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Eroica Fenice

Interviste

Gabriella Martinelli: quando la musica non si piega alle regole

Sorprendente al primo ascolto, convincente al secondo. Sorprendente e convincente: sono questi i due aggettivi che si attribuiscono all’ultimo lavoro di Gabriella Martinelli, cantautrice, pugliese d’adozione; un album auto-prodotto che non cede alle regole del mercato, ma si piega soltanto all’istinto musicale. Parlo di istinto proprio perché è questo il fulcro del disco della Martinelli, intitolato La pancia è un cervello col buco. Convivono diversi generi musicali, ma spicca l’amore per il cantautorato italiano, attraverso testi che riprendono vocaboli caduti in disuso, qui invece messi in risalto grazie ad una scrittura brillante che si sposa con una voce piena di armonici ed estremamente intonata. Nell’era dell’autotune, Gabriella Martinelli dà spazio al suo timbro, giocando con diversi stili musicali, dal reggae del brano omonimo al disco, alla ballad La vagabonde. Tra scrittura e vocalità permane il carattere fresco e pulito, peculiarità della cantautrice. Otto tracce che delineano svariate figure femminili: irreali come Casimira, primo brano dell’album;  sono presenti anche riferimenti a donne che hanno fatto la storia e donne che circondano la quotidianità dell’artista. Donne rappresentate nel disco dall’artista Pronostico, creatore della copertina dell’album. Sicuramente è un disco lontano dal mainstream, più vicino alle dinamiche del cantautorato di nicchia, ma fruibile a tutti gli ascoltatori interessati a ciò che differisce dalla solita forma canzone. Questa è la nostra intervista. Gabriella Martinelli, l’intervista La pancia e un cervello col buco: dove nasce l’idea e l’esigenza di raccontare soprattutto figure femminili? Ho ritrovato tra i miei appunti alcune storie di donne ed ho cercato altre storie femminili che convivessero bene tra loro. La prima che ho scritto è la storia di Erika, “La pancia è un cervello col buco”, brano che dà il nome al disco e che tra l’altro ho presentato al premio Bianca D’Aponte ancor prima d’immaginare che sarebbe poi nato questo progetto. Sono storie di donne che effettivamente appartengono alla mia vita, come la mia terra, la Puglia, così come nonna e le donne della famiglia. Ci sono personaggi di fantasia come Casimira; attraverso di lei e le allegorie cerco di raccontare l’altro. Poi c’è Jeanne Baret, la prima donna che ha circumnavigato il globo e lo ha fatto travestita da uomo per seguire l’uomo che amava, perché alle donne a quei tempi alcune libertà non erano concesse. Sono personaggi positivi, coraggiosi. È un disco d’istinto, registrato in presa diretta, con la voglia di essere suonato in giro il più possibile. Il disco e autoprodotto, un lavoro coraggioso quello di essere cantautori oggi… Si, forse questo lavoro è una scommessa ma spero ci siano persone che possano ritrovarsi in quello che scrivo. Autoprodurre un disco è una scelta non legata ai meccanismi del momento, perché senza tempo e senza condizionamenti. Voglio scrivere canzoni nelle quali posso riconoscermi nel tempo. Autoproduzione significa anche scegliere la squadra giusta: ho scelto di attorniarmi di professionisti che credessero in questo lavoro tanto quanto me, promuovendolo con entusiasmo: a partire dal mio ufficio stampa, Chiara Giorgi; Adriano e Federica che curano la comunicazione sui social e […]

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Cinema & Serie tv

71° edizione del Festival di Cannes 2018: due premi all’Italia

Con la serata conclusiva di sabato 19 maggio, anche il Festival di Cannes volge al termine. La manifestazione cinematografica francese onora con il suo premio di riconoscimento, la Palma d’Oro, la pellicola Shoplifters del regista giapponese Hirokazu Kore-Eda; mentre a vincere il premio della giuria è la regista libanese Nadine Labaki. Quello di Hirokazu è un film coraggioso, che permetterà a un pubblico più vasto di conoscere la filmografia del regista giapponese, imperniata sulle relazioni famigliari. Un film profondo, con una prima parte più intensa e una seconda parte costituita di molte, troppe ripetizioni; per questo motivo non mantiene la stessa tensione iniziale fino alla fine. Non mancano sul red carpet del Festival di Cannes volti noti alla cinematografia italiana: svariati riconoscimenti sono stati attribuiti a pellicole nostrane. Il film Lazzaro felice vince il premio per la miglior sceneggiatura: con questo film Alice Rohrwacher realizza la sua opera più compiuta, riprende il mondo fiabesco cucito insieme ad una storia ideale, nel magico sfondo dell’Italia rurale. Il tema del non sapersi adattare è il perno su cui ruotano le vite raccontate dalla regista: un film “fuori dagli schermi” che ha conquistato la manifestazione francese. Premiato anche Marcello Fonte, attore protagonista di Dogman, l’ultimo film di Matteo Garrone; con la sua interpretazione basata sulla genuinità e sulla semplicità ha catturato tutta la giuria, ricevendo dalle mani di Roberto Benigni il premio come miglior attore. Fra gli altri premi consegnati durante la 71esima edizione spicca il riconoscimento speciale dato al regista 88enne Jean-Louis Godard, per il suo ultimo film Le livre d’image: un film in cinque parti, in cui si evoca in particolare la guerra e il mondo arabo, attraverso un collage di immagini, tra la fiction e il documento, con la presenza di citazioni e aforismi, spesso letti dallo stesso cineasta, padre della Nouvelle Vague. Non poteva mancare una parentesi di riflessione per le discriminazioni subite dalle donne in quest’ambito lavorativo; sulla scia delle altre manifestazioni cinematografiche, anche Cannes decide di affidare un monologo contro le molestie e gli abusi. Sale sul palco Asia Argento, riporta in vita i ricordi della violenza del caso Weinstein: «Nel 1997 sono stata stuprata da Harvey Weinstein qui a Cannes, avevo 21 anni». Presegue poi: «Perfino stasera, fra di voi, siedono coloro che devono rendere conto del loro comportamento nei confronti delle donne, che non può essere tollerato in questa o in nessun’altra industria. Sapete chi siete, ma soprattutto noi sappiamo chi siete e non vi permetteremo più di cavarvela così». Si chiude la stagione della manifestazioni cinematografiche, e si aspettano in sala i film vincitori di questa 71esima edizione.

