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Eroica Fenice

Culturalmente

Donna etrusca, libertà ed emancipazione nel mondo antico

Non tutte le donne del mondo antico erano recluse in casa. La donna etrusca era ricca, libera e aveva gli stessi diritti degli uomini. «Le donne etrusche, a differenza di Penelope e Andromaca, non si accontentavano di attendere pazientemente a casa il ritorno degli sposi, ma prendevano legittimamente parte a tutti i piaceri della vita». Le parole dello storico francese Jean-Paul Thullier riassumono perfettamente la condizione particolare della donna etrusca, in un mondo non propriamente woman-friendly come quello antico. La libertà di cui godeva rappresenta l’eccezione in un contesto dove, in gran parte delle società antiche, alla donna venivano assegnati compiti che la escludevano dalla vita pubblica. Va però chiarito che questo scenario non si presentava in tutte le comunità etrusche (soprattutto in quelle a stretto contatto con la civiltà greco-romana, dove vigeva il modello della famiglia patriarcale), ma in Etruria, la vasta zona comprendente la Toscana, L’Umbria e l’Alto Lazio il cui sviluppo economico del VI secolo a.C. favorì la nascita di condizioni favorevoli all’ emancipazione femminile. Donna etrusca, le testimonianze storiche L’immagine di una donna libera ed emancipata provocava scandalo e ribrezzo presso gran parte dei contemporanei, che non si risparmiavano in giudizi spietati. Un esempio su tutti? Teopompo di Chio (IV secolo a.c.), storico greco che descriveva le donne etrusche con queste parole: «Le donne etrusche curano molto il loro corpo, spesso fanno ginnastica anche con gli uomini, e a volte da sole; non hanno vergogna a mostrarsi nude. E non banchettano con i propri mariti, ma accanto a chi capita e bevono alla salute di chi vogliono; sono anche grandi bevitrici e di bell’aspetto […] Non è riprovevole per i Tirreni abbandonarsi ad atti sessuali in pubblico o talora circondando i loro letti di paraventi fatti con rami intrecciati, sui quali stendono dei mantelli». Le parole di Teopompo, trascritte dallo scrittore di età imperiale Ateneo di Naucrati all’interno de I deipnosofisti, pur aiutando a comprendere la condizione “democratica” di cui godevano le donne etrusche, rasentano il moralismo più becero possibile, ma non solo: si possono considerare anche un ottimo esempio di fake news dell’età antica (un altro storico, Cornelio Nepote, definì Teopompo un «maldicente»), volte a sostenere come giusta l’immagine di una donna che invece doveva essere tagliata fuori dalla vita pubblica e dedita soltanto alla cura della casa e dei figli. La realtà era invece ben diversa, come dimostrano le tante testimonianze artistiche lasciate dal popolo etrusco. I nomi e i cognomi Di gran parte delle donne etrusche conosciamo i nomi. A differenza di quanto succedeva a Roma, dove la donna veniva identificata soltanto con il nome della famiglia (gens), in Etruria queste possedevano sia un nome che un cognome. A testimonianza di ciò ci sono le iscrizioni e le epigrafi non soltanto sulle tombe, ma anche su oggetti di uso quotidiano. Nel Museo Gregoriano Etrusco, all’interno dei Musei Vaticani, è conservata un’olletta, un recipiente che serviva a contenere gli alimenti, su cui si trova trascritta questa frase: “Io sono di Ramutha Kansinai”.  Un altro […]

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Libri

Vite in attesa, l’esordio letterario di Julia Sabina

Garzanti pubblica in Italia l’esordio letterario di Julia Sabina, Vite in attesa: un romanzo che parla alle menti e ai cuori dei millenials. Maribel, una studentessa di ventiquattro anni, ha accettato un dottorato di ricerca a Lille. Madrid le ha offerto soltanto delusioni, come la fine di una storia d’amore, perciò si reca carica di aspettative nella città francese. Ma ad attenderla ci sono un sacco di problemi: le difficoltà nell’imparare una lingua nuova, i grovigli burocratici che le impediscono di trovare una casa, i soldi per la borsa di studio che la costringono a lavorare come cameriera. L’entusiasmo iniziale si esaurisce in poco tempo e Maribel inizia a sentirsi inadatta in un mondo in cui i suoi coetanei raggiungono i propri obiettivi senza difficoltà e lei, invece, rimane inglobata in una dimensione in cui non crede più in nulla, al punto da procrastinare i lavori per la sua tesi di dottorato. Vite in attesa. Paure e speranze dei millenials L’esordio di Julia Sabina, classe 1982, dottorato di ricerca in scienze della comunicazione e studi cinematografici presso la Sorbona di Parigi e docente di comunicazione all’università di Alcalá de Henares, dopo essere divenuto un caso letterario in Europa giunge anche in Italia per merito della Garzanti nella traduzione di Claudia Marseguerra e Vera Sarzano. Vite in attesa è un titolo che già dice tutto. Narrato in prima persona si tratta di un romanzo che parla alla generazione millenial, una generazione marchiata dalla paura verso un futuro che, soprattutto in questi tempi di chiusura sociale e culturale, è divenuto ancora più incerto. Ci si identifica facilmente in Maribel e nella sua voglia di divenire indipendente dalla famiglia, andando alla scoperta di una terra e di una cultura diverse. Ma ci si identifica anche con le sue paure e il suo rimuginare sulle scelte che compie, in relazione con un mondo veloce che raramente si dimostra comprensivo nei confronti di noi giovani, sempre in cerca di una sua approvazione. Un simbolo di questo comportamento è il personaggio di Paula, coinquilina di Maribel che dedica ogni goccia di energia nel tentativo di accedere al dottorato con totale devozione al proprio lavoro, rinunciando così alla leggerezza della vita.  Diverso è invece un altro personaggio e amico della protagonista: Alessio, un ragazzo italiano che riesce in poco tempo a crearsi una cerchia di amici e che ospita le due ragazze a casa sua. Il romanzo di Julia Sabina è un ritratto fedele di tutti noi giovani che non riusciamo a trovare il nostro posto nel mondo e vaghiamo, come spettri di un castello abbandonato, tra le macerie di un futuro in rovina. Il messaggio che però la scrittrice spagnola vuole regalarci non è quello di starcene seduti a veder crollare tutto ciò che sta attorno a noi, ma di stringere più forte che possiamo i nostri sogni e di non lasciarli volare via perché, presto o tardi, si trasformeranno in realtà.     Immagine in evidenza: Garzanti editore

