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Eroica Fenice

Culturalmente

Chimney, il dolce ungherese più amato al mondo

Quando si pensa alla cucina ungherese qual è il piatto per eccellenza che viene subito in mente? Il gulasch naturalmente, ovvero la celebre zuppa a base di carne bovina condita con spezie e verdure. Ma anche per quanto riguarda i dolci questa cultura culinaria sa difendersi bene: dalla Dobos, la torta preferita dalla principessa Sissi, alle crêpes magiare dette Palacinta, senza dimenticare una delle specialità più apprezzate sia dai turisti che visitano ogni anno Budapest e città limitrofe che dai residenti stessi: il Chimney. Chimney: le origini del dolce Sembra che il Chimney affondi le proprie origini nel Medioevo, dove un primo abbozzo di ricetta si trova trascritto all’interno di un manoscritto del 1450 conservato nella biblioteca di Heidelberg in cui l’autore parla di un cilindro di pasta sfoglia cotto su di uno spiedo e spazzolato con tuorlo d’uovo prima della cottura. Bisogna però attendere il 1784 quando in Transilvania, regione della confinante Romania, emigrò un gruppo di ungheresi. Lì nella terra del conte Dracula viveva una contessa di nome Mária Mikes de Zabola che all’interno di un suo libro di ricette annotò quella del Chimney, senza tuttavia descrivere un processo particolare per prepararlo. In un altro ricettario di inizio ‘800 si legge che sulla superficie del cilindro venivano aggiunte noci tritate e uno strato di zucchero dopo la cottura. Il nome dato a questa ricetta è in lingua ungherese Kürtóskalács, ovvero “camino dolce” proprio perché la sua forma lunga e cilindrica ricorda quella della cappa di un camino. Un dolce ideale per l’inverno La ricetta del Chimney si diffonde in seguito lungo tutta l’Ungheria e raggiunge una popolarità tale da essere esportata in altri paesi dell’est Europa quali Repubblica Ceca, Slovacchia e Polonia. Dato l’aumento del numero di palati che lo apprezzano (e anche per facilitare la vita a chi l’ungherese non lo parla) il dolce iniziò ad essere chiamato, appunto, con il termine inglese Chimney o “Sweet Chimney” e viene venduto sia nelle pasticcerie e sia nelle grandi piazze delle città dai venditori durante fiere e mercatini dove possiamo assistere alla sua preparazione. Un cono di pasta sfoglia, ottenuto mescolando lievito, burro, latte, uova, sale e zucchero, viene fatto cuocere attorno a uno spiedo. Durante la cottura il Chimney viene spennellato con dello zucchero che per via del calore si trasforma in una crosta leggermente scura e lucida. Per finire, il dolce viene delicatamente tirato fuori e la superficie viene ricoperta a scelta di cioccolato, cannella, mandorle, cacao, noci o papavero per poi essere servito. Se avete in mente di programmare un viaggio a Budapest, non dimenticate di assaggiare questa prelibatezza tanto semplice quanto gustosa. Se poi andate in inverno, per la precisione durante il periodo dei mercatini natalizi in cui le temperature raggiungono lo zero, un dolce e gustoso Chimney da spezzettare e inzuppare in un bel bicchiere di cioccolata calda vi farà raggiungere il nirvana dell’orgasmo gastronomico. Non potete permettervi un viaggio a Budapest? Nessun problema. Se abitate a Napoli c’è SweetChimney, una pasticceria aperta l’anno […]

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Culturalmente

Pittori del 500. Gli artisti italiani più celebri

Pittori del 500: un viaggio tra i più celebri artisti italiani. I secoli che vanno dal XV al XVI hanno rappresentato un enorme spartiacque tra il Medioevo e l’Età Moderna. Non soltanto per eventi storici come la caduta di Costantinopoli o la scoperta dell’America ma anche per un evento di portata culturale come l’Umanesimo il cui inizio coincide con l’attività di Francesco Petrarca e con il suo inedito modo di studiare i classici, gettando uno dei semi fondamentali del Rinascimento: il ruolo centrale dell’uomo, protagonista assoluto della propria vita e quindi il solo e unico plasmatore del proprio destino (e non più predestinato come nel Medioevo). Questa rivoluzionaria visione, che ebbe come culla la Firenze dei Medici, si ripercuote in ogni campo del sapere: nella filosofia con Marsilio Ficino, nella letteratura con Ariosto e Poliziano e soprattutto nell’arte con il contributo di tanti pittori del 500 che ci hanno lasciato opere che hanno affascinato tanto i loro contemporanei quanto le generazioni successive. Pittori del 500, i più celebri Sandro Botticelli e la Primavera Uno dei pittori rinascimentali più importanti è Sandro Botticelli (1445 – 1510). Nato da una famiglia benestante, lavorò dapprima nella bottega di suo fratello orafo e poi in quella del pittore Filippo Lippi, per poi aprire una bottega tutta sua. La Fortezza, il suo primo dipinto commissionatogli da Piero de’ Medici, era ospitata all’interno dell’ex Sala delle Udienze del Tribunale della Mercanzia in Piazza della Signoria e fa parte del ciclo delle sette Virtù commissionate alla bottega di Piero del Pollaiolo. Botticelli rappresenta la Fortezza come una donna seduta su di un trono riccamente decorato, rispetto alle altre sei virtù del Pollaiolo, con un atteggiamento monumentale e quasi scultoreo grazie anche all’uso del chiaroscuro che la risalta. Inoltre l’abito indossato dalla protagonista è caratterizzato dall’uso del panneggio, conferendo a chi lo osserva l’illusione di essere pesante o meno, ma anche di chiedersi se la figura sia seduta o non lo sia. Famosissime sono invece la Primavera (1482) e la Nascita di Venere (1482 – 1485), che si trovano entrambe nella Galleria degli Uffizi. Per quanto riguarda la Primavera, su cui esistono varie ipotesi riguardo la sua commissione, si tratta di una tela dove sono presenti nove figure della mitologia classica (sei femminili e tre maschili) e va osservata da destra a sinistra: ecco quindi apparire Zefiro, una figura in blu simboleggiante il vento orientale che secondo il mito si innamorò della ninfa Clori. Spaventata la ninfa cerca di sfuggire, ma Zefiro si unisce carnalmente a lei facendola diventare la dea della fioritura Flori, incarnazione della primavera stessa, raffigurata poco più avanti da Botticelli con un un abito tutto ghirlandato e con lo sguardo rivolto all’osservatore. Al centro spicca la figura di una Venere che somiglia più ad una casta Vergine che alla dea dell’amore, sopra la quale svetta il figlio Cupido rappresentato bendato (per indicare la cecità dell’amore) che punta il suo arco sulle tre Grazie, impegnate in una danza, e sul dio Mercurio mentre sfiora una nuvola. Il […]

