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Eroica Fenice

Musica

Giovanni Amirante: Movimento è il nuovo singolo

Giovanni Amirante è un cantautore gentile, classe 1993, con il dono della parola poetica. Ad Ottobre è uscito il suo primo brano Dieci Ettari, l’11 dicembre è la volta di Movimento, secondo singolo, secondo capitolo per il cantautore, che attraverso musiche dall’ampio respiro è in grado di raccontare piccoli attimi di vita, celebrati attraverso parole mai retoriche. In un momento in cui sembra esser fermi, Giovanni Amirante pubblica Movimento, un brano che ci porta altrove, anche in un’altra dimensione storica, dove non contano i numeri, gli stream, le direzioni dell’oggi, ma contano il cuore, la verità, l’autenticità. Abbiamo intervistato Giovanni Amirante Dieci Ettari, Movimento. Qual è la poetica filo rosso delle tue canzoni? Come ti poni nella scelta delle parole da utilizzare? Non so se si possa già parlare di poetica. Sicuramente queste due canzoni sono legate da un’idea sonora, che è quella di creare uno spazio comodo per le parole. Entrambe vanno oltre i quattro minuti e non hanno un vero e proprio ritornello, quindi direi che il filo rosso sta proprio in questa esigenza di dilungarsi, di sviscerare un concetto. A volte ripeto una frase già detta operando piccole variazioni, e in questo c’è proprio un intento di autocorrezione. Non c’è il lavoro di cesello di un pezzo pop, in cui ogni parola è in qualche modo decisiva e funzionale; vorrei piuttosto che si percepisse, interna al testo, la falla, o il rimuginio della scrittura. Movimento esce in un momento storico in cui siamo fermi. A quale movimento ti riferisci nella canzone? C’è una doppia sfumatura nel titolo. È il movimento dell’altro, che può essere un gesto minimo, una smorfia, qualsiasi cosa si presti a diventare, nel nostro ricordo, identificativa di una persona. Sanguineti ha scritto che di un uomo sopravvivono poche cose: i tic, i detti memorabili, i lapsus; quindi le estrosità o le imperfezioni, insomma ciò che ti fa sentire di conoscere davvero qualcuno. E poi c’è il movimento dell’io, che è un effetto del movimento dell’altro. Nella canzone, infatti, la parola è affidata a una persona che oscilla tra varie azioni in modo febbrile. L’irrequietezza, dunque, è una conseguenza della “dolce ossessione” del conoscere, che può rivelarsi però “sola impressione”. È una delle varianti tra prima e seconda strofa, ma lascio che ognuno scelga a quale delle due credere. Come nasce la collaborazione con Luca Cappuccio? Come il violoncellista ha contaminato la tua idea musicale? Io e Luca già suonato insieme precedentemente, ma questa collaborazione è nata l’anno scorso, e letteralmente in movimento: lui tornava in macchina dall’Olanda, dove stava curando dei progetti musicali, quando gli inviai una registrazione casalinga di Dieci Ettari; la canzone gli piacque molto, nonostante gliel’avessi presentata con un arrangiamento di congas decisamente non indimenticabile; archiviate le congas, iniziammo subito a lavorarci.Lavorare con Luca è stata per me una vera e propria svolta: oltre all’emozione di vedere un mio pezzo prodotto per la prima volta in maniera professionale, mi ha aiutato a capire cosa potessi essere in musica. In uno dei […]

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Cinema e Serie tv

Andrea Piretti gira Estate Povera: un giorno con gli occhi di un volontario

Andrea Piretti, regista napoletano, laureato in Cinema presso l’Accademia delle Belle Arti di Napoli, è autore e regista di un nuovo corto-documentario intitolato Estate Povera. Ciò che si racconta nel documentario è l’azione svolta da tanti e tanti uomini e donne del napoletano, che preparano, organizzano e distribuiscono pasti per i senza fissa dimora; in particolar modo ci si sofferma su di un unico protagonista, con il quale si ripercorrono le tappe fondamentali del volontariato: dalla preparazione dei pasti, al confezionamento delle buste che poi verranno portate e distribuite ai più bisognosi. In appena 10 minuti si instaura un legame di empatia con il volontario protagonista del corto: Luigi, un uomo  che svolge il suo volontariato insieme alla Comunità di Sant’Egidio, sfamando i senza fissa dimora. Attraverso Estate Povera si entra in contatto con la partecipazione del volontario e la sua voglia di restituire l’umanità al prossimo, senza però cadere e tendere l’ago della bilancia verso un devozionismo maniacale. Ciò che restituisce il corto-documentario di Andrea Piretti è un senso di verità e di equilibrio nel raccontare senza inserire pensiero personale o idea retorica, nella consapevolezza che il documentario ha già in sé una storia, che deve solo essere seguita e raccontata. Abbiamo intervistato il regista di Estate Povera: Andrea Piretti Ciao Andrea, Come ti sei approcciato al mondo che racconti in Estate Povera? In realtà in modo piuttosto semplice. Avevo avuto un primo contatto con dei volontari della Comunità di Sant’Egidio già l’anno scorso. Inizialmente ero partito con l’intento di raccontare le storie dei senza fissa dimora ma poi ho conosciuto altri volontari, vedendo il loro lavoro e il loro impegno, ho deciso che sarebbe stato quello l’oggetto del mio racconto. Come il Covid-19 ha agito sulle riprese e sulla riuscita del tuo corto? In questi mesi purtroppo abbiamo imparato a convivere con il virus praticamente in ogni momento delle nostre giornate. Dal punto di vista lavorativo le difficoltà ci sono state, è indubbio. Come prima cosa l’impossibilità di creare un contatto diretto con le persone che abbiamo conosciuto durante la lavorazione. Nonostante il distanziamento e il continuo uso della mascherina siamo riusciti a trovare in Luigi Musella una persona, oltre che disponibile, anche estremamente empatica. Chi è il volontario che rappresenti? Credi che il volontario possa essere un personaggio che svolge il suo ruolo fuori dall’ambito della devozione? Luigi è una persona straordinaria. Non lo dico solo per il tempo che ha dedicato al progetto, ma per quello che fa quotidianamente. La prima volta che ci siamo visti mi ha detto una cosa che non dimenticherò mai. Ringraziandolo per averci accolto nella comunità e per aver dimostrato subito interesse per il progetto, mi ha detto: “Qui da noi non troverai mai nessuna porta chiusa.” Un pensiero semplice ma secondo me molto potente, soprattutto in un periodo come questo. Rispetto invece al discorso sulla fede la risposta è assolutamente sì. In quel luogo si uniscono volontari di qualsiasi credo e religione. E, inutile dirlo, assistono ogni giorno chiunque si […]

