Seguici e condividi:

Eroica Fenice

Libri

La scrittura che esplode dal basso. Amoruso e Bukowski

La scrittura che esplode dal basso di Francesco Amoruso, rilegge l’opera di Charles Bukowski mettendo a fuoco gli aspetti meno conosciuti dell’autore. Esce per Il Terebinto Charles Bukowski: la scrittura che esplode dal basso, il secondo saggio dello scrittore e cantautore Francesco Amoruso. Francesco Amoruso, biografia Nato a Villaricca nel 1988, Francesco Amoruso ha conseguito la laurea in Filologia Moderna all’Università degli Studi di Napoli Federico II. Nel 2010 pubblica il romanzo di debutto Il ciclo della vita, edito dalla casa editrice Statale 11, mentre quattro anni dopo affianca l’attività di scrittore a quella di cantautore con l’uscita dell’album Il gallo canterino. Nel 2017 pubblica per La bottega delle parole Mangiando il fegato di Bukowski a Posillipo, per la raccolta Racconti in viaggio. Nel 2019 pubblica invece How I Met Your Mother – La narrazione ai tempi delle serie TV, edito da Il Terebinto. Attualmente svolge il ruolo di cultore della materia presso le cattedre di Letteratura moderna e contemporanea e Letteratura contemporanea presso l’Università Federico II ed è una delle figure principali che anima il seminario Scritture in transito, coordinato da Silvia Acocella, al cui interno è nata l’antologia di racconti Stanze pubblicata proprio quest’anno da Dante&Descartes e curata dallo stesso autore. La scrittura che esplode dal basso: il Bukowski che non ti aspetti Lo stesso seminario Scritture in transito è stato il palco, seppur virtuale, in cui Francesco Amoruso ha presentato il 24 aprile la sua ultima fatica: Charles Bukowski: la scrittura che esplode dal basso. L’America e il suo ubriacone. Quando si nomina Charles Bukowski, l’immagine che ci viene in mente è sicuramente quella di un uomo il cui senso etico e morale di ognuno di noi marchia come pervertito, instancabile scommettitore alle corse dei cavalli e, ovviamente, ubriacone. Francesco Amoruso smantella sistematicamente questi e altri luoghi comuni che da sempre lo scrittore originario di Andernach, a 26 anni dalla morte, continua a portarsi sulle spalle. La scrittura che viene dal basso si può considerare come una sorta di guida o invito alla lettura di Bukowski, suddiviso in tre capitoli che mettono al centro il rapporto tra il Bukowski essere umano e quello di autore e protagonista, dietro l’identità di Henry Chinanski, di quasi tutti i racconti della sua opera più famosa che è Storie di ordinaria follia, edita in Italia da Feltrinelli in due volumi: il primo dal titolo omonimo e il secondo che invece porta il nome di Compagno di Sbronze, contenete gli ultimi 20 racconti. Quello che ne viene fuori è l’immagine di un Bukowski diverso da come lo si è sempre considerato: un uomo dall’infanzia e dalla giovinezza non facili, uno dei tanti sbandati ingannati dal mito dell’American Way of life (Bukowski era nato in Germania, non dimentichiamocelo) e che tramite le figure di ubriaconi, maniaci e nullafacenti che popolano le pagine delle sue opere dissacra con un notevole carico di ironia. Il saggio tuttavia non si limita a questo. Molte pagine sono dedicate al rapporto tra Charles Bukowski e Marina, la sola […]