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Libri

Dante Fantasy, la fantastica Commedia di Dario Rivarossa

Terebinto edizioni arricchisce il proprio catalogo di libri con Dante Fantasy, saggio di Dario Rivarossa che indaga un aspetto poco conosciuto della Commedia di Dante Alighieri: quello del fantastico e del meraviglioso. Chi ha o chi ha avuto a che fare con la Commedia di Dante, dal semplice studente che l’ha relegata ai ricordi scolastici allo studioso che inevitabilmente si trova a sbattere il muso contro i versi del poeta fiorentino, si trova o si è trovato a doverne analizzare le tematiche più gettonate: la politica con le sue celebri invettive e i noti “canti politici” corrispondenti al sesto di ognuna delle tre cantiche; la religione che assume le sembianze di una lezione sulla legge del contrappasso vigente nell’Inferno e nel Purgatorio e che diventa oggetto di celebrazione nel Paradiso con immagini complesse da descrivere (e in tutta sincerità incomprensibili); i ritratti di personaggi divenuti celebri: Francesca da Rimini e Paolo Malatesta, il conte Ugolino, Ciacco, Farinata degli Uberti, Pia de’ Tolomei, Cacciaguida e molti altri. Eppure, al giorno d’oggi, nessuno sembra interessarsi al lato “fantastico” di cui la Commedia è intriso, sacrificandolo in (s)favore di pompose e vanagloriose dialettiche che conferiscono a Dante e alla sua opera conformazioni devianti le quali assumono la forma di uggiose lezioni tenute da professori senz’anima e da accademici rinomati che riempiono oceani di inchiostro sulle stesse tematiche della Commedia e sugli stessi identici versi. Il modo migliore, almeno per chi scrive queste righe, per ammazzare la curiosità verso il sommo poeta e il suo mondo all’origine. A mettere un freno a queste tendenze divenute purtroppo la norma ci pensa Dario Rivarossa: classe 1965, giornalista e traduttore e, ovviamente, appassionato di Dante che per la Terbentino Edizioni ha pubblicato Dante Fantasy. Un saggio che fin dal sottotitolo “Vampiri, lupi mannari, elfi, draghi e altre cosette che per i lettori della Divina Commedia erano ovvie” strizza l’occhio alla componente fantastica non solo del poema dantesco, ma anche del “meraviglioso” immaginario medievale di cui si sono occupati anche grandi studiosi quali Jacques Le Goff e Alberto Varvaro. Dante Fantasy. La Commedia come nessuno l’ha mai spiegata Fin dalle prime pagine di questo saggio Dario Rivarossa ci tiene a precisare che il suo non è uno studio che segue le classiche linee guida accademiche. Le note a piè di pagina, tipiche di tanti studi del settore, si riducono a poche e necessarie, così come anche lo stile: asciutto, semplice ed essenziale, in modo che chiunque possa avere accesso al mondo della Commedia, condito anche da una sottile ironia che conferisce al libro uno stile colloquiale e amichevole. Piuttosto che come a un saggio, Dante Fantasy va concepito come una chiacchierata in cui parlare del “sommo” in un’atmosfera rilassata e priva di obblighi formali. Il tutto rientra nell’obiettivo dell’autore: quello di mostrare ai lettori il lato meno conosciuto e poco studiato dell’Alighieri e lo fa annullando tutta quella critica figlia del Romanticismo e dell’Unità d’Italia che lo hanno elevato a campione del nazionalismo italiano e padre della lingua […]

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Musica

Canzoni rock d’amore, otto da ascoltare

Il rock è da sempre un genere musicale duro e aggressivo, fatto di melodie energiche e forti che traggono origine da un sentimento preciso: la rabbia. Che sia giustificata da motivi politici e sociali o puramente intimi, i cantanti rock hanno costruito testi e melodie con le quali urlano in faccia a qualsivoglia autorità tutto ciò che gli passa per la testa. Ma questo non significa che i cantanti rock siano alieni a emozioni come l’amore. Nemmeno i più forti e anticonformisti tra i cantanti possono sfuggire ai dardi di Cupido ed ecco che finiscono per scrivere canzoni rock d’amore. Certo, non tutti i cantanti e gruppi del genere trattano l’amore allo stesso modo. C’è chi lo celebra come motivo di appagamento che rende leggeri come una nuvola e con un perenne sorriso stampato sul volto, chi come una passione oscura che tormenta e divora dall’interno, chi ancora ne indaga i lati più romantici e carnali e chi invece cerca di evidenziarne le sue contraddizioni. In questa playlist abbiamo deciso di scegliere quelle che, a nostro parere, sono le canzoni rock d’amore più significative e particolari spaziando un po’ tra tutti i generi del rock. Canzoni rock d’amore, le nostre scelte  1. Romeo and Juliet – Dire Straits Iniziamo con qualcosa di molto rilassato, come Romeo and Juliet dei britannici Dire Straits. Fondata nel 1977 da Mark Knopfler, la band si è distinta per essere lontana dagli stereotipi tipici dei rockettari. La musica dei Dire Straits è infatti pacata e melodica, merito soprattutto del virtuosismo tecnico di Mark che riesce a padroneggiare la chitarra in modo quasi etereo. Non rappresenta un’eccezione Romeo and Juliet, brano dell’album Making Movies del 1980. Il titolo a prima vista sembra richiamare alla celebre tragedia di William Shakespeare, ma in realtà non è così. Mark Knopfler scrisse la canzone in seguito a una delusione amorosa ricevuta dalla cantante Holly Beth Vincent e la imposta come un dialogo tra due giovani ragazzi chiamati rispettivamente come i due amanti di Verona più famosi. Il protagonista si reca sotto il balcone della propria amata intonando una serenata in suo onore, ma lei non sembra felice di vederlo: «you nearly gimme a heart attack!». Tutta la canzone è attraversata da un’ironia di fondo in cui il povero Romeo, deluso e sconsolato, ricorda alla sua Giulietta tutti i bei momenti trascorsi assieme per poi rinfacciarle la sua presunta fedeltà per poi scoprire che nello stesso tempo si vedeva con un altro. «You promised me everything/ you promised me thick and thin yeah,/ Now you just say “oh, Romeo, yeah, you know I used to have a scene with him”». Con la sua voglia di ingannare piuttosto che di amare la Giulietta dei Dire Straits sembra ricordare vagamente la ragazza che ingannava il nostrano Francesco de Gregori nella celeberrima Rimmel. Insomma, il leitmotiv della canzone è l’amore non corrisposto e il rifiuto di rassegnarsi alla fine della passione, anche quando questa non c’è mai stata davvero. L’ideale per i tanti Romeo […]

