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Eroica Fenice

Libri

L’asino d’oro, analisi del romanzo Le Metamorfosi di Apuleio

Quasi tutti i manuali di storia della letteratura latina conferiscono a l’Asino d’oro (conosciuto anche come Le Metamorfosi)  di Apuleio il merito di essere, assieme al Satyricon di Petronio Arbitrio, la testimonianza della presenza del romanzo in età romana. Ma sarebbe un errore circoscrivere quest’opera soltanto nell’orbita di questo genere, poiché si tratta di più di un semplice e banale libro di avventure. Apuleio, vita e opere Prima di tutto, iniziamo dal fornire un profilo biografico del suo autore, Apuleio. Nato a Madaura e di origine africana, studiò ad Atene e si interessò di filosofia e magia. Uno spiacevole episodio segna la sua vita: alla morte dell’amico Ponziano di cui era ospite in Africa il fratello di lui, Sicinio Pudente, lo accusò di aver usato le sue arti magiche per sedurre la vedova Pudentilla allo scopo di estorcerle l’eredità del marito. Apuleio riuscì a difendersi durante il processo (il suo discorso confluì ne l’Apologia) e fu prosciolto dalle accuse. Intanto la sua fama di filosofo aumentò, grazie alla pubblicazione di opere come il de deo Socratis e il de mundo, tanto che a Cartagine assunse la carica di “sacerdote della provincia” e quella di custode del culto dell’imperatore a Roma. Morì nell’ex provincia punica tra il 177 e il 180 d.c. . Trama de l‘Asino d’oro (Le Metamorfosi) di Apuleio L’Asino d’oro, diviso in undici libri, fu scritto attorno al II secolo d.c. . Racconta la storia di Lucio,  un giovane romano che si reca in Tessaglia per convincere una donna del luogo, Pànfile, ad iniziarlo alle arti magiche. Il ragazzo si conquista le simpatie di Fotìde, la sua servetta, e la convince a preparare un incantesimo che lo trasformi in un usignolo. La giovane però sbaglia qualcosa e Lucio si ritrova trasformato in un asino. Da lì partirà per una serie di disavventure tragicomiche che lo porteranno fino a Corinto, dove si converte al culto della dea Iside e riacquista le proprie forme umane. Romanzo di formazione, racconto ad incastro, testimonianza religiosa Come si è detto all’inizio, è troppo facile liquidare L’Asino d’oro come un “romanzo”. Di sicuro è un’opera che rientra in quel genere e che, come gran parte di tutti i generi ad esclusione della satira (che Quintilliano riconosceva come “Tota nostra est“, quindi di pura invenzione romana), Roma aveva assorbito dalla cultura ellenica-alessandrina. Dell’Asino d’oro si possono dire un sacco di cose. Sicuramente è un romanzo di formazione e di crescita, perché il protagonista Lucio passa dall’essere un ragazzo ingenuo e sempliciotto ad acquisire una maturità che gli permetterà, dopo mille peripezie, di riprendere le proprie sembianze umane. La “punzione asinina” si rivela necessaria per tale maturazione è si tratta di un archetipo che si rifletterà anche nella letteratura moderna (basti pensare a Le avventure di Pinocchio di Collodi, dove il personaggio del burattino deve prima superare prove e peripezie di ogni genere, prima di essere premiato con la sua trasformazione in ragazzino vero). A livello compositivo, l’Asino d’oro presenta una struttura di “racconto nel racconto”. […]

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Culturalmente

Buongiornissimo, kaffè??!! I 50enni e i social

Sono tra noi e si vedono, fin troppo bene. Di alcuni conosciamo anche la loro identità, perché sono parenti stretti o colleghi di lavoro. Si riconoscono dalle immagini che condividono quasi tutti i giorni, consistenti in immagini di bambini e animali pucciosi che augurano un “BUONGIORNISSIMO” a tutti i loro contatti. Una specie che, nella giungla di Facebook, è conosciuta con il nome di cinquantenni. Buongiornissimo! Fenomenologia del cinquantenne digitale Una piccola premessa. Il termine “cinquantenni” non indica che questi individui debbano necessariamente rientrare tra i 50 anni. Sotto questa categoria riuniamo uomini e donne nati tra il 1950 e il 1970 e che hanno una connesione internet che gli permetta di avere un profilo Facebook. Detto questo siamo pronti ad immergerci nel meraviglioso e coccoloso mondo dei cinquantenni, con l’avvertenza che quello che state per leggere potrebbe gravemente compromettere la vostra sanità psicofisica. Il segno distintivo dei cinquantenni è il loro grido di battaglia: “BUONGIORNISSIMO!!!!1!!1“, seguito da “KAFFEEE???“. Questi auguri di buona giornata sono spesso accompagnati da immagini discutibili e orrende, realizzate con fotomontaggi di bambini e cagnolini reali o realizzati nella più squallida computer grafica che farebbe impallidire persino la Asylum e la Dingo Pictures (ogni riferimento a Yotobi è puramente casuale). Gran parte dei post e dei link che condivide trattano del profondo e complicato mondo delle relazioni affettive e dell’ipocrisia di fondo che le costituisce. Le frasi simbolo in questo caso sono “Abbasso le perzòne false11!!!!” e “Pulizia kontatti!11!” (gli evidenti orrori ortografici non sono  intenzionali. Riportano, in parte fedelmente, le trascrizioni dei cinquantenni e tra questi figura anche la difficoltà di usare il caps lock, come dimostra l’alternarsi dell’ “1” e del punto esclamativo). Con frequenza riempiono la loro bacheca con foto e video di cagnolini, gattini, uccellini, scoiattoli, draghi di Komodo e mostri di Cthulhu, elogiandone continuamente l’umanità intrinseca che possiedono rispetto alle “perzòne false” di cui si parlava sopra. Le bacheche di 9 cinquantenni su 10, in pratica, sono delle immense riserve faunistiche protette dal WWF. Un cinquantenne digitale non si può considerare tale se non si interessa di politica. Iconiche sono le sue invettive contro i governanti di turno (si pensi al tormentone “E RENZIE KE FAAAAA?”). L’ossesione con la politica è tale che sente la necessità di doverne parlare anche quando non è l’argomento del momento. Gli archeologi possono aver scoperto i resti di un’antica civiltà del passato, ma per il cinquantenne medio “non saranno mai antichi come quella mummia di Sergio Mattarella“. Un genio della comicità, non ci sono rivali. Dario Fo e George Carlin sono annacquati, solo la satira pungente dei cinquantenni è quella che ti fa star male dalla pancia per le risate (in caso contrario, posate immediatamente quella vaschetta di gelato e chiamate il 112). Non meno importante è la condivisione delle bufale ( o fake news). Se qualcuno mette in rete una foto di Krysten Ritter e la spaccia per la sorella di Laura Boldrini, ci credono. Se circola la notizia di un sedicente imam che […]

