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Eroica Fenice

Musica

Arianna Poli e il secondo EP: Grovigli

Ferrara, classe 1999, Arianna Poli è una cantautrice emergente italiana, che il 20 marzo ha pubblicato il suo secondo lavoro musicale: Grovigli, un EP composto da tre brani, due inediti ed una cover de Le luci della Centrale Elettrica. Dopo un tour che ha portato il suo precedente album, Ruggine, in giro per l’Italia, Arianna torna con un nuovo progetto, che mette in risalto la dimensione acustica e minimale. Un lavoro di sottrazione che dà luce alla voce e alle parole. Registrato a Ferrara presso lo studio SONIKA, prodotto da Samuele “Samboela” Grandi, Grovigli ha il merito di essere un EP asciutto quanto basta, ideale per porsi sulla linea di confine tra il cantautorato d’autore e l’indie. Intervista ad Arianna Poli Qual è l’esigenza di voler far uscire un EP di tre canzoni, di cui una versione acustica di un brano del disco precedente e una cover de Le luci della centrale elettrica. Cosa vuoi comunicare con Grovigli? Prima di Grovigli, io e Samuele, fonico e musicista che mi accompagna nella produzione e nel tour, avevamo registrato e pubblicato un EP di sei canzoni: Ruggine nel 2018. Quando abbiamo iniziato a suonare, ci siamo ritrovati a produrre brani un po’ casualmente, senza l’intenzione di farne un disco per poi andare in tour; per questo abbiamo arrangiato con tanti strumenti, molti dei quali non suoniamo dal vivo. Dopo averlo pubblicato, c’è stato un tour di un anno e mazzo, una sessantina di concerti dove abbiamo suonato con i nostri strumenti e con le nostre forze. Da qui ci siamo resi conto che le canzoni si erano un po’ plasmate e avevano subito un cambiamento. Grovigli infatti è nato perché avevo l’esigenza di riscoprire i brani suonati durante i concerti, in una dimensione che fosse più fedele al live e più fedele a come mi sento di suonare io, esprimendo meglio il senso di ciò che sto cantando. Sono solo tre brani perché volevo si creasse un ponte, tra l’EP precedente, Ruggine, e quello che verrà in futuro. Ruggine, il disco precedente – Grovigli, attuale EP, due titoli che comunicano situazioni da prendere in mano per evitare che si ossidino, o per snodarle da eventuali intrecci. Se è vero che un disco è il completamento dell’altro, qual è il fil rouge che collega i due album? Dal 2018 al 2020, quindi da Ruggine a Grovigli, cosa è rimasto e cosa invece è cambiato? Il fil rouge è il tour: mi sento molto cambiata e penso di aver maturato un modo di suonare diverso dai primi passi mossi live. Il titolo Grovigli traduce il mio pensiero, nell’idea di costruire canzoni più asciutte, rinnovando i brani, avendo come punto fermo gli arrangiamenti portati sulle note del tour. Le canzoni sono rimaste le stesse, perché al centro non c’è un cambiamento ma un processo di maturità: all’inizio quando andavamo a fare i primi concerti, io e Samuele non ci conoscevamo bene a livello musicale; concerto dopo concerto siamo poi riusciti a capirci e sviluppare una […]

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Musica

Acini, Paolo Saporiti: il mondo che ruota intorno al live

«Siamo di fronte ad un lavoro, che live può avere un ottimo riscontro, anche per la scelta degli strumenti, che ben si presta all’esecuzione dal vivo», così scrivevo tempo addietro, nella recensione del disco Acini di Paolo Saporiti. Ad oggi, un concerto live è diventato un vero e proprio disco, fisico e digitale, suonato in trio, in maniera asciutta come il cantautorato vuole. Uscito il 21 febbraio per Orange Home Records, Acini Live è realizzato da Paolo Saporiti insieme al chitarrista Alberto Turra e il batterista Lucio Sagone. L’album è frutto di un live, registrato in presa diretta, che dà la possibilità di comprendere il respiro di una sessione dal vivo di Saporiti: attraverso i commenti dei brani, il rumore di sottofondo, gli scricchiolii degli strumenti, ci si immerge in qualcosa che va oltre l’acustico. Cosa c’è dietro Acini nella versione live? Qual è stata l’esigenza di fare una versione diversa da quella in studio? L’aspetto di questo disco è una forma di celebrazione a quello che è successo. Acini era un disco campionato, fatto in studio, ciò che mi interessava di più era portarlo in giro, insieme al chitarrista Alberto Turra e al battterista Lucio Sagone. Live dopo live sono arrivato, insieme ai musicisti, ad una qualità della sensazione molto alta, avvertivo il bello che accadeva sul palco. L’idea, quindi, è stata quella di fissare un momento, abbastanza inconsapevole di quale sarebbe stato il risultato; sicuramente ero convinto di quello che stava succedendo e di quello che io e gli altri stavamo suonando, ma la riprova del voler stampare l’album in questo modo è stata ascoltare il disco ed essere sicuro di star camminando per la strada giusta. Come affronti un live? Quali canzoni non possono mancare mai, e cosa non può mancare mai in un tuo live? Mi piace molto essere sul pezzo, vale a dire, suonare i brani del disco che ho composto; ho sempre suonato anche canzoni di lavori futuri e ripreso dai dischi vecchi, facendo una scelta tra diversi brani che mi piacciono. Un esempio è Rotten Flowers, che non è presente nel disco live a causa di un problema tecnico. Sono solito, a fine concerto, staccare l’alimentazione e finire in acustico, ed è valso anche per questo concerto qui: ero solo con la chitarra in mezzo al pubblico, ma purtroppo il condizionatore era acceso ed ha disturbato la registrazione. In un mio live non può mancare questa versione acustica; si può condividere l’emozione sottile, è un nuovo linguaggio, che provoca e trasforma: abbassando la soglia del rumore, la gente ti concede un nuovo modo di suonare. Un cantautore, deve essere una persona che chitarra e voce riesce a sostenere una situazione, quindi suonare con gli strumenti che hai. C’è un rituale che fai prima di salire sul palco, come acquisti la concentrazione prima di buttarti nell’esperienza del live? Vari rituali: dato che arrivo dal teatro, sono passato dal tai-chi, continuando con il training di stampo teatrale. In questo momento, mi concedo una sambuca prima […]

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Musica

Sanremo 2020: cosa resterà di questa musica

Riassumere 5 giornate di Festival di Sanremo in un unico articolo è un impegno arduo, oltre che un grande sforzo di memoria; proprio così, dato che questo 70esimo Festival di Sanremo è un’edizione senza tagli, che non bada allo scorrere dei minuti e cerca in ogni modo di trovare un compromesso tra show e kermesse canora. Si avvicendano sul palco ospiti su ospiti, Amadeus presenta con impegno, Fiorello si muove con disinvoltura tra una gag e l’altra, Tiziano Ferro canta ogni volta che può, sfilano 1

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Teatro

Geppi Cucciari in Perfetta: che fatica essere donne!