... continua la lettura
Libri

Vigdis Hjort, il marchio indelebile del trauma in Eredità

Eredità di Vigdis Hjort è un romanzo che si inserisce nella vasta tematica dei drammi familiari, raccontando il trauma di una donna legato alla sua famiglia Fazi editore ha pubblicato all’interno della collana Le strade l’ultimo romanzo della scrittrice norvegese Vigdis Hjort, Eredità. Pubblicato nel 2016 e acclamato in madrepatria come libro dell’anno, questo romanzo si prefigura come un cupo dramma familiare dal sapore scandinavo. Vigdis Hjort, biografia Vigdis Hjort è nata a Oslo il 19 luglio 1959. Studia letteratura, filosofia e scienze politiche e nel 1983 pubblica Pelle-Ragnar i den gule gården, romanzo per ragazzi che le vale il premio Norsk kulturråd per l’opera di debutto. Nel 2001 passa ai romanzi per adulti con Om bare, considerata la sua opera più importante. L’autrice ammette l’influenza che hanno avuto su di lei autori come Bertolt Brecht e Louis-Ferdiand Céline. Eredità di Vigdis Hjort: la trama La storia narrata in Eredità ruota intorno a due case che affacciano sul mare, lasciate da due genitori anziani ai loro quattro figli. Bergijot e Bård, la sorella e il fratello maggiori, vengono esclusi dal testamento e le due sorelle minori, Asa e Astrid, ricevono in eredità le case. C’è una motivazione a tutto ciò. Bård subisce continuamente soprusi dai genitori e l’essere escluso dal testamento ne è l’ennesima prova, mentre Bergijot ha tagliato da anni qualsiasi rapporto con la famiglia. Madre di tre figli e docente universitaria, la donna si porta dietro un trauma che l’ha portata al già citato allontanamento dai fratelli e dai genitori. Ripercorrendo tutta la propria vita Bergijot si ritrova così a rivivere il segreto che si porta dietro e a confrontarsi con i propri familiari. Eredità. Il peso del ricordo e l’ipocrisia di facciata Se ci mettessimo a dire che con Eredità Vigdis Hjort ha apportato innovazioni a un genere narrativo come quello del dramma familiare, mentiremmo spudoratamente. La letteratura di ogni lingua e di ogni tempo è piena zeppa di romanzi e saghe familiari dalle tinte morbose, con descrizioni accurate di come quella che dovrebbe essere l’istituzione per eccellenza in cui regnano l’amore, la fiducia e il rispetto sia in realtà un’enorme gabbia oppressive e con segreti oscuri da entrambi i lati che ne rappresentano la sporcizia. Eppure non si può dire che il romanzo non sia interessante. La storia, raccontata dal punto di vista della protagonista Bergijot, si divide tra presente e passato attraverso l’uso di analessi che, grazie anche alla scorrevolezza dello stile di scrittura (e che la traduzione di Margherita Podestà Heir, la più importante e rinomata traduttrice di autori scandinavi, riesce a restituire in italiano) fanno sì che la narrazione non si chiuda nel circolo vizioso della lentezza e dell’ampollosità, difetto che contraddistingue questo genere di romanzi. Il merito di Vigdis Hjort è quindi quello di riuscire a dare linearità a una storia dall’argomento sicuramente non semplice, dove il trauma che la protagonista si porta dietro conficcato nelle pieghe più profonde della propria anima giunge per gradi alla sua rivelazione. Una rivelazione che si […]