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Musica

Chester Bennington, un ricordo ad un anno dalla scomparsa

È trascorso un anno da quella calda serata di luglio in cui, scorrendo la home di Facebook con la solita aria annoiata, ci siamo ritrovati davanti ad una notizia che ci ha lasciato increduli: Chester Bennington, il cantante dei Linkin Park, era morto. Prima un susseguirsi di «Ma no, sarà la solita bufala messa in giro da qualche cretino!» e di «Che cavolo state dicendo?», poi, una volta che la notizia è stata ufficializzata anche dalle maggiori testate, un rassegnarsi alla verità amara e tragica. Qual giorno, è andato via un pezzo fondamentale della generazione degli anni ’90. Quando In the End e Numb erano nella mente di tutti Che si è o meno amanti del rock e del metal, è indubbio che i Linkin Park abbiano segnato una buona parte delle tappe della nostra giovinezza. In quegli anni di transizione tra la disperazione del grunge e la frenesia delle boybands, loro si inserivano nel mezzo. Chester Bennington e Mike Chioda sono stati due pionieri di quello che è conosciuto come nu-metal, ma quando si è giovani non si bada tanto al genere musicale. Bastava sentire una loro canzone e subito ci si “gasava” a mille, in un periodo in cui lo streaming e il download di musica (fatta eccezione per il caso Napster) ancora non esistevano e uno dei pochi metodi a disposizione per ascoltare le proprie canzoni preferite era quello di sintonizzarsi il pomeriggio su MTV. Si attendeva stoicamente, fino a quando il veejay si degnava di passare Crawling, In the end, Somewhere I belong e Numb. Queste e altre canzoni non sarebbero quel che sono senza la potente voce di Chester, quella rabbia e quella disperazione che uscivano da un’anima segnata nel profondo, un ruggito che incitava a non arrendersi e farsi forza, ad affrontare la vita a muso duro. Per chi viveva quell’inferno interiore che l’adolescenza comporta, la voce di Chester Bennington era quasi catartica: esprimeva quello che non si aveva il coraggio di dire. La voce di Chester Bennington continua a vivere E quando quel 20 luglio dell’anno scorso Chester si è tolto la vita, non se ne è andato solo il frontman di uno dei gruppi più rappresentativi del suo genere e degli anni ’90. Se ne era andato uno dei pilastri della giovinezza di molti, un personaggio che ha segnato profondamente nel bene e nel male. A dispetto di chi in quegli acuti vedeva solo un’accozzaglia di grida gratuite e senza tempo, molti giovani vi vedevano l’incarnazione di una rabbia repressa e di una voglia di riscatto ineguagliabili. I moralisti dell’ultim’ora e certi giornalisti solo di nome, alla vigilia della sua scomparsa, non hanno perso occasione di sparare giudizi sulla sua condotta di vita e si sono avventati su di lui, come avvoltoi pronti a spolpare la carcassa di turno. Le loro parole, pronunciate soprattutto sul presunto cattivo messaggio che un genere come il metal può veicolare perché associato con ignoranza al satanismo, sono durate quanto dovevano. La voce di Chester Bennington, quella durerà […]

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Teatro

Teatro Bellini e Piccolo Bellini di Napoli: Cartellone e Spettacoli del 2018

“Una stagione, mille volti”. Questo lo slogan scelto dal teatro Bellini per riassumere la stagione teatrale 2018/2019, che partirà da ottobre prossimo. Gli spettacoli in cartellone confermano l’importanza del Bellini, giunto alla sua trentesima rassegna, come punto di riferimento per gli artisti italiani ed internazionali. La stagione 2018/2019 del Teatro Bellini La stagione del Teatro Bellini si aprirà il 19 ottobre con Don Giovanni di Mozart, nell’originale e appassionante versione dell’Orchestra di Piazza Vittorio. Diretto da Andrea Renzi e con la direzione musicale di Mario Tronco, le note di Mozart verranno fatte dialogare con le principali esperienze musicali del ’900, come il jazz ed il rock, passando per la disco music e il reggae. Seguirà Fronte Del Porto, con la regia di Alessandro Gassmann e con protagonista Daniele Russo nel ruolo di Terry Malloy, che sul grande schermo fu di Marlon Brando. La potenza del linguaggio del corpo sarà protagonista de La Scortecata da Basile e il controverso Bestie di Scena; due spettacoli di Emma Dante che si alterneranno una settimana dopo l’altra costituendo un focus sull’artista siciliana. Nel mese di febbraio sarà di scena Alessandro Serra con l’onirico Macbettu, traduzione in sardo del Macbeth di Shakespeare che ha sorpreso ed emozionato pubblico e critica diventando il caso teatrale della stagione appena terminata. Il regista sarà presente anche al Piccolo Bellini con il suo nuovo spettacolo Frame, ispirato ai dipinti di Edward Hooper. Il Bardo sarà ancora protagonista in Tito/Giulio Cesare, riscrittura delle due omonime tragedie diretta da Gabriele Russo, nata all’interno dell’iniziativa Glob(e)al Shakespeare, il progetto presentato a giugno 2017 nell’ambito del Napoli Teatro Festival Italia. Pur riconoscendo la diversità tematica delle due tragedie, Gabriele Russo ha fatto notare come in realtà fossero anche quelle che dialogassero di più tra loro. La scrittura del Tito, in particolare, sviluppa il discorso sul potere e sul suo peso e ciò ha reso possibile l’aggancio con il Giulio Cesare, dove invece il potere è desiderato e bramato. Il regista ha anche evidenziato come la riscrittura delle opere possano offrire nuove sfumature su quelle originali, rimarcando così l’attualità di Shakespeare. Protagonista della stagione del Teatro Bellini sarà anche Pierfrancesco Favino con La notte poco prima delle foreste di Bernard-Marie Koltès, il monologo che fu già portato dall’attore sul palco dell’ultima edizione del festival di Sanremo. La regia di Lorenzo Gioielli propone uno spettacolo dalla scena scarna ed essenziale, costituita esclusivamente da una sedia e da luci al neon intermittenti nascoste da un velatino a rappresentare una pioggia battente ed incessante. «Mi sono imbattuto in questo testo – spiega Favino – un giorno lontano, mi sono fermato ad ascoltarlo senza poter andar via e da quel momento vive con me ed io con lui». Maria Paiato sarà protagonista di Così è (se vi pare) di Luigi Pirandello, diretta da Filippo Dini, mentre Cous cous Klan è il nuovo esilarante spettacolo del gruppo Carrozzeria Orfeo. L’occhio del grande fratello ci guarderà durante 1984 , in scena per la regia del britannico Mathew Lenton. Questa rilettura dell’omonimo romanzo […]