Un palcoscenico privo di scenografia, invaso da una luce azzurra proiettata sullo sfondo, che tratteggia, attraverso il gioco d’ombre, una figura al centro della scena: una donna, dai capelli legati, con le mani lungo i fianchi, che recita, senza l’esigenza di una dizione perfetta, puntando alla battuta, alla risata, utilizzando l’arma più efficace per ottenere un risultato positivo: il racconto della quotidiana verità. È Geppi Cucciari ad indossare i panni dell’unica monologante dello spettacolo Perfetta, scritto e diretto da Mattia Torre in scena la Teatro Diana di Napoli lo scorso 27 gennaio; la protagonista è una venditrice d’automobili, moglie di un uomo-pianta, apatico e gentile, madre di due figli e sopportatrice di una suocera gastronomicamente invadente, che racconta con straordinaria semplicità quattro martedì del mese, quattro giorni che scandiscono le fasi del ciclo mestruale di una donna, rendendola sempre diversa nel modo di approcciare alla vita privata ed alla vita lavorativa. La stessa comica sarda preannuncia, dopo un breve excursus sul traffico che avvolge i pensieri, quale sarà la modalità di narrazione dell’atto teatrale: sarà la sola a raccontare quattro martedì che compongono un mese, affrontati in misura delle fasi del ciclo, decretando come la macchina perfetta che rende la donna diversa dall’uomo, cambi e regoli gli stati d’animo, le passioni, il raggiungimento degli obbiettivi. Si parte con un cambio di luci, un rosso sempre più fiammante colora lo sfondo, segnando l’inizio della prima fase ciclica: giorno 7, fase: mestruazioni. Sull’onda del “non devo piangere”, “non devo piangere” e “puntualmente piango, ho il ciclo da un’ora”, Geppi Cucciari racconta com’è vivere durante i giorni del mestruo, descrivendo con vivacità e poca attitudine alla sopportazione tutto ciò che la circonda: a partire dal marito, definito un uomo pianta, che non si aspetta più nulla dalla vita, forse per questo a tratti moralmente superiore, rispetto alla nevroticità della moglie, continuando con Carmen, la collaboratrice domestica, in grado di rispondere esclusivamente con un passivo “si signora”, proseguendo con il luogo di lavoro, in cui la difficoltà a concludere la vendita di macchine è data dall’insofferenza dettata dal ciclo stesso, che rende la donna “immersa nell’acqua” senza possibilità di respiro, terminando con la suocera a cena, depressa e ammiratrice della cucina partenopea al punto di propinare una genovese tale da “deprezzare l’immobile”. Fortuna vuole che i giorni passino e il calendario segni il 13 del mese, la seconda fase, chiamata follicolare. Tutto è in rinascita, si apprezza il bello, si aspetta senza batter ciglio, anche il fioraio lento lentissimo nel confezionare i fiori; ogni possibilità di successo è resa possibile: Geppi racconta di vendere macchine su macchine, utilizzando tecniche persuasive che si muovono al motto di “quest’audi ha ucciso la sinistra italiana, tutti hanno iniziato a dire la voglio pur io”; così descrive quella che è la primavera tra le quattro fasi del ciclo: uno sbocciare di desideri, una manciata di sì, che si conclude con un marito-pianta utilizzato come “oggetto sessuale a mio piacimento”. La terza fase risponde al nome di ovulatoria ed […]

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Musica

Giallorenzo: una storia romanzesca a Milano Est

Mescolare due preesistenti progetti diversi per dar vita ad uno nettamente più sull’onda dell’hype, sigillato da una storica convivenza ed amicizia, di chi registra in cameretta e fa casino in sala prove. Sono questi gli ingredienti dei Giallorenzo, band pop lo-fi, con base a Milano, che ha unito il post rock del progetto Malkovic e il cantautorato bergamasco di Montag, per creare un primo disco testimone della musica fuori dal concept e lontana dall’idea di canzone stessa. Avanguardia? No, necessità di essere fuori, fuori dal centro. Sì, perché proprio come si evince dal titolo del loro album Milano posto di merda, il nocciolo  è un tributo provinciale alla città, che si districa in undici tracce sempre inerenti alla metropoli. L’idea futuristica di essere catapultati in una città veloce, folle, dove gli uomini vagabondano mentre da sfondo c’è solo l’indelebile delle scritte su muri. Le undici tracce non sembrano badare alla forma canzone, all’idea di un minutaggio preciso in cui far intervenire l’inciso: alcuni brani superano a stento il minuto, solo una canzone sfora di pochissimo i canonici tre minuti di audio, come se non fosse funzionale alla vicenda la struttura espressiva musicale, ma si voglia porre davanti alle orecchie una storia, raccontata più volte dai Giallorenzo, dai tratti paradossali e al contempo romanzeschi. È quella di un uomo, da cui la band ha preso il nome, trovato morto da due mesi in casa propria, nel palazzo in cui la band ha vissuto a Milano Est. Dietro il noir di quest’uomo, i Giallorenzo hanno ricucito un’identità che circola nei concerti e nei testi del disco. Dietro i Giallorenzo invece, Pietro Raimondi alla voce e alla chitarra; Giovanni Pedersini alla chitarra e ai cori; Fabio Copeta alla batteria; Marco Zambetti al basso. Milano posto di merda è uscito per La Tempesta Dischi lo scorso Settembre ed è disponibile su tutti gli store digitale. Milano Posto di Merda inizia con 118, che da subito fa immettere in una dimensione alternativa al solito, la dimensione dei Giallorenzo. Il suono ha sicuramente più impatto della voce, forse proprio un marchio stilistico, così come appare la decisione di scrivere testi costruiti da parole giustapposte, orecchiabili a cui dover dare un senso postumo. Andando avanti con l’ascolto, attraverso Rasta che fa le foto si afferma l’esigenza di un sound più che di un’idea, si delinea sempre più un mondo costituito da poca linearità e creazione di cortocircuito. Brilla tra tutte Condizioni meteo critiche, un buon mix di parole e musica suonata, con un incipit scandito che vede gli strumenti pian piano prendere il loro posto, costruendo una melodia che si ricorda. Esterno Notte ha i tratti di una ballad, chitarra voce, 1 minuto e 37 di verità, lasciato come ponte di collegamento tra un brano e l’altro, un vocale whatsapp inviato e reso pubblico, più o meno è quella la sensazione, vera ma grezza, troppo grezza. Festa, Krypton, Il Metodo Perindani sono underground e indie allo stesso tempo, rimarcano l’esigenza di un’identità, una pretesa quasi di identità, che si […]