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Musica

Gennaro Ferraro: il trombettista jazz esordisce con It’s Right

Gennaro Ferraro è un trombettista jazz, che con It’s Right, il suo disco d’esordio, propone una nuova interpretazione di alcuni standard jazz, lasciando intravedere anche una vena compositiva, data la presenza di due brani originali all’interno dell’album. Il jazz suonato da Ferraro fotografa un determinato suono immerso all’interno di una concezione di libertà dello strumento: attraverso i sei brani pubblicati, infatti, il musicista delinea un sound che riprende il jazz nordeuropeo ma sottolinea la musicalità melodica intrinseca all’interno di ogni strumento, strutturando brani piacevoli all’ascolto anche per chi non è conoscitore del genere. La contaminazione blues, bossanova e swing riecheggia nell’album, definendo una tracklist vivace con un suono corposo ed attento. Nel primo album di Ferraro sono tanti gli artisti ed i musicisti presenti: Mario Nappi al pianoforte, Daniela de Mattia alla voce, Corrado Cirillo al contrabbasso e Luca Mignano alla batteria. Abbiamo intervistato Gennaro Ferraro It’s right è il tuo primo disco da solista e si apre con un brano di Freddie Hubbard che, come hai anticipato è l’artista che ti ha influenzato negli ultimi anni di studio. Il terzo brano è di Miles Davis, il quarto di Benny Golson. Come mai la scelta, in un primo lavoro, di inserire standard jazz oltreché brani di propria composizione? Come primo album ho pensato più a spingere sul mio suono, volendo soffermarmi su ciò che mi ha formato in questi anni. Ho poi scelto due brani di mia composizione che fossero in linea con il discorso musicale che stavo portando avanti in questo disco. I lavori futuri si baseranno di più sull’idea di me “compositore”, in “It’s right” volevo si caratterizzasse un suono, il mio suono, per questo ho utilizzato anche standard, proprio perché si evidenziasse il mio modo di improvvisare e di suonare. Qual è l’idea di suono alla base di It’s right? La scelta stilistica ha lo scopo di trasmettere alle persone il mio modo di suonare in un determinato momento storico; il disco l’ho registrato a Giugno e già adesso sento di star cambiando il mio suono. Per questo avevo voglia di immortalare, come in una fotografia, la mia idea musicale di quel determinato periodo: ho perciò preso brani di diversa tipologia, dandogli la stessa idea di insieme, la stessa impronta, creando un unico discorso musicale. Appena dodicenne inizi a frequentare il Conservatorio di Musica “G. Martucci” di Salerno, conseguendo il diploma di solfeggio con il maestro Tancredi e frequentando la classe di tromba con il docente Nello Salza. Dopo tre anni sei al Conservatorio di Benevento “Nicola Sala”, proseguendo gli studi, privatamente, con il maestro Nicola Coppola. Una vita segnata dagli studi. Quanto conta oggi lo studio accademico per un musicista? Dipende da ciò che si vuole. Il conservatorio è secondo me importante per due fattori: innanzitutto per formare la disciplina da musicista, la dedizione allo strumento; poi c’è la possibilità di fare esperienze e di conoscere nuove persone: io ho girato un bel po’ di conservatori, avendo prima intrapreso il percorso classico poi quello moderno. Lo studio accademico mi ha portato ad approfondire […]

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Musica

Eduardo De Felice: dalla tempesta alla quiete con “Ordine e Disordine”

Dieci tracce, per un totale di 38 minuti di ascolto: sono i numeri di riferimento dell’ultimo lavoro musicale di Eduardo De Felice, cantautore napoletano, classe 1981, che ha pubblicato lo scorso 30 ottobre 2020 Ordine e Disordine, un album di ottima fattura, suonato da moltissime mani, denso di armonie leggere ma minuziosamente architettate. Secondo disco per il cantautore, che lascia un po’ in sordina le atmosfere del primo album, maggiormente acustico e radicato al passato, per ingrossare le fila del cantautorato figlio della vecchia scuola romana. Echi di Max Gazzè, Niccolò Fabi, Daniele Silvestri, Riccardo Senigallia, risuonano nella composizione e negli arrangiamenti, continuando a dispiegarsi nella penna del cantautore dallo stile quotidiano ma attento alla dovizia di particolari, a tratti prosastico: non si avverte l’esigenza di una rima dopo l’altra ma di una costruzione lenta e sincera, come quella di un racconto, in cui emerge la verità riga dopo riga. Confessioni, piccoli scorci di realtà sono cuciti su di un suono prettamente cantautoriale, raffinato e gentile; la presenza di numerosi strumenti, tutti rigorosamente suonati da musicisti, immerge l’ascoltatore in un sound che non segue le mode; il segno che il cantautorato non è morto e nonostante cambi e stia modificando forma, talvolta ha bisogno di ripristinarsi nella sua forma originaria: voce, strumenti, necessità di racconto. Già l’ultima traccia del precedente album “È così” vedeva la presenza di Claudio Domestico, in arte Gnut; il secondo disco si riallaccia a questo sodalizio, dato che la produzione artistica e gli arrangiamenti sono proprio del cantautore dell’Ammore ‘O Vero. Il gusto introspettivo del cantautore si mescola alla riflessione dei testi e alla volontà di costituire un album ricco di suoni, generando così un buon mix per un ascolto lineare, efficace e pieno di spunti interpretativi. Ordine e disordine è distribuito da Apogeo Records, registrato al “Kammermuzak” studio di Soccangeles (Napoli) da Carlo Di Gennaro e Giuseppe Innaro; missato al “Peppey Roads” studio (Pozzuoli) da Giuseppe Innaro e masterizzato presso “Arte dei Rumori” studio di Napoli da Giovanni “Blob” Roma. La copertina, fotografia scattata da Aldo De Felice, dimostra essere in linea con lo spirito canonico del disco: la semplicità di vedere le cose per ciò che sono, senza filtri né elucubrazioni mentali. Così come una medaglia, con due facce, Ordine e disordine porta avanti l’idea che, grazie alla musica, i pensieri raggomitolati nella mente possano districarsi, proprio come i rami degli alberi che si levano al cielo. Non è un disco nato per le vendite, è un disco che vive di musica, per questo motivo può permettersi di essere anacronistico, suonato, denso di significato: il fine di questo album non è il mercato ma l’ascolto sincero da parte di un orecchio attento alle parole quanto agli arrangiamenti. Tra i dieci brani la prima traccia, Il dubbio e la certezza, dimostra essere il manifesto di ciò che seguirà nel disco, nonché segno tangibile di ciò che ci si deve aspettare dal lavoro di De Felice. Sottolinea la deriva della scuola romana Sivestri-Fabi, nello stile e […]

