Seguici e condividi:

Eroica Fenice

Culturalmente

Mitologia nordica, la storia degli dèi scandinavi

La mitologia nordica rappresenta una costola di quella germanica ed è una delle più conosciute al mondo. I nomi di Thor, Loki e Odino suggeriscono qualcosa anche a chi non è ferrato in materia di mitologia e folklore grazie all’enorme numero di romanzi fantasy, film e fumetti con protagoniste le divinità del Pantheon norenno adorate dai popoli della Scandinavia. Mitologia nordica, le fonti Gran parte dei racconti nordici sono stati tramandati dall’Edda in prosa, scritta dallo storico e poeta finlandese Snorri Sturluson nel XII secolo. Si può considerare come un manuale di retorica in cui l’autore dà delle istruzioni agli aspiranti poeti nell’usare la materia norenna spiegando il complesso significato delle kenningar, le frasi poetiche che indicavano i nomi di cose e di persone con perifrasi designanti proprio le divinità nordiche. L’Edda in versi, risalente allo stesso periodo, raccoglie invece ventinove poemi con protagonisti dèi ed eroi che furono riscoperti soltanto nel 1643 da un vescovo all’interno del Codex Regius, un insieme di manoscritti di opere medievali scandinave. Tra le fonti scritte sono importanti per la mitologia nordica anche le rune, pietre scritte in caratteri detti appunto “runici”. Sono presenti soprattutto in Scandinavia e risalgono all’età dei vichinghi, dove i racconti venivano tramandati soltanto oralmente. Nelle pietre runiche troviamo testimonianze non solo della storia, dei costumi e della lingua delle popolazioni scandinave, ma anche episodi tratti dai miti nordici. L’origine del mondo, il Ginnungagap All’inizio si racconta che nel mondo non vi erano il cielo e la terra, ma soltanto un abisso primordiale al centro conosciuto con il nome di Ginnungagap (baratro/voragine magica). Diviso dal regno della nebbia e dei ghiacci a nord (Niflheimr) e da quello del fuoco a sud (Múspellsheimr), al suo interno scorrono gli undici fiumi detti Élivágar le cui gocce velenose danno vita al gigante Ymir, capostipite della stirpe dei giganti che si nutrì del latte di Auðhumla, la vacca universale. Quest’ultima leccò il sale delle rocce ghiacciate e liberò Búri, il primo uomo comparso sulla terra il quale, essendo androgino, diede vita al figlio Borr che a sua volta diede vita alle divinità Odino, Vili e Vé. La prima cosa che fecero i figli di Borr fu uccidere Ymir e usare le parti del suo cadavere per creare il mondo: il cranio divenne la volta celeste, dal suo sangue nacque l’oceano e le carni furono usate per creare la terra. Le ossa furono erette per creare le montagne, mentre dai suoi capelli nacquero gli alberi. Il nome dato a questa terra fu Midgard (terra di mezzo), luogo in cui abitavano gli uomini e i troll. Yggdrasil, il “frassino del mondo” Dal corpo di Ymir fu generato anche Yggdrasil, il più alto tra gli alberi. Si tratta di un frassino (un albero di tasso o una quercia in altre versioni) i cui nove rami sorreggono il mondo. Questi sono: Ásahemir, il mondo delle divinità celesti Álfheimr, popolato dagli elfi di luce Midgard, popolato di uomini e troll Jǫtunheimr, la terra dei giganti (Jotunh) Vanaheimr, il mondo […]

... continua la lettura
Eventi/Mostre/Convegni

Percy Song, la graphic novel di Martina Rossi

Percy Song, graphic novel che segna il debutto della disegnatrice Martina Rossi nel mondo dei fumetti, è stata presentata sabato 18 gennaio alla fumetteria Alastor di Napoli. «Quando Percy si sveglia, dopo un lungo sonno, non ricorda nulla del proprio passato. Tutto cio che sa, è di essere morto». Questa frase è riportata sulla quarta di copertina di Percy Song, opera prima di Martina Rossi edita da Phoenix Publishing presentata alla stampa sabato 18 gennaio alla fumetteria Alastor di Napoli. L’intervento è stato moderato da Francesco Saverio Tisi, vicedirettore della Phoenix, e oltre all’autrice hanno preso la parola Ruben Curto (fumettista, muralista, illustratore, docente e cofondatore del colletivo NUBE) e tramite videomesaggio il doppiatore Jacopo Calatroni. Percy Song, una colorata fiaba oscura A parlare del contenuto dell’opera è ovviamente l’autrice che l’ha pensata e disegnata, Martina Rossi. Classe 1989, è originaria di Recanati. Dopo il diploma presso l’istituto d’arte “G. Cantalamessa” a Macerata si trasferisce a Roma, dove rafforza le proprie conoscenze in materia di disegno alla Scuola Romana di fumetti. Da qui inizia a lavorare come copertinista e ritrattista per autori indipendenti, oltre disegnare vignette per il quotidiano Metro Roma. Nel 2016 per la casa editrice Lo Scarabeo illustra un mazzo di tarocchi ispiarate a Il Piccolo Principe di Antoine de Saint-Exupéry e attualmente lavora come colorista per la casa editrice BellaFe e come autrice per Americana Studio. Martina descrive Percy Song come «un tipo di narrazione tipico delle fiabe». La graphic novel narra la storia di Percy, un ragazzo che «non ha passato, ma deve andare incontro ad un futuro. Deve sapere cosa è stato, ma non ha i mezzi per farlo». Le tematiche descritte toccano nel profondo le corde dell’animo dei giovani e sono anche molto pesanti, come quello della morte. Lo fa attraverso un uso allegorico del genere fantasy, dove la presenza di disegni armonici e pastellosi fatti a mano e colorati con l’acquerello, servono per interpretare una realtà spesso cupa e monocolore. Durante l’intervento Martina Rossi ha battutto moltissimo proprio su questo punto, attingendo anche alle proprie esperienze che sono parte della struttura su cui è stato eretto il progetto di Percy Song, in particolare sulla questione del giudizio che parte fin dalla tenera età. «La società stessa non fa altro che giudicarci e farci perdere occasioni importanti che potrebbero renderci felici». Insomma, sembra che il messaggio che voglia trasparire da Percy Song non sia soltanto quello di affrontare con un linguaggio che si avvicini a quello degli adolescenti esperienze che possono avere più o meno affrontato, ma anche di inseguire i propri sogni senza curarsi troppo del giudizio delle persone che non li comprendono perché troppo distanti dal loro modo di vivere e di concepire il mondo. Gli interventi di Ruben Curto e Jacopo Calatroni Parole di elogio sono state spese anche da Ruben Curto, il quale ha definto la vicenda narrata nel fumetto come un qualcosa «ambientato in un mondo “bello” come quello del fantasy, ma che assume contorni a tratti inquietanti». A […]

