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Eroica Fenice

Attualità

Radio Sovranista. La discutibile proposta della lega

Sono oramai passate due settimane dal festival di Sanremo, conclusosi con la discussa vittoria di Mahmood e con le ennesime polemiche sul televoto e sulla giuria. A quanto pare l’eco di quella serata e del conseguente vespaio scatenatosi si fa ancora sentire, dal momento che la Lega ha proposto un disegno di legge volto all’ideazione di una radio sovranista. Radio sovranista: cosa prevede il disegno di legge La proposta è stata avanzata da Alessandro Morelli, ex direttore di Radio Padania e attuale presidente della commissione Trasporti e telecomunicazioni della Camera il quale, intervistato da Adnkronos, ha affermato quanto segue: «La vittoria di Mahmood all’Ariston dimostra che grandi lobby e interessi politici hanno la meglio rispetto alla musica. Io preferisco aiutare gli artisti e i produttori del nostro paese attraverso gli strumenti che ho come parlamentare. Mi auguro infatti che questa proposta dia inizio a un confronto ampio sulla creatività e soprattutto sui nostri giovani». A tale proposito è sorta l’idea di una radio sovranista, la quale passa sotto il nome di quelle che sono le “disposizioni in materia di programmazione radiofonica della produzione musicale italiana”. Le stazioni radio avrebbero l’obbligo di passare il 33% di canzoni italiane (una su tre) durante la programmazione, riservando un 10% di questa agli artisti emergenti. Alle stazioni radio che non si adeguano alle norme sarebbero previsti 30 giorni di sospensione delle attività. La proposta di questa radio sovranista ha già incontrato il favore non soltanto dei politici, ma anche di alcuni cantanti. Su tutti primeggia Al bano il quale, rispetto a quanto previsto dal decreto, vorrebbe addirittura alzare l’asticella a «sette su dieci». La situazione delle radio italiane Le parole di Morelli sembrano però cadere dalle nuvole. Stando infatti all’indagine condotta da Il sole 24Ore sui dati di EarOne, nel 2018 la quantità di canzoni italiane passate dalle nostre radio sarebbero addirittura del 45%, una cifra un po’ più alta rispetto al tetto proposto dal presidente leghista. Un 25% sarebbe riservato al passaggio della musica Indie (indipendente) e sempre nel 2018 gli artisti che hanno raggiunto la vetta della top 100, la classica classifica dei migliori cento brani, per il 53% sono stati italiani. Pochi dati, ma sufficienti per comprendere come la proposta della radio sovranista faccia acqua da ogni parte. La musica ostaggio del potere Sarebbe inutile ricordare come la proposta della radio sovranista sia stata lanciata sulla scia dello scalpore e delle polemiche a sfondo politico sopraggiunte con la vittoria di Mahmood e sulla sua presunta nazionalità straniera (quando è fatto risaputo anche dalle pietre che è nonostante la nazionalità egiziana del padre, egli sia nato e vissuto in Italia per madre sarda). Inutile è anche ricordare il vergognoso crocevia di haters che hanno dato sfoggio della propria bile repressa con insulti razzisti al suo indirizzo, dimenticandosi che quell’Ermal Meta che vinse il festival del 2018 era di puro sangue albanese e che aveva cantato affianco all’italianissimo Fabrizio Moro. Ma sorvolando sulle luci e le ombre annuali di Sanremo la proposta della […]

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Culturalmente

Miti greci, i più celebri da conoscere

In greco il termine mythos indicava una narrazione sacra, che aveva lo scopo di spiegare l’origine di qualcosa e il perché avvenivano certi fenomeni naturali. I miti greci nascevano dall’esigenza dell’uomo di interrogarsi su questioni cruciali quando la filosofia e la scienza ancora non erano alla portata di tutti, per cui ci si affidava alla religione (il classico esempio dell’uomo che vede un fulmine colpire un albero e lo interpreta come un segno dell’ira di Zeus). Con il passare del tempo i miti greci hanno perso la loro originaria finalità e sono diventati dei racconti in senso stretto, se non addirittura materiale letterario. Omero, Apollonio Rodio, Platone e tanti altri autori non sarebbero gli stessi se nelle loro opere non avessero fatto riferimento ai miti greci. A tale proposito, ecco una rassegna di alcuni miti greci famosi. Non ci limiteremo soltanto ad analizzare il loro significato, ma vedremo anche in che modo abbiano influenzato le varie branchie del sapere e poi abbiano ispirato gli artisti di ogni tempo. Miti greci, i più celebri Il mito di Aracne Una delle costanti quasi sempre presenti nei miti greci è la sfida alla divinità, come accade in questa storia. Si narra che a Lidi vivesse Aracne, una tessitrice talmente brava e abile che si vantava di poter superare in una gara di tessitura persino Atena. Infatti, oltre ad essere la dea della sapienza, la Pallade era anche la custode della tessitura. Ella assunse le sembianze di una vecchia e cercò di scongiurare la ragazza dall’ intraprendere una sfida impossibile e assurda. Aracne rispose che in realtà la dea era intimorita da lei e quest’ultima, irritata, si mostrò alla fanciulla e accettò di sfidarla. Le due contendenti tessero metri e metri di lana, ricamando l’una le storie degli dei e l’altra i loro amori. Atena dovette ammettere la superiorità di Aracne, ma non accettò la sconfitta: fece a pezzi la sua tela e la fanciulla, che aveva cercato di impiccarsi ad un albero per la disperazione, fu trasformata in un ragno. Ella fu così costretta a tessere per l’eternità e a dondolare sull’albero che aveva scelto come luogo della sua morte. Il mito, conosciuto anche da Virgilio e da Ovidio, ha avuto grande risonanza non soltanto nel mondo dell’arte e della letteratura (Dante cita Aracne nel XII canto del Purgatorio, tra gli esempi di superbia punita), ma anche nel mondo medico e scientifico: l’aracnofobia è infatti la patologia di cui soffre chi ha paura dei ragni. Narciso Un altro mito famoso citato da Ovidio nelle Metamorfosi è ovviamente quello di Narciso. Egli era un cacciatore di natali divini (figlio del dio fluviale Ceviso e della ninfa Liriope), il quale mostrò un atteggiamento di disprezzo ed indifferenza nei confronti dell’amore. Nella versione greca del mito, opera del grammatico Connone, Narciso era oggetto dell’interesse di molti ragazzi al punto che Aminia, uno di loro, si era talmente invaghito di lui che accettò di uccidersi con la spada datagli dallo stesso Narciso. Nelle Metamorfosi di Ovidio ad […]