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Musica

Ivo Mancino: intervista al cantautore unplugged

Monologhi è il primo EP di Ivo Mancino, cantautore di Pozzuoli, classe 1998. Composto di 5 canzoni registrate unplugged presso Apogeo Records, l’album è un racconto teatrale, nudo e crudo, fatto di pensieri diversi e prospettive differenti, intessuto di cantautorato italiano, chitarra e voce, malinconia del passato, necessità di mostrare di avere una voce, una voce che dice e sa cosa dire. Intervista ad Ivo Mancino Un EP acustico, voce e chitarra, anacronistico nell’era del suono elettronico, del riempimento di ogni spazio all’interno di un brano. Come nasce l’idea di un EP unplugged? Esigenza o scelta? Dall’esigenza è nata una scelta. Trovandomi da solo a suonare e non avendo musicisti che mi accompagnano, ho deciso di dirigermi verso canzoni autosufficienti, cercando di arrangiarle in modo che bastassero da sole, nude e crude, come erano nate. L’ho scelto anche per una questione di gusto: ho sempre prediletto quel tipo di rappresentazione intima del cantautorato, chitarra e voce, poiché sono cresciuto ascoltando cantautori che si esibiscono unplugged. Infine, perché la mia performance live potesse essere fedele al mio EP, Monologhi. Quali aggettivi utilizzerebbe Ivo Mancino per descrivere la tua musica? Perché? 
È difficile, secondo me, azzardare incasellamenti riguardo la musica. Credo che la mia musica sia varia ma, più che utilizzare aggettivi, azzardo, dicendo i sentimenti che porto nelle mie canzoni: malinconia e speranza. Un po’ tutti noi cantautori ci trasciniamo questo velo di malinconia che pervade ogni musica e ogni testo, in fondo l’arte nasce da un dolore e da una mancanza. L’importante è sapere che c’è uno spiraglio di redenzione, appunto la speranza che tutto possa cambiare ed andare nel verso giusto. Qual è il compito del cantautore in questo secolo? Tu che obiettivi ti sei prefissato? Credo che il cantautore si sia un po’ perso: io l’ho sempre visto come un artigiano, uno scrittore di libri, un pittore. L’artigiano si è perso dietro Poltrone e Sofà, lo scrittore nei Talk Show stile Barbara D’Urso, il pittore nelle grafiche pubblicitarie. Il cantautore dietro certe cifre stilistiche discutibili o, forse, dietro un tipo di musica funzionale. Metto in discussione la parola cantautore, dove già dal nome, il centro erano gli argomenti: un determinato tipo di musica e parole. Oggi, il compito del cantautore è ritornare ad avere una certa autorevolezza ed importanza, senza essere anacronistico. Io, da cantautore, racconto storie, senza pormi obiettivi, perché è un’urgenza, un’emergenza che parte da me, con la speranza che gli altri la recepiscano: un amo che io getto, affinché l’altro possa cogliere nel piccolo, nel dettaglio, una breccia. La tua voce ha molte sfumature blues, si possono percepire anche nella costruzione melodica ed armonica diverse influenze. Quali sono i pilastri musicali da cui attingi? Quanto è importante per te avere dei riferimenti? Il blues è la musica dell’anima ed io sono cresciuto ascoltando blues; in primis perché sono un appassionato di chitarristi di questo genere: ho ascoltato BB King, Stevie Ray Vaughan ed anche il loro modo di cantare mi ha influenzato… mi viene da […]

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Musica

Luca Notaro e il suo primo album About It: intervista

Il blues è un’attitudine, scorre nelle vene, per suonarlo lo devi sentire dentro e, se lo ascolti da tempo, da quando sei bambino, quel mondo lì ti resta nella testa, ti invade le orecchie, non puoi ignorarlo, perché è parte di te. È blues Luca Notaro, chitarrista e cantante, 23enne campano, che nel maggio scorso ha pubblicato il suo singolo d’esordio intitolato Back Again, un assaggio dell’album “About it” uscito ufficialmente il 27 Novembre 2019, ora disponibile su tutte le piattaforme online. I brani sono portati live in trio: Luca è accompagnato da Valentina Teresa D’Amore al basso e da Diego Varchetta alla batteria, gli stessi musicisti che hanno lavorato alle registrazioni dell’album; una formazione essenziale ed asciutta, che fa emergere la voce scura del cantautore, portando chi ascolta in una dimensione da club inglese, dove le parole spesso non contano, quello che conta è il groove. I brani infatti sono cantati interamente in inglese, una scelta particolare, se si guarda al panorama del cantautorato napoletano, nel quale il dialetto occupa un posto d’eccezione e l’italiano risulta essere la scelta più ovvia per una comunicazione diretta. Una carta giocata bene, quella dell’inglese, perché è tutto molto british, tutto al posto giusto. E per un album così, la scommessa più importante è il live: About It è solo un tester, il live è il vero banco di prova. Intervista a Luca Notaro Da quali esperienze nasce il tuo singolo Back Again? Scrivere ”Back Again” mi ha fatto capire quanto sia importante lasciar andare le persone, anche quelle che non avresti immaginato fuori dalla tua vita. L’ho scritta sicuramente in un periodo di crescita musicale e personale. La chitarra è al centro del tuo lavoro discografico. Quanto lo strumento suonato influenza le sonorità di un brano? Di quali sonorità è costituito Back Again? Tanto! ”About It” è nato e cresciuto secondo l’ottica della performance dal vivo; per quanto riguarda ”Back Again” è nato tutto dal riff di chitarra che lo caratterizza. Mood andante e malinconico, dolcezza dei suoni e quel non so cosa che lo rende quasi etereo, frammentato, opaco nel complesso. Quali brani del tuo Ep consiglieresti a chi non ha mai ascoltato Luca Notaro? Per ”About It” abbiamo fatto una selezione di 5 brani che potessero incarnare in modo più completo possibile le nostre diverse influenze musicali, per cui consiglio di ascoltarle tutte! Di certo si può cominciare da ”Back Again” e ”Strange Kind Of Shuffle”! La scelta dell’inglese nella scrittura è una voglia di internazionalità ed una proiezione della propria musica oltre i confini italiani oppure un’esigenza stilistica? La scelta dell’inglese nasce da un’esigenza stilistica ma non mi dispiace puntare a confini più ampi. Non nascondo che però ho sempre scritto anche in italiano e in cantiere ci sono alcune collaborazioni con artisti del panorama emergente campano. Cosa non può mancare in un tuo live? I miei ragazzi! Valentina D’amore al basso e Diego Varchetta alla batteria. Quali sono i punti di forza della tua performance? La collaborazione e […]

