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Eroica Fenice

Eventi/Mostre/Convegni

World Press Photo 2019, il fotogiornalismo giunge a Napoli

World Press Photo 2019, la mostra di fotogiornalismo più importante al mondo, torna a Napoli all’interno della cornice del Museo Archeologico Nazionale di Napoli. World Press Photo, conferenza stampa Dal 14 ottobre all’11 novembre il MANN (Museo Archeologico Nazionale di Napoli) sarà la tappa napoletana del World Press Photo 2019, la più importante mostra di fotogiornalismo che è stata già ospitata in altre città del mondo tra cui Washington, Vienna, Budapest e Toronto La conferenza stampa, tenutasi proprio il 14 ottobre, ha visto protagonisti la curatrice della mostra Babette Warendrof e il presidente dell’associazione CIME Vito Cramarossa. È stato letto anche un intervento di Paolo Giulierini, presidente del museo archeologico assente per un impegno improvviso, nel quale è stata rimarcata l’importanza del legame tra il World Press Photo e il MANN. «Il grande fotogiornalismo mondiale, testimone coraggioso della libertà d’espressione anche nei contesti più difficili, si confronta con i capolavori dell’arte classica custoditi al MANN. Guerre, violenza, migrazioni ma anche bellezza e solidarietà, sfide con la natura, popoli in cammino dimostrano come la storia umana si ripeta, letta oggi attraverso la potente fotografia di cronaca così come ieri raffigurata in dipinti, mosaici, affreschi». A rimarcare questo punto è Vito Cramarossa, che tramite il progetto di promozione culturale portato avanti dall’associazione CIME ha portato la mostra a Napoli dopo le tappe di Bari, Palermo e Torino. «La storia del museo racconta la storia dell’umanità, dagli affreschi fino al linguaggio della fotografia che è un nuovo codice di espressione». Non ha mancato poi di esprimere la propria felicità nell’ospitare l’edizione 2019 del World Press Photo «nelle sale di uno dei musei più importanti d’Italia dove i napoletani e i tanti turisti potranno ammirare immagini che raccontano uno spaccato della nostra storia contemporanea». World Press Photo 2019, esposizione della mostra La mostra vera e propria è stata illustrata in conferenza dalla giovane curatrice Babette Warendrof, la quale ha anche spiegato i criteri con cui le foto possono partecipare al World Press Photo. Le 144 foto esposte nell’Atrio sono gli scatti finalisti scelti tra ben 78.001 da una giuria presieduta da Withney C. Johnson, presidente di National Geographic, il fotografo Niel Aldridge, la curatrice Yumi Goto, il fotografo di Getty Images Nana Kofi Acquah, il responsabile di progetti speciali di TIME Paul Moakley e le fotogiornaliste Alice Martins e Maye-e-Wong. Le foto premiate sono suddivise in otto categorie: Contemporary Issues, Environment, General News, Long-Term Project, Nature, Portraits, Sports e Spot News. A queste categorie va ad aggiungersi il World Press Photo Story of the Year, premio assegnato al fotografo “la cui creatività visiva e abilità hanno prodotto storie fotografiche con eccellenti editing, riguardanti un grande evento o una questione di rilevanza giornalistica del 2018”. Quest’anno è andato all’olandese Pieter Ten Hoopen con il progetto The Migrant Caravan, un foto-racconto realizzato tra ottobre e novembre 2018 dedicato alla più grande carovana di migranti partita dall’Honduras e diretta negli Stati Uniti. Ad aprire invece la mostra, appena si entra nell’Atrio popolato di statue greco-romane e con […]

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Cinema e Serie tv

Il Joker di Todd Philips ovvero un nuovo modo di fare cinecomics

Il tanto atteso e tanto contestato vincitore della biennale di Venezia è giunto anche da noi. Joker di Todd Philips ricostruisce le origini di uno dei nemici storici di Batman scollegandole dall’universo cinematografico della DC, in favore di un dramma urbano dalle molteplici interpretazioni.  Joker, la trama Arthur Flenck (Joaquin Phoenix) vive in uno squallido e degradato appartamento nei bassifondi di Gotham City assieme all’anziana madre Penny (Francis Conroy). L’uomo lavora come clown per strada, venendo continuamente umiliato da colleghi e teppisti. A peggiorare le cose si aggiunge il fatto che Arthur soffre di una patologia neurologica che lo spinge a ridere incessantemente. Arthur coltiva un sogno: diventare uno stand up comedian ed esibirsi nel programma televisivo condotto dal suo idolo Murray Franklin (Robert de Niro). Tuttavia la situazione di degrado civile in cui versa la città condizionerà Arthur il quale, già psicologicamente provato e stanco di subire, intraprenderà una lenta discesa negli inferi. Il Joker di Todd Philips e Joaquin Phoenix. Una storia di disagio e di emarginazione L’assegnazione a Joker del leone d’oro ha indubbiamente sorpreso tutti, così come ha sorpreso l’idea di Todd Philips di girare un film lontano dai confini sicuri del genere commedia in cui si è specializzato (da Borat alla fortunata trilogia di Una notte da leoni). Il regista newyorkese decide di abbracciare un progetto ambizioso, che è quello di riscrivere le origini di una delle nemesi più conosciute dell’uomo pipistrello attraverso una storia a sé e scollegata dall’universo cinematografico della DC. La vicenda che si sviluppa in Joker si muove infatti nel contesto di una Gotham City più realistica che fumettistica, immersa nell’anno 1981 (un’operazione revival che traspare non soltanto da scenografie, costumi e canzoni d’epoca, ma anche dal vecchio logo della Warner Bros che introduce i titoli di testa) e in cui la diseguaglianza sociale tra il ceto benestante e quello povero è più che mai radicata. Arthur Flenck si muove in questo contesto fatto di cumuli di spazzatura per le strade, sedute dallo psicoterapeuta e un’umanità squallida e moralmente discutibile. Tutto ciò induce ad analizzare quelle che sembrano essere le due tematiche principali della pellicola: il disagio e l’ipocrisia umana. La metamorfosi che conduce l’inetto Arthur Flenck a trasformarsi in Joker è principalmente causata dal tessuto sociale in cui è costretto a vivere. Umiliato e deriso tanto dai suoi simili quanto dalla società “sana” e piena di valori, Arthur si isola in un mondo tutto suo in cui sente di poter contare qualcosa e che lo porta a convincersi di essere destinato alla grandezza. Del Joker “classico”, ovvero delle tante versioni immortalate da fumetti, cartoni e soprattutto film rimane ben poco. Allo scherzoso ed eccentrico gangster dal volto cicatrizzato di Jack Nicholson e all’anarchico e mitomane terrorista di Heath Ledger, la cui maschera ricorda un’antica e rabbiosa pittura da guerra va a sostituirsi Joaquin Phoenix. Un everyman snello fino all’osso, nevrotico e frustrato tanto inquietante quanto attraente. L’attore riesce benissimo nell’impresa di caratterizzare un personaggio che giunge a comprendere come quella […]

