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Eroica Fenice

Cinema & Serie tv

Emmy Awards 2018: tutti i premi dell’edizione

Volgono al termine gli Emmy Awards 2018, che nell’edizione di quest’anno hanno visto tornare con prepotenza, dopo un anno di assenza, la serie TV Game of Thrones, la quale ha guidato le nomination della serata, aggiungendo al suo curriculum ben 22 nomination. La serie è stata seguita immediatamente da Saturday Night Live e Westworld, con 21 nomination ciascuno. Mentre The Handmaid’s Tale, la distopica serie TV, ha ottenuto 20 candidature per la seconda stagione, tra cui quelle per Elisabeth Moss e Samira Willey. Tra le svariate novità e sorprese della cerimonia, vi è la supremazia di Netflix, che per la prima volta domina la scena degli Emmy Awards 2018 attraverso 112 nomination contro la stimata Hbo, che quest’anno concorre per 108; da qui è possibile comprendere la grande rivoluzione di Netflix che, con passo sempre più celere, spopola non solo come piattaforma digitale, ma anche come produzione e format. Per le Limited series, con 18 nomination c’è The Assassination of Gianni Versace: American Crime Story; invece come serie comica, la più candidata è Atlanta.  Prodotta da Amazon, la iperpremiata La fantastica signora Maisel, ha sbaragliato davvero ogni concorrenza, vincendo cinque Emmy Awards: miglior serie brillante, miglior attrice con Rachel Brosnahan, miglior attrice non protagonista con Alex Borstein, miglior sceneggiatura e miglior regia con Amy-Sherman Palladino, già sceneggiatrice e creatrice di due serie cult come Pappe Ciccia e Una mamma per amica. Tra le candidature come miglior attrice comedy vi era anche Megan Mullally, per l’amatissimo Will and Grace, che anche stavolta resta all’oscuro e senza premi. Allo show targato HBO,  il già citato Game of Thrones, conosciuto dalla popolazione italiana come “Il trono di spade”, è stato riconosciuto uno dei premi più ambiti, ovvero Miglior serie drammatica ed ancora una volta il folletto, Peter Dinklage, in perenne nomination (la settima), ha ricevuto  per la terza volta il premio di Miglior attore non protagonista. Clairy Foy è la migliore attrice protagonista drammatica, un premio davvero meritato, anche perché dalla prossima stagione di The Crown, la Foy dovrà smettere di indossare le vesti della regina Elisabetta II. Prima nomination per un’attrice di origine asiatica, Sandra Oh, con Killing Eve, alla quale non arriva tra le mani nessun premio, nonostante la bravura eccezionale che da sempre la contraddistingue. Miglior attore protagonista in una serie drammatica è stato conferito a Matthew Rhys, per The Americans, avvincente racconto dell’America durante i tempi della Guerra Fredda. Nelle edizione 2018 degli Emmy Awards non poteva mancare un momento da ricordare e incorniciare nella storia della manifestazione: Glenn Weiss, regista dell’Ultima Notte degli Oscar, durante il suo discorso di ringraziamento ha sorpreso tutti i presenti, chiedendo alla fidanzata Jan Svandsen di sposarlo. Emmy Awards 2018: tutti i premi Miglior serie drammatica Game of Thrones Miglior film TV Black Mirror – USS Callister Miglior miniserie The Assassination of Gianni Versace: American Crime Story Miglior serie comedy The Marvelous Mrs. Maisel Miglior programma animato Rick and Morty – Cetriolo Rick Miglior attore protagonista in una serie drammatica Matthew Rhys, The Americans Miglior attrice protagonista in una serie drammatica Claire Foy, The Crown Miglior attore […]

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Musica

La recensione di Vinacce, il nuovo album di PaoloParòn

Paoloparòn, nome d’arte di Paolo Paròn, è un artista dal lungo curriculum, che vanta all’attivo diversi album. Il suo ultimo progetto è la pubblicazione del disco intitolato Vinacce, il quale porta con sé un sottotitolo necessario per comprendere l’intero album: Canzoni per inadeguati. Il cantautore esordisce insieme all’Orchestra Cortile con la quale ha pubblicato due ep e si è aggiudicato diversi  premi, lanciando un album dal titolo Ondis di glerie, fino a poi andar via dal progetto nel 2011. Da solista Paoloparòn entra nella scena cantautoriale attraverso l’online, con un EP omonimo di cinque brani in cui si fonde il genere della ballad al cantautorato anni ’70 alla Lolli. La gavetta di Paloparòn prosegue nel 2015 attraverso la formazione di un trio reso possibile grazie alla presenza della batteria di Stefano Bragagnolo e delle mani sul basso e sul contrabbasso di Roberto Amedeo. Il disco Vinacce è stato registrato nello studio del musicista e produttore Jvan Moda, in Friuli, attraverso un processo corale di rielaborazione dei brani da parte dei componenti del trio. Vinacce, il nuovo disco di Paolo Paròn Proiettiamo tutto il disco come se ci trovassimo all’interno di un quadro di Dalì, a metà tra il surrealismo e il pensiero che fa riflettere, mettiamoci anche un pizzico di poesia maledetta alla Baudelaire, fondiamo il tutto con il secolo in cui ci troviamo, stanco di continue riprese e discussioni. Tra una voce spesso disarmonica, ma disarmonicamente intrigante, e un sound lasciato libero dalle correzioni, si assiste alla poca stabilità del percorso armonico, che influenza l’intero disco, rendendolo difficile da terminare. È pur vero che si tratta di un genere complesso quello del teatro canzone, arduo sia da costruire che da recepire, ma purtroppo la scena musicale di oggi richiede, anche nel genere di nicchia, una musicalità che possa restare impressa, in modo da ricordare quanto ascoltato: cosa che non accade con Vinacce. È un vero peccato, perché tutto quanto costruito intorno all’album è davvero di grande effetto, ma paga la poca comunicabilità e l’altrettanta incapacità degli ascoltatori di comprendere fino in fondo il progetto. Ad aprire il disco di PaoloParòn è il titolo Mani Adatte, dalla forte contaminazione rock, dove la voce modula in simbiosi con il ritmo della batteria, talvolta sforzandosi più del dovuto. Sicuramente il testo è il punto di forza della prima traccia. Paga la sperimentazione di più generi mista ad un testo che non ha un momento di culminazione, ma prosegue senza sosta. Alla settima stazione di questo percorso musicale vi è il brano che dà il nome al disco, Vinacce, una ballad tranquilla, con accordi e riff che ricordano la calma e l’astuzia dei Dire Straits e il cantato emulatore di Lolli. Molto interessante anche questa volta il testo, di grande originalità, anche per l’uso dei vocaboli di cui il cantautore di serve. Chiudo con Ai tempi delle chat, un ingresso di chitarra che prosegue nella sua volontà acustica, per portare alle orecchie una storia ormai raccontata dai più, senza però la forte condanna, ma l’amara consapevolezza.  