... continua la lettura
Culturalmente

Battaglia di Bouvines, la domenica che cambiò l’Europa

Il 27 luglio del 1214 ebbe luogo la battaglia di Bouvines che vide contrapposti Filippo II e Ottone IV di Brunswick, rispettivamente il sovrano del regno di Francia e l’imperatore del sacro romano impero. Si trattò di un episodio molto importante, giacché il suo esito sarà importante per l’assetto dell’Europa. Antefatti  Ottone IV era stato eletto imperatore da papa Innocenzo III nel 1209, anno in cui lo stesso Ottone aveva accettato le condizioni del Trattato di Spira in cui rinunciava a qualsiasi aspirazione di dominio sui territori pontifici. Ma l’imperatore non ci pensò due volte a rimangiarsi la promessa fatta, dato che l’anno successivo invase e occupò quell’insieme di territori conosciuti sotto il nome di “Patrimonio di San Pietro” (Viterbo e il comprensorio di Civitavecchia) e giunse persino ad impossessarsi della corona del Regno di Sicilia nonostante il papa lo avesse scomunicato. Il 9 dicembre del 1212 Innocenzo III incoronò imperatore Federico II di Hohenstaufen, sfruttando il malcontento della nobiltà tedesca che criticava Ottone per il fatto che fosse più occupato a battibeccare con il papa che ad occuparsi dei territori dell’impero. Intanto l’oramai ex-imperatore cercò in ogni modo di riprendersi il trono e si alleò con il re d’Inghilterra Giovanni Senzaterra, anche lui messo sotto pressione dalla non facile situazione in cui le terre inglesi versavano. Preso il trono in qualità di “sostituto” del fratello Riccardo Cuor di Leone partito per la terza crociata (1189 – 1192), l’obiettivo principale di Giovanni fu quello di privare i feudatari di qualsiasi loro diritto con una politica tributaria che non piacque ai baroni inglesi, i maggiori avversari di re Giovanni assieme al re di Francia Filippo Augusto. Originario della famiglia dei Capetingi, questi era succeduto al padre Luigi VII nel 1180 quando aveva solo quindici anni, trovandosi davanti un sacco di problemi da affrontare. In primis dovette sedare una rivolta del conte delle Fiandre Filippo I, furioso in quanto sua nipote nonché moglie del re Isabella di Hainaut aveva portato come dote di matrimonio la contea di Artois e alcuni territori delle Fiandre. Il conseguente scontro ebbe come esito la stipulazione del trattato di Boves del 1185 con cui si riconosceva a Filippo Augusto il dominio sulle contee di Artois, Vermandois e Arménois. L’altro problema di Filippo Augusto era la corona inglese, che aveva dei propri possedimenti in Francia. Ciò rappresentò la causa degli scontri che Filippo ebbe con Riccardo Cuor di Leone, ex alleato durante la terza crociata in Terrasanta, e quando il sovrano inglese fu fatto prigioniero nel viaggio di ritorno dal duca d’Austria Leopoldo V ne approfittò per negoziare con il già citato successore Giovanni il quale, pur di impossessarsi della corona del fratello (si dice addirittura che fece circolare nel regno la falsa notizia della sua morte!), si mise al servizio di re Filippo divenendo suo feudatario a tutti gli effetti e cedendogli una buona parte dei territori appartenenti ai Plantageneti, il ramo della famiglia reale da cui Giovanni discendeva. Ma quando il re inglese si rifiutò di adempire […]

... continua la lettura
Culturalmente

Conte Vlad, la leggenda di Dracula

Il conte Vlad è una delle figure storiche più affascinanti e allo stesso tempo più disturbanti, dal momento che la sua fama è legata perlopiù alla tortura dell’impalamento con cui uccideva i propri nemici. L’uso di tali metodi sanguinari hanno poi gettato le basi per la creazione del personaggio letterario del conte Dracula. Partiamo alllora per questo viaggio in Romania, per la precisione in Valacchia, per scoprire la storia del conte Vlad che per alcuni vive ancora tra noi sotto le vesti di vampiro.  La storia del conte Vlad III di Valacchia Vlad nacque nel 1431 nella cittadella di Sighisoara da Vlad II, sovrano della Transilvania e membro dell’Ordine del Dragone. Questi era un ordine militare fondato, forse ad inizio ‘400, dall’imperatore Sigismondo di Lussemburgo allo scopo di contrastare l’eresia di Giovanni Hus e in seguito l’avanzata dei turchi in Europa. Proprio dai Turchi Vlad venne fatto prigioniero ad Adrianopoli nel 1442, dove venne educato come un sultano. Nel 1448 venne raggiunto dall’assassinio del padre Vlad II e di suo fratello maggiore durante una rivolta dei boiardi organizzata dal regno d’Ungheria, desideroso di impossessarsi della Valacchia. Una volta libero il conte Vlad invase il proprio paese natale con al seguito un esercito di turchi, ma venne sconfitto dal sovrano Vladislao II che lo costrinse all’esilio in Moldavia. Trascorrono alcuni anni e in questo periodo di tempo Vlad stipula trattati di alleanza tra la Moldavia e la Transilvania, oltre a riuscire a portare dalla propria parte quei boiardi che avevano causato la morte del padre e con cui condivideva un nemico in comune: gli ottomani. La presa di Costantinopoli nel 1453 da parte di Maometto II e la fine dell’Impero Romano d’oriente rappresentavano un campanello d’allarme per la cristianità, che vedeva l’ombra musulmana oramai pronta ad abbattersi in Europa. Per tutti i signori dei vari regni cristiani era quindi necessario fare fronte comune per evitare il peggio e lo stesso valeva per Vlad, il quale si batté respingendo le armate ottomane nel 1454 a Szendro in Ungheria e nel 1456 a Belgrado. Quest’ultimo scontro andò a vantaggio proprio di Vlad, poiché tra le varie vittime ci fu Giovanni Hunyiadi, condottiero e fino a quel momento voidova ( “governante”) della Valacchia. Vlad approfittò del vuoto di potere e si impadronì del trono divenendo voidova della Valacchia con il nome di Vlad III e attuando una serie di riforme per risollevare la regione dallo stato di degrado in cui versava. Cercò innanzitutto di favorire l’economia locale tramite la costruzione di nuovi villaggi per i contadini e sostenendo i commercianti locali per limitare l’influenza estera di quelli di altre regioni romene. Inoltre spostò la capitale a Tirgoviste, dove venne costruito il Castello di Poenari in mezzo alle montagne. Questi provvedimenti non vennero ben accolti dai mercanti sassoni della Transilvania, i quali avevano creato nella regione una rete commerciale di città detta Siebenbürgen ( “Le sette città“) e che videro minacciati i propri interessi. Ciò portò a un’alleanza con i boiardi che a causa delle minacce […]

... continua la lettura
Culturalmente

Estinzione dinosauri. Come è avvenuta?