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Food

Cuori di sfogliatella, la sfogliatella da record è realtà

Un’orda di curiosi, tra cittadini e turisti ha circondato l’esterno della pasticceria Cuori di sfogliatella situata a Piazza Garibaldi, il 25 maggio. Il proprietario Antonio Ferreri ha una missione ambiziosa che lui e i suoi uomini perseguono: creare una sfogliatella da record, la più grande del mondo, tale da entrare nel Guinness dei primati. Cuori di sfogliatella, una storia di innovazioni La storia di Cuori di sfogliatella ha inizio nel 1987 quando Antonio Ferreri apre la pasticceria a Corso Novara, nei pressi della stazione di Piazza Garibaldi. Da allora si sussegue una marea di successi, fatta di sperimentazioni continue sul dolce dapprima proprietà delle suore del monastero di Santa Rosa nel ‘600 e poi di Pasquale Pintauro nel 1800. Il regno di Antonio Ferreri è costituito dalle più svariate ricette. Si va dalle sfogliatelle salate, ripiene dei più vari condimenti (salsiccia e friarielli, peperoni e provola, pomodoro e basilico, genovese, ragù…), a creazioni particolari come la “Konosfoglia”, una sfogliatella a forma di cono gelato, alla “Vesuviella” e “Borbonica”, sfogliatelle ricce alte ricoperte di una cascata di cioccolato. Ma Cuori di sfogliatella strizza l’occhio anche alle esigenze alimentari più particolari, come dimostrano le sfogliatelle vegane e senza glutine. La sfogliatella da record Per quanto riguarda l’impresa della sfogliatella più grande, l’intenzione originaria del signor Ferreri era quella di creare un prodotto dal peso di 75 kg. La mattina dell’evento, andando oltre ogni previsione, al momento della pesata la sfogliatella pesava ben 92 kg. Infine, una volta uscita dal forno alle 15:30, La giuria del Guinnes World Record, ha valutato peso definitivo: 95 kg per 1,5 metri di lunghezza. Alla fine la super sfogliatella è stata distribuita ai turisti e curiosi, sullo sfondo di una giornata che ha goduto del favore del sole e di un accompagnamento musicale di mandolini e nacchere. Un punto di enfasi che ha contribuito a rendere la giornata del 25 maggio una giornata di festa e di allegria. La prima di tante sfogliatelle da record Ora che della sfogliatella da record non è rimasto che il ricordo nelle foto (e negli stomaci di chi l’ha gustata) è da mettere in dubbio che Ferreri e i suoi uomini si fermeranno qui. Magari l’anno prossimo ci ritroveremo su queste pagine virtuali a parlare di una nuova impresa da Guinness, magari di una sfogliatella di 150, 200 o addirittura 500 chili. Fatto sta che la voglia di fare e il coraggio di inseguire i propri obiettivi hanno trovato concretizzazione in un’impresa di enorme successo e risonanza, come Cuori di Sfogliatella. Al signor Ferreri e al suo staff non possiamo che augurare di sfornare tante altre sfogliatelle da record per ancora tanti (anzi, 95 e più) anni.

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Attualità

Il diario di Anna Frank: scoperte due pagine segrete

Sono passati 72 anni dalla pubblicazione del Diario di Anna Frank, una delle testimonianze più celebri della tragedia dell’olocausto. Un testo che testimonia il tentativo di sopravvivere nel clima del terrore antisemita, ma senza dimenticare il fatto che ci troviamo pur sempre davanti al diario di una ragazza adolescente con le sue sensazioni ed emozioni. A sostegno di ciò sono state scoperte, dalla Fondazione Anne Frank di Amsterdam, due pagine inedite del Diario che ora vedono la luce. Storia e composizione del Diario di Anna Frank Anne ha da poco compiuto 13 anni quando, dopo essersi rifugiata con la famiglia da Francoforte ad Amsterdam, inizia a scrivere il suo Diario il 12 giugno del 1942. Nel 1944 inizia a riordinare gli appunti in vista di una pubblicazione delle sue memorie, ma il 4 agosto dello stesso anno la Gestapo scopre il nascondiglio della famiglia che viene deportata ad Auschwitz. Anne muore nel 1945. Otto Frank, il padre, fa pubblicare la prima edizione del Diario di Anna Frank nel 1947, grazie anche all’interessamento della famiglia che ospitò la famiglia di Anna. La prima edizione italiana è del 1954, pubblicata da Einaudi con la prefazione di Natalia Ginzburg. Un’Anna Frank segreta Le pagine in questione del Diario consistono in due fogli di cartoncino corrispondenti alle pagine numero 72 e 73 della prima versione del diario (conosciuta anche come “versione del taccuino”). Sono state scoperte nel 2016 e, grazie alle avanzate tecnologie dell’istituto Hyugens e il NIOD, si è riusciti a decifrare il testo. Si è così scoperto che Anna Frank ha dedicato un piccolo spazio delle sue memorie per appuntare barzellette sconce e pensieri riguardanti la sessualità. Ecco un esempio: «Sai perché ci sono ragazze delle Forze armate tedesche nei Paesi Bassi? Per fare da materasso ai soldati». Riusciamo a scoprire un lato trascurato di Anne Frank, quello della sua giovinezza e dei pensieri tipici della sua età, nonché delle prime scoperte riguardanti il proprio corpo. Quando parla delle sue prime mestruazioni afferma che «Sono il segnale che una ragazza è pronta a fare sesso con un uomo, ma non prima del matrimonio». Parla persino della prostituzione, che conosce grazie al padre Otto: «Per strada ci sono donne che parlano con loro (gli uomini) poi se ne vanno insieme. A Parigi, ci sono case molto grandi per questo. Papà ci è stato. Ci sono ragazze che vendono questa relazione». Testimonianza di umanità Una scoperta sorprendente e che ci offre un’immagine differente di uno dei simboli della Shoah, quella di una ragazzina nel pieno della scoperta fisica e sessuale tipica della sua età. Quello del diario, in fin dei conti, è forse il più intimo e personale di tutti i generi letterari ed è normale trovare anche qualche appunto un po’ più “sentito”. Ma è proprio questa intimità a ribadire la legittimità di Anne Frank, la cui immagine è stata oggetto di un’inumana degenerazione negli ultimi tempi (ci riferiamo all’indegna operazione compiuta dagli ultrà della Lazio, che hanno usato una foto della ragazza per […]

