano note calanti, sbavature di suono, ma il prezzo da pagare è molto alto, in quanto, essendo un intervento elettronico, non consente di mantenere il suono caldo della voce ed inevitabilmente si assiste ad una percezione vocale dal sapore metallico. L’uso di autotune è stato ammesso da numerosi artisti, anche pop della scena internazionale, ma ha spopolato in Italia con l’invasione del rap e della trap da parte di artisti italiani come Ghali, o Sfera Ebbasta, primi in classifica spotify da mesi. In un’epoca musicale in cui l’Italia è in perfetta sincronia con il resto del mondo, se si esaminano gli ascolti ed i generi preferiti da fruire, si percepisce a pieno come sia cambiata l’idea di musica e quanto l’intervento elettronico abbia condizionato il suono stesso. Ormai appare quindi consolidato il binomio “Autotune rap”. Autotune e Melodyne, dov’è finito il talento? L’utilizzo di software che agiscano sulla voce è costante, delle volte anche solo per effetto, marchio distintivo del genere. Auto-tune però non è l’unico plug-in; infatti prima di lavorare con esso, si utilizza Melodyne, un altro software che modella la voce, senza appiattirla. Il punto di domanda nasce dalla necessità di inserire tali effetti vocali nel live, il più grande banco di prova per cantanti non dotati di vocalità. Quello che spesso accade infatti è la forte discrepanza che si percepisce tra registrazione in studio e live. In un audio ascoltato su Spotify si assiste ad una perfezione canora assoluta, raramente presente in un live, dove perfino artisti dalle forti capacità vocali sono messi a dura prova. Si perde dunque la spontaneità vocale, ma forse proprio la  bravura in sè, dato che anche l’ultimo degli stonati, grazie ad autotune può diventare una star. Bisognerebbe utilizzare live l’auto-tune come un rafforzativo, un effetto della voce, che aggiunge piuttosto che sopperisce alla voce stessa. Christina Aguilera ha affermato a proposito “Autotune is for pussies”, ribadendo il concetto che l’utilizzo di tali software è per chi non ha talento vocale, per coloro che non hanno coraggio di mostrare la propria voce. Autotune, info e strumenti

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Musica

Eduardo De Felice: quando la musica sogna un tempo che non c’è più

Dimenticate Coez, Calcutta, i Viito. Mettete pausa alla vostra playlist spotify Indie Italia. È pur vero che siamo nel 2018, epoca di autotune e della trap, ma esistono ancora oggi generi come il cantautorato italiano della vecchia scuola, che non smettono di combattere la loro battaglia contro il nuovo mondo musicale che li circonda. Eduardo de Felice ne è un esempio. Eduardo De Felice, un cantautore vecchio stampo Puntiamo il dito sulla scena napoletana, terra eterogenea che pulula di musica; a Napoli il genere cantautoriale continua a resistere e torna in auge grazie a De Felice, classe 1981, cantautore vecchio stampo, uno di quelli nati con i vinili di Battisti, cresciuto a pane e Dalla, innamorato del passato al punto da volerlo celebrare nel suo ultimo lavoro discografico: È così. Prodotto e distribuito dall’etichetta Apogeo Records, il lavoro di De Felice è accompagnato dalla produzione artistica di Gnut, cantautore acclarato della scena partenopea. Il disco si arricchisce di una copertina amarcord, in cui si tasta con mano il ricordo di Eduardo bambino, con una fetta di anguria tra le dita. Così come la fotografia di infanzia, immediato e semplice si presenta il disco È così: fin dal primo ascolto si percepisce la volontà di riportare in vita le sonorità degli anni ’70-’80 italiani, in un lavoro coerente a se stesso, proprio perché il sound retrò accompagna tutte le 11 tracce del disco. Il passato non piace a tutti, ma sicuramente Eduardo De Felice è un ottimo ponte di collegamento con il cantautorato che si ascoltava sul giradischi alla fine degli anni ’70: un farmaco da prescrivere ai nostalgici della musica che è stata. È così. Un’affermazione forte. Da dove nasce l’idea di chiamare l’album in questo modo? È nato proprio perchè volevo che l’album fosse racchiuso in una breve affermazione, in grado di rievocare la semplicità del disco. Inoltre “È così” richiama l’album di Battisti “È già”, quindi un valore aggiunto al titolo. Volevo che questo disco mi rispecchiasse del tutto, diversamente dal vecchio EP; avevo voglia di curare io ogni dettaglio, per creare un album che avesse il suono degli anni ’70-’80 italiani. L’idea era anche quella di fare il vinile, proprio per ricalcare il concetto ed il valore che ho dato al passato. Sei l’autore dei testi e compositore della musica dei brani presenti nel tuo album. Come nasce una tua canzone? Quali sono le tue ispirazioni? Riprendo le parole di Vasco: “Le canzoni nascono da sole, già con le parole”. A volte può capitare che inizi dal testo, altre dalla musica, certe volte anche testo e musica insieme. Il lavoro creativo può terminare in mezzo pomeriggio, o a volte ci vuole più tempo. Per quanto riguarda le ispirazioni possono essere fatti accaduti a me, episodi che mi riguardano indirettamente; basta anche una sensazione, una frase, un oggetto. Sarà il mio segno ziodacale, il Sagittario, ma sono una persona distratta, forse proprio per questo se qualcosa mi colpisce è perchè davvero mi interessa. L’idea del cantautorato anni ’70-80, […]