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Cinema e Serie tv

Once upon a time in Hollywood. Tarantino malinconico

Once upon a time in Hollywood, il nono film di Quentin Tarantino, è giunto alla sua seconda settimana di programmazione nelle nostre sale. Una pellicola che forse è la più personale del regista e proprio questo fattore è tanto un pregio quanto un difetto della stessa.  Once upon a time in Hollywood. Trama Los Angeles, 1969. Rick Dalton (Leonardo di Caprio) è l’ex star di una serie televisiva western e lavora assieme al suo socio, controfigura e autista personale Cliff Boot (Brad Pitt). I due vivono da vicino le conseguenze della nuova stagione vissuta da Hollywood, con registi sempre più liberi dalle logiche dello studio system e nuovi attori destinati al successo. Tra questi c’è Sharon Tate (Margot Robbie), moglie del regista Roman Polanski (Rafal Zawierucha) e nuova vicina di casa di Rick. In questo contesto Rick e Dalton cercano di ritornare alla ribalta nel mondo del cinema, mentre negli Stati Uniti il movimento hippie si diffonde a macchia d’olio e l’ombra della setta di Charles Manson (Damon Herriman) aleggia nell’aria. Once upon a time in Hollywood. Viaggio nella Hollywood degli anni ’60 – ’70 Presentato all’ultimo festival di Cannes, Once upon a time in Hollywood vede l’attenzione di Quentin Tarantino posarsi su di un anno particolare e fondamentale per la storia del cinema: quel 1969 che vide l’uscita di Easy Rider di Dennis Hopper e che fu portavoce di una nuova tendenza di fare cinema. I registi divennero sempre più insofferenti alla rigida gerarchia imposta dalle case di produzione e giunse una nuova generazione di attori che caricarono la propria recitazione di emozioni ricavate dal proprio inconscio e dal proprio vissuto (l’Actor’s Studio e metodo Stanislavskij). A questo cinema con cui è cresciuto e che non ha mai smesso di omaggiare lungo tutto la propria carriera cinematografica, Tarantino dedica una pellicola intera e ciò implica un approccio diverso dietro la macchina da presa. La preoccupazione principale consiste in quella di accompagnare lo spettatore nel mondo che lo ha formato cinematograficamente, quasi prendendolo per mano. La fotografia di Robert Richardson, fatta di colori vivi e accesi, riesce ad arricchire la ricostruzione filologica della Hollywood del 1969 in ogni suo aspetto: l’abitazione e la via in cui hanno vissuto i coniugi Polanski (la 10500 Cielo Drive, dove si consumò il massacro ad opera della Family di Charles Manson), le rievocazioni di figure come quelle di Steve McQueen (Damian Lewis) e Bruce Lee (Mike Moh), le varie sale e i vari drive-in, le citazioni ai vari telefilm prodotti in quegli anni e persino la pubblicità, senza dimenticare una parte fondamentale dello stile tarantiniano: la musica, prelevata tanto dalle colonne sonore di altri film quanto dalle canzoni dell’epoca che si sentono sparate dalle radio delle auto su cui guidano i protagonisti. Il tutto è arricchito da  citazioni cinefile sparse qua e là per tutto il film nella forma di locandine, manifesti, proiezioni di pellicole originali (di cui una rimaneggiata digitalmente, in modo da farvi “recitare” di Caprio in una scena) e molto altro […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Trenta fuochi, Diana Toucedo al Napoli Film Festival

La ventunesima edizione del Napoli Film Festival si chiude con la proiezione di Trenta fuochi, lungometraggio d’esordio della regista Diana Toucedo. L’Istituto Cervantes di Napoli ha ospitato l’ultimo film in programma per l’edizione 2019 del Napoli Film Festival: Trenta Fuochi (Trinta Lumes), opera prima della giovane regista Diana Toucedo che ha vinto il D’A Film Festival di Barcellona e il premio per gli effetti visivi al Toulouse Cinespaña. Inoltre il film è stato già accolto con successo al Pesaro Film Festival, rendendo Napoli la seconda città italiana in cui è stato proiettato. Trenta Fuochi, trama del film di Diana Toucedo Ambientato a O Courel, un paesino sulle montagne della Galizia, il film ha come protagonista Alba, una ragazzina di 12 anni che vive a contatto con la natura e gli antichi riti magici che caratterizzano quel luogo. La particolarità consiste nel fatto che la famiglia di Alba e altre poche sono le uniche rimaste a vivere in quel luogo, da diversi anni spopolato e su cui vige una leggenda per cui le persone che sono andate via sembrano tornare, ma non fisicamente. Trenta Fuochi, un film tra religione, mistero e documentario Nel dibattito che si è tenuto dopo la proiezione del film, coordinato dal direttore del NFF Mario Violini, la Toucedo ha descritto ampiamente la lavorazione che c’è stata dietro Trenta Fuochi. Cinque sono stati gli anni dedicati a questo progetto, di cui i primi due sono stati dedicati all’immedesimazione e al contatto diretto con le terre della Galizia, nonché all’interazione con il popolo gallego. Un popolo di uomini e donne, afferma la regista, «a prima vista riservato, ma se entri in sintonia con loro ti aprono anche la porta di casa». Sui racconti orali usciti dalle bocche di donne e uomini del luogo Diana Toucedo ha ricavato parte della sceneggiatura di Trenta Fuochi, un film complesso a metà strada tra il documentario e la fiction. I lunghi campi di paesaggi, costituiti da montagne, prati, case diroccate e colpite ripetutamente dalla pioggia (anche questi frutto del quinquennale lavoro di riprese e montaggio), fanno sì che a essere la vera protagonista dell’opera sia proprio la natura con tutto il suo fascino e il suo alone di mistero. Non è un caso se l’ambientazione di Trenta Fuochi sia proprio la Galizia, una terra che oltre ad aver dato i natali alla regista è anche una comunità con alle spalle una lingua, il gallego, e una cultura che risulta essere un retaggio delle popolazioni celtiche che in passato abitavano quelle terre. Ancora oggi gli abitanti portano avanti la sacralità di quei riti, che sembrano andare via via scemando a causa dell’industrializzazione massiccia che sta amputando parti di quel patrimonio naturale. Uno degli obiettivi che si prefigge Diana Toucedo è di preservare nel tempo quel piccolo mondo antico e pagano che vive accanto ai riti della religione cristiana. Storia di un (eterno) ritorno Ma forse uno dei punti di interesse di Trenta Fuochi è la sua struttura circolare legata in stretto modo all’emigrazione, l’altro […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Andy Warhol a Napoli, il genio della pop-art alla Basilica della Pietrasanta

