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Eroica Fenice

Musica

Niko Albano: se non cadi, non puoi rialzarti | Intervista

Domenico Albano, 1991, musicalmente conosciuto con il nome Niko Albano, è un cantautore e chitarrista campano. Autodidatta, istruito dal padre con rudimenti di musica, da dieci anni a questa parte si dedica alla composizione di brani originali, partecipando a Premi e concorsi nazionali, che lo hanno portato a pubblicazioni dai grandi riconoscimenti. Dopo aver vinto il Premio della Critica e il Secondo Posto al Premio Mia Martini con il brano Non Serve Domani, Niko Albano auto produce il suo primo EP, intitolato Cadere, un brevissimo album di tre canzoni, che si intrecciano tra loro per tematiche trattate e melodie musicali pop-folk. È un EP suonato, in cui la chitarra è onnipresente e diventa protagonista di un andamento sonoro incalzante; spinta sull’acceleratore per quanto riguarda la voce, che riflette la grinta ed il bisogno di dover comunicare. I falsetti ed i giochi di intonazione sono una caratteristica del modo di cantare di Niko Albano: già dal primo brano inglese Forget Your Touch del 2017, si può comprendere la spinta folk che supporta l’iper melodico, marchio distintivo del territorio campano. Non Serve Domani, suo secondo fortunato singolo, è il miglior prodotto dell’artista, che attraverso un ritornello pop ed uno special serrato e  ritmato, costruisce l’equilibrio per portare al pubblico una canzone di buona fattura, con un messaggio altrettanto sincero. Niko Albano con l’EP Cadere riprende in parte questi due mondi, ma senza catarsi: il dolore, le difficoltà di un periodo complesso sono inevitabilmente sotto i riflettori; restano sentimenti ancora freschi, che si cantano per esigenza. Chi è Niko Albano? Qual è stato il percorso musicale che ti ha portato alla realizzazione dell’EP Cadere? Sono Niko Albano, cantante di giorno, ingegnere di notte: la crisi di identità è dietro l’angolo (ride). Suono e canto da più o meno 10 anni; ho iniziato con un concorso radiofonico per radio Crc, nel format “Fatti ascoltare da radio Crc”. Da lì ho cominciato a suonare live, facendomi conoscere musicalmente nel panorama campano. All’attivo oltre l’EP Cadere, ho tre singoli: Forget your touch del 2018; Non serve domani che ha vinto il Premio della Critica e il Secondo Posto al Premio Mia Martini e Volersi liberi del 2019. Cadere è il primo EP, nasce dopo un periodo di difficoltà, tra impegni e lavoro, ma era un progetto che avevo in cantiere da tempo e solo nel trambusto sono riuscito a portare a termine.  Cosa è cambiato dai primi singoli ad oggi? Quali sono state le influenze che ti hanno aiutato musicalmente e nella scrittura? Rispetto ai primi pezzi degli anni scorsi, l’EP è più maturo sia dal punto di vista di scrittura, sia dal punto di vista musicale, proprio perché adesso l’esperienza si fa sentire. A livello musicale mi sono staccato dal pop puro, il brit pop di Ed Sheeran per fare un esempio, andando verso uno stile, che poi è quello dell’EP, in cui sono riuscito ad unire il mio pop di background (James Morrison, Paolo Nutini) e la metrica del panorama italiano con gli autori […]

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Musica

Intervista a Godot.: scrivere canzoni allegre è una fatica

Intervista a Giacomo Pratelli, in arte “Godot.” Artista armato di sorriso e ukulele, che dal 2017 ha finalmente deciso di aprire le porte della sua camera per far arrivare la sua musica alle orecchie di tutti. Dopo il primo EP pubblicato nel 2017, chiamato Me ne vado a Londra, il cantautore ha preferito la strada dei singoli, pubblicando da un anno a questa parte quattro diversi brani: Controtempo, Come Ciliege, Milano Mon Amour e Oppure. In autunno uscirà il suo nuovo album Controtempo. L’intervista a Godot. Chi è Godot.? Come nasce la tua musica e qual è il tuo background? Mi chiamo Giacomo, in arte “Godot.” Sono una persona allegra, anche se molti dei miei brani riflettono la parte di me più malinconica. Sono cresciuto pane e cantautorato, infatti non ho ricordi che non siano associati alla musica italiana di De Gregori, Battisti, Dalla, anche perché i miei genitori sono appassionati di musica e suonano: papà batterista e mamma pianista, quindi ho sempre ascoltato tanto a casa. Da bambino volevo essere tutto tranne che simile ai miei, che invece mi hanno iscritto a molti corsi di musica e strumento… immancabilmente mollavo proprio perché non volevo entrare in questo giro ed essere come loro. Quello che invece mi ha sempre contraddistinto è la scrittura: ho sempre scritto, inizialmente di nascosto, non facevo ascoltare niente di mio. Dalla mia prima canzone a 13 anni, fino ai 20, ho sempre e solo cantato con mia cugina che mi accompagnava alla chitarra, buttando giù la musica insieme, dentro una cameretta. Nel frattempo a 15 anni mi sono iscritto a lezioni di canto ed ho incontrato un’insegnante strepitosa: la lezione è diventata un momento in cui fare arte, un momento in cui ero totalmente libero. Proprio a lei ho deciso di far ascoltare le mie canzoni e abbiamo lavorato insieme ai brani. Nel 2017, avevo 23-24 anni, la mia insegnante mi ha suggerito di fare qualcosa di più: mi ha presentato Simone Pirovano, attualmente il produttore con cui arrangio, dal nostro incontro è nato un EP auto-prodotto, intitolato “Me ne vado a Londra”. Così il 21 marzo 2017 per la prima volta sono uscito e ho fatto ascoltare agli altri la mia musica. Spulciando su Spotify, digitando il nome Godot, si nota la presenza di molti progetti musicali che utilizzano questo pseudonimo. Tu quando hai scelto di essere Godot.? Lavoro nel mondo del teatro e sono appassionato di Beckett, autore di Aspettando Godot. Oltre al testo che Beckett ha scritto, sono molto legato all’idea dell’attesa, la vivo come un’esperienza molto poetica, perché mentre aspetti, potrebbe accadere di tutto. L’attesa è un momento che vivo con ansia, nel suo senso più positivo, proprio perché al suo interno c’è il piacere di aspettare. Il mio nome d’arte è Godot., con il punto finale e devo dire che quel punto mi ha salvato: su Spotify infatti ho scoperto un caso di omonimia di una band Metal tedesca sciolta nel 2007 e la mia musica era finita sotto quel profilo lì. […]

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L’arte al tempo del Covid-19: per gli invisibili non andrà tutto bene