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Musica

Carrese: Terra dei fiori è il nuovo singolo

Intervista alla cantautrice Carrese. L’ultimo singolo di Carrese, all’anagrafe Roberta Carrese, si intitola Terra dei Fiori e punta ad una tematica assai cara al territorio campano, la “Terra dei fuochi”, da anni oggetto di inchieste, per le continue morti e malattie a discapito della popolazione nord-campana. Carrese riprende le sue origini, radicate nel casertano e porta avanti il suo indie pop, in un brano dalla tematica complessa, con una forma canzone italiana, ma con un sound contemporaneo ed orecchiabile. Nell’attesa di un EP che racchiuda i numerosi singoli usciti nel 2020, Carrese insieme a Marta Venturini, Cristiana Della Vecchia e Diego Calvetti, ha confezionato un singolo pop con un lavoro di produzione estremamente accurato, sopratutto nella scelta dei suoni, che ben si incastra con la voce super-intonata della cantautrice. Abbiamo intervistato Carrese: Da The Voice Of Italy alla sterzata indie con Marta Venturini. Cosa oggi definisce il tuo progetto musicale Carrese? Quali sono stati i capisaldi che in questi anni hai mantenuto e cosa invece hai lasciato andare? Ciò che ho mantenuto è stata la mia autenticità, il modo con cui mi relaziono alla musica; è vero ho cambiato stile e riferimenti, ma crescendo tutti cambiamo. Ciò che mi ha contraddistinto negli anni è stato l’essere vera, cosa che anche a The Voice ha portato frutti: il mio essere autentica, non stravolgere i brani, ma pensare al cantare e all’esibizione sono arrivati al pubblico e così sono arrivata in finale. Sicuramente l’incontro con Marta Venturini mi ha portato su una strada più soddisfacente, poiché faccio quello che mi piace, un percorso da cantautrice indie, indie pop, in cui è bello che emerga anche il lato pop della musica. Ciò che ho lasciato andare invece è la nomea di “quella del talent”; infatti ho cambiato nome del progetto musicale chiamandomi Carrese, anche esteticamente sono cambiata. Ho lasciato andare le paure, le insicurezze, anche umanamente sono cresciuta: oggi credo di più in quel che sono e in quel che faccio. Cantare in italiano, con un sound che appartiene a quella che è la scelta indie del momento. Cosa fa secondo te la differenza tra tutti gli ascolti che ci sono in giro? In cosa la tua musica fa la differenza? Non voglio essere presuntuosa: penso che nel panorama contemporaneo di artisti giovani under 30 non ci sia una voce femminile simile alla mia; nella musica pop più commerciale si trovano altri timbri simili al mio, ma nell’indie no: oggi la musica indie ricerca una voce non intonata, che spesso non canti solo in italiano, che cambi l’accento alle parole, mentre io sono più classica, più canonica, ma il mio sound non lo ritengo canonico. Sono una cantante legata al bel canto, però accompagnato da una sound più urban, più giovanile. Cosa significa per te l’aggettivo indie? Indie per me vuol dire indipendente. Indie oggi è la musica indipendente, di chi lavora in un altro ambito per vivere, ma poi crea le canzoni da solo. Io faccio tutto da me, e per me […]

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Musica

Eroi del 2020: l’album di debutto di Piro

Eroi del 2020 , l’album di debutto del cantautore romano  Piro , classe 1991 che, attraverso una scrittura timida e sentimentale, pone l’accento sulla condizione umana che si rifugia nel desiderio di non pensare alla caducità del tempo , ma non può far a meno di vivere tale dissidio interiore. Piro specifica parlando dell’album : “Noi che viviamo tutti i giorni le nostre vite normali, tentando di dimenticarcene per il tempo di una birra, di un concerto, di un bacio. Soprattutto gli eroi di cui parlo sono quelli che continuano a provare sentimenti , che si emozionano per le cose “. Un disco presente, creato e strutturato per fondere ciò che è stato con quel che sarà. Eroi del 2020, intervista a Piro Eroi del 2020: chi sono? Perchè questo titolo per il tuo album? Quando ho scritto “Questo Vento”, la canzone che cita gli “Eroi del 2020”, questi rappresentavano i ragazzi della Roma del 2010, da guardare con la luce ironica degli eroi futuri. Oggi non è cambiato molto, altri ragazzi sono sempre lì e attraverso l’egocentrismo delle loro azioni adolescenziali hanno ancora il mondo in mano. Il fatto che il titolo sembri relativo ai tempi che corrono è casuale e non voluto. Quali sono le influenze presenti all’interno del tuo sound? E della tua scrittura? Per gli arrangiamenti ho pescato molto dall’album “Maximilian” di Max Gazzè: mi ha fatto vedere il giusto compromesso tra il lato pop delle mie canzoni e quello elettronico che ho appena appreso, di cui non ho voluto abusare. Il produttore Lorenzo Ceci ha fatto un gran bel lavoro di cui sono molto soddisfatto. Per quanto riguarda testi e musica mentre scrivevo questo disco ascoltavo molto Battisti, De Gregori, Rino Gaetano e Dalla. Non voglio dire che dovete ritrovarceli, ma sono stati d’ispirazione. Qual è l’elemento imprescindibile della tua musica? Il must have che deve avere ogni tua canzone? La mia musica deve raccontare storie e vuole farlo con l’intenzione di emozionare attraverso l’immedesimazione. Riuscire in questo sarebbe in un certo senso la mia vittoria artistica. Consiglia due canzoni dell’album a chi non ti hai mai ascoltato e raccontaci il perché le hai scelte. “Città D’Oriente” è immediata e tranquilla, la userei come biglietto da visita di questo album. Credo possa mettere d’accordo più ascoltatori. “Come Tutti I Giorni” invece è la canzone di apertura e ci tengo molto perché riesce a parlare di sentimenti sconfinati in un’atmosfera intima, ma allo stesso tempo non scade in un eccessivo romanticismo. Non ho scelto canzoni troppo movimentate, ma qualcuna nell’album la troverete. Quanto è importante il live per te? Qual è il ricordo più significativo di un tuo live che custodisci? Il live è un modo per vedere di persona se una cosa tua sta piacendo, proprio mentre la canti. Gli occhi del pubblico non mentono. E puoi finalmente dare la dimostrazione tangibile che i brani pubblicati sono proprio i tuoi e li puoi rendere anche live, tra l’altro con un impatto emozionale più forte. Se […]