Andy Warhol è finalmente giunto a Napoli. Anzi, sarebbe meglio dire “ritorna” dopo 40 anni nel capoluogo partenopeo con una mostra a lui dedicata, dal semplice titolo di Andy Warhol. Ospitata all’interno della Basilica della Pietrasanta, la mostra dedicata all’artista cardine della Pop Art sarà accessibile dal 25 settembre di quest’anno al 23 febbraio 2020. Una mostra organizzata da Arthemisia, azienda organizzatrice di eventi e di mostre d’arte che nella stessa Basilica ha ospitato la precedente retrospettiva di grande successo su Marc Chagall. Andy Warhol a Napoli, la conferenza stampa Il giorno 25 settembre si è tenuta una conferenza aperta alla stampa e agli articolisti, i quali hanno anche potuto visitare in anteprima la mostra. La conferenza è stata introdotta dal presidente dell’Associazione Pietrasanta Raffaele Iovine, il quale ha ricordato come gli sforzi di cittadini privati abbiano potuto permettere ad un luogo come la Basilica della Pietrasanta di divenire un luogo votato all’arte. Alla stessa maniera l’assessore Nino Daniele ha definito questo intervento come un «miracolo civico a Napoli» che rende il capoluogo partenopeo la città con la miglior offerta museale in tutta Italia. L’intervento del rettore monsignor Vincenzo de Gregorio ha sottolineato l’importanza del restauro della Basilica di Pietrasanta, ricordando come nei lunghi anni di degrado fosse divenuta un luogo di attività illegali quali l’uso del pavimento come deposito di materiale da costruzione o che fosse stata addirittura usata come un’improvvisata discoteca dai ragazzi. Monsignor de Gregorio ha poi voluto sottolineare il motivo che lo ha spinto ad accettare di ospitare le opere di un artista come Andy Warhol, che ha rappresentato soggetti lontano dall’essere sacri come Mao Tse-Tung o Lenin, in mezzo ad altari, crocifissi e affreschi religiosi. «La giustificazione sta nel fatto che l’opera di Warhol si rilegge nell’ambito dei “secoli brevi”. Warhol racconta e interroga il suo secolo, il XX, che è stato un insieme di rivolgimenti che hanno capovolto, più volte, il pianeta, in tutte le sue componenti». La mostra di Andy Warhol non fa quindi che prolungare quell’abitudine degli artisti di ogni tempo di esprimere la propria arte all’interno di luoghi sacri. Iole Siena, presidente di Arthemisia, sente forte il legame con la città di Napoli che descrive come un «cuore pulsante di vita» e di come il modello “motore di mostre d’arte” della Basilica di Pietrasanta abbia attirato l’attenzione della stampa estera, conferma del successo di questa formula che si è già visto con la precedente mostra dedicata a Marc Chagall. La signora Siena ha poi voluto focalizzare l’attenzione sul fatto che i proventi della mostra andranno a favore di iniziative comeLa prevenzione è il nostro capolavoro, iniziativa nata in collaborazione con Komen Italia e dedicata al mese internazionale per la prevenzione dei tumori al seno. Andy Warhol. La mostra a Napoli La mostra Andy Warhol ospita un catalogo di 200 opere tra disegni, polaroid, acetati e molto altro, tutte provenienti da collezioni private e in particolare da quella di Eugenio Falcioni. Sette sono le sezioni in cui la mostra è articolata. La […]

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Attualità

Scrittori occasionali: la letteratura come merce ornamentale

Sapete? Il mondo dell’editoria odierna è quanto di più bizzarro e controcorrente si possa immaginare. Basta entrare in una qualsiasi libreria per rendersene conto. La prima cosa su cui i nostri occhi si posano appena entrati è uno scaffale con sopra un invitante cartellino che recita “nuove uscite”, dove sono raggruppate tutte le novità editoriali i cui autori però ci lasciano un po’ basiti. Accanto ai soliti gialli esoterici senz’anima e alle stereotipate storie d’amore in cui una ragazza ama un ragazzo (se possibile, con uno dei due afflitto da un male incurabile) e sui quali si costruisce una campagna pubblicitaria martellante la cui intensità è paragonabile a quella di un antifurto che suona ininterrottamente per tutta la notte, ci sono anche libri che sono opera di quelli che potremmo definire scrittori occasionali. Si tratta di personalità che con il mondo della letteratura non hanno nulla da spartire e che, tuttavia, pubblicano libri. Si va dal personaggio televisivo più discusso del momento allo chef più o meno stellato che tiene a raccontarci della sua vita quando non si trova ai fornelli. Tuttavia vendono molto i libri scritti da youtubers e dagli influencer. Questa riflessione nasce dalla pubblicazione del romanzo d’esordio di Giulia de Lellis, influencer ed ex tronista di Uomini e Donne, dall’evocativo e profondo titolo de Le corna stanno bene su tutto. Ma io stavo meglio senza! edito dalla Mondadori. Gli scrittori occasionali stanno uccidendo la letteratura Inutile stare qui a parlare del curriculum del nuovo astro della nostra letteratura, la quale ha dichiarato di non aver mai letto nulla, se non due libri in tutta la sua vita, quanto piuttosto di come il suo caso sia l’ennesima dimostrazione di come l’editoria concepisca al giorno d’oggi la letteratura e l’oggetto libro: un ornamento, un semplice gingillo superfluo utile al solo scopo di accrescere la notorietà di questi scrittori occasionali, personaggi che pur di aumentare il loro numero di seguaci (e di soldi in tasca) decide di buttarsi nel mondo dei libri. Un mondo che, francamente, sembrano conoscere ben poco, dato che gran parte di questi scrittori occasionali non scrive con le proprie manine, ma sfruttando l’anonimato dei ghostwriters. Esatto, avete capito bene. Pensavate davvero che i vostri beniamini del web, dopo una dura giornata trascorsa a registrare e montare video, si seggano davanti ad una scrivania in legno nel silenzio della notte e nel buio di una stanza illuminata dalla sola luce della candela e scrivano su carta e con penna d’oca o con una macchina da scrivere le loro res gestae e di come sono arrivati a divenire quel che sono ora? Sbagliato. Lo so che è brutto da dire, ma ci sono molti youtuber e influencer che non sanno nemmeno costruire una semplice frase seguendo l’ordine SVO (soggetto, predicato verbale e complemento oggetto. Roba del tipo “Luca mangia la mela“) e quindi, per non sfigurare davanti alle orde di fan che li idolatrano e che davanti alle loro foto accendono dei lumini, un po’ come facevamo noi […]