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Musica

Azul presenta live l’EP d’esordio allo Slash+

Viaggiare in continenti e mondi nuovi pur restando fermi. È questa la sensazione che pervade il corpo e la mente dopo aver ascoltato live Azul, un progetto partenopeo di inediti, ideato da Marilena Vitale (Fede ’n Marlen) e Dario di Pietro, accompagnati da Enrico Valanzuolo alla tromba e Riccardo Schmitt alla batteria e percussioni. Live d’esordio nel cuore del Vomero, allo Slash+, per presentare il primo EP omonimo, composto da 6 brani, prodotto da Apogeo Records in distribuzione dal 6 dicembre sia in copia fisica, che in forma digitale. Già il nome della band sposta il baricentro percettivo: Azul è infatti una parola berbera (Tamazight) che significa “Vieni verso il mio cuore”; in queste quattro lettere è racchiuso il profumo di Napoli, la scoperta di luoghi sempre nuovi, l’idea di apertura e mescolanza tra culture e vite. In un panorama musicale che pone l’accento sull’io, Azul sposta la chiave di lettura sul “noi”, cittadini del mondo. È una musica senza confini, quella di Azul: una musica che ha il giusto balance di parole e parte strumentali, un mix perfetto per poter essere trasportati in una dimensione diversa dal mainstream europeo, lontana dal cantautorato, lontana dal preconfezionato. Azul ha una sonorità che brilla e si fa riconoscere prepotentemente; nell’ EP infatti è proprio il suono a delinearsi traccia dopo traccia, fino a diventare il marchio distintivo dell’intero progetto. È un disco impregnato di musicalità, costruito da strumenti che si incastrano gli uni agli altri, ognuno al suo posto, eppure talmente ben amalgamati da non poter pensare un arrangiamento diverso. La voce di Marilena è un prezioso regalo, arriva diretta, senza bisogno di interpreti, in una lingua sempre diversa, che impasta lo spagnolo, il napoletano e l’italiano, creando una connessione di culture e di modus vivendi. Marilena guida l’ascoltatore attraverso le sue parole, poi lascia spazio agli strumenti, che prendono per mano e portano in nuove atmosfere; basta chiudere gli occhi, aprire le orecchie per iniziare un viaggio. Sul palco non soltanto alla voce e chitarra Marilena Vitale, alla chitarra Dario di Pietro, alla batteria Riccardo Schimtt e alla tromba Enrico Valanzuolo, ma anche il bassista Mirko Grande. Dopo aver presentato le sei tracce dell’EP, Azul si cimenta in alcune cover come “Talisman” di Rosana, e “Quizás, quizás, quizás” di Osvaldo Farrés, che raccontano il background musicale del progetto, chiudendo con Anda Levanta, un brano non presente nel disco, molto ritmato e ballabile, che come suggerisce il titolo è un invito al “muoversi e vivere”. Al centro del live c’è il divertimento: sguardi tra i musicisti, richiami, codici, che rendono piacevole l’esibizione e confermano l’idea di un progetto volto allo scambio. I sei inediti dell’EP vengono eseguiti nello stesso ordine della tracklist; il primo è Multiverso, unico brano interamente in italiano, che senza intro, apre le porte ed invita nel mondo musicale di Azul, nel quale Marilena è cantastorie, mentre la tromba è filo conduttore di melodia. Segue Contestas, la canzone che emana più luce, sicuramente ascoltandola si compie un viaggio: si cercano ricordi […]

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Musica

Tonia Cestari racconta la nostra generazione con un nuovo singolo

Arriva Senza Destinazione, l’ultimo singolo di Tonia Cestari, classe 1990, campana, ma conosciuta nello stivale grazie al suo brano Capate nel Muro, finalista del Premio Bianca d’Aponte 2015. Il singolo, approdato su tutte le piattaforme digitali il 17 settembre, con annesso videoclip ad opera del videomaker Frè, prelude l’uscita di un album omonimo, che presto verrà suonato live. Senza Destinazione è un brano dal sapore fresco, polistrumentistico, che rimane impresso nella mente, anche grazie al ritornello pop, gradevole e ricordabile. Andando oltre la superficie musicale, si scorge un testo dal forte impatto, poiché specchio della quotidianità che la generazione dei giovani d’oggi è costretta a vivere: l’ansia di dover trovare il proprio posto nel mondo, ad un ritmo standard e aziendale. La libertà di camminare con il proprio passo, di respirare seguendo il proprio battito, di vivere nel proprio ritmo, è questo che Tonia Cestari racconta, nel giusto mix di verità e leggerezza. Per conoscerla meglio, le abbiamo fatto qualche domanda. Intervista a Tonia Cestari Senza destinazione è il tuo nuovo singolo. Cosa rappresenta per te questo brano? Quali delle esperienze accumulate negli anni ti hanno portata a questa filosofia? “Senza destinazione” è la scelta di essere se stessi, cercare la propria felicità nel presente, il viaggio ideale in cui obiettivi e sogni corrispondono. Spesso si rischia di essere schiacciati tra la pressione delle generazioni precedenti nell’indicarci un percorso convenzionale per realizzarci  e la velocissima realtà attuale, così innaturale per l’essere umano. Siamo sempre tutti messi a confronto: numeri, punteggi, titoli sono un’ossessione, siamo costretti a correre e sgomitare per arrivare primi, altrimenti ci si sente inadeguati e in ritardo. Non a caso l’ansia è un problema tipico della nostra generazione. Bisogna attivare dei filtri verso questi stimoli che ci vogliono sempre migliori di come siamo e riscoprire che il vero traguardo è ben più vicino: la serenità a fine giornata, aver saputo cogliere l’attimo,  aver dato il giusto valore al presente e dedicato del tempo a chi lo merita. Insomma, aver fatto il possibile per migliorarsi e star bene, senza rimpianti. Senza destinazione abbatte i traguardi irraggiungibili, li scompone e ne mette i pezzi sotto il nostro naso giorno per giorno. Ci sono stati dei momenti della mia vita in cui ho pensato di essere nel posto sbagliato, in cui potevo esplodere e scappare. Quando i nostri obiettivi coincidono con i nostri sogni il passo per raggiungerli è più forte, non è mai tempo sprecato. Sappiamo di aver fatto il possibile per noi stessi, anche in vista del futuro che ci piacerebbe vivere, e come va va! Nel ritornello canti “anche se fuori piove, farò un giro in macchina per temperare la mia tensione, senza destinazione”. Mi riporta alla mente quell’idea di libertà e di dover ritagliarsi degli spazi propri all’interno della nostra vita caotica. Tu quanto credi siano importanti questi momenti “senza sapere dove” per una cantautrice? “Senza sapere dove” libera il nostro percorso da ogni aspettativa, perché va bene avere delle aspirazioni e un piano valido per […]