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Musica

Mille: Cucina Tipica Napoletana e altri mille universi

Voce dei Moseek, oggi Elisa è in arte Mille: frangetta, eye-liner, timbro squillante. Con il suo ultimo singolo, Cucina Tipica Napoletana, riconferma il suo progetto nel fuoco di un indie-pop scritto in italiano, con cura e dovizia, che si presta ad essere portavoce di un’esigenza di racconto salvifica. L’urgenza cantata con il sorriso, nei mille colori di un videoclip dove Mille volteggia in diversi outfit, incarna la risposta di un’artista che vuole imporsi sulla scena italiana perché ha voglia di dire ed ha tutti gli strumenti per poterlo fare. Abbiamo intervistato Mille Cambiare, anche dopo un passato in band con i Moseek, e creare un nuovo progetto italiano, sicuramente porta ad un’evoluzione. Chi è oggi Mille? In verità la band i Moseek è un progetto ancora in essere. Non uscirà nulla per ora, anche per non destare confusione nel pubblico, che potrebbe chiedersi se io canti in inglese o in italiano. Io personalmente riesco a scindere le due dimensioni; vivo estremamente ludico il lavoro della musica con i Moseek: cassa dritta in inglese, testi meno da psicoterapeuta, un’atmosfera giocosa, un gruppo che al momento però non ha uscite programmate. Mille invece è un progetto diverso, in italiano, ma esistono entrambi, proprio perché non voglio rinunciare ad alcun tipo di comunicazione. Cosa significa scrivere in italiano? Quali sono stati i momenti, le scelte, che ti hanno fatto aprire gli occhi e ti hanno portato sulla strada di utilizzare questa lingua per esprimere le tue storie, emozioni, sensazioni? Ho notato il mio approccio a come vivo e a come affronto la vita attraverso la psicoterapia. Quando ho incominciato a confrontarmi con la mia lingua, l’italiano, lo facevo scrivendo al pianoforte; in quella dimensione non c’erano riferimenti, se non alla mia vita, a come mi sentivo, a quello che stavo vivendo e non potevo che prescindere da me. Una nuova dimensione personale: io ho sempre avuto una passione per la psicologia, però mi mancava un passaggio ed è quello del superamento delle cose e probabilmente mettendo nero su bianco attraverso i testi in italiano, io sento di superare alcune cose. Scrivere è uno dei mezzi per superare. Che rapporto hai con la lingua inglese? L’italiano è la lingua della spontaneità? Paradossalmente c’era più studio in inglese, ma per quanto possa essere appassionata, non è la mia lingua madre, inoltre vivo in Italia e parlo poco in inglese, pertanto per scrivere in inglese dovevo anche andare a pescare delle cose, dovevo studiare per scrivere una canzone. In italiano invece è un’azione nata di getto e non immaginavo che ciò potesse accadere. Anche perché avevo smesso di scrivere in italiano, da piccola, intorno ai 12 anni, quando condividevo la stanza con mio fratello, che mi prendeva in giro per le canzoni che scrivevo e per discrezione ho iniziato a scrivere in inglese. L’italiano è la mia lingua madre, quindi il meccanismo non è più “ora scrivo una canzone”, ma le parole mi vengono di getto, durante la giornata, in maniera estemporanea, mentre sono in un […]

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Musica

Il suono di Flo: 31salvitutti è il nuovo album

Quarto disco per Flo, cantautrice napoletana dedita alla world music, che nel nuovo album, uscito il 13 novembre, dal titolo 31salvitutti, cuce storie vere attraverso un cantato plurilingue e pone all’attenzione dell’ascoltatore 11 brani: 11 frecce scoccate per fare centro su di un unico bersaglio, la verità. L’album è stato anticipato dal brano L’uomo normale, che ben racchiude l’intento stilistico del disco, in cui la lotta, la forza, la necessità emergono a partire dal titolo, in cui 31 non è soltanto il numero che pronunciano i bambini per far “tana libera tutti”, ma rappresenta anche numerologicamente il riscatto, l’energia, l’espansione, la spontaneità. La produzione artistica è firmata dal francese Sebastien Martel, artista grande conoscitore del meltin pot parigino e della musica africana, che costruisce l’impalcatura di un album nato live per i live. Storie di salvezza, di chi corre, nonostante tutto, verso il muro, l’albero, per battere la mano e gridare: libero io, liberi tutti. Abbiamo intervistato Flo Ciao Flo, 31salvitutti dà l’impressione di perdersi meno nella filosofia e di imporsi di più sul piano pragmatico: ci sono persone in carne ed ossa raccontate, storie. Ascoltandolo si ha la percezione che siano parole vive, che appartengono alla sfera di tutti i giorni e con cui si lotta tutti i giorni. Cambiare produzione, affidandosi Sebastian Martel ed avere un’influenza entra-nazionale in che modo ha agito? Qual era per te l’urgenza da comunicare in 31salvitutti? 31salvitutti è un disco molto diretto, in cui ciò che canto è raccontato in maniera chiara, come se stessi parlando ad una persona in carne ed ossa. È un disco meno evocativo: più che perdersi meno nella filosofia, io penso di non aver voluto ricercare la sensazione dell’impalpabile, ma di puntare su parole vere e dirette. La produzione è stata la conseguenza di questo scrivere così, ho voluto che Sebastian assecondasse la mia idea: quello di 31salvi tutti è un suono urbano, un suono europeo ed io ricercavo questo suono metropolitano. Registrare per la prima volta in presa diretta è sicuramente una chiave di sincerità, schiettezza ma soprattutto verità. Mi viene in mente l’immagine della coralità, più del lavoro di sezione, dove ogni musicista ha un suo peso specifico… Sì, quando lavori tanti anni con una band, si smette di vivere il progetto come se fosse di un solista e quel progetto diventa un marchio: Flo è un suono. Per questo con la mia band abbiamo voluto registrare come quando andiamo sul palco a suonare, anche perché il live è un po’ la nostra arma vincente. Noi siamo musicisti da palcoscenico, facciamo concerti e suoniamo ai festival: c’era bisogno di una verità senza patine di plastica, una verità che dopo 4 dischi sento che potevo permettermi. Accussì scritta con Gnut e Sollo, La Gaviota con il testo di Alessio Arena. Come nascono le canzoni a quattro mani? Quali sono i presupposti necessari secondo te per poter scrivere un brano tra più artisti? Io sono un po’ snob riguardo questo punto. Ho la fortuna di lavorare con persone che mi piacciono; […]

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Musica

Cecilia: quando un punto di domanda è un punto di partenza

Cecilia è una giovanissima cantautrice, cresciuta tra il soul e la musica italiana, che ha sperimentato la combinazione di queste due influenze nel suo EP di debutto “?” (punto di domanda). L’attitudine R’n’B unita al gusto classico della rima italiana portano il mondo internazionale all’interno dei confini del Mar Mediterraneo, rendendo l’EP il giusto compromesso tra novità e funzionalità, lasciando trasparire un’identità preponderante e ben delineata. Il timbro di Cecilia si accosta bene alla musicalità della penna italiana e al contempo riesce a risuonare nelle frequenze soul, in brani con arrangiamenti che non vogliono tornare indietro, ma piuttosto imporsi sulla scena come innovazione. Prodotto da Futura Dischi, distribuito da Sony Music Italy, “?” di Cecilia è un EP dal tocco delicato, malinconico, autunnale, da ascoltare mentre cadono le foglie. Ecco le nostre domande a Cecilia Un punto interrogativo come titolo dell’album: difficoltà a definirsi o volontà di non definirsi? Cosa rappresenta questo simbolo? Come si relaziona in rapporto alle canzoni dell’EP? “?” è un simbolo che si avvicina in maniera sincera alla mia persona e alle canzoni stesse. Ad un primo ascolto è possibile che non si percepisca, nella punteggiatura dei testi si possono individuare molti punti di domanda. Per esempio: “ciao, come stai?” “sono le due di notte, che te lo dico a fare?” “cosa posso farci se certe cose io le vedo tardi?” “cos’hai dentro a quegli occhi?” “cosa ti passa per la testa?” E questi sono solo alcuni. Mi sono sempre etichettata come ‘la perenne curiosa e l’eterna insicura’. Sono due parti che mi caratterizzano fortemente e non c’è una parte dominante: a seconda di come sto l’una prevale sull’altra. La curiosità emerge ogni volta che incontro qualcosa di nuovo, l’insicurezza mi spinge ad interrogarmi ed analizzare le esperienze che ho vissuto. Il concetto espresso nella canzone Karma: “l’ingenuità non mi porterà lontano” sembra espressione di chi è ferito e è stato tradito; se l’ingenuità non porterà lontano, cosa ti porterà lontano? L’analisi e la consapevolezza. Il mood dell’EP si muove su sonorità R’n’B mescolate a rime indie, così come il sound che viene fuori sottolinea l’incontro del mondo elettronico e del soul. Cecilia cosa preferisce musicalmente? Qual è la direzione principale della tua musica? Ho sempre prediletto ascolti appartenenti al soul e ai vari sottogeneri (nu soul, jazz, r&b). Per quanto riguarda la musica in sé, non c’è mai stato un indirizzo specifico, ci sono state le influenze (mie, di Danny Bronzini e di Peppe Petrelli) che sono state assorbite e maturate nel tempo e trasportate naturalmente in un secondo momento negli arrangiamenti e nelle produzioni di questo progetto. Qual è il pezzo che secondo te meglio rappresenta questo EP? Perché? Non saprei dire quali dei brani mi rappresenti di più. Appartengo ad ognuno di loro. Mi sento di essere tutte quelle sfumature. Alla fine nessuno di noi è definito da un unico colore.   Grazie a Cecilia per l’intervista [Foto di Ufficio Stampa]