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Cinema e Serie tv

Film sulle truffe, tre che devi assolutamente vedere

Da quando esiste il mondo l’uomo non è mai riuscito a reprimere del tutto la tentazione di ingannare il prossimo attraverso vacue promesse per il proprio tornaconto personale. Stiamo parlando della truffa, di quell’azione che in ambito giuridico indica un vantaggio che una persona ottiene a discapito di un’altra tramite vari mezzi: raggiri, bei discorsi, promesse di successo ottenuto senza il minimo sforzo e così via. Tanti metodi che, nella maggior parte dei casi hanno un unico scopo: il denaro. La letteratura e il teatro hanno messo in scena tante figure di truffatori, ma anche il cinema con tanti film sulle truffe. Tra i tanti film sulle truffe, ne abbiamo scelti tre che ci hanno colpito particolarmente. Senza indugiare ulteriormente, scopriamo quali sono. Film sulle truffe, le nostre scelte Totòtruffa ’62 Iniziamo questa lista di film sulle truffe con un classico di Totò: Totòtruffa’62, diretto da Camillo Mastrocinque nel 1961. Antonio (Totò) e Camillo (Nino Taranto) sono due ex attori trasformisti che sfruttano le conoscenze apprese a teatro per racimolare qualcosa gabbando il prossimo e sono sempre sotto l’occhio del commissario Malvasia, ex compagno di scuola di Antonio. In realtà Antonio non inganna il prossimo per cattiveria, ma per mantenere la figlia Diana (Estella Blain) che studia in un prestigioso collegio. Tuttavia la ragazza, stanca della rigida disciplina dell’istituto, fugge e si rifugia a Roma dove si innamora di Franco (Geronimo Meynier), figlio proprio del commissario. Un classico della filmografia di Totò, che tratta il tema della truffa abbinandolo a quella che il popolo napoletano chiama “arte di arrangiarsi“. Non si può non provare simpatia per il personaggio di Antonio, uno dei pochi esempi di truffatori a fin di bene che riesce sempre a strappare una risata tramite gag divertenti. Una su tutti, quella del tentativo di vendita della fontana di Trevi ad un ignaro passante. Quiz Show Tra i film sulle truffe più interessanti si può citare anche Quiz Show, diretto da Robert Redford nel 1994. Nel 1958 il quiz Twenty – One spopola tra i cittadini americani grazie al suo campione Herbie Stempbell (John Tuturro), rimasto imbattuto per molto tempo. Tuttavia i produttori del programma, consci dei bassi ascolti che il programma sta registrando, pensano bene che sia giunta l’ora di mandare Herbie a casa e di dare lo scettro di campione a Mark von Daren (Paul Scofield), un giovane intelligente e di bell’aspetto appartenente ad una famiglia altolocata . Herbie non accetta di buon grado la decisione e decide di far venire a galla il marcio e la corruzione che invade il mondo dei quiz televisivi. Quiz Show è un buon esempio di film sulle truffe. Lo scandalo del quiz Twenty-One avvenne davvero negli Stati Uniti alla fine degli anni ’50 e sollevò le ire e lo stupore dell’opinione pubblica. Robert Redford usa così questa vicenda per dimostrare come le immagini che i mass media e in particolare la televisione ci propongono non sono altro che illusioni effimere fatte passare per vere e che, ovviamente, ci ingannano. […]

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Musica

Musica elettronica, un genere in continuo movimento

Quando si parla di musica elettronica in genere si pensa a tutte quelle composizioni musicali che adoperano al loro interno strumentazioni elettroniche (sintetizzatori, computer, etc.). In realtà si tratta di una definizione molto labile e incerta, poiché nel corso della sua storia la musica elettronica è stata soggetta a tanti usi diversi: come supporto a generi già esistenti, come genere a sé stante e anche come laboratorio sempre aperto di sperimentazioni. Proviamo allora a tracciare una storia della musica elettronica nelle sue fasi più salienti, dalle origini fino ai primi anni 2000, cercando di dare importanza tanto al suo lato di “work in progress” quanto a quello di elemento fondamentale per certe esperienze musicali. La vastità del argomento è tuttavia tale che non ci consentirà di analizzare ogni singola fase della musica elettronica, per cui rimandiamo a siti specializzati nel settore. Storia dell musica elettronica 1900 – 1950: le prime sperimentazioni Una prima fase di quella che si può definire “proto musica elettronica” ha inizio con l’introduzione del Terhemin, inventato dal fisico Lev Termen nel 1919. Consiste in un contenitore provvisto di due antenne, una posta verticalmente e l’altra lateralmente, le quali formano un campo elettromagnetico traducendolo in suono. La particolarità di questo strumento è che bisogna usare entrambe le mani per direzionare il suono e per regolarne l’intensità e il volume. Tra i tanti che rimasero affascinati dal terhemin ci fu Maurice Martenot che ne sfruttò la tecnologia per dare vita all’Onde Maternot, presentato nel 1928. Si trattava di una tastiera ad 88 tasti sotto i quali era presente un nastro teso che, a differenza delle antenne dello strumento russo, poteva essere fatto oscillare per produrre suoni. Fu inventato per venire incontro a tutti quei musicisti abituati da sempre a suonare con strumenti acustici e poco inclini ad usare il terhemin. Un anno fondamentale per la storia della musica elettronica è il 1933, quando l’ingegnere americano Laurens Hammond creò quello che fu ribattezzato come organo Hammond. Pensato come un’alternativa economica all’organo a canne, rispetto a quest’ultimo possedeva al suo interno delle ruote foniche alimentate (tonewhells). La loro rotazione formava un campo elettromagnetico che generava il suono. Questi veniva regolato tramite tiranti detti drawbars, i quali erano posti sotto la tastiera e permettevano di regolare il volume e l’intensità. In seguito l’organo Hammond fu potenziato tramite il Leslie, un meccanismo di altoparlanti montati su di un perno rotante che, una volta azionati, conferivano al suono quello che in fisica viene definito effetto Doppler. L’uso del Leslie si rivelò necessario per nascondere il fastidioso “click” dei tasti quando venivano pigiati, ma conferì all’Hammond un suono elettronico. Si può dire quindi che la musica elettronica sia nata proprio con questa “aggiunta necessaria”. Dopo la seconda guerra mondiale iniziarono ad essere fondati studi di registrazione un po’ in il tutto il mondo, grazie anche al fatto che accanto ai già citati meccanismi furono aggiunte le innovazioni nel campo della registrazione della voce compiute durante l’ultimo conflitto. In Francia il compositore Pierre Schaeffer fu […]