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Attualità

Suicidio alla Federico II, l’emblema di un forte disagio

Giada ha 26 anni ed è iscritta alla facoltà di scienze naturali alla Federico II. Tra cinque mesi si sposerà con il suo fidanzato e a parenti e amici ha comunicato che il 9 aprile si laurea. Tutti sono pronti, entusiasti all’idea che quella ragazza originaria di Sesto Campano stia per raggiungere uno dei traguardi più importanti della sua vita. Ma quel giorno non c’è nessuna seduta di laurea: Giada decide di rinunciare ai propri sogni e affida la sua disperazione al suicidio. Così si lancia dall’ultimo piano della sede universitaria di Monte Sant’Angelo, in pieno pomeriggio, davanti a studenti, professori e personale che lavora all’università. Suicidio alla Federico II, una tragedia enorme, che ha spinto il rettore Gaetano Manfredi (sotto richiesta delle associazioni studentesche) a sospendere le elezioni studentesche che si sarebbero dovute tenere oggi e domani, nonché qualunque altra attività culturale che era prevista in giornata. Suicidio alla Federico II: unica, tragica via Ci troviamo davanti all’ennesimo caso di disagio giovanile, che raggiunge il culmine estremo con il suicidio. Giada, che la famiglia definiva una ragazza dolce e solare, è una delle tante vittime di questa piaga che colpisce persone fragili come il vetro più delicato. Persone che si sentono bloccate, come se un entità oscura le divorasse dall’interno distruggendo ogni forza vitale. Sono tanti i casi di giovani universitari che, sentendo di aver deluso le aspettative dei genitori, scelgono la via del suicidio. Si può citare il caso di Fulvio, studente della Suor Orsola Benincasa, morto suicida gettandosi anche lui dall’ultimo piano dell’università. O ancora quello studente di Chieti iscritto a giurisprudenza, che ha mentito ai propri genitori annunciandogli la sua imminente laurea per poi suicidarsi. Sono solo due di tanti casi che hanno un tragico comune denominatore con quello di Giada: la delusione delle aspettative. La necessità di ascoltare il malessere degli altri, in un mondo anafettivo e freddo Giada era una ragazza come noi, una coetanea che avremmo potuto conoscere durante una qualche lezione o  una pausa caffè mentre preparavamo qualche esame. Era una persona che forse sentiva il peso gravoso delle aspettative e il non averle soddisfatte come una colpa imperdonabile all’interno di una società sempre più veloce e insensibile, dove i giovani sono considerati numeri di un codice a barre a cui vengono imposti modelli da seguire: “Devi laurearti il prima possibile, altrimenti non troverai lavoro“, “Devi trovarti un ragazzo/una ragazza al più presto, così potrai farti una famiglia“, “Devi avere successo nella vita, altrimenti deluderai i tuoi genitori“.  Siamo continuamente messi sotto pressione da un mondo che non ammette la fragilità nell’essere umano, esigendone la perfezione assoluta in ogni singolo dettaglio. Le parole di troppo di qualche genitore, parente o amico fanno da carburante a questo stile di vita malato, che viene fatto passare per giusto anche a chi non riesce ad adattarvisi. Questa è la condanna della nostra generazione, in bilico tra un futuro pieno di vicoli bui e la speranza di trovare qualche via illuminata lungo la strada. Giada non ha […]

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Attualità

Don Silverio Mura, la battaglia per la verità di Diego Esposito

Una giornata primaverile dal sapore estivo e i turisti che fotografano la cattedrale di Santa Maria Assunta fanno da sfondo a quella che sembra una mattinata qualsiasi a via Duomo, se non fosse per la presenza di tre figure mascherate di bianco, due uomini e una donna. Uno di loro indossa la maschera di Guy Fawkes, il protagonista della graphic novel V per vendetta, che nasconde il volto di Diego Esposito, una delle vittime di don Silverio Mura. La vicenda di Diego Esposito, una vittima di Don Silverio Mura La storia di Diego inizia a 13 anni quando don Silverio, all’epoca suo insegnante di religione, lo invita a casa sua. Da lì inizia una serie di abusi lunga 3 anni e un difficile percorso per trovare la forza di denunciarlo. Una denuncia che Diego compie a 35 anni e che segna l’inizio di una battaglia con la curia di Napoli, la quale sembra aver fatto di tutto per insabbiare la vicenda. Nel 2013 Diego espone il caso a papa Francesco, il quale gli comunica l’intenzione di occuparsene personalmente. Nel 2015 Diego scrive al cardinale Crescenzo Sepe, chiedendo informazioni sul processo in corso e minacciando di togliersi la vita in mancanza di risposte. Il cardinale fa girare la mail alla prefettura, con la conseguenza che Diego perde il lavoro. Nel 2016 invia una mail nuovamente a papa Francesco nella quale, appellandosi anche ad un provvedimento di un anno prima in cui viene legittimata la denuncia delle vittime di abusi sessuali commessi dai sacerdoti,  accusa il cardinale di aver coperto don Silverio. Il cardinale, per tutta risposta, comunica il nome di Diego a tutta la stampa ed egli, coadiuvato dal proprio avvocato, nel 2019 darà inizio ad un processo contro la curia per violazione della privacy. Grazie a dei recenti servizi della trasmissione televisiva Le Iene, si è scoperto che don Silverio si è trasferito nel paesino di Montù Beccaria in provincia di Pavia (a 800 km di distanza da Napoli), dove fa catechismo a 40 minori sotto il falso nome di “Saverio Aversano”. Dopo la messa in onda di tali servizi, inoltre, Don Silverio Mura è sparito dal paese. Giustizia per chi è stato privato della propria innocenza Una storia, quella di Diego, che sottolinea in modo drammatico come la piaga della pedofilia sia lontana dall’essere sradicata dagli ambienti clericali. «Chiedo al papa di intervenire e di far dimettere immediatamente il cardinale Sepe per gravi motivi»: questa è la richiesta che Diego fa al santo padre affinché venga riconosciuta giustizia a chi è vittima ma passa per la parte del colpevole e dove i veri colpevoli godono addirittura di protezione da parte di chi dovrebbe usare il pugno di ferro verso gli autori di spiacevoli episodi che hanno come vittime i minori.