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Toni Tonelli: mettersi a dieta è una filosofia di vita

È uscito il 2 ottobre 2020 l’EP di Toni Tonelli , cantautore napoletano, classe 1993, giovane artista che coniuga da sempre la passione per la musica ed il teatro. Il nuovo album, composto da sei tracce, si intitola Mi sono messo a dieta e può definirsi come la svolta indie del cantante, ormai deciso ad esprimersi attraverso un suono contemporaneo, scuola Calcutta-Coez, che però strizza l’occhio anche all’itpop, utilizzando un registro linguistico tratto dal quotidiano, in cui gli esempi di vita sono impastati ai cliché, ai detti pop, nonché al gergo della generazione 2.0. Il fulcro dell’album è l’amore in tutte le sue fasi e tutto il romanticismo che c’è dietro: dall’innamoramento evanescente alla fine di una storia. Un album, quello di Toni Tonelli che racconta le disavventure, i patimenti, le piccole soddisfazioni di un ragazzo come tanti e forse per questo potrà strappare un sorriso a chi l’ascolterà.  Il titolo dell’EP, Mi sono messo a dieta, sembra presagire una condizione di cambiamento, una scelta vissuta come cesura tra un modo di essere, ed uno nuovo. Credi sia significativo anche del tuo percorso musicale? Mettersi a dieta per te è stato compiere passi verso una direzione più indie e contemporanea? “Mi sono messo a dieta” indica sicuramente una serie di cambiamenti ma non credo nel modo di essere, mi sento sempre lo stesso, quanto piuttosto in quello di vivere le cose. Ad un certo punto ho sentito la necessità di mandare a quel paese una serie di situazioni che cominciavano a starmi strette. Questo credo sia stato necessariamente significativo anche nella mia musica ma non per quanto concerne la contemporaneità, non mi sono mai chiesto se la mia musica fosse contemporanea o meno, quanto piuttosto nel linguaggio. Avevo il vaffanculo facile e mi serviva un linguaggio adatto. Trovo interessante però che questo linguaggio sia contemporaneo. In giro c’è tanta necessità di mandare a quel paese e allo stesso tempo “sentirsi compresi” e secondo me bisognerebbe chiedersi “come mai?”. Quando hai sentito l’esigenza di registrare un EP? Come hai scelto i brani da inserire all’interno del tuo progetto? L’esigenza di registrare un Ep l’ho sentita subito dopo aver scritto il primo brano (facciamo qualche mese dopo) e la sento ancora oggi, un giorno sì e l’altro no. Ho iniziato a scrivere per necessità e ho bisogno di sapere poi come la pensa la gente. Questo mi fa sentire bene con me e con gli altri. Diciamo che i miei brani sono il modo molto personale che ho trovato per conoscere meglio me stesso e le persone. Proprio per questo le canzoni che fanno parte di questo Ep credo di non averle scelte io o se così è stato non lo ricordo. Suppongo siano solo le cose che avevo bisogno di dire in questo momento. L’amore è una predominante dei tuoi brani; lo si vede vestito con diversi abiti, raccontando quella che può essere una “fissazione” come cantato in Capata Storta, ma anche in Il fatto che ti sei messa con un […]

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Musica

Adelasia: la scelta più intelligente è essere se stessi

Sì, si chiama proprio Adelasia, la cantautrice nata a Lucca, classe 1995, della scuderia Sbaglio Dischi, che svela il suo universo musicale malinconico e sussurrato, attraverso un album di 9 brani, dal titolo 2021 . Dopo la pubblicazione dei singoli Aliena e Umido, Adelasia ha continuato a spalancare le porte del suo mondo interiore con altri due brani: Acqua e Meglio soli, che confermano la scelta dello stile elettronico e della voce soffiata, utilizzando stavolta due proverbi come ritornelli, facendo assaggiare una piccola fetta di torta al pubblico. Oggi il lavoro è completo e racchiude anni di vita, principalmente i 20 e 21 anni dell’autrice, perciò divenuti anche il titolo del progetto. Prodotto, registrato e mixato da Pietro Paroletti, masterizzato da Giovanni Versari, 2021 si presenta come un album semplice e diretto, che dimostra che non c’è sempre bisogno di osare: talvolta la scelta più intelligente è essere se stessi. Adelasia, intervista alla cantante Cosa rappresenta per te l’aggettivo indie associato alla tua musica? E cosa significa essere una donna della scena indie italiana? Rappresenta la realtà dei fatti: il mio disco uscirà per un’etichetta indipendente (Sbaglio Dischi), poi non so quanto sia indie come genere musicale però è sicuramente indipendente. Essere donna e fare musica per me significa lavorare principalmente con i maschi e, in alcune situazioni, faticare un po ‘di più per far capire il mio punto di vista. Ma in generale per ora il mio percorso è stato molto lineare, molto piacevole, nessuno mi ha mai fatto sentire inadeguata. “Meglio soli che male accompagnati”, “ne passerà di acqua sotto i ponti”, sono due ritornelli presenti nel nuovo album. Rendere incisivo un detto popolare, un proverbio? Cosa c’è dietro questa scelta? Il linguaggio che uso nelle mie canzoni è molto semplice, scrivo come parlo e i modi di dire sono stati utili per spiegare alcuni pensieri. 2021: un titolo che sicuramente proietta al futuro, dato che ricorda il prossimo anno che dovremo affrontare, insomma qualcosa di non visto e non vissuto ancora. Cosa ha il tuo album di innovativo, che non abbiamo ancora ascoltato nel mare di musica che ogni giorno si inonda? Non lo so, mi mette un po ‘in crisi questa domanda. Vorrei che fossero gli altri a dirmelo. Io spero solo che lo riteniate un disco sincero e piacevole, per essere innovativa devo fare ancora tanta strada, innovare è molto difficile. Valerio è una traccia intima, delicata dalla profonda verità. Una poesia in rima. Ci racconti com’è nata questa canzone? Hai scelto tu che fosse la chiudifila dell’album? Si ho deciso io che lo fosse, è una traccia diversa sia come arrangiamento che come tematica. È nata molto velocemente, l’ho scritta in poche ore di getto, seduta sul letto in camera dopo aver letto la storia di Valerio Verbano, mi sono commossa e mi è venuta voglia di scrivere di lui. Sei tu autrice dei tuoi testi, dunque sicuramente cantarli li autentica ancora di più. Su cosa punti maggiormente, alle parole o al tuo timbro? […]