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Libri

A passeggio con John Keats. L’inedito di Cortázar

Si può scrivere un saggio letterario senza essere pedanti? Cortázar dimostra che ciò è possibile con l’inedito A Passeggio con John Keats. Julio Cortázar è uno di quegli autori che non ha bisogno di presentazioni. Scrittore argentino tra i più importanti della letteratura sudamericana e mondiale ha legato la propria fama a opere come il romanzo Rayuela, in italiano Il gioco del mondo, il primo libro-game della storia dove il lettore diventa il vero protagonista e ai tanti racconti, come le fantasie animalesche di Bestiario o Le bave del diavolo che ha ispirato Michelangelo Antonioni per il suo Blow-up del 1966. Ma oltre ad essere stato un narratore in equilibrio tra la dimensione reale e quella fantastica, Cortázar si è anche dedicato allo studio di autori quali Edgar Allan Poe, Arthur Rimbaud e John Keats. E proprio al poeta più rappresentativo del romanticismo inglese Cortázar dedicò, negli anni cinquanta, un saggio che, in realtà, saggio non è: A passeggio con John Keats, opera fino a questo momento inedita in Italia e che giunge da noi pubblicata da Fazi editore e tradotta da Elisabetta Vaccaro e Barbara Turitto. A passeggio con John Keats. Romanticismo e surrealismo a braccetto Pubblicato postumo nel 1996, A passeggio con John Keats fu scritto da Cortázar in totale solitudine e fin dalle prime pagine si capisce bene come quest’opera sia lontana  dalla forma del saggio: «Mi diverte semplicemente l’idea di andarmene a passeggio per la memoria sottobraccio a John Keats, e favorire ogni tipo di incontri, presentazioni e appuntamenti. Perché il termine appuntamento non è da sottovalutare, come si vede. Prendo sottobraccio Keats, atteggiamento più naturale per conoscerlo rispetto all’altro, così frequente, in base al quale issano il poveretto su una nuvola, mentre il critico riunisce sedie e tavoli per edificare una piattaforma di cui non c’era il benché minimo bisogno». Lungo gli undici capitoli che si dipanano lo scrittore argentino evita di abbandonarsi all’ampollosità tipica di tanti accademici in favore di un discorso più informale, che però non rinuncia allo stile che caratterizza l’autore de Gli autonauti della cosmostrada. Cortázar racconta la vita di Keats e le sue opere, finendo però per creare un parallelo con la sua di vita: i viaggi del poeta inglese lungo la Scozia e lo scambio epistolare con Fanny Brawne si mescolano con le atmosfere di Buenos Aires, i profumi e gli odori delle città italiane visitate dall’autore negli anni cinquanta e gli scambi epistolari che Cortázar aveva con i suoi amici. A passeggio con John Keats non è il solito saggio zeppo di pedanteria che ci si aspetterebbe da un’opera del genere, ma una narrazione che esula dal semplice zelo per entrare più in profondità tanto nell’anima di Keats quanto in quella di uno scrittore particolare come Julio Cortázar. Fonte immagine: Fazi editore

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Musica

I Mortali, recensione dell’album di Colapesce e Dimartino

Colapesce e Dimartino, forti del successo sanremese del brano “Musica Leggerissima”, ripubblicano in una doppia edizione l’album I Mortali. A due settimane dalla sua conclusione il festival di Sanremo ci ha regalato quello che è destinato a essere il tormentone della prossima estate: Musica leggerissima, brano scritto da Colapesce e Dimartino che sta spopolando in radio e sui maggiori servizi di streaming e che di recente ha vinto l’ambito disco d’oro con la cifra di un milione di copie vendute, oltre ad aver dato vita a una vera e propria mania fatta di meme, parodie e montaggi video di tanti fan che imitano l’ormai iconico balletto dei due cantanti. Ma Colapesce e Dimartino, due personalità che vantano carriere piene di riconoscimenti (il primo si è aggiudicato nel 2012 la Targa Tenco per la miglior opera prima con l’album Uno splendido declino e il premio “Fuori dal Mucchio” della rivista Il Mucchio Selvaggio per il miglior esordio, mentre il secondo ha vinto nel 2019 il Premio Lunezia nella sezione “Stil novo” per l’album Afrodite) non andrebbero relegati allo status di prodotti usa e getta come capita a tanti cantanti che raggiungono la notorietà tramite un pezzo ben riuscito per poi sparire nel nulla. A sostegno di ciò basterebbe ascoltare I Mortali, l’album nato dalla collaborazione tra i due artisti uscito il 5 giugno dello scorso anno e che, dato il successo sanremese, ritorna negli scaffali questo venerdì in un’edizione rinominata come I Mortali² e contenente due dischi: il primo contiene brani editi, mentre il secondo reinterpretazioni di brani celebri tra cui Povera Patria di Franco Battiato, cantata dal duo durante la terza serata della kermesse dedicata alle cover. I Mortali, recensione track by track Non c’è nient’altro da aggiungere sul già citato Musica Leggerissima, brano classificatosi quarto a Sanremo e aggiudicatosi il premio Lucio Dalla della critica. Un tormentone pop che dietro l’innocenza di una melodia “leggerissima” (è il caso di dirlo) rivendica la necessità ad abbandonarsi a “parole senza pensiero/allegre, ma non troppo” davanti a un mondo sempre più difficile da capire. Il prossimo semestre è invece un sentito richiamo al cantautorato più puro e genuino soprattutto nel testo, pervaso da un’ironia di fondo in cui il ruolo del cantautore viene descritto con tutti i cliché del caso. L’incalzante ritmo pop di Rosa e Olindo racconta una storia d’amore con protagonisti i due autori della “Strage di Erba”, visti come due giovani innamorati la cui passione è talmente dirompente che nemmeno le sbarre della prigione potranno dividerli. È difficile credere che i mostri abbiano un cuore, ma Colapesce e Dimartino riescono a darci questa impressione. Luna Araba, brano che si avvale della collaborazione di Carmen Consoli, è debitrice di Franco Battiato per le sonorità e i testi (soprattutto quello dell’album Gommalacca, del lontano 1998). Lungo una melodia rock-pop si stagliano le immagini, da un anno perdute nel tempo, di una Sicilia estiva e delle spiagge popolate da bagnanti di ogni età e nazionalità, mescolate a quelle delle dominazioni storiche degli […]