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Cinema e Serie tv

Technicolor, storia del formato più celebre del cinema

Con il nome Technicolor si raggruppano tutti quei procedimenti utilizzati nell’ambito del cinema a colori. Il nome deriva dall’omonima azienda, la Technicolor Motion Picture Corporation, fondata nel 1914 da Herbert Kalmus, Daniel Frost Comstock e W. Burton Wescott. I primi tentativi di colorazione delle pellicole e il Technicolor process 1 Fin dalla nascita del cinema sono stati fatti molti tentativi per inserire il colore all’interno della pellicola. Le pellicole dei film delle origini potevano essere colorate o fotogramma per fotogramma o imbevute di un’unica tinta di colore con una tecnica detta viraggio. Un primo tentativo di procedimento per pellicole a colori risale al 1908 con il Kinemacolor. Inventato in Inghilterra da George Albert Smith e perfezionato da Charles Urban consisteva nell’uso di due filtri rossi e verdi per proiettare un film in bianco e nero tramite dei filtri verdi e rossi. In questo modo gli spettatori, osservando la pellicola, potevano vedere le immagini come se fossero colorate. Il primo film girato con il formato Kinemacolor fu il cortometraggio a Visit to the Seaside del 1908. Nel 1914 Herbert Kalmus assieme ai colleghi Daniel Frost Comstock e Burton Wescott fondò la Technicolor Motion Picture Corporation, un’azienda che si specializzò nel creare procedimenti per la coloritura delle pellicole. Il primo formato ad essere prodotto fu il Technicolor Process 1, usato per la prima in The Gulf Between di Wray Physioc del 1917. La tecnica consisteva nel proiettare una pellicola in bianco e nero, i cui fotogrammi scorrevano in una cinepresa dietro al cui obiettivo era posizionato un prisma. In questo modo la luce che entrava all’interno si divideva in due fasci, filtrati con due filtri rosso e ciano ad ogni apertura dell’otturatore. In questo modo si producevano due negativi di selezione. La pellicola negativa permette di ottenerne un’altra in bianco e nero detta positivo. Entrambe vengono poi proiettate su di un proiettore con due obiettivi rosso e ciano alla stessa velocità di due fotogrammi al secondo i quali, fondendosi, si uniscono tramite sintesi additiva e generando così una vasta gamma di colori. Per quanto tale procedimento fosse indubbiamente innovativo, non ci mise molto a mostrare le sue lacune che erano riassumibili in un unico difetto: le immagini andavano spesso fuori sincrono, cioè non combaciavano e bisognava continuamente regolare il prisma della cinepresa. Fatta eccezione per The Gulf Between, nessun altro film adopererà il Technicolor process 1. Il Process 2 Nel 1922 fu introdotto il Technicolor process 2, che non differiva molto dal primo procedimento se non per il fatto che fu adoperata una nuova cinepresa con un diverso prisma e che i positivi ottenuti erano direttamente a colori. In pratica dalla pellicola in bianco e nero, filtrata sempre attraverso i noti filtri rossi e ciano, si ottenevano due positivi che erano anche essi in bianco e nero. In seguito l’argento contenuto in esse veniva rimosso e restava soltanto uno strato di gelatina dove era tracciata l’impronta dell’immagini che venivano colorate (i fotogrammi in rosso con il colore ciano, i fotogrammi in ciano […]

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Libri

Scrittori italiani contemporanei, quelli da leggere

Scrittori Italiani Contemporanei Quando si pensa alla letteratura italiana è istintivo nominare subito i grandi nomi del passato: Dante, Leopardi, Manzoni, Ungaretti, Pirandello, Montale e tanti altri. Se però volessimo provare a stilare una lista di scrittori italiani contemporanei, la questione diventa più delicata. Non sono poi molti gli scrittori che si possono definire tali e che accrescono la storia letteraria del nostro paese in modo significativo. Già Giulio Ferroni affermava che «ci sono scrittori da ogni parte» in riferimento, a partire dagli anni ’80 del secolo scorso, all’emergere di personalità che più che dalla voglia di essere testimonianza storica e sociale preferirono lanciarsi in operazioni commerciali. Oggi la situazione non è da meno, dato che l’universo dei “scrittori italiani contemporanei” è popolato principalmente da scrittori che si considerano tali pubblicando l’ennesimo giallo di ispirazione scandinava con sfumature esoteriche/complottistiche o l’ennesima storia “lacrimestrappa” (cit.) su due giovani innamorati che vengono separati dalle avversità di ogni sorta, senza contare poi i molti (e inutili) libri di scrittori occasionali: politici, chef stellati, youtuber, influencers, fashion bloggers e altre personalità che con la letteratura hanno davvero nulla a che fare. Se quello che avete appena letto può aver suscitato in voi una reazione negativa e potrebbe avervi fatto pensare che lo scenario sia più pessimista che mai, ci sono anche delle buone notizie: di scrittori italiani contemporanei che vale la pena di leggere ce ne sono, anche se abbastanza rari. Ecco quindi a voi una lista di cinque autori italiani odierni da leggere e da riscoprire. Scrittori italiani contemporanei, quelli da leggere assolutamente Andrea Camilleri Iniziamo subito con una personalità importante, scomparsa di recente e che ha sempre suscitato l’interesse anche di chi legge poco o nulla: Andrea Camilleri. Nato a Porto Empedocle (in provincia di Agrigento) nel 1925 e morto a Roma il 17 luglio di quest’anno, Camilleri ha raggiunto la notorietà soprattutto con l’immenso ciclo di romanzi dedicati al commissario Montalbano (grazie anche alla famosa fiction prodotta dalla RAI) e in cui si respira un’atmosfera tutta siciliana non solo nelle ambientazioni, ma anche nell’impasto linguistico, in cui il dialetto è usato spesso in forma ironica. L’attività di Camilleri però non si è limitata ai soli gialli. Ha scritto anche alcuni romanzi storici, ambientati sempre in Sicilia, come La strage dimenticata (1984), Il Birraio di Preston (1995), Un filo di fumo (1997) e La scomparsa di Patò (2000). Non è da meno neanche la sua attività teatrale dove, oltre ad aver diretto adattamenti dalle opere di Pirandello e Beckett, ha anche scritto alcuni monologhi come Conversazione su Tiresia, messo in scena al teatro greco di Siracusa l’11 giugno 2018. Elena Ferrante Un altro tra gli scrittori italiani contemporanei noti al grande pubblico è Elena Ferrante, la cui identità sembra essere avvolta nel mistero. La scelta dell’anonimato per pubblicare i suoi romanzi ha spinto tanto i lettori quanto gli italianisti, tra cui Marco Santagata, a proporre varie teorie su chi possa nascondersi in realtà dietro questo nome. Il suo primo romanzo L’Amore Molesto […]

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Cinema e Serie tv

Spaghetti-western, storia di un genere italiano

Gli anni ’60 e ’70 rappresentano per il cinema italiano un’età dell’oro irripetibile, grazie anche allo sviluppo economico e all’aumento dei consumi. L’industria cinematografica non poté che risentirne positivamente e accanto al cinema d’autore di maestri quali Fellini, Pasolini, Antonioni e Petri si andò sviluppando un filone del cinema di genere il cui emblema per eccellenza, accanto alla commedia, al giallo e all’horror, è rappresentato dallo spaghetti-western. L’origine e le caratteristiche del genere Il termine spaghetti-western (detto anche “western all’italiana”) fu coniato con disprezzo dai critici americani per indicare tutti quei film western girati in Italia con pochi mezzi e scarso budget. Una definizione in parte veritiera, dato che le pellicole di quei registi che si nascondevano dietro pseudonimi americani (Bob Robertson per Sergio Leone, E.B. Clucher per Enzo Barboni ..) avevano poco a che fare con il western detto “classico”. Ma questi film non rappresentavano un passivo scimmiottamento dei western americani, dato che svilupparono caratteristiche che permisero di dare vita ad un genere a sé stante. Se il western classico metteva al centro della propria narrazione il mito della frontiera americana e celebrava i valori della collettività e della giustizia, i protagonisti degli spaghetti-western sono soprattutto pistoleri e banditi individualisti legati da un solo e unico valore: quello del denaro. Agli eroi dal viso pulito e rassicurante modellati sulla falsariga di John Wayne si opponevano volti ruvidi e sporchi mostrati in tutto il loro “realismo”, così come l’immensa Monument Valley fu sostituita da paesini sperduti e a tratti spettrali del deserto messicano (in realtà set di ripresa costruiti tra l’Italia, in particolare Lazio e Calabria, e l’Andalusia in Spagna). Un altro elemento cardine e marchio di fabbrica dei western all’italiana è il concetto di violenza. Laddove il western classico si ritrovava a doverla adoperare, ad esempio quando un personaggio sparava ad un indiano, occultava le immagini ritenute cruente. Lo spaghetti-western invece abbonda in quanto a violenza: tra sparatorie con proiettili che perforano i corpi, torture e sadismo i film di questo filone contribuirono a dare un’immagine oscura e brutale dell’epopea del Far West, molto distante dalla visione romantica e ottimista abbracciata dai registi d’oltreoceano. I primi spaghetti-western: Corbucci e Questi Uno dei primi spaghetti-western ad essere stati girati è stato Django, diretto da Sergio Corbucci nel 1966. Fu considerato all’epoca uno dei film più violenti nel suo genere, come lo dimostrano alcune scene divenute celebri: quella in cui un predicatore viene costretto a mangiare il suo stesso orecchio tagliato via da un guerrigliero messicano o anche la sparatoria che Django, interpretato da Franco Nero, compie usando un enorme mitragliatrice nascosta dentro una bara. Inoltre il personaggio di Django fa da archetipo a quello che è l’eroe (forse più antieroe) tipico dello spaghetti-western: un pistolero solitario, taciturno, dallo sguardo magnetico e misterioso, di poche parole e molto più propenso a risolvere le questioni con una pistola che con la dialettica. Interessante è poi la presenza di un luogo simbolo del west: il saloon, un luogo popolato da prostitute e individui […]