65 milioni di anni fa il nostro pianeta fu testimone di un drammatico avvenimento: l’estinzione dinosauri, gli enormi rettili che fino a quel momento avevano governato indisturbati la terra. Molte sono state le ipotesi avanzate dagli scienziati sull’estinzione dinosauri, tra il fantasioso e lo scientifico. Quella maggiormente affermatasi nella comunità di geologi e scienziati è la caduta di un’asteroide che provocò la fine di questi mastodontici animali. La storia prima della storia. Il mondo dei dinosauri Prima di entrare nel dettaglio è giusto soffermarci sul mondo in cui i dinosauri vivevano, che era il Cretaceo. Con questo nome si identifica la terza e ultima parte in cui è suddivisa l’era mesozoica, l’era in cui vissero i dinosauri. Il culmine di questa età è rappresentata dall’estinzione di questi ultimi e di alcune creature marine. L’origine del nome di quest’era deriva dalla parola francese craie, la quale indica un deposito calcareo ricco di fossili molto presente in Europa e per la precisione nel bacino di Parigi. Estinzione dinosauri, le ipotesi Le ipotesi sull’estinzione dei dinosauri accettate dalla comunità scientifica sono principalmente due. La prima, che è anche la più celebre, fu avanzata nel 1979 da Luis e Walter Álvarez e vedeva come causa principale l’impatto di un meteorite sulla terra. Come prova a sostegno di questa ipotesi c’è il ritrovamento all’interno della Gola del Bottaccione, nei pressi di Gubbio in Italia, di alcuni frammenti di iridio. Si tratta di un elemento presente all’interno dei meteoriti e tale tesi fu avvalorata dalla scoperta negli anni ’90 di quello che fu rinomato come cratere di Chicxulub nella penisola dello Yucatan, in Messico, largo 180 chilometri di diametro. Questo dato ha fatto ipotizzare che il meteorite che avrebbe colpito la terra doveva avere un diametro di 10 chilometri e che si sarebbe schiantato alla velocità di 30 chilometri al secondo, liberando un’energia pari a quella di diecimila bombe atomiche. L’impatto avrebbe causato il sollevamento nell’aria di polveri e nubi che oscurarono il sole per un lungo periodo di tempo, con conseguenze immaginabili: non essendoci più la luce solare le piante non poterono più nutrirsi tramite fotosintesi, i dinosauri erbivori morirono di fame e quelli carnivori non poterono nutrirsi di loro. Una vera e propria reazione a catena. La seconda ipotesi è più recente e ha tra i suoi sostenitori la ricercatrice Greta Keller. La causa dell’estinzione dei dinosauri non fu causata da un meteorite (quello di Chicxulub sarebbe caduto sulla terra 300 milioni di anni prima del Cretaceo), ma dall’eruzione dei vulcani nella regione del Deccan in India. L’emissione di sostanze chimiche resero l’aria irrespirabile e portò ad un drammatico cambiamento climatico, con la terra che non riusciva a disperdere l’eccesso di calore accumulato. Ciò avrebbe causato l’estinzione dei dinosauri in poco tempo Nel corso del tempo sono state avanzate altre teorie: i coniugi George e Roberta Poinar credono che la causa dell’estinzione dei dinosauri sia stata l’esplosione di un’epidemia batterica, mentre per altri scienziati l’ascesa dei primi mammiferi sulla terra che si cibavano di […]

... continua la lettura
Culturalmente

Giorno del Ringraziamento, origini e caratteristiche

«Era una notte buia e tempestosa, all’improvviso un TACCHINO rimbombò!» Parlare delle origini del Giorno del Ringraziamento citando una striscia dei Peanuts non è forse il massimo a livello storiografico, ma sicuramente può essere citata per spiegare l’impatto che questa festività ha nell’immaginario culturale degli USA.  Ma cos’è il Giorno del Ringraziamento? Quando e come si festeggia? E soprattutto, quali sono le sue origini? Giorno del ringraziamento, origini La festa ha origine nel 1621, quando i padri pellegrini della cittadina di Plymouth nello stato del Massachusetts decisero di celebrare il successo del primo raccolto dedicando una giornata di ringraziamento a Dio detta Thanksgiving Day, “Giorno del Ringraziamento” per l’appunto. Tale successo però non sarebbe stato possibile senza l’aiuto dei nativi americani, i quali istruirono i coloni sull’allevamento dei tacchini e la coltivazione del granoturco. In segno di riconoscimento i pellegrini invitarono gli abitanti di quelle terre ad un banchetto in cui, oltre al già citato tacchino, si consumarono alimenti che poi divennero tradizionali nel pranzo del ringraziamento: ostriche, zucca, carne di cervo e torte di cereali. Il giorno del ringraziamento divenne una festa ufficiale degli Stati Uniti per volere di George Washington nel 1789, sebbene si trattasse ancora di una festa “mobile” e non con una data precisa, per poi essere abolita dal presidente Thomas Jefferson. Fu in seguito riabilitata da Abrham Lincoln nel 1862, ad un anno dallo scoppio della guerra civile americana e non si tratta di certo di una casualità. La nazione era flagellata dalla scissione tra stati del nord e stati del sud, ovvero tra gli stati in cui la schiavitù era stata abolita e quelli in cui ancora vigeva. La festa venne quindi proclamata per il quarto giovedì del mese di novembre, allo scopo di tentare di riunificare un paese lacerato al proprio interno anche se gli storici danno il merito di aver riportato in auge il giorno del ringraziamento a Sarah Josepha Hale, scrittrice e moglie di Lincoln. La festività diverrà poi ufficiale nel 1941, quando fu legalizzata dal Congresso degli Stati Uniti. Le tradizioni del giorno del ringraziamento Il giorno del ringraziamento, come ogni festività che si rispetti, è costituito da un’insieme di tradizioni che coinvolgono la famiglia, prima tra tutte il pranzo. Se avete in mente le sit-com, i cartoni animati e gli show televisivi americani saprete che almeno un episodio di questi è dedicato al giorno del ringraziamento dove i vari personaggi, assieme alle proprie famiglie, si cimentano nella preparazione di sontuosi banchetti per i parenti per il pranzo del ringraziamento, dove la portata principale è il tacchino ripieno che viene offerto anche alle persone più bisognose. Non sembra esistere una ricetta unica per preparalo, ma la variante tradizionale prevede che il tacchino (che deve pesare attorno ai 5 chili) venga farcito con pane raffermo, sedano, aglio, cipolla, bacon, salsiccia. Vengono poi usate come erbe il timo, il rosmarino e la salvia, prima di infornarlo a 190 gradi per 3 ore. Il tacchino viene poi condito con quella che viene chiamata […]