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Musica

Finale Sanremo 2019. Vince Mahmood tra mille polemiche

Siamo sopravvissuti a quattro serate di canzoni, interminabili e tediosi sketch comici, problemi tecnici di varia fattura e tanto altro, nonché a mancanze evidenti come quella del viso amichevole e pacioccone del maestro Beppe Vessicchio. Ora, tra noi e la libertà c’è solo un ultimo ostacolo da superare: la finale di Sanremo 2019. 6 ore di musica che con i duetti di Baglioni diverranno 12, nuovi sketch di dubbio gusto che metteranno alla prova la nostra pazienza e le nostre palpebre e un’attesa interminabile per scoprire chi sarà il vincitore che all’Eurovision song contest di Israele sarà il portabandiera del nostro paese il prossimo maggio. Una prova ardua che solo i più tenaci e coraggiosi possono affrontare e che, se superata, si dice che dia un enorme prestigio e rispetto da parte dei comuni mortali che devono invece sottostare ai loro limiti. Previously, on Sanremo 2019 Ma prima di buttarci a capofitto nella finale di Sanremo 2019, facciamo un breve riassunto della penultima serata riservata ai duetti. Quasi nessuno è in disaccordo sull’affermare che quella di venerdì è stata la serata più godibile del festival. C’è chi con i duetti ha rimarcato la propria indiscutibile perfezione: è il caso di Daniele Silvestri e Rancore, che grazie a Manuel Agnelli hanno conferito una tonalità ancora più dura alla loro Argento vivo, così come Ermal Meta è riuscito a rendere ancor più intensa Abbi cura di me di Simone Cristicchi  ricambiando il favore all’amico il quale, l’anno scorso, aveva duettato assieme a lui e Fabrizio Moro. Alcuni duetti hanno migliorato un prodotto non molto convincente se preso singolarmente, come ha fatto Brunori Sas con L’amore è una dittatura dei The Zen Circus o Diodato e i Calibro 35 con Rose viola di Ghemon. Altri sono soltanto poco convincenti e basta: ci riferiamo soprattutto ad Anna Tatangelo e Syria, al trittico Federica Carta – Shade – Cristina d’Avena, al contrasto tra la pacatezza di Ultimo e l’urlo graffiante di Fabrizio Moro e al siparietto messo su da Morgan e Achille Lauro. A fine serata si è poi ripresentata quella che, assieme ai fiori, è la tradizione immancabile del festival: i fischi del pubblico, non appena Motta e Nada hanno vinto il premio per il miglior duetto per Dov’è l’Italia. L’inciviltà del gesto si commenta da sola. Ospiti della quarta serata sono stati Anastasio, rapper vincitore dell’ultima edizione di X Factor chiamato per condire un monologo di Claudio Bisio incentrato sui giovani d’oggi e scritto da Michele Serra. Meglio Ligabue il quale, anche se non riesce a capire che i tempi di Fuori come va e Buon compleanno Elvis sono belli che passati, dà il meglio di sé presentando il nuovo singolo Luci americane per poi scatenare il pubblico con la celeberrima Tra palco e realtà. Tutto molto bello, se solo Bisio non l’avesse messo in ridicolo con una gag inutile e Baglioni non l’avesse costretto a rovinare Dio è morto di Francesco Guccini. Finale Sanremo 2019: prima parte Eccoci qui, amici nottambuli, l’ora […]

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Culturalmente

Componimenti lussuriosi. Cinque che devi leggere

Ogni letteratura mondiale possiede una tradizione di poesie d’amore. Alla donna amata i poeti hanno dedicato le parole più dolci e appassionate, spesso toccando le sfere del misticismo e della sacralità. Ma non è raro leggere anche versi più spinti, concentrati sulla carnalità e sul possesso fisico della donna che si leggono nei componimenti lussuriosi. In questo articolo abbiamo raccolto cinque componimenti lussuriosi che dovreste assolutamente leggere. Tenete a freno i vostri istinti più bassi e buona lettura! AVVERTENZA: Il contenuto dell’articolo potrebbe urtare la vostra sensibilità. Componimenti lussuriosi, le nostre scelte Schiava d’amore – Saffo Tremori inebrianti assalgono membra ossessionate. Dall’inferno paradisiaci influssi ungono insaziabili orgasmi, varando il talamo. Taci ora! Rovesciami, inginocchiati Oltraggiami! La storia di Saffo, poetessa greca originaria dell’isola di Lesbo, è nota anche a chi non ha intrapreso studi umanistici. Ella era nota per aver fondato un tiaso, un luogo di devozione alla dea Afrodite, dove si riunivano delle ragazze che si esercitavano nel canto, nella musica e nella poesia. La leggenda vuole che Saffo fosse innamorata di una di loro, cosa assolutamente normale in un mondo come la Grecia classica in cui l’amore omosessuale era ben accetto rispetto a quanto avviene nella società odierna, e che le avesse dedicato un numero indefinito di versi. Uno di questi componimenti lussuriosi è il sonetto che abbiamo riportato sopra, che ben delinea la carica erotica della poetessa. Viene descritto, con un realismo incredibile, il momento in cui Saffo si congiunge sessualmente con la propria amante fino a raggiungere l’orgasmo. Nient’altro da aggiungere, le parole del sonetto bastano e avanzano per descrivere la scena. Dialogo tra omo e donna che fotte – Giorgio Baffo Dame la Mona. Oh! Dìo, zà vegno dentro, zà me par de morir, debotto sboro, che dolcezza in sborar,che gran contento, questa è la volta che sborrando moro. Felice mi ghe digo a sto momento, tenir el Cazzo in Potta al mio tesoro, ma oh! Dìo che sboro ancora, e za me sento morir dal gran piacer: Mona t’adoro. Ma zà el cazzo me tira:oh! Dio no posso… vegno dentro, oh! che gusto ,oh! che sollazzo. Dame le tette, Za te son addosso. Tiote quel che ti vuol, no me n’impazzo pur che ti spenzi quel to Osello grosso. Sì, Cara, zà ho sbora’ con tutto el Cazzo Un salto di molti anni ci porta dritti nel ‘700, con uno dei poeti più originali per quanto riguarda i componimenti lussuriosi: Giorgio Baffo. Nato a Venezia nel 1694 e morto nel 1768, il signor Baffo ebbe una prestigiosa carriera politica che lo portò a ricoprire vari incarichi per la repubblica della città. Egli tuttavia amava dilettarsi nel comporre poesie in dialetto veneto, senza mai però pubblicarle. Solo nel 1771 fu pubblicata un’edizione postuma delle sue Poesie. I componimenti lussuriosi spaziano per generi e tematiche: la riflessione filosofica, la denuncia contro la corruzione della città e le frecciatine al clero. Ma Giorgio Baffo è noto soprattutto per i suoi sonetti licenziosi ed erotici, motivo per cui […]