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Cinema e Serie tv

Cannes 2019, vince Parasite di Bong Joon-ho

Il festival di Cannes 2019 è giunto al termine e anche quest’anno è stata assegnata la palma d’oro al miglior film. Si tratta di Parasite, del regista coreano Bong Joon-ho   Le luci dei riflettori sul festival di Cannes 2019 si sono spente. Un’edizione della kermesse cinematografica d’oltralpe che verrà ricordata per momenti diversi: la palma d’oro alla carriera consegnata ad Alain Delon nonostante le contestazioni per via delle sue dichiarazioni sulle donne e i gay, l’annuncio di Sylvester Stallone dell’arrivo di un quinto capitolo della saga di Rambo, la presentazione dell’attesissimo Once upon a Time in Hollywood di Quentin Tarantino e soprattutto Il traditore, l’unico film italiano in concorso diretto da Marco Bellocchio e interpretato da Pierfrancesco Favino. La giuria di Cannes 2019, presieduta da Alejandro González Iñárritu ha conferito la palma d’oro a Parasite, film del regista coreano Bong Joon-ho incentrato su un complotto familiare per ragioni economiche. Il Grand Prix speciale della giuria è andato ad Atlantique di Mati Diop, prima regista di colore a far parte della selezione ufficiale di Cannes 2019. Film a metà strada tra documentario e fiction, che racconta le condizioni del Terzo mondo da un punto di vista femminile. Cannes 2019, gli altri premi Ad Antonio Banderas è andata la palma per il miglior attore per Dolor y Gloria di Pedro Almodòvar. Il film del regista spagnolo non ha vinto nessun altro premio nel corso della cerimonia, ma Banderas ha voluto lasciare una dichiarazione tombale: «Io voglio dare questo premio al mio personaggio. Che si chiama Salvador Mallo. E tutti noi sappiamo che Salvador Mallo è Pedro Almodovar». La palma per la miglior attrice è stata data ad Emily Beecham per il thriller Little Joe di Jessica Hausner, mentre il premio della giuria è andato a pari merito a Les Miserables di Ladj Ly e Bacurau di Fleber Mendonça Filho e Juliano Dornelles. Il premio per la miglior regia è stato conferito ai fratelli Jean-Pierre e Luc Dardenne per Le jeune Ahmed, storia di un adolescente arabo radicato in Belgio che pianifica un attentato terroristico dopo essersi convertito all’islamismo. Un’opera che non sembra sia stata accolta con molto entusiasmo. Il premio per la migliore sceneggiatura è andato a Celine Sciamma per Portrait de la jeune fille en feu, film di costume ambientato nel XVIII secolo e che vede protagonista una giovane pittrice. Menzione speciale per la commedia It must be Heaven di Elia Suleiman e Premio Camera d’Oro al miglior primo film per Nuestras Madres di Cesar Diaz, regista guatemalteco che ha studiato cinema in Francia e in Belgio. I grandi esclusi della serata accanto ad Almodòvar sono stati Quentin Tarantino e Marco Bellocchio, che tornano Cannes 2019 a bocca asciutta senza nessun premio per i loro Once upon a time in Hollywood e Il traditore. Il primo è una storia ambientata nella Los Angeles del 1969 durante i delitti della setta di Charles Manson, mentre il secondo è un biopic sul mafioso e poi collaboratore di giustizia Tommaso Buscetta.   Fonte immagine copertina: https://www.cinefilos.it/cinema-news/2019b/cannes-2019-previsioni-film-397455

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Culturalmente

Demetra e Persefone, l’alternarsi delle stagioni

Nel Pantheon greco Demetra e Persefone sono due figure molto importanti. Il loro mito è legato a l’alternarsi delle stagioni e alla fertilità delle terre, ma può essere interpretato anche come la prima storia in assoluto di una molestia sessuale nel mondo degli immortali. Il mito Figlia di Crono e Rea, Demetra era la dea dell’agricoltura, della terra e del grano. Il suo nome significa “Madre terra” e probabilmente deriva dall’indoeuropeo *dhegom mather. Dall’unione con il fratello Zeus ebbe la figlia Persefone, conosciuta anche come Kore (“fanciulla” in greco). Il mito che lega madre e figlia è tra i più noti. Un giorno mentre Persefone stava coltivando dei fiori sulla piana di Nysa con alcune compagne si allontanò da loro, attratta da un fiore di narciso Mentre in piena estasi allunga le mani per raccoglierlo dalla base del fiore si apre una voragine dalla quale fuoriesce Ade, il quale la rapisce e la porta nell’oltretomba. Demetra si accorse della scomparsa della figlia e per nove giorni vagò alla sua ricerca per tutta la terra. Il decimo giorno fu avvertita da Ecate, demone dell’oltretomba, di aver sentito Persefone urlare senza però aver visto il volto del rapitore. Demetra allora si recò da Elios, dio del sole, il quale le disse che a rapire sua figlia era stato Ade. Egli era infatti innamorato di lei e Zeus acconsentì al ratto. Sentitasi tradita Demetra abbandonò l’Olimpo e trascurò le terre che non produssero più frutti. Così gli uomini si trovarono davanti ad un inverno eterno che provocò una drammatica carestia e gli dei, dato che gli uomini e gli animali morivano di fame, non poterono più ricevere le offerte votive. La dea si recò ad Eleusi, nell’Attica, dove assunse le sembianze di una vecchia. Lì fu accolta dal re Celeo e dalla sua sposa Metanira nella loro reggia dove fece da nutrice al figlio Demofonte. La dea si affezionò così tanto a Demofonte che stava per donargli l’immortalità, quando fu scoperta da Metanira. Demetra rivelò le sue vesti divine e, sentendosi nuovamente tradita dagli uomini, si nascose sul monte Callicoro dove era stato edificato un tempio in suo onore. Il dolore per la perdita della figlia, che Demofonte era riuscito a sanare, riesplose più forte che mai. A questo punto Ermes scese negli inferi, spedito da Zeus, chiedendo ad Ade di ridare Persefone alla madre in quanto la situazione era divenuta insostenibile tanto per gli uomini quanto per gli dei. Ade acconsentì, ma prima che Persefone potesse tornare sulla terra le fece mangiare un chicco di melograno. Infatti se una persona non ancora morta mangiava qualcosa mentre si trovava nell’oltretomba, ella sarebbe destinata a restare in quel regno per il resto della propria vita ed era proprio quello che era successo alla figlia di Demetra. Non appena Demetra rivide Persefone ella gioì e le terre tornarono a germogliare, sancendo la fine della carestia. Ma scoprì anche l’inganno e Zeus riuscì a stabilire una sorta di compromesso: per sei mesi Persefone sarebbe rimasta sulla […]