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Musica

Simona Molinari, intervista alla cantautrice e musicista jazz

Maldamore è il singolo che anticipa il nuovo album di Simona Molinari, un progetto di inediti che presto vedrà luce. La cantante, napoletana di nascita, aquilana di adozione, questa volta canta tutto quello che viene racchiuso sotto la denominazione “amore”, ma che in verità amore non è. Da qui il titolo Maldamore, un singolo registrato a Roma presso l’Isola degli Artisti, con le sessioni della Big band e il missaggio effettuati a New Orleans. È un brano scritto a quattro mani dalla stessa Simona e da Amara, cantautrice toscana, appartenente alla stessa casa discografica della Molinari. L’esperimento coinvolgente di Simona Molinari consente di credere ancora che una musica sperimentale che combini il pop al jazz possa esistere, e soprattutto possa essere fruibile ad un vasto pubblico. Infatti grazie al sound ritmato e alla voce elegante dell’artista, un genere musicale ormai caduto in disuso nelle playlist, come il jazz o lo swing, riprende forza e vigore. Ecco l’intervista a Simona Molinari: A Marzo è uscito Maldamore, una canzone dal tono divertente piena di riferimenti sia alla quotidianità di tale sentimento, sia riferimenti in termini artistici. Come è nata l’idea di inserire stralci di brani appartenenti al cantautorato italiano come Gianna o Anna e Marco di Dalla? In realtà mi piaceva inserire una serie di citazioni, riprendendo gli innamorati della storia della canzone, proprio per far capire come tutti erano malati d’amore, o meglio quello che amore non è. Il brano è stato scritto con Amara, siamo amiche da una vita. Ci siamo conosciute durante il concorso del primo sanremo a cui ho partecipato; è un’ amicizia durata nel tempo, poi consolidata anche dal fatto che Carlo Varello è produttore di entrambe. Avevamo da tempo la volontà di scrivere insieme, questa è stata un’opportunità, che ci ha permesso di coniugare amicizia e professione. Immagino che questo primo singolo preluda un album nuovo. Quali saranno le novità di questo disco? Ci saranno collaborazioni? In questo momento sono alle prese con un film, la mia prima volta da attrice. Per questo motivo non si hanno date certe in merito all’uscita del disco. Non posso dire molto, se non che si ritorna agli inediti, con collaborazioni ed il mio mix di pop e jazz. Il jazz è un elemento imprescindibile, se si guarda alla tua carriera musicale. Ad oggi questo genere è definito di nicchia perchè ascoltato da pochi ed è necessario convertirlo in altre forme. Il tuo stile è possibile descriverlo come un ottimo connubio tra quello che è il pop, lo swing ed il jazz. Come hai lavorato per creare uno stile in cui ti identifichi e gli altri ti riconoscano? Nella prima parte della mia vita, credo di aver ascoltato molto. Sono stata a tanti concerti dal vivo e da ogni ascolto ho preso una caratteristica che mi piaceva. Un po’ come con le ricette in cucina, tanti ingredienti per creare una ricetta perfetta. Tanti spunti per creare una mia cifra stilistica. Quando hai capito che la musica sarebbe stata la tua strada? […]