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Attualità

75° edizione della mostra del cinema di Venezia

Undici giorni che vedono protagonista il cinema. Da fine agosto agli inizi di settembre, un appuntamento imperdibile per tutti gli appassionati di film, che aspettano con ansia e trepidazione la mostra cinematografica di Venezia, laguna multimediale, tinta dal rosso dei red carpet, infiammata dalle emozioni delle proiezioni scelte, colorita dai tanti volti che si avvicendano sul photo call. Quest’anno Venezia tiene bene banco nella prima settimana, in cui sono stati visionati i titoli già presentati a Toronto e Telluride, ma soffre della lentezza della manifestazione, allungando fin troppo i tempi per un festival del cinema. La Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica, abbreviata nel gergo e chiamata dai più, Festival di Venezia, si tiene al Lido di Venezia, con l’organizzazione della Biennale, una delle istituzioni culturali più acclarate al mondo. Nella sua 75° edizione, Venezia premia con il suo riconoscimento più importante, ovvero il Leone d’oro, la pellicola Roma, di Alfonso Cuarón. Roma non si riferisce alla capitale d’Italia: li suo nome deriva da un quartiere di Città del Messico. Il film è ambientato nel 1971, l’anno in cui i militari uccisero alcuni studenti che protestavano contro la privatizzazione delle università. Cuarón punta sempre in alto, infatti Roma esce dopo il successo di Gravity, per il quale vinse l’Oscar per la Miglior regia. Il tutto è incorniciato dalla preziosa notizia: il film è distribuito dalla rivoluzione del momento, Netflix. I fratelli Coen si aggiudicano il premio per la Miglior sceneggiatura, con La ballata di Buster Scruggs; la Coppa Volpi, assegnata per la miglior attrice, è nelle mani di Olivia Colman, per il film The Favourite. Mentre viene consegnato a Willem Dafoe, che recita in At Eternity’s Gate, il premio come miglior attore. A presiedere la giuria di quest’anno è Guillermo Del Toro, regista che l’anno scorso ebbe l’onore di ricevere il Leone d’Oro, e poi l’Oscar, per il film La forma dell’acqua. Ormai Venezia è divenuta una vera e propria rampa di lancio per gli Oscar. Sono numerose le pellicole presentate al Lido che sono poi state premiate come Miglior Film nella notte più lunga del cinema. Basti pensare alla già citata La forma dell’acqua, per proseguire con Birdman e con Spotlight. Ecco i premi principali del festival del cinema di Venezia: Leone d’oro per il miglior film: Roma di Alfonso Cuarón Pran premio della giuria: The Favourite di Yorgos Lanthimos Leone d’argento per la miglior regia: Jacques Audiard per The Sisters Brothers Coppa Volpi per la miglior interpretazione femminile: Olivia Colman per The Favourite Coppa Volpi per la miglior interpretazione maschile: Willem Dafoe per At Eternity’s Gate Miglior sceneggiatura: Joel Coen ed Ethan Coen per La ballata di Buster Scruggs Premio Marcello Mastroianni (a un attore emergente): Baykali Ganambarr per The Nightingale Premio speciale della giuria: The Nightingale di Jennifer Kent Miglior film della sezione Orizzonti: Manta Ray di Phuttiphong Aroonpheng Premio Leone del futuro per la miglior opera prima: The day I lost my shadowdi  Soudade Kaadan.

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Musica

Autotune: tutto quello che c’è da sapere sul software che rende intonati

Auto-tune, come funziona il software che sta cambiando la musica I dati ed i numeri parlano chiaro: ad oggi la musica più ascoltata proviene dalla strada, ha un nuovo linguaggio comunicativo, si avvale di personaggi estremamente caratterizzati, dalla voce particolarmente metallica. Sì, perché, tranne poche eccezioni, l’hip hop, il rap e la trap hanno un unico comune denominatore: l’utilizzo dell’autotune. Prima che i puristi condannino l’uso di tale software, definito da Ermal Meta “come il doping per gli sportivi”, è bene conoscere fino in fondo a cosa serva questo strumento, perché se ne faccia uso e abuso, ma in particolar modo quali svantaggi possieda ed metta in luce in relazione all’artista. L’autotune è un software progettato nel 1997 dallo studio Antares Audio Technologies, in grado di gestire la curva dell’audio, intervenendo sulle imprecisioni della voce e sull’intonazione stessa. In questo modo non si registrano note calanti, sbavature di suono, ma il prezzo da pagare è molto alto, in quanto, essendo un intervento elettronico, non consente di mantenere il suono caldo della voce ed inevitabilmente si assiste ad una percezione vocale dal sapore metallico. L’uso di autotune è stato ammesso da numerosi artisti, anche pop della scena internazionale, ma ha spopolato in Italia con l’invasione del rap e della trap da parte di artisti italiani come Ghali, o Sfera Ebbasta, primi in classifica spotify da mesi. In un’epoca musicale in cui l’Italia è in perfetta sincronia con il resto del mondo, se si esaminano gli ascolti ed i generi preferiti da fruire, si percepisce a pieno come sia cambiata l’idea di musica e quanto l’intervento elettronico abbia condizionato il suono stesso. Autotune e Melodyne, dov’è finito il talento? L’utilizzo di software che agiscano sulla voce è costante, delle volte anche solo per effetto, marchio distintivo del genere. Auto-tune però non è l’unico plug-in; infatti prima di lavorare con esso, si utilizza Melodyne, un altro software che modella la voce, senza appiattirla. Il punto di domanda nasce dalla necessità di inserire tali effetti vocali nel live, il più grande banco di prova per cantanti non dotati di vocalità. Quello che spesso accade infatti è la forte discrepanza che si percepisce tra registrazione in studio e live. In un audio ascoltato su Spotify si assiste ad una perfezione canora assoluta, raramente presente in un live, dove perfino artisti dalle forti capacità vocali sono messi a dura prova. Si perde dunque la spontaneità vocale, ma forse proprio la  bravura in sè, dato che anche l’ultimo degli stonati, grazie ad autotune può diventare una star. Bisognerebbe utilizzare live l’auto-tune come un rafforzativo, un effetto della voce, che aggiunge piuttosto che sopperisce alla voce stessa. Christina Aguilera ha affermato a proposito “Autotune is for pussies”, ribadendo il concetto che l’utilizzo di tali software è per chi non ha talento vocale, per coloro che non hanno coraggio di mostrare la propria voce. Autotune, info e strumenti