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Eventi nazionali

Carlo Verdone al Mann. Quarant’anni di carriera in un’ora

Intervistato da Andrea Scanzi, giornalista de Il fatto quotidiano, il regista e attore Carlo Verdone è stato ospite nella sala del Toro Farense del museo archeologico di Napoli, all’interno del Festival MANN. Gli inizi di Carlo Verdone In un’ora Carlo Verdone ha ripercorso quarant’anni di carriera riportando alla mente molti ricordi delle sue esperienze come i personaggi interpretati nel programma televisivo Non stop e poi riproposti nelle pellicole Un sacco bello e Bianco, rosso e Verdone. Si tratta di maschere che l’attore ammette di aver creato prendendo spunto dalla varietà umana che ha avuto modo di incontrare nei quartieri romani della sua giovinezza. Ma i ricordi più vivi sono legati alla figura del padre Mario, uomo di larghe vedute e primo critico cinematografico a essere insignito della docenza di storia e critica del film all’università. Di lui Verdone ricorda anche gli studi sul cinema e l’arte futurista, che da parte sua furono oggetto di scherzi e prese in giro. Gli incontri importanti La carriera di Carlo Verdone, come  molti sapranno, è passata anche per nomi importanti del nostro cinema. Il regista ricorda l’incontro avvenuto con Roberto Rossellini, a cui sottopose la visione del suo Elegia notturna , film astratto influenzato dai corti di Andy Warhol e Kenneth Anger, che gli valse un posto presso il Centro sperimentale di cinematografia di Roma. C’è anche spazio per ricordare Federico Fellini, grande amico della famiglia e confidente del regista. Verdone ammette la propria ammirazione nei confronti di pellicole come I Vitelloni, 8 ½ , Lo sceicco bianco e La dolce vita, ma ricorda anche la difficoltà del maestro riminese ad adattarsi ai tempi che cambiano. Non può mancare il ricordo di un altro maestro, Sergio Leone, che fu produttore di Un sacco bello del 1980 e che contribuì a portarlo al successo. Un incontro di successo L’intervista si chiude con una domanda significativa di Scanzi: «Quale ruolo ti è piaciuto di più?» Tra i vari personaggi interpretati, Carlo Verdone ne ricorda due in particolare: quelli di Bianco, rosso e Verdone e di C’era un cinese in coma. Si tratta di ruoli che il regista reputa i più sinceri e spontanei. Ha poi chiuso l’intervista ammettendo che, non poteva esserci luogo migliore per ospitarlo della sala Farense. Un incontro che ha riscosso grande successo, come dimostra la miriade di ammiratori del regista che, a fine intervista, hanno tentato di strappargli una foto o un autografo nonostante gli impegni che lo attendevano.  

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Cinema & Serie tv

Ammore e Malavita dei Manetti Bros. trionfa ai David di Donatello

I fratelli Marco e Antonio Manetti, conosciuti con il nome d’arte di Manetti Bros. , hanno trionfato alla 62esima edizione dei David di Donatello con Ammore e Malavita, film che è stato premiato dall’accademia dei David come Miglior film. Ma quali altri film sono stati insigniti della statuetta più ambiziosa del cinema nostrano? E come è stata questa edizione? Non ci resta che scoprirlo assieme. David di Donatello 2018. Ammore e Malavita e Nico, 1988 i film più premiati «La mia invenzione è destinata non avere futuro». Questa frase pronunciata da Auguste Lumière, uno dei padri del cinematografo, apre la 62esima edizione dei David di Donatello. Al timone della cerimonia c’è l’eterno abbronzato Carlo Conti (e fin da subito ci fa rimpiangere la conduzione di Alessandro Cattellan). Segue un monologo di Paola Cortellesi dal titolo Lieve ammiccamento verso la prostituzione dove l’attrice, attraverso un’ironia sagace, denuncia la discriminazione verso le donne presente nel mondo del lavoro e, soprattutto, in quello dello spettacolo. Un segno evidente di come l’affaire Weinstein non abbia lasciato indifferente il mondo del cinema italiano. Luca Zingaretti è chiamato a conferire il primo premio della serata, quello per la migliore attrice non-protagonista. Ad aggiudicarselo è Claudia Gerini per il ruolo di Donna Maria in Ammore e Malavita dei Manetti Bros. Visibilmente emozionata l’attrice considera il premio come «la tappa di un’avventura molto speciale e bellissima». Premio miglior scenografo per Ivana Gargiulo e Deniz Gokturk Kobanay per Napoli Velata di Ferzan Ozpetek e subito si giunge al primo David Speciale per Stefania Sandrelli. Standing ovation per l’attrice di Io la conoscevo bene, che dedica il premio a tutte le persone che hanno contribuito a portarla fino a lì. Alla domanda di Carlo Conti, che le chiede quale sia tra gli attori quello che le è rimasto nel cuore, la Sandrelli ricorda Marcello Mastroianni con cui fece il provino per Divorzio all’italiana di Pietro Germi nel 1962. Stefania Sandrelli è chiamata anche a premiare il miglior attore non protagonista. La statuetta va a Giuliano Montaldo per Tutto quello che vuoi ed è il secondo premio ricevuto dall’attore, dopo quello alla carriera. Premio Miglior costumista che si rivela un ex aequo: Daniela Salernitano per Ammore e Malavita e Massimo Cantini Parrini per Riccardo va all’inferno.  Ma è già giunta l’ora del primo momento musicale e ad esibirsi è Giorgia con Gocce di memoria, il brano che fa parte della colonna sonora de La finestra di fronte di Ozpetek. La cantante afferma che è stata un’emozione poter contribuire al film. David al miglior autore della fotografia che va a Gian Filippo Corticelli per Napoli Velata. Giunge poi il momento del David alla carriera per Steven Spielberg e anche in questo caso standing ovation per lui. Un premio per un regista poliedrico,  nelle sale italiane il 28 marzo con Ready player one (qui il trailer),  che ha attraversato i vari generi e che confessa la sua ammirazione per il cinema italiano . Un consiglio per i giovani registi: «Ai ragazzi dico credete sempre alla vostra voce interiore, […]