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Musica

Gabriella Martinelli: quando la musica non si piega alle regole

Sorprendente al primo ascolto, convincente al secondo. Sorprendente e convincente: sono questi i due aggettivi che si attribuiscono all’ultimo lavoro di Gabriella Martinelli, cantautrice, pugliese d’adozione; un album auto-prodotto che non cede alle regole del mercato, ma si piega soltanto all’istinto musicale. Parlo di istinto proprio perché è questo il fulcro del disco della Martinelli, intitolato La pancia è un cervello col buco. Convivono diversi generi musicali, ma spicca l’amore per il cantautorato italiano, attraverso testi che riprendono vocaboli caduti in disuso, qui invece messi in risalto grazie ad una scrittura brillante che si sposa con una voce piena di armonici ed estremamente intonata. Nell’era dell’autotune, Gabriella Martinelli dà spazio al suo timbro, giocando con diversi stili musicali, dal reggae del brano omonimo al disco, alla ballad La vagabonde. Tra scrittura e vocalità permane il carattere fresco e pulito, peculiarità della cantautrice. Otto tracce che delineano svariate figure femminili: irreali come Casimira, primo brano dell’album;  sono presenti anche riferimenti a donne che hanno fatto la storia e donne che circondano la quotidianità dell’artista. Donne rappresentate nel disco dall’artista Pronostico, creatore della copertina dell’album. Sicuramente è un disco lontano dal mainstream, più vicino alle dinamiche del cantautorato di nicchia, ma fruibile a tutti gli ascoltatori interessati a ciò che differisce dalla solita forma canzone. Questa è la nostra intervista. Gabriella Martinelli, l’intervista La pancia è un cervello col buco: dove nasce l’idea e l’esigenza di raccontare soprattutto figure femminili? Ho ritrovato tra i miei appunti alcune storie di donne ed ho cercato altre storie femminili che convivessero bene tra loro. La prima che ho scritto è la storia di Erika, “La pancia è un cervello col buco”, brano che dà il nome al disco e che tra l’altro ho presentato al premio Bianca D’Aponte ancor prima d’immaginare che sarebbe poi nato questo progetto. Sono storie di donne che effettivamente appartengono alla mia vita, come la mia terra, la Puglia, così come nonna e le donne della famiglia. Ci sono personaggi di fantasia come Casimira; attraverso di lei e le allegorie cerco di raccontare l’altro. Poi c’è Jeanne Baret, la prima donna che ha circumnavigato il globo e lo ha fatto travestita da uomo per seguire l’uomo che amava, perché alle donne a quei tempi alcune libertà non erano concesse. Sono personaggi positivi, coraggiosi. È un disco d’istinto, registrato in presa diretta, con la voglia di essere suonato in giro il più possibile. Il disco e autoprodotto, un lavoro coraggioso quello di essere cantautori oggi… Si, forse questo lavoro è una scommessa ma spero ci siano persone che possano ritrovarsi in quello che scrivo. Autoprodurre un disco è una scelta non legata ai meccanismi del momento, perché senza tempo e senza condizionamenti. Voglio scrivere canzoni nelle quali posso riconoscermi nel tempo. Autoproduzione significa anche scegliere la squadra giusta: ho scelto di attorniarmi di professionisti che credessero in questo lavoro tanto quanto me, promuovendolo con entusiasmo: a partire dal mio ufficio stampa, Chiara Giorgi; Adriano e Federica che curano la comunicazione sui social e […]

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Cinema & Serie tv

71° edizione del Festival di Cannes 2018: due premi all’Italia

Con la serata conclusiva di sabato 19 maggio, anche il Festival di Cannes volge al termine. La manifestazione cinematografica francese onora con il suo premio di riconoscimento, la Palma d’Oro, la pellicola Shoplifters del regista giapponese Hirokazu Kore-Eda; mentre a vincere il premio della giuria è la regista libanese Nadine Labaki. Quello di Hirokazu è un film coraggioso, che permetterà a un pubblico più vasto di conoscere la filmografia del regista giapponese, imperniata sulle relazioni famigliari. Un film profondo, con una prima parte più intensa e una seconda parte costituita di molte, troppe ripetizioni; per questo motivo non mantiene la stessa tensione iniziale fino alla fine. Non mancano sul red carpet del Festival di Cannes volti noti alla cinematografia italiana: svariati riconoscimenti sono stati attribuiti a pellicole nostrane. Il film Lazzaro felice vince il premio per la miglior sceneggiatura: con questo film Alice Rohrwacher realizza la sua opera più compiuta, riprende il mondo fiabesco cucito insieme ad una storia ideale, nel magico sfondo dell’Italia rurale. Il tema del non sapersi adattare è il perno su cui ruotano le vite raccontate dalla regista: un film “fuori dagli schermi” che ha conquistato la manifestazione francese. Premiato anche Marcello Fonte, attore protagonista di Dogman, l’ultimo film di Matteo Garrone; con la sua interpretazione basata sulla genuinità e sulla semplicità ha catturato tutta la giuria, ricevendo dalle mani di Roberto Benigni il premio come miglior attore. Fra gli altri premi consegnati durante la 71esima edizione spicca il riconoscimento speciale dato al regista 88enne Jean-Louis Godard, per il suo ultimo film Le livre d’image: un film in cinque parti, in cui si evoca in particolare la guerra e il mondo arabo, attraverso un collage di immagini, tra la fiction e il documento, con la presenza di citazioni e aforismi, spesso letti dallo stesso cineasta, padre della Nouvelle Vague. Non poteva mancare una parentesi di riflessione per le discriminazioni subite dalle donne in quest’ambito lavorativo; sulla scia delle altre manifestazioni cinematografiche, anche Cannes decide di affidare un monologo contro le molestie e gli abusi. Sale sul palco Asia Argento, riporta in vita i ricordi della violenza del caso Weinstein: «Nel 1997 sono stata stuprata da Harvey Weinstein qui a Cannes, avevo 21 anni». Presegue poi: «Perfino stasera, fra di voi, siedono coloro che devono rendere conto del loro comportamento nei confronti delle donne, che non può essere tollerato in questa o in nessun’altra industria. Sapete chi siete, ma soprattutto noi sappiamo chi siete e non vi permetteremo più di cavarvela così». Si chiude la stagione della manifestazioni cinematografiche, e si aspettano in sala i film vincitori di questa 71esima edizione.