... continua la lettura
Libri

Barbara Alberti, la sacralità parodica di Mio Signore

Per la collana Passaparola della Marisilio Barbara Alberti pubblica Mio Signore, romanzo ispirato a La madre santa di Leopold von Sacher. Si dice che nella vita si possa scherzare su ogni cosa, tranne che sulla religione. Un dogma che, osservando testimonianze quali la messa in ridicolo degli dèi nel teatro classico greco e la risata sguaiata che il popolo rivolgeva nei confronti del clero durante il carnevale medievale studiato da Michail Bachtin, si può mettere in discussione. Lungo questa linea tematica si può inserire anche Mio Signore, romanzo di Barbara Alberti pubblicato da Marsilio all’interno della collana Passaparola e ispirato a La madre santa di Leopold von Sancher Masoch. Barbara Alberti, biografia Barbara Alberti nasce nel 1943 a Umbertide, in provincia di Perugia. Da bambina si trasferisce a Roma, città dove consegue la laurea in filosofia all’università La Sapienza. La sua produzione letteraria, che conta un numero enorme di opere, è circoscritta nel segno del femminismo e si pone l’obiettivo di conferire alla donna un ruolo diverso da quello della classica figura sottomessa all’uomo. Tra le sue opere vanno citate Memorie Malvagie (1976), Vangelo Secondo Maria (1979), Povera Bambina (1988), Parliamo d’amore (1989), Il principe volante (2003). Alla carriera di scrittrice affianca quella di sceneggiatrice cinematografica, avendo collaborato a 25 film. Mio Signore, trama Sullo sfondo del paese di Umbertide si svolge la vicenda di Maria, una cameriera che lavora all’interno del Picnic, un bar gestito dalla bella e dispotica Maddalena. Fervente credente fin dall’infanzia, Maria crede che Cristo sia sceso nuovamente sulla terra e abbia assunto le sembianze di Andrea, il garzone della lavanderia appena uscito da una comunità di recupero per tossicodipendenti. Così la donna lo invita a casa e inizia a venerarlo come un novello Messia. Andrea è tutt’altro che pio. Egli infatti è un poco di buono, ruba per comprarsi la droga e vorrebbe approfittare di Maria carnalmente. Ben presto però l’uomo inizia a sentirsi attratto dalla sacralità con cui lo investe e decide di stare al gioco, impartendo ordini a Maria e inventandosi storie assurde sui rapporti che ha con Dio e con i santi. Ma, come si sa, nei paesi piccoli nulla passa inosservato e ben presto la presunta blasfemia di Maria giunge alle orecchie del parroco e dell’intera comunità. La sacralità rovesciata, da von Sancher a Barbara Alberti Il testo di partenza di questo romanzo è La madre santa di Leopold von Sancher, autore noto ai più soprattutto per Venere in pelliccia da cui il regista Roman Polanski ha tratto un film. La differenza fondamentale tra i due testi si riscontra nel loro sviluppo. Von Sancher scrive una storia in cui il protagonista Sabadil si concede a una donna che identifica con la “Madre santa” che lo conduce a una sorta di estasi mistica, la vicenda narrata dall’Alberti è invece tutta terrena e fatta di carne. Certo, non mancano i riferimenti religiosi che troviamo subito nei nomi dei due personaggi femminili principali: Maria e Maddalena. L’umile madre di Cristo da un lato, la […]