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Interviste

Eduardo De Felice: quando la musica sogna un tempo che non c’è più

Dimenticate Coez, Calcutta, i Viito. Mettete pausa alla vostra playlist spotify Indie Italia. È pur vero che siamo nel 2018, epoca di autotune e della trap, ma esistono ancora oggi generi come il cantautorato italiano della vecchia scuola, che non smettono di combattere la loro battaglia contro il nuovo mondo musicale che li circonda. Eduardo de Felice ne è un esempio. Eduardo De Felice, un cantautore vecchio stampo Puntiamo il dito sulla scena napoletana, terra eterogenea che pulula di musica; a Napoli il genere cantautoriale continua a resistere e torna in auge grazie a De Felice, classe 1981, cantautore vecchio stampo, uno di quelli nati con i vinili di Battisti, cresciuto a pane e Dalla, innamorato del passato al punto da volerlo celebrare nel suo ultimo lavoro discografico: È così. Prodotto e distribuito dall’etichetta Apogeo Records, il lavoro di De Felice è accompagnato dalla produzione artistica di Gnut, cantautore acclarato della scena partenopea. Il disco si arricchisce di una copertina amarcord, in cui si tasta con mano il ricordo di Eduardo bambino, con una fetta di anguria tra le dita. Così come la fotografia di infanzia, immediato e semplice si presenta il disco È così: fin dal primo ascolto si percepisce la volontà di riportare in vita le sonorità degli anni ’70-’80 italiani, in un lavoro coerente a se stesso, proprio perché il sound retrò accompagna tutte le 11 tracce del disco. Il passato non piace a tutti, ma sicuramente Eduardo De Felice è un ottimo ponte di collegamento con il cantautorato che si ascoltava sul giradischi alla fine degli anni ’70: un farmaco da prescrivere ai nostalgici della musica che è stata. È così. Un’affermazione forte. Da dove nasce l’idea di chiamare l’album in questo modo? È nato proprio perchè volevo che l’album fosse racchiuso in una breve affermazione, in grado di rievocare la semplicità del disco. Inoltre “È così” richiama l’album di Battisti “È già”, quindi un valore aggiunto al titolo. Volevo che questo disco mi rispecchiasse del tutto, diversamente dal vecchio EP; avevo voglia di curare io ogni dettaglio, per creare un album che avesse il suono degli anni ’70-’80 italiani. L’idea era anche quella di fare il vinile, proprio per ricalcare il concetto ed il valore che ho dato al passato. Sei l’autore dei testi e compositore della musica dei brani presenti nel tuo album. Come nasce una tua canzone? Quali sono le tue ispirazioni? Riprendo le parole di Vasco: “Le canzoni nascono da sole, già con le parole”. A volte può capitare che inizi dal testo, altre dalla musica, certe volte anche testo e musica insieme. Il lavoro creativo può terminare in mezzo pomeriggio, o a volte ci vuole più tempo. Per quanto riguarda le ispirazioni possono essere fatti accaduti a me, episodi che mi riguardano indirettamente; basta anche una sensazione, una frase, un oggetto. Sarà il mio segno ziodacale, il Sagittario, ma sono una persona distratta, forse proprio per questo se qualcosa mi colpisce è perchè davvero mi interessa. L’idea del cantautorato anni ’70-80, […]

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Interviste

Simona Molinari, intervista alla cantautrice e musicista jazz

Maldamore è il singolo che anticipa il nuovo album di Simona Molinari, un progetto di inediti che presto vedrà luce. La cantante, napoletana di nascita, aquilana di adozione, questa volta canta tutto quello che viene racchiuso sotto la denominazione “amore”, ma che in verità amore non è. Da qui il titolo Maldamore, un singolo registrato a Roma presso l’Isola degli Artisti, con le sessioni della Big band e il missaggio effettuati a New Orleans. È un brano scritto a quattro mani dalla stessa Simona e da Amara, cantautrice toscana, appartenente alla stessa casa discografica della Molinari. L’esperimento coinvolgente di Simona Molinari consente di credere ancora che una musica sperimentale che combini il pop al jazz possa esistere, e soprattutto possa essere fruibile ad un vasto pubblico. Infatti grazie al sound ritmato e alla voce elegante dell’artista, un genere musicale ormai caduto in disuso nelle playlist, come il jazz o lo swing, riprende forza e vigore. Ecco l’intervista a Simona Molinari: A Marzo è uscito Maldamore, una canzone dal tono divertente piena di riferimenti sia alla quotidianità di tale sentimento, sia riferimenti in termini artistici. Come è nata l’idea di inserire stralci di brani appartenenti al cantautorato italiano come Gianna o Anna e Marco di Dalla? In realtà mi piaceva inserire una serie di citazioni, riprendendo gli innamorati della storia della canzone, proprio per far capire come tutti erano malati d’amore, o meglio quello che amore non è. Il brano è stato scritto con Amara, siamo amiche da una vita. Ci siamo conosciute durante il concorso del primo sanremo a cui ho partecipato; è un’ amicizia durata nel tempo, poi consolidata anche dal fatto che Carlo Varello è produttore di entrambe. Avevamo da tempo la volontà di scrivere insieme, questa è stata un’opportunità, che ci ha permesso di coniugare amicizia e professione. Immagino che questo primo singolo preluda un album nuovo. Quali saranno le novità di questo disco? Ci saranno collaborazioni? In questo momento sono alle prese con un film, la mia prima volta da attrice. Per questo motivo non si hanno date certe in merito all’uscita del disco. Non posso dire molto, se non che si ritorna agli inediti, con collaborazioni ed il mio mix di pop e jazz. Il jazz è un elemento imprescindibile, se si guarda alla tua carriera musicale. Ad oggi questo genere è definito di nicchia perchè ascoltato da pochi ed è necessario convertirlo in altre forme. Il tuo stile è possibile descriverlo come un ottimo connubio tra quello che è il pop, lo swing ed il jazz. Come hai lavorato per creare uno stile in cui ti identifichi e gli altri ti riconoscano? Nella prima parte della mia vita, credo di aver ascoltato molto. Sono stata a tanti concerti dal vivo e da ogni ascolto ho preso una caratteristica che mi piaceva. Un po’ come con le ricette in cucina, tanti ingredienti per creare una ricetta perfetta. Tanti spunti per creare una mia cifra stilistica. Quando hai capito che la musica sarebbe stata la tua strada? […]