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Interviste

Rumba de Bodas: arriva il nuovo album Super Power

Rumba de Bodas, una band di respiro internazionale I Rumba de Bodas sono una band bolognese attiva da ben 8 anni. Dopo il primo lavoro discografico nel 2012, Just Married, che vantava la presenza dell’attrice Matilda De Angelis e dopo il secondo album uscito nel 2014, Karnaval Fou, pubblicano il terzo disco, intitolato Super Power. Portano nella loro musica una forte mescolanza di generi, dal latin allo ska, il tutto rivestito da una componente swing in grado di renderli perfettamente riconoscibili nel panorama musicale italiano e internazionale. Rumba de Bodas, l’intervista Il vostro secondo album è stato pubblicato nel 2014, a marzo 2018 è uscito Super Power. Che cosa è cambiato in quattro anni? Chi sono oggi i Rumba de Bodas? Sono cambiati alcuni componenti del gruppo: questo disco ha una cantante diversa Rachel “Golden” Doe e anche il batterista è cambiato. L’introduzione di nuovi elementi ha portato a nuove aperture musicali tra cui il funky e l’elettronica, quest’ultima già presente negli altri dischi, ma stavolta i sintetizzatori sono più spalmati su tutto l’album. Credo sia normale avere delle evoluzioni all’interno di un gruppo, l’importante però è che si mantenga la voglia di fare musica e il concetto base del nostro gruppo, ovvero di far ballare e fare festa, suonare in giro, divertirsi. Vivendo anche palchi esteri, quali differenze riscontrate con il panorama musicale italiano? Ci sono sentimenti contrastanti: in Italia si creano situazioni meravigliose, siamo sempre stati accolti bene dal pubblico; all’estero però la cultura musicale è molto elevata, ci sono grandi festival per la musica emergente e sono più partecipati a livello di pubblico. Inoltre si ha la possibilità di incontrare molti artisti diversi. In Italia manca l’incentivo degli eventi: in Inghilterra, che è il luogo dove abbiamo suonato in più festival, si ha la possibilità di poter suonare, insieme ad altri musicisti, davanti a una platea di 20.000 persone, valorizzando così la nuova musica che sta nascendo. L’esperienza di suonare in strada caratterizza la vostra carriera musicale. Cosa vi ha insegnato? Suonare in strada ci ha permesso di pagare i dischi e venderli, stare in mezzo alle persone, portare la nostra musica in giro. Per molti anni abbiamo alternato la strada e il palco durante i tour. È stata un’ottima mossa promozionale e una grande palestra per noi musicisti. Non siamo rimasti fermi solo in Italia, dove siamo arrivati fino in Sicilia, ma abbiamo anche girato l’Europa portando la versione street delle nostre canzoni. In Francia e in Inghilterra avevamo una ventina di concerti e nei giorni vuoti suonavamo in strada: siamo stati a Londra, ad Edimburgo, dove da 5 anni torniamo per il Jazz Festival. Adesso abbiamo messo in pausa l’esperienza dello street e ci stiamo dedicando ai concerti. L’album ha quasi tutte le tracce in inglese e ha un grande arrangiamento musicale. Cosa ritenete più importante tra musica e testo. Perché? I testi sono nati in inglese per una nostra questione di ascolti, al momento ci sentiamo più vicini alla musica americana, perciò la fatica di […]

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Musica

Alan Wurzburger, il ritorno del cantautore napoletano

Reduce dal concerto al Museum Shop & Bar di Napoli, Alan Wurzburger presenta il suo ultimo lavoro discografico, Mi fermo a guardare la luna, un album di nove tracce dal sound elegante, prodotto per l’etichetta discografica Marocco Music. Il disco è stato abilmente arrangiato dal maestro Lino Cannavacciuolo, anche autore di tre brani, mentre la produzione fotografica è stata affidata a Gianfranco Ferraro, autore di tutti gli scatti presenti nel booklet. Il titolo del prodotto del cantautore napoletano si ispira alla riflessione sulla frenetica quotidianità che non rende possibile mettere in pausa il proprio mondo e i propri impegni, per poter ammirare lo spettacolo che ci circonda. Da questo incipit si diramano nove brani, che prendono spunto dal vissuto di Alan Wurzburger, che affrontano temi sociali, riguardanti la velocità e la fugacità del tempo;  testi che riflettono un mondo fin troppo tecnologico per poter guardare la luna. È una musica che non cede ai compromessi, ma vuole restare concentrata su uno stile e un ideale ben definito, lontano dal “mainstream” e dalle logiche del mercato. Mi fermo a guardare la Luna di Alan Wurzburger, un complesso lavoro strumentale Il primo brano del disco è Stai tu sule, brano in dialetto napoletano, che presenta un potente graffiato e un giro di basso che crea la giusta ritmicità, mescolandosi perfettamente allo shuffle della batteria. Al primo ascolto, la prima distrazione può essere la vocalità dell’artista, voce fuori dal coro, per la diversa musicalità del cantato, ma è sicuramente una voce che trasuda storia, esperienza, che sente la necessità di raccontare. Ciò si avverte nella seconda traccia dell’album, Figlia mia, brano in lingua italiana, colorato anche da un delicato controcanto femminile. Mi fermo a guardare la luna, terza traccia è l’emblema dell’intero lavoro discografico: al centro del testo, vi è proprio la quotidianità che divora e non rende possibile la stasi della contemplazione. In lingua italiana mista al dialetto è il quarto brano Voglio Giocare, la cui musica è stata scritta da Lino Cannavacciuolo: questo pezzo riprende qualche piccolo stralcio della tradizione napoletana, ponendo in avanti il tema della tecnologia, dello schermo di un cellulare che diventa una prigione per ogni essere umano. Lungo e complesso lavoro strumentiale, quello di Mi fermo a guardare la luna, un album in cui sono presenti una molteplicità di strumenti: dalla batteria di Daniele Chiantese e dalle percussioni di Ivan Lacagnina, alla sezione ritmica di basso e contrabbasso di Sasà Pelosi e Luigi Pelosi.  Numerosi gli strumenti a fiato: dalla tromba di Gianfranco Campagnoli, al trombone di Alessandro Tedesco, passando per il sax di Pericle Odierna. Ad impreziosire il tutto le splendide voci di Fabiana Martone, anch’essa eccellente cantautrice napoletana, e il duo emergente, fisarmonica e chitarra, Fede ‘n’ Marlen.