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Culturalmente

Piaghe di Egitto, la liberazione del popolo ebraico

Le piaghe di Egitto rappresentano il più importante episodio della Bibbia raccontato all’interno del libro dell’Esodo. Uno dei racconti più celebri narrati all’interno della Bibbia è quello delle piaghe di Egitto e della liberazione del popolo ebraico dalla schiavitù degli egizi da parte del profeta Mosè. L’episodio è raccontato nell’Esodo, dove nel settimo libro Dio si rivolse a Mosè dicendogli queste parole: «Ma io indurirò il cuore del faraone e moltiplicherò i miei segni e i miei prodigi nel paese d’Egitto. Il faraone non vi ascolterà e io porrò la mano contro l’Egitto con grandi castighi e farò così uscire dal paese d’Egitto le mie schiere, il mio popolo Israel. Allora gli Egiziani sapranno che io sono il Signore quando stenderò la mano contro l’Egitto e farò uscire di mezzo a loro gli Israeliti!» (7, 4-5) Il fatto che sia lo stesso Dio a “indurire il cuore del faraone” rivela il fatto che Dio distingua il popolo egizio da quello ebraico, con il primo che vive nel peccato rispetto al secondo. Le piaghe d’Egitto Tramutazione dell’acqua in sangue: il signore disse a Mosè di ordinare ad Aronne di prendere il proprio bastone e di “stendere la mano” sui fiumi, i laghi e gli stagni degli egizi, trasformando l’acqua in sangue. I maghi d’Egitto però compirono lo stesso prodigio e il faraone rifiutò di liberare il popolo ebraico. La conseguenza di ciò fu che gli egizi dovettero scavare delle fosse nel Nilo per trovare acqua potabile. Invasione delle rane: come accaduto prima, Mosè, per volontà del signore, ordinò al fratello Aronne di “stendere la mano” nuovamente sui laghi e sugli stagni, in modo da far uscire fuori le rane. Queste furono guidata da una rana più grossa e iniziarono ad invadere le botteghe e le case degli egizi, entrando nei corpi di quelli colpevoli. Giunsero poi al palazzo del faraone. Tramite la preghiera di Mosè il Signore fece finire la piaga e così uccise le rane. Ma i loro cadaveri restarono a marcire e il fetore che ne usciva si sparse per tutto l’Egitto. Le zanzare della polvere: Aronne fece percuotere il bastone sul terreno, dal quale si alzò una nube di polvere. Questa si tramutò in sciami di zanzare che tormentarono gli uomini egizi e il loro bestiame. I maghi d’Egitto fecero la stessa cosa, ma le zanzare a cui detterò la vita punsero anche loro. Il faraone, seppur spaventato, continuò a rifiutarsi di liberare gli ebrei come predetto da Dio. I mosconi: Su ordine di Dio Mosè si reca a casa del faraone, pregandolo di liberare il suo popolo. In caso contrario manderà su di lui, sui suoi ministri e sul suo popolo uno sciame di mosconi. Il faraone rifiutò e ben presto le case degli egiziani furono invase dagli insetti. La morte del bestiame egizio: ancora una volta Mosè esortò il faraone, per volere del Signore, a liberare il suo popolo. All’ennesimo rifiutò si scatenò una pestilenza che uccise tutto il bestiame egizio, fatta eccezione per quello posseduto […]

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Culturalmente

Afrodite. Dea dell’amore, della bellezza e non solo

Accostata comunemente all’elemento dell’amore e della bellezza, Afrodite è in realtà la dea protettrice di molte altre cose. La caratteristica peculiare di ogni religione politeista (che adora più di un dio) è quella di accostare ad ogni divinità il culto verso un determinato elemento. Tutti sappiamo bene che la stessa cosa la facevano gli antichi greci con le divinità del loro pantheon e che anche loro avevano una dea che rappresentava l’emblema dell’amore e della bellezza. Il suo nome è Afrodite. A quella che dai Romani fu chiamata Venere, erano tuttavia affidati altri culti di cui ci testimoniano gli autori greci e latini Storia di Afrodite: la nascita e gli amori La storia della nascita della dea è molto controversa. Esiodo nella Teogonia racconta che Afrodite sarebbe nata dalla spuma del mare fuoriuscita dai testicoli di Urano, i quali erano stati strappati via dal figlio Crono. Questa versione legittimerebbe così l’origine del suo nome, dato che in greco aphros significa “spuma di mare”. Ma non sono pochi gli autori che conferiscono alla dea un’origine orientale. Erodoto afferma che un suo tempio era presente ad Ascalona, nell’odierna Israele, dove da lì i ciprioti avrebbero importato il culto in Grecia. Invece Pausania dà ai Fenici il merito di aver importato il culto in terra ellenica, costruendo un tempio a Citera. Afrodite era quindi nata dalla spuma del mare ed emersa su di una enorme conchiglia. Zefiro la spinse sull’isola di Cipro presso la quale si trovava un tempio nella città di Pafo. Le divinità dell’Olimpo festeggiarono la nascita di Afrodite la quale, non troppo tardi, si conquistò le antipatie di Era ed Atena. Esse erano consapevoli del fatto che nessuna creatura, tanto umana quanto animale, poteva resistere al suo richiamo. Lo sapeva bene Paride, figlio di Priamo, il quale, scelto dagli dei, le dette il celebre pomo d’oro grazie al quale la definì “la più bella” preferendola alla dea della famiglia e a quella della sapienza. Per ricambiare il favore si dice che Afrodite fece innamorare il giovane troiano dell’achea Elena, moglie di Menelao, portandola con sé a Troia e scatenando la celebre guerra che Omero raccontò nell’Iliade. Furono tanti gli uomini che caddero ai piedi di Afrodite. Il primo di questi fu Adone, semidio e abile cacciatore che morì a causa delle ferite infertegli da un cinghiale. Afrodite, per ricordare il suo amato, fece in modo che ad ogni primavera le sue spoglie si trasformassero nel fiore a lei caro: l’anemone. Anche il principe troiano Anchise fu uno dei suoi amanti più celebri, nonché tra i più importanti. Dall’unione tra i due nacque infatti Enea, l’eroe che fuggì da Troia per raggiungere il Lazio dove avrebbe gettato i semi fondatori di Roma. Celebre è anche la storia che ebbe con Efesto, dio del fuoco e delle fucine, esteticamente opposto alla bellezza sprigionata da Afrodite: egli era zoppo e con la pelle sempre sporca per via della cenere onnipresente nelle fucine dell’Etna in cui dimorava. Ecco perché la dea lo tradiva spesso […]