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Interviste

Gabriella Martinelli: quando la musica non si piega alle regole

Sorprendente al primo ascolto, convincente al secondo. Sorprendente e convincente: sono questi i due aggettivi che si attribuiscono all’ultimo lavoro di Gabriella Martinelli, cantautrice, pugliese d’adozione; un album auto-prodotto che non cede alle regole del mercato, ma si piega soltanto all’istinto musicale. Parlo di istinto proprio perché è questo il fulcro del disco della Martinelli, intitolato La pancia è un cervello col buco. Convivono diversi generi musicali, ma spicca l’amore per il cantautorato italiano, attraverso testi che riprendono vocaboli caduti in disuso, qui invece messi in risalto grazie ad una scrittura brillante che si sposa con una voce piena di armonici ed estremamente intonata. Nell’era dell’autotune, Gabriella Martinelli dà spazio al suo timbro, giocando con diversi stili musicali, dal reggae del brano omonimo al disco, alla ballad La vagabonde. Tra scrittura e vocalità permane il carattere fresco e pulito, peculiarità della cantautrice. Otto tracce che delineano svariate figure femminili: irreali come Casimira, primo brano dell’album;  sono presenti anche riferimenti a donne che hanno fatto la storia e donne che circondano la quotidianità dell’artista. Donne rappresentate nel disco dall’artista Pronostico, creatore della copertina dell’album. Sicuramente è un disco lontano dal mainstream, più vicino alle dinamiche del cantautorato di nicchia, ma fruibile a tutti gli ascoltatori interessati a ciò che differisce dalla solita forma canzone. Questa è la nostra intervista. Gabriella Martinelli, l’intervista La pancia è un cervello col buco: dove nasce l’idea e l’esigenza di raccontare soprattutto figure femminili? Ho ritrovato tra i miei appunti alcune storie di donne ed ho cercato altre storie femminili che convivessero bene tra loro. La prima che ho scritto è la storia di Erika, “La pancia è un cervello col buco”, brano che dà il nome al disco e che tra l’altro ho presentato al premio Bianca D’Aponte ancor prima d’immaginare che sarebbe poi nato questo progetto. Sono storie di donne che effettivamente appartengono alla mia vita, come la mia terra, la Puglia, così come nonna e le donne della famiglia. Ci sono personaggi di fantasia come Casimira; attraverso di lei e le allegorie cerco di raccontare l’altro. Poi c’è Jeanne Baret, la prima donna che ha circumnavigato il globo e lo ha fatto travestita da uomo per seguire l’uomo che amava, perché alle donne a quei tempi alcune libertà non erano concesse. Sono personaggi positivi, coraggiosi. È un disco d’istinto, registrato in presa diretta, con la voglia di essere suonato in giro il più possibile. Il disco e autoprodotto, un lavoro coraggioso quello di essere cantautori oggi… Si, forse questo lavoro è una scommessa ma spero ci siano persone che possano ritrovarsi in quello che scrivo. Autoprodurre un disco è una scelta non legata ai meccanismi del momento, perché senza tempo e senza condizionamenti. Voglio scrivere canzoni nelle quali posso riconoscermi nel tempo. Autoproduzione significa anche scegliere la squadra giusta: ho scelto di attorniarmi di professionisti che credessero in questo lavoro tanto quanto me, promuovendolo con entusiasmo: a partire dal mio ufficio stampa, Chiara Giorgi; Adriano e Federica che curano la comunicazione sui social e […]

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Cinema & Serie tv

71° edizione del Festival di Cannes 2018: due premi all’Italia

Con la serata conclusiva di sabato 19 maggio, anche il Festival di Cannes volge al termine. La manifestazione cinematografica francese onora con il suo premio di riconoscimento, la Palma d’Oro, la pellicola Shoplifters del regista giapponese Hirokazu Kore-Eda; mentre a vincere il premio della giuria è la regista libanese Nadine Labaki. Quello di Hirokazu è un film coraggioso, che permetterà a un pubblico più vasto di conoscere la filmografia del regista giapponese, imperniata sulle relazioni famigliari. Un film profondo, con una prima parte più intensa e una seconda parte costituita di molte, troppe ripetizioni; per questo motivo non mantiene la stessa tensione iniziale fino alla fine. Non mancano sul red carpet del Festival di Cannes volti noti alla cinematografia italiana: svariati riconoscimenti sono stati attribuiti a pellicole nostrane. Il film Lazzaro felice vince il premio per la miglior sceneggiatura: con questo film Alice Rohrwacher realizza la sua opera più compiuta, riprende il mondo fiabesco cucito insieme ad una storia ideale, nel magico sfondo dell’Italia rurale. Il tema del non sapersi adattare è il perno su cui ruotano le vite raccontate dalla regista: un film “fuori dagli schermi” che ha conquistato la manifestazione francese. Premiato anche Marcello Fonte, attore protagonista di Dogman, l’ultimo film di Matteo Garrone; con la sua interpretazione basata sulla genuinità e sulla semplicità ha catturato tutta la giuria, ricevendo dalle mani di Roberto Benigni il premio come miglior attore. Fra gli altri premi consegnati durante la 71esima edizione spicca il riconoscimento speciale dato al regista 88enne Jean-Louis Godard, per il suo ultimo film Le livre d’image: un film in cinque parti, in cui si evoca in particolare la guerra e il mondo arabo, attraverso un collage di immagini, tra la fiction e il documento, con la presenza di citazioni e aforismi, spesso letti dallo stesso cineasta, padre della Nouvelle Vague. Non poteva mancare una parentesi di riflessione per le discriminazioni subite dalle donne in quest’ambito lavorativo; sulla scia delle altre manifestazioni cinematografiche, anche Cannes decide di affidare un monologo contro le molestie e gli abusi. Sale sul palco Asia Argento, riporta in vita i ricordi della violenza del caso Weinstein: «Nel 1997 sono stata stuprata da Harvey Weinstein qui a Cannes, avevo 21 anni». Presegue poi: «Perfino stasera, fra di voi, siedono coloro che devono rendere conto del loro comportamento nei confronti delle donne, che non può essere tollerato in questa o in nessun’altra industria. Sapete chi siete, ma soprattutto noi sappiamo chi siete e non vi permetteremo più di cavarvela così». Si chiude la stagione della manifestazioni cinematografiche, e si aspettano in sala i film vincitori di questa 71esima edizione.