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Musica

Le nuvole si spostano comunque, il nuovo album di Edoardo Chiesa

In copertina un tramonto arancione che si interseca con il blu profondo delle onde del mare; un frutto secco, l’araujia, invade lo sfondo. In alto a destra un nome ed un titolo: Edoardo Chiesa, Le nuvole si spostano comunque. Questo è il titolo dell’ultimo lavoro musicale del cantautore, classe 1985, prodotto da Dreamingorilla Rec e L’Alienogatto. Sono dieci le tracce di cui si compone l’album, dieci pezzi pop, che ricordano il vecchio stile cantautoriale di Fossati e De Gregori, le atmosfere musicali calde ed intense, quella filosofia dei testi di Niccolò Fabi. Tanti richiami al cantautorato italiano, molto facili da scorgere nelle note di Edoardo Chiesa, eppure, nonostante questa grande aderenza al genere, quasi da far sembrare il prodotto musicale un’emulazione dei cantautori che furono, c’è qualcosa di dirompente, che rompe il filo dei paragoni e rende possibile un giudizio singolare. Edoardo Chiesa trattiene nella sua voce il graffio della vita, nella sua musica esprime la naturale bellezza del racconto, con una semplicità disarmante e con un tono lineare, ma seducente. Non aiuta molto alla gradevolezza dell’ascolto, la formazione con cui sono eseguite le canzoni: un trio costituito da chitarra, suonata da Chiesa, basso e batteria, ma aggiunge una nota di colore, il fatto che i brani siano stati registrati in presa diretta, puntando tutto sulla performance, in studio come dal vivo. La forza di Edoardo Chiesa sta sicuramente nel saper costruire una canzone, utilizzando le parole giuste, a metà tra il poetico e il quotidiano, nel saper modulare intensità e delicatezza, dando peso ad ogni sillaba pronunciata. L’album è stato anticipato dal videoclip Dietro al tempo, girato sulla Passeggiata degli artisti di Albissola ed Il Filo, realizzato in estate a New York. Come incipit del disco vi è Occhi, una canzone d’amore, che ha come fulcro del testo, il bisogno, la necessità di avere qualcuno al proprio fianco. Si prosegue con la già citata Dietro al tempo, che delinea e mette a fuoco le potenzialità espressive del trio. Sotto melodie, che non escono dagli schermi, ma anzi vi rientrano il più possibile, c’è una voce calda, che racconta i sentimenti e nello stesso tempo li vive. Nonostante gli arrangiamenti, scarni, a causa della formazione minimal, che forse rende fin troppo ripetitivi ed essenziali i brani, il lavoro svolto è piacevole e suggestivo, sopratutto per i testi, vero asso nella manica del cantautore, che tra un brano in cui riflette sul proprio percorso, come Voci, ed un altro in cui ironicamente descrive la paranoia, Le porte, riscopre quale sia la bellezza della parola e il valore del cantautore. Ci vuole coraggio nel portare un messaggio, senza bisogno di troppi artifici. Delle volte basta una chitarra.

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Musica

Giacomo Scudellari: countdown per Lo Stretto Necessario

Metti un cantautore, che non vuole percorrere i soliti luoghi comuni del cantautorato incompreso, ma che vuole celebrare la realtà per quella che è attraverso tonalità maggiori e cuore aperto. Mettici le percussioni in stile africano, un ricordo dell’India, un pizzico degli arrangiamenti alla De Andrè e gli anni ’70 amarcord. Mescola il tutto e scoprirai Giacomo Scudellari, cantautore romagnolo, in uscita con il suo primo album “Lo Stretto Necessario”, anticipato dal singolo di lancio “Il cantico della sambuca”. L’album è stato prodotto da Francesco Gianpaoli (Sacri Cuori, Classica Orchestra Afrobeat) per la sua etichetta Brutture Moderne, registrato in una formazione orchestrale, composta da 8 membri. Le nove tracce che disegnano l’album hanno tutte arrangiamenti molto colorati, che mascherano bene una voce piuttosto monocorde. Questo tipo di vocalità però non è del tutto definibile come difetto, sono tanti ormai gli artisti, sopratutto nella nuova scena cantautorale e indie, a non disporre di una grande estensione vocale; puntando tutto sulla musicalità dei brani e sugli arrangiamenti impeccabili, risultano più che ascoltati e ricercati. Su questa scia si inserisce Scudellari, da premiare per la scelta stilistica di ogni brano, vestito sempre con gli giusti strumenti e pieno di sorprese, ma sopratutto per la semplicità con cui si racconta in ogni testo. Il singolo “Il cantico della sambuca” è accompagnato dal video ufficiale. Circa 4 minuti di illustrazioni animate, realizzate da Davide “Bart” Salvemini, che ritraggono un tronco alle prese con avventure fuori dall’ordinaria routine. Al centro, l’esigenza di rappresentare la consapevolezza ed il cambiamento. Una storia dalla profondità filosofica, vissuta con spirito allegro, proprio come l’intero album. La vicenda raccontata ne Il cantico della sambuca affonda le sue radici in un rituale romagnolo, “una specie di messa alcolica”: nel bicchiere pieno di sambuca, è necessario che ci sia un chicco di caffè, la cosiddetta mosca. Gioia, leggerezza, quotidianità, tradizione musicale, ingredienti indispensabili per Scudellari, che ribalta i soliti stereotipi del cantautore triste e desolato, ridefinendo la concezione cantautoriale. Tra le scelte che attuano questo cambiamento, sicuramente portante è quella di aver chiesto l’aiuto negli arrangiamenti a tanti musicisti, sotterrando così l’idea del cantautore chitarra e voce, poco movimento, nell’attesa di tanta emozione. Giacomo Scudellari si esibirà il 10 aprile, al Teatro Socjale di Piangipane (RA), per presentare il nuovo disco; con lui sul palco ci sarà anche la cantautrice francese Emmanuelle Sidal.