... continua la lettura
Food

STAJ, presentato il ramen dello chef Lucio Paciello

Il 17 dicembre si è tenuto per la stampa un pranzo allo STAJ, il noodle bar di Napoli in cui è stato presentato il ramen dello chef Lucio Paciello.  Aperto dall’imprenditore Rosario del Priore lo scorso giugno a via Bisignano 27, nel cuore di via Chiaia, STAJ può essere considerato il primo noodle bar di Napoli. Per chi non sapesse di cosa stiamo parlando, si tratta del primo locale nel capoluogo partenopeo specializzato nella preparazione del Ramen, piatto iconico della cucina giapponese (ma di origine cinese) che si è diffuso dapprima in Giappone dopo la Seconda Guerra Mondiale e poi in America e in Europa, giungendo anche da noi in Italia. Con questa tradizione millenaria proveniente dall’oriente a cui si unisce uno spirito partenopeo, STAJ propone una propria versione di questo piatto ideata dal suo chef Lucio Paciello, classe 1985, il quale può vantare un curriculum sicuramente non di basso grado: formatosi attraverso viaggi che lo hanno portato a lavorare nelle cucine australiane, cinesi e giapponesi, a Napoli ha lavorato come sous chef di Palazzo Petrucci e poi come chef al Classico Ristorante Italiano in Vico Santa Maria a Cappella Vecchia. STAJ. Un viaggio nella gastronomia orientale (con tocco napoletano) Abbiamo avuto modo di provare alcune delle specialità dello STAJ martedì 17 dicembre, in una giornata che, a dispetto del clima, si può considerare più primaverile che invernale ma che di certo non ci ha scoraggiato nell’assaggiare il caldo brodo del Ramen. Dopo un antipasto a base di tofu fritto con Kimici (verdure fermentate con spezie e frutti di mare) e di spiedini di pollo grigliati e glassati in salsa di soia, sesamo ed erba cipollina detti anche Yakitori, si è passati subito alla portata principale. Il Ramen di Lucio Paciello è costituito da brodo di pollo, pancia di maiale brasata, noodles di miso (ovvero, soia fermentata), dashi (brodo di pesce), mayu (olio di aglio bruciato), una rolletta di pesce detta naruto o kamaboko, e menma (germogli di bambù). La particolarità però rispetto alla ricetta tradizionale è caratterizzata dal fatto che lo chef abbia usato un brodo di pollo cotto a fuoco lento per 7 ore ed insaporito con vongole e cozze veraci a cui si vanno ad aggiungere le tradizionali alghe e il tonno essiccato detto katsobushi. Un piatto sicuramente riuscito, dove i sapori si amalgamano assieme senza la prevalenza di uno sull’altro e da gustare, ovviamente con le bacchette tradizionali e con un cucchiaino per assaporare il caldo brodo. Il pranzo si è poi concluso con un graditissimo dessert. Sono state infatti servite due cheesecake in altrettante due modalità differenti. La prima con una crema al tè matcha (la stessa varietà usata in Giappone per il cerimoniale del tè) e una glassa al caramello, la seconda invece con arancia (varietà yuzu), sesamo nero e aceto balsamico. Due dolci molto belli da vedere (non a caso chef Paciello si è formato dapprima come pasticciere e la mano si vede), ma anche da gustare per merito del sapore gradevole. Infine […]

... continua la lettura
Eventi/Mostre/Convegni

Marco Presta presenta Fate come se non ci fossi a Napoli

La Sala del Capitolo del complesso di San Domenico Maggiore di Napoli ha ospitato nel pomeriggio di sabato 14 dicembre la presentazione di Fate come se non ci fossi, il nuovo libro di Marco Presta pubblicato da Einaudi. Un evento voluto dall’associazione culturale e sociale GuapaNapoli, il cui fondatore Armando Grassitelli ha fatto da introduttore. Chi è Marco Presta Al pubblico radiofonico il nome di Marco Presta è sicuramente noto, dato che assieme ad Antonello Dose conduce la trasmissione radiofonica Il ruggito del coniglio in onda su Radio 2 da 25 anni. All’attività di conduttore radiofonico alterna anche quella di attore e di scrittore di spettacoli teatrali, potendo vantare collaborazioni con Andrea Camilleri, Luca Ronconi e Aldo Trionfo, nonché quella di autore per la televisione prendendo parte a trasmissioni quali UnoMattina e Petrolio in qualità di editoriale satirico. Ultima, ma non meno importante, la sua attività di scrittore che lo ha portato alla pubblicazione di sette libri che diventano otto con Fate come se non ci fossi. Fate come se non ci fossi. Frammenti di vita quotidiana conditi dall’umorismo Marco Presta considera la sua ultima fatica letteraria come un «taccuino di riflessioni», una serie di racconti che illustrano episodi della propria vita familiare e lavorativa legati dal fil rouge dell’umorismo. Una caratteristica che per l’autore è sia una fortuna «perché ti permette di superare qualsiasi cosa», ma anche una sfortuna «perché non puoi incazzarti». Egli ci delizia raccontando alcuni episodi biografici tratti dalla propria vita, che vanno dalla spesa di indumenti intimi a cui la moglie lo costringe a un richiamo ricevuto dal capo di stato maggiore per una battuta sulla vicenda di Ustica, finendo per raccontare addirittura di quando nei primi tempi in cui lavorava in RAI giunse lo scrittore Gabriel García Márquez per rilasciare un’intervista e rimase bloccato all’ingresso. Ma Fate come se non ci fossi diventa un’occasione per Marco Presta di lanciarsi in un elogio della radio e della letteratura, due mezzi che definisce “potenti” perché «entrambi ti fanno lavorare con il cervello e ti permettono di creare le immagini dei personaggi che leggi o senti. Chi fruisce non è passivo da un contributo fondamentale». Quanto detto lo si percepisce anche dalla lettura di alcuni brani tratti da Fate come se non ci fossi, dove l’uso di uno stile leggero unito all’uso di metafore e similitudini al limite dell’epicità per raccontare momenti quotidiani ha regalato un’ora di risate al pubblico presente in sala. Ciro Gianluigi Barbato Fonte immagine copertina: Ufficio Stampa