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Musica

Out of the Past: la musica contemporanea di Gian Marco Castro

1995, Sicilia: sono queste le coordinate spazio temporali di Gian Marco Castro, pianista dall’età di 11 anni, compositore di premiate colonne sonore e di musica contemporanea. Ha all’attivo un EP “Healing” e un album intitolato Out of the past, uscito con l’etichetta discografica INRI Classic: due tasselli di un puzzle che aspetta il proprio completamento con un concept album. Al centro di questa trilogia, il tema del viaggio: un viaggio che interseca ispirazioni e esperienze, fondendo il modello di piano solo all’elettronica. Gian Marco Castro, come ti sei avvicinato alla composizione? Cosa significa per te comporre? Ho iniziato come pianista ed ho intrapreso lo studio del pianoforte ad 11 anni, quando frequentavo le scuole medie. Sono poi entrato al conservatorio e da quel momento c’è stato un cambio repentino di idee: mi sono dapprima avvicinato alla composizione, poi alle colonne sonore e alla musica contemporanea, approcciando un nuovo percorso di studio fatto di elettronica e elettroacustica. A 18-19 anni ho composto demo per colonne sonore: è così che ho conosciuto Riccardo Cannella, regista di Palermo, con cui ho collaborato per alcuni suoi lavori. Grazie a lui ho avuto modo di ascoltare Richter, appassionandomi sempre più alla musica contemporanea; infatti è dal 2016 che scrivo brani strumentali contemporanei. Out of Past è il mio ultimo album, secondo di una trilogia che ha come tematica il viaggio e che aspetta il 2020-2021 per concludersi con l’ultimo progetto: un concept album. Riguardo la composizione, per me è un continuo trasformare le mie emozioni in musica; tutto influenza la mia ispirazione ed il mio stile compositivo: i luoghi che visito, le persone, gli eventi, ciò che mi circonda. Gian Marco Castro, uscire con INRI Classic è un grande biglietto da visita. Quali sono stati i passi che ti hanno permesso questa collaborazione? Ero su Instagram, sono incappato nelle stories di Levante, siciliana come me, di cui apprezzo tanto la musica; curioso di sapere da quale etichetta fosse prodotta, ho poi avuto modo di scoprire che la INRI aveva anche un reparto neoclassico. Così ho inviato il materiale alla INRI Classic, credendo fosse un messaggio spedito per caso, invece dopo circa due mesi ho ricevuto una risposta: erano interessati alla mia musica e mi hanno richiesto altre demo. Da lì un contratto, un’esperienza molto entusiasmante, che mi ha dato fiducia, perché quando un’etichetta così importante apprezza la tua musica, davvero avverti di essere sulla strada giusta. La mia idea era quella di produrre un EP, la INRI mi ha chiesto un album e per me è stata un richiesta positiva: ho arricchito il mio progetto, trasformandolo con brani composti appositamente, che ormai sono i preferiti di tutto il disco. Se dovessi scegliere due brani del tuo album per far entrare l’ascoltatore nel tuo mondo, quali sceglieresti? Sceglierei Through your eyes poiché è un brano piano solo: sono nato come pianista, il pianoforte è la base della mia musica;  affiancherei a questa scelta Fall is coming, un brano che ha il pianoforte, ma anche gli archi, […]

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Musica

In Finale al Premio Mia Martini: intervista a Ester Gugliotta

Dal 1995 a Bagnara Calabra si svolge il Premio Mia Martini, per rendere omaggio alla grande interprete della canzone italiana. Il 10, 11 e 12 ottobre si svolgerà proprio a Bagnara Calabra la finale del concorso, che ha visto centinaia di artisti sfidarsi a colpi di televoto, per conquistare un posto tra i 27 finalisti. Una commissione artistica composta dal direttore artistico Franco Fasano, la direttrice d’orchestra Cettina Nicolosi, la cantante Deborah Iurato, la vocal coach Paola Folli e Mario Rosini presidente della commissione artistica ha scelto i partecipanti alla fase radiofonica e poi ha supportato gli artisti durante la fase del televoto. Tra i finalisti Ester Gugliotta, siciliana d’origina, romana d’adozione. La cantautrice, con una grande passione per il cinema, è riuscita a scalare le vette della classifica delle nuove proposte settimana dopo settimana, arrivando così al traguardo: il 10,11 e 12 ottobre anche lei canterà il suo inedito, Triste Realtà, un brano autoprodotto, malinconico ma al tempo stesso che guarda al futuro con speranza. Ester Gugliotta, presentati al pubblico: chi sei, da dove nasce la tua passione per la musica? Da quanto tempo scrivi e componi? Quali sono i punti di forza della tua musica? Sono Ester Gugliotta, ho 25 anni, sono siciliana. Ho vissuto a Bologna, Granada ed ora vivo nei pressi di Roma. La mia passione per la musica è nata da piccola con lo studio del pianoforte; ho poi interrotto il mio rapporto con la musica fino ai 18 anni, quando ho capito che la mia voce -che consideravo “strana”- poteva essere la mia carta vincente. Scrivo da quando la mia insegnante di canto a Bologna mi ha dato il consiglio migliore che poteva offrirmi: “mettiti al pianoforte, se hai qualcosa da dire, uscirà da se’”. Io credo di avere  un mio modo di guardare il mondo, senza appiattire la realtà, anzi rendendola spunto di confronto e domanda. L’aver studiato cinema, teatro ha allargato i miei orizzonti culturali e ritengo che questo contatto tra varie tipologie di arte sia un punto di forza, poiché riesco ad essere maggiormente visiva quando scrivo: riesco a regalare immagini. Sei in finale al Premio Mia Martini con il brano Triste Realtà. Raccontaci questa canzone, descrivila attraverso 3 aggettivi e spiegaci come mai hai scelto proprio Triste Realtà per partecipare al Premio. Triste Realtà l’ho scritta molti anni fa, in un giorno di pioggia, nella stanzetta che l’Università di Bologna mi concedeva una sola ora alla settimana per suonare. Quel giorno mi arrivò una notizia: un mio amico aveva perso una persona a lui cara. In questo brano indosso il dolore, lo affronto. Negli anni questo brano ha avuto diversi rifacimenti, anche a livello testuale. È una canzone sentita, sincera e positiva, poiché il messaggio è quello di trasformare una triste realtà in qualcosa di nuovo. Quando ho dovuto scegliere la canzone per partecipare al Premio, sapevo che, non avendo pubblicato nulla, sarebbe diventata il mio biglietto da visita. Sono andata contro il tormentone, poiché Triste Realtà è un pezzo […]