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Interviste

Sesèmamà: quattro donne e un nuovo album

Si dice che 3 sia il numero perfetto, eppure non ne sarei così sicura. Da quando ho ascoltato le SesèMamà credo proprio che la combinazione perfetta ruoti intorno al numero 4. Infatti le SesèMamà sono un quartetto, tutte donne per l’esattezza, poliedriche ed eclettiche, colorate come il loro primo omonimo disco, presentato al Pan di Napoli lo scorso 8 marzo. Senza retorica, la bellezza di questo progetto è proprio il connubio di personalità differenti, con trascorsi musicali diversi; a completare la tavolozza di colori vi è la composizione artistica: un pianoforte, suonato da Elisabetta Serio, tre voci, quelle di Brunella Selo, Annalisa Madonna e Fabiana Martone che arricchiscono l’atmosfera musicale suonando anche percussioni, vocal trumpet e body percussion. Sono all’attivo dal 2016, nel 2017 è uscito il loro primo singolo, con video annesso, dal titolo Senza Paura, una rielaborazione del brano di Toquinho, De Moraes, con testo italiano di Bardotti. Reduci da Musicultura, ad oggi hanno tra le mani il loro primo lavoro insieme, prodotto da Bruno Savino per SoundFly con Piero de Asmundis. Dieci tracce, inedite e non, numerose collaborazioni: Maria Pia De Vito, Robertinho Bastos percussionista, che ha partecipato a due brani del disco (Lôro e O trafego), e ancora Antonello Paliotti, Dario Franco, Arcangelo Michele Caso e Michele Signore. La parola d’ordine è colore: tonalità diverse ma complementari, un incastro armonioso che è possibile notare già dalla copertina dell’album. L’artwork di Nicola De Simone ha rappresentato le quattro donne incorniciate da uno scenario costituito dai quattro elementi, terra, fuoco, aria ed acqua, in una creazione dal forte impatto visivo. Ascoltarle vi farà compiere un viaggio attraverso suoni e colori di tante terre, in primis la nostra, attraverso i due brani Siente siè, scritto da Luigi Esposito e Fabiana Martone, e Jesce, composizione originale di Ernesto Nobili e Annalisa Madonna. Epilogo del disco è Epitaffio, rielaborazione dell’epitaffio di Sicilo, documento musicale dell’Antica Grecia, ritrovato in Anatolia, che racchiude in dodici righe un’immensa celebrazione alla vita. SesèMamà, l’intervista Sui social avete presentato la copertina del disco e alcuni scatti del booklet, in cui emerge la presenza dei quattro elementi fondamentali: fuoco, terra, aria e acqua. In più avete inserito come ringraziamento Totò, il principe della risata. Come mai queste due scelte? La scelta dei 4 elementi risalta le peculiarità delle nostre presonalità (nonché dei percorsi artistici) così diverse e al contempo complementari. Inoltre, per un’incredibile coincidenza, i segni zodiacali rispecchiano i quattro elementi. Riteniamo che sottolineare le differenze sia un punto di forza e ci dia la possibilità di accettare i limiti l’una dell’altra e di andare avanti con più determinazione. Totò è presente nella nostra terra  ancora oggi a distanza di oltre 50 anni. Molto spesso durante le prove viene citato con una delle sue gag. Nel video di Senza Paura è stato aggiunto un cameo che termina con la frase (pronunciata da Elisabetta) “non si è mai saputo”, tratta dal film Totò Diabolicus. Sesèmamà, il vostro primo disco, lo vedete più come un traguardo o come un nuovo […]

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Cinema & Serie tv

And the Oscar 2018 goes to… tutto il meglio della 90esima edizione

La tanto attesa formula «And the oscar goes to» è stata pronunciata nella notte tra domenica 4 e lunedì 5 marzo, a Los Angeles, sede della più ambita ed aspettata manifestazione cinematografica, gli Oscar, che quest’anno compiono cifra tonda, ben 90 edizioni. Come tutte le cerimonie che si rispettino, oltre alla prestigiosa consegna dei premi a film ed attori di grandissimo calibro, ciò che attira maggiormente l’attenzione sono i discorsi ed i monologhi, momenti di riflessione ed intrattenimento. Il monologo iniziale di Jimmy Kimmel, presentatore della cerimonia, ha subito giocato sullo sbaglio dell’anno scorso, quando inizialmente il premio Miglior Film fu assegnato a La la land. Il presentatore si è anche divertito a sottolineare la lunghezza dei discorsi di ringraziamento, promettendo a chi avesse fatto il discorso più breve, una moto ad acqua. Tra una battuta ed un’altra, spicca il momento di Lupita Nyong’o e Kumail Nanjiani, due attori, entrambi emigranti negli Stati Uniti, che prima di premiare la Miglior Scenografia, si sono intrattenuti a spiegare cosa si nasconda dietro la parola DREAMers: una specifica categoria di immigrati regolari. Infatti questo è l’acronimo di “Development, Relief, and Education for Alien Minors Act” (“Legge per lo Sviluppo, il Sostegno e l’Educazione dei Minorenni Stranieri”), una legge mai approvata, nata con lo scopo di creare un percorso per far ottenere la cittadinanza agli immigrati irregolari arrivati negli Stati Uniti da bambini. Vi è poi il momento della bravissima, bellissima Emma Stone, che prima di premiare la Miglior regia si è soffermata sulla presenza di una donna, Greta Gerwig, all’interno delle nomination di quest’anno, cosa che non accadeva da molto tempo. Sicuramente verrà ricordato come il momento più applaudito ed inaspettato della serata, il discorso di Frances McDormand, dopo aver vinto il premio di Miglior Attrice Protagonista per il film Tre Manifesti a Ebbing, Missouri. Incitando tutto il pubblico della platea a mettersi comodo, data la quantità di cose da dire, ha poi chiesto alle donne in sala di alzarsi in piedi, chiamando come portavoce Maryl Streep. Ha terminato il suo monologo con due parole: inclusion rider; una clausola, che può essere inserita all’interno dei contratti cinematografici, per garantire la presenza di donne e tutti i gruppi sottorappresentati. Ansia e trepidazione per il premio assegnato al Miglior Film, anche perché il livello qualitativo quest’anno era molto alto e sopratutto la scelta non focalizzata solo su un paio di titoli. Tra applausi e complimenti è Guillermo del Toro a trionfare, insieme a tutto il suo cast, per la favola cinematografica racchiusa sotto il nome The Shape Of Water. Uno dei momenti più toccanti degli Oscar 2018 è James Ivory, 90 anni a giugno, che ritira il suo primo Oscar, per l’adattamento del romanzo Chiamami con il tuo nome, unico premio vinto per il meritevole film di Guadagnino. Ecco i vincitori degli Oscars 2018: Miglior film La forma dell’acqua – The Shape of Water Miglior regia Guillermo del Toro, The Shape of Water – La forma dell’acqua Miglior attrice protagonista Frances McDormand, Tre manifesti a Ebbing, Missouri […]