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Musica

Il Befolko: Giocodelsilenzio è il nuovo album strumentale

Li leggi, i titoli di un album strumentale, incuriosito dalla motivazione di tali parole accostate a tali suoni, a come i musicisti li pensino, se viene prima o dopo delle composizioni, quali racconti nascondano, quali segreti trattengano. Ripercorrendo quelli del Giocodelsilenzio, il primo album strumentale del cantautore napoletano Roberto Guardi, in arte Il Befolko, (qui la pagina Fb) sembra di trovarsi davanti ad una mappa del tesoro, costituita di tappe di vita, momenti di quotidianità, esperienze scolpite tra la testa e lo stomaco, che devono essere inchiodate alla chitarra perché ne permanga il segno nel tempo. E così tra la poetica dei suoni e l’evocazione dei nomi, ci si catapulta nella storia di un giovane uomo, che per necessità ha imbracciato la chitarra e assecondato il ritmo della vita attraverso le percussioni, creando così nove esigenti tracce, frutto di ascolti appartenenti a continenti diversi del globo e culture che evadono dal solito pop italiano, fanno l’ascoltatore in una corsa continua, affinché arrivi all’essenza ed al cuore: traccia dopo traccia, le palpitazioni aumentano come chi cerca di afferrare un autobus nella più caotica pomeridiana Napoli centro. È un disco sentito, suonato e percepito, che parte dal corpo: lo si sente dai battiti di mani che pervadono la scena acustica, riportando nella dimensione gitana; il segno di una musica viscerale, che nasce perché non può vagare sperduta e spaurita tra “vichi e vicarielli”, perché ha una voce che contrasta con il girotondo del mondo, ma che desidera tornare in pace con l’universo. Ad impreziosire il disco strumentale Giocodelsilenzio, ci sono Rolando Maraviglia a basso e contrabbasso; Lorenzo di Meglio alla chitarra elettrica nella quinta e sesta traccia; Sara Piccolo al banjo nella traccia numero 8. Roberto è invece fulcro della stesura musicale, in quanto i brani sono interamente composti dal musicista, che suona le chitarre, le batteria e le percussioni presenti nelle nove tracce. Andrea Giuliana ha registrato e missato il disco, presso Stereo 8; ha masterizzato l’album Giovanni Nebbia. Il titolo Giocodelsilenzio vuole sottolineare l’assenza di una componente importante per Il Befolko, ovvero la voce, in quanto essendo un album strumentale, il musicista si è spogliato delle vesti da cantautore, dà spazio ai suoni più che alle parole, adesso l’idea fondamentale di come intende la musica: un gioco, non solo nel senso creativo del termine, ma anche perché dietro questa parola si nasconde la voglia di sperimentare con una forma musicale che non appartiene fino in fondo all’artista. Il Befolko è infatti un cantautore, classe 1992, dall’animo gentile; dopo il primo album in napoletano intitolato Isola Metropoli, che gli ha permesso di portare la sua musica sul territorio italiano, nei vari locali della penisola, oggi ha in cantiere un nuovo disco, già registrato presso Le Nuvole Studio di Cardito, sotto l’ala di Massimo De Vita (Blindur). Dopo aver partecipato ed essere arrivato come finalista al Premio Botteghe D’Autore, esibendosi lo scorso agosto ad Albanella, ci fa dono della sua musica attraverso questo album, uscito in sordina, senza pubblicazioni e pubblicità, nell’idea […]

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Cinema e Serie tv

77esima Mostra del Cinema: ripartire a qualunque costo

Una rocambolesca, coraggiosa 77esima Mostra del Cinema di Venezia  che, nonostante il covid, ha aperto i suoi battenti, dando al cinema uno nuovo spiraglio di luce. Sì, proprio il cinema, che nei mesi scorsi ha subito un’emblematica battuta d’arresto dovuta prima all’emergenza sanitaria e poi alla chiusura estiva, è uno dei protagonisti del settembre 2020. Tratteggiando il profilo della kermesse , non si può non evitare la parola problematico , sopratutto per quanto riguarda la sfera dei premiati. Il Leone d’oro è di Chloè Zhao , regista cinese di adozione statunitense, che con il lungometraggio Nomadland si è aggiudicato il premio più importante della manifestazione cinematografica, non pochi spunti per critiche e ammonizioni; prodotto dalla Disney, ma pieno di revisione, con una trama intimistica, ma resa solida dalla forte critica verso il capitalismo, Nomadland rivela essere la storia di nomadi americani di oggi, che rifiutano consenzientemente la collettività capitalistica che vive intorno a loro, dimorando in aree disabitare.Una fotografia malinconica, dovuta alle scene con luce rossa del tramonto, già visibile dal trailer che da subito rimanda alla complessità simbolica del film e che filtra attraverso parole, forme, colori, sfumature facciali, una condizione borderline per la mentalità dell’uomo del 2020 Certo, un’opera scritta, diretta e montata da un’unica figura, su adattamento del libro di Jessica Broder, è un’arma a doppio taglio: seguire da sola un libro, convertendolo in film, spesso ha evidenziato la frastagliata struttura del lungometraggio, in cui primeggiano natura e stato d’animo, ma le condizioni di oblio e di angoscia vissute restano abbozzate sulla scena. 77esima Mostra del Cinema, gli altri premi La Coppa Volpi alla miglior interpretazione maschile è assegnata a Pierfrancesco Favino per il film PadreNostro , mentre la miglior interpretazione femminile spetta a Vanessa Kirby , per Pieces of women . Il Gran Premio della Giuria è assegnato ad un film che tocca il nichilismo e coraggiosamente porta alla riflessione: Nuevo Orden , lungometraggio dispotico di Michel Franco, il quale mostra una condizione di disagio del mondo che verrà o ricalcando i passi di ciò che è già stato . Al cinema russo, premio speciale della giuria per Cari Compagni! di Andrej Koncalovsky, sulla storia proletaria femminile, nell’era Krusciov. Leone d’Argento per la miglior regia al giapponese Kurosawa per Spy no tsuma , in cui riprende la storia militare giapponese con un rinvio al genere horror. Un’edizione che durante i primi giorni, sembrava essere riuscita a portare nelle sale buoni prodotti cinematografici, ma a conti fatti ha lasciato solo una profonda distanza tra il pubblico e le scene; Nomadland è per molti critici un film medio, che strizza l’occhio al buonismo di voler raccontare i pregi di una vita nomade, piuttosto che comprendere le cause che spingono la protagonista ad una scelta così radicale. A fare le spese e uscire lesa dalla kermesse è l’Italia, con un Favino premiato per un personaggio secondario di un film non riuscito. Ad illuminare il Red Carpet, la madrina della Mostra del Cinema Anna Foglietta, che si fa portavoce di […]