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Libri

Il giardino dalle mille voci, il nuovo romanzo di Ewald Arenz

Recensione de Il giardino dalle mille voci, il nuovo romanzo dello scrittore tedesco Ewald Arenz pubblicato da Garzanti editore. Sally è una diciasettenne in perenne conflitto con il mondo. Un giorno fugge di casa e si ritrova nei pressi di una fattoria, dove viene accolta da Liss. Lei, molto più grande, accoglie Sally nella sua fattoria sperando che l’aiuti nei lavori agricoli, ma la ragazza si rifiuta. Tutto cambia quando Liss le mostra un giardino nascosto nella sua tenuta, dove coltiva rigogliosi alberi da frutto. Lì Sally imparerà a ritrovare sé stessa. Il giardino dalle mille voci, recensione del libro di Ewald Arenz Il giardino dalle mille voci, pubblicato in Italia da Garzanti, è il nuovo romanzo dello scrittore Ewald Arenz. Nato a Norimberga nel 1965 è laureato in Letteratura Inglese e Americana e insegna a Fürth, dove abita assieme alla famiglia. È autore di oltre 20 libri e tra tutti questi solo Il Profumo del cioccolato (2006) è stato tradotto in italiano. Per quanto riguarda il romanzo protagonista di questa recensione Ewald Arenz scrive una storia di formazione, una delle tante in giro. Tutti noi siamo stati adolescenti e tutti noi abbiamo vissuto crisi esistenziali che soltanto quell’età di incertezze e di paura verso il mondo riesce a portare con sé. Difficilmente quindi ci saranno persone che non si identificheranno in Sally, una ragazza segnata nel profondo da cicatrici indelebili e che vorrebbe soltanto iniziare una nuova vita lontano da tutto ciò che la fa stare male. A fare da contraltare, almeno all’inizio, c’è Liss: una donna adulta, misteriosa e che ha vissuto gran parte della sua vita sotto lo sguardo severo del padre e dei fratelli maschi. Tra le due c’è un rapporto fatto di silenzi che poi si scioglie quando capiranno che entrambe hanno bisogno l’una dell’altra. Ma ne Il giardino delle mille voci c’è anche un terzo protagonista, che è quello che dà anche il titolo al romanzo: è, per l’appunto, l’immenso giardino che Liss tiene nascosto nella sua tenuta lontano da occhi indiscreti. Solo a Sally concede il lusso di potervi accedere e lì la ragazza si lascia catturare dai profumi di tutti i frutti che si trovano appesi agli enormi alberi. In questo scenario bucolico Sally sembra ritrovare la sua pace interiore, ma diventa anche l’occasione per Liss di aprire di più il suo cuore e di entrare in contatto con la sua amica. La scrittura di Ewald Arenz è fluida e limpida, come ci si aspetterebbe da un romanzo come questo. Sono evocative le scene agricole che descrive, al punto che anche noi lettori riusciamo a sentire il profumo delle pere, dei fichi e di tutti i fiori che vengono descritti. Da notare anche come lo scrittore riesca a trattare con delicatezza argomenti molto difficili e dolorosi attraverso l’uso della tecnica introspettiva. Forse proprio questo punto potrebbe far desistere dal leggerlo a chi cerca una lettura più attiva e coinvolgente, ma piacerà sicuramente a chi cerca una storia in cui identificarsi e grazie […]

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Musica

Sanremo 2021, tra novità e solite polemiche

Il sipario su Sanremo 2021, l’edizione più strana e controversa della storia, è calato. Analizziamone vita, morte e miracoli. Quella di Sanremo 2021 è stata un’edizione della kermesse che passerà alla storia per svariati motivi. L’assenza del pubblico in sala per via della pandemia ha conferito al festival un’atmosfera straniante e paradossale, quasi sospesa nel tempo (anche se bisogna ammettere che i fischi di disapprovazione ad ogni classifica non è che ci siano mancati più di tanto). Ma è stato anche un festival che ha fatto parlare di sé non soltano per le immancabili polemiche, quasi una tradizione del festival stesso, ma anche per l’età mediamente giovane dei partecipanti alla gara canora. Ecco quindi a voi un resoconto di quello che è stato “Il festival dell’era covid”. Sanremo 2021, resoconto Di Fiorello, siparietti e altri demoni I motivi per cui si decide di guardare Sanremo sono principalmente due:  la musica e, soprattutto, i momenti trash che, come Thanos, sono ineluttabili. Dai travestimenti sfoderati da Max Gazzè durante le sue esibizioni (uno più geniale dell’altro) al povero Aiello che senza volerlo è divenuto un meme vivente (ripetiamo assieme: SESSOIBRUPOFENEH!), passando per Fasma che canta con un microfono spento durante la serata delle cover e Francesco Renga che invece deve cantare due volte quello che è il brano peggiore della sua carriera, gettando nella disperazione i coraggiosi che si cimentano nella titanica impresa di guardare tutte e cinque le serate fino alle 3 di notte. Immancabili anche i commenti agli outfit dei cantanti in gara che risvegliano l’Enzo Miccio che alberga in tutti noi, vestiti con il pantalone della tuta e le ciabatte. Sempre meglio dell’improvvisarci virologi e sparare a zero sui vaccini, non credete? Ma il festival non sarebbe tale senza la sua carrellata di ospiti: troppi, eccessivi e alcune volte inadeguati. Vedi alla voce Zlatan Ibrahimović: introdotto da Amadeus con il solito motivetto da sagra di paese di qualche nazione dell’Europa dell’est ogni volta che scendeva la scalinata dell’Ariston e che ha sfoderato un atteggiamento intimidatorio che sulla carta dovrebbe far ridere, ma nella pratica è tutto il contrario. Non si può però non spendere una parola su Fiorello, il co-conduttore del festival, che in fatto di comicità sembra essere rimasto al periodo in cui faceva l’animatore turistico: monologhi alquanto discutibili e tendenti al basso corporeo (traduzione: cringe) che non hanno fatto altro che far innervosire chi desiderava soltanto ascoltare le canzoni in gara e avere qualche ora di sonno più. Tuttavia c’è stato anche chi ha saputo davvero intrattenere e divertire come l’attrice Matilde de Angelis, co-conduttrice della prima serata, che ha dimostrato di sentirsi a proprio agio su di un palco enorme come quello dell’Ariston. Ma Twitter, Facebook e il web in generale si sono rivelati anche quest’anno il terreno più fertile per la nascita di meme entrati di diritto negli annali. Dal frame della prima esibizione del già citato Aiello che lo ritrae in una smorfia contorta a “queen” Orietta Berti che oltre a dare l’ispirazione alla […]