... continua la lettura
Musica

Stanza del rumore, intervista alla band veronese

In occasione dell’uscita del loro album omonimo, il gruppo rock Stanza del rumore ha rilasciato un’intervista a Eroica Fenice. Sotto il nome di Stanza del rumore suonano quattro ragazzi di Verona: Pierpaolo Pattaro (voce e chitarra), Martino Posenato (chitarra e seconda voce), Lorenzo Girardi (basso e cori) e Nicola Zonato (batteria). L’album omonimo, uscito a gennaio e anticipato dal singolo L’idea che ho di me, incuriosisce fin dal primo momento per i forti e coinvolgenti ritmi rock, nonché per la freschezza dei testi. Per Eroica Fenice abbiamo scambiato quattro chiacchiere con il bassista Lorenzo, che ci ha rivelato alcune curiosità e dettagli riguardo l’album e i progetti musicali della band. Stanza del rumore, intervista a Lorenzo Girardi La prima cosa che ti chiedo riguarda il nome del vostro gruppo, “Stanza del rumore”. Che significato ha per voi? “Stanza del rumore” è per noi una nuova casa, uno spazio disordinato dove riusciamo a dare un senso alla nostra voce attraverso la nostra musica. È un nome che abbiamo cercato e voluto tanto e che ci piace tantissimo. Ascoltando il vostro album si rimane piacevolmente colpiti dal sound energico, che si richiama molto (correggimi se sbaglio) all’hard rock e al punk. Forti anche della vostra precedente esperienza con il progetto Days Before July, sentite di essere maturati rispetto al passato? Ci sono molte influenze nel nostro sound, tra queste si fanno spazio anche il rock e il punk, ci ispiriamo molto musicalmente a gruppi di matrice britannica ma cercando di mantenere una forte identità italiana. Days Before July siamo sempre noi, ma dopo 10 anni è un vestito che non ci rispecchiava più. Cambieremo sicuramente nel futuro, ma la cosa che ci contraddistingue rispetto ad allora è la consapevolezza di chi siamo, cosa che forse in quegli anni era improbabile avere. Per collegarmi alla domanda precedente, quella che sto per farvi mi sembra d’obbligo: quali sono gli artisti e i gruppi a cui vi siete maggiormente ispirati? Come dicevo in precedenza musicalmente prendiamo molta ispirazione dal Brit-rock a partire dai Beatles fino ai più recenti Muse e Biffy Clyro, per quanto riguarda invece l’Italia adoriamo il cantautorato e band come Ministri, FASK, Gazebo Penguins. Per quanto riguarda le canzoni, il singolo che ha anticipato l’uscita dell’album è “L’idea che ho di me”. Ascoltandolo si rimane piacevolmente colpiti dalle sonorità, che forse non si sentivano da parecchio sulla scena italiana. Siete soddisfatti del risultato? Noi sicuramente ci sentiamo pienamente soddisfatti dal brano, l’abbiamo scelto come singolo perché ci sembrava comunicasse in maniera diretta chi siamo e cosa vogliamo fare. Sempre riguardo le canzoni, voglio farti una domanda un po’ particolare sui testi. Se dovessi sceglierne uno o due che secondo te sono molto rappresentativi per la band, la tua scelta su quali ricadrebbe? Al risveglio e Correnti. Sono stati due pezzi chiave per capire a fondo il fil rouge che unisce i brani di questo album. Un pezzo per reagire e uno per ricominciare. Ultima domanda: nel futuro de la Stanza del rumore […]

... continua la lettura
Libri

Salvatore Puzella e il racconto Gelsomina in quarantena

Salvatore Puzella pubblica il racconto breve Gelsomina in quarantena, a sostegno degli ospedali di Benevento nella battaglia contro il coronavirus. In questi due lunghi mesi di quarantena sarà capitato a tutti noi di porci questa domanda: «Come ricorderemo questo evento tra una decina di anni?». Non c’è dubbio che un evento di portata così drammatica, dove la vita di molti è stata messa in pausa con conseguenze terribili sulla sfera lavorativa, economica e personale e quella di altri si è spenta in un letto di ospedale, senza il conforto dei propri cari, inevitabilmente entrerà a far parte dei libri di storia. Su questa linea si muove Gelsomina in quarantena, un racconto scritto e reso disponibile dallo scrittore sannita Salvatore Puzella nell’ambito di un’operazione, imitata da molti scrittori, volta a raccogliere fondi per sostenere gli ospedali nell’emergenza coronavirus. Salvatore Puzella, biografia Salvatore Puzella è nato a Benevento nel 1988. Laureato in storia dell’arte alla Sapienza di Roma, ha collaborato con la rivista Next Exit e ha scritto saggi introduttivi per diversi cataloghi di mostre. Ha pubblicato il saggio Investire in arte e collezionismo (2015) e il romanzo Breve storia di un dipinto (2017). Va segnalata inoltre la sua attività nel settore del marketing culturale e di organizzazione di eventi, come il progetto Selfie d’autore organizzato all’interno del GNAM di Roma nel 2014. Gelsomina in Quarantena. Una lettera dal futuro La protagonista di questo racconto è Gelsomina, una bambina che vive in un quartiere popolare di Benevento che in seguito a una caduta dalla bicicletta riporta delle fratture ed è costretta ad una convalescenza nel letto di casa, che per lei assume i contorni di una vera e propria quarantena. Impossibilitata nel poter vivere una vita normale come i suoi coetanei, Gelsomina si divide tra la noia e l’apprensione dei suoi genitori, fino a quando la sorella maggiore Angela non le presta un libro: L’amore ai tempi del colera di Gabriel García Marquez. Otto anni prima lo aveva letto la stessa Angela durante un periodo di quarantena. Salvatore Puzzella mette su carta quella che è una lettera al futuro, per rielaborare il titolo di una canzone che Eros Ramazzotti scrisse nel 1996 ispirandosi a sua volta al racconto di Edgar Allan Poe La maschera della morte rossa. Tralasciando la differenza sostanziale, l’ispirazione a un testo letterario da un lato e alla triste realtà di questi giorni dall’altro, ad accomunare la canzone di Ramazzotti e questo racconto breve è l’auspicio di un mondo migliore quando le tenebre si saranno dileguate. Salvatore Puzzella lo fa attraverso una storia breve, colma di speranza che però non scade troppo nel drammatico, attraverso il punto di vista ironico e dolce della protagonista e le tante incursioni dialettali che conferiscono al testo una patina di quotidianità verace. Una piccola opera che, come ricordato in apertura, ha uno scopo nobile. Non solo di riscaldare l’animo di chi soffre le conseguenze morali di questo isolamento forzato, ma anche di raccogliere fondi per gli ospedali di Benevento impegnati, come molti in […]