... continua la lettura
Culturalmente

Streghe di Salem, la stregoneria nel Nordamerica

La stregoneria fu un fenomeno che interessò l’Europa fin dal medioevo per poi intensificarsi tra il ‘500 e il ‘600 tramite la Controriforma, la risposta della Chiesa di Roma alle tendenze riformiste del protestantesimo di Martin Lutero e anche al progresso scientifico e filosofico che colpì figure del calibro di Giordano Bruno e Galileo Galilei. Ma la scure dei tribunali dell’Inquisizione sparsi in Europa colpì soprattutto comunità di persone accusate di tramare contro il mondo cristiano tramite atteggiamenti che venivano fraintesi come degli osanna al diavolo e che portarono le donne ad essere etichettate come streghe, ovvero come individui che secondo la credenza popolare si riunivano di notte nei boschi per compiere riti pagani e oscuri. Tra i tanti episodi che le cronache del tempo hanno registrato su carta, il più famoso è quello delle Streghe di Salem, in quanto si verificò nelle neocolonizzate terre del Nordamerica. Streghe di Salem, gli antefatti  La cittadina di Salem, situata nello stato del Massachusetts (regione del New England), fu fondata nel 1626 da una comunità di pellegrini guidati dal colono Roger Conant, per sfuggire alle persecuzioni verso le minoranze religiose volute del re inglese  anglicano Carlo I. Coloro che misero piede sul suolo della città americana infatti seguivano la dottrina del puritanesimo, una diramazione del calvinismo che professava una rigida religiosità fatta di divieti e fanatismo, in nome di una timorata esperienza di fede votata alla più totale estraneità al peccato. Danzare a ritmo di musica o anche andare in giro con un vestito più corto erano segnali sufficienti per guadagnarsi l’inimicizia degli abitanti. Come se non bastasse la guerra di Re Filippo, combattuta tra il 1675 e il 1678 e che vide contrapposti i coloni inglesi ai nativi americani, portò i cittadini a pensare che Dio li avesse puniti lasciando vagare il diavolo in mezzo alla loro comunità. Era quindi necessaria una valvola di sfogo e questa giunse nell’inverno del 1691-1692 quando Elizabeth Parris ed Abigail Williams, due bambine di 9 e 11 anni e rispettivamente figlia e nipote del reverendo Samuel Parris, iniziarono a manifestare alcuni disturbi: contorcevano i loro corpi, avevano atteggiamenti aggressivi nei confronti dei genitori, parlavano adoperando un linguaggio incomprensibile e diventavano all’improvviso mute. I medici che le visitarono erano unanimi riguardo la diagnosi: possessione diabolica o “malocchio“, confermata da un episodio identico che interessò altre sei ragazze della comunità. Esse manifestarono gli stessi disturbi di Elizabeth e Abigail, cosicché furono chiamate a testimoniare nel processo contro quelle che furono conosciute come le “Streghe di Salem”. Il processo L’isteria di massa si sparse come un’infezione tra gli abitanti di Salem, convinti che tra di loro si aggirasse una strega. La storica americana Mary Beth Norton, nel saggio In the Devil’s Nare, scrive che si arrivò ad usare metodi a dir poco sconcertanti come quello della “torta delle streghe” (Witches’ Cake): veniva preparata una focaccia con la segale mescolata all’urina delle persone possedute e veniva data in pasto ad un cane, con la convinzione che questi sarebbe riuscito a fiutare […]

... continua la lettura
Food

BRO, la pizza elegante e contemporanea a Piazza Mercato

State camminando in Piazza Mercato, uno dei centri più importanti della città di Napoli dove nel lontano 1647 il popolo si ribellò alla dominazione spagnola con la celebre rivolta guidata da Masaniello. Mentre respirate la storia e la vostra mente inizia ad immaginare orde di cittadini ribelli guidati dal pescivendolo più famoso di Napoli in mezzo all’immensità della strada, in lontananza scorgete un enorme e lungo palazzo nero dal gusto moderno. Cosa sarà mai? L’edificio di un’agenzia immobiliare? Il famoso monolite di 2001: Odissea nello spazio? Un palazzo in cui si riuniscono uomini d’affari senza scrupoli che progettano un oscuro disegno per la conquista del mondo? No, nulla di tutto questo. Semplicemente si tratta di BRO, la pizzeria dei fratelli Ciro e Antonio Tutino (classe 1992 e 1998), rispettivamente pizzaiolo e responsabile dell’accoglienza dei clienti e del servizio ai tavoli, che con il loro locale dal gusto contemporaneo vogliono offrire al popolo napoletano e non la loro idea di pizza. La storia dei fratelli Tutino Prima però di addentrarci all’interno del locale e di assaporarne le specialità, è doveroso raccontare la storia della famiglia Tutino. Attiva con il capostipite Giuseppe, marito di Nunzia Marigliano (appartenente ad un’altra famiglia di pizzaioli), i Tutino hanno sfamato generazioni di napoletani fin da quando serviva le pizze tramite il metodo “ogge a otto“, che consentiva all’avventore che non aveva soldi con sé di poter pagare la pizza appena mangiata la settimana successiva. Il 1960 è invece l’anno di fondazione della pizzeria nell’altrettanto quartiere popolare di Piazza Nolana da parte dei figli di Giuseppe, Ciro e Giuseppe junior, mentre Michele Tutino è il gestore della pizzeria Tutino Galante a San Giorgio a Cremano dove i suoi figli Ciro e Antonio si sono formati. L’apertura della loro pizzeria BRO a Piazza Mercato, che simboleggia la quinta generazione della famiglia, altri non è che un nuovo capitolo di questa storia. BRO, struttura del locale Appena varcata la soglia dell’ingresso, veniamo accolti da un’atmosfera contemporanea ed elegante. Il locale è suddiviso in due piani, uno inferiore l’altro superiore, disegnati e organizzati dall’architetto Maurizio Vesce che ha scelto di usare materiali quali marmo calacatta oro per i tavoli, ottone, boiserie di legno, pareti di cristallo, pitture materiche, resina, carta da parato con sopra impresso una fantasia floreale e velluto giallo ocra chiaro per le poltroncine su cui ci si siede. Per quanto riguarda le cucine, ben visibili all’occhio degli avventori, sono fornite di due forni per le pizze e una camera per gli impasti. Anche nell’architettura del locale stesso BRO sembra quindi perseguire la propria missione di costruire uno spazio contemporaneo all’interno di un luogo simbolo della popolanità napoletana più verace e che si traduce, naturalmente, nella propria offerta gastronomica. Le pizze di BRO: tradizione e innovazione a braccetto In questo ambiente contemporaneo e curato nei minimi dettagli Ciro e Antonio ci offrono un pizza tradizionale, fatta con un impasto lieve di farina di grano zero e con un’accurata scelta delle materie prime per ognuna delle 15 pizze del […]

... continua la lettura
Culturalmente

Il re dalle orecchie d’asino: la storia di re Mida

Re Mida è un personaggio della mitologia classica noto ai più per il celebre potere/maledizione di poter tramutare in oro qualsiasi cosa toccasse. Ma non tutti sanno che egli era legato anche ad una particolarità fisica che gli valse il soprannome de “il re dalle orecchie d’asino” e della quale ci parla Ovidio. Re Mida: le origini e il potere del tocco d’oro Figlio della dea Cibele e del re della Frigia Gordio, Mida è stato oggetto di discussione presso gli studiosi sulla sua identificazione con una figura realmente esistita. Per alcuni sarebbe stato un sovrano nato attorno al II millennio a.c., per altri sarebbe da identificare con il re della popolazione dei Moschi Midas. Quel che sappiamo per certo è che dopo aver trascorso la giovinezza in Macedonia egli spodestò il padre in seguito a una profezia dell’oracolo della Frigia, che vedeva in lui la chiave per mettere fine ai conflitti civili che devastavano il regno. Inoltre viene riconosciuta a lui la fondazione della città di Gordio, destinata a divenire capitale. A narrare del suo mito è ovviamente Ovidio ne l’XI libro delle Metamorfosi. Il racconto inizia con lo smarrimento in Frigia di Sileno, un satiro caro a Bacco (o Dioniso, per dirlo alla greca) che avendo bevuto qualche bicchiere di troppo si era ubriacato, perdendo di vista il dio e i suoi seguaci. Fu poi ritrovato da due pastori che lo portarono al cospetto del loro sovrano, ovvero Mida. Il re accolse il satiro nella sua reggia e lo trattò con gentilezza, ospitandolo per dieci giorni e dieci notti. Quando poi Mida lo riportò in Lidia, regione in cui era stato costruito un tempio in onore di Bacco, Bacco stesso, per sdebitarsi con il re, gli concesse qualsiasi desiderio. La prima cosa che passò per la testa di Re Mida fu quella di divenire più ricco di quanto non lo fosse già e così Bacco gli concesse il potere di tramutare in oro qualsiasi cosa toccasse. Se dapprima Mida si divertiva a vedere qualsiasi oggetto colorarsi di un giallo splendente che era tipico del metallo più prezioso, ben presto dovette ricredersi quando si accorse che anche il cibo che finiva tra le sue mani subiva la stessa sorte impedendogli di nutrirsi. Il re tornò così in Lidia e Bacco, colpito dalle sue suppliche, gli tolse quel potere tanto invidiabile che si stava trasformando nella sua condanna a morte. Ma i contatti di re Mida con gli dei erano lontani dall’essere finiti e da un altro divino stava per ricevere un dono meno piacevole. Il re dalle orecchie d’asino. La maledizione di Apollo Il racconto di Ovidio prosegue con la decisione di Mida di rinunciare al proprio titolo monarchico e alle proprie ricchezze, decidendo di vivere il resto dei suoi giorni in mezzo ai boschi (no, nulla a che fare con Into the Wild). Ad allietare le giornate vissute in mezzo a fiori, piante e animali c’è il dio Pan che suona la zampogna. C’è solo un piccolo problema: […]