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Musica

Rumba de Bodas: arriva il nuovo album Super Power

Rumba de Bodas, una band di respiro internazionale I Rumba de Bodas sono una band bolognese attiva da ben 8 anni. Dopo il primo lavoro discografico nel 2012, Just Married, che vantava la presenza dell’attrice Matilda De Angelis e dopo il secondo album uscito nel 2014, Karnaval Fou, pubblicano il terzo disco, intitolato Super Power. Portano nella loro musica una forte mescolanza di generi, dal latin allo ska, il tutto rivestito da una componente swing in grado di renderli perfettamente riconoscibili nel panorama musicale italiano e internazionale. Rumba de Bodas, l’intervista Il vostro secondo album è stato pubblicato nel 2014, a marzo 2018 è uscito Super Power. Che cosa è cambiato in quattro anni? Chi sono oggi i Rumba de Bodas? Sono cambiati alcuni componenti del gruppo: questo disco ha una cantante diversa Rachel “Golden” Doe e anche il batterista è cambiato. L’introduzione di nuovi elementi ha portato a nuove aperture musicali tra cui il funky e l’elettronica, quest’ultima già presente negli altri dischi, ma stavolta i sintetizzatori sono più spalmati su tutto l’album. Credo sia normale avere delle evoluzioni all’interno di un gruppo, l’importante però è che si mantenga la voglia di fare musica e il concetto base del nostro gruppo, ovvero di far ballare e fare festa, suonare in giro, divertirsi. Vivendo anche palchi esteri, quali differenze riscontrate con il panorama musicale italiano? Ci sono sentimenti contrastanti: in Italia si creano situazioni meravigliose, siamo sempre stati accolti bene dal pubblico; all’estero però la cultura musicale è molto elevata, ci sono grandi festival per la musica emergente e sono più partecipati a livello di pubblico. Inoltre si ha la possibilità di incontrare molti artisti diversi. In Italia manca l’incentivo degli eventi: in Inghilterra, che è il luogo dove abbiamo suonato in più festival, si ha la possibilità di poter suonare, insieme ad altri musicisti, davanti a una platea di 20.000 persone, valorizzando così la nuova musica che sta nascendo. L’esperienza di suonare in strada caratterizza la vostra carriera musicale. Cosa vi ha insegnato? Suonare in strada ci ha permesso di pagare i dischi e venderli, stare in mezzo alle persone, portare la nostra musica in giro. Per molti anni abbiamo alternato la strada e il palco durante i tour. È stata un’ottima mossa promozionale e una grande palestra per noi musicisti. Non siamo rimasti fermi solo in Italia, dove siamo arrivati fino in Sicilia, ma abbiamo anche girato l’Europa portando la versione street delle nostre canzoni. In Francia e in Inghilterra avevamo una ventina di concerti e nei giorni vuoti suonavamo in strada: siamo stati a Londra, ad Edimburgo, dove da 5 anni torniamo per il Jazz Festival. Adesso abbiamo messo in pausa l’esperienza dello street e ci stiamo dedicando ai concerti. L’album ha quasi tutte le tracce in inglese e ha un grande arrangiamento musicale. Cosa ritenete più importante tra musica e testo. Perché? I testi sono nati in inglese per una nostra questione di ascolti, al momento ci sentiamo più vicini alla musica americana, perciò la fatica di […]

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