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Cinema e Serie tv

Mostra del cinema di Venezia: la 76esima edizione

Mostra del Cinema di Venezia: la 76esima edizione Appuntamento annuale a Venezia Lido per la Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica, che arriva alla sua 76esima edizione ed assegna il prestigioso Leone d’oro a Joker di Todd Phillips con tanto di ovazione a Joaquin Phoenix per la sua interpretazione. Venezia, quest’anno più degli scorsi anni, è fotografabile come un insieme di lingue, nazioni, personaggi uniti dall’universalità del linguaggio cinematografico, ma al contempo la 76esima edizione si ricorderà per le tematiche e  le vicende d’interesse mondiale affrontate. In un contesto culturale come quello della Mostra del Cinema di Venezia, poco prima della cerimonia di apertura, il red carpet è stato occupato da 300 attivisti per il clima, che hanno posto l’attenzione sul tema delle Grandi Navi in laguna, ed ancora, a chiusura del Festival, l’attore romano Luca Marinelli ha dedicato il premio ricevuto, la Coppa Volpi per la miglior interpretazione maschile, a tutte le persone in mare che salvano le vite umane, ricordando ancora una volta la delicata faccenda umanitaria che da tempo affligge l’intera Europa. La giuria, presieduta dalla regista argentina Lucrecia Martel, ha assegnato a Ji Yuan Tai Qi Hao il premio per la Miglior sceneggiatura, No. 7 Cherry Lane; Ariane Ascaride vince la Coppa Volpi per la miglior interpretazione femminile con Gloria Mundi; Roman Polanski vince il Gran premio della giuria, per il film J’accuse. Il film vincitore del Leone d’oro (Joker), che uscirà nelle sale italiane il prossimo 3 ottobre, ha come protagonista Joaquin Phoenix, che interpreta il famoso antagonista di Batman. Ambientato nel 1981 è il racconto di Arthur Fleck, un comico squattrinato di Gotham City, passato alla storia come Joker. A suggellare l’eleganza della 76esima edizione, Alessandra Mastronardi, madrina della Mostra del Cinema: perfettamente calzante nel ruolo, durante la serata conclusiva ha aperto le premiazioni con un discorso semplice quanto veritiero: «Non pensavo che sarebbe stata un’esperienza così potente. Io auguro a tutti di tenere stretti i ricordi, le poesie, i personaggi e i paesaggi di questa edizione del festival. Proprio come farò io, che ho capito, una volta di più, perché faccio il mestiere dell’attrice: per emozionare». Look eterogenei e variegati, attori ed attrici che si sono avvicendati sul red carpet stregando obbiettivi a colpi di stile e sorrisi: dall’abito rosso fiammante di Scarlett Johansson, che con i capelli sciolti effetto bagnato tirati all’indietro e trucco smokey ha dominato l’esercito di fotografi, a Kristen Stewart, attesissima al Lido, che ha mescolato il suo stile punk rock di sempre con un abito lungo di Chanel a stampa floreale. Quest’anno colpisce particolarmente anche la presenza di influencer, invitate dai brand, che hanno raccontato attraverso le proprie stories di Instragram l’esperienza del Red Carpet, favorendo così l’integrazione di una fetta di pubblico che ha sempre visto la Mostra del Cinema di Venezia come un evento troppo lontano e irraggiungibile. Un esempio è stato il Red Carpet di Annie Mazzola (influencer e speaker radiofonica per Radio 105) e Cristina Fogazzi, conosciuta dai più con il nome di Estetista Cinica, che domenica 1 settembre hanno sfilato sull’amato tappeto rosso grazie […]

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Libri

Di che cosa parla veramente una canzone: la recensione

Se cercate su google “di che cosa parla veramente una canzone”, non troverete soltanto svariati consigli sulle interpretazioni dei testi dei brani più famosi; oppure diverbi su cosa sia migliore tra il cantare e basta, o il raccontare il pezzo prima di suonarlo; non vi comparirà solo l’omonima canzone dei Tre Allegri Ragazzi Morti, perché se scorrerete un po’ più in basso, avrete l’occasione di scoprire un piccolo libro (91 pagine) di Raffaele Calvanese, che ha proprio questo titolo qui: Di che cosa parla veramente una canzone edito da Scatole Parlanti. L’autore, nato a S.Maria Capua Vetere, classe 1981, è speaker radiofonico e giornalista musicale: se ne intende quindi di canzoni, di testi, di ascolti; infatti è proprio uno speaker radiofonico, il protagonista dei capitoli di apertura e chiusura del libro, un uomo che a bordo della sua macchina si riallaccia ai ricordi della vita e di come la radio gliel’abbia salvata, la vita. Negli altri capitoli, invece, viene posta al centro della scena una canzone ed attorno ad essa si crea una storia fittizia, data dal racconto delle persone ospiti del programma dello speaker. La struttura narrativa è organizzata mediante una cornice ed annessi racconti che si distanziano l’uno dall’altro, sia per protagonisti, che per localizzazione spazio temporale: in alcuni testi è presente un riferimento storico, in altri ci si basa principalmente sulle emozioni, ma in ogni caso il libro di Calvanese si contraddistingue per essere una vera e propria miniera d’oro di nuovi ascolti: da Vasco Brondi con Le ragazze stanno bene a Satelliti di Mao; da Silvestri con la sua famosissima Occhi da Orientale fino ad arrivare ai 24 Grana, legati maggiormente al libro (Francesco di Bella ha scritto la prefazione): un mix di generi, tutti canzoni rigorosamente made in Italy, tante storie scritte con una penna moderna, essenziale, semplice. “Di che cosa parla veramente una canzone”, considerazioni Leggere un libro di 91 pagine è sempre un’arma a doppio taglio: essendo molto breve, lo si divora in poche ore, ma delle volte, terminato in apnea l’atto di lettura, si rimane a bocca asciutta, con pochi riferimenti chiari. Per questo motivo, da onnivora di libri quale sono, ho preferito poi rileggere alcune delle storie presenti. In un primo momento, sembra disorientare il non avere un protagonista fisso, cambiare costantemente pronome tra una racconto e un altro, dover cercare tra le righe la carta di identità di ogni racconto, eppure, grazie alle parole cucite e alle storie costruite, quello che resta è proprio l’impalcatura di un brano, riferimenti, colori, emozioni, che fanno poi aprire velocemente Spotify e cliccare riproduci. Così, sembra quasi di trovarsi nella stessa casa di Chiara e Sara, nel capitolo due, mentre Le luci della centrale elettrica cantano «forse si trattava di affrontare quello che verrà, come una bellissima odissea di cui nessuno di ricorderà»; ci appare evidente la sensazione emotiva di amarsi senza intrappolarsi del terzo capitolo, dove Satelliti di Mao nel ritornello ricorda «vorrei averti qui con me, ma senza stringerti, vicini come due […]