Sono gli artisti: i musicisti, i ballerini, i teatranti, gli organizzatori e gli operatori, gli stessi che con il proprio lavoro rendono la macchina dello spettacolo fruibile a tutti. Sono gli stessi che in questa quarantena e nella vita di tutti i giorni accompagnano con la propria arte ciascuno di noi e rendono possibile la realizzazione di quest’ultima. Esseri umani che si trovano in balia delle onde, ora più che mai, nel periodo di pandemia, durante il quale sono emersi i complessi meccanismi organizzativi e tutelativi che minacciano una categoria lavorativa, poco sistematizzata e desiderosa di un riconoscimento a livello economico ed assistenziale. Colpiti dall’effetto economico del Covid-19, i lavoratori del mondo dello spettacolo sono stati i primi a dover ridefinire l’assetto della propria occupazione, non potendo del tutto contare sui provvedimenti presi dallo Stato, né su tutele finanziare, in quanto le indennità Covid-19 sono rivolte ai lavoratori dello spettacolo iscritti al Fondo pensioni dello spettacolo, aventi almeno 30 contributi giornalieri versati nell’anno 2019 all’interno del Fondo, con un reddito annuo non superiore a 50.000 euro, come stabilisce l’indennità lavoratori dello spettacolo (art. 38, decreto-legge 17 marzo 2020, n. 18). La potente macchina dell’arte paga infatti lo scotto di avere numerose figure non riconosciute, lavoratori cosiddetti “a nero”, artisti che per vivere della propria musica, ad esempio, hanno portato avanti la propria professione senza tutele a livello contributivo, fiscale e senza garanzie; sono proprio questi professionisti a pagare a caro prezzo l’intera emergenza. Ad oggi qualsiasi mestiere indipendente che abbraccia il comparto dello spettacolo è paralizzato, con un futuro incerto, senza possibilità di organizzazioni prossime: la prospettiva di ripresa a breve termine non prevede una data stabile per realtà come cinema, teatri, stadi, palazzetti, club, luoghi essenziali per lo svolgimento dello show; ma non solo, il danno sarà anche, psicologicamente parlando, ritornare alla mentalità pre-covid, al gusto dell’assembramento ad un concerto, al sedersi accanto ad uno sconosciuto in teatro. Cosa succederà post Covid-19? Quando riprenderà un tecnico di palco, un fonico, un musicista, un attore a poter svolgere il proprio lavoro con dignità (non parlate di dignità indicando i concerti al drive-in) e con le giuste tutele giuridico-finanziare? È questo forse il tempo per stabilizzare una norma, istituire un albo, un’organizzazione che difenda un intero mondo lavorativo, per troppi anni avvitato su se stesso, lasciato ai propri compromessi interni? Se l’arte è riscatto, allora è giunto il momento che la macchina dello spettacolo sia ri-organizzata tutta: dalla punta dell’iceberg fino a tutto ciò che è sommerso. La musica e la figura del musicista, del cantante, dell’operatore dello spettacolo al tempo del Covid-19, messa a dura prova, anche a causa delle poche agevolazioni e sovvenzioni per questa categoria. Ti va di esporre le tue paure, esigenze in quanto musicista, operatore dello spettacolo e la tua opinione riguardo ciò che si andrà ad affrontare? Risponde Elisabetta Serio, musicista, pianista, compositrice: Tempi veramente duri per chi lavora nel mondo dello spettacolo. È vero che si ha più tempo a disposizione per realizzare tutte quelle cose […]

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Itaca Reveski – 20:venti, una canzone scritta a cento mani

Itaca Reveski – 20:venti, una canzone scritta a cento mani Gianmarco Ricasoli, compositore, produttore e chitarrista romano è l’ideatore di 20:venti, un brano che uscirà il 3 maggio sulle piattaforme digitali, pensato, scritto e composto da più di cento mani durante il periodo di quarantena. Utilizzando come social instagram, Gianmarco ha proposto di scrivere una canzone insieme ai suoi followers, rendendoli protagonisti del brano: attraverso diverse fasi di creazione, il popolo di instagram ha potuto votare riff di chitarra, proporre parole e pensieri per la costruzione di strofa e ritornello, scegliere quale testo fosse più adatto per mettere nero su bianco le emozioni del momento storico che stiamo vivendo. Il progetto si è sviluppato in diverse settimane di lavoro ed uscirà sotto il nome di Itaca Reveski, alter ego artistico di Gianmarco; 20:venti sarà accompagnato da un video, che ancora una volta vedrà partecipare la community di instagram. 20:venti, l’intervista a Gianmarco Ricasoli Scrivere una canzone con l’aiuto dei followers di Instagram. Come nasce l’idea e come hai strutturato l’organizzazione: riff, testo, elaborazione di 20:venti? L’idea nasce un po’ per caso, come quelle idee che quando ti sfiorano per la prima volta, è come se fossero state lì da sempre. Dopo una diretta Instagram all’inizio della quarantena mi è apparso questo pensiero nella mente, “e se invece di fare live streaming mentre suono facessi una live streaming in cui scriviamo un pezzo tutti insieme?”. Poi l’idea si è evoluta e ha cambiato formato, inizialmente ho fatto una storia dove chiedevo di scegliere tra due riff musicali per scrivere una canzone tutti insieme. Pian piano si è evoluta ed è diventata: scelta tra i riff di introduzione, strofa, ritornello, special; pensieri, sensazioni, frasi ed emozioni attraverso il box “scrivi qualcosa” nelle stories (ho guidato tutti attraverso una fase intermedia chiamata “emotional workout” in cui parlavo di film o serie tv che mi ricordavano le emozioni che stiamo vivendo); dopo aver organizzato tutte le frasi e creato quattro testi diversi con le frasi di tutti, torneo tra i testi con due semifinali e una finale. Scelta del titolo con brainstorming collettivo in diretta Instagram e poi sondaggio tra due opzioni. Cosa è significato per te lavorare “da solo” supportato dalle mani e dalle idee di tante persone diverse? Quali sono state le sfide più complesse e quali invece i punti di forza che ti hanno reso sicuro che questa fosse una buona idea? Non ti nego che in certi momenti ho pensato di non potercela fare. Nella fase musicale è stato tutto molto fluido, io creavo due riff e le persone sceglievano quale gli piaceva di più, pensando che sarebbe dovuto venire dopo quello scelto il giorno prima. Nella fase della scrittura del testo ho ricevuto più di 100 frasi. Ho pensato “cavolo, mi sa che mi son messo nei guai, ma guai grossi!”. Ho preso un quaderno, da IG ho ricopiato tutte le frasi, una ad una, per sentirle “mie”. Già questo processo mi ha aiutato a sciogliere dei nodi che […]