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Eventi/Mostre/Convegni

SMMAVE, conferenza stampa di Accogliere Ad Arte

Il giorno 29 ottobre si è tenuta presso il Centro per l’Arte Contemporanea SMMAVE, situato nel cuore del Borgo dei Vergini, la conferenza stampa di Accogliere Ad Arte, progetto di valorizzazione dei luoghi d’arte e delle risorse umane fondato nel 2016 che si occupa di accoglienza sul territorio di turisti e visitatori. Accogliere ad Arte può vantare una collaborazione con le più importanti realtà culturali partenopee: dal museo archeologico di Napoli al Teatro San Carlo, dalle gallerie di Palazzo Zevallos all’Orto Botanico, senza dimenticare il museo di Capodimonte e molto altro ancora. Accogliere Ad Arte, resoconto della conferenza stampa al SMMAVE Tra i vari interventi della conferenza stampa al SMMAVE va segnalato quello dell’Assessore alla Cultura e al Turismo di Napoli Nino Daniele il quale sottolinea l’importanza di questa iniziativa: «Il turismo», spiega, «ha riacceso un sentimento di fierezza per Napoli nei cittadini napoletani. Trasformare questo rinnovato orgoglio in opportunità di sviluppo e sentimento civico può mettere in campo energie preziose e inaspettate. È questa la grande intuizione che anima Accogliere Ad Arte e che ci pone all’avanguardia in quella vocazione all’ospitalità che ci viene universalmente riconosciuta». Francesca Amirante, Presidente di Progetto Museo e coordinatrice di Accogliere Ad Arte, ha sottolineato come questo progetto sia unico al mondo: «Accogliere Ad Arte arriva alla quarta edizione e sta diventando un modello di valorizzazione reciproca che mette in dialogo luoghi e umanità, città e cittadini. Quest’anno per trasmettere il senso del progetto abbiamo scelto la frase “Accogliere Ad Arte fa bene alla città e fa bene anche a te” che ben esprime l’idea di una crescita simultanea di città e cittadini e che non si sbilancia verso l’uno e l’altro soggetto». Gabriella Cetorelli, rappresentante della Direzione Generale Musei MIBACT, ha ribadito l’importanza del progetto Accogliere Ad Arte nel valorizzare il patrimonio culturale napoletano: «La conoscenza è alla base della nostra tutela e rientra nei precetti della Convenzione di Faro, firmata dall’Italia nel 2013, che rende i cittadini europei testimoni culturali. Più che la moneta l’elemento unificante è il patrimonio culturale, che deve essere fruito a partire dal basso». Importante è poi il contributo dell’Aeroporto Internazionale di Napoli per il progetto, di cui si è fatto portavoce l’Amministratore delegato Roberto Bariberi, da sempre sostenitore di iniziative di sviluppo territoriali: «L’aeroporto è un luogo di arrivi e partenze, un crocevia di razze e culture, ma è soprattutto la prima ed ultima impressione che i turisti hanno della nostra splendida città ed è nostro dovere accogliere i passeggeri al meglio, offrendo servizi ed infrastrutture all’altezza di una grande capitale europea, collegata con volo diretto ad oltre 100 destinazioni[…]. Ma la filiera si compone di tanti attori, tutti ugualmente importanti e strategici per la promozione, cura e valorizzazione del nostro eccezionale patrimonio artistico». A chiudere la conferenza è stato il presidente di SMMAVE, l’artista Christian Leperino. Egli ha ricordato come per sua iniziativa la chiesa della Misericordiella sia stata ripulita dal degrado in cui ha riversato per anni, tanto per lo scorrere del tempo quanto per […]

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Cinema e Serie tv

Festival del cinema di Roma 2019, vince Santa Subito

Il festival del cinema di Roma 2019 è giunto alla sua conclusione. Dieci giorni in cui la capitale ha visto l’alternarsi di film diversi per lingua e genere e diretti da grandi maestri e da autori emergenti. Questa edizione ha visto la presenza di Martin Scorsese che ha portato il suo The Irishman (nelle sale italiane dal 4 al 6 novembre per iniziativa della Cineteca di Bologna e dal 27 novembre on demand su Netflix), della seconda prova alla regia di Edward Norton con Motherless Brooklyn e dello spin-off de Il grande Lebowski: Jesus Rolls di John Tuturro. Ma questa edizione è stata anche piena di tributi a personalità del cinema come la famiglia Cecchi Gori e i premi alla carriera andati a Bill Murray, Viola Davis e John Travolta. Festival del cinema di Roma 2019: premi alla carriera a Bill Murray, Viola David e John Travolta Nella giornata di sabato 26 ottobre sono stati assegnati due premi alla carriera. Il primo è andato a Bill Murray, il quale si è reso protagonista di un episodio alquanto movimentato. Dapprima l’incontro con la stampa organizzato nella Sala Sinopoli è stato annullato in quanto il direttore Antonio Monda ha dovuto comunicare che l’attore era assente, salvo poi presentarsi per un incontro diretto in qui ha tenuto una chiacchierata di un’ora con il regista Wes Anderson che lo ha diretto in sette film. Ma neanche in questo caso i disagi sono mancati, dovuti principalmente alla mancanza di un traduttore che ha costretto i giornalisti a sedersi accanto a persone di madrelingua inglese per capire cosa stesse dicendo. Nonostante questa rocambolesca serie di imprevisti, Murray ha accettato il premio commuovendosi e invitando i romani ad amare la propria città: «Roma è una città bellissima, ma la parte più bella della sua storia l’hanno fatta gli altri, quelli che sono venuti prima. E i romani oggi devono avere cura di questa città, amarla». Una frase che ha usato come similitudine con la propria carriera: «Lo stesso vale per me: se sono arrivato fin qui è grazie alla mia famiglia, agli amici, ai colleghi, e quello che devo fare è prendermi cura di me stesso per non sprecare tutto questo». A ricevere il secondo premio alla carriera è stata Viola Davis, attrice nota per il film The Help di Tate Taylor. Nel suo di incontro ravvicinato (di certo non un’odissea come quella di Murray) l’attrice, premiata da Pierfrancesco Favino, ha ripercorso tutta la sua carriera e ha anche parlato del valore del lavoro di attrice: «Ci sono persone che indossano delle maschere perché hanno paura di essere giudicate. Noi artisti dobbiamo cercare di superare questi limiti, regalando al pubblico una versione di noi stessi priva di filtri. Questo deve fare un’artista. Io sono diventata un’artista perché non volevo una vita ordinaria. Volevo essere un’artista e volevo essere un’artista di colore. In questo mondo è una lotta continua, ma io combatto per me stessa, per la mia voce». Il terzo e ultimo premio è andato a John […]