... continua la lettura
Culturalmente

Drive-in, storia dei primi cinema all’aperto

La storia dei drive-in, i famosi cinema e ristoranti all’aperto che hanno spopolato negli USA a partire dagli anni ’50 e che potrebbero ben presto tornare. Quanti di voi hanno mai sentito parlare dei drive-in? Molti di voi lo conosceranno grazie a una serie televisiva come Happy Days in cui era presente il bar di Arnold, luogo di ritrovo di Fonzie e dei suoi amici. Bene, quello è un esempio di drive-in. Questa parola identifica anche un locale pubblico (cinema, ristornate, banca e persino chiesa) in cui è possibile ricevere o eseguire servizi stando comodamente seduti sul sedile della propria auto. Un po’ di storia Ma quando nasce il drive-in? Tutto ha inizio nel 1921 quando nella cittadina di Dallas, in Texas, aprì il Kirby’s Pig Stand. Il successo del locale era riassumibile sia nella formula grazie alla quale i clienti avevano la possibilità di effettuare le proprie ordinazioni comodamente seduti in macchina, modalità che verrà ripresa anche dalle grandi catene di fast food quali McDonald’s e Burger King, e anche nella presenza di cameriere vestite in modo provocante e che servivano i clienti sui pattini a rotelle dette carhops. Tuttavia il drive-in ottenne il successo maggiore soprattutto come spettacolo cinematografico. Nel 1932 Richard Milton Hollingshead ideò una soluzione per la madre che a causa di problemi di peso non riusciva a sedersi sulle poltrone del cinema, troppo stretti per una persona della sua stazza. Sistemò la donna nell’auto di famiglia e appese un lenzuolo tra due alberi del suo giardino, dove proiettò un film per la sua famiglia e i vicini. Nel 1933 la famiglia Hollingshead registrò il brevetto della loro invenzione e il 6 giugno si tenne il primo spettacolo ufficiale. Per cercare di offrire il miglior spettacolo possibile Richard posizionò degli altoparlanti direzionali, in modo che l’audio del film venisse diffuso anche tra le auto più lontane. L’idea del drive-in finì così per diffondersi in tutti gli Stati Uniti, raggiungendo l’apice a partire dagli anni ’50. Con il prezzo relativamente basso del biglietto costituiva un’alternativa economica e facilmente accessibile rispetto alle grandi sale cinematografiche, più lussuose e dai prezzi proibitivi per molti. Curiosamente l’industria del cinema farà suo un rito nato proprio nell’ambito del drive-in: la distribuzione di pop corn e bibite gassate, che costituivano un’importante parte di profitto per i gestori di questi locali all’aperto. Ma il drive-in divenne anche un vero e proprio luogo generazionale, dove oltre alle famiglie numerose con annessi bambini rumorosi si trovavano spesso gruppi di amici o coppiette di fidanzati i cui genitori erano rimasti a casa a guardare il televisore, un nuovo mezzo che si andava affermando proprio in quegli anni (gli anni di Happy Days, come si è detto all’inizio). Per quanto riguarda la programmazione dei drive-in, va detto che i film proiettati non potevano definirsi di “qualità”. Si trattava soprattutto di b-movies, cioè di film a basso costo girati in pochi giorni e molto discutibili sul lato recitativo e della sceneggiatura. Ma non è detto che tutto il […]