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Musica

Ferruccio: nella Soffitta Produzione nasce un rapper

Ferruccio, 24 anni, rapper del collettivo Soffitta Produzioni. Il 24 marzo è uscito il suo disco d’esordio intitolato Zero: 14 tracce, che racchiudono 5 anni di vita, per un ascolto di 42 minuti circa, denso di parole, sensazioni, riflessioni. Appassionato di musica, ancor più della scrittura, innamorato dalle parole, Ferruccio porta avanti un progetto composto di tante voci dell’io differenti che si ritrovano tutte a dialogare tra di loro, con rime nuove, intrise di significato, poco retoriche, piene di vitalità. La scrittura è la sua Mecca, luogo privilegiato in cui non è sempre facile arrivare per cogliere la vera poesia; il suo è un percorso che definisce né semplice né semplificativo, che porta sempre a ripartire da zero. Intervista a Ferruccio Chi è Ferruccio? Com’è stato il percorso di creazione del tuo album Zero? Sono un rapper, mi chiamo Ferruccio, faccio parte della Soffitta Produzioni, il centro di produzione in cui è nato ed ho registrato il mio disco Zero; un collettivo di dieci persone circa, tra rapper e beat maker, produttori e grafica: il mondo in cui mi muovo e creo la mia musica. Il disco ho iniziato a registrarlo 4-5 anni fa, lo definisco infatti un percorso tortuoso, se penso che i primi brani composti risalgono a quando avevo 18-19 anni e adesso ne ho 24. Un processo lungo, tra scrittura, registrazione, missaggio, anche per questo si chiama Zero. È un disco in cui credo, un disco dinamico; sono consapevole che sia una specie di zibaldone, dal risultato finale omogeneo, a cui rimarrò affezionato proprio per il lungo tempo speso per crearlo. Cosa è cambiato, quindi, dalla scrittura delle prime canzoni alle ultime dell’album? Ribadisco che Zero è un disco che alterna brani scritti quando avevo 18 anni ed altri composti recentemente. Il cambiamento l’ho avvertito nella spontaneità che avevo nel creare: la magia degli inizi, dove le canzoni nascevano con una naturalezza disarmante, ha lasciato il posto ad una maturità stilistica; infatti adesso quando mi approccio alla scrittura, la vivo come una questione tecnica, anche perché negli anni, ho affinato la gestione dei brani, la struttura, la forma canzone, dando sempre però spazio al lato emozionale, una costante nella ricerca artistica. Un esempio di cambiamento di struttura è il passaggio da Minuti inutili a Come Lebron. Minuti inutili è una delle prime canzoni scritte, con la classica struttura rap, strofa ritornello strofa ritornello; Come Lebron invece è più maturo a livello lirico, ha una struttura più fine, più organizzata, che spazia tra i ritornelli e concede più libertà. Che cos’è per te la Soffitta Produzioni, il luogo dove è nato ed è stato prodotto il tuo disco? Come è strutturata la Soffitta e quanto ha influito sulla scelta artistica del tuo album? Una famiglia allargata, un termine forse poco professionale, ma più vicino alla realtà: siamo degli amici che condividono una passione e da ormai 8 anni, quasi quotidianamente, cercano di ritrovarsi per creare musica. C’è Trisha che lavora alle grafiche, Ghetosoffittaman ed altri che producono, ci […]

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Verde: il nuovo album di Jesse The Faccio | Intervista

Jesse The Faccio, musicista padovano, dal sound lo-fi e dal cuore di cantautore italiano. Verde è il suo secondo album, che racchiude in trenta minuti di ascolto, 11 brani dalle diverse sfumature; si alternano bpm, ritmi, frequenze, mentre due cerniere articolano il disco: due brani omonimi, Verde e Verde pt.2, infatti, stabiliscono la linea dicotomica che l’artista ha voluto tracciare. Il tutto racchiuso in un colore metaforico portatore di speranza. Nel panorama italiano, Jesse The Faccio si inserisce nella scena underground senza cedere al mercato mainstream, rincorrendo sonorità, atteggiamenti, attitudini punk, lo-fi, fuori dal coro. Cosa significa far uscire un disco in questo momento? Avevamo pensato all’uscita del disco e alla sua promozione, senza immaginare potesse accadere una cosa del genere: abbiamo dovuto improvvisare e ci siamo reinventati. Tra una diretta come release party per sponsorizzare il disco, i CD spediti in giro e il suonare il più possibile sui social, posso dire che l’album è stato ascoltato abbastanza, quindi ci è andata bene. Ovvio, rimanere fermi, senza live, che è la miglior promozione possibile, è sicuramente difficile, però si ha tempo per interviste, live in diretta, e bene o male il prodotto gira. Verde, un disco che contiene due singoli omonimi (parte 1 e parte 2) ed una copertina che non poteva non riprendere questo colore. Cosa rappresenta Verde, perché questo titolo? Avevo raccolto materiale negli ultimi anni ed ho trovato un filone spontaneo in tutto ciò che avevo scritto: tanta speranza, vista da entrambe le parti, ovvero sia dalla parte della consapevolezza e della negazione, sia come unico modo per andare avanti. Da lì l’idea di dividere l’album in due: iniziando dalla negazione totale con Verde, il primo brano del disco, scendendo pian piano, percependo sempre più voglia di speranza, arrivando a Verde pt.2, un divisorio, strumentale che porta a credere sempre più. Il titolo l’ho scelto, poiché per noi italiani, il colore della speranza è il verde, quindi si legava bene al mio filone logico. È un disco diviso in due anche a livello sonoro: la prima parte è più vicina al primo album, un’evoluzione direi; la seconda parte è sperimentazione, con l’inserimento di altri strumenti, giocando di più. C’è un attitudine punk in quello che suoni, anche nei testi, in come i brani vengano cantati. Cosa c’è dietro la costruzione di Verde? Quali riferimenti musicali ti hanno spinto a creare questa sonorità? I riferimenti sono i soliti artisti che hanno influenzato anche il disco precedente, sonorità oltreoceano come Mac Demarco ad esempio; in più c’è il suono dell’Inghilterra in questo album: il post punk inglese degli Idles e degli Shame, che ho ascoltato tanto. La mia è un’attitudine intrinseca, che nasce spontanea nel momento in cui parto da chitarra e voce, poiché sento nella mia mente già quella direzione di suono, anche nei brani più lenti, proprio perché è dentro il mio modo di cantare. Quando ho arrangiato la prima parte del disco, avevo già le idee molto chiare, dato che conosco bene la mia attitudine, […]

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Arianna Poli e il secondo EP: Grovigli