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Musica

Atacama!, luoghi, lingue, emozioni: intervista ad Alessio Arena

Atacama!, l’ultimo progetto musicale di Alessio Arena è un disco “pieno”: pieno di lingue, di tematiche differenti, di emozioni contrastanti. La sua comunicazione è una comunicazione pura, che non ha bisogno di tanti segnali e indicazioni; ne è testimonianza la pluralità di lingue che utilizza nel suo ultimo disco: la presenza di italiano, spagnolo, napoletano diventa uno strumento potentissimo in grado di amalgamare suoni e musicalità, come se l’autore conoscesse il segreto della ricetta perfetta per coinvolgere chi ascolta. Questo è il quarto disco del cantascrittore ed è stato pubblicato da Apogeo Records (Napoli), edito da Upside srl, distribuito invece da Altafonte Records. Diversi arrangiatori hanno lavorato per scegliere quali fossero i vestiti migliori da cucire addosso alle canzoni di Alessio Arena, tra questi Giovanni Block, Toni Pagès, Rocco Papìa, Bruno Tomasello e Luigi Esposito. Il mix perfetto è proprio la compresenza della diversità, non solo linguistica, ma anche dei luoghi dove il disco ha preso forma: Cile, Barcellona, Napoli, che si fondono in undici tracce. Intervista ad Alessio Arena Se dovessi descrivere questo nuovo album con tre aggettivi, quali sceglieresti e perché? Ibrido, perché unisce tradizioni musicali apparentemente distanti, onesto, perché l’ho inciso così come l’avevo immaginato, senza preoccuparmi di scrivere canzoni ammiccanti, urgente come molte delle tematiche che canto: l’infanzia, il presente, la giustizia sociale, l’amore. Asse Italia – Spagna, come nasce il connubio napoletano, italiano, spagnolo? Quale lingua senti più tua? Sono nato a Napoli, ma da quando avevo sei anni mi sono sempre diviso tra l’Italia e la Spagna, avendo una madre che viveva lì. La mia lingua naturale è il napoletano, quelle culturali, apprese quasi in contemporanea, e che uso parimenti nei miei dischi e nei miei romanzi, sono l’italiano e lo spagnolo. Dove nasce la tua scrittura? Addo’ ‘a ggente me sente. Come vedi il panorama musicale italiano? Quali differenze riscontri con il linguaggio musicale spagnolo? La deriva sociale e culturale di cui tanto si parla in Italia, con il fiorire molesto di movimenti di estrema destra e di un pensiero unico e degradante che affolla i social, è un problema anche spagnolo. Però io vivo in Catalogna e mi pare si debba fare un discorso diverso rispetto al resto del paese. Qui c’è una scena musicale molto viva, e non vanno per la maggiore solo i gruppi buoni per un’estate, ma anche molti progetti con un discorso originale e compromesso. Due canzoni da suggerire a chi non ha mai ascoltato il tuo ultimo lavoro. “Diablada”, una canzone in napoletano costruita su una ritmica tipicamente cilena. E “El hombre que quiso ser canción” (L’uomo che volle essere canzone), una specie di ninnananna dedicata a Federico García Lorca. Perché hai scelto l’Italia, Napoli in particolare, per registrare il tuo album? La storia della registrazione di questo album è piuttosto avventurosa e dura almeno tre anni. Di questa personale Odissea, Napoli non è altro che l’ultima spiaggia. Ma il racconto di “Atacama!” è iniziato nel deserto cileno, poi a Santiago del Cile, dove ho inciso con […]

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Musica

The Musical Building: il rock strumentale di Davide Mauro

The Musical Building è l’opera prima di Davide Mauro, chitarrista napoletano, classe 1996, che in 5 giorni ha deciso di dar vita ad un progetto rock strumentale, che racconta l’evoluzione musicale che ha vissuto nei suoi numerosi anni di studio e di ascolto. Dal 15 Aprile è disponibile su tutte le piattaforme di distribuzione musicale online, uscito anche in copia fisica e in card, grazie al nuovo supporto Nufaco; The Musical Building è stato registrato alla Snap Music Studio di Napoli, interamente autoprodotto e suonato in trio. L’album è stato concepito da Davide Mauro, che ha arrangiato i 6 brani che compongono il suo primo lavoro, suonato chitarra elettrica e classica, sia per la sezione ritmica che per quella armonica. L’incontro con gli altri due musicisti che hanno preso parte al progetto è avvenuto in precedenza, il neo maggiorenne Francesco Giuseppe Panarella ha  infatti registrato la batteria, mentre Luca Visingardi le sezioni di basso. Di Visingardi è anche la classica grafica di copertina del disco. La vera domanda ed anche la vera sfida consiste nel chiedersi se possa ancora funzionare un disco strumentale, per di più rock: sicuramente la difficoltà è riuscire ad accaparrarsi il placet di un pubblico di maggioranza, ma nel momento in cui il suono possiede qualità ed ambizioni, allora sicuramente si può puntare a delle orecchie attente ed allenate al genere. Abbiamo intervistato Davide Mauro, autore di The Musical Building The Musical Building: come è nato il titolo di questo progetto? Il titolo dell’album è The Musical Building; l’ho scelto alla fine delle registrazioni. Guardando il disco con un occhio esterno, mi sono reso conto che ogni traccia esprimeva una cifra della mia sonorità, andava quindi a comporre il mio personale edificio musicale, poiché questo album è proprio la storia della mia evoluzione sonora. Oltre la copia fisica del disco, è possibile acquistare la card Nufaco, una nuova tecnologia per ascoltare musica attraverso il proprio smartphone. Come mai hai scelto di utilizzare Nufaco per promuove e vendere il tuo album? Nufaco è un supporto nato la scorsa estate, che consiste in una card magnetica, che viene letta dallo smartphone grazie alla tecnologia NFC, permettendo così di far ascoltare la musica acquistata. Non c’è necessità scaricare app, la musica la si può ascoltare on line, ma presto sarà possibile selezionare anche l’opzione offline. Ho scelto Nufaco, grazie ad una pubblicità trovata sui social ed anche grazie ad un corso online di Ufficio Stampa a cura di Michele Maraglino. Il mio disco è su tutti gli store online, lo si può ascoltare ovunque, da Deezer a Spotify, però volevo anche un supporto diverso, innovativo, come Nufaco. Questa tecnologia è stata utilizzata anche da The Giornalisti, che hanno scelto, oltre alle solite piattaforme anche Nufaco, inserendo un’esclusiva bonus track solo per chi avesse acquistato la card. Con quale criterio hai composto la playlist? Ho distribuito le tracce in base al loro mood: il primo brano Siderus Magma, anche singolo di lancio, fa comprendere fin da subito che si tratta […]