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Culturalmente

Racconti piccanti, quattro da leggere assolutamente

Nella storia della letteratura esistono cassetti che in pochi hanno il coraggio di aprire e che in molti tengono chiusi a chiave. Uno di questi è quello più controverso e malizioso: il cassetto dei racconti piccanti. Storie licenziose, spinte, piccanti e lussuriose, osteggiate a lungo dal buoncostume e dal moralismo di preti, politici o semplici moralisti sostenitori di un’idea di società basata sulla pudicizia e sulla castità. Ma nessuna restrizione potrà impedire ai racconti piccanti di passare sotto gli occhi del lettore più curioso: racconti che in prevalenza sono comici ed irrisori, poiché quelli che sono conosciuti come i “piaceri della carne” danno sempre vita a storie grottesche e paradossali. Ma ora basta perdersi in inutili ciance (sarebbe meglio dire: “saltiamo i preliminari”) e immergiamoci tra i racconti piccanti più belli e divertenti di tutti i tempi. Racconti piccanti, le nostre scelte La canzone del gatto rosso – Guglielmo IX A dare inizio alle danze è quello che in realtà non è neanche un racconto, ma un componimento poetico: La canzone del gatto rosso, di Guglielmo IX d’Acquitania. Capostipite della lirica trobadorica, Guglielmo IX nei suoi componimenti ha fornito ai poeti provenzali tutto quel repertorio di codici e tematiche che faranno grande la loro poesia. Il conte di Poiters non ebbe però rapporti idilliaci con la chiesa, dato che ricevette due scomuniche ed era dedito ai piaceri carnali. Lo dimostra proprio questa canzone in cui Guglielmo si finge un pellegrino e si reca in Alvernia dove viene ospitato da Agnese ed Ermessenda, mogli di tali “Don Guarino” e “Don Bernardo”, che lo ospitano nella loro dimora. Il poeta si finge muto e viene rifocillato a dovere, ma le due donne vogliono verificare che la sua mutezza sia vera e fanno entrare in scena il loro gatto domestico: un micione grosso, brutto e cattivo che viene buttato sulla schiena nuda del povero Guglielmo, graffiandolo a più non posso. Ma il nostro eroe riesce a non farsi scappare nemmeno un grido e le donne decidono di premiarlo concedendosi a lui. Tanto le fottei come ora sentirete:/centottantotto volte,/per poco non mi ruppi le cinghia/e anche l’arnese […]. Il trionfante Guglielmo si gode un po’ di passione con le due amanti, approfittandone anche per vantarsi con i suoi amici e con i suoi lettori in un procedimento retorico che nella lirica trobadorica è conosciuto con il nome di gap (vanteria). Il ritratto perfetto di un personaggio irriverente e dotato, di certo l’ideale antenato del Rocco Siffredi nazionale. La Badessa e le brache del prete – Giovanni Boccaccio Già vedo le vostre facce appena leggerete la parola Decameron. Il titolo del capolavoro della novellistica italiana vi farà pensare alle noiose ore di letteratura italiana trascorse a scuola dove la vostra professoressa, più annoiata di voi, spiegava le novelle tra le più celebri: Griselda, Elisabetta da Messina, Andreuccio da Perugia, Federico degli Alberighi e il suo falcone. Ma se leggeste l’opera di Boccaccio oltre l’obbligo scolastico scoprireste un mondo di storie piccanti tra triangoli, mogli che cornificano […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Open mic con Daniele Fabbri al Kestè

Sabato 26 gennaio si è tenuto al Kestè L’Open mic con Daniele Fabbri, terzo e ultimo spettacolo di stand up comedy del mese. Ad aprire la serata e a fare da presentatore è stato Mauro Kelevra, comico romano che ha portato con sé la vivacità del vernacolo interagendo e scherzando con il pubblico nel pieno spirito della comicità stand up. Nel mezzo della serata Kelevera ha interpretato un monologo riguardante il rapporto con la madre, concentrandosi in particolare sul periodo in cui ella ha sofferto di un tumore che però ha affrontato con una certa ironia. «A mì madre erano stati dati tre mesi de’ vita per via del tumore e io, senza parlare, ho pensato – “mo’ divento ricco!”. Allora mia madre mi fissa e fa: – Te piacerebbe! Mo lo pigli ner c**o!». Open mic con Daniele Fabbri, la serata Ampio spazio è stato dato anche agli altri quattro comici che sono saliti sul palco. Il primo è stato Dylan Selina, il quale si è lanciato in un monologo infarcito di satira politica che spazia dalla marcia contro la camorra ad Afragola alle teorie del complotto. Giunge poi il turno di Adriano Sacchettini, che invece si è concentrato su un tema di estrema importanza e complessità: «la pucchiacca», termine napoletano che sta ad indicare gli organi femminili. Un monologo incentrato ampiamente sul sesso e sui rapporti d’amore nell’epoca dei social e qui Sacchettini, attingendo dalla propria esperienza personale, narra delle sue esperienze su Tinder e su come sul suddetto sito riceva sempre le attenzioni dei transessuali. Gina Luongo, uno dei nomi più presenti agli open mic organizzati dal Kesté (è stata presente anche allo spettacolo del 12 gennaio), ha raccontato una storia di stalking di cui è stata protagonista. L’ottica della stand up comedy mescolata all’ironia tipicamente napoletana le ha permesso di analizzare un tema delicato come questo, tanto da arrivare addirittura a “sfruttare” il proprio tormentatore affidandogli delle faccende da sbrigare (da salire le buste della spesa fino al quarto piano a scendere dei mobili con la scusa di andare a vedere Gomorra a casa di lei). Uno dei monologhi più divertenti della serata, dove Gina ha dichiarato di ammirare gli uomini muscolosi perché «Uà, sai quante buste ‘rà spesa putesse purtà!» L’open mic è poi proseguito con Flavio Verdino, il cui monologo è iniziato con un’analisi sul problema delle emorroidi per poi sconfinare in quello della tossicodipendenza. Il tutto è stato trattato con la dovuta scanzonatura e l’immancabile leggerezza, complice anche il fatto che la sua ragazza e suo fratello erano presenti tra il pubblico. L’ultimo a esibirisi è stato Daniele Fabbri, che già abbiamo avuto modo di intervistare in occasione dello spettacolo Fascisti su Tinder che si terrà questa sera al Teatro nuovo di Napoli. Il comico romano ha ricordato il suo passato da chierichetto, ha parlato dell’educazione rigidamente cattolica ricevuta in famiglia e di come si sia allontanato da quel mondo mettendone in discussione in dogmi. In particolare ha discusso (e fatto discutere il pubblico) molto sul […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Amos’ World (episode three) di Cecile Evans al Madre