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Libri

Soffiando sul fuoco, la graphic novel di Stranger Things

Stranger Things – Soffiando sul fuoco colma le questioni lasciate in sospeso dalla seconda stagione della serie tv made in Netflix. Sono trascorsi molti anni da quando Rick e Marcy fuggirono dal laboratorio di Hawkins e dalle “cure” del dr. Brenner. I due ragazzi cercano di vivere una vita il più normale possibile, nascondendo i poteri che hanno sviluppato in anni di esperimenti subiti sulla loro pelle. Ma quando la notizia della chiusura del laboratorio li raggiunge partono alla ricerca della misteriosa Nove, una ragazza prigioniera assieme a loro e capace di controllare il fuoco, ma mentalmente instabile. Rick e Marcy devono trovarla ad ogni costo, prima che possa provocare danni. Stranger Things – Soffiando sul fuoco. Recensione Stranger Things – Soffiando sul fuoco è il terzo capitolo di una saga a fumetti dedicata a una delle serie di Netflix più iconiche. Nata dalle menti dei fratelli Matt e Ross Duffer la prima stagione di Stranger Things, resa disponibile sulla piattaforma della N rossa nel luglio del 2016, conquistò i cuori di tanti spettatori unendo una trama fantascientifica alla dichiarazione d’amore verso l’immaginario e la cultura pop degli anni ’80 sull’onda di una certa operazione nostalgia che, da un po’di anni a questa parte, sta interessando il mondo dell’intrattenimento. Assieme ad altre due stagioni non proprio entusiasmanti (la seconda piena di buchi di trama e la terza troppo virata sul comedy), la creatura dei fratelli Duffer ha generato un merchandising proficuo tramite romanzi, giochi da tavolo e, come in questo caso, graphic novel pubblicate in patria dalla Dark Horse Comics e in Italia da Magazzini Salani. Soffiando sul fuoco vede all’opera Jodey Houser e Ryan Kelly, rispettivamente l’autrice e l’illustratore della storia, i quali costruiscono una trama che esplora ed espande tutti quegli elementi della seconda stagione che non erano stati approfonditi a dovere. Ricompaiono così il personaggio di Otto, la “sorella” di Undici e, soprattutto, il dr. Brenner e i suoi discutibili esperimenti volti a risvegliare i poteri dei bambini che ebbero la sfortuna di finire tra le sue mani. E tra questi c’è proprio Nove i cui acuti traumi sviluppati nel laboratorio di Hawkins l’hanno portata a rinchiudersi in una fantomatica torre di un castello (emblema di un mondo immaginario) dove, con la sola compagnia di animali antropomorfi e con una grottesca maschera che le copre il volto, rifiuta il contatto con gli altri. Il fatto che ella controlli l’elemento del fuoco è poi molto particolare, perché ben esplicita la paura di avvicinarsi agli altri. Ryan Kelly riesce a rendere bene le atmosfere tipiche della serie di Netflix, riproducendo quell’atmosfera anni ’80 amata dagli spettatori, mentre Jodey Houser ha la brillante idea di costruire una storia su tutto quel “non detto” della seconda stagione che aveva lasciato un brutto amaro in bocca. Immagine in evidenza: Magazzini Salani Editore

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Musica

EDY, -Chi ha sparato al presidente?- è il nuovo EP

Recensione di Chi ha sparato al presidente?, il nuovo EP di EDY costituito da tre cover e da un brano originale dello stesso cantante. EDY, pseudonimo di Alessio Edy Grasso, nasce a Milano e vive a Catania e a Roma. Dopo aver trascorso una buona fetta della sua carriera nell’ambiente punk tra la seconda metà degli anni ’90 e il 2015 con le due band da lui stesso formate, i Jasminrock e gli UltraviXen, il 17 novembre del 2018 pubblica il suo primo album da solista, Variazioni. Si tratta di un taglio netto con il passato poiché EDY propone una raccolta di 12 canzoni dette “pop d’autore” e due di queste, La casa di Barbie e Immobile, diventano due singoli premiati e trasmessi dalle più importanti radio italiane. Nell’autunno del 2019 esce il singolo Come un Flash a cui collabora anche la cantante Matilde Davoli. A tutto ciò si aggiunge un lungo tour che ha portato EDY a girare in lungo e in largo i maggiori festival e club italiani, esibendosi per un totale di ben 70 volte. E, proprio in attesa di poterlo riascoltare dal vivo, il cantante ha pubblicato l’EP Chi ha sparato al presidente? contenente, oltre al singolo omonimo uscito ad inizio mese sulle piattaforme digitali, tre cover di brani celebri della canzone italiana Chi ha sparato al presidente?  di EDY. Tre brani cover ai tempi del covid La genesi di questo lavoro va ricercata nel lungo periodo del lockdown. Grazie anche alla collaborazione dei membri della propria band (Tommaso Calamita, Sebastiano Forte e Carmelo di Paola), EDY ci propone «Un concept EP che parla al cuore e alla testa, racconta con delicatezza quello che ci accade dentro quando perdiamo i nostri punti di riferimento». Il lungo periodo di clausura forzata vissuto lo scorso anno, e che sembra sempre dietro l’angolo, ha portato il cantautore a coverizzare tre brani di tre artisti molto differenti tra di loro: Luigi Tenco, Mogol e i Meganoidi. Un giorno dopo l’altro è facilmente ascrivibile alle sensazioni che in, soprattutto coloro che sono dotati di una certa sensibilità, stanno provando in questi giorni difficili: la perdita di certezze a cui aggrapparsi e la mancanza di quella normalità, il cui ricordo lontano fa sì che scorrano tutti uguali i giorni della settimana dove “la speranza ormai è un abitudine“. Sulla stessa linea, ma con sonorità quasi dissacranti, si pone la cover di Tutta mia la città di Mogol, che con la mente ci riporta alle strade delle grandi città italiane deserte e con le saracinesche dei negozi abbassate fino a data a destinarsi. La versione che EDY ci propone di Zeta Reticoli, brano dei Meganoidi, sembra invece distaccarsi dal ritmo delle cover precedenti. Alla grinta del modello originale EDY oppone sonorità pacate, che sembrano proiettate in una dimensione fuori dallo spazio e dal tempo, L’unico brano originale è quello che da anche il titolo all’ EP, Chi ha sparato al presidente?. Il testo, a tratti criptico, scritto da Matteo Scannicchio e Giorgio Maria […]