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Musica

Sid e Nancy, storia della più celebre coppia punk

La storia del rock è fatta di trasgressione, anarchia, ma anche di amore. Non si contano sulle dita di una mano le coppie più celebri che questo genere di musica ha creato, le cui storie tuttavia non sono sempre a lieto fine. Una di queste coppie è quella formata da Sid e Nancy, rispettivamente bassista dei Sex Pistols e la sua storica fidanzata che divenne nota nell’ambiente punk. Sid e Nancy, la storia di due anime instabili Nato a Londra nel 1957, John Simon Ritchie visse un’infanzia molto difficile. Il padre, trombettista jazz, lo abbandonò dopo la nascita e crebbe a contatto con la madre tossicodipendente Anne. Trascorse gran parte della gioventù per le strade della capitale inglese, appassionandosi alla musica di David Bowie e dei Roxy Music. Nel 1975 conobbe il cantante John Lyndon, noto ai più come Johnny Rotten, che lo introdusse nella scena del punk rock e gli diede il nome di Sid Vicious. L’origine di questo nome è particolare: infatti Sid aveva come animale domestico un criceto che un giorno diede un morso così forte a John il quale, terrorizzato, lo soprannominò proprio “Sid Vicious” (ovvero, “Sid il malvagio“). Dopo aver suonato come bassista in alcune band nel 1977 entrò nei Sex Pistols su iniziativa di John, il quale era alla ricerca di un sostituto dopo l’abbandono di Glen Matlock. Più che per l’abilità tecnica (tra l’altro discutibile), Sid Vicious divenne noto nell’ambiente punk per la presenza scenica, fatta di atteggiamenti controversi durante i concerti ancor prima di unirsi ai Pistols. Durante un concerto dei Damned tirò una bottiglia di birra sul pubblico, che colpì una ragazza rendendola cieca a un occhio. Naturalmente il far parte di una delle band più rappresentative del punk inglese come i Sex Pistols, che dopo un periodo di anonimato avevano raggiunto la celebrità avendo firmato con la EMI e avendo inciso le celebri hit Anarchy in the U.K. e God save the Queen, resero Sid una celebrità. Ovviamente divenne uno dei membri più iconici della band soprattutto per l’immagine trasgressiva che dava di sé più che per le proprie capacità di suonare il basso, anche se in quel periodo stava migliorando parecchio. Divenne l’emblema di quella gioventù inglese che negli anni ’70 ne aveva le scatole piene del buon costume, del perbenismo borghese e soprattutto delle melodie del progressive rock. A brani lunghi, elaborati e lenti si sostituirono pezzi brevi, grezzi, veloci e aggressivi come solo il punk sapeva fare. Poi nel 1976 irrompe nella vita di Sid Vicious un uragano destinato a sconvolgere non solo la sua vita, ma anche quella del gruppo. Quell’uragano si chiamava Nancy Spungen, una ragazza irrequieta, tossicodipendente, ma allo stesso tempo dotata di un’intelligenza acuta (a 11 anni era stata mandata in istituto per bambini problematici dove si diplomò a 16 anni). Dopo aver lasciato l’università divenne una groupie, una ragazza che accompagnava i gruppi punk condividendone lo stile di vita. Ben presto Nancy entrò in contatto con l’ambiente punk inglese e dopo una […]

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Culturalmente

Samurai giapponesi, storia e caratteristiche

I samurai giapponesi furono i guerrieri per eccellenza del paese del Sol Levante. Abili guerrieri e raffinati uomini di cultura vincolati da un codice d’onore, il mondo occidentale ci ha offerto un’immagine idealizzata e romantica di questi incredibili uomini. Immagine che tuttavia è molto distorta dalla realtà, in quanto la storia dei samurai giapponesi è strettamente vincolata a quella del Giappone e quindi soggetta a continui cambiamenti. Samurai giapponesi, storia L’affermazione dei samurai. Il periodo Heian (794 – 1185) A discapito di quanto si possa immaginare, in origine il termine samurai indicava semplicemente il servitore di un signore che si era distinto particolarmente in battaglia (saburau in giapponese significa servire). Ma oltre questi meriti i primi samurai giapponesi non coprivano ruoli importanti all’interno dell’impero e di fatto il loro potere era praticamente nullo. Tutto cambia negli ultimi anni del periodo Heian, che prende il nome dalla nuova capitale (l’odierna Kyoto) scelta dall’imperatore per sottrarsi all’influenza politica e religiosa della vicina Cina. Negli ultimi anni del XII secolo si assistette all’ascesa di potenti famiglie aristocratiche che, approfittando dell’indebolimento del potere imperiale a causa di intrighi di palazzo, ne approfittarono per accrescere il loro dominio sulle proprietà terriere grazie anche al potere militare che esercitarono per difendere il Giappone dagli stranieri (gli Ainu). La lotta per il potere si ridusse alle sole famiglie Taira e Minamoto, la cui rivalità raggiunse il culmine nella guerra del Genpei (1180-1185) vinta dalla seconda. Subito dopo Minamoto Yoritomo si sostituì all’imperatore, ridotto a entità nominale, e riorganizzò le strutture dello stato. A capo vi era uno shōgun, un capo militare che amministrava l’impero e a cui si sottomettevano i daimyō, proprietari terrieri appartenenti a importanti famiglie militari. I samurai giapponesi godettero molto del rinnovamento statale di Minamoto. Mettendosi al servizio dei daimyō essi divenivano dei nobili a tutti gli effetti e ricevevano in cambio un pezzo di terra, divenendo loro servitori. I samurai giapponesi in pratica ricevevano un feudo in cambio dei loro servigi, alla pari di quanto accadeva in Europa con il sistema vassallatico che legava il cavaliere al proprio signore, in modo che quest’ultimo potesse fare affidamento su un nutrito braccio armato. La stessa cosa accadeva in Giappone tra i daimyō e i samurai, con questi ultimi che ricevevano onori e privilegi grazie alla fedeltà verso i propri signori. L’era Sengoku e il periodo Edo (1603 – 1868) I samurai giapponesi furono largamente impiegati durante le invasioni dei Mongoli nel XIII secolo, ma anche durante il periodo Muromachi (1336 – 1573), quando lo shogunato fu affidato alla famiglia Ashikaga che si rivelò inadeguata al ruolo. I daimyō approfittarono così della debolezza del potere centrale per aumentare il proprio e ciò portò inevitabilmente a scontri tra clan rivali, che condussero il Giappone nell’era Sengoku (“era degli stati combattenti“), un periodo di continue guerre civili lungo 136 anni che culminò nella battaglia di Sekigahara che vide contrapposte le famiglie della parte occidentale del paese con a capo i Tokugawa e quelle della parte orientale con alla testa […]