Al Madre, museo di arte contemporanea di Largo Donnaregina, è stato proiettato in anteprima il terzo episodio di Amos’ World, il progetto dell’artista belga-americana Cecile B. Evans. Il museo Madre ha il privilegio di essere l’unica sede italiana che dal 20 gennaio fino al 1 marzo ospiterà il terzo e ultimo episodio del progetto Amos’ World di Cecile B. Evans con la partnership culturale di Nicoletta Fiorucci e della sua Fiorucci Art trust. L’anteprima stampa del giorno 19 gennaio è stata presieduta dal direttore del museo Andrea Villani, il quale ha voluto sottolineare come Amos’ World sia nato nell’ambito di Madre per il sociale, un workshop che ha visto il suo primo capitolo nel luglio dello scorso anno all’interno delle Vele di Scampia, che compaiono anche nel filmato. Lì è stato allestito un laboratorio comprendente bambini di età dai 4 agli 11 anni in cui si è riflettuto sull’esistenza di valide alternative alla demolizione degli edifici in cui abitano. La Evans, legata molto a Napoli e giunta alla sua terza visita nella città, ha potuto così riflettere assieme ai giovanissimi volontari sul concetto di “casa” come luogo di esperienza individuale e come allegoria di possibili modalità di condivisione. La trilogia di Amos’ World La trilogia di Amos’ World è concepita come una fiction TV ambientata in un complesso residenziale ideato da Amos, l’architetto protagonista che si rifà ai progetti di Le Corbusier mirati a creare una soluzione abitativa per gli individui e la moderna società capitalistica, salvo poi rivelarsi fallimentari nell’andare incontro alle esigenze delle specifiche realtà e di chi vi abitava. Gli edifici diventano così un simbolo delle relazioni umane ai tempi dell’epoca delle comunicazioni digitali e dei network che hanno riedificato il modo di esprimere le emozioni. Il terzo episodio racconta della frattura che si innesta in questi edifici, da intendere come un invito ad accogliere e capire le realtà multiple che li abitano: non ci troviamo quindi davanti ad una distruzione totale, ma ad una apertura. Durante la conferenza stampa l’artista ha invitato a porsi delle domande sulla natura di questo “finale di serie”, che può essere sia negativo che positivo. Amos’ World viene ospitato all’interno di una grande sala al piano terra del Madre, uno spazio aperto nel centro si trova un enorme schermo dove viene proiettato il film, con al lato due piccoli televisori in cui scorrono i sottotitoli in italiano. Nella sala sono presenti anche dieci cubi scultorei detti Erratis dove è possibile sedersi per visionare l’opera che prevede sia una visione collettiva, come se fosse uno spettacolo filmico vero e proprio, sia indossando delle cuffie che permettono una visione individuale e interna. Fonte immagine: http://www.madrenapoli.it/mostre/cecile-b-evans/

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Teatro

Daniele Fabbri, intervista all’autore di “Fascisti su Tinder”

Il 26 gennaio il comico Daniele Fabbri presenzierà al Kesté di Napoli in occasione di un open mic in cui si esibiranno alcuni giovani rappresentanti dello stand up comedy campano. Sarà anche l’occasione per presentare il suo spettacolo Fascisti su Tinder, che andrà in scena il 27 dello stesso mese al Teatro nuovo. Abbiamo posto a Daniele Fabbri alcune domande riguardanti il mondo dello stand up comedy e dell’impatto che questa forma di spettacolo ha nel nostro paese. A tu per tu con Daniele Fabbri Come ti sei avvicinato al mondo dello stand up comedy? E cosa ti ha colpito fin da subito? Mi sono avvicinato alla stand up senza nemmeno sapere cosa fosse: dopo aver fatto un paio d’anni di esperienze nel cabaret nostrano con alti e bassi, ho iniziato a scrivere monologhi con un altro stile, nato un po’ per istinto e un po’ perché mi piaceva il taglio delle battute anglofone che trovavo in alcuni libri e in alcune serie tv americane. Questo tipo di monologhi non funzionavano col pubblico del cabaret. La cosa mi scoraggiò molto e decisi di smettere di fare il comico. Dopo circa sei mesi di abbandono, scoprii per caso Bill Hicks e che quei monologhi non solo esistevano, ma erano una delle forme di comicità più diffuse nel mondo, e ho ricominciato. Un altro anno dopo, ho incontrato altri comici che facevano la mia stessa cosa, e così via. Ciò che amo della stand up è la possibilità di usare la forma di intrattenimento più essenziale e popolare, “le chiacchiere”, per parlare anche di cose di cui non si chiacchiera mai. Secondo te cosa distingue nettamente lo stand up comedy dalla commedia e dagli spettacoli comici tradizionali? La tendenza a svincolarsi dagli stereotipi. Sia chiaro, gli stereotipi non sono un male in sé, ma il riferirsi continuamente solo a questi ha reso i racconti dei comici tutti uguali. La stand up comedy ben fatta è quella che racconta le proprie storie personali, non che questo le debba rendere necessariamente drammatiche, ma semplicemente diverse e uniche. Io sono stato fidanzato 7 anni, e quella che tecnicamente era “mia suocera” era l’opposto dello stereotipo delle suocere, quindi io non parlo delle “suocere”, parlo di questa persona specifica. Il tuo stile risente di qualche influenza in particolare? In particolare no, ci sono tantissimi comici che mi piacciono molto e da ognuno di loro ho cercato di imparare qualcosa. E spesso mi attirano i lati più trascurati dei comici, per esempio, del già citato Bill Hicks tutti si concentrano sulle splendide idee dei suoi monologhi, io noto soprattutto che aveva una gestione della fisicità degna di un mimo, e che la usava per rendere “buffa” una routine dai contenuti controversi. Uno dei cardini della stand up comedy è quello di annullare la distanza tra chi sta sul palco e chi osserva seduto (la famosa “quarta parete”). Questo quanto influisce, tenendo conto anche del fatto che questo genere di spettacolo tocca temi che nella nostra società sono ancora […]

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Culturalmente

Mago Merlino, le storie e le leggende

La figura del Mago Merlino è tra le più famose del ciclo arturiano. Su questo personaggio sono state tramandate storie e leggende che hanno affascinato i lettori di ogni tempo. Alzi la mano chi non ha mai sentito parlare di Mago Merlino. Il suo nome, come molti sanno, è legata alla fama di re Artù e dei cavalieri della Tavola Rotonda, a tutto quell’insieme di leggende, narrazioni e poemi che in letteratura vengono riuniti sotto la categoria di ciclo bretone. Ma quali sono le sue origini? In che modo è riuscito a prevedere la fortuna di Artù e quale ruolo ha avuto nella storia del regno di Camelot, il più noto nella storia della Britannia letteraria? Mago Merlino, le fonti del personaggio Prima di tutto la figura di Merlino che ci è stata tramandata dal ciclo bretone è il risultato della commistione di due personaggi descritti nelle fonti medievali come Ambrosio Aureliano e Myrddin Wyllt (o “Merlino il Selvaggio”). Mentre il primo, stando a quanto scrive Gildas nel De excidio et conquestu Britanniae, era un condottiero britannico che guidò i suoi uomini alla vittoria contro i Sassoni nella battaglia del monte Badon (tra il 493 e il 503), il secondo fu descritto da Goffredo di Monmouth nella Vita Merlinii come un guerriero che uscì di senno dopo una battaglia e si ritirò a vivere nei boschi. L’unica cosa che ha in comune con il Merlino arturiano è il dono della chiaroveggenza. Il Mago Merlino di Goffredo di Monmouth Il primo autore a delineare il profilo di Mago Merlino fu proprio lo storico britannico Goffredo di Monmouth nella Historia Regum Britanniae (1136-1149). Qui si narra di come Vortigern, autoproclamatosi re dei Bretoni, si fosse rifugiato sul monte Erir in Galles allo scopo di far costruire un castello con cui potersi difendere dai Sassoni. Ma quando l’edificio era sul punto di essere ultimato, questi crollava all’improvviso al suolo. Consultatosi con i suoi indovini, Vortigern venne a sapere che l’unico modo per rendere stabili le fondamenta era quello di mescolarle con il sangue di un fanciullo nato senza padre. Manda così alcuni uomini nella cittadina di Carmarthen e qui vedono un bambino piangere perché alcuni suoi coetanei lo prendono in giro in quanto è orfano. Quel bambino Goffredo lo identifica con Merlinus, ovvero Merlino. Portato assieme alla madre al cospetto di Vortigern, Merlino dice al re che conosce il motivo per cui le fondamenta del castello non reggono. Viene così condotto al monte e chiede a Vortigern di far scavare il terreno ai suoi uomini. Così all’interno della terra viene trovato uno stagno con all’interno due draghi, uno bianco e uno rosso, che si uccidono a vicenda. Merlino spiega a Vortigern che si tratta di una visione: egli cadrà per mano o dei Sassoni o dei Britanni. Dopo poco tempo si presentano i fratelli di Vortigern: Uther e Aurelio, pronti a vendicarsi dell’usurpatore e dell’assassino di loro padre. E come previsto da Merlino, Vortigern morì nel suo castello dato alle fiamme dai due […]