... continua la lettura
Culturalmente

Nighthawks di Hopper. Analisi dell’opera

Analisi di Nighthawks di Hopper, uno dei dipinti più celebri e affascinanti del XX secolo. È notte fonda, una strada buia e deserta dove l’unico edificio illuminato è un ristorante con poche sagome umane all’interno. Questo è quello che vediamo all’interno di Nighthawks di Hopper, uno dei dipinti che oltre a essere una vivida testimonianza dello slancio artistico degli Stati Uniti nel ‘900 è divenuto anche uno dei più iconici e riconoscibili del pittore. Edward Hopper, biografia dell’autore Prima di addentrarci nell’analisi del dipinto è tuttavia necessario conoscere il suo autore, Edward Hopper. Nato il 22 luglio 1882 nella cittadina di Nyack, sulle rive del fiume Hudson, Hopper cresce all’interno di una famiglia borghese. Nel 1900 entra nella New York Art of School, un ambiente che lo stimola culturalmente e dove prende il diploma nel 1906, anno anche del suo viaggio in una Parigi viva e pulsante di avanguardie artistiche. Hopper, in particolare, subì il fascino dell’Impressionismo. Tornato a New York, per mantenersi disegna locandine per un’agenzia pubblicitaria e nel 1923 conosce l’artista Josephine Nivision, con la quale si sposa l’anno seguente. Ella fa da modella ai soggetti femminili delle sue opere, anche se il rapporto tra i due è molto tormentato a causa della diversità dei loro caratteri: Hopper amava il silenzio e la tranquillità, mentre Josephine aveva un carattere più estroverso ed espansivo. Nel 1924 Hopper espone le proprie opere alla Rehn Gallery, incontrando il favore di critica e pubblico. Le sue tele iniziano ad essere acquistate da musei ed accademie come il MoMA di New York, che nel 1930 acquista il dipinto House by the Railroad. Nel 1942 dipinge quello che è il suo dipinto più celebre, ovvero Nighthawks: un’opera che sintetizza lo stile del pittore, spinto dalla volontà di rappresentare piccole scene di vita quotidiana, trasformate in istantanee della solitudine e della malinconia. A partire dagli anni ’50 Hopper inizia a capire che non c’è più spazio per lui sulla scena artistica. Negli Stati Uniti inizia ad affermarsi l’Espressionismo astratto, portando un nuovo modo di fare arte. Morirà nel 1967 e dieci mesi dopo l’amata/odiata moglie Josephine lo seguirà. Nighthawks di Hopper. Analisi Hopper dipinse questo olio su tela nel 1942 e fu acquistato per 3000 dollari dall’Art Institute di Chicago, dove è tuttora esposto. Il titolo Night Hawks (scritto staccato) si traduce in italiano con “falchi notturni” e si ritrova in una pagina di un quadernino che Hopper portava sempre con sé, dove disegnava gli schizzi dei propri dipinti. Inoltre sembra che fu Josephine a suggerire al marito tale titolo, in riferimento a uno dei personaggi del dipinto: l’uomo seduto al tavolino del ristorante, il cui naso ricorda proprio il becco di un’aquila. La scena è quella di un strada notturna e deserta. I palazzi e gli edifici vari sono spenti a eccezione di un ristorante, al cui bancone sono riunite quattro figure. Al centro c’è il barista e attorno tre figure: un uomo di spalle che sta bevendo e un uomo e una donna […]