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Musica

Mu.az, al via la prima edizione del contest musicale

La musica entra in azione con la prima edizione del contest Mu.az, una rassegna musicale che si pone come obbiettivo quello di scoprire e valorizzare la nuova musica emergente campana. Il concorso musicale si svolgerà su due binari diversi che muoveranno i loro passi in parallelo: la categoria cantautori e la categoria band. I cantautori, uno dei punti più forti del panorama musicale campano, in questa rassegna potranno mettere in mostra tutto il loro talento, esibendosi in location diverse dal “solito giro cantautoriale”, avendo anche la possibilità di essere accompagnati da uno o due musicisti. La formazione cantautoriale prevede infatti al centro l’artista singolo, più un massimo di due accompagnatori. Per le band la formazione minima è il trio, invece. Band che promuovono musica inedita di ogni genere, dal rock al blues, dal pop al jazz, potranno inviare la propria candidatura al sito del Mu.az Il contest dà la possibilità a chiunque di inviare il proprio materiale musicale, in quanto è uno dei pochissimi concorsi musicali a iscrizione gratuita; questo perché la finalità del Mu.az è la musica in sé e non il commercio che le gira intorno. A essere valorizzati saranno i musicisti, con le proprie idee ed il proprio sound, nel rispetto di ogni stile e ogni influenza. Un percorso di 3 mesi, in 4 locations differenti del campano, con un pubblico sempre nuovo, eterogeneo. A partire dal Sea Legend di Pozzuoli, passando per il casertano con Mr Rolly’s al Fabric di Portici, l’innovativo club-ostello, terminando con un must dei palchi jazz del napoletano: il Bourbon Street. Mu.az è in collaborazione con Radio Punto Zero, l’etichetta Aspro Cuore Recording e il festival musicale “Meeting del mare”. Tra i premi previsti, vi è proprio la possibilità di partecipare ad una delle serate del Meeting. Tra produzioni, borse di studio, buoni prove, il Mu.az muove i suoi primi passi tra il napoletano e il suo hinterland, alla ricerca di buona musica e di buone orecchie che la ascoltino con la giusta passione. Quando si parla di contest, la prima parola che viene in mente è competizione. Sembra che l’agone sia l’unica possibilità che offrano i concorsi musicali. Partecipare a un contest, con il giusto spirito, non significa di certo gareggiare per vincere, ma mettersi alla prova, diffondere la propria musica, muovere i primi passi nel contesto musicale e potersi confrontare con le varie realtà che animano il panorama. La scena musicale napoletana e campana pullula di idee differenti: numerosi gruppi emergenti portano avanti progetti innovativi, alcuni ricalcano le esigenze del momento, come avviene per le band indie, tanto in voga al momento; molti altri si muovono sulla scia del rock, del pop e dell’alternative nord europeo.

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Musica

Border Diary, il primo disco di Emenél

Con l’album Border Diary approda nel panorama musicale Emenél, nome d’arte di Moreno Turi, cantante, producer, autore e compositore, salentino di nascita, torinese d’adozione. Emenél è un’artista che di strada ne ha fatta, ed anche parecchia: ha collaborato con con gli Africa Unite e con Raiz degli Almamegretta e aperto concerti ad artisti del calibro di Black Eyed Peas, Anthony B, Subsonica e Caparezza. Dopo aver cavalcato grandi palcoscenici in numerosi festival europei, dallo Sziget all’Eurosonic, dal Boomtown al Glastonbury Festival, ad oggi è al fianco di Roy Paci nel progetto “Valelapena”, è membro della band The Sweet Life Society, ed è in lancio con il suo primo disco Border Diary. Un progetto che il cantante ha definito “elettronica nera”, un concept disc, che raccoglie suoni, atmosfere differente, creando un melting pot musicale. Si tratta di un disco dicotomico: l’artista si divide tra “i ricordi del Sud” e “la casa del nord”, tra l’essere e il pensare, tra la vita vissuta e quella osservata, tra la componente digitale e quella analogica. Border Diary raccoglie questi frammenti così diversi e li ricuce con ago e filo, creando una linea di confine e di riappacificazione. La voce diventa uno strumento essenziale nel lavoro di Emenél, attraverso una minuziosa ricerca si converte in beat, appoggia il suono del basso insieme ad un sistema elettronico che la circonda e la valorizza. Il primo singolo, disponibile su Youtube, è Leaves, un brano in inglese, minimal ed electro, dal beat intenso e dal cantato musicale, a differenza di molte altre tracce del disco, che possono risultare troppo avanguardistiche, a causa dello scollamento tra cantato e base. L’effetto prodotto è un progetto di nicchia, fusion, forse troppo. Il lato positivo è sicuramente l’autentica versatilità dell’album, che spazia tra italiano ed inglese, che propone featuring con Giuletta (Who I Am), Trevor (N.O.I.) e Victor Kwality (Stelle Sporche), che alterna il beat commerciale ad uno stile fuori griglia. L’album di esordio di Emenél, Border Diary, distribuito da Egea Music, è disponibile su tutte le piattaforme digitali. Border Diary (concept disc)  “Border Diary è un diario elaborato al confine tra due mondi. Tra i ricordi di sud e la casa nel nord. Tra l’inutilità delle università e il sudore nei festival musicali. Tra una forma dell’essere, e una del pensare. Tra la vita vissuta e quella osservata. Border Diary è un diario di confine, di rappacificazione, di consapevolezza”.  

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Concerti

Le stelle sono rare, il primo album delle Mujeres Creando (Apogeo Records)

Lo sfondo nero le avvolge, la calda luce sul palco le illumina. Cinque donne: alla voce Assia Fiorillo, alla chiarra Claudia Postiglione, al violino Igea Montemurro, alla fisarmonica Giordana Curati, alla batteria Marisa Cataldo. Insieme sono le Mujeres Creando. Davanti ad una platea gremita, nell’Ex Asilo Filangieri, spazio aperto dedicato alla cultura, le Mujeres Creando hanno presentato il loro primo disco, Le stelle sono rare, prodotto dall’etichetta discografica napoletana Apogeo Records, con la direzione artistica di Ernesto Nobili, anch’egli presente sul palco nelle vesti di bassista. Non è l’unico special guest della serata, infatti dopo pochi brani entra in scena anche la pianista Elisabetta Serio. Preceduto dall’uscita del primo singolo “Per sempre ancora”, l’album Le stelle sono tare è un viaggio composto da dieci tracce, piene di colori e sfumature di suono. Fin dal primo ascolto ci si immerge in un mondo fatto di gipsy jazz, cambi ritmici dominanti ed un sound potente come una freccia, che colpisce il bersaglio e non lascia indifferenti. C’è posto per ogni sperimentazione, a partire dalla lingua: si inizia con l’italiano, passando poi per lo spagnolo, il dialetto napoletano, concludendo con l’inglese. In un mondo così variopinto come quello delle Mujeres, è riservato un posto d’eccezione all’amore, protagonista assoluto dei testi del quintetto napoletano: un tema sfiorato con delicatezza da E je parlo ‘e te, un brano dall’atmosfera rarefatta, ma che non perde mai il sound che contraddistingue le Mujeres. Forse la vera ricchezza è proprio che le Mujeres Creando sanno come distinguersi e sono chiaramente identificabili, grazie al particolare set strumentale ed al minuzioso lavoro nella costruzione dei brani, in cui i cambi di tempo sono la ciliegina sulla torta, che impreziosisce ancor di più il loro mondo musicale. Nel disco tra Rosaspina, unicum strumentale dell’album e Once More, ultima traccia, che vede la collaborazione con Elisabetta Serio, vi è Remedios, cover di Gabriella Ferri del 1974, riportata in vita come colonna sonora del film Saturno Contro. Le stelle sono rare, il lavoro delle “donne che creano” Devono il loro nome al movimento femminista boliviano fondato nel 1992 da Julieta Parades, Maria Galindo e Monica Mendoza. Mujeres Creando, ovvero Donne che creano. Una band tutta al femminile originale, una mosca bianca del panorama musicale napoletano e non solo, cinque artiste che insieme hanno “creato” una bella atmosfera, un unico suono dal suono unico. L’album Le stelle sono rare è stato realizzato grazie ad una campagna di crowdfunding, ad oggi è disponibile sia nel formato standard che digitale.