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Interviste

Rumba de Bodas: arriva il nuovo album Super Power

Rumba de Bodas, una band di respiro internazionale I Rumba de Bodas sono una band bolognese attiva da ben 8 anni. Dopo il primo lavoro discografico nel 2012, Just Married, che vantava la presenza dell’attrice Matilda De Angelis e dopo il secondo album uscito nel 2014, Karnaval Fou, pubblicano il terzo disco, intitolato Super Power. Portano nella loro musica una forte mescolanza di generi, dal latin allo ska, il tutto rivestito da una componente swing in grado di renderli perfettamente riconoscibili nel panorama musicale italiano e internazionale. Rumba de Bodas, l’intervista Il vostro secondo album è stato pubblicato nel 2014, a marzo 2018 è uscito Super Power. Che cosa è cambiato in quattro anni? Chi sono oggi i Rumba de Bodas? Sono cambiati alcuni componenti del gruppo: questo disco ha una cantante diversa Rachel “Golden” Doe e anche il batterista è cambiato. L’introduzione di nuovi elementi ha portato a nuove aperture musicali tra cui il funky e l’elettronica, quest’ultima già presente negli altri dischi, ma stavolta i sintetizzatori sono più spalmati su tutto l’album. Credo sia normale avere delle evoluzioni all’interno di un gruppo, l’importante però è che si mantenga la voglia di fare musica e il concetto base del nostro gruppo, ovvero di far ballare e fare festa, suonare in giro, divertirsi. Vivendo anche palchi esteri, quali differenze riscontrate con il panorama musicale italiano? Ci sono sentimenti contrastanti: in Italia si creano situazioni meravigliose, siamo sempre stati accolti bene dal pubblico; all’estero però la cultura musicale è molto elevata, ci sono grandi festival per la musica emergente e sono più partecipati a livello di pubblico. Inoltre si ha la possibilità di incontrare molti artisti diversi. In Italia manca l’incentivo degli eventi: in Inghilterra, che è il luogo dove abbiamo suonato in più festival, si ha la possibilità di poter suonare, insieme ad altri musicisti, davanti a una platea di 20.000 persone, valorizzando così la nuova musica che sta nascendo. L’esperienza di suonare in strada caratterizza la vostra carriera musicale. Cosa vi ha insegnato? Suonare in strada ci ha permesso di pagare i dischi e venderli, stare in mezzo alle persone, portare la nostra musica in giro. Per molti anni abbiamo alternato la strada e il palco durante i tour. È stata un’ottima mossa promozionale e una grande palestra per noi musicisti. Non siamo rimasti fermi solo in Italia, dove siamo arrivati fino in Sicilia, ma abbiamo anche girato l’Europa portando la versione street delle nostre canzoni. In Francia e in Inghilterra avevamo una ventina di concerti e nei giorni vuoti suonavamo in strada: siamo stati a Londra, ad Edimburgo, dove da 5 anni torniamo per il Jazz Festival. Adesso abbiamo messo in pausa l’esperienza dello street e ci stiamo dedicando ai concerti. L’album ha quasi tutte le tracce in inglese e ha un grande arrangiamento musicale. Cosa ritenete più importante tra musica e testo. Perché? I testi sono nati in inglese per una nostra questione di ascolti, al momento ci sentiamo più vicini alla musica americana, perciò la fatica di […]

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Musica

Alan Wurzburger, il ritorno del cantautore napoletano

Reduce dal concerto al Museum Shop & Bar di Napoli, Alan Wurzburger presenta il suo ultimo lavoro discografico, Mi fermo a guardare la luna, un album di nove tracce dal sound elegante, prodotto per l’etichetta discografica Marocco Music. Il disco è stato abilmente arrangiato dal maestro Lino Cannavacciuolo, anche autore di tre brani, mentre la produzione fotografica è stata affidata a Gianfranco Ferraro, autore di tutti gli scatti presenti nel booklet. Il titolo del prodotto del cantautore napoletano si ispira alla riflessione sulla frenetica quotidianità che non rende possibile mettere in pausa il proprio mondo e i propri impegni, per poter ammirare lo spettacolo che ci circonda. Da questo incipit si diramano nove brani, che prendono spunto dal vissuto di Alan Wurzburger, che affrontano temi sociali, riguardanti la velocità e la fugacità del tempo;  testi che riflettono un mondo fin troppo tecnologico per poter guardare la luna. È una musica che non cede ai compromessi, ma vuole restare concentrata su uno stile e un ideale ben definito, lontano dal “mainstream” e dalle logiche del mercato. Mi fermo a guardare la Luna di Alan Wurzburger, un complesso lavoro strumentale Il primo brano del disco è Stai tu sule, brano in dialetto napoletano, che presenta un potente graffiato e un giro di basso che crea la giusta ritmicità, mescolandosi perfettamente allo shuffle della batteria. Al primo ascolto, la prima distrazione può essere la vocalità dell’artista, voce fuori dal coro, per la diversa musicalità del cantato, ma è sicuramente una voce che trasuda storia, esperienza, che sente la necessità di raccontare. Ciò si avverte nella seconda traccia dell’album, Figlia mia, brano in lingua italiana, colorato anche da un delicato controcanto femminile. Mi fermo a guardare la luna, terza traccia è l’emblema dell’intero lavoro discografico: al centro del testo, vi è proprio la quotidianità che divora e non rende possibile la stasi della contemplazione. In lingua italiana mista al dialetto è il quarto brano Voglio Giocare, la cui musica è stata scritta da Lino Cannavacciuolo: questo pezzo riprende qualche piccolo stralcio della tradizione napoletana, ponendo in avanti il tema della tecnologia, dello schermo di un cellulare che diventa una prigione per ogni essere umano. Lungo e complesso lavoro strumentiale, quello di Mi fermo a guardare la luna, un album in cui sono presenti una molteplicità di strumenti: dalla batteria di Daniele Chiantese e dalle percussioni di Ivan Lacagnina, alla sezione ritmica di basso e contrabbasso di Sasà Pelosi e Luigi Pelosi.  Numerosi gli strumenti a fiato: dalla tromba di Gianfranco Campagnoli, al trombone di Alessandro Tedesco, passando per il sax di Pericle Odierna. Ad impreziosire il tutto le splendide voci di Fabiana Martone, anch’essa eccellente cantautrice napoletana, e il duo emergente, fisarmonica e chitarra, Fede ‘n’ Marlen.