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Eventi nazionali

Finale di Sanremo 2018, vincono Meta e Moro

E si giunse alla serata finale di Sanremo 2018. Un’edizione del festival che più che per le canzoni verrà ricordata per i continui cambi d’abito di Michelle Hunziker e per la psicotica tendenza del conduttore e direttore artistico Claudio Baglioni a voler cantare ad ogni costo, imponendo alle nostre povere orecchie tutta la sua discografia. Ma bando alle ciance e diamo un’occhiata a come è stata questa serata finale. Una finale con ospiti musicali e un toccante monologo La finale di Sanremo si apre con Luca Barbarossa e con la sua Passame er sale , a cui poi seguono Ognuno ha il suo racconto di Red Canzian e Mai mai mai dei campani The Kolors. È già giunto il momento del primo ospite, Laura Pausini, che scende dalla mitica scalinata. Su quel palco, dove nel 1993 vinse come giovane proposta con La solitudine, la Pausini presenta il suo nuovo singolo Non è detto. Poi, sotto esortazione di Fiorello in collegamento telefonico, la cantante duetta con Baglioni (e ti pareva !) sulle note di Avrai, per poi esibirsi sulle note di Come se non fosse stato mai amore e concludendo l’esibizione tra i fan fuori al teatro Ariston. La gara ricomincia con gli Elio e le storie tese e la loro canzone-congedo Arrivedorci, un vero e proprio epitaffio alla carriera del gruppo milanese. La mancanza di un microfono non ferma Ron che, con la sua Almeno pensami, sembra quasi cantare accompagnato dalla presenza del compianto Lucio Dalla, che è anche l’autore della canzone. Antonella Clerici e i giovanissimi cantanti di “Sanremo Young” sono i secondi ospiti della serata, i quali si esibiscono sulle note di Penso positivo di Jovanotti. Da notare la scenografia della performance, quella di un cantiere con operai che lavorano: insomma, una palese allegoria del futuro da precariati e disoccupati che attende il gruppo di adolescenti una volta divenuti adulti. Dopo questa inutile ospitata tocca a Max Gazzé con la suggestiva La leggenda di Cristalda e Pizzomunno, una storia d’amore mitologica con sfumature ovidiane, che l’accompagnamento d’arpa rende ancora più magica. È poi il turno di Annalisa con Il mondo prima di te anche se, più che sulla canzone, la nostra attenzione ricade sul vestito che sembra ricavato da dei sacchi di juta. Dopo l’ennesimo tentativo andato a male di Baglioni di risultare simpatico (si finge sosia di Marco Columbro, che ridere…), sale sul palco Renzo Rubino che “copia” l’idea dei ballerini anziani, che sono i nonni del cantante, a lo Stato Sociale. La nona performance è quella dei Decibel di Enrico Ruggeri e della loro Lettera dal Duca, il cui ritornello presenta le classiche due-tre frasi in inglese (perché l’inglese fa sempre rock, non scordiamocelo). Seguono Ornella Vanoni, Bungaro e Pacifico e i primi sbadigli: Imparare ad amarsi è la classica canzone piena di cliché e frasi fatte, su quanto è importante volersi bene. Se ne poteva fare a meno, in tutta sincerità. Eguale opinione vale anche per Eterno di Giovanni Caccamo: la tipica sanremese ballata d’amore […]

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Attualità

90special: gli anni ’90 (non) sono di nuovo tra noi

Se si legge “anni ’90“, qual è la prima cosa che viene in mente? Alcuni diranno le boyband, altri il Game Boy, altri ancora l’inchiesta di Tangentopoli e così via. Nel bene e nel male sono decenni che, noi che li abbiamo vissuti, ricordiamo con certo affetto. Eppure nessuna rete televisiva si è mai interessata nel volerli omaggiare con un programma relativo, fino al momento in cui Mediaset non ha dato vita a 90special .. .. e forse sarebbe stato meglio non farlo. 90special: il museo degli anni ’90 Alla conduzione del programma (che fin da subito ricalca un celebre pezzo dei Lunapop) troviamo la iena Nicola Savino, comandante di una macchina del tempo con a bordo chi in quei decenni era genitore, adolescente, bambino e chi invece era nato alla fine (da qui il sottotitolo “ma che ne sanno i 2000”). Partiamo subito dai pregi, davvero ben pochi. Di certo va riconosciuto il merito di aver cercato di far respirare a pieni polmoni l’aria degli anni ’90 in ogni singolo aspetto. Basti dare un’occhiata allo studio, addobbato con cimeli dell’epoca (le schede telefoniche, l’album di figurine dei calciatori, una foto di Raffaella Carrà ai tempi di Carramba che sorpresa! e quanto altro), nonché la presenza di simboli della TV italiana dell’epoca come il furgoncino di Stranamore, il microfono del Karaoke di Fiorello e le postazioni del celeberrimo quiz Tira e Molla condotto da Paolo Bonolis. Non mancano poi le esibizioni di cantanti dell’epoca, se si pensa agli Eiffel 65 che hanno riproposto la loro intramontabile hit Blue. Quanto detto fino ad ora potrebbe indurci a pensare che 90special risulti un’operazione di revival gradevole e carina, capace di toccare il cuore di quelli che hanno vissuto gli ultimi decenni del XX secolo. Ma così non è stato. Tra tediosi monologhi e triste ignoranza Il primo punto debole di 90special è rappresentato dagli ospiti. Ci si è dovuti sorbire quasi due ore di monologhi di Fiorello e di Jovanotti. Personaggi di certo rilevanti per i decenni trattati nel programma ma a cui si è preferito dare il ruolo di tappabuchi, mostrando così che gli autori, in fin dei conti, non avevano idee degne di nota. Il secondo punto, di sicuro il più grave ed intollerabile, è la presenza di ospiti per nulla attinenti al programma: Cristiano Malgioglio (simbolo della tendenza a voler inserire ad ogni costo il fenomeno del reality di turno, dato il suo evidente anacronismo) e il duo Benji & Fede che ha scimmiottato, pardon, cantato sulle note di 50 special dei Lunapop. Una vera delusione che sui social ha scatenato l’ira dei telespettatori, i quali hanno lamentato la mancanza di personaggi, oggetti, spot e di altro materiale che avrebbe reso il programma davvero interessante e godibile. Un’offesa agli anni ’90 e a chi c’era in quel periodo Il giudizio che va dato a 90 special non può che rasentare l’insufficienza. Sorvolando sulle poche apprezzabili trovate, il programma è lontano dall’ essere un omaggio a quegli anni. La sensazione è […]

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Attualità

Nati per leggere. La lettura al servizio dei più piccoli

Da quando esiste il mondo si conosce l’importanza del ruolo giocato dai genitori nell’educazione dei loro bambini. Un’educazione che, a causa di situazioni di disagio e di ambienti sfavorevoli, non è sempre possibile garantire.  Il programma Nati per Leggere Nato nel 1999 sulla scia del britannico Bookstart e dell’americano Reach out and read, il programma Nati per Leggere segue un obiettivo preciso: promuovere la lettura condivisa  in famiglia e ad alta voce, intesa come un momento che crea e rinforza lo sviluppo cognitivo del bambino,la relazione affettiva tra genitore e figlio e che è soprattutto capace anche di sviluppare tutti quei benefici psicofisici importanti nella fase dei “1000 giorni” (quella che va dai 0 ai 3 anni). Il programma è promosso dall’alleanza tra l’Associazione Culturale Pediatri ACP, l’Associazione Italiana Biblioteche AIB e il Centro per la Salute del Bambino onlus CSB. Esso vanta 600 progetti locali sparsi lungo la nostra penisola, a cui partecipano, migliaia e migliaia di volontari, vero motore del programma. Nati per Leggere in Campania In Campania il progetto giunge nel 2000 con la volontà di dare anche alla città di Napoli uno spazio di lettura funzionante, dal momento che la città non dispone di biblioteche per bambini. Dapprima presente al PAN | Palazzo delle Arti di Napoli con il primo Punto Lettura della regione, dopo una lunga diatriba, Nati per Leggere Campania trova una nuova casa spostandosi nella Biblioteca Nazionale di Napoli. Tiziana Cristiani, referente regionale di Nati per Leggere Campania, rivendica l’utilità sociale del programma e sottolinea l’importanza del legame empatico che si crea tra l’adulto che legge e il bambino, mostrando come anche i genitori stessi godano di enormi vantaggi dalla pratica della lettura di relazione. Pone l’accento, inoltre, sull’importanza della rivendicazione del “diritto alle storie” per tutte le bambine e tutti i bambini e, quindi, sull’importanza dell’esistenza di punti lettura in diverse aree della città: da Soccavo a San Giovanni a Teduccio, dalla Sanità a Piazza Ottocalli, passando per realtà complesse come il carcere di Secondigliano o quello minorile di Nisida – dove, ad esempio, i detenuti possono trascorrere qualche ora leggendo con i propri figli – Nati per Leggere Campania opera all’interno di una fitta rete di “alleanze educative” con le agenzie sociali del territorio, affinché i bambini possano godere di quante più numerose occasioni crescita. Leggere per diventare grandi (divertendosi) Per tutte queste ragioni, Nati per Leggere è quindi anche uno strumento di democrazia, qualcosa di utile e necessario per cercare di debellare condizioni di disagio e diseguaglianza sociale, per cercare di contrastare fenomeni di devianza e delinquenza di cui la Campania, troppo spesso, detiene il triste primato. Nessun bambino merita, infatti, l’esclusione dalle opportunità di crescita per via di una situazione sociale di partenza sfavorevole o di un contesto di vita più deprivante: al contrario, tutti i bambini hanno diritto ad essere protetti dallo svantaggio socio culturale e dalla troppo diffusa, ormai, povertà educativa: è questo il principio fondante di Nati per Leggere, che fa dell’universalità e della gratuità le parole-chiave […]