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Musica

Leanò: un tutt’uno con la chitarra, un tutt’uno con la natura

Tempio segna l’inizio di un viaggio, quello della cantautrice Leanò, all’anagrafe Eleonora Parisi. Tempio è un percorso musicale di sei brani, densi di parole cantate da una voce gentile, con uno strumento che funge da piccola coperta di Linus: la chitarra. Tra il cantautoriale, il pop e l’indie, il tocco leggero e la penna profonda di Leanò sono due buoni motivi per ascoltare il suo lavoro artistico. L’intervista a Leanò Qual è il tuo rapporto con la chitarra? Come mai hai scelto di inserire questo strumento in tutte le canzoni dell’album? Ho iniziato a suonare a 9 anni, inizialmente da autodidatta. Poi ho cominciato a studiare chitarra classica in quinta elementare ed ho continuato fino alla fine del liceo. La scelta di inserire questo strumento all’interno dell’album è proprio perché io credo sia una mia caratteristica stilistica: non riesco ad immaginare un live senza chitarra, poiché mi sento un tutt’uno con lei. Hai scelto di presentare il tuo EP chitarra e voce: esigenza emotiva o necessità pratica? Suonare in acustico, presentare Tempio in acustico, è stata in parte scelta espressiva, ma anche forzata, dato che è un EP uscito in un periodo strano per tutti. A inizio luglio è uscito Tempio, dopo un lockdown che ha messo alla prova tutti e di cui si sentono tuttora gli effetti. Cosa ha significato per te far uscire un tuo lavoro in un periodo dalla difficile ripresa? A Tempio stavo lavorando da un po’ di anni, circa tre. La quarantena è stato un periodo stranissimo, che mi ha fatto crescere molto, nonostante il tempo fosse annullato. Mi sono detta che i brani sarebbero stati vecchi, se li avessi fatti uscire a settembre. È stata un’esigenza, la mia. Un vada come vada. Com’è stato vedere un tuo brano, Alba, entrare in Scuolaindie, una delle playlist più importanti della musica emergente? Io sono ancora un po’ tra le nuvole. Quando me l’hanno segnalato, ed ho visto di essere in playlist, sotto Chiara Ferragni, è stato strano. Molto bello, ma strano. Sicuramente una piccola soddisfazione, non tanto per la playlist, ma perché un qualcosa che ho scritto io in cameretta, adesso può arrivare a tante persone. Due brani che consiglieresti a chi non ha mai ascoltato Tempio. Tempio sicuramente e Tira e corri, perché mi piace molto la produzione, ma non amo suonarla live. Ritengo però sia rappresentativa, nel suo significato di fidarsi della natura e di se stessi. La copertina di Tempio è una donna stesa su di un prato al tramonto, eppure l’idea di tempio fa pensare ad una struttura al chiuso, un luogo sacro, mentre qui c’è la rappresentazione della natura incontaminata. Come mai hai scelto questa illustrazione? La copertina è stata ideata da Omar, un ragazzo di Rimini con cui collaboro da un po’. Ho affidato a lui l’illustrazione, poiché conosce la mia visione delle cose. Con questa copertina abbiamo voluto rappresentare una donna che si lascia andare, fondendosi con la natura e da questa fusione si possano generare dei fiori. Anche […]

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Musica

Archetype: l’universo strumentale di Coma Berenices

Archetype l’ultimo album di Coma Berenices La forma primitiva, l’essenza originale della materia, il principio di tutto, il punto d’inizio dell’universo. L’archetipo è questo: un modello di percezione, che si propaga nel mondo espandendosi in molteplici forme. Come cerchi concentrici nell’acqua si estendono dopo aver lanciato il sassolino nel lago, così i suoni dell’ultimo album di Coma Berenices, Archetype, ipnotizzano, nella loro circolarità ed essenzialità. Dall’incontro tra Daniela Capalbo e Antonella Bianco, menti del progetto Coma Berenices, nasce un secondo disco, costituito da 6 brani, delicati ed immediati, strumentali ed intimi, che ricordano alla musica attuale il bisogno di zittire la voce talvolta, perché anche gli strumenti ne hanno una propria che va ascoltata. Archetype è un lavoro di Antonella Bianco, Daniela Capalbo e Andrea De Fazio, a cui ha collaborato anche il clarinettista Gabriele Cernagora; le registrazioni dal vivo e i missaggi sono stati curati da Peppe De Angelis c/o il Monopattino Studio Recording disponibile in copia fisica e su tutte le piattaforme digitali. L’intervista Nella musica, specialmente negli ultimi tempi, le parole occupano una posizione di privilegio, sono il biglietto da visita, prima ancora della melodia, sono ciò che si fa ricordare maggiormente. In un album strumentale bisogna affidarsi ad altro, per far sì che l’ascoltatore imprima nella sua mente ciò che sente con le orecchie. Nel vostro disco strumentale a cosa vi affidate affinché chi ascolta possa entrare nel mondo di Coma Berenices? Ci affidiamo alla sfera emotiva dell’ascoltatore, al suo volere lasciarsi andare. Ci affidiamo ad un ascolto attento e coinvolto … Quando succede tutto questo è davvero SUPER. La copertina di Archetype sembra essere il più naturale richiamo al precedente progetto Delight. Qual è il fil rouge che collega i due lavori? Dal 2016 al 2020, musicalmente parlando, cosa resta e cosa cambia? Assolutamente sì. La foto richiama il progetto grafico del primo lavoro, “Delight”, curato ai tempi da Andrea Moriello di Controlzeta Lab. Quindi non è per niente casuale come scelta, anche perché si tratta di uno scatto al quale siamo molto legati (appartiene ad un progetto fotografico di Daniela). L’idea di creare questo legame ci piaceva particolarmente, interpretare i due lavori in un rapporto di atto e potenza. Archè è la prima traccia del disco, che richiama anche al titolo dell’intero LP. L’archetipo è il principio primo, universale, completo e perfetto; ne parla Platone, poi lo riprende la psicologia analitica per indicare i simboli innati e predeterminati dell’inconscio umano. Perché questo titolo? Qual è l’archetipo della vostra musica? Archetype è un inno alla libertà che solo la musica può regalarti. Nella vita, così spesso frenetica e dispersiva, la musica anche inconsciamente ci riporta ad una dimensione originaria, per questo archetipica, in cui persino le barriere mentali perdono consistenza. I sei brani di Archetype ripercorrono gli ultimi anni vissuti insieme, tra musica, concerti e viaggi nei quali abbiamo toccato con mano questo desiderio di trascendere e osservare la realtà che ci circonda attraverso le sue molteplici sfumature, ma riconducendola entro una cornice universale. I nomi […]