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Lorenzo Baraldi, intervista allo scenografo de Il postino

Nel fine settimana del 18 e del 19 maggio si è tenuta nella meeting room dell’hotel Bellini di Napoli una Master Class in scenografia cinematografica tenuta da Lorenzo Baraldi. Un nome di prestigio per il nostro cinema, che ha lavorato accanto a registi quali Mario Monicelli, i fratelli Taviani, Alberto Sordi, Nino Manfredi, Dino Risi e Massimo Troisi. Sono sue infatti le scenografie di capolavori del cinema italiano come Il Marchese del Grillo (David di Donatello e Nastro d’argento alla scenografia nel 1982), Il postino (Premio festival del cinema italiano e Time for Peace award nel 1994), ma anche di miniserie televisive come la recente Trilussa – Storia d’amore e di poesia. Per Eroica Fenice abbiamo avuto l’onore di poter intervistare Lorenzo Baraldi da vicino, ponendogli alcune domande. Ne approfittiamo per ringraziarlo della sua disponibilità e gentilezza nel rispondere ai nostri quesiti dai quali traspare tutta la storia del cinema italiano dagli anni ’60 in poi. Un cinema che, dalle parole dello scenografo, sembra continuare a vivere ancora oggi. Intervista a Lorenzo Baraldi – Lorenzo Baraldi, lei ha avuto l’onore di lavorare con grandi nomi del cinema italiano: Mario Monicelli, Paolo e Vittorio Taviani e soprattutto Massimo Troisi ne Il postino. Che sensazioni ha provato nel mettere la sua arte da scenografo al servizio di questi importanti nomi e che ricordi ha? Già quando ero aiuto assistente ebbi molti incontri importanti con diversi registi e scenografi. Dopo aver frequentato l’istituto d’arte di Parma e  l’Accademia di Belle arti di Brera a Milano sono arrivato a Roma, poiché ero appassionato di cinema. Ho incontrato i grandi maestri di scenografia Bulgarelli e Schiaccianoce. Per un giovane come che aveva 25 anni e che giungeva Roma chiedevo alle persone dove si potevano incontrare queste personalità. Tutte si riunivano a Piazza del popolo, nei bar Rosati e Canova. Lì ho conosciuto Ennio Flaiano, Federico Fellini, ma anche letterati, romanzieri e scultori che si riunivano tutti assieme, in una dimensione che metteva in comunicazione tutte le arti. Era un mondo in cui ci si incontrava ancora nei caffè, un mondo splendido nonostante i momenti politici difficili per un giovane di 25 anni. – Rispetto a quello del regista, dell’attore o dello sceneggiatore, quello dello scenografo è forse uno dei ruoli meno ricordati quando si pensa al cinema. A cosa è dovuta secondo lei questa mancanza? A tale proposito, quanto è importante il ruolo dello scenografo per la buona riuscita di un film? Purtroppo noi scenografi siamo invisibili, ma il problema è che nemmeno lo sceneggiatore è visibile ed è colui che scrive la storia. Eppure questi sono i cardini del film. Si dice che il regista faccia il film, in realtà non fa lo scenografo né l’autore. Il regista ti lascia mano libera e significa che tu sei l’autore. Il problema è che nemmeno i critici sanno cosa sia una scenografia: parlano del film, parlano della regia, parlano degli attori e finisce lì. Oggi come oggi organizzo mostre dove  faccio bozzetti e mia moglie fa […]

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Musica

Eurovision song contest 2019, recensione della finale

L’Eurovision, l’annuale festival musicale europeo che attira sempre più appassionati di musica e di momenti trash di dubbio gusto (forse più la seconda che la prima) è giunto anche quest’anno. Perciò ecco a voi, signore e signori, il resoconto della serata finale di una delle manifestazioni musicali più eccentriche e discusse del vecchio continente. Nella vita ci sono momenti che ognuno di noi attende con trepidazione. Alcuni attendono la domenica per gustarsi il ragù della mamma senza pensare alla dieta, altri il sabato per liberarsi dalla routine dello studio o del lavoro in modo da ubriacarsi con gli amici come se non ci fosse un domani, altri ancora attendono sul cellulare una notifica che li informa di un nuovo video pubblicato da Youtube anche per interrompere qualsiasi attività di estrema importanza come uscire con la propria morosa. Ci sono poi quelli che attendono un intero anno per poter vedere finalmente sul grande schermo l’atto conclusivo di un saga cinematografica dove un gruppo di supereroi affronta un titano pazzo pronto a spazzarli via con un guanto d’oro tempestato di gemme colorate e chi invece di anni ne aspetta due per assistere alla stagione finale di una serie tv fantasy in cui tutti i beniamini del pubblico muoiono male. Infine ci sono quei pochi che attendono il mese di maggio per un solo e semplice motivo: la finale dell’Eurovision Song Contest, la più importante e controversa manifestazione musicale europea che canalizza l’attenzione di tutti quegli appassionati (tra cui il sottoscritto) che hanno una sorta di attrazione/repulsione verso l’eccentricità che sfiora le vette del trash di maggior prestigio. Eurovision Song Contest, piccola introduzione storica Nato nel lontano 1956 a Lugano, in Svizzera, l’Eurovision Song Contest aveva come base quella di usare l’arma della musica per unire i popoli europei in uno spirito di pace e fratellanza, allo scopo di lasciarsi da parte i dissapori maturati durante l’ultimo conflitto mondiale e che nel secondo dopoguerra perduravano. Le regole sono molto semplici. 26 cantanti provenienti da 25 nazioni europee e dall’Australia (sì, c’è anche l’Australia tra i partecipanti, ma ne riparleremo a tempo debito) si esibiscono in tre diverse serate. Le prime due sono le semifinali che determinano le 20 nazioni  che gareggeranno nella finale di sabato assieme alle Big five, le nazioni che accedono all’Eurovision di diritto: Francia, Regno Unito, Germania, Spagna e Italia). I cantanti rappresentanti di ogni nazione vengono scelti in base a festival nazionali, talent shows o possono esserci altri motivi dietro la loro scelta come una proposta da parte delle case discografiche. Nonostante il messaggio veicolato sia quello della fratellanza tra i popoli, l’Eurovision ha sempre fatto parlare di sé più nel male che nel bene. L’atmosfera colorata e festaiola messa in scena risulta essere più uno specchietto per le allodole, dato che non sono mancate nel corso degli anni controversie a sfondo sociale e politico. Molte nazioni non hanno ritirato la loro partecipazione ad alcune edizioni in base a momenti storici particolari, come fece la Russia nel 2017 quando […]

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