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Food

Paisà. Forno contadino tra innovazione e tradizione

Situato in via Chiaia 83, il Paisà è un vero e proprio forno contadino specializzato in pizze da asporto, e rappresenta un compromesso tra le continue innovazioni gastronomiche e il rispetto della tradizione. L’universo Paisà: un mondo antico in un contesto moderno L’idea del locale è di Ciro Ienco, il quale ha una missione precisa: dare alla pizza da asporto un’offerta “premium”, alla stregua di quella delle pizzerie tradizionali. Quest’offerta consiste nell’uso di farine integrali e a base di cereali vari (ceci, cuccuma) nelle preparazioni che, unite ad una lievitazione di 24 ore, danno come risultato un prodotto di qualità e altamente digeribile. Il tutto nel rispetto delle ricette tradizionali. Proprio la tradizione è uno dei punti forti del Paisà ed entrando nel locale lo si comprende subito: il bancone è in legno e ricorda la madia su cui le famiglie contadine impastavano il pane. Poi l’invitante profumo che esce fuori dalle cucine contribuisce a farci tornare indietro nel tempo, a richiamare alla mente i sapori della nostra infanzia. Un menù fresco e genuino La degustazione del 19 dicembre è stata un’occasione per entrare in contatto con la filosofia di Ciro Ienco. Le specialità del Paisà sono preparate con ingredienti freschi e genuini, la cui qualità si sente dal primo morso. Su tutti domina “’O Panzarotto”, quello che viene comunemente chiamato “crocchè di patate”. Oltre a quello classico il Paisà lo serve in altre varianti: con granella di pistacchi, con mandorle, con salsicce e friarielli e con spinaci. La caratteristica peculiare è l’uso di patate dell’Avezzano (senza fecola) e di fior di latte di Agerola. Per quanto riguarda le pizze, oltre alle tradizionali margherita e marinara la varietà di scelta è caratterizzata da una spiccata innovazione. La si comprende dalla pizza con caciocavallo e pere e da quella con crema di zucca e pistacchi preparate con farina, da quella con scarole e noci o con verza e salsiccia e da quella ortolana o con mousse di ceci e broccoli. Il tutto è accompagnato dal sapore dei vini delle cantine Alois e dalle melodie dei Mediterranean Duo (Carmine Scialla e Alessandro De Carolis) che hanno creato la colonna sonora perfetta per questo momento di riscoperta della genuinità, proponendo un repertorio di musica popolare. La formula vincente del Paisà Il Paisà ha dalla sua parte una tradizione che strizza l’occhio anche all’innovazione, venendo incontro alle esigenze di un mercato e di palati sempre più attenti alla qualità degli ingredienti. Ma la riscoperta di un prodotto che viene rielaborato rappresenta una nota di non poco conto in un mondo in cui il concetto di “street food” è spesso associato a prodotti trattati e ben lontani dall’essere sani. Paisà invece segue una filosofia semplice e vincente, che andrebbe adottata da molte aziende del settore: guardare con un occhio al passato e con l’altro rivolto al futuro.  

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Attualità

Biotestamento. Approvato il disegno di legge

La giornata del 14 dicembre 2017 avrà un valore simbolico per il nostro paese. Con 180 voti favorevoli e 71 contrari, il senato ha approvato il disegno di legge per il Biotestamento. Alla votazione erano presenti anche l’ex ministro degli affari esteri Emma Bonino, Mina Welby ed esponenti dell’associazione intitolata a Luca Coscioni. Cosa prevede il disegno di legge sul Biotestamento Punto cardine del testo è l’articolo 3, quello riguardante le disposizioni anticipate di trattamento (DAT). Nessun trattamento potrà essere iniziato o proseguito senza il consenso della persona interessata e viene “promossa e valorizzata la relazione di cura e di fiducia tra paziente e medico il cui atto fondante è il consenso informato” e “nella relazione di cura sono coinvolti, se il paziente lo desidera, anche i suoi familiari”. Le persone maggiorenni, inoltre, potranno esprimere le proprie preferenze in materia di scelte diagnostiche e trattamenti terapeutici. Questo significa che il medico dovrà rispettare la volontà del paziente di non procedere con le cure sanitarie. Per quanto riguarda i minori la scelta è affidata ai genitori o a chi esegue la responsabilità genitoriale. Una pagina rivoluzionaria per la nostra civiltà Il disegno di legge sul biotestamento è stato approvato grazie all’intesa tra PD e M5S. Roberto Fico ha sottolineato come tale proposta fosse un’idea del movimento di Beppe Grillo. Il radicale Mario Cappato ha definito quella odierna una «bella giornata parlamentare», mentre il premier Paolo Gentiloni ha parlato di una «scelta di civiltà». I voti contrari provengono dal centrodestra. Francesco Storace del Movimento Nazionale per la Sovranità, twitta: “Una legge per morire. Già c’era una legge per abortire. Attendiamo ora una legge per vivere e una per convincere a nascere“. Gaetano Quagliariello, capogruppo di Idea, vede nella legge la “via italiana all’eutanasia”, mentre Forza Italia si limita a lasciare la “libertà di coscienza”. La legge sul Biotestamento, oramai prossima all’approvazione da parte del presidente della repubblica Sergio Matarella, segna un punto di svolta. Dopo anni di lotte viene riconosciuto, all’essere umano, il diritto di scegliere di terminare la propria vita in modo dignitoso, senza dover sottostare ad inutili sofferenze volute (e ordinate) da poteri e dogmi intoccabili.  

