Chester Bennington, un ricordo ad un anno dalla scomparsa

È trascorso un anno da quella calda serata di luglio in cui, scorrendo la home di Facebook con la solita aria annoiata, ci siamo ritrovati davanti ad una notizia che ci ha lasciato increduli: Chester Bennington, il cantante dei Linkin Park, era morto.

Prima un susseguirsi di «Ma no, sarà la solita bufala messa in giro da qualche cretino!» e di «Che cavolo state dicendo?», poi, una volta che la notizia è stata ufficializzata anche dalle maggiori testate, un rassegnarsi alla verità amara e tragica. Qual giorno, è andato via un pezzo fondamentale della generazione degli anni ’90.

Quando In the End e Numb erano nella mente di tutti

Che si è o meno amanti del rock e del metal, è indubbio che i Linkin Park abbiano segnato una buona parte delle tappe della nostra giovinezza. In quegli anni di transizione tra la disperazione del grunge e la frenesia delle boybands, loro si inserivano nel mezzo. Chester Bennington e Mike Chioda sono stati due pionieri di quello che è conosciuto come nu-metal, ma quando si è giovani non si bada tanto al genere musicale. Bastava sentire una loro canzone e subito ci si “gasava” a mille, in un periodo in cui lo streaming e il download di musica (fatta eccezione per il caso Napster) ancora non esistevano e uno dei pochi metodi a disposizione per ascoltare le proprie canzoni preferite era quello di sintonizzarsi il pomeriggio su MTV. Si attendeva stoicamente, fino a quando il veejay si degnava di passare Crawling, In the end, Somewhere I belong e Numb.

Queste e altre canzoni non sarebbero quel che sono senza la potente voce di Chester, quella rabbia e quella disperazione che uscivano da un’anima segnata nel profondo, un ruggito che incitava a non arrendersi e farsi forza, ad affrontare la vita a muso duro. Per chi viveva quell’inferno interiore che l’adolescenza comporta, la voce di Chester Bennington era quasi catartica: esprimeva quello che non si aveva il coraggio di dire.

La voce di Chester Bennington continua a vivere

E quando quel 20 luglio dell’anno scorso Chester si è tolto la vita, non se ne è andato solo il frontman di uno dei gruppi più rappresentativi del suo genere e degli anni ’90. Se ne era andato uno dei pilastri della giovinezza di molti, un personaggio che ha segnato profondamente nel bene e nel male. A dispetto di chi in quegli acuti vedeva solo un’accozzaglia di grida gratuite e senza tempo, molti giovani vi vedevano l’incarnazione di una rabbia repressa e di una voglia di riscatto ineguagliabili.

I moralisti dell’ultim’ora e certi giornalisti solo di nome, alla vigilia della sua scomparsa, non hanno perso occasione di sparare giudizi sulla sua condotta di vita e si sono avventati su di lui, come avvoltoi pronti a spolpare la carcassa di turno. Le loro parole, pronunciate soprattutto sul presunto cattivo messaggio che un genere come il metal può veicolare perché associato con ignoranza al satanismo, sono durate quanto dovevano. La voce di Chester Bennington, quella durerà in eterno e risuonerà nei cieli.

Foto di Di Ron Schendorf from New York – Chester Bennington with Dead By Sunrise, CC BY 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=107425229

Ciro Gianluigi Barbato

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A proposito di Ciro Gianluigi Barbato

Classe 1991, diploma di liceo classico, laurea triennale in lettere moderne e magistrale in filologia moderna. Ha scritto per "Il Ritaglio" e "La Cooltura" e da cinque anni scrive per "Eroica". Ama la letteratura, il cinema, l'arte, la musica, il teatro, i fumetti e le serie tv in ogni loro forma, accademica e nerd/pop. Si dice che preferisca dire ciò che pensa con la scrittura in luogo della voce, ma non si hanno prove a riguardo.

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