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Cinema e Serie tv

Postmodernismo, il cinema dalle mille frammentazioni

A partire dalla fine degli anni ’70 del secolo scorso si iniziò a parlare in ambito filosofico di postmodernismo. Il termine compare per la prima volta nel saggio La condizione postmoderna, scritto da Jean-Francois Lyotard nel 1979. Secondo il filosofo francese le grandi ideologie figlie dell’illuminismo (esaltazione del progresso tramite lo sviluppo economico e tecnico, le ideologie guidate dall’uguaglianza sociale, l’esaltazione della scienza come liberatrice dalle catene oppressive della religione, l’idea di una giustizia universale) e definite “grandi narrazioni”, giunte nell’età contemporanea iniziano a venire meno. I motivi principali di questa crisi di ideali sono due: il primo è il susseguirsi lungo il ‘900 di eventi storici il cui impatto è stato talmente drammatico che non è possibile appellarsi alla sicurezza di cui quelle idee erano costituite per spiegarli (in che modo si possono interpretare le atrocità di Auschwitz o dei gulag sovietici in termini puramente razionali?). Il secondo è invece la diffusione, a partire dagli anni ’60 e ’70, di nuovi mezzi audiovisivi quali la televisione e la pubblicità che, assieme al cinema e alla letteratura, offrono nuove chiavi di lettura all’interno di una società industrializzata e globalizzata. La conseguenza è di grande portata: il sapere non è più un valore assoluto, ma esistono tante realtà con tante diverse caratteristiche (i telegiornali si diversificano per offrire versioni diverse di una stessa notizia, la pubblicità induce a comprare prodotti di cui non si ha veramente bisogno e che tuttavia possono servire per acquisire uno status sociale, etc.). Il postmodernismo è quindi riassumibile con il concetto di “superamento della modernità” o di tutte quelle idee che fino al XX secolo avevano portato avanti la società umana e che davanti ad una realtà multiforme finiscono per esaurire la propria spinta propulsoria. La fiducia nel progresso e nella scienza sembrano spegnersi, accanto a tutte le idee che hanno contraddistinto il modernismo. Il postmodernismo non è ovviamente sola prerogativa delle menti pensanti della filosofia, ma si diffonde anche presso quelle creative dell’arte. Lo si vede in movimenti artistici come la Pop Art (l’idea di oggetto comune elevata a opera d’arte) o nella letteratura con espedienti quali il dialogo metaletterario con il lettore (Se una notte di inverno un viaggiatore di Italo Calvino), l’inizio della vicenda dalla sua fine (La freccia del tempo di Martin Amis), il citazionismo che si traduce nell’imitazione di tecniche come quella del manoscritto ritrovato (Il nome della rosa di Umberto Eco) e molti altri ancora. Il Postmodernismo cinematografico La verità messa in discussione. Metacinema e mockumentary In tutto questo contesto il cinema come si evolve? Essendo l’arte che fa dell’immagine una delle sue prerogative, non ci mette molto a interrogarsi sulla molteplicità delle immagini che la società dei consumi impone. Il cinema del postmodernismo si interroga innanzitutto sulla sua funzione di spettacolo fittizio, di storia costruita da un insieme di immagini e di prodotto concepito in un ambiente come quello cinematografico. Il cinema di Jean Luc-Godard, uno dei padri fondatori della Nouvelle Vague francese, è pieno di espedienti metacinematografici volti […]

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Eventi/Mostre/Convegni

World Press Photo 2019, il fotogiornalismo giunge a Napoli

World Press Photo 2019, la mostra di fotogiornalismo più importante al mondo, torna a Napoli all’interno della cornice del Museo Archeologico Nazionale di Napoli. World Press Photo, conferenza stampa Dal 14 ottobre all’11 novembre il MANN (Museo Archeologico Nazionale di Napoli) sarà la tappa napoletana del World Press Photo 2019, la più importante mostra di fotogiornalismo che è stata già ospitata in altre città del mondo tra cui Washington, Vienna, Budapest e Toronto La conferenza stampa, tenutasi proprio il 14 ottobre, ha visto protagonisti la curatrice della mostra Babette Warendrof e il presidente dell’associazione CIME Vito Cramarossa. È stato letto anche un intervento di Paolo Giulierini, presidente del museo archeologico assente per un impegno improvviso, nel quale è stata rimarcata l’importanza del legame tra il World Press Photo e il MANN. «Il grande fotogiornalismo mondiale, testimone coraggioso della libertà d’espressione anche nei contesti più difficili, si confronta con i capolavori dell’arte classica custoditi al MANN. Guerre, violenza, migrazioni ma anche bellezza e solidarietà, sfide con la natura, popoli in cammino dimostrano come la storia umana si ripeta, letta oggi attraverso la potente fotografia di cronaca così come ieri raffigurata in dipinti, mosaici, affreschi». A rimarcare questo punto è Vito Cramarossa, che tramite il progetto di promozione culturale portato avanti dall’associazione CIME ha portato la mostra a Napoli dopo le tappe di Bari, Palermo e Torino. «La storia del museo racconta la storia dell’umanità, dagli affreschi fino al linguaggio della fotografia che è un nuovo codice di espressione». Non ha mancato poi di esprimere la propria felicità nell’ospitare l’edizione 2019 del World Press Photo «nelle sale di uno dei musei più importanti d’Italia dove i napoletani e i tanti turisti potranno ammirare immagini che raccontano uno spaccato della nostra storia contemporanea». World Press Photo 2019, esposizione della mostra La mostra vera e propria è stata illustrata in conferenza dalla giovane curatrice Babette Warendrof, la quale ha anche spiegato i criteri con cui le foto possono partecipare al World Press Photo. Le 144 foto esposte nell’Atrio sono gli scatti finalisti scelti tra ben 78.001 da una giuria presieduta da Withney C. Johnson, presidente di National Geographic, il fotografo Niel Aldridge, la curatrice Yumi Goto, il fotografo di Getty Images Nana Kofi Acquah, il responsabile di progetti speciali di TIME Paul Moakley e le fotogiornaliste Alice Martins e Maye-e-Wong. Le foto premiate sono suddivise in otto categorie: Contemporary Issues, Environment, General News, Long-Term Project, Nature, Portraits, Sports e Spot News. A queste categorie va ad aggiungersi il World Press Photo Story of the Year, premio assegnato al fotografo “la cui creatività visiva e abilità hanno prodotto storie fotografiche con eccellenti editing, riguardanti un grande evento o una questione di rilevanza giornalistica del 2018”. Quest’anno è andato all’olandese Pieter Ten Hoopen con il progetto The Migrant Caravan, un foto-racconto realizzato tra ottobre e novembre 2018 dedicato alla più grande carovana di migranti partita dall’Honduras e diretta negli Stati Uniti. Ad aprire invece la mostra, appena si entra nell’Atrio popolato di statue greco-romane e con […]

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Cinema e Serie tv

Il Joker di Todd Philips ovvero un nuovo modo di fare cinecomics

Il tanto atteso e tanto contestato vincitore della biennale di Venezia è giunto anche da noi. Joker di Todd Philips ricostruisce le origini di uno dei nemici storici di Batman scollegandole dall’universo cinematografico della DC, in favore di un dramma urbano dalle molteplici interpretazioni.  Joker, la trama Arthur Flenck (Joaquin Phoenix) vive in uno squallido e degradato appartamento nei bassifondi di Gotham City assieme all’anziana madre Penny (Francis Conroy). L’uomo lavora come clown per strada, venendo continuamente umiliato da colleghi e teppisti. A peggiorare le cose si aggiunge il fatto che Arthur soffre di una patologia neurologica che lo spinge a ridere incessantemente. Arthur coltiva un sogno: diventare uno stand up comedian ed esibirsi nel programma televisivo condotto dal suo idolo Murray Franklin (Robert de Niro). Tuttavia la situazione di degrado civile in cui versa la città condizionerà Arthur il quale, già psicologicamente provato e stanco di subire, intraprenderà una lenta discesa negli inferi. Il Joker di Todd Philips e Joaquin Phoenix. Una storia di disagio e di emarginazione L’assegnazione a Joker del leone d’oro ha indubbiamente sorpreso tutti, così come ha sorpreso l’idea di Todd Philips di girare un film lontano dai confini sicuri del genere commedia in cui si è specializzato (da Borat alla fortunata trilogia di Una notte da leoni). Il regista newyorkese decide di abbracciare un progetto ambizioso, che è quello di riscrivere le origini di una delle nemesi più conosciute dell’uomo pipistrello attraverso una storia a sé e scollegata dall’universo cinematografico della DC. La vicenda che si sviluppa in Joker si muove infatti nel contesto di una Gotham City più realistica che fumettistica, immersa nell’anno 1981 (un’operazione revival che traspare non soltanto da scenografie, costumi e canzoni d’epoca, ma anche dal vecchio logo della Warner Bros che introduce i titoli di testa) e in cui la diseguaglianza sociale tra il ceto benestante e quello povero è più che mai radicata. Arthur Flenck si muove in questo contesto fatto di cumuli di spazzatura per le strade, sedute dallo psicoterapeuta e un’umanità squallida e moralmente discutibile. Tutto ciò induce ad analizzare quelle che sembrano essere le due tematiche principali della pellicola: il disagio e l’ipocrisia umana. La metamorfosi che conduce l’inetto Arthur Flenck a trasformarsi in Joker è principalmente causata dal tessuto sociale in cui è costretto a vivere. Umiliato e deriso tanto dai suoi simili quanto dalla società “sana” e piena di valori, Arthur si isola in un mondo tutto suo in cui sente di poter contare qualcosa e che lo porta a convincersi di essere destinato alla grandezza. Del Joker “classico”, ovvero delle tante versioni immortalate da fumetti, cartoni e soprattutto film rimane ben poco. Allo scherzoso ed eccentrico gangster dal volto cicatrizzato di Jack Nicholson e all’anarchico e mitomane terrorista di Heath Ledger, la cui maschera ricorda un’antica e rabbiosa pittura da guerra va a sostituirsi Joaquin Phoenix. Un everyman snello fino all’osso, nevrotico e frustrato tanto inquietante quanto attraente. L’attore riesce benissimo nell’impresa di caratterizzare un personaggio che giunge a comprendere come quella […]