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Musica

Appunti sulla felicità: intervista a Jacopo Ratini

Appunti sulla felicità, così si intitola il terzo disco di Jacopo Ratini, cantautore eclettico, che attraverso questo nuovo lavoro discografico ha dato vita ad un cantautorato pop, intenso e riflessivo. Appunti, storie da post it, proprie e di altri, raccolte in undici tracce che analizzano tante sfaccettature della vita: dall’accettazione del dolore, alla casualità e causalità, dal focus sui rapporti interpersonali al valore dei silenzi. L’artista romano comincia l’attività di cantautore nel 2007, vincendo numerosi premi e festival nazionali di musica d’autore: Musicultura, il Premio Lunezia, il Tour Music Fest, il Roma Music Festival, Musica Controcorrente, il Premio Note Verdi, il Premio Franco Califano, il Premio Roma Videoclip e Sanremo Lab. Nel 2010 approda al Festival di Sanremo, nella categoria Nuove Proposte con il brano “Su questa panchina”. Ad oggi, ha tre dischi all’attivo: “Ho fatto i soldi facili” (Universal 2010), “Disturbi di Personalità” (Atmosferica Dischi 2013) e “Appunti sulla felicità” (Atmosferica Dischi 2018). Jacopo Ratini è un artista poliedrico, in quanto non solo cantautore, ma anche ideatore del Salotto Bukowski: un reading-musicale tra teatro e canzone, in cui le poesie di Charles Bukowski s’incontrano con gli artisti che hanno reso grande la canzone d’autore italiana. Direttore artistico del Mons a Roma e docente di songwriting. Intervista a Jacopo Ratini Appunti sulla felicità è il tuo terzo album, uscito a Novembre 2018. È un disco che va ascoltato più volte, perché altrimenti si resta nello strato superficiale delle emozioni e non si arriva in fondo, capendo in tutto e per tutto il senso. Partiamo dal titolo: perché Appunti sulla felicità? Che cos’è per te la felicità? Nel titolo ho voluto inserire la parola appunti, perché questo album è un diario di frasi, aforismi, appuntati su post it, che pian piano sono diventati strofe, special, ritornelli. Per quanto riguarda la parola felicità, mi piaceva che rientrasse nel titolo perché io la intendo nell’accezione di serenità vissuta all’interno di un percorso costellato di tappe positive e negative. La felicità è fatta di momenti di vita, routine, abitudini. La somma di tutti questi momenti porta poi alla felicità globale. Devo dire che negli ultimi anni ho imparato ad apprezzare anche i momenti no: prima li allontanavo per paura di star male, adesso invece anche in queste situazioni negative cerco di accogliere ogni cosa e di viverla come parte integrante. Mi aiuta ad accettare la vita e me stesso. Prendere di petto la vita, elaborare un lutto, tornare a sorridere, capire chi nella nostra vita è per noi casa. Tutto autobiografico, oppure ci sono pezzi di storie altrui? Per te cosa è più difficile scrivere: ciò che è dentro di te o quello che è degli altri? Quando ero più piccolo mi veniva più facile parlare di altri: prendevo spunto dalle storie altrui, invece adesso avendo percorso parecchia strada, avendone fatte di cose importanti in questi ultimi anni, avendo vissuto separazioni, lutti, ho cambiato prospettiva. La fine di una storia d’amore, un lutto fisico sono distacchi che possono essere traumatici o che comunque ti cambiano […]

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Musica

Simona Molinari: dal Teatro Augusteo parte Sbalzi d’Amore Tour

L’incipit del nuovo tour di Simona Molinari è a Napoli, più precisamente, al Teatro Augusteo, un teatro che, a detta della cantante, l’ha sempre colpita profondamente, poiché ogni qual volta passeggiava per via Toledo, lo ammirava con aria sognante, desiderando un giorno di poterci cantare. Oggi, 22 maggio 2019, quel sogno è diventato realtà. Dopo aver viaggiato per dieci anni, portando la sua musica in tutto il mondo, dal Blue Note di New York al Teatro Estrada di Mosca, cavalcando i palchi di Toronto, Rio, Parigi, Pechino; dopo aver duettato con Peter Cincotti, Ornella Vanoni, Danny Diaz, Gilberto Gil, protagonisti di canzoni dei precedenti album dell’artista; dopo la breve parentesi cinematografica, con il film di Walter Veltroni “C’è tempo”; dopo tutto questo Simona è sul palco, inaugurando nella sua città natale, Sbalzi d’amore Tour. Simona Molinari al Teatro Augusteo, un sogno che si avvera Luci spente in sala, un pianoforte, un basso, una batteria, un sax e un clarinetto sono il complesso strumentale che si trova sul palco. Tutto prende forma, all’arrivo del maestro Claudio Filippini, che sedutosi al piano, dà il LA per il primo brano: In Cerca di Te, riproposto dalla cantante aquilana d’adozione per la prima volta nel 2011 e contenuto nell’album Tua. Tra gli applausi e quel filo d’emozione per i nuovi inizi, Simona Molinari avvia la narrazione di una storia, che si protrae per tutto il concerto. A metà tra un’autobiografia e un romanzo di finzione, si cuce il racconto che vede protagonista Simona ed il suo rapporto con l’amore. Prima di proseguire infatti, Simona si diverte a spiegare il suo primo amore, il suo primo incontro con la musica, avvenuto intorno agli 8 anni, quando sentì Mr. Paganini di Ella Fitzgerald e decise di imitare le acrobazie vocali che la cantante statunitense aveva registrato in quel brano. Oggi lo ripropone in una versione sofisticata, che permette di mostrare l’abilità nell’improvvisazione jazz e tutto lo studio che da bambina fino ad ora ha compiuto, per arrivare ad essere la cantante che è. Continua divertita tra i ricordi, parlando di arte, riproponendo così una versione in cinese della Carmen, già intuibile dalle note di basso che sostentavano il suo chiacchierare. La Molinari arriva poi a raccontare come sia stato necessario non solo porre le fondamenta del suo amore per la musica, ma anche voler costruire un progetto discografico, scrivendo canzoni, cercando una band, un produttore che la supportasse, ma sopratutto un pubblico a cui arrivasse ogni singola nota: così si rannoda alla prima esibizione di Sanremo, cantando Egocentrica affiancata da Fabrizio Bosso alla tromba, il primo ospite della serata. “Così come ci sono gli standard americani, ci sono anche gli standard napoletani”: esordisce Simona Molinari ed attacca con Anema e Core. Salutato Fabrizio Bosso, continua il fil rouge della serata, stavolta dall’amore per la musica, si passa all’amore per un uomo, una digressione sulla vita sentimentale che termina sulle note di Sorprendimi ed ancor ritorna nella strofa parlata di Amore a Prima Vista, brano della Molinari […]

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