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Musica

Le nuvole si spostano comunque, il nuovo album di Edoardo Chiesa

In copertina un tramonto arancione che si interseca con il blu profondo delle onde del mare; un frutto secco, l’araujia, invade lo sfondo. In alto a destra un nome ed un titolo: Edoardo Chiesa, Le nuvole si spostano comunque. Questo è il titolo dell’ultimo lavoro musicale del cantautore, classe 1985, prodotto da Dreamingorilla Rec e L’Alienogatto. Sono dieci le tracce di cui si compone l’album, dieci pezzi pop, che ricordano il vecchio stile cantautoriale di Fossati e De Gregori, le atmosfere musicali calde ed intense, quella filosofia dei testi di Niccolò Fabi. Tanti richiami al cantautorato italiano, molto facili da scorgere nelle note di Edoardo Chiesa, eppure, nonostante questa grande aderenza al genere, quasi da far sembrare il prodotto musicale un’emulazione dei cantautori che furono, c’è qualcosa di dirompente, che rompe il filo dei paragoni e rende possibile un giudizio singolare. Edoardo Chiesa trattiene nella sua voce il graffio della vita, nella sua musica esprime la naturale bellezza del racconto, con una semplicità disarmante e con un tono lineare, ma seducente. Non aiuta molto alla gradevolezza dell’ascolto, la formazione con cui sono eseguite le canzoni: un trio costituito da chitarra, suonata da Chiesa, basso e batteria, ma aggiunge una nota di colore, il fatto che i brani siano stati registrati in presa diretta, puntando tutto sulla performance, in studio come dal vivo. La forza di Edoardo Chiesa sta sicuramente nel saper costruire una canzone, utilizzando le parole giuste, a metà tra il poetico e il quotidiano, nel saper modulare intensità e delicatezza, dando peso ad ogni sillaba pronunciata. L’album è stato anticipato dal videoclip Dietro al tempo, girato sulla Passeggiata degli artisti di Albissola ed Il Filo, realizzato in estate a New York. Come incipit del disco vi è Occhi, una canzone d’amore, che ha come fulcro del testo, il bisogno, la necessità di avere qualcuno al proprio fianco. Si prosegue con la già citata Dietro al tempo, che delinea e mette a fuoco le potenzialità espressive del trio. Sotto melodie, che non escono dagli schermi, ma anzi vi rientrano il più possibile, c’è una voce calda, che racconta i sentimenti e nello stesso tempo li vive. Nonostante gli arrangiamenti, scarni, a causa della formazione minimal, che forse rende fin troppo ripetitivi ed essenziali i brani, il lavoro svolto è piacevole e suggestivo, sopratutto per i testi, vero asso nella manica del cantautore, che tra un brano in cui riflette sul proprio percorso, come Voci, ed un altro in cui ironicamente descrive la paranoia, Le porte, riscopre quale sia la bellezza della parola e il valore del cantautore. Ci vuole coraggio nel portare un messaggio, senza bisogno di troppi artifici. Delle volte basta una chitarra.

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Musica

Giacomo Scudellari: countdown per Lo Stretto Necessario

Metti un cantautore, che non vuole percorrere i soliti luoghi comuni del cantautorato incompreso, ma che vuole celebrare la realtà per quella che è attraverso tonalità maggiori e cuore aperto. Mettici le percussioni in stile africano, un ricordo dell’India, un pizzico degli arrangiamenti alla De Andrè e gli anni ’70 amarcord. Mescola il tutto e scoprirai Giacomo Scudellari, cantautore romagnolo, in uscita con il suo primo album “Lo Stretto Necessario”, anticipato dal singolo di lancio “Il cantico della sambuca”. L’album è stato prodotto da Francesco Gianpaoli (Sacri Cuori, Classica Orchestra Afrobeat) per la sua etichetta Brutture Moderne, registrato in una formazione orchestrale, composta da 8 membri. Le nove tracce che disegnano l’album hanno tutte arrangiamenti molto colorati, che mascherano bene una voce piuttosto monocorde. Questo tipo di vocalità però non è del tutto definibile come difetto, sono tanti ormai gli artisti, sopratutto nella nuova scena cantautorale e indie, a non disporre di una grande estensione vocale; puntando tutto sulla musicalità dei brani e sugli arrangiamenti impeccabili, risultano più che ascoltati e ricercati. Su questa scia si inserisce Scudellari, da premiare per la scelta stilistica di ogni brano, vestito sempre con gli giusti strumenti e pieno di sorprese, ma sopratutto per la semplicità con cui si racconta in ogni testo. Il singolo “Il cantico della sambuca” è accompagnato dal video ufficiale. Circa 4 minuti di illustrazioni animate, realizzate da Davide “Bart” Salvemini, che ritraggono un tronco alle prese con avventure fuori dall’ordinaria routine. Al centro, l’esigenza di rappresentare la consapevolezza ed il cambiamento. Una storia dalla profondità filosofica, vissuta con spirito allegro, proprio come l’intero album. La vicenda raccontata ne Il cantico della sambuca affonda le sue radici in un rituale romagnolo, “una specie di messa alcolica”: nel bicchiere pieno di sambuca, è necessario che ci sia un chicco di caffè, la cosiddetta mosca. Gioia, leggerezza, quotidianità, tradizione musicale, ingredienti indispensabili per Scudellari, che ribalta i soliti stereotipi del cantautore triste e desolato, ridefinendo la concezione cantautoriale. Tra le scelte che attuano questo cambiamento, sicuramente portante è quella di aver chiesto l’aiuto negli arrangiamenti a tanti musicisti, sotterrando così l’idea del cantautore chitarra e voce, poco movimento, nell’attesa di tanta emozione. Giacomo Scudellari si esibirà il 10 aprile, al Teatro Socjale di Piangipane (RA), per presentare il nuovo disco; con lui sul palco ci sarà anche la cantautrice francese Emmanuelle Sidal.

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Interviste

Sesèmamà: quattro donne e un nuovo album

Si dice che 3 sia il numero perfetto, eppure non ne sarei così sicura. Da quando ho ascoltato le SesèMamà credo proprio che la combinazione perfetta ruoti intorno al numero 4. Infatti le SesèMamà sono un quartetto, tutte donne per l’esattezza, poliedriche ed eclettiche, colorate come il loro primo omonimo disco, presentato al Pan di Napoli lo scorso 8 marzo. Senza retorica, la bellezza di questo progetto è proprio il connubio di personalità differenti, con trascorsi musicali diversi; a completare la tavolozza di colori vi è la composizione artistica: un pianoforte, suonato da Elisabetta Serio, tre voci, quelle di Brunella Selo, Annalisa Madonna e Fabiana Martone che arricchiscono l’atmosfera musicale suonando anche percussioni, vocal trumpet e body percussion. Sono all’attivo dal 2016, nel 2017 è uscito il loro primo singolo, con video annesso, dal titolo Senza Paura, una rielaborazione del brano di Toquinho, De Moraes, con testo italiano di Bardotti. Reduci da Musicultura, ad oggi hanno tra le mani il loro primo lavoro insieme, prodotto da Bruno Savino per SoundFly con Piero de Asmundis. Dieci tracce, inedite e non, numerose collaborazioni: Maria Pia De Vito, Robertinho Bastos percussionista, che ha partecipato a due brani del disco (Lôro e O trafego), e ancora Antonello Paliotti, Dario Franco, Arcangelo Michele Caso e Michele Signore. La parola d’ordine è colore: tonalità diverse ma complementari, un incastro armonioso che è possibile notare già dalla copertina dell’album. L’artwork di Nicola De Simone ha rappresentato le quattro donne incorniciate da uno scenario costituito dai quattro elementi, terra, fuoco, aria ed acqua, in una creazione dal forte impatto visivo. Ascoltarle vi farà compiere un viaggio attraverso suoni e colori di tante terre, in primis la nostra, attraverso i due brani Siente siè, scritto da Luigi Esposito e Fabiana Martone, e Jesce, composizione originale di Ernesto Nobili e Annalisa Madonna. Epilogo del disco è Epitaffio, rielaborazione dell’epitaffio di Sicilo, documento musicale dell’Antica Grecia, ritrovato in Anatolia, che racchiude in dodici righe un’immensa celebrazione alla vita. SesèMamà, l’intervista Sui social avete presentato la copertina del disco e alcuni scatti del booklet, in cui emerge la presenza dei quattro elementi fondamentali: fuoco, terra, aria e acqua. In più avete inserito come ringraziamento Totò, il principe della risata. Come mai queste due scelte? La scelta dei 4 elementi risalta le peculiarità delle nostre presonalità (nonché dei percorsi artistici) così diverse e al contempo complementari. Inoltre, per un’incredibile coincidenza, i segni zodiacali rispecchiano i quattro elementi. Riteniamo che sottolineare le differenze sia un punto di forza e ci dia la possibilità di accettare i limiti l’una dell’altra e di andare avanti con più determinazione. Totò è presente nella nostra terra  ancora oggi a distanza di oltre 50 anni. Molto spesso durante le prove viene citato con una delle sue gag. Nel video di Senza Paura è stato aggiunto un cameo che termina con la frase (pronunciata da Elisabetta) “non si è mai saputo”, tratta dal film Totò Diabolicus. Sesèmamà, il vostro primo disco, lo vedete più come un traguardo o come un nuovo […]