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Cinema & Serie tv

Film anni ’90, sette pellicole da vedere

I film anni ’90 sono entrati nell’immaginario collettivo di ognuno di noi. Scopriamo insieme quali sono quelli da vedere. Negli ultimi decenni del XX secolo il cinema attraversa un periodo particolare. Sono anni in cui il supporto della pellicola vive gli ultimi anni e in cui si sperimentano le prime innovazioni del digitale. Inoltre un universo di generi e tematiche spazia nel cinema di questi decenni: thriller, film catastrofici, fantascienza, commedie romantiche, film d’impegno e sul disagio giovanile, film d’animazione il cui emblema è il rinascimento Disney e blockbuster che hanno segnato l’immaginario collettivo. Consci che non si tratta di un qualcosa di esaustivo, vi proponiamo una lista di film anni ’90 da vedere, rivedere e scoprire. Preparate i popcorn e accendete il videoregistratore, si parte! Film anni ’90, sette pellicole da vedere Il silenzio degli innocenti – Johnatan Demme Tratto dall’omonimo romanzo di Thomas Harris, Il silenzio degli innocenti è considerato uno dei più grandi thriller degli anni ’90. L’agente Clarice (Jodie Foster) viene incaricata dall’ FBI di catturare Buffalo Bill (Ted Levine), un serial killer che rapisce giovani donne per poi ucciderle e scuoiarle. Alle indagini partecipa anche Hannibal Lecter (Antony Hopkins), ex psichiatra detenuto in un carcere di massima sicurezza per via delle sue tendenze al cannibalismo. Clarice scoprirà che il dottor Lecter è un abile lettore dell’anima e scaverà nel passato più profondo della giovane agente per aiutarla a catturare il pericoloso serial killer, ma riaprendo anche dolorose ferite del passato. Quello che colpisce di più de Il silenzio degli innocenti è la continua tensione e l’atmosfera cupa che si respira, complici la fotografia di Tak Fujimoto e le musiche di Howard Shore. A dare il suo contributo ci pensa anche Antony Hopkins, che con la sua interpretazione ha contribuito a plasmare l’immagine oscura ed inquietante di Hannibal Lecter come la conosciamo oggi. Il film ha vinto cinque premi oscar per il miglior film, miglior regia, miglior attore ad Antony Hopkins, miglior attrice a Jodie Foster e migliore sceneggiatura a Ted Tally. «Uno che faceva un censimento una volta tentò di interrogarmi: mi mangiai il suo fegato con un bel piatto di fave e un buon Chianti» (Hannibal Lecter/Antony Hopkins) Mediterraneo – Gabriele Salvatores Il cinema italiano ha sempre sfornato capolavori di film e lo dimostra anche Mediterraneo, pellicola di Gabriele Salvatores che ha vinto l’oscar per il miglior film straniero nel 1992. Siamo nel 1942 e un gruppo di soldati italiani viene mandato su un’isola greca del mar Egeo per costruirvi un presidio militare. Il gruppo è formato dal sergente maggiore Nicola Lorusso (Diego Abatantuono), il tenente Raffaele Montini (Claudio Bigagli) e un gruppo di soldati tra cui spiccano Antonio Farina (Gisueppe Cederna) e Corrado Noventa (Claudio Bisio). In quel luogo destinato a scopi bellici, ben presto i soldati riscopriranno il contatto con la semplicità della vita lontano dai clamori della guerra. Mediterraneo è forse il miglior film anni ’90 italiano mai realizzato. Il messaggio di fondo è prettamente antimilitarista, ma quello che colpisce di […]

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Cinema & Serie tv

Commedie da vedere, le migliori 6 da non perdere

Commedie da vedere, quali non puoi proprio perdere? Nel corso della sua storia il cinema ha fatto della commedia uno dei suoi generi di punta. Che siano sottili armi per lanciare frecciatine ai potenti, lenti per filtrare i tabù e i pregiudizi della società, spietate parodie o basi per costruire storie leggere e godibili, le commedie garantiscono sempre punti di riflessione interessanti e, ovviamente, sane risate. Vediamo assieme quali sono le commedie cinematografiche più divertenti e che meritano almeno una visione. E no, state tranquilli, di cinepanettoni e di operazioni di marketing con protagonisti youtubers non ne vedrete nemmeno l’ombra. Commedie da vedere, le nostre scelte La guerra lampo dei fratelli Marx – Leo McCarrey (1933) Cominciamo così la nostra classifica delle migliori 6 commedie da vedere. Assieme a Charlie Chaplin, Buster Keaton e Stanlio e Ollio i fratelli Marx furono tra gli attori comici più amati ed apprezzati nel cinema americano degli anni ’20. Tra le tante commedie interpretate da loro segnaliamo La guerra lampo dei fratelli Marx, diretta da Leo McCarrey nel 1933. Lo staterello immaginario di Freedonia è governato da Rufus Firefly (Groucho Marx), il tipico dittatore esaltato e pomposo che per compiacere se stesso dichiara guerra al vicino stato di Sylvania. Nel tentativo di fermare i suoi folli propositi vengono inviate le spie Chicolini e Pinky (Chico e Harpo Marx). Le conseguenze, come è facile prevedere, saranno al limite dello stravagante e della pazzia. Il film rappresentò per i Marx un insuccesso al botteghino e in Italia la censura fascista vietò la sua distribuzione, ma con il passare del tempo la pellicola è stata rivalutata. Non ci vuole molto a capire che questa è una pellicola contro la guerra e soprattutto contro coloro che ne accendono i focolai. Basta guardare l’atteggiamento stupidamente orgoglioso di Groucho Marx che ricalca quello di un Mussolini, di un Hitler o di qualunque altro dittatore e uomo politico che usa le armi del patriottismo, della paura e della persuasione per creare nemici immaginari con il solo obiettivo di soddisfare la propria sete di potere. Condito da una serie di gag divertenti e memorabili (una su tutte, quella dello specchio), La guerra lampo dei fratelli Marx è una commedia da recuperare per l’eterna attualità del suo messaggio e per dimostrare che dei potenti di qualunque bandiera e di qualunque partito si può (e si deve) ridere. «Siamo nei pasticci, amici, correte a Freedonia: tre uomini e una donna sono bloccati in un palazzo. Mandate aiuto! Se non potete mandare aiuto, mandate altre due donne!» (Rufus Firefly/Groucho Marx) A qualcuno piace caldo – Billy Wilder (1959) Il cinema classico hollywoodiano deve la sua fama ai nomi di molte star, ma su tutte spicca sicuramente Marilyn Monroe. Nel 1959 il regista Billy Wilder la diresse in una delle sue più celebri commedie, A qualcuno piace caldo. Nella Chicago degli anni ’20 il sassofonista Joe (Tony Curtis) e il contrabbassista Jerry (Jack Lemmon) sono testimoni del massacro di San Valentino e per questo sono nel mirino […]