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Cinema e Serie tv

Once upon a time in Hollywood. Tarantino malinconico

Once upon a time in Hollywood, il nono film di Quentin Tarantino, è giunto alla sua seconda settimana di programmazione nelle nostre sale. Una pellicola che forse è la più personale del regista e proprio questo fattore è tanto un pregio quanto un difetto della stessa.  Once upon a time in Hollywood. Trama Los Angeles, 1969. Rick Dalton (Leonardo di Caprio) è l’ex star di una serie televisiva western e lavora assieme al suo socio, controfigura e autista personale Cliff Boot (Brad Pitt). I due vivono da vicino le conseguenze della nuova stagione vissuta da Hollywood, con registi sempre più liberi dalle logiche dello studio system e nuovi attori destinati al successo. Tra questi c’è Sharon Tate (Margot Robbie), moglie del regista Roman Polanski (Rafal Zawierucha) e nuova vicina di casa di Rick. In questo contesto Rick e Dalton cercano di ritornare alla ribalta nel mondo del cinema, mentre negli Stati Uniti il movimento hippie si diffonde a macchia d’olio e l’ombra della setta di Charles Manson (Damon Herriman) aleggia nell’aria. Once upon a time in Hollywood. Viaggio nella Hollywood degli anni ’60 – ’70 Presentato all’ultimo festival di Cannes, Once upon a time in Hollywood vede l’attenzione di Quentin Tarantino posarsi su di un anno particolare e fondamentale per la storia del cinema: quel 1969 che vide l’uscita di Easy Rider di Dennis Hopper e che fu portavoce di una nuova tendenza di fare cinema. I registi divennero sempre più insofferenti alla rigida gerarchia imposta dalle case di produzione e giunse una nuova generazione di attori che caricarono la propria recitazione di emozioni ricavate dal proprio inconscio e dal proprio vissuto (l’Actor’s Studio e metodo Stanislavskij). A questo cinema con cui è cresciuto e che non ha mai smesso di omaggiare lungo tutto la propria carriera cinematografica, Tarantino dedica una pellicola intera e ciò implica un approccio diverso dietro la macchina da presa. La preoccupazione principale consiste in quella di accompagnare lo spettatore nel mondo che lo ha formato cinematograficamente, quasi prendendolo per mano. La fotografia di Robert Richardson, fatta di colori vivi e accesi, riesce ad arricchire la ricostruzione filologica della Hollywood del 1969 in ogni suo aspetto: l’abitazione e la via in cui hanno vissuto i coniugi Polanski (la 10500 Cielo Drive, dove si consumò il massacro ad opera della Family di Charles Manson), le rievocazioni di figure come quelle di Steve McQueen (Damian Lewis) e Bruce Lee (Mike Moh), le varie sale e i vari drive-in, le citazioni ai vari telefilm prodotti in quegli anni e persino la pubblicità, senza dimenticare una parte fondamentale dello stile tarantiniano: la musica, prelevata tanto dalle colonne sonore di altri film quanto dalle canzoni dell’epoca che si sentono sparate dalle radio delle auto su cui guidano i protagonisti. Il tutto è arricchito da  citazioni cinefile sparse qua e là per tutto il film nella forma di locandine, manifesti, proiezioni di pellicole originali (di cui una rimaneggiata digitalmente, in modo da farvi “recitare” di Caprio in una scena) e molto altro […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Trenta fuochi, Diana Toucedo al Napoli Film Festival

La ventunesima edizione del Napoli Film Festival si chiude con la proiezione di Trenta fuochi, lungometraggio d’esordio della regista Diana Toucedo. L’Istituto Cervantes di Napoli ha ospitato l’ultimo film in programma per l’edizione 2019 del Napoli Film Festival: Trenta Fuochi (Trinta Lumes), opera prima della giovane regista Diana Toucedo che ha vinto il D’A Film Festival di Barcellona e il premio per gli effetti visivi al Toulouse Cinespaña. Inoltre il film è stato già accolto con successo al Pesaro Film Festival, rendendo Napoli la seconda città italiana in cui è stato proiettato. Trenta Fuochi, trama del film di Diana Toucedo Ambientato a O Courel, un paesino sulle montagne della Galizia, il film ha come protagonista Alba, una ragazzina di 12 anni che vive a contatto con la natura e gli antichi riti magici che caratterizzano quel luogo. La particolarità consiste nel fatto che la famiglia di Alba e altre poche sono le uniche rimaste a vivere in quel luogo, da diversi anni spopolato e su cui vige una leggenda per cui le persone che sono andate via sembrano tornare, ma non fisicamente. Trenta Fuochi, un film tra religione, mistero e documentario Nel dibattito che si è tenuto dopo la proiezione del film, coordinato dal direttore del NFF Mario Violini, la Toucedo ha descritto ampiamente la lavorazione che c’è stata dietro Trenta Fuochi. Cinque sono stati gli anni dedicati a questo progetto, di cui i primi due sono stati dedicati all’immedesimazione e al contatto diretto con le terre della Galizia, nonché all’interazione con il popolo gallego. Un popolo di uomini e donne, afferma la regista, «a prima vista riservato, ma se entri in sintonia con loro ti aprono anche la porta di casa». Sui racconti orali usciti dalle bocche di donne e uomini del luogo Diana Toucedo ha ricavato parte della sceneggiatura di Trenta Fuochi, un film complesso a metà strada tra il documentario e la fiction. I lunghi campi di paesaggi, costituiti da montagne, prati, case diroccate e colpite ripetutamente dalla pioggia (anche questi frutto del quinquennale lavoro di riprese e montaggio), fanno sì che a essere la vera protagonista dell’opera sia proprio la natura con tutto il suo fascino e il suo alone di mistero. Non è un caso se l’ambientazione di Trenta Fuochi sia proprio la Galizia, una terra che oltre ad aver dato i natali alla regista è anche una comunità con alle spalle una lingua, il gallego, e una cultura che risulta essere un retaggio delle popolazioni celtiche che in passato abitavano quelle terre. Ancora oggi gli abitanti portano avanti la sacralità di quei riti, che sembrano andare via via scemando a causa dell’industrializzazione massiccia che sta amputando parti di quel patrimonio naturale. Uno degli obiettivi che si prefigge Diana Toucedo è di preservare nel tempo quel piccolo mondo antico e pagano che vive accanto ai riti della religione cristiana. Storia di un (eterno) ritorno Ma forse uno dei punti di interesse di Trenta Fuochi è la sua struttura circolare legata in stretto modo all’emigrazione, l’altro […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Andy Warhol a Napoli, il genio della pop-art alla Basilica della Pietrasanta