Ferrara, classe 1999, Arianna Poli è una cantautrice emergente italiana, che il 20 marzo ha pubblicato il suo secondo lavoro musicale: Grovigli, un EP composto da tre brani, due inediti ed una cover de Le luci della Centrale Elettrica. Dopo un tour che ha portato il suo precedente album, Ruggine, in giro per l’Italia, Arianna torna con un nuovo progetto, che mette in risalto la dimensione acustica e minimale. Un lavoro di sottrazione che dà luce alla voce e alle parole. Registrato a Ferrara presso lo studio SONIKA, prodotto da Samuele “Samboela” Grandi, Grovigli ha il merito di essere un EP asciutto quanto basta, ideale per porsi sulla linea di confine tra il cantautorato d’autore e l’indie. Intervista ad Arianna Poli Qual è l’esigenza di voler far uscire un EP di tre canzoni, di cui una versione acustica di un brano del disco precedente e una cover de Le luci della centrale elettrica. Cosa vuoi comunicare con Grovigli? Prima di Grovigli, io e Samuele, fonico e musicista che mi accompagna nella produzione e nel tour, avevamo registrato e pubblicato un EP di sei canzoni: Ruggine nel 2018. Quando abbiamo iniziato a suonare, ci siamo ritrovati a produrre brani un po’ casualmente, senza l’intenzione di farne un disco per poi andare in tour; per questo abbiamo arrangiato con tanti strumenti, molti dei quali non suoniamo dal vivo. Dopo averlo pubblicato, c’è stato un tour di un anno e mazzo, una sessantina di concerti dove abbiamo suonato con i nostri strumenti e con le nostre forze. Da qui ci siamo resi conto che le canzoni si erano un po’ plasmate e avevano subito un cambiamento. Grovigli infatti è nato perché avevo l’esigenza di riscoprire i brani suonati durante i concerti, in una dimensione che fosse più fedele al live e più fedele a come mi sento di suonare io, esprimendo meglio il senso di ciò che sto cantando. Sono solo tre brani perché volevo si creasse un ponte, tra l’EP precedente, Ruggine, e quello che verrà in futuro. Ruggine, il disco precedente – Grovigli, attuale EP, due titoli che comunicano situazioni da prendere in mano per evitare che si ossidino, o per snodarle da eventuali intrecci. Se è vero che un disco è il completamento dell’altro, qual è il fil rouge che collega i due album? Dal 2018 al 2020, quindi da Ruggine a Grovigli, cosa è rimasto e cosa invece è cambiato? Il fil rouge è il tour: mi sento molto cambiata e penso di aver maturato un modo di suonare diverso dai primi passi mossi live. Il titolo Grovigli traduce il mio pensiero, nell’idea di costruire canzoni più asciutte, rinnovando i brani, avendo come punto fermo gli arrangiamenti portati sulle note del tour. Le canzoni sono rimaste le stesse, perché al centro non c’è un cambiamento ma un processo di maturità: all’inizio quando andavamo a fare i primi concerti, io e Samuele non ci conoscevamo bene a livello musicale; concerto dopo concerto siamo poi riusciti a capirci e sviluppare una […]

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Musica

Acini, Paolo Saporiti: il mondo che ruota intorno al live

«Siamo di fronte ad un lavoro, che live può avere un ottimo riscontro, anche per la scelta degli strumenti, che ben si presta all’esecuzione dal vivo», così scrivevo tempo addietro, nella recensione del disco Acini di Paolo Saporiti. Ad oggi, un concerto live è diventato un vero e proprio disco, fisico e digitale, suonato in trio, in maniera asciutta come il cantautorato vuole. Uscito il 21 febbraio per Orange Home Records, Acini Live è realizzato da Paolo Saporiti insieme al chitarrista Alberto Turra e il batterista Lucio Sagone. L’album è frutto di un live, registrato in presa diretta, che dà la possibilità di comprendere il respiro di una sessione dal vivo di Saporiti: attraverso i commenti dei brani, il rumore di sottofondo, gli scricchiolii degli strumenti, ci si immerge in qualcosa che va oltre l’acustico. Cosa c’è dietro Acini nella versione live? Qual è stata l’esigenza di fare una versione diversa da quella in studio? L’aspetto di questo disco è una forma di celebrazione a quello che è successo. Acini era un disco campionato, fatto in studio, ciò che mi interessava di più era portarlo in giro, insieme al chitarrista Alberto Turra e al battterista Lucio Sagone. Live dopo live sono arrivato, insieme ai musicisti, ad una qualità della sensazione molto alta, avvertivo il bello che accadeva sul palco. L’idea, quindi, è stata quella di fissare un momento, abbastanza inconsapevole di quale sarebbe stato il risultato; sicuramente ero convinto di quello che stava succedendo e di quello che io e gli altri stavamo suonando, ma la riprova del voler stampare l’album in questo modo è stata ascoltare il disco ed essere sicuro di star camminando per la strada giusta. Come affronti un live? Quali canzoni non possono mancare mai, e cosa non può mancare mai in un tuo live? Mi piace molto essere sul pezzo, vale a dire, suonare i brani del disco che ho composto; ho sempre suonato anche canzoni di lavori futuri e ripreso dai dischi vecchi, facendo una scelta tra diversi brani che mi piacciono. Un esempio è Rotten Flowers, che non è presente nel disco live a causa di un problema tecnico. Sono solito, a fine concerto, staccare l’alimentazione e finire in acustico, ed è valso anche per questo concerto qui: ero solo con la chitarra in mezzo al pubblico, ma purtroppo il condizionatore era acceso ed ha disturbato la registrazione. In un mio live non può mancare questa versione acustica; si può condividere l’emozione sottile, è un nuovo linguaggio, che provoca e trasforma: abbassando la soglia del rumore, la gente ti concede un nuovo modo di suonare. Un cantautore, deve essere una persona che chitarra e voce riesce a sostenere una situazione, quindi suonare con gli strumenti che hai. C’è un rituale che fai prima di salire sul palco, come acquisti la concentrazione prima di buttarti nell’esperienza del live? Vari rituali: dato che arrivo dal teatro, sono passato dal tai-chi, continuando con il training di stampo teatrale. In questo momento, mi concedo una sambuca prima […]

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Musica

Sanremo 2020: cosa resterà di questa musica

Riassumere 5 giornate di Festival di Sanremo in un unico articolo è un impegno arduo, oltre che un grande sforzo di memoria; proprio così, dato che questo 70esimo Festival di Sanremo è un’edizione senza tagli, che non bada allo scorrere dei minuti e cerca in ogni modo di trovare un compromesso tra show e kermesse canora. Si avvicendano sul palco ospiti su ospiti, Amadeus presenta con impegno, Fiorello si muove con disinvoltura tra una gag e l’altra, Tiziano Ferro canta ogni volta che può, sfilano 1

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Teatro

Geppi Cucciari in Perfetta: che fatica essere donne!