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Libri

Voler bene in segreto, intervista a Domenico Esposito

In occasione dell’uscita del romanzo Voler bene in segreto Domenico Esposito, già noto alle pagine di Eroica, ci ha concesso un’intervista. Originario del paese avellinese di Cervinara, Domenico Esposito ha iniziato la sua carriera letteraria con i romanzi La città dei matti (Mon&editori, 2009), e Sia fatta la mia volontà – Qui nel mondo (Tempesta Editore, 2011). Con la pubblicazione di Mad World – Il mondo malato nel 2016 Domenico si lega alla casa editrice Eretica Edizioni per la quale ha scritto anche Il Romanziere (2018) e il recente Voler bene in segreto in cui vengono narrate le nuove vicende che coinvolgono Efrem Lettieri, già protagonista di Mad World. Domenico ha concesso ad Eroica Fenice un’intervista in cui parla di questo nuovo romanzo e anche dei progetti futuri. Prima però di lasciarvi alle sue parole ne approfittiamo per ringrazialo per il tempo concessoci, con la speranza di poter ancora parlare con lui in occasione della pubblicazione di un nuovo romanzo. Voler bene in segreto, intervista a Domenico Esposito Vorrei partire da una domanda molto personale. Come è nata in te la passione per la scrittura? Credo dalla difficoltà di esprimermi oralmente fin da quando ero bambino. Non solo perché ero un po’ timido, ma anche perché oggi è difficile dialogare: sembra che le persone siano poco disposte ad ascoltare, soprattutto se esprimi riflessioni troppo diverse dalle “certezze” che ci sono state inculcate. Questo accade in ogni ambito, da quello politico a quello sentimentale, sociale, individuale, religioso, scientifico ecc. (tant’è che le loro risposte sembrano tutte preconfezionate). Ogni volta che mi veniva insegnato qualcosa, soprattutto se ritenuto incontestabile, ne dubitavo e comprendevo che sarebbe stato meglio scriverlo perché si ha il tempo di elaborarlo e metterlo insieme senza che l’interlocutore ti urli addosso o ti interrompa se non vuole ascoltare. Diciamo che la mia scrittura è innanzitutto un atto di ribellione verso la società, a prescindere dal tema trattato. Voler bene in segreto è il nuovo capitolo della saga di Efrem Lettieri, personaggio introdotto in Mad World – Il mondo malato. Nel tempo che trascorre proprio tra la pubblicazione di Mad World e di questo nuovo romanzo, il tuo personaggio come è cambiato? Premetto che il tempo che scorre tra le due pubblicazioni è maggiore rispetto all’ambientazione: sono trascorsi infatti soltanto pochi mesi dall’epilogo de “Il Mondo Malato” e l’inizio di “Voler bene in segreto”. Efrem è comunque un personaggio molto contraddittorio e particolare: non è facile comprendere se sia cambiato o se semplicemente stiamo scoprendo dei suoi lati nascosti. Più che la sua personalità, sono cambiati i suoi rapporti con le persone. Nel romanzo inedito e gratuito “Prigionieri di se stessi” (che può leggere chi non ha letto “Il mondo malato”) si nota l’evolversi dei personaggi che il musicista ha intorno. In “Voler bene in segreto”, in cui il tema principale è l’affetto, o comunque i rapporti umani, Efrem si mostra più fragile, pur non volendo e cercando di mantenere la sua maschera fatta di durezza, ma allo stesso tempo mostrerà […]

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Cinema e Serie tv

Precinema, la storia prima della storia del cinema

Con questo articolo inizia un lungo viaggio nella storia del cinema. Punto di partenza è la sua preistoria, cioè il precinema. Il 28 dicembre del 1865 è comunemente indicata come la data che segna l’inizio della storia del cinema, con la prima proiezione pubblica del cinematografo dei fratelli Lumière a Parigi. Quest’evento rappresenta però l’apice di un percorso più ampio, in cui si collocano tutte quelle sperimentazioni che avevano come obiettivo la rappresentazione delle immagini in movimento e che porta il nome di precinema. Precinema, la storia prima della storia del cinema L’inizio del precinema, la lanterna magica L’idea delle immagini in movimento, per quanto possa suonare strano, affonda le proprie radici fin dall’antichità. Avete mai sentito parlare del mito della caverna? Platone lo descrive nel settimo libro della Repubblica per spiegare il percorso dell’uomo verso la conoscenza. Ma proviamo a leggerlo in un’ottica diversa: gli uomini legati e le ombre proiettate dalla luce sul muro della caverna vi ricordano qualcosa? Esatto, proprio una moderna sala cinematografica con gli spettatori, la luce del proiettore e le immagini che compaiono sullo schermo. Se invece ci spostiamo sul lato più tecnico occorre aspettare il XVII secolo per vedere i primi esperimenti di proiezione delle immagini. Il più importante è lanterna magica, uno strumento la cui paternità è molto dibattuta e che può essere paragonato a un moderno proiettore. Si trattava di una scatola chiusa al cui interno veniva posta una candela. La luce emessa filtrava verso l’esterno tramite un foro. Tra la candela e il foro veniva posta una lastra di vetro su cui erano dipinte delle immagini, che venivano proiettate su una superficie. La lanterna veniva impiegata per scopi didattici e di intrattenimento. Durante la liturgia, ad esempio, veniva usata per illustrare gli episodi della Bibbia. Nel corso del tempo venne perfezionata ponendo due lastre le quali venivano mosse una sopra l’altra, conferendo alle immagini un’illusione di movimento. La scoperta della persistenza retinica e gli antenati delle GIF moderne Nell’800 il fisico Joseph Plateau teorizzò un concetto che diverrà fondamentale per la nascita dello stesso cinema: il principio della persistenza retinica. L’occhio umano riesce a percepire il movimento quando gli viene messa davanti una serie di immagini in rapida successione, a una velocità di almeno sedici al secondo. Su questo principio si basavano molte invenzioni di quel periodo, come il fenachistoscopio dello stesso Plateau. Era costituito da due dischi, uno dotato di finestre equidistanti e un altro con delle immagini disegnate, legati al centro da un manico. Quando i due dischi giravano alla stessa velocità si creava l’illusione del movimento. Lo zootropio, creato da William Horner nel 1834, funzionava allo stesso modo. Si trattava di un tamburo su cui venivano praticate delle fessure e al cui interno veniva posto un foglio con delle figure che si muovevano quando lo strumento girava. Nel 1876 Émile Reynaud inventò il prassinoscopio, molto simile allo zootropio con la differenza che al centro veniva inserito un prisma di specchi su cui si riflettevano le immagini. Molto […]

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Libri

Lamù, racconti di anime. Il romanzo di Portella e Scala

Antionio Portella e Tonino Scala sono gli autori di Lamù, racconti di anime, romanzo d’amore e sulla diversità di genere pubblicato da Edizioni MEA. Ponticelli, periferia est di Napoli, fine anni ’80. Mario e Lello sono due amici che giocano nella stessa squadra di calciotto, il calcio a otto giocatori. Mario è un operaio metalmeccanico di 28 anni, sposato e con due figli. Lello fa il panettiere, vive con i genitori in una modesta casa e agli abitanti più bisognosi del quartiere dona il pane in eccesso. Mario si è rassegnato a un’esistenza piatta, Lello si concede il lusso di sperare in un domani migliore in un posto dove il degrado circostante non lo permetterebbe. Una sera i due amici, osservati da una luna splendente, stanno tornando a casa dopo aver festeggiato in pizzeria. Lello bacia Mario che, inorridito, lo allontana. Lello attraversa una crisi di identità e capisce di essere nato nel corpo sbagliato. L’amicizia con Eva, una transessuale che si guadagna da vivere prostituendosi, lo convince a intraprendere un percorso di transizione che lo porterà a diventare Lamù. Lamù, racconti di anime. Essere diversi in una Napoli ancora (e troppo) tradizionalista Edizioni MEA ha dato alle stampe Lamù, racconti di anime, il primo romanzo a quattro mani scritto da Antonio Portella e Tonino Scala, due personalità quanto mai diverse. Antonio, nato nel 1975, lavora da sempre nel mondo dello spettacolo e dopo una lunga militanza nella televisione giunge al cinema nel 2016 con Felicissime Condoglianze, tratto proprio da un soggetto di Tonino Scala. Quest’ultimo, originario della città tedesca di Krefeld, è il fondatore della testata Sinistra e Mezzogiorno e all’attività di scrittore e giornalista affianca quella politica, come dimostra la sua elezione a Presidente della Commissione Speciale Regionale Anticamorra nel 2005. Lamù, racconti di anime è un romanzo che ruota attorno a un’unica orbita, come anticipa anche la prefazione di Massimiliano Gallo: quella dell’amore. Lello/Lamù intraprende un percorso di trasformazione fisica e psicologica per farsi accettare da Mario. Per fare ciò non esita a sottoporsi anche a cure discutibili, nobilitate dal forte sentimento che prova. È un percorso doloroso ed emotivo sullo sfondo di una Napoli ancorata alle fin troppo robuste radici di un bigottismo incarnato nei genitori di Lello, in particolare il padre Gerardo. Ma è anche una Napoli dilaniata dalla crisi della classe operaia e dalla rassegnata monotonia in cui vivono gli abitanti delle periferie che nelle gesta di Maradona e nelle canzoni di Pino Daniele trovano quei pochi spiragli di luce concessi loro. Il tutto sotto lo sguardo dell’onnipresente luna, che illumina i punti più salienti della storia e ne è la neutrale spettatrice. Lamù, racconti di anime alterna crudo realismo a momenti di dolce poesia per parlare di un argomento che ancora oggi è considerato tabù dalle persone che si reputano tolleranti: quella diversità di genere che tanto spaventa, ma che non andrebbe mai giudicata. Immagine in evidenza: Edizioni MEA