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Musica

Canzoni d’amore, le 7 da ascoltare

Se esiste un genere di canzoni che non invecchia mai è quello delle canzoni d’amore. Eredi ideali della grande tradizione della lirica trobadorica medievale, con il trascorrere del tempo e l’evoluzione della musica, qualunque cantautore e gruppo musicale possiede nel suo repertorio almeno una canzone dedicata alla donna amata Che siate romantici o meno, anche voi avrete dedicato una canzone d’amore alla vostra lei o al vostro lui, oppure nell’ascoltarle avrete viaggiato con la mente e vi siete immaginati mano nella mano con la vostra dolce metà. Ecco quindi una playlist di sette canzoni d’amore, da ascoltare e da far ascoltare alla persona di cui siete innamorati. Canzoni d’amore, le nostre sei scelte Tu non mi basti mai – Lucio Dalla Iniziamo con un pezzo dell’immortale Lucio Dalla, tratto dall’album Canzoni del 1996: Tu non mi basti mai. Protagonista indiscusso di questa canzone è il desiderio, la voglia di amare e di essere amati da qualcuna/o. Il cantante bolognese descrive il proprio amore nei confronti di una donna che forse non lo conosce nemmeno. Vorrei essere il vestito che porterai/il rossetto che userai/ vorrei sognarti come non ti ho sognato mai […] Vorrei essere l’uccello che accarezzerai/e dalle tue mani non volerei mai/vorrei esser la tomba quando morirai e dove abiterai. Il desiderio espresso da Dalla trova la sua immedesimazione nelle piccole cose della donna: ecco quindi che immagina di essere il suo rossetto e il motore della sua macchina e persino la tomba in cui verrà sepolta. Una devozione assoluta e sincera verso la propria lei traspare da questa canzone. I don’t want to miss a thing – Aerosmith Spostandoci sul versante rock troviamo una canzone che avrete ascoltato più e più volte, complice il fatto che è stata inserita anche all’interno dello spot di un famoso amaro. Ovviamente è I don’t want to miss a thing, degli Aerosmith. Steven Tyler, la voce della band, in questa vera e propria ballata descrive la paura di perdere tutte quelle cose che caratterizzano la donna che ama: i suoi occhi, il suo respiro, ma soprattutto i momenti di tenerezza passati assieme a lei. Da qui nasce la voglia di godersi quegli attimi fino in fondo, in quanto sa benissimo che non sono eterni e che non può permettersi di lasciarli andare: I don’t wanna miss one smile/ I don’t wanna miss one kiss/ Well, I just wanna be with you/ Right here with you, just like this. La canzone fa parte della colonna sonora del film del 1998 Armageddon, diretto da Michael Bay. Può stonare un po’ questo particolare, dal momento che il lungometraggio è un disaster movie che ricicla il sempreverde topos del meteorite che, diretto sulla terra, minaccia di distruggere la terra. Proprio per questo la canzone fu nominata ai Razzie awards di quell’anno nella categoria “peggior canzone”. Ma la sorte ha strizzato l’occhio a Tyler e soci e la canzone ha avuto un successo globale. Dimostrazione che anche in un film tutto muscoli ed esplosioni pirotecniche può esserci […]

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Musica

Canzoni di Natale, le 13 più belle di sempre

Ebbene sì, quel periodo dell’anno è arrivato di nuovo: Il Natale. La città è già addobbata di lucine, le vetrine dei negozi vengono abbellite con palle d’albero e pupazzoni di Babbo Natale e nell’aria aleggia lo spettro degli interminabili pranzi di natale con annessi parenti che nemmeno ci ricordavamo di avere. Ad allietare questi giorni di festa interminabili ci pensano le immancabili canzoni di Natale, che ci accompagnano per tutto dicembre. Escludendo le canzoni natalizie della tradizione e folkloristici, scopriamo quali sono le 13 ideali da ascoltare in questo periodo fatto di pandori, regali sotto l’albero e buoni propositi che non manterremo nemmeno per l’anno venturo. Canzoni di Natale, la top 5 Happy christmas (War it’s over) – John Lennon Musica di Natale? Cominciamo così la nostra carrellata di canzoni natalizie, con un classico che è Happy christmas (War it’s over), scritto da John Lennon e Yoko Ono nel 1972. In quell’anno gli USA sono impegnati nel conflitto in Vietnam e l’ex Beatles decide così di lanciare un messaggio di pace rivolto ad ogni popolo, esortandolo a mettere da parte i conflitti che li dividono. And so Happy Christmas, / for black and for white, / for yellow and red ones, / let’s stop all the fight.  Lennon parla al povero e al ricco, al nero e al bianco, augurando loro buon natale e rimarcando l’universalità di questo messaggio. Il messaggio di John Lennon è passato in sordina, ma è indubbio che Happy christmas sia entrata di diritto nel repertorio delle canzoni di natale più famose cantate ancora oggi, se pensiamo che qui da noi chiude sempre il tradizionale concerto di natale in Vaticano la sera della vigilia. Do they know it’s Christmas? – Band Aid È il 1984 e Bob Geldolf, voce dei Boomtown Rats, rimane colpito da un documentario della BBC riguardante la carestia che ha colpito l’Etiopia. Decide così di riunire il fior fiore dei cantanti e musicisti inglesi ed irlandesi del periodo allo scopo di raccogliere fondi per le popolazioni bisognose. Nasce così il progetto Band Aid e il brano Do they know it’s Christmas? Con il brano di John Lennon ha in comune il messaggio pacifista, con l’aggiunta però di un’esortazione rivolta agli ascoltatori di approfittare del periodo natalizio per mostrarsi generosi verso chi non ha niente. Lo si intuisce dal ritornello «Feed the world, let them know it’s Christmas time again». Il singolo ha avuto grande successo, tanto da restare in classifica per diverse settimane. Ma, nonostante la nobiltà del gesto e il contributo apportato da artisti come U2, Spandau Ballet, Phil Collins, Duran Duran e David Bowie, è facilmente intuibile che non basta il solo potere della musica per smuovere le coscienze. Malgrado ciò ancora oggi è possibile ascoltarla nel periodo delle festività, complici anche le nuove versioni cantante dalle diverse formazioni di Band Aid nel 1989, 2004 e 2014. All I want for Christmas is you – Mariah Carey E dopo due canzoni di natale all’insegna del pacifismo, cambiamo totalmente genere. La […]