Un palcoscenico privo di scenografia, invaso da una luce azzurra proiettata sullo sfondo, che tratteggia, attraverso il gioco d’ombre, una figura al centro della scena: una donna, dai capelli legati, con le mani lungo i fianchi, che recita, senza l’esigenza di una dizione perfetta, puntando alla battuta, alla risata, utilizzando l’arma più efficace per ottenere un risultato positivo: il racconto della quotidiana verità. È Geppi Cucciari ad indossare i panni dell’unica monologante dello spettacolo Perfetta, scritto e diretto da Mattia Torre in scena la Teatro Diana di Napoli lo scorso 27 gennaio; la protagonista è una venditrice d’automobili, moglie di un uomo-pianta, apatico e gentile, madre di due figli e sopportatrice di una suocera gastronomicamente invadente, che racconta con straordinaria semplicità quattro martedì del mese, quattro giorni che scandiscono le fasi del ciclo mestruale di una donna, rendendola sempre diversa nel modo di approcciare alla vita privata ed alla vita lavorativa. La stessa comica sarda preannuncia, dopo un breve excursus sul traffico che avvolge i pensieri, quale sarà la modalità di narrazione dell’atto teatrale: sarà la sola a raccontare quattro martedì che compongono un mese, affrontati in misura delle fasi del ciclo, decretando come la macchina perfetta che rende la donna diversa dall’uomo, cambi e regoli gli stati d’animo, le passioni, il raggiungimento degli obbiettivi. Si parte con un cambio di luci, un rosso sempre più fiammante colora lo sfondo, segnando l’inizio della prima fase ciclica: giorno 7, fase: mestruazioni. Sull’onda del “non devo piangere”, “non devo piangere” e “puntualmente piango, ho il ciclo da un’ora”, Geppi Cucciari racconta com’è vivere durante i giorni del mestruo, descrivendo con vivacità e poca attitudine alla sopportazione tutto ciò che la circonda: a partire dal marito, definito un uomo pianta, che non si aspetta più nulla dalla vita, forse per questo a tratti moralmente superiore, rispetto alla nevroticità della moglie, continuando con Carmen, la collaboratrice domestica, in grado di rispondere esclusivamente con un passivo “si signora”, proseguendo con il luogo di lavoro, in cui la difficoltà a concludere la vendita di macchine è data dall’insofferenza dettata dal ciclo stesso, che rende la donna “immersa nell’acqua” senza possibilità di respiro, terminando con la suocera a cena, depressa e ammiratrice della cucina partenopea al punto di propinare una genovese tale da “deprezzare l’immobile”. Fortuna vuole che i giorni passino e il calendario segni il 13 del mese, la seconda fase, chiamata follicolare. Tutto è in rinascita, si apprezza il bello, si aspetta senza batter ciglio, anche il fioraio lento lentissimo nel confezionare i fiori; ogni possibilità di successo è resa possibile: Geppi racconta di vendere macchine su macchine, utilizzando tecniche persuasive che si muovono al motto di “quest’audi ha ucciso la sinistra italiana, tutti hanno iniziato a dire la voglio pur io”; così descrive quella che è la primavera tra le quattro fasi del ciclo: uno sbocciare di desideri, una manciata di sì, che si conclude con un marito-pianta utilizzato come “oggetto sessuale a mio piacimento”. La terza fase risponde al nome di ovulatoria ed […]

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Musica

Giallorenzo: una storia romanzesca a Milano Est

Mescolare due preesistenti progetti diversi per dar vita ad uno nettamente più sull’onda dell’hype, sigillato da una storica convivenza ed amicizia, di chi registra in cameretta e fa casino in sala prove. Sono questi gli ingredienti dei Giallorenzo, band pop lo-fi, con base a Milano, che ha unito il post rock del progetto Malkovic e il cantautorato bergamasco di Montag, per creare un primo disco testimone della musica fuori dal concept e lontana dall’idea di canzone stessa. Avanguardia? No, necessità di essere fuori, fuori dal centro. Sì, perché proprio come si evince dal titolo del loro album Milano posto di merda, il nocciolo  è un tributo provinciale alla città, che si districa in undici tracce sempre inerenti alla metropoli. L’idea futuristica di essere catapultati in una città veloce, folle, dove gli uomini vagabondano mentre da sfondo c’è solo l’indelebile delle scritte su muri. Le undici tracce non sembrano badare alla forma canzone, all’idea di un minutaggio preciso in cui far intervenire l’inciso: alcuni brani superano a stento il minuto, solo una canzone sfora di pochissimo i canonici tre minuti di audio, come se non fosse funzionale alla vicenda la struttura espressiva musicale, ma si voglia porre davanti alle orecchie una storia, raccontata più volte dai Giallorenzo, dai tratti paradossali e al contempo romanzeschi. È quella di un uomo, da cui la band ha preso il nome, trovato morto da due mesi in casa propria, nel palazzo in cui la band ha vissuto a Milano Est. Dietro il noir di quest’uomo, i Giallorenzo hanno ricucito un’identità che circola nei concerti e nei testi del disco. Dietro i Giallorenzo invece, Pietro Raimondi alla voce e alla chitarra; Giovanni Pedersini alla chitarra e ai cori; Fabio Copeta alla batteria; Marco Zambetti al basso. Milano posto di merda è uscito per La Tempesta Dischi lo scorso Settembre ed è disponibile su tutti gli store digitale. Milano Posto di Merda inizia con 118, che da subito fa immettere in una dimensione alternativa al solito, la dimensione dei Giallorenzo. Il suono ha sicuramente più impatto della voce, forse proprio un marchio stilistico, così come appare la decisione di scrivere testi costruiti da parole giustapposte, orecchiabili a cui dover dare un senso postumo. Andando avanti con l’ascolto, attraverso Rasta che fa le foto si afferma l’esigenza di un sound più che di un’idea, si delinea sempre più un mondo costituito da poca linearità e creazione di cortocircuito. Brilla tra tutte Condizioni meteo critiche, un buon mix di parole e musica suonata, con un incipit scandito che vede gli strumenti pian piano prendere il loro posto, costruendo una melodia che si ricorda. Esterno Notte ha i tratti di una ballad, chitarra voce, 1 minuto e 37 di verità, lasciato come ponte di collegamento tra un brano e l’altro, un vocale whatsapp inviato e reso pubblico, più o meno è quella la sensazione, vera ma grezza, troppo grezza. Festa, Krypton, Il Metodo Perindani sono underground e indie allo stesso tempo, rimarcano l’esigenza di un’identità, una pretesa quasi di identità, che si […]