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Libri

Marotta e Cafiero pubblica Guns di Stephen King

Intervista a Rosario Esposito La Rossa, fondatore della casa editrice Marotta e Cafiero che a maggio pubblicherà Guns di Stephen King. È di alcuni giorni fa la notizia della pubblicazione del saggio del 2014 di Stephen King Guns da parte di Marottae Cafiero, casa editrice napoletana fondata da Rosario Esposito La Rossa e situata nel quartiere di Scampia. Un importante traguardo per una realtà piccola e indipendente come questa che dal 1959, come si legge anche sul sito ufficiale, “spaccia libri” per diffondere cultura. Raffaele La Capria, Ernesto Che Guevara e il premio Nobel Günter Grass sono solo alcuni dei nomi illustri pubblicati da questa casa editrice, a cui va ad aggiungersi un autore che non ha bisogno di presentazioni come Stephen King. 500milioni di copie vendute in tutto il mondo e padre di romanzi horror e fantastici quali It, The Shining e Il Miglio Verde, divenuti celebri grazie anche alle loro trasposizioni cinematografiche, il “maestro del brivido” ha reso disponibile su internet il breve saggio Guns. Si tratta di un pamphlet lungo venticinque pagine contro l’uso delle armi, purtroppo causa principale di morte negli States. Non a caso King ha sentito la necessità di scrivere il testo in seguito alla strage avvenuta nel 2012 all’interno della Sandy Hook Elementary School del Connecticut, dove persero la vita 20 bambini. Dopo una lunga trattativa, Rosario è riuscito ad aggiudicarsi la traduzione e la pubblicazione del testo venendo contattato addirittura dall’agente di Stephen King e sapere che un saggio contro la violenza armata verrà pubblicato da una casa editrice situata in un luogo dove le armi e gli omicidi sono una triste costante, significa molto. Abbiamo avuto modo di scambiare due chiacchere con Rosario Esposito La Rossa in occasione di questo lieto evento e lo ringraziamo in anticipo per averci dedicato parte del suo tempo. Marotta e Cafiero pubblica Guns di Stephen King. Intervista a Rosario Esposito La Rossa Aggiudicarsi il manoscritto di un autore di fama mondiale come Stephen King deve essere stato un grande onore. Quali sensazioni hai provato? È stata una bellissima sensazione, un ciclone per una piccola casa indipendente come la nostra. Il saggio di Stephen King si intitola “Guns” e forse è giusto che a curarne la traduzione e la pubblicazione sia una casa editrice situata in quartiere  difficile come quello di Scampia. Sei d’accordo? Il nostro obiettivo era portare un testo che avesse a che fare con noi, con una realtà difficile dove circolano le armi e ci siamo riusciti. Restando sempre sulla questione delle armi, tema di questo saggio, quanta attinenza c’è con quel che accade nei quartieri più degradati di Napoli e negli Stati Uniti dove, a differenza di quanto accade nel nostro paese, la Costituzione permette il possesso di un porto d’armi? Le differenze, ovviamente, ci sono. Qua le armi circolano illegalmente. La pubblicazione di questo saggio è importante per i ragazzi, in modo da contrastare la criminalità. Ecco perché in futuro mi piacerebbe riuscire a portare questo testo all’interno delle scuole. A questo punto […]

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Culturalmente

La Zattera della Medusa, analisi del dipinto di Géricault

Analisi de La zattera della Medusa, celebre dipinto del pittore francese Théodore Géricault risalente al 1818-1819 Théodore Géricault nacque nel 1791 da una famiglia di stampo borghese che gli permise di avere un’ottima formazione. Ebbe la possibilità di studiare presso gli studi pittorici di Carle Vernet e Pierre-Narcisse Guérin e di completare gli studi presso l’Accademia di Belle Arti di Parigi. Nel 1812 espone al Salon del Louvre la sua prima opera, Ufficiale dei cavalleggeri della Guardia imperiale alla carica. Fin da subito Géricault mette in chiaro la missione che caratterizza la propria arte: la riproduzione sì della storia a lui contemporanea, soprattutto le guerre napoleoniche, come facevano i suoi colleghi, ma concentrandosi su quelli che sono i personaggi secondari: da soldati semplici a ufficiali sconosciuti, figure i cui nomi si sono persi nella matassa della storia e le cui azioni hanno contributo al successo o meno di determinate imprese. Al 1816 risale il suo viaggio in Italia dove studiò le sculture di Michelangelo, i dipinti di Raffaello Sanzio e quelli di Caravaggio. Altre famosissime opere di Géricault sono la serie delle monomanie (o “degli alienati”, 1822-23), ritratti a mezzobusto di persone affette da disturbi psichici relativi a un comportamento ossessivo che sfocia nella follia. Il pittore era molto interessato a questo tema, come dimostra il fatto che si concentra sulle espressioni facciali di questi uomini e donne, forse pazienti di un manicomio, in un periodo in cui la medicina inizia a interessarsi alla cura dei disturbi della mente. L’opera che però viene associata automaticamente all’artista è La Zattera della Medusa, realizzata tra il 1818 e il 1819 ed esposta al Louvre. La genesi dell’opera è legata a un fatto di cronaca che all’epoca suscitò molta impressione: il naufragio della fregata La Méduse. La Zattera della Medusa, antefatto Nel giugno del 1816 La Méduse partì da Rochefort in direzione di Saint-Louis, sulle coste del Senegal. Capo della spedizione era Hugues Duroy de Chaumareys, un capitano con poca esperienza nei viaggi marittimi. Il 2 luglio del 1816 la fregata si incagliò su un banco di sabbia a 160 chilometri di distanza al largo della Mauritania. A nulla servirono i tentativi di discagliare l’imbarcazione e il 5 luglio una parte dell’equipaggio si imbarcò sulle sei scialuppe di salvataggio. Per i restanti 150 passeggeri fu costruita una zattera che venne trainata dalle scialuppe sotto la guida di Chaumareys. La zattera iniziò ad affondare per il peso degli uomini e la cima che la teneva legata alle altre navi crollò. Iniziò così un’odissea lunga 13 giorni: nella sola prima giornata morirono 20 persone (alcune si suicidarono) e dalla nona iniziarono a registrarsi episodi di cannibalismo. Questo terribile incubo si concluse il 13 luglio quando i dieci superstiti furono soccorsi da un battello. Cinque di loro morirono durante la notte. I giornali dell’epoca dedicarono ampio spazio all’episodio che, come è facile immaginare, suscitò enorme scandalo in patria. Il capitano Chaumareys venne processato per aver abbandonato a morte sicura i componenti dell’imbarcazione e fu condannato a […]