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Cinema & Serie tv

Golden Globes 2018: cerimonia total black

7 gennaio 2018. Los Angeles. We wear black. Lo avevano annunciato le star della 75esima edizione dei Golden Globes: si sarebbero vestite di nero in segno di protesta contro le molestie. In total black si sono avvicendate sul red carpet attrici internazionali tra cui Maryl Streep, Keala Settle, ma anche Alessandra Mastronardi, unicum italiano tra le attrici presenti alla cerimonia. Ondata nera sul carpet e toccanti discorsi sul palco, da Ophran Winfrey a Debra Messing; la violenza al centro dei monologhi, seguita dalla necessità di rompere il silenzio e di reagire ai soprusi, sostenendo il movimento “Time’s Up” (Il tempo è scaduto), che incoraggia a denunciare e non tenere la bocca chiusa. In un panorama cinematografico ancora restio a tagliare le etichette con cui le attrici convivono da sempre nei ruoli: “moglie di, madre di, figlia di”, con grande sorpresa vincono trame dalla forte componente femminile eppure, al premio miglior regia “sono candidati tutti uomini”, proprio come afferma Natalie Portman. Seth Mayers, comico e conduttore televisivo ha presentato la cerimonia, che quest’anno si è tenuta al Bevery Hilton Hotel di Beverly Hills. A consegnare i premi prestigiosi attori e attrici, figure di spicco nel cinema americano: da Penelope Cruz a Hugh Grent, da Sarah Jessica Parker a Emma Watson. Trionfa nelle categorie di miglior film drammatico Martin McDonagh, attrice protagonista (Frances McDormand), attore non protagonista (Sam Rockwell) e sceneggiatura. La migliore commedia dell’anno è Lady Bird di Greta Gerwig, Saoirse Ronan miglior attrice protagonista. Gary Oldman si aggiudica il titolo di miglior attore protagonista nel film drammatico “Nell’Ora più Buia” e Guillermo Del Toro vince il Golden Globe per la regia del film La Forma dell’Acqua. James Franco vince come miglior attore protagonista per il suo The Disaster Artist. Allison Janney è la migliore attrice non protagonista per I, Tonya. Un buco nell’acqua per l’Italia, il miglior film straniero se lo aggiudica il tedesco In the Fade. Uscito il 28 dicembre nei cinema italiani, vince il Golden Globe come miglior film d’animazione l’ultimo lungometraggio Disney Coco. Spettacolare grafica e piacevole trama, che spiega il significato della morte ai più piccini, attraverso gli occhi di un bambino messicano Miguel. Con i Golden Globes si apre la stagione dei premi cinematografici più ambiti… non resta che aspettare la famosa notte degli Oscar!

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Musica

Plastic Knives, il nuovo album dei Reeducate

Sonorità decise, chitarre distorte, atmosfere labirintiche, voce calda, contrasti netti. Sono questi gli ingredienti del nuovo album dei Reeducate, intitolato Plastic Knives. La band lombarda è lontana dal mainstream: lo si vede dal genere e dalle scelte stilistiche. I Reeducate, infatti, si configurano come una band shoegaze, un sottogenere appartenente all’alternative rock, nato nel Regno Unito a fine anni ’80. A rendere però innovativi i Reeducate non è solo il genere di nicchia, ma anche la mescolanza di influenze musicali: la presenza di tutte le sfumature del punk, l’effettistica della chitarra in pieno stile rock, la batteria decisa che riporta alla mente i gruppi degli anni ’70 in Gran Bretagna e quel tocco elettronico che ricorda gli ideali musicali dei Radiohead. Plastic Knives: i coltelli imperfetti dei Reeducate Siamo di fronte ad un grande iceberg di cui il nome dell’album è solo la punta, ciò che è visibile ai più. Infatti, la traduzione del titolo è “coltelli di plastica”: si tratta di coltelli imperfetti, non in grado di tagliare fino in fondo. Una metafora utilizzata per sottolineare l’incompiutezza, le frasi spezzate, i segreti rivelati a metà, una comunicazione inefficiente, proprio come sono inefficienti i coltelli di plastica, che si spezzano senza aver svolto il proprio lavoro. L’incomunicabilità, che diviene fulcro dell’intero album, la si ritrova in ogni brano, a cominciare dal primo singolo uscito in primavera: Secret Room, la più cantabile delle 8 tracce. L’architettura di Plastic Knives è complessa: un lavoro strutturato per creare straniamento, a partire dall’uso eccessivo dell’effettistica, per concludere con la costruzione dei vari pezzi, talvolta troppo complessa, altre volte piacevolmente cangiante. Ogni dettaglio sonoro non è lasciato al caso, numerosi i rimandi al genere di riferimento, lo shoegaze; il sound ha un ottimo balance tra il comparto ritmico e quello armonico, con numerose influenze di genere, tra cui spicca – senza dubbio – il passato punk. I Reeducate suonano dal 2015, hanno alle spalle diversi lavori e collaborazioni. Composta da Giuliano Buttafuoco, Francesco Bressan, Lorenzo di Gemma, Andrea Palmas e Matteo Reati, la band lombarda ha un sound malinconico quanto basta, aggressivo e deciso. Prodotto da DreaminGorilla Records, Tanato Records, Edison Box Records, È Un Brutto Posto Dove Vivere e Entes Anomicos, disponibile sia in formato digitale, sia in vinile, l’album dei Reeducate è sicuramente una parentesi musicale diversa. La copertina dell’album cattura l’attenzione: su di uno sfondo rosso, sono incastrati un occhio spalancato ed una lingua, forse icona simbolo della difficoltà di comunicazione, celebrata già ampiamente nell’album.