Andy Warhol è finalmente giunto a Napoli. Anzi, sarebbe meglio dire “ritorna” dopo 40 anni nel capoluogo partenopeo con una mostra a lui dedicata, dal semplice titolo di Andy Warhol. Ospitata all’interno della Basilica della Pietrasanta, la mostra dedicata all’artista cardine della Pop Art sarà accessibile dal 25 settembre di quest’anno al 23 febbraio 2020. Una mostra organizzata da Arthemisia, azienda organizzatrice di eventi e di mostre d’arte che nella stessa Basilica ha ospitato la precedente retrospettiva di grande successo su Marc Chagall. Andy Warhol a Napoli, la conferenza stampa Il giorno 25 settembre si è tenuta una conferenza aperta alla stampa e agli articolisti, i quali hanno anche potuto visitare in anteprima la mostra. La conferenza è stata introdotta dal presidente dell’Associazione Pietrasanta Raffaele Iovine, il quale ha ricordato come gli sforzi di cittadini privati abbiano potuto permettere ad un luogo come la Basilica della Pietrasanta di divenire un luogo votato all’arte. Alla stessa maniera l’assessore Nino Daniele ha definito questo intervento come un «miracolo civico a Napoli» che rende il capoluogo partenopeo la città con la miglior offerta museale in tutta Italia. L’intervento del rettore monsignor Vincenzo de Gregorio ha sottolineato l’importanza del restauro della Basilica di Pietrasanta, ricordando come nei lunghi anni di degrado fosse divenuta un luogo di attività illegali quali l’uso del pavimento come deposito di materiale da costruzione o che fosse stata addirittura usata come un’improvvisata discoteca dai ragazzi. Monsignor de Gregorio ha poi voluto sottolineare il motivo che lo ha spinto ad accettare di ospitare le opere di un artista come Andy Warhol, che ha rappresentato soggetti lontano dall’essere sacri come Mao Tse-Tung o Lenin, in mezzo ad altari, crocifissi e affreschi religiosi. «La giustificazione sta nel fatto che l’opera di Warhol si rilegge nell’ambito dei “secoli brevi”. Warhol racconta e interroga il suo secolo, il XX, che è stato un insieme di rivolgimenti che hanno capovolto, più volte, il pianeta, in tutte le sue componenti». La mostra di Andy Warhol non fa quindi che prolungare quell’abitudine degli artisti di ogni tempo di esprimere la propria arte all’interno di luoghi sacri. Iole Siena, presidente di Arthemisia, sente forte il legame con la città di Napoli che descrive come un «cuore pulsante di vita» e di come il modello “motore di mostre d’arte” della Basilica di Pietrasanta abbia attirato l’attenzione della stampa estera, conferma del successo di questa formula che si è già visto con la precedente mostra dedicata a Marc Chagall. La signora Siena ha poi voluto focalizzare l’attenzione sul fatto che i proventi della mostra andranno a favore di iniziative comeLa prevenzione è il nostro capolavoro, iniziativa nata in collaborazione con Komen Italia e dedicata al mese internazionale per la prevenzione dei tumori al seno. Andy Warhol. La mostra a Napoli La mostra Andy Warhol ospita un catalogo di 200 opere tra disegni, polaroid, acetati e molto altro, tutte provenienti da collezioni private e in particolare da quella di Eugenio Falcioni. Sette sono le sezioni in cui la mostra è articolata. La […]

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Attualità

Scrittori occasionali: la letteratura come merce ornamentale

Sapete? Il mondo dell’editoria odierna è quanto di più bizzarro e controcorrente si possa immaginare. Basta entrare in una qualsiasi libreria per rendersene conto. La prima cosa su cui i nostri occhi si posano appena entrati è uno scaffale con sopra un invitante cartellino che recita “nuove uscite”, dove sono raggruppate tutte le novità editoriali i cui autori però ci lasciano un po’ basiti. Accanto ai soliti gialli esoterici senz’anima e alle stereotipate storie d’amore in cui una ragazza ama un ragazzo (se possibile, con uno dei due afflitto da un male incurabile) e sui quali si costruisce una campagna pubblicitaria martellante la cui intensità è paragonabile a quella di un antifurto che suona ininterrottamente per tutta la notte, ci sono anche libri che sono opera di quelli che potremmo definire scrittori occasionali. Si tratta di personalità che con il mondo della letteratura non hanno nulla da spartire e che, tuttavia, pubblicano libri. Si va dal personaggio televisivo più discusso del momento allo chef più o meno stellato che tiene a raccontarci della sua vita quando non si trova ai fornelli. Tuttavia vendono molto i libri scritti da youtubers e dagli influencer. Questa riflessione nasce dalla pubblicazione del romanzo d’esordio di Giulia de Lellis, influencer ed ex tronista di Uomini e Donne, dall’evocativo e profondo titolo de Le corna stanno bene su tutto. Ma io stavo meglio senza! edito dalla Mondadori. Gli scrittori occasionali stanno uccidendo la letteratura Inutile stare qui a parlare del curriculum del nuovo astro della nostra letteratura, la quale ha dichiarato di non aver mai letto nulla, se non due libri in tutta la sua vita, quanto piuttosto di come il suo caso sia l’ennesima dimostrazione di come l’editoria concepisca al giorno d’oggi la letteratura e l’oggetto libro: un ornamento, un semplice gingillo superfluo utile al solo scopo di accrescere la notorietà di questi scrittori occasionali, personaggi che pur di aumentare il loro numero di seguaci (e di soldi in tasca) decide di buttarsi nel mondo dei libri. Un mondo che, francamente, sembrano conoscere ben poco, dato che gran parte di questi scrittori occasionali non scrive con le proprie manine, ma sfruttando l’anonimato dei ghostwriters. Esatto, avete capito bene. Pensavate davvero che i vostri beniamini del web, dopo una dura giornata trascorsa a registrare e montare video, si seggano davanti ad una scrivania in legno nel silenzio della notte e nel buio di una stanza illuminata dalla sola luce della candela e scrivano su carta e con penna d’oca o con una macchina da scrivere le loro res gestae e di come sono arrivati a divenire quel che sono ora? Sbagliato. Lo so che è brutto da dire, ma ci sono molti youtuber e influencer che non sanno nemmeno costruire una semplice frase seguendo l’ordine SVO (soggetto, predicato verbale e complemento oggetto. Roba del tipo “Luca mangia la mela“) e quindi, per non sfigurare davanti alle orde di fan che li idolatrano e che davanti alle loro foto accendono dei lumini, un po’ come facevamo noi […]