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Food

Spice Caliente. Recensione forno elettrico per pizza

Recensione del forno elettrico per pizza Spice Caliente L’anno che ci siamo lasciati alle spalle è stato difficile, ma ha avuto anche i suoi risvolti positivi. Il lockdown ha aumentato il tempo a disposizione per dedicarci alla cucina e molti di noi si sono cimentati nell’impastare e preparare pizze, le cui foto hanno invaso i più importanti social network per molti mesi. Riprodurre però gli stessi sapori e la stessa consistenza delle pizze tipiche di una pizzeria non è un’operazione scontata, dati i limiti dei forni casalinghi che presentano una struttura diversa dai quelli che si trovano nelle cucine di ogni pizzeria. Giungono così in nostro aiuto dei validi sostituti come il Forno pizza spice Caliente, prodotto dall’azienda Spice Electronics. Spice Caliente. Descrizione del prodotto Fin dalla sua fondazione nel 2014, Spice Electronics si è distinta nel proporre prodotti per la cucina di alta qualità e a basso costo, con un occhio di riguardo anche all’ambiente usando materiali biodegradabili: portapranzo, borracce, essiccatori per gli alimenti, affettatrici, scaldavivande e forni elettrici per preparare pizze hanno conferito a questo marchio giovane un ruolo di prestigio all’interno del settore. Spice Caliente incontrerà i favori di tutti coloro che amano preparare pizze in casa. Questo piccolo forno dal colore rosso accesso è costituito da un piano di cottura dal diametro di 32 centimetri e realizzato in pietra refrattaria, la stessa con cui sono costruiti i forni delle pizzerie e che, allo stesso modo, assorbe l’umidità rendendo la pizza fragrante. Questo risultato che si può ottenere in soli cinque minuti (tre, nel caso di pizze surgelate). Il forno elettrico Spice Caliente è adatto per cuocere molti altri alimenti come carne, panini, piadine, castagne, toast, torte salate e calzoni. È inoltre dotato di un termostato utile per regolare la temperatura (fino a 400 gradi) e ha una potenza pari a 1200 watt. I materiali con cui il forno è realizzato fanno sì che non vengano rilasciati fumo o cattivi odori e, rispetto a quello casalingo, il consumo di corrente è ridotto al minimo. La sua struttura in acciaio inox lo rende un prodotto resistente anche agli urti più pesanti. L’acquisto di Spice Caliente è quindi consigliato a tutti gli amanti dei prodotti genuini e fatti con le proprie mani. Il vantaggio di poter avere nelle proprie case un forno elettrico capace di cuocere pizze come nelle più rinomate pizzerie costituisce un valido motivo per l’acquisto. Il prezzo si aggira sugli 82 euro, ma se si vuole acquistare il forno con un set di due palette di alluminio e un libro di ricette la spesa si aggira attorno ai 92 euro. Inoltre, qualora il prodotto dovesse risultare difettoso o danneggiato, Spice Electronics offre una garanzia diretta a domicilio di 48 ore che prevede la sostituzione dei pezzi difettosi. Se anche voi volete stupire i vostri amici o i vostri familiari preparando una pizza come sanno fare i veri pizzaioli, non bastano solo acqua, farina e lievito. Vi serve anche il forno Spice Caliente, se volete fare un […]

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Libri

Maria Bolignano: Profumo comico di donna | Recensione

Recensione di Profumo comico di donna, la prima raccolta di racconti dell’attrice napoletana Maria Bolignano. In un anno particolare e difficile come è stato questo 2020 oramai prossimo alla fine, il tempo a disposizione per dedicarsi ad attività utili a staccare momentaneamente con una realtà ogni giorno dolorosa e drammatica si è dilatato. Ma tra una pizza impastata in casa e una videochiamata con i parenti che abitano in un’altra città è aumentato anche il tempo a disposizione per leggere e, soprattutto, per scrivere. Lo sa bene Maria Bolignano, attrice di cinema e teatro nota al pubblico per le sue apparizioni nella serie televisiva I bastardi di Pizzofalcone e nello show Made in Sud, che per Edizioni MEA ha pubblicato la sua prima raccolta di racconti umoristici: Profumo comico di donna. Profumo comico di donna di Maria Bolignano: racconti femminili di una Napoli vivace A presentare questo piccolo volume di racconti è Maurizio Casagrande, attore, regista e amico stretto dell’autrice che nell’introduzione ci offre un assaggio di ciò che si andrà a leggere. Come è facile immaginare, grazie anche a un titolo che più esplicito non si può, i nove racconti vedono protagoniste donne diversissime tra di loro, ma tutte accomunate dal possedere l’immancabile ironia e la leggerezza che caratterizzano il popolo partenopeo. C’è chi si sporge sul cornicione del proprio palazzo sperando, con la scusa di farla finita e con la complicità di una coincidenza di date, di riuscire a trovare finalmente l’anima gemella, chi riappare nelle vesti di spettro per ammonire il proprio nipote cresciuto a pane e tagli di carne, chi addirittura giunge a dialogare letteralmente con le parti del proprio corpo che, a loro volta, si esprimono in dialetto romanesco. Nella raccolta di Maria Bolignano c’è spazio per tutto e per tutti, anche per un pezzo di stand up comedy che l’autrice ha scritto a quattro mani con l’attrice e regista teatrale Fabiana Fazio dal titolo Gli uomini però sanno anche parcheggiare. Il punto di forza di Profumo comico di donna è senza dubbio lo stile, che ricalca una lingua priva di superflui ornamenti e piena di vita. In ogni pagina sembra di sentire le voci di queste donne e della loro femminilità, mascherata da un concentrato di ironia sui generis. Maria Bolignano non ci pensa due volte ad essere schietta e sincera, con trovate e battute comiche che riescono a strappare una risata anche al lettore più serio e composto. Il libro perfetto se si vuole trascorrere un’ora al giorno sorridendo, anche per staccare momentaneamente dalle sconfortanti notizie che oramai, data la situazione attuale, sono all’ordine del giorno. Immagine in evidenza: Edizioni MEA