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Musica

Ivo Mancino: intervista al cantautore unplugged

Monologhi è il primo EP di Ivo Mancino, cantautore di Pozzuoli, classe 1998. Composto di 5 canzoni registrate unplugged presso Apogeo Records, l’album è un racconto teatrale, nudo e crudo, fatto di pensieri diversi e prospettive differenti, intessuto di cantautorato italiano, chitarra e voce, malinconia del passato, necessità di mostrare di avere una voce, una voce che dice e sa cosa dire. Intervista ad Ivo Mancino Un EP acustico, voce e chitarra, anacronistico nell’era del suono elettronico, del riempimento di ogni spazio all’interno di un brano. Come nasce l’idea di un EP unplugged? Esigenza o scelta? Dall’esigenza è nata una scelta. Trovandomi da solo a suonare e non avendo musicisti che mi accompagnano, ho deciso di dirigermi verso canzoni autosufficienti, cercando di arrangiarle in modo che bastassero da sole, nude e crude, come erano nate. L’ho scelto anche per una questione di gusto: ho sempre prediletto quel tipo di rappresentazione intima del cantautorato, chitarra e voce, poiché sono cresciuto ascoltando cantautori che si esibiscono unplugged. Infine, perché la mia performance live potesse essere fedele al mio EP, Monologhi. Quali aggettivi utilizzerebbe Ivo Mancino per descrivere la tua musica? Perché? 
È difficile, secondo me, azzardare incasellamenti riguardo la musica. Credo che la mia musica sia varia ma, più che utilizzare aggettivi, azzardo, dicendo i sentimenti che porto nelle mie canzoni: malinconia e speranza. Un po’ tutti noi cantautori ci trasciniamo questo velo di malinconia che pervade ogni musica e ogni testo, in fondo l’arte nasce da un dolore e da una mancanza. L’importante è sapere che c’è uno spiraglio di redenzione, appunto la speranza che tutto possa cambiare ed andare nel verso giusto. Qual è il compito del cantautore in questo secolo? Tu che obiettivi ti sei prefissato? Credo che il cantautore si sia un po’ perso: io l’ho sempre visto come un artigiano, uno scrittore di libri, un pittore. L’artigiano si è perso dietro Poltrone e Sofà, lo scrittore nei Talk Show stile Barbara D’Urso, il pittore nelle grafiche pubblicitarie. Il cantautore dietro certe cifre stilistiche discutibili o, forse, dietro un tipo di musica funzionale. Metto in discussione la parola cantautore, dove già dal nome, il centro erano gli argomenti: un determinato tipo di musica e parole. Oggi, il compito del cantautore è ritornare ad avere una certa autorevolezza ed importanza, senza essere anacronistico. Io, da cantautore, racconto storie, senza pormi obiettivi, perché è un’urgenza, un’emergenza che parte da me, con la speranza che gli altri la recepiscano: un amo che io getto, affinché l’altro possa cogliere nel piccolo, nel dettaglio, una breccia. La tua voce ha molte sfumature blues, si possono percepire anche nella costruzione melodica ed armonica diverse influenze. Quali sono i pilastri musicali da cui attingi? Quanto è importante per te avere dei riferimenti? Il blues è la musica dell’anima ed io sono cresciuto ascoltando blues; in primis perché sono un appassionato di chitarristi di questo genere: ho ascoltato BB King, Stevie Ray Vaughan ed anche il loro modo di cantare mi ha influenzato… mi viene da […]

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Luca Notaro e il suo primo album About It: intervista

Il blues è un’attitudine, scorre nelle vene, per suonarlo lo devi sentire dentro e, se lo ascolti da tempo, da quando sei bambino, quel mondo lì ti resta nella testa, ti invade le orecchie, non puoi ignorarlo, perché è parte di te. È blues Luca Notaro, chitarrista e cantante, 23enne campano, che nel maggio scorso ha pubblicato il suo singolo d’esordio intitolato Back Again, un assaggio dell’album “About it” uscito ufficialmente il 27 Novembre 2019, ora disponibile su tutte le piattaforme online. I brani sono portati live in trio: Luca è accompagnato da Valentina Teresa D’Amore al basso e da Diego Varchetta alla batteria, gli stessi musicisti che hanno lavorato alle registrazioni dell’album; una formazione essenziale ed asciutta, che fa emergere la voce scura del cantautore, portando chi ascolta in una dimensione da club inglese, dove le parole spesso non contano, quello che conta è il groove. I brani infatti sono cantati interamente in inglese, una scelta particolare, se si guarda al panorama del cantautorato napoletano, nel quale il dialetto occupa un posto d’eccezione e l’italiano risulta essere la scelta più ovvia per una comunicazione diretta. Una carta giocata bene, quella dell’inglese, perché è tutto molto british, tutto al posto giusto. E per un album così, la scommessa più importante è il live: About It è solo un tester, il live è il vero banco di prova. Intervista a Luca Notaro Da quali esperienze nasce il tuo singolo Back Again? Scrivere ”Back Again” mi ha fatto capire quanto sia importante lasciar andare le persone, anche quelle che non avresti immaginato fuori dalla tua vita. L’ho scritta sicuramente in un periodo di crescita musicale e personale. La chitarra è al centro del tuo lavoro discografico. Quanto lo strumento suonato influenza le sonorità di un brano? Di quali sonorità è costituito Back Again? Tanto! ”About It” è nato e cresciuto secondo l’ottica della performance dal vivo; per quanto riguarda ”Back Again” è nato tutto dal riff di chitarra che lo caratterizza. Mood andante e malinconico, dolcezza dei suoni e quel non so cosa che lo rende quasi etereo, frammentato, opaco nel complesso. Quali brani del tuo Ep consiglieresti a chi non ha mai ascoltato Luca Notaro? Per ”About It” abbiamo fatto una selezione di 5 brani che potessero incarnare in modo più completo possibile le nostre diverse influenze musicali, per cui consiglio di ascoltarle tutte! Di certo si può cominciare da ”Back Again” e ”Strange Kind Of Shuffle”! La scelta dell’inglese nella scrittura è una voglia di internazionalità ed una proiezione della propria musica oltre i confini italiani oppure un’esigenza stilistica? La scelta dell’inglese nasce da un’esigenza stilistica ma non mi dispiace puntare a confini più ampi. Non nascondo che però ho sempre scritto anche in italiano e in cantiere ci sono alcune collaborazioni con artisti del panorama emergente campano. Cosa non può mancare in un tuo live? I miei ragazzi! Valentina D’amore al basso e Diego Varchetta alla batteria. Quali sono i punti di forza della tua performance? La collaborazione e […]