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Cinema & Serie tv

Film bruttissimi. 5 pellicole che devi vedere

Il cinema trash, croce e delizia di ogni cinefilo onnivoro e di ogni spettatore occasionale, è l’anello di congiunzione tra il ridicolo e il capolavoro incompreso. Dentro questa categoria vengono raggruppati quei film bruttissimi girati con un budget basso, caratterizzati da una sceneggiatura banale e da una recitazione irrisoria. Ciononostante, questi film possono vantare una schiera di appassionati che, per burla o sincera devozione, ne hanno decretato il successo. Fatto questo preambolo, ecco a voi quelli che sono i cinque film bruttisimi più iconici della storia del cinema. Preparatevi psicologicamente, perché quello che state per vedere potrebbe seriamente mettere in dubbio la vostra sanità mentale. E ci riferiamo soprattutto a voi, cari cinefili puri e incalliti che non hanno altri registi all’infuori di Bergman, Tarkovskij e Antonioni. Sappiamo che, lontano da occhi indiscreti, vi abbandonate a questi guilty pleasuers di pellicole di seconda mano. Ma rilassatevi, qui siete tra amici. Film bruttissimi, le nostre scelte 1. Plan 9 from outer space – Ed Wood (1959) All’origine di tutto c’è un film ed un regista precisi, Plan 9 from outer space di Ed Wood girato nel lontano 1959. La stralunata trama vede protagonista una civiltà aliena che a bordo di alcuni UFO sparano delle onde elettromagnetiche sui cimiteri facendo resuscitare i morti, come segno di vendetta verso i governi terrestri che hanno rifiutato di mettersi in contatto con loro. A tentare di fermare questo folle piano ci penseranno un pilota d’aerei, un generale dell’esercito e un ufficiale di polizia, i quali dovranno anche affrontare un “temibile” armata di morti viventi costituita da tre malcapitati: un anziano vedovo, sua moglie e un ispettore morto mentre indagava sul caso. Come è facile immaginare, Plan 9 from outer space è stato un fiasco totale ai botteghini dell’epoca, ma solo negli anni ’70 la critica gli ha conferito il titolo di “peggior film mai realizzato”.  Dai fili ben visibili che sorreggono le navette degli alieni al montaggio che alterna scene notturne a scene diurne intaccando l’intreccio narrativo fino ad arrivare allo sfondo ben visibile su cui si vede l’ombra degli attori e alle tombe di cartapesta, c’è di tutto che rendono questa pellicola degna di entrare nella rosa dei film bruttissimi. Eppure Ed Wood, colui che è considerato il “peggior regista di tutti i tempi” è anche stato il padre di quei film girati in poco tempo, con pochi soldi e con mezzi di fortuna che conosciamo con il termine b-movies e che hanno dato origine al cinema trash. Forse la storia e i critici con lui sono stati spietati, nonostante avesse dalla sua un gigante dell’horror come l’attore Bela Lugosi, ma Wood è forse una delle testimonianze di come la passione sia più forte della logica e delle critiche. Piccola curiosità: Ed Wood è stato rivalutato ed apprezzato da moltissimi fan. Tra questi c’è il regista Tim Burton, il quale gli ha dedicato un omonimo biopic girato nel 1994 che vi consigliamo caldamente di recuperare. 2. The Room – Tommy Wiseau (2003) La lista dei film […]

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Food

Pizzeria Lombardi, riapre lo storico locale di Benedetto Croce

Lunedì 3 dicembre si è tenuta la riapertura ufficiale del locale Antica pizzeria ristorante Lombardi, una vera e propria istituzione per quanto riguarda la tradizione della pizza e testimonianza di una delle più importanti famiglie che hanno segnato un nome nella tradizione della cucina partenopea. Pizzeria Lombardi, storia del locale Tutto ha inizio nel 1892 quando Errico Lombardi si specializzò nella preparazione di pizze fritte che poi vendeva in vico del Limoncello. Giunge poi il 1902 ed Errico salì sulle navi che portavano i migranti italiani negli Stati Uniti d’America e, dopo averci lavorato, decide di trasferirsi negli USA. Ad Errico va quindi riconosciuto il merito di essere stato uno dei primi ad aver portato la conoscenza della pizza napoletana oltreoceano. Erede di Errico Lombardi fu il figlio Luigi, il quale, mentre proseguiva l’attività del padre vendendo pizze tra la ferrovia e Spaccanapoli, si imbatté in Benedetto Croce. Il filosofo e critico letterario si interessò alla storia di Luigi e della sua famiglia e aiutò economicamente il ragazzo affinché potesse affittare un locale nei pressi del monastero di Santa Chiara. Era il 1922, anno di nascita della storica pizzeria Lombardi. Qui Luigi trasmise la passione per gli impasti e i forni a legna ai figli Alfonso, Luigi ed Enrico. Tuttavia tra Luigi ed Enrico ci furono delle incomprensioni e quest’ultimo, nel 1947,  fondò una propria sede della pizzeria Lombardi nel locale acquistato dal padre Luigi nel primo dopoguerra in via Foria 12-14. Fatta eccezione per i danni causati dai bombardamenti durante la seconda guerra mondiale, la sede di via Benedetto Croce 59 rimase sempre attiva fino al 2011 quando, per mancanza di eredi, Luigi Lombardi prese a malincuore la decisione di chiudere il locale. La riapertura e la rinascita Fortunatamente la storia ha preso una svolta diversa e, dopo due mesi di restaurazione dei locali, l’antica pizzeria ristorante Lombardi è rinata. Con una riapertura tenutasi il 3 dicembre scorso, il locale, di proprietà dell’ingegnere Gennaro Moio, ha mostrato un nuovo volto grazie alle cure dell’architetto Francesco Scivicco, accogliendo i visitatori in un luogo moderno che però non rinuncia al gusto per l’antico. Dal forno in bella vista appena si entra alle fotografie d’epoca della pizzeria e di piazza del Gesù, l’aura della tradizione è rimasta inalterata. Anche il menù richiama la tradizione puramente napoletana, come dimostrano anche le pizze servite durante l’evento: margherita, marinara e bufalina con pomodorino del piennolo. Tre specialità preparate da Lino Riccio con farina prodotta dal Mulino Caputo. Ma la famiglia Lombardi è nota anche per essere stata una delle prime ad aver coniugato lo stile della pizzeria a quello della trattoria, così assieme alle pizze vengono serviti anche piatti della tradizione. Lo dimostra la pasta e patate con provola preparata dallo chef Giancarlo Perna. Presente alla giornata anche Luigi Lombardi, patrimonio vivente della tradizione di famiglia che ha seguito i lavori di restauro della pizzeria. La riapertura della pizzeria Lombardi è di grande importanza, in quanto ridà lustro ad una delle più importanti famiglie di […]