... continua la lettura
Culturalmente

Fratelli di Zeus, chi sono e i loro miti più famosi

L’Olimpo greco, una delle più conosciute famiglie divine. Tra libri, fumetti, film e videogiochi dubitiamo che non abbiate mai sentito parlare dei personaggi che popolano il Pantheon e soprattutto i fratelli di Zeus: Ade, Poseidone, Era e Demetra. Figure che personificano gli elementi della natura, ma anche protagonisti di storie che sono giunte fino a noi con il loro fascino senza tempo. Dunque non indugiamo e (ri)scopriamo assieme la loro storia. L’origine dei fratelli di Zeus : la guerra contro Crono Stando a quanto racconta Esiodo nella Teogonia, in origine il mondo era governato da Urano (il cielo) e Gea (la terra). La coppia mise al mondo alcuni figli che Urano fece recludere negli abissi del Tartaro, spaventato dall’idea che qualcuno di loro potesse spodestarlo. Questi erano i Centimani (giganti con cento braccia e cinquanta teste), i Ciclopi e i Titani, tra i quali c’era Crono. Fu proprio lui a ribellarsi alla tirannia del padre e a tendergli un’imboscata. Approfittando della sua discesa sulla terra durante la notte per unirsi con Gea, Crono lo bloccò e lo evirò con una falce costruita dalla madre stessa. Urano fuggì via e iniziò così il non meno distopico regno di Crono. Anche lui era infatti terrorizzato dal pensiero di un “colpo di stato” ai suoi danni e, dopo aver liberato i Titani e aver scelto Rea come sua sposa, divorò i figli da lei generati: Poseidone, Ade, Demetria ed Era. Soltanto Zeus riuscì a sfuggire alla furia cannibale del padre poiché Rea gli dette da mangiare un masso avvolto in fasce, mettendo il figlio al sicuro nell’isola di Creta e dandolo in custodia al re e alle sue figlie. Passarono gli anni e Zeus, divenuto adulto, affrontò Crono. Gli fece bere una bevanda che lo costrinse a vomitare tutti i fratelli e assieme a loro gli dichiarò guerra. I Titani si schierarono ovviamente con Crono ed erano opposti a Zeus, che avevano stabilito il  “quartier generale” suo e dei suoi fratelli sul Monte Olimpo. Il conflitto fu lungo ed ebbe fine solo quando Zeus liberò i Ciclopi, che fabbricarono le folgori divenute poi la sua arma principale (e uno dei suoi simboli) e i Centimani, che con le loro mani scagliavano i massi contro Crono e i suoi alleati. Alla fine Zeus trionfò in quella che fu chiamata Titanomachia e Crono e i Titani furono esiliati nel Tartaro. Il passo successivo per i fratelli di Zeus fu quello di spartirsi il potere dividendolo in tre regni. A quello che i Romani chiamarono Giove andò il dominio dei cieli, a Poseidone quello del mare e ad Ade il regno dell’oltretomba. I fratelli di Zeus. Poseidone e Ade Prima di essere dio dei mari Poseidone era associato ai terremoti (Ennosigeo, uno dei suoi epiteti, significa proprio “scuotitore della terra“) e soltanto in seguito fu associato all’elemento dell’acqua. Viene rappresentato come un uomo alto e possente, con una lunga barba e con l’inseparabile tridente in una mano. Alcune volte lo si può vedere a bordo di […]

... continua la lettura
Attualità

Punto lettura Nati per leggere, festa per i sette anni

Il punto lettura Nati per leggere, situato all’interno del palazzo reale della biblioteca nazionale di Napoli, spegne la sua settima candelina con una piccola festa destinata ai più piccoli. Del programma Nati per leggere abbiamo avuto occasione di parlare un paio di volte su queste pagine, ma non fa mai male ricordarne la storia. Nato nel 1999 per volontà dell’Associazione Culturale Pediatri, l’Associazione Italiana Biblioteche e il Centro per la Salute del Bambino si è espanso lungo tutto il territorio italiano tramite una lunga catena di progetti legati da un unico obiettivo: favorire nei primi “1000 giorni” del bambino lo sviluppo intellettivo, linguistico, emotivo e razionale tramite attività legate alla lettura che coinvolgano tanto i lettori più piccoli quanto i genitori, favorendo così la solidità del rapporto familiare. Il programma giunge in Campania nel 2000 tramite la fondazione di un punto lettura Nati per leggere dapprima situato al PAN e in seguito spostato nel palazzo reale della Biblioteca Nazionale di Napoli, un cuore pulsante da cui si diramano arterie lungo il territorio campano che sono rappresentate da altri punti lettura e progetti in luoghi come San Giovanni a Teduccio o il carcere minorile di Nisida, zone dove il diritto all’infanzia è messo a repentaglio da situazioni di disagio legate alla criminalità o all’intolleranza. Non a caso il funzionario della Biblioteca Nazionale e responsabile del punto Iole Massarese ha ribadito questo punto, ricordando il potere inclusivo di un’attività come la lettura capace di «mettere più ponti per abbattere le diversità». Punto lettura “Nati per leggere”, un compleanno speciale Così  un gruppo nutrito di bambini provenienti da Napoli e zone limitrofe, tra cui San Giovanni a Teduccio, sono stati gli invitati di questo settimo compleanno festeggiato il 22 novembre, con un seguito di genitori, zii, nonni e parenti vari. Dopo essersi muniti di un passaporto speciale “per viaggiare tra le storie”, i piccoli ospiti hanno avuto accesso alla biblioteca del punto lettura Nati per leggere e seduti tutti assieme hanno potuto godere di storie narrate dai volontari del programma che hanno assunto il ruolo di cantastorie coinvolgenti. Terminata la lettura i bambini hanno poi potuto soffiare sulla candela di una gustosa torta, proprio come in un compleanno degno di questo nome. Con questa divertente e simpatica attività, Nati per leggere si conferma come una realtà importante per il territorio e per tutti quei bambini a cui vanno garantiti i diritti al gioco, all’infanzia e soprattutto (mantra del programma) «diritto alle storie». Perciò anche noi di Eroica Fenice facciamo gli auguri al punto lettura di Napoli, per altri sette anni e più di attività che invoglino alla lettura come linfa vitale per sviluppare la curiosità e la fantasia dei bambini. Ciro Gianluigi Barbato Fonte immagine copertina: https://www.facebook.com/events/552314848867701