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Cinema & Serie tv

And the Oscar 2018 goes to… tutto il meglio della 90esima edizione

La tanto attesa formula «And the oscar goes to» è stata pronunciata nella notte tra domenica 4 e lunedì 5 marzo, a Los Angeles, sede della più ambita ed aspettata manifestazione cinematografica, gli Oscar, che quest’anno compiono cifra tonda, ben 90 edizioni. Come tutte le cerimonie che si rispettino, oltre alla prestigiosa consegna dei premi a film ed attori di grandissimo calibro, ciò che attira maggiormente l’attenzione sono i discorsi ed i monologhi, momenti di riflessione ed intrattenimento. Il monologo iniziale di Jimmy Kimmel, presentatore della cerimonia, ha subito giocato sullo sbaglio dell’anno scorso, quando inizialmente il premio Miglior Film fu assegnato a La la land. Il presentatore si è anche divertito a sottolineare la lunghezza dei discorsi di ringraziamento, promettendo a chi avesse fatto il discorso più breve, una moto ad acqua. Tra una battuta ed un’altra, spicca il momento di Lupita Nyong’o e Kumail Nanjiani, due attori, entrambi emigranti negli Stati Uniti, che prima di premiare la Miglior Scenografia, si sono intrattenuti a spiegare cosa si nasconda dietro la parola DREAMers: una specifica categoria di immigrati regolari. Infatti questo è l’acronimo di “Development, Relief, and Education for Alien Minors Act” (“Legge per lo Sviluppo, il Sostegno e l’Educazione dei Minorenni Stranieri”), una legge mai approvata, nata con lo scopo di creare un percorso per far ottenere la cittadinanza agli immigrati irregolari arrivati negli Stati Uniti da bambini. Vi è poi il momento della bravissima, bellissima Emma Stone, che prima di premiare la Miglior regia si è soffermata sulla presenza di una donna, Greta Gerwig, all’interno delle nomination di quest’anno, cosa che non accadeva da molto tempo. Sicuramente verrà ricordato come il momento più applaudito ed inaspettato della serata, il discorso di Frances McDormand, dopo aver vinto il premio di Miglior Attrice Protagonista per il film Tre Manifesti a Ebbing, Missouri. Incitando tutto il pubblico della platea a mettersi comodo, data la quantità di cose da dire, ha poi chiesto alle donne in sala di alzarsi in piedi, chiamando come portavoce Maryl Streep. Ha terminato il suo monologo con due parole: inclusion rider; una clausola, che può essere inserita all’interno dei contratti cinematografici, per garantire la presenza di donne e tutti i gruppi sottorappresentati. Ansia e trepidazione per il premio assegnato al Miglior Film, anche perché il livello qualitativo quest’anno era molto alto e sopratutto la scelta non focalizzata solo su un paio di titoli. Tra applausi e complimenti è Guillermo del Toro a trionfare, insieme a tutto il suo cast, per la favola cinematografica racchiusa sotto il nome The Shape Of Water. Uno dei momenti più toccanti degli Oscar 2018 è James Ivory, 90 anni a giugno, che ritira il suo primo Oscar, per l’adattamento del romanzo Chiamami con il tuo nome, unico premio vinto per il meritevole film di Guadagnino. Ecco i vincitori degli Oscars 2018: Miglior film La forma dell’acqua – The Shape of Water Miglior regia Guillermo del Toro, The Shape of Water – La forma dell’acqua Miglior attrice protagonista Frances McDormand, Tre manifesti a Ebbing, Missouri […]

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Musica

Mu.az, al via la prima edizione del contest musicale

La musica entra in azione con la prima edizione del contest Mu.az, una rassegna musicale che si pone come obbiettivo quello di scoprire e valorizzare la nuova musica emergente campana. Il concorso musicale si svolgerà su due binari diversi che muoveranno i loro passi in parallelo: la categoria cantautori e la categoria band. I cantautori, uno dei punti più forti del panorama musicale campano, in questa rassegna potranno mettere in mostra tutto il loro talento, esibendosi in location diverse dal “solito giro cantautoriale”, avendo anche la possibilità di essere accompagnati da uno o due musicisti. La formazione cantautoriale prevede infatti al centro l’artista singolo, più un massimo di due accompagnatori. Per le band la formazione minima è il trio, invece. Band che promuovono musica inedita di ogni genere, dal rock al blues, dal pop al jazz, potranno inviare la propria candidatura al sito del Mu.az Il contest dà la possibilità a chiunque di inviare il proprio materiale musicale, in quanto è uno dei pochissimi concorsi musicali a iscrizione gratuita; questo perché la finalità del Mu.az è la musica in sé e non il commercio che le gira intorno. A essere valorizzati saranno i musicisti, con le proprie idee ed il proprio sound, nel rispetto di ogni stile e ogni influenza. Un percorso di 3 mesi, in 4 locations differenti del campano, con un pubblico sempre nuovo, eterogeneo. A partire dal Sea Legend di Pozzuoli, passando per il casertano con Mr Rolly’s al Fabric di Portici, l’innovativo club-ostello, terminando con un must dei palchi jazz del napoletano: il Bourbon Street. Mu.az è in collaborazione con Radio Punto Zero, l’etichetta Aspro Cuore Recording e il festival musicale “Meeting del mare”. Tra i premi previsti, vi è proprio la possibilità di partecipare ad una delle serate del Meeting. Tra produzioni, borse di studio, buoni prove, il Mu.az muove i suoi primi passi tra il napoletano e il suo hinterland, alla ricerca di buona musica e di buone orecchie che la ascoltino con la giusta passione. Quando si parla di contest, la prima parola che viene in mente è competizione. Sembra che l’agone sia l’unica possibilità che offrano i concorsi musicali. Partecipare a un contest, con il giusto spirito, non significa di certo gareggiare per vincere, ma mettersi alla prova, diffondere la propria musica, muovere i primi passi nel contesto musicale e potersi confrontare con le varie realtà che animano il panorama. La scena musicale napoletana e campana pullula di idee differenti: numerosi gruppi emergenti portano avanti progetti innovativi, alcuni ricalcano le esigenze del momento, come avviene per le band indie, tanto in voga al momento; molti altri si muovono sulla scia del rock, del pop e dell’alternative nord europeo.