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Libri

Sulla linea… la mia vita dietro le sbarre di Francesco Carannante

Le pagine bianche accolgono l’inchiostro di una storia vera, quella di Francesco Carannante, oggi detenuto nella Casa di Reclusione di Rossano, in Calabria, dove sconta la pena senza fine, l’ergastolo. Nato come un memoir autobiografico, Sulla linea… la mia vita dietro le sbarre – pubblicato dalla Ferrari editore –  è stato scritto a quattro mani dal protagonista della vicenda, Francesco, e da Maria Letizia Guagliardi, appassionata docente e coordinatrice di svariati progetti di teatro sociale. La storia si aggrappa a numerosi ricordi, intervallati da riflessioni profonde, maturate con il passare del tempo; tante le pagine in napoletano, interi dialoghi nel dialetto del protagonista, che lasciano trasparire una forza narrativa, una volontà di essere autentici. Man mano che si procede nella lettura, si entra in una dimensione sempre più difficile da decifrare, quella linea sottile tra potere e legalità, tra l’emergere e il soccombere. Francesco non ha paura di sparare, è sedotto dall’organizzazione criminale che gli copre le spalle, gli muove le braccia, gli manovra la mente e lo porta a premere il grilletto, a compiere azioni spietate. La stessa organizzazione criminale che lo rende “un uomo vero”, non appena diciottenne, lo fa precipitare nell’abisso doloroso, lo priva della sua stessa vita, della libertà. La libertà secondo Francesco Carannante Tutto ruota attorno alla parola “libero”: il mondo intriso di marcio in cui Francesco ha vissuto lo ha privato della libertà, nella Casa di Reclusione sconta la pena senza fine: la libertà di cui è stato privato non è ingiusta, è la risposta alle sue scelte e la più grande sorpresa di questo libro è proprio quella di intravedere nelle pagine un accenno di speranza da parte di un “condannato a morte”. Dalle parole di Francesco si percepisce un forte cambiamento, che lo porta ad affermare “non possiedo nulla, non dispongo di nulla ma… non mi sono mai sentito così ricco”. Il carcere è ancora oggi un luogo ignoto ai più, non si conoscono le dinamiche, le vicende; questo libro insegna che un carcere non rappresenta quattro mura che determinano la privazione della libertà, ma un luogo dove se c’è volontà, si può anche rinascere.

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Interviste

L’esordio de LeVacanze: intervista al duo sannita

LeVacanze sono due giovani musicisti: Giuseppe Fuccio e Giovanni Preziosa, che lo scorso anno hanno dato vita al loro progetto musicale, un duo pop con influenze elettroniche. I due musicisti si sono conosciuti al Conservatorio “Nicola Sala” di Benevento, entrambi diplomati in Chitarra. LeVacanze è il loro album d’esordio, prodotto dall’etichetta discografica Apogeo Records, un ep di cinque brani con testi in italiano e un sound elettro, molto british, più attuale che mai. Come nasce il progetto LeVacanze? È un progetto che parte da lontano. Entrambi facevamo parte di un gruppo pop-rock che dopo circa 2 anni di attività è cessato di esistere; nonostante tutto io e Giovanni, avevamo molta voglia di fare musica, di provare a dire qualcosa che fosse più vicino alla nostra concezione di espressività. Così abbiamo continuato da soli credendo nella realizzazione delle nostre idee e dopo un periodo di intensa produzione abbiamo esordito con il primo lavoro discografico. Il vostro sound ha come carattere dominante l’elettronico. Dietro questa scelta, che ricerca di suoni c’è? Questa è la parte di noi più strana ed interessante! Sia io (Giuseppe) che Giovanni siamo diplomati in chitarra classica, ma quando non vestivamo i panni dei “musicisti classici” l’interesse verso l’elettronica, i sintetizzatori e le drum machine, era ed è rimasto impetuoso. Sono stati fondamentali tutti gli ascolti effettuati prima e durante il periodo di pre-produzione, che ci hanno dato la possibilità di focalizzare al meglio la direzione da prendere. Ascolti che vanno dai “Neon indian” ai “Tame impala” ma sarebbe impossibile citarli tutti. Penelope è un brano dal ritmo coinvolgente e dal testo intrigante. Chi è Penelope e come è nato questo brano? Nel brano “Penelope” abbiamo composto, come spesso ci capita, prima la parte musicale e poi il testo. Come dici tu siamo arrivati al risultato finale caratterizzato da un ritmo incalzante che rimane per certi versi fluido e scorrevole. Per quanto riguarda il testo forse “Penelope” è stato l’ultimo dei brani dell’EP a ricevere la parte testuale e ricordo che avevamo la forte necessità di raccontare in una delle canzoni, la fisionomia caratteriale di una persona: di una donna. Penelope è l’immagine di una ragazza ideale, sognatrice, libera, amante della vita e delle cose belle che essa ci offre ogni giorno; una tipologia di persona che ognuno di noi vorrebbe accanto. Vivere di musica porta ad accumulare un bagaglio di esperienze e di emozioni forti e disarmanti. Qual è stato il ricordo più bello nella registrazione di questo primo lavoro artistico? Sinceramente ogni giorno che abbiamo passato in studio è stato entusiasmante e man mano che i brani prendevano vita l’emozione cresceva. Forse la fase più intrigante è stata quella relativa al missaggio e al mastering, una su tutte quando abbiamo incontrato Giacomo Fiorenza per consegnargli le tracce di “Settembre Fun Club”. Abbiamo apprezzato molto il lavoro di Giacomo in questi anni e poter collaborare con lui è stata una fantastica emozione. Quali sono i vostri progetti futuri? A breve sui nostri contatti Social comunicheremo tutte le […]