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Azul presenta live l’EP d’esordio allo Slash+

Viaggiare in continenti e mondi nuovi pur restando fermi. È questa la sensazione che pervade il corpo e la mente dopo aver ascoltato live Azul, un progetto partenopeo di inediti, ideato da Marilena Vitale (Fede ’n Marlen) e Dario di Pietro, accompagnati da Enrico Valanzuolo alla tromba e Riccardo Schmitt alla batteria e percussioni. Live d’esordio nel cuore del Vomero, allo Slash+, per presentare il primo EP omonimo, composto da 6 brani, prodotto da Apogeo Records in distribuzione dal 6 dicembre sia in copia fisica, che in forma digitale. Già il nome della band sposta il baricentro percettivo: Azul è infatti una parola berbera (Tamazight) che significa “Vieni verso il mio cuore”; in queste quattro lettere è racchiuso il profumo di Napoli, la scoperta di luoghi sempre nuovi, l’idea di apertura e mescolanza tra culture e vite. In un panorama musicale che pone l’accento sull’io, Azul sposta la chiave di lettura sul “noi”, cittadini del mondo. È una musica senza confini, quella di Azul: una musica che ha il giusto balance di parole e parte strumentali, un mix perfetto per poter essere trasportati in una dimensione diversa dal mainstream europeo, lontana dal cantautorato, lontana dal preconfezionato. Azul ha una sonorità che brilla e si fa riconoscere prepotentemente; nell’ EP infatti è proprio il suono a delinearsi traccia dopo traccia, fino a diventare il marchio distintivo dell’intero progetto. È un disco impregnato di musicalità, costruito da strumenti che si incastrano gli uni agli altri, ognuno al suo posto, eppure talmente ben amalgamati da non poter pensare un arrangiamento diverso. La voce di Marilena è un prezioso regalo, arriva diretta, senza bisogno di interpreti, in una lingua sempre diversa, che impasta lo spagnolo, il napoletano e l’italiano, creando una connessione di culture e di modus vivendi. Marilena guida l’ascoltatore attraverso le sue parole, poi lascia spazio agli strumenti, che prendono per mano e portano in nuove atmosfere; basta chiudere gli occhi, aprire le orecchie per iniziare un viaggio. Sul palco non soltanto alla voce e chitarra Marilena Vitale, alla chitarra Dario di Pietro, alla batteria Riccardo Schimtt e alla tromba Enrico Valanzuolo, ma anche il bassista Mirko Grande. Dopo aver presentato le sei tracce dell’EP, Azul si cimenta in alcune cover come “Talisman” di Rosana, e “Quizás, quizás, quizás” di Osvaldo Farrés, che raccontano il background musicale del progetto, chiudendo con Anda Levanta, un brano non presente nel disco, molto ritmato e ballabile, che come suggerisce il titolo è un invito al “muoversi e vivere”. Al centro del live c’è il divertimento: sguardi tra i musicisti, richiami, codici, che rendono piacevole l’esibizione e confermano l’idea di un progetto volto allo scambio. I sei inediti dell’EP vengono eseguiti nello stesso ordine della tracklist; il primo è Multiverso, unico brano interamente in italiano, che senza intro, apre le porte ed invita nel mondo musicale di Azul, nel quale Marilena è cantastorie, mentre la tromba è filo conduttore di melodia. Segue Contestas, la canzone che emana più luce, sicuramente ascoltandola si compie un viaggio: si cercano ricordi […]

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Tonia Cestari racconta la nostra generazione con un nuovo singolo

Arriva Senza Destinazione, l’ultimo singolo di Tonia Cestari, classe 1990, campana, ma conosciuta nello stivale grazie al suo brano Capate nel Muro, finalista del Premio Bianca d’Aponte 2015. Il singolo, approdato su tutte le piattaforme digitali il 17 settembre, con annesso videoclip ad opera del videomaker Frè, prelude l’uscita di un album omonimo, che presto verrà suonato live. Senza Destinazione è un brano dal sapore fresco, polistrumentistico, che rimane impresso nella mente, anche grazie al ritornello pop, gradevole e ricordabile. Andando oltre la superficie musicale, si scorge un testo dal forte impatto, poiché specchio della quotidianità che la generazione dei giovani d’oggi è costretta a vivere: l’ansia di dover trovare il proprio posto nel mondo, ad un ritmo standard e aziendale. La libertà di camminare con il proprio passo, di respirare seguendo il proprio battito, di vivere nel proprio ritmo, è questo che Tonia Cestari racconta, nel giusto mix di verità e leggerezza. Per conoscerla meglio, le abbiamo fatto qualche domanda. Intervista a Tonia Cestari Senza destinazione è il tuo nuovo singolo. Cosa rappresenta per te questo brano? Quali delle esperienze accumulate negli anni ti hanno portata a questa filosofia? “Senza destinazione” è la scelta di essere se stessi, cercare la propria felicità nel presente, il viaggio ideale in cui obiettivi e sogni corrispondono. Spesso si rischia di essere schiacciati tra la pressione delle generazioni precedenti nell’indicarci un percorso convenzionale per realizzarci  e la velocissima realtà attuale, così innaturale per l’essere umano. Siamo sempre tutti messi a confronto: numeri, punteggi, titoli sono un’ossessione, siamo costretti a correre e sgomitare per arrivare primi, altrimenti ci si sente inadeguati e in ritardo. Non a caso l’ansia è un problema tipico della nostra generazione. Bisogna attivare dei filtri verso questi stimoli che ci vogliono sempre migliori di come siamo e riscoprire che il vero traguardo è ben più vicino: la serenità a fine giornata, aver saputo cogliere l’attimo,  aver dato il giusto valore al presente e dedicato del tempo a chi lo merita. Insomma, aver fatto il possibile per migliorarsi e star bene, senza rimpianti. Senza destinazione abbatte i traguardi irraggiungibili, li scompone e ne mette i pezzi sotto il nostro naso giorno per giorno. Ci sono stati dei momenti della mia vita in cui ho pensato di essere nel posto sbagliato, in cui potevo esplodere e scappare. Quando i nostri obiettivi coincidono con i nostri sogni il passo per raggiungerli è più forte, non è mai tempo sprecato. Sappiamo di aver fatto il possibile per noi stessi, anche in vista del futuro che ci piacerebbe vivere, e come va va! Nel ritornello canti “anche se fuori piove, farò un giro in macchina per temperare la mia tensione, senza destinazione”. Mi riporta alla mente quell’idea di libertà e di dover ritagliarsi degli spazi propri all’interno della nostra vita caotica. Tu quanto credi siano importanti questi momenti “senza sapere dove” per una cantautrice? “Senza sapere dove” libera il nostro percorso da ogni aspettativa, perché va bene avere delle aspirazioni e un piano valido per […]