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Culturalmente

Poesie per la mamma. Cinque da leggere

La mamma è la prima figura che gli occhi di un essere umano appena nato incontrano. Che sia una severa autorità o una saggia guida nelle percorso della vita, questa figura ha ispirato poeti di ogni tempo  che le hanno dedicato versi su versi. Le poesie per la mamma, che anche noi abbiamo scritto alle elementari costretti dalle nostre maestre, si possono considerare alla stregua di un sottogenere poetico. In questo articolo abbiamo selezionato cinque tra le tante poesie per la mamma, scritte da autori celebri o meno. Per alcuni di voi si tratterà di componimenti già noti, per altri un po’ meno. In ogni caso potrebbero tornarvi utili per descrivere il rapporto che avete con le vostre madri e i sentimenti derivanti. Poesie per la mamma, le nostre scelte Supplica a mia madre – Pier Paolo Pasolini È difficile dire con parole di figlio ciò a cui nel cuore ben poco assomiglio. Tu sei la sola al mondo che sa, del mio cuore, ciò che è stato sempre, prima d’ogni altro amore. Per questo devo dirti ciò ch’è orrendo conoscere: è dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia. Sei insostituibile. Per questo è dannata alla solitudine la vita che mi hai data. E non voglio esser solo. Ho un’infinita fame d’amore, dell’amore di corpi senza anima. Perché l’anima è in te, sei tu, ma tu sei mia madre e il tuo amore è la mia schiavitù: ho passato l’infanzia schiavo di questo senso alto, irrimediabile, di un impegno immenso. Era l’unico modo per sentire la vita, l’unica tinta, l’unica forma: ora è finita. Sopravviviamo: ed è la confusione di una vita rinata fuori dalla ragione. Ti supplico, ah, ti supplico: non voler morire. Sono qui, solo, con te, in un futuro aprile… Tratto dalla raccolta Poesia in forma di rosa, questo componimento descrive il rapporto stretto che Pasolini ebbe con la madre Susanna Colussi, originaria di una famiglia contadina del Friuli. Nel 1950 Pasolini si trasferisce con la madre a Roma e, dopo le iniziali difficoltà, riesce ad ottenere una cattedra a Ciampino che gli permette di mantenere lui e la propria genitrice. Dal componimento si può evincere come Pasolini fosse un uomo molto legato alla propria madre e il cui rapporto divenne stretto quando il fratello dell’autore, Guido, morì durante la seconda guerra mondiale. Qui la madre è descritta come l’unica conoscitrice dei sentimenti del poeta, di tutte quelle paure e angosce che lo tormentano e che non gli permette di immaginare un’esistenza senza di lei. Purtroppo fu Susanna a dover sopravvivere all’assassinio del figlio nel 1975, prima di spegnersi sei anni dopo. La mamma – Ada Negri La mamma non è più giovane e ha già molti capelli grigi: ma la sua voce è squillante di ragazzetta e tutto in lei è chiaro ed energico: il passo, il movimento, lo sguardo, la parola. Breve, semplice ed essenziale questa poesia di Ada Negri, scrittrice originaria di Lodi che scrive per la madre Vittoria. Pochi versi che […]

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Culturalmente

Jean-Michel Basquiat, quando un artista è vittima dell’ignoranza

È notizia di pochi giorni fa il ritrovamento de L’angelo maledetto, opera di Jean-Michel Basquiat, appartenente all’ex banchiere Sergio Rossi il quale, due anni prima, l’aveva affidata a due intermediari che avrebbero dovuto portarlo a New York per verificarne l’autenticità. Da quel momento non si è saputo più nulla del quadro fino a qualche giorno fa, quando è stato ritrovato nella casa di un amico del signor Rossi. Il suo valore stimato si aggira tra i 20 e i 25 milioni di euro. Questo il riassunto della vicenda, dal momento che l’articolo non vuole esserne un ennesimo resoconto. Piuttosto ci vorremmo soffermare sulle reazioni del popolo di internet che si è trovato davanti l’immagine de L’angelo maledetto di Jean-Michel Basquiat. Reazioni che hanno come punto in comune l’eccessivo valore stabilito del quadro per quelli che sarebbero solo “scarabocchi” senza tenere conto che, a discapito dei gusti personali, ci troviamo davanti ad uno degli artisti più emblematici del secondo ‘900. A tale proposito, consideriamo la notizia come un’occasione per parlare dell’opera di Basquiat e del fenomeno del graffitismo con la speranza (futile) di spazzare via  i luoghi comuni dettati dall’ignoranza. Jean-Michel Basquiat, biografia Nato nel 1960 a New York nel quartiere di Brooklyn, Basquiat era figlio di padre haitiano e madre portoricana. Fin da piccolo visita i musei della città e si interessa al mondo dell’arte. Nel 1968 viene investito da un autista ed è costretto ad un’operazione di asportazione della milza. Durante il periodo di convalescenza legge Gray’s anatomy, un libro di anatomia scritto dal medico Henry Gray e le illustrazioni contenute influiranno sul suo stile. Iscrittosi all’istituto City as a School nel 1976 inizia a riempire le strade con i suoi graffiti firmandosi con l’acronimo SAMO (Same old shit). Due anni dopo abbandona la scuola e decide di mantenersi da solo vendendo cartoline da lui stesso disegnate. In poco tempo la sua fama inizia ad aumentare, affiancando alla carriera di artista quella di musicista con la fondazione della band Gray assieme a Michel Holman. Nel 1980 espone al The Times Square Show. Qui stringe amicizia con l’altro importante nome del graffitismo, Keith Haring. Nel 1981 espone la sua prima mostra a Modena e stringe importanti amicizie con il padre della pop art Andy Warhol e con l’artista napoletano Francesco Clemente. Negli stessi anni Basquiat si unisce sentimentalmente alla pop star emergente Madonna. Ma mentre le sue opere fanno il giro del mondo, Jean-Michel Basquiat non riesce a liberarsi dal demone della tossicodipendenza che lo tormenta dagli esordi e che sigilla la sua fine. Il 12 agosto del 1988 muore a New York in seguito ad un’iniezione di speedball: aveva 27 anni La Graffiti art (o graffittismo) L’opera di Basquiat, come si è detto, rientra nel movimento artistico della Graffiti Art, nato attorno agli anni ’70 nei quartieri poveri e difficili degli USA, in particolare Brooklyn e il Bronx. Gli artisti, giovani la cui identità è contrassegnata da pseudonimi, usano come pennelli vernice spray e pennarelli e i grandi muri o […]

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