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Attualità

“Far Web”, indagine sull’universo degli haters

Venerdì ha fatto il suo debutto, in seconda serata sulla terza rete RAI, Far Web. Condotto da Federico Ruffo il programma, attraverso lo schema del documentario, indaga sul lato più oscuro e pericoloso di internet: degli haters. Definizione di hater Il termine haters si potrebbe tradurre in italiano con l’espressione “coloro che odiano” (dal verbo inglese to hate, “odiare”). In parole povere, ci troviamo davanti a veri e propri odiatori seriali. L’hater non è un tipo ben definito: può essere giovane o vecchio, donna o uomo, con un basso o alto livello di istruzione, bianco o nero. L’unico minimo comune denominatore che li accomuna è l’odio. Questo odio viscerale è rivolto sopratttutto a personaggi di una certa fama: politici, cantanti, attori, youtubers, giornalisti e così via. A sostegno di questa loro teoria, gli haters si fanno portavoce di una verità intoccabile con il sostegno della protezione dello schermo del computer o del telefono. Far Web. A tu per tu con l’odio Far Web parte proprio da queste basi per stilare un’analisi lucida di questo fenomeno, preoccupante per il momento storico che stiamo vivendo. Nella prima puntata, intitolata In nome del popolo italiano, Federico Ruffo ha avuto modo di parlare con questi odiatori. Alcuni ci mettono la faccia, mentre altri preferiscono affidarsi alla sicurezza dell’anonimato. Il quadro che ne viene fuori è inquietante. Rigurgito di populismi, insulti nei confronti dei migranti e della presidente della camera Laura Boldrini (quest’ultima oggetto di una vera e propria campagna di insulti, complici anche le numerose bufale che la riguardano) e rimpianti verso il ventennio fascista. Interessanti gli interventi di chi ha voluto letteralmente metterci la faccia. Stiamo parlando dell’amministratore della pagina Facebook Sesso, droga e pastorizia (celebre per essere stata al centro di una polemica con Selvaggia Lucarelli) o di già citati pensionati sessantenni che non sembrano pentiti delle proprie azioni. C’è anche chi preferisce coprirsi il volto per non farsi riconoscere, come l’utente che si fa chiamare con il nickname de “ilgiustiziere”. Gli haters sono tra noi (e siamo noi) Non sarebbe necessario interrogarsi sull’utilità di un programma come Far Web. Sarebbe più utile riflettere sul fatto che gli haters che ci vengono presentati sono persone normali, come noi. Il sessantenne con la quinta elementare che insulta Laura Boldrini perché «ama più gli immigrati che gli italiani» e il trentenne con una laurea che insulta lo youtuber Favij perché guadagna tanti soldi facendo gameplay non sono tanto diversi. Sono persone che incontriamo al bar o a lavoro, magari anche brave persone nella vita reale e con cui abbiamo scambiato due chiacchiere. L‘hater, come si è detto, non ha una fisionomia precisa. Può essere di nazionalità, credo e idee diverse, ma è fedele ad una sola idea: quello di elevarsi al rango di vendicatore, angelo della morte virtuale che falcia coloro che meritano solo di ricevere in faccia tutta la sua bile, che siano traditori della patria, omosessuali, comunisti, vip, cantanti, attori. Tutti insulti fatti da chi il potere, nel mondo di carne, non […]

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Cinema & Serie tv

Rick and Morty, il nichilismo della fantascienza

Creata da Justin Roiland e Dan Harmon per Adult Swim, Rick and Morty occupa un posto non irrilevante tra le serie tv più strane e demenziali. La serie ha fatto il suo debutto nel 2013 e da noi è giunta nel 2016 sulla piattaforma on demand Netflix con le prime due stagioni, per poi vedere il debutto della terza ad inizio mese. Rick and Morty, sinossi Rick Sanchez è uno scienziato che vive assieme alla figlia Beth e alla sua famiglia. Emblema dello stereotipo dello scienziato pazzo (a cui si aggiunge una spiccata tendenza all’alcolismo), Rick inventa una marea di gadgets strani e compie continui viaggi nello spazio e in realtà parallele assieme al nipote Morty, quattordicenne impacciato e costretto a subire le vessazioni del nonno e degli altri membri della famiglia: la superficiale sorella maggiore Summer e il severo ma debole padre Jerry. A loro si aggiunge una galleria di personaggi altrettanto folli e stranianti: mostri, alieni ed esseri sovrannaturali con cui i due protagonisti principali si troveranno a fare i conti nel corso delle loro stralunate e bizzarre avventure. Assurdità in un caleidoscopio di citazioni L’universo di Rick and Morty è costellato da richiami di ogni sorta, provenienti soprattutto dal mondo del cinema. Impossibile, osservando il character design dei due protagonisti, non pensare  ad un richiamo a “Doc” Brown e Marty McFly di Ritorno al futuro. Gli stessi episodi richiamano al cinema di fantascienza e a quello di genere horror: da Inception a Jurassic Park, passando per Alien, Nightmare e David Croenberg. Ma la caratteristica peculiare che sta alla base della serie è la sua assurdità. Non c’è un episodio in cui ogni momento o situazione, all’apparenza tranquilli, non degenerano e giungono ai limiti più estremi della follia (citiamo soltanto l’uso di personaggi come i “Mister Miguardi o l’ultimo episodio della prima stagione, per farsene un’idea). Il tutto avviene chiamando in causa le leggi della fisica e della scienza, che faranno la gioia di qualche nerd. Rick And Morty, l’ “orrido” che piace Va sottolineata un’altra cosa. Sorvolando sul crescente fandom che ha costruito attorno a se, Rick and Morty non è una serie adatta a tutti. Infatti gli autori non ci pensano due volte nel concentrarsi su particolari macabri e disturbanti, che i soggetti più sensibili non digeriranno volentieri. Eppure questo è il caso di quei prodotti che hanno lo stesso effetto di una pietanza brutta a vedersi, ma dal sapore buono. Rick and Morty è una serie sicuramente “disgustosa” per l’uso di scene forti e violente (enfatizzate da uno stile di disegno nervoso e pieno di colori caldi), ma nonostante ciò la curiosità nel vederla non cala e ne vogliamo sempre di più, tanto che arriva a piacerci. Se non si tenesse conto di questo dettaglio, sarebbe scontato paragonare questa serie con un’altra che ha la fantascienza tra i suoi ingredienti principali: Futurama. Siamo però lontani anni luce dalle atmosfere poetiche e sentimentali del capolavoro di Matt Groening. In Rick and Morty le smancerie e i buoni sentimenti sono limitati […]

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