... continua la lettura
Culturalmente

Chimney, il dolce ungherese più amato al mondo

Quando si pensa alla cucina ungherese qual è il piatto per eccellenza che viene subito in mente? Il gulasch naturalmente, ovvero la celebre zuppa a base di carne bovina condita con spezie e verdure. Ma anche per quanto riguarda i dolci questa cultura culinaria sa difendersi bene: dalla Dobos, la torta preferita dalla principessa Sissi, alle crêpes magiare dette Palacinta, senza dimenticare una delle specialità più apprezzate sia dai turisti che visitano ogni anno Budapest e città limitrofe che dai residenti stessi: il Chimney. Chimney: le origini del dolce Sembra che il Chimney affondi le proprie origini nel Medioevo, dove un primo abbozzo di ricetta si trova trascritto all’interno di un manoscritto del 1450 conservato nella biblioteca di Heidelberg in cui l’autore parla di un cilindro di pasta sfoglia cotto su di uno spiedo e spazzolato con tuorlo d’uovo prima della cottura. Bisogna però attendere il 1784 quando in Transilvania, regione della confinante Romania, emigrò un gruppo di ungheresi. Lì nella terra del conte Dracula viveva una contessa di nome Mária Mikes de Zabola che all’interno di un suo libro di ricette annotò quella del Chimney, senza tuttavia descrivere un processo particolare per prepararlo. In un altro ricettario di inizio ‘800 si legge che sulla superficie del cilindro venivano aggiunte noci tritate e uno strato di zucchero dopo la cottura. Il nome dato a questa ricetta è in lingua ungherese Kürtóskalács, ovvero “camino dolce” proprio perché la sua forma lunga e cilindrica ricorda quella della cappa di un camino. Un dolce ideale per l’inverno La ricetta del Chimney si diffonde in seguito lungo tutta l’Ungheria e raggiunge una popolarità tale da essere esportata in altri paesi dell’est Europa quali Repubblica Ceca, Slovacchia e Polonia. Dato l’aumento del numero di palati che lo apprezzano (e anche per facilitare la vita a chi l’ungherese non lo parla) il dolce iniziò ad essere chiamato, appunto, con il termine inglese Chimney o “Sweet Chimney” e viene venduto sia nelle pasticcerie e sia nelle grandi piazze delle città dai venditori durante fiere e mercatini dove possiamo assistere alla sua preparazione. Un cono di pasta sfoglia, ottenuto mescolando lievito, burro, latte, uova, sale e zucchero, viene fatto cuocere attorno a uno spiedo. Durante la cottura il Chimney viene spennellato con dello zucchero che per via del calore si trasforma in una crosta leggermente scura e lucida. Per finire, il dolce viene delicatamente tirato fuori e la superficie viene ricoperta a scelta di cioccolato, cannella, mandorle, cacao, noci o papavero per poi essere servito. Se avete in mente di programmare un viaggio a Budapest, non dimenticate di assaggiare questa prelibatezza tanto semplice quanto gustosa. Se poi andate in inverno, per la precisione durante il periodo dei mercatini natalizi in cui le temperature raggiungono lo zero, un dolce e gustoso Chimney da spezzettare e inzuppare in un bel bicchiere di cioccolata calda vi farà raggiungere il nirvana dell’orgasmo gastronomico. Non potete permettervi un viaggio a Budapest? Nessun problema. Se abitate a Napoli c’è SweetChimney, una pasticceria aperta l’anno […]

... continua la lettura
Culturalmente

Pittori del 500. Gli artisti italiani più celebri

Pittori del 500: un viaggio tra i più celebri artisti italiani. I secoli che vanno dal XV al XVI hanno rappresentato un enorme spartiacque tra il Medioevo e l’Età Moderna. Non soltanto per eventi storici come la caduta di Costantinopoli o la scoperta dell’America ma anche per un evento di portata culturale come l’Umanesimo il cui inizio coincide con l’attività di Francesco Petrarca e con il suo inedito modo di studiare i classici, gettando uno dei semi fondamentali del Rinascimento: il ruolo centrale dell’uomo, protagonista assoluto della propria vita e quindi il solo e unico plasmatore del proprio destino (e non più predestinato come nel Medioevo). Questa rivoluzionaria visione, che ebbe come culla la Firenze dei Medici, si ripercuote in ogni campo del sapere: nella filosofia con Marsilio Ficino, nella letteratura con Ariosto e Poliziano e soprattutto nell’arte con il contributo di tanti pittori del 500 che ci hanno lasciato opere che hanno affascinato tanto i loro contemporanei quanto le generazioni successive. Pittori del 500, i più celebri Sandro Botticelli e la Primavera Uno dei pittori rinascimentali più importanti è Sandro Botticelli (1445 – 1510). Nato da una famiglia benestante, lavorò dapprima nella bottega di suo fratello orafo e poi in quella del pittore Filippo Lippi, per poi aprire una bottega tutta sua. La Fortezza, il suo primo dipinto commissionatogli da Piero de’ Medici, era ospitata all’interno dell’ex Sala delle Udienze del Tribunale della Mercanzia in Piazza della Signoria e fa parte del ciclo delle sette Virtù commissionate alla bottega di Piero del Pollaiolo. Botticelli rappresenta la Fortezza come una donna seduta su di un trono riccamente decorato, rispetto alle altre sei virtù del Pollaiolo, con un atteggiamento monumentale e quasi scultoreo grazie anche all’uso del chiaroscuro che la risalta. Inoltre l’abito indossato dalla protagonista è caratterizzato dall’uso del panneggio, conferendo a chi lo osserva l’illusione di essere pesante o meno, ma anche di chiedersi se la figura sia seduta o non lo sia. Famosissime sono invece la Primavera (1482) e la Nascita di Venere (1482 – 1485), che si trovano entrambe nella Galleria degli Uffizi. Per quanto riguarda la Primavera, su cui esistono varie ipotesi riguardo la sua commissione, si tratta di una tela dove sono presenti nove figure della mitologia classica (sei femminili e tre maschili) e va osservata da destra a sinistra: ecco quindi apparire Zefiro, una figura in blu simboleggiante il vento orientale che secondo il mito si innamorò della ninfa Clori. Spaventata la ninfa cerca di sfuggire, ma Zefiro si unisce carnalmente a lei facendola diventare la dea della fioritura Flori, incarnazione della primavera stessa, raffigurata poco più avanti da Botticelli con un un abito tutto ghirlandato e con lo sguardo rivolto all’osservatore. Al centro spicca la figura di una Venere che somiglia più ad una casta Vergine che alla dea dell’amore, sopra la quale svetta il figlio Cupido rappresentato bendato (per indicare la cecità dell’amore) che punta il suo arco sulle tre Grazie, impegnate in una danza, e sul dio Mercurio mentre sfiora una nuvola. Il […]