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Musica

Rock anni ’90. Viaggio tra le band più famose del decennio

Alla scoperta del rock anni ’90 con band e generi che hanno segnato la storia della musica e l’immaginario di tanti giovani di allora. Il rock, con la sua lunghissima storia, negli anni ’90 non aveva ancora esaurito gli argomenti a sua disposizione. I maggiori gruppi di questi anni affilano chitarre, percussioni e batterie per divenire la voce di tutti quei giovani che nelle rassicuranti e spensierate melodie di Britney Spears e dei Backstreet Boys non trovano risposte allo svuotamento dei loro ideali e delle loro certezze. La conseguenza è la nascita di tanti nuovi generi che hanno lasciato un’orma indelebile nel terreno della musica e che ancora oggi provocano magoni in chi ha vissuto la propria adolescenza nei gloriosi anni del Gameboy, dei pantaloni a zampa di elefante e dei walkman con le musicassette il cui nastro veniva continuamente consumato e che, di lì a poco, avrebbero dovuto lasciare spazio ai lettori CD. Partiamo allora per questo viaggio nelle estese lande del rock anni ’90, consci che quanto segue non è un esauriente catalogo di tutti i generi e di tutte le band del decennio. Ma speriamo comunque di riuscire a far riaffiorare, a qualche lettore, elegiaci ricordi della propria adolescenza o infanzia. Rock anni ’90. Il grunge Tra i generi più importanti del rock di quegli anni c’è il grunge, nato a Seattle sul finire degli anni ’80. Il nome deriva da grungy, aggettivo gergale che significa “sporco” o “trasandato” e che ben identifica il look con cui si presentavano i gruppi sul palco: jeans strappati, scarpe da ginnastica e camice a quadri. Un abbigliamento sobrio e distante dagli sfarzi a cui gran parte delle rockstar erano abituate e che ben si accompagna alle melodie graffianti, violente e rabbiose e ai testi nichilisti e cupi. Padri del genere sono considerati i Nirvana, nati nei pressi di Washington, che con Nevermind raggiunsero il successo commerciale spodestando i più blasonati nomi del pop. Merito fu anche del frontman Kurt Cobain, un personaggio che incarnò gli umori di una gioventù svuotata nell’anima e priva di certezze. Emblematico è il leggendario concerto che i Nirvana tennero a New York nel 1993 per MTV Unplugged dove Kurt cantò le versioni acustiche di alcuni brani della band circondato da una scenografia profanamente sacra, fatta di candele e fiori. Quasi un sinistro presagio del suicidio che il cantante, oramai elevato ad icona, avrebbe compiuto l’anno successivo lasciando nello sgomento la moglie Courtney Love e miliardi di fan in tutto il mondo. A portare avanti in un certo modo l’eredità della band è stato Dave Grohl, ex batterista dei Nirvana, che nel 1994 fondò uno dei gruppi più amati e popolari degli anni ’90: i Foo Fighters. Invece a Seattle, nel 1987, si formano gli Alice in Chains, per volere del cantante Layne Staley e del chitarrista Jerry Cantrell. Le dure sonorità della band richiamano molto il metal mentre i testi dei brani sono introspettivi e spesso riguardano episodi personali della vita dei membri. Non mancano però le […]

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Cinema e Serie tv

Johnny Bravo, il macho mammone di Cartoon Network

«Ehi, Baby!». Questa è una delle tante frasi pronunciate da Johnny Bravo, il mitico protagonista di una serie animata degli anni ’90. Chi ha vissuto la propria infanzia negli anni ’90 non potrà dimenticarsi di un canale che, per un bambino che aveva la fortuna di avere un decoder satellitare, era il paradiso dell’animazione: Cartoon Network. Fondato nel 1992, si può considerare il primo canale dedicato interamente all’animazione dove, accanto ai classici cartoni di Braccio di Ferro, di  Tom e Jerry e dei Looney Tunes, venivano trasmesse anche serie animate originali prodotte dai Cartoon Network Studios come Mucca e Pollo, Leone il cane fifone, Ed,Edd and Eddy , Il laboratorio di Dexter e il protagonista di questo articolo: Johnny Bravo, creato dall’animatore Van Patrible nel 1997. Johnny Bravo, trama La serie ruota attorno al protagonista Johnny Bravo, un ragazzone che è il classico stereotipo del macho: alto, muscoloso e narcisista, con un enorme ciuffo biondo e gli occhiali da sole perennemente attaccati agli occhi. In ogni episodio il nostro eroe prova in ogni modo a conquistare il cuore delle ragazze che gli capitano a tiro, puntando sul solo (e presunto) fascino. Peccato che finisca per essere umiliato, venendo scaricato senza troppi complimenti! Inoltre, nonostante l’aria da duro, Johnny dimostra una personalità ingenua e infantile venendo sempre ingannato dal prossimo. Gli altri personaggi della serie sono sua madre (o “Mama”, come viene spesso chiamata dal protagonista), una donna materialista che pensa soltanto ai ritocchini estetici e che tratta il figlio come se fosse un bambino; Suzy, una bambina di sei anni molto intelligente che assilla e ricatta Johnny con richieste assurde; Carl, lo stereotipo del nerd in fissa con la scienza che crede di essere amico di Johnny e poi Pops, l’avido proprietario del bar frequentato dai personaggi. Nel corso di tutte e quattro le stagioni compaiono anche diverse star del calibro Michael Jordan, “Weird Al” Yankovic”, Luke Perry e Mick Jagger. Il macho bamboccione di Cartoon Network Oltre ad essere il simbolo di quella che è stata la golden era di Cartoon Network, Johhny Bravo è anche un cartone dall’umorismo irriverente e sopra le righe. A cominciare dal suo personaggio principale, un guascone che non perde mai occasione di pavoneggiarsi e di pronunciare autoelogiative frasi ad effetto ( e il merito va soprattutto al suo doppiatore, quella del compianto Sergio di Stefano), ma che nasconde una personalità del tutto opposta: rude, ignorante e paurosa, al punto da avere una dinamica del tutto sbagliata con la madre che non lo tratta come un uomo adulto, ma come un bambinone fin troppo cresciuto. Il tutto è condito da espedienti comici che possono sembrare addirittura troppo “maturi” per un cartone che è, in fin dei conti, è rivolto a un pubblico di giovanissimi. Due curiosità: la prima è che gli sceneggiatori di alcuni episodi di Johnny Bravo sono stati Seth MacFarlane e Butch Hartman. Questi nomi non vi dicono niente? Sono le stesse menti dietro altre due celebri serie animante: I Griffin e […]

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