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Cinema e Serie tv

Film sulle truffe, tre che devi assolutamente vedere

Da quando esiste il mondo l’uomo non è mai riuscito a reprimere del tutto la tentazione di ingannare il prossimo attraverso vacue promesse per il proprio tornaconto personale. Stiamo parlando della truffa, di quell’azione che in ambito giuridico indica un vantaggio che una persona ottiene a discapito di un’altra tramite vari mezzi: raggiri, bei discorsi, promesse di successo ottenuto senza il minimo sforzo e così via. Tanti metodi che, nella maggior parte dei casi hanno un unico scopo: il denaro. La letteratura e il teatro hanno messo in scena tante figure di truffatori, ma anche il cinema con tanti film sulle truffe. Tra i tanti film sulle truffe, ne abbiamo scelti tre che ci hanno colpito particolarmente. Senza indugiare ulteriormente, scopriamo quali sono. Film sulle truffe, le nostre scelte Totòtruffa ’62 Iniziamo questa lista di film sulle truffe con un classico di Totò: Totòtruffa’62, diretto da Camillo Mastrocinque nel 1961. Antonio (Totò) e Camillo (Nino Taranto) sono due ex attori trasformisti che sfruttano le conoscenze apprese a teatro per racimolare qualcosa gabbando il prossimo e sono sempre sotto l’occhio del commissario Malvasia, ex compagno di scuola di Antonio. In realtà Antonio non inganna il prossimo per cattiveria, ma per mantenere la figlia Diana (Estella Blain) che studia in un prestigioso collegio. Tuttavia la ragazza, stanca della rigida disciplina dell’istituto, fugge e si rifugia a Roma dove si innamora di Franco (Geronimo Meynier), figlio proprio del commissario. Un classico della filmografia di Totò, che tratta il tema della truffa abbinandolo a quella che il popolo napoletano chiama “arte di arrangiarsi“. Non si può non provare simpatia per il personaggio di Antonio, uno dei pochi esempi di truffatori a fin di bene che riesce sempre a strappare una risata tramite gag divertenti. Una su tutti, quella del tentativo di vendita della fontana di Trevi ad un ignaro passante. Quiz Show Tra i film sulle truffe più interessanti si può citare anche Quiz Show, diretto da Robert Redford nel 1994. Nel 1958 il quiz Twenty – One spopola tra i cittadini americani grazie al suo campione Herbie Stempbell (John Tuturro), rimasto imbattuto per molto tempo. Tuttavia i produttori del programma, consci dei bassi ascolti che il programma sta registrando, pensano bene che sia giunta l’ora di mandare Herbie a casa e di dare lo scettro di campione a Mark von Daren (Paul Scofield), un giovane intelligente e di bell’aspetto appartenente ad una famiglia altolocata . Herbie non accetta di buon grado la decisione e decide di far venire a galla il marcio e la corruzione che invade il mondo dei quiz televisivi. Quiz Show è un buon esempio di film sulle truffe. Lo scandalo del quiz Twenty-One avvenne davvero negli Stati Uniti alla fine degli anni ’50 e sollevò le ire e lo stupore dell’opinione pubblica. Robert Redford usa così questa vicenda per dimostrare come le immagini che i mass media e in particolare la televisione ci propongono non sono altro che illusioni effimere fatte passare per vere e che, ovviamente, ci ingannano. […]

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Musica

Musica elettronica, un genere in continuo movimento

Quando si parla di musica elettronica in genere si pensa a tutte quelle composizioni musicali che adoperano al loro interno strumentazioni elettroniche (sintetizzatori, computer, etc.). In realtà si tratta di una definizione molto labile e incerta, poiché nel corso della sua storia la musica elettronica è stata soggetta a tanti usi diversi: come supporto a generi già esistenti, come genere a sé stante e anche come laboratorio sempre aperto di sperimentazioni. Proviamo allora a tracciare una storia della musica elettronica nelle sue fasi più salienti, dalle origini fino ai primi anni 2000, cercando di dare importanza tanto al suo lato di “work in progress” quanto a quello di elemento fondamentale per certe esperienze musicali. La vastità del argomento è tuttavia tale che non ci consentirà di analizzare ogni singola fase della musica elettronica, per cui rimandiamo a siti specializzati nel settore. Storia dell musica elettronica 1900 – 1950: le prime sperimentazioni Una prima fase di quella che si può definire “proto musica elettronica” ha inizio con l’introduzione del Terhemin, inventato dal fisico Lev Termen nel 1919. Consiste in un contenitore provvisto di due antenne, una posta verticalmente e l’altra lateralmente, le quali formano un campo elettromagnetico traducendolo in suono. La particolarità di questo strumento è che bisogna usare entrambe le mani per direzionare il suono e per regolarne l’intensità e il volume. Tra i tanti che rimasero affascinati dal terhemin ci fu Maurice Martenot che ne sfruttò la tecnologia per dare vita all’Onde Maternot, presentato nel 1928. Si trattava di una tastiera ad 88 tasti sotto i quali era presente un nastro teso che, a differenza delle antenne dello strumento russo, poteva essere fatto oscillare per produrre suoni. Fu inventato per venire incontro a tutti quei musicisti abituati da sempre a suonare con strumenti acustici e poco inclini ad usare il terhemin. Un anno fondamentale per la storia della musica elettronica è il 1933, quando l’ingegnere americano Laurens Hammond creò quello che fu ribattezzato come organo Hammond. Pensato come un’alternativa economica all’organo a canne, rispetto a quest’ultimo possedeva al suo interno delle ruote foniche alimentate (tonewhells). La loro rotazione formava un campo elettromagnetico che generava il suono. Questi veniva regolato tramite tiranti detti drawbars, i quali erano posti sotto la tastiera e permettevano di regolare il volume e l’intensità. In seguito l’organo Hammond fu potenziato tramite il Leslie, un meccanismo di altoparlanti montati su di un perno rotante che, una volta azionati, conferivano al suono quello che in fisica viene definito effetto Doppler. L’uso del Leslie si rivelò necessario per nascondere il fastidioso “click” dei tasti quando venivano pigiati, ma conferì all’Hammond un suono elettronico. Si può dire quindi che la musica elettronica sia nata proprio con questa “aggiunta necessaria”. Dopo la seconda guerra mondiale iniziarono ad essere fondati studi di registrazione un po’ in il tutto il mondo, grazie anche al fatto che accanto ai già citati meccanismi furono aggiunte le innovazioni nel campo della registrazione della voce compiute durante l’ultimo conflitto. In Francia il compositore Pierre Schaeffer fu […]

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