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Interviste vip

Davide Sciortino (Davide Shorty): l’esigenza di fare musica

Davide Sciortino, la nostra intervista in esclusiva Ha lasciato l’Italia alla volta di Londra, innamorato perso della musica, deciso a voler coltivare questo talento. Ad X-Factor, grazie al suo timbro esplosivo, si è aggiudicato un posto in finale. Nel febbraio 2017 è uscito Straniero, un album di 11 tracce, in italiano, che portano la firma di un giovane soul-man: Davide Shorty. Siciliano d’origine, Davide Sciortino, in arte Davide Shorty, è un cantautore eclettico, in grado di coniugare nelle sue canzoni, numerose influenze musicali: dal funk al rap, dal jazz al R’n’b, proponendo un progetto artistico innovativo, lontano dai soliti schemi. Alle sue spalle la Macro Beats, una delle più importanti etichette indipendenti italiane, nel suo album diverse collaborazioni: Daniele Silvestri, in Fenomeno; ThrowBack in Tutto scorre; il rapper Tormento in Fare a meno; Johnny Marsiglia in Dentro Te. Noi di Eroica Fenice gli abbiamo fatto alcune domande. Straniero è il titolo del tuo album. Molteplici i significati di questa parola: dalla diversità all’estraneità. Davide Sciortino, quando ti sei sentito straniero? Mi sento anche adesso straniero. In terra straniera, ti senti straniero perché cerchi qualcosa di nuovo, perché vuoi essere accettato. A Londra, non conoscevo la lingua, dovevo reinventarmi. Poi in Italia, dopo essere stato tanto fuori, tornato a casa mi seno sentito strano, non più abituato. La parola diversità qui non è accettata, è denigrata, viene considerata il primo dei mali, basti pensare all’immigrazione. Straniero però, ha anche un’accezione salutare: essere outsider, viaggiatore, e quando sei viaggiatore devi contaminarti, abbracciare ciò che è diverso da te. Nessuno mi sente, settima traccia del tuo album. Colpisce la semplicità della frase “Grido, ma nessuno mi sente”. Comunicare per un’artista è alla base del suo progetto. Nella tua musica, qual è l’esigenza da comunicare? La mia esigenza di comunicare nasce dal fatto che non potrei far altro, per me è come bere, mangiare. La mia fortuna è stata di capirlo in tempo: quando hai una predisposizione, è un dovere coltivarla. La giusta comunicazione nasce nel momento in cui trovi un equilibrio tra la vita e l’autocompiacimento, il combattere per i tuoi gusti. Alla base, la mia esigenza è quella di un messaggio d’amore, perché la musica è uno scrigno gigantesco, può racchiudere di tutto e per farla devi essere vero, devi rispecchiare i tempi. Davide Shorty: X-Factor, la musica e le collaborazioni artistiche Nell’album c’è un brano, Fenomeno, scritto con Daniele Silvestri. Come è nata questa collaborazione, come è stato confrontarti con questo cantautore? Ci siamo conosciuti a Palermo, abbiamo un amico in comune, e questo amico è Niccolò Fabi, a cui aprii i concerti poco più che diciottenne. Daniele era a Palermo, io avevo ascoltato il suo ultimo album, Acrobati, avevo una gran voglia di collaborare con lui, di imparare da lui, da cantautore a cantautore. Ci siamo incontrati al soundcheck prima del concerto, mi ha detto che aveva seguito il mio percorso ad X-Factor e sono andato poi nel suo studio. Abbiamo subito steso il brano, attraverso una jam, suonata con gli stessi musicisti con […]

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Cinema & Serie tv

Festa del cinema di Roma 2017: tiriamo le somme

La stagione autunnale è periodo dei festival cinematografici più acclarati di Italia, tra questi occupa un ruolo di grande prestigio la Festa del Cinema di Roma, giunta quest’anno alla sua 12esima edizione. Si è appena conclusa l’importante manifestazione cinematografica della capitale, che ha visto sfilare sul red carpet attori di fama internazionale e grandi protagonisti del cinema italiano, con proiezioni gioiello, futuri diamanti della prossima stagione cinematografica. Anche quest’anno la Festa del Cinema di Roma ha avuto come splendida cornice l’Auditorium Parco della Musica, teatro di una variopinta selezione di film. Ad aprire la manifestazione, Hostiles di Scott Cooper, ambientato nel 1892, che racconta di un viaggio di ritorno verso le terre native. Si è conclusa, ieri, 5 novembre, con un film atteso dal grande pubblico: The Place di Paolo Genovese, storia surreale, molto lontana dal suo ultimo titolo Perfetti Sconosciuti. Colpisce anche la sezione autonoma e parallela alla Festa del Cinema, Alice nella Città, che affronta tematiche vicine alle ultime generazioni ed è trampolino di lancio per molti registi alla loro opera prima. Alice nella Città avvicina il mondo dei giovani al panorama cinematografico e lo fa non soltanto attraverso proiezioni di lungometraggi, ma anche attraverso masterclass con attori internazionali, quest’anno Orlando Bloom accompagnato da Maya Sansa. I titoli che non passano inosservati: Numerosi film internazionali saranno a breve sui nostri schermi, ma quest’anno i prodotti cinematografici nostrani sono il fiore all’occhiello della prossima stagione del cinema. Fra questi il film Una questione privata: il titolo da subito ci riporta ad un nome caro alla letteratura italiana, Beppe Fenoglio; infatti l’associazione immediata è proprio quella vincente, poiché a divenire pellicola cinematografica è il partigiano Johnny, protagonista dei testi di Fenoglio. A vestirne i panni è Luca Marinelli, diretto dai Taviani, che disegnano la difficile figura di Johnny, nella sua dicotomica esistenza. Il già citato The Place è sicuramente un titolo da tenere a mente. Il film è un adattamento della serie tv The Booth at the End e vanta un cast spettacolare, con attori che hanno già lavorato con Genovese come Marco Giallini, Vittoria Puccini, Vinicio Marchioni, Alba Rohrwacher, Valerio Mastandrea e tanti eccellenti attori italiani che si sono confrontati per la prima volta con il regista: Alessandro Borghi, Sabrina Ferilli, Silvio Muccino. La storia è concentrata in un unico ambiente, un ristorante, al cui tavolo siede un uomo misterioso, pronto ad esaudire i desideri degli otto protagonisti, in cambio di compiti rischiosi da svolgere. Una rappresentazione del male e dell’egoismo sociale, che da anni divora l’umanità, una vicenda individuale e corale. Splendida la colonna sonora firmata da Marianne Mirage e gli Stag, dal titolo omonimo al film. Premi e Riconoscimenti Quello di Roma non può essere definito un “festival” ma una “festa”: non assegna quindi dei veri e propri premi, come per esempio succede a Cannes o Venezia, ma ci sono comunque dei riconoscimenti che vale la pena nominare. Il regista David Lynch è stato premiato con un riconoscimento alla carriera, consegnatogli da Paolo Sorrentino; il film Borg McEnroe di Janus Metz Pedersen, che racconta […]

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