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Libri

Franck Thilliez, Il Sogno: la recensione

Thilliez, Il Sogno: la recensione Il Sogno di Franck Thilliez rappresenta il prototipo di thriller che sconvolge ed entusiasma; scorrevole nella lettura, intrigante nelle ipotesi che invita a formulare ma soprattutto sorprendente nel finale, in quanto il lettore pensa di avere tutte le carte in mano, pronto ad unire i puntini e vincere la partita, invece Thilliez abilmente ribalta, cambia, inscena ciò che la mente non aveva previsto. Al centro della storia, Abigaël, una donna, una psicologa stimata, una narcolettica con la specialità di mescolare sogno e realtà, costantemente alla ricerca del controllo di se stessa, per avere una maggiore presa sulla quotidianità di cui si circonda e sul suo passato avvolto nel mistero. L’indagine narrata pone sotto i riflettori un rapitore seriale di bambini, che annuncia ogni scomparsa, servendosi di uno spaventapasseri con addosso gli abiti del bambino precedentemente rapito. Un lavoro di investigazione condotto insieme a Frédéric, poliziotto e fidanzato della protagonista, che nasconde un pezzo di verità della travagliata vita di Abigaël, svelata man mano che si procede con la lettura delle pagine, in maniera velata. Un libro dalla grande mole, 510 pagine circa, diviso come un vero e proprio puzzle, in cui ogni dettaglio, numero, cronologia acquista un valore simbolico, necessario ai fini della riuscita del caso: in tale modo, il lettore diviene presenza attiva, poiché ha il ruolo di essere vigile ed attento a non perdersi nessun indizio se vuole unire i tasselli ed arrivare ad una possibile soluzione; l’essere svegli è dunque il leitmotiv del thriller, sia per quanto riguarda la parte narrativa, sia per quanto concerne la dimensione del lettore; altro ruolo fondamentale lo giocano i libri, intesi come oggetti che custodiscono e svelano. È da sottolineare la bravura dell’autore a non far calare l’attenzione, producendo la sensazione che ogni passo in avanti all’interno del libro possa essere inteso sia come un sogno sia come la realtà circostante. Merita un approfondimento la malattia di Abigaël, una grave forma di narcolessia che ricorre nel testo attraverso l’alternanza di sogni e realtà, di passato e presente, scanditi da una linea guida temporale, che consente al lettore di non perdersi tra i due mondi, ma anzi di integrare l’uno con l’altro, affinché si componga un quadro completo, non soltanto della storia di investigazione sui rapimenti, ma anche del modus operandi dell’antagonista e della vita della psicologa così attanagliata dal dramma. La linea sottile tra sogno e realtà Il Sogno appartiene come si evince, alla letteratura gialla, essendo un thriller psicologico-investigativo, composto abilmente dalla penna dell’autore francese Thilliez, che struttura il suo libro attraverso tre parole cardine: sogno – ricordo – realtà. Il labile confine che si muove tra sogno e realtà, è ricalcato dalla parola ricordo, un ricordo dell’essere stati svegli, a testimonianza di aver vissuto davvero una serie di esperienze e non aver confuso l’esistenza con ciò che accade durante il sogno. Scrive infatti Thilliez: «cosa siamo senza memoria, senza ricordi, senza i volti e le voci che hanno accompagnato la nostra vita? Solo un […]

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Musica

Al blu mi muovo, il nuovo album di Fabio Cinti

Intervista al cantautore Fabio Cinti in occasione dell’uscita del nuovo album: Al blu mi muovo. È un piccolo scrigno Al blu mi muovo, l’ultimo album di Fabio Cinti, cantautore raffinato ed elegante, con le sue canzoni bucoliche e terapeutiche, delizia le orecchie più sensibili. Seguendo i passi di Battiato, come Dante fa con Virgilio, Fabio Cinti dimostra di essere un uomo in primis e poi un cantastorie dalla penna delicata e dal verso intimo ma universale, grazie all’utilizzo di un linguaggio intriso di figura ma molto efficace nella sua resa finale. Dopo l’adattamento gentile al Padrone della Festa, il cantautore si cimenta in 8 brani dai 3 ai 4 minuti e mezzo di durata, con più piani emotivi di immagine, che si scoprono man mano che si affrontano gli ascolti: una tecnica come quella delle scatole cinesi, l’una rinchiusa nell’altra, ben esplica il tentativo più che soddisfacente di Cinti; un ascolto superficiale scorge il minimo, più le orecchie si abituano alla gentilezza, più i messaggi invadono il sottotesto e arrivano a dipingere il quadro emozionale più puro. Intervista a Fabio Cinti: Al blu mi muovo e prospettive musicali Nella prima traccia del disco canti: «tra gli alberi combatto la mia guerra e dietro l’ombra ti vengo a incontrare». Qual è la necessità che ti spinge oggi a pubblicare Al blu mi muovo? Quali sono gli alberi tra cui combatti musicalmente? In realtà gli alberi sono miei alleati. Sono un rifugio, un nascondiglio, sono la mia casa (sono proprio tra gli alberi) e sono la mia forza, perché passo ogni giorno del tempo tra loro. In realtà non avevo nessuna esigenza o necessità di pubblicare questo album… Anzi, non avrei voluto farlo! Però si realizzano molte cose per gli altri, o perché ci si rende conto che, anche inconsapevolmente, indirettamente, si può cambiare qualcosa, anche di molto piccolo. E così, pensato e realizzato in questo modo, diventa anche terapeutico. Scrivere testi metafisici ma al contempo così terreni. Vieni in Giorni tutti uguali, in cui affermi che non puoi «fermare l’attimo della felicità», in cui si vede la scrittura bucolica, quasi lirica. Cos’è per te scrivere? Nella tua composizione dei brani, come ti approvi alla produzione del testo? Sono arrivato alla notorietà (personale, non universale) che quando scrivo un testo ci deve essere una commozione interna imprescindibile che mi spinge a farlo. Non vuol dire che devo piangere! Ma che lo stato emotivo che mi attraversa in quel momento deve essere in qualche modo sconvolgente. Così è stato per Giorni tutti uguali in cui cercavo di osservare cosa ci fosse oltre la consuetudine. È inevitabile che si fonda, in questo modo, la proiezione mentale del mondo, la sua rappresentazione, con la realtà sensibile. Lo scorso album è stato un adattamento gentile al cantautorato di Battiato. In questo album, se c’è, cosa rimanda a Battiato? Battiato c’è sempre, in tutto, ci sarà per ogni cosa che scriverò, perché ho imparato a scrivere attraverso l’ascolto e lo studio delle sue canzoni quando avevo quattordici anni. […]

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