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Musica

Border Diary, il primo disco di Emenél

Con l’album Border Diary approda nel panorama musicale Emenél, nome d’arte di Moreno Turi, cantante, producer, autore e compositore, salentino di nascita, torinese d’adozione. Emenél è un’artista che di strada ne ha fatta, ed anche parecchia: ha collaborato con con gli Africa Unite e con Raiz degli Almamegretta e aperto concerti ad artisti del calibro di Black Eyed Peas, Anthony B, Subsonica e Caparezza. Dopo aver cavalcato grandi palcoscenici in numerosi festival europei, dallo Sziget all’Eurosonic, dal Boomtown al Glastonbury Festival, ad oggi è al fianco di Roy Paci nel progetto “Valelapena”, è membro della band The Sweet Life Society, ed è in lancio con il suo primo disco Border Diary. Un progetto che il cantante ha definito “elettronica nera”, un concept disc, che raccoglie suoni, atmosfere differente, creando un melting pot musicale. Si tratta di un disco dicotomico: l’artista si divide tra “i ricordi del Sud” e “la casa del nord”, tra l’essere e il pensare, tra la vita vissuta e quella osservata, tra la componente digitale e quella analogica. Border Diary raccoglie questi frammenti così diversi e li ricuce con ago e filo, creando una linea di confine e di riappacificazione. La voce diventa uno strumento essenziale nel lavoro di Emenél, attraverso una minuziosa ricerca si converte in beat, appoggia il suono del basso insieme ad un sistema elettronico che la circonda e la valorizza. Il primo singolo, disponibile su Youtube, è Leaves, un brano in inglese, minimal ed electro, dal beat intenso e dal cantato musicale, a differenza di molte altre tracce del disco, che possono risultare troppo avanguardistiche, a causa dello scollamento tra cantato e base. L’effetto prodotto è un progetto di nicchia, fusion, forse troppo. Il lato positivo è sicuramente l’autentica versatilità dell’album, che spazia tra italiano ed inglese, che propone featuring con Giuletta (Who I Am), Trevor (N.O.I.) e Victor Kwality (Stelle Sporche), che alterna il beat commerciale ad uno stile fuori griglia. L’album di esordio di Emenél, Border Diary, distribuito da Egea Music, è disponibile su tutte le piattaforme digitali. Border Diary (concept disc)  “Border Diary è un diario elaborato al confine tra due mondi. Tra i ricordi di sud e la casa nel nord. Tra l’inutilità delle università e il sudore nei festival musicali. Tra una forma dell’essere, e una del pensare. Tra la vita vissuta e quella osservata. Border Diary è un diario di confine, di rappacificazione, di consapevolezza”.  

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Concerti

Le stelle sono rare, il primo album delle Mujeres Creando (Apogeo Records)

Lo sfondo nero le avvolge, la calda luce sul palco le illumina. Cinque donne: alla voce Assia Fiorillo, alla chiarra Claudia Postiglione, al violino Igea Montemurro, alla fisarmonica Giordana Curati, alla batteria Marisa Cataldo. Insieme sono le Mujeres Creando. Davanti ad una platea gremita, nell’Ex Asilo Filangieri, spazio aperto dedicato alla cultura, le Mujeres Creando hanno presentato il loro primo disco, Le stelle sono rare, prodotto dall’etichetta discografica napoletana Apogeo Records, con la direzione artistica di Ernesto Nobili, anch’egli presente sul palco nelle vesti di bassista. Non è l’unico special guest della serata, infatti dopo pochi brani entra in scena anche la pianista Elisabetta Serio. Preceduto dall’uscita del primo singolo “Per sempre ancora”, l’album Le stelle sono tare è un viaggio composto da dieci tracce, piene di colori e sfumature di suono. Fin dal primo ascolto ci si immerge in un mondo fatto di gipsy jazz, cambi ritmici dominanti ed un sound potente come una freccia, che colpisce il bersaglio e non lascia indifferenti. C’è posto per ogni sperimentazione, a partire dalla lingua: si inizia con l’italiano, passando poi per lo spagnolo, il dialetto napoletano, concludendo con l’inglese. In un mondo così variopinto come quello delle Mujeres, è riservato un posto d’eccezione all’amore, protagonista assoluto dei testi del quintetto napoletano: un tema sfiorato con delicatezza da E je parlo ‘e te, un brano dall’atmosfera rarefatta, ma che non perde mai il sound che contraddistingue le Mujeres. Forse la vera ricchezza è proprio che le Mujeres Creando sanno come distinguersi e sono chiaramente identificabili, grazie al particolare set strumentale ed al minuzioso lavoro nella costruzione dei brani, in cui i cambi di tempo sono la ciliegina sulla torta, che impreziosisce ancor di più il loro mondo musicale. Nel disco tra Rosaspina, unicum strumentale dell’album e Once More, ultima traccia, che vede la collaborazione con Elisabetta Serio, vi è Remedios, cover di Gabriella Ferri del 1974, riportata in vita come colonna sonora del film Saturno Contro. Le stelle sono rare, il lavoro delle “donne che creano” Devono il loro nome al movimento femminista boliviano fondato nel 1992 da Julieta Parades, Maria Galindo e Monica Mendoza. Mujeres Creando, ovvero Donne che creano. Una band tutta al femminile originale, una mosca bianca del panorama musicale napoletano e non solo, cinque artiste che insieme hanno “creato” una bella atmosfera, un unico suono dal suono unico. L’album Le stelle sono rare è stato realizzato grazie ad una campagna di crowdfunding, ad oggi è disponibile sia nel formato standard che digitale.

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