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Out of the Past: la musica contemporanea di Gian Marco Castro

1995, Sicilia: sono queste le coordinate spazio temporali di Gian Marco Castro, pianista dall’età di 11 anni, compositore di premiate colonne sonore e di musica contemporanea. Ha all’attivo un EP “Healing” e un album intitolato Out of the past, uscito con l’etichetta discografica INRI Classic: due tasselli di un puzzle che aspetta il proprio completamento con un concept album. Al centro di questa trilogia, il tema del viaggio: un viaggio che interseca ispirazioni e esperienze, fondendo il modello di piano solo all’elettronica. Gian Marco Castro, come ti sei avvicinato alla composizione? Cosa significa per te comporre? Ho iniziato come pianista ed ho intrapreso lo studio del pianoforte ad 11 anni, quando frequentavo le scuole medie. Sono poi entrato al conservatorio e da quel momento c’è stato un cambio repentino di idee: mi sono dapprima avvicinato alla composizione, poi alle colonne sonore e alla musica contemporanea, approcciando un nuovo percorso di studio fatto di elettronica e elettroacustica. A 18-19 anni ho composto demo per colonne sonore: è così che ho conosciuto Riccardo Cannella, regista di Palermo, con cui ho collaborato per alcuni suoi lavori. Grazie a lui ho avuto modo di ascoltare Richter, appassionandomi sempre più alla musica contemporanea; infatti è dal 2016 che scrivo brani strumentali contemporanei. Out of Past è il mio ultimo album, secondo di una trilogia che ha come tematica il viaggio e che aspetta il 2020-2021 per concludersi con l’ultimo progetto: un concept album. Riguardo la composizione, per me è un continuo trasformare le mie emozioni in musica; tutto influenza la mia ispirazione ed il mio stile compositivo: i luoghi che visito, le persone, gli eventi, ciò che mi circonda. Gian Marco Castro, uscire con INRI Classic è un grande biglietto da visita. Quali sono stati i passi che ti hanno permesso questa collaborazione? Ero su Instagram, sono incappato nelle stories di Levante, siciliana come me, di cui apprezzo tanto la musica; curioso di sapere da quale etichetta fosse prodotta, ho poi avuto modo di scoprire che la INRI aveva anche un reparto neoclassico. Così ho inviato il materiale alla INRI Classic, credendo fosse un messaggio spedito per caso, invece dopo circa due mesi ho ricevuto una risposta: erano interessati alla mia musica e mi hanno richiesto altre demo. Da lì un contratto, un’esperienza molto entusiasmante, che mi ha dato fiducia, perché quando un’etichetta così importante apprezza la tua musica, davvero avverti di essere sulla strada giusta. La mia idea era quella di produrre un EP, la INRI mi ha chiesto un album e per me è stata un richiesta positiva: ho arricchito il mio progetto, trasformandolo con brani composti appositamente, che ormai sono i preferiti di tutto il disco. Se dovessi scegliere due brani del tuo album per far entrare l’ascoltatore nel tuo mondo, quali sceglieresti? Sceglierei Through your eyes poiché è un brano piano solo: sono nato come pianista, il pianoforte è la base della mia musica;  affiancherei a questa scelta Fall is coming, un brano che ha il pianoforte, ma anche gli archi, […]

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In Finale al Premio Mia Martini: intervista a Ester Gugliotta

Dal 1995 a Bagnara Calabra si svolge il Premio Mia Martini, per rendere omaggio alla grande interprete della canzone italiana. Il 10, 11 e 12 ottobre si svolgerà proprio a Bagnara Calabra la finale del concorso, che ha visto centinaia di artisti sfidarsi a colpi di televoto, per conquistare un posto tra i 27 finalisti. Una commissione artistica composta dal direttore artistico Franco Fasano, la direttrice d’orchestra Cettina Nicolosi, la cantante Deborah Iurato, la vocal coach Paola Folli e Mario Rosini presidente della commissione artistica ha scelto i partecipanti alla fase radiofonica e poi ha supportato gli artisti durante la fase del televoto. Tra i finalisti Ester Gugliotta, siciliana d’origina, romana d’adozione. La cantautrice, con una grande passione per il cinema, è riuscita a scalare le vette della classifica delle nuove proposte settimana dopo settimana, arrivando così al traguardo: il 10,11 e 12 ottobre anche lei canterà il suo inedito, Triste Realtà, un brano autoprodotto, malinconico ma al tempo stesso che guarda al futuro con speranza. Ester Gugliotta, presentati al pubblico: chi sei, da dove nasce la tua passione per la musica? Da quanto tempo scrivi e componi? Quali sono i punti di forza della tua musica? Sono Ester Gugliotta, ho 25 anni, sono siciliana. Ho vissuto a Bologna, Granada ed ora vivo nei pressi di Roma. La mia passione per la musica è nata da piccola con lo studio del pianoforte; ho poi interrotto il mio rapporto con la musica fino ai 18 anni, quando ho capito che la mia voce -che consideravo “strana”- poteva essere la mia carta vincente. Scrivo da quando la mia insegnante di canto a Bologna mi ha dato il consiglio migliore che poteva offrirmi: “mettiti al pianoforte, se hai qualcosa da dire, uscirà da se’”. Io credo di avere  un mio modo di guardare il mondo, senza appiattire la realtà, anzi rendendola spunto di confronto e domanda. L’aver studiato cinema, teatro ha allargato i miei orizzonti culturali e ritengo che questo contatto tra varie tipologie di arte sia un punto di forza, poiché riesco ad essere maggiormente visiva quando scrivo: riesco a regalare immagini. Sei in finale al Premio Mia Martini con il brano Triste Realtà. Raccontaci questa canzone, descrivila attraverso 3 aggettivi e spiegaci come mai hai scelto proprio Triste Realtà per partecipare al Premio. Triste Realtà l’ho scritta molti anni fa, in un giorno di pioggia, nella stanzetta che l’Università di Bologna mi concedeva una sola ora alla settimana per suonare. Quel giorno mi arrivò una notizia: un mio amico aveva perso una persona a lui cara. In questo brano indosso il dolore, lo affronto. Negli anni questo brano ha avuto diversi rifacimenti, anche a livello testuale. È una canzone sentita, sincera e positiva, poiché il messaggio è quello di trasformare una triste realtà in qualcosa di nuovo. Quando ho dovuto scegliere la canzone per partecipare al Premio, sapevo che, non avendo pubblicato nulla, sarebbe diventata il mio biglietto da visita. Sono andata contro il tormentone, poiché Triste Realtà è un pezzo […]

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