... continua la lettura
Libri

Dante Fantasy, la fantastica Commedia di Dario Rivarossa

Terebinto edizioni arricchisce il proprio catalogo di libri con Dante Fantasy, saggio di Dario Rivarossa che indaga un aspetto poco conosciuto della Commedia di Dante Alighieri: quello del fantastico e del meraviglioso. Chi ha o chi ha avuto a che fare con la Commedia di Dante, dal semplice studente che l’ha relegata ai ricordi scolastici allo studioso che inevitabilmente si trova a sbattere il muso contro i versi del poeta fiorentino, si trova o si è trovato a doverne analizzare le tematiche più gettonate: la politica con le sue celebri invettive e i noti “canti politici” corrispondenti al sesto di ognuna delle tre cantiche; la religione che assume le sembianze di una lezione sulla legge del contrappasso vigente nell’Inferno e nel Purgatorio e che diventa oggetto di celebrazione nel Paradiso con immagini complesse da descrivere (e in tutta sincerità incomprensibili); i ritratti di personaggi divenuti celebri: Francesca da Rimini e Paolo Malatesta, il conte Ugolino, Ciacco, Farinata degli Uberti, Pia de’ Tolomei, Cacciaguida e molti altri. Eppure, al giorno d’oggi, nessuno sembra interessarsi al lato “fantastico” di cui la Commedia è intriso, sacrificandolo in (s)favore di pompose e vanagloriose dialettiche che conferiscono a Dante e alla sua opera conformazioni devianti le quali assumono la forma di uggiose lezioni tenute da professori senz’anima e da accademici rinomati che riempiono oceani di inchiostro sulle stesse tematiche della Commedia e sugli stessi identici versi. Il modo migliore, almeno per chi scrive queste righe, per ammazzare la curiosità verso il sommo poeta e il suo mondo all’origine. A mettere un freno a queste tendenze divenute purtroppo la norma ci pensa Dario Rivarossa: classe 1965, giornalista e traduttore e, ovviamente, appassionato di Dante che per la Terbentino Edizioni ha pubblicato Dante Fantasy. Un saggio che fin dal sottotitolo “Vampiri, lupi mannari, elfi, draghi e altre cosette che per i lettori della Divina Commedia erano ovvie” strizza l’occhio alla componente fantastica non solo del poema dantesco, ma anche del “meraviglioso” immaginario medievale di cui si sono occupati anche grandi studiosi quali Jacques Le Goff e Alberto Varvaro. Dante Fantasy. La Commedia come nessuno l’ha mai spiegata Fin dalle prime pagine di questo saggio Dario Rivarossa ci tiene a precisare che il suo non è uno studio che segue le classiche linee guida accademiche. Le note a piè di pagina, tipiche di tanti studi del settore, si riducono a poche e necessarie, così come anche lo stile: asciutto, semplice ed essenziale, in modo che chiunque possa avere accesso al mondo della Commedia, condito anche da una sottile ironia che conferisce al libro uno stile colloquiale e amichevole. Piuttosto che come a un saggio, Dante Fantasy va concepito come una chiacchierata in cui parlare del “sommo” in un’atmosfera rilassata e priva di obblighi formali. Il tutto rientra nell’obiettivo dell’autore: quello di mostrare ai lettori il lato meno conosciuto e poco studiato dell’Alighieri e lo fa annullando tutta quella critica figlia del Romanticismo e dell’Unità d’Italia che lo hanno elevato a campione del nazionalismo italiano e padre della lingua […]

... continua la lettura
Musica

Canzoni rock d’amore, otto da ascoltare

Il rock è da sempre un genere musicale duro e aggressivo, fatto di melodie energiche e forti che traggono origine da un sentimento preciso: la rabbia. Che sia giustificata da motivi politici e sociali o puramente intimi, i cantanti rock hanno costruito testi e melodie con le quali urlano in faccia a qualsivoglia autorità tutto ciò che gli passa per la testa. Ma questo non significa che i cantanti rock siano alieni a emozioni come l’amore. Nemmeno i più forti e anticonformisti tra i cantanti possono sfuggire ai dardi di Cupido ed ecco che finiscono per scrivere canzoni rock d’amore. Certo, non tutti i cantanti e gruppi del genere trattano l’amore allo stesso modo. C’è chi lo celebra come motivo di appagamento che rende leggeri come una nuvola e con un perenne sorriso stampato sul volto, chi come una passione oscura che tormenta e divora dall’interno, chi ancora ne indaga i lati più romantici e carnali e chi invece cerca di evidenziarne le sue contraddizioni. In questa playlist abbiamo deciso di scegliere quelle che, a nostro parere, sono le canzoni rock d’amore più significative e particolari spaziando un po’ tra tutti i generi del rock. Canzoni rock d’amore, le nostre scelte  1. Romeo and Juliet – Dire Straits Iniziamo con qualcosa di molto rilassato, come Romeo and Juliet dei britannici Dire Straits. Fondata nel 1977 da Mark Knopfler, la band si è distinta per essere lontana dagli stereotipi tipici dei rockettari. La musica dei Dire Straits è infatti pacata e melodica, merito soprattutto del virtuosismo tecnico di Mark che riesce a padroneggiare la chitarra in modo quasi etereo. Non rappresenta un’eccezione Romeo and Juliet, brano dell’album Making Movies del 1980. Il titolo a prima vista sembra richiamare alla celebre tragedia di William Shakespeare, ma in realtà non è così. Mark Knopfler scrisse la canzone in seguito a una delusione amorosa ricevuta dalla cantante Holly Beth Vincent e la imposta come un dialogo tra due giovani ragazzi chiamati rispettivamente come i due amanti di Verona più famosi. Il protagonista si reca sotto il balcone della propria amata intonando una serenata in suo onore, ma lei non sembra felice di vederlo: «you nearly gimme a heart attack!». Tutta la canzone è attraversata da un’ironia di fondo in cui il povero Romeo, deluso e sconsolato, ricorda alla sua Giulietta tutti i bei momenti trascorsi assieme per poi rinfacciarle la sua presunta fedeltà per poi scoprire che nello stesso tempo si vedeva con un altro. «You promised me everything/ you promised me thick and thin yeah,/ Now you just say “oh, Romeo, yeah, you know I used to have a scene with him”». Con la sua voglia di ingannare piuttosto che di amare la Giulietta dei Dire Straits sembra ricordare vagamente la ragazza che ingannava il nostrano Francesco de Gregori nella celeberrima Rimmel. Insomma, il leitmotiv della canzone è l’amore non corrisposto e il rifiuto di rassegnarsi alla fine della passione, anche quando questa non c’è mai stata davvero. L’ideale per i tanti Romeo […]

... continua la lettura