... continua la lettura
Cucina e Salute

Trapianto di capelli, una tecnica contro la calvizie

Il trapianto di capelli è un’operazione chirurgica volta a contrastare la calvizie e che oggi è molto richiesta, soprattutto dagli uomini La calvizie è sicuramente uno dei problemi che mette più in imbarazzo tutti. Esso consiste nella perdita di capelli, dovuto all’aumento di sensibilità del follicolo pilifero, che causa il rallentamento dei tempi di crescita dei capelli e la caduta di quelli dal centro della testa, fino alle tempie. A tale proposito si è parlato spesso in medicina di una tecnica volta a contrastare la calvizie, in particolare per tutti quei soggetti a cui l’uso dei medicinali serve soltanto a rallentarla. Si tratta del trapianto di capelli, un’operazione chirurgica consistente nell’estrazione di una parte di bulbi piliferi da una parte sana della testa del paziente che vengono poi impiantati in quelle più diradate. Storia e sviluppo del trapianto L’anno che segna l’inizio della sperimentazione del trapianto è il 1959, quando negli Stati Uniti il dottor Norman Orentreich presentò all’Accademia delle Scienze di New York una tecnica consistente nel prelievo del follicolo dalla parte superiore della testa di un paziente tramite uno strumento lungo quattro millimetri detto punteruolo (in inglese, punch) e il suo trapianto nelle parti più diradate della testa. Esteticamente, però, i risultati non erano dei migliori. Infatti la ricrescita dei capelli era innaturale, formando quello che è chiamato “effetto bambola“, ovvero la formazione di ricci innaturali. Tuttavia è indubbio il beneficio apportato da questo primo tentativo di trapianto di capelli, accolto come la risposta definitiva alla calvizie. Il metodo del dottor Orentreich fu usato fino agli anni ’80, quando si passò a usare punteruoli di dimensione più piccola (detti minigrafts), capaci di raccogliere quattro bulbi allo scopo di eliminare il sopracitato “effetto bambola”. Nello stesso periodo il dottor Carlos Oscar Uebel perfezionò la tecnica dello strip, già sperimentata in Giappone nel 1943. Questa consisteva nel prelevare, tramite un bisturi, una striscia di pelle a forma di fuso (da cui il nome) dalla parte sana, che veniva poi suddivisa in micrografts impiantate nell’area ricevente. Un contributo importante per lo sviluppo del trapianto di capelli deriva dal dottor Bob Limmer, il quale scoprì le Unità Follicolari (FU). Osservando alcuni innesti al microscopio scoprì che i capelli crescono in piccoli gruppi di follicoli piliferi e ciò ha portato alla nascita di una nuova tecnica di trapianto, brevettata dalla dottoressa Angela Campbell e dal dottor Ray Woods. Essa consiste nell’usare degli aghi per prelevare le unità follicolari, in sostituzione del ben più doloroso bisturi. La tecnica FUE, così come è stata ribattezza, è ancora oggi utilizzata nelle cliniche di quasi tutto il mondo e rappresenta, di fatto, la norma. Trapianti di capelli low cost. Scelta conveniente? Non c’è dubbio che il trapianto di capelli sia un’operazione chirurgica dispendiosa e non alla portata di tutte le tasche. Per questo esistono anche cliniche che permettono di compiere questa operazione a prezzi convenienti. Si tratta di operazioni eseguite da strutture localizzate in varie parti del mondo (in particolare in Grecia, Albania e Turchia). Un esempio […]

... continua la lettura
Libri

La primavera torna sempre, l’inedito di Lorenzo Marone

Lo scrittore Lorenzo Marone ha distribuito online il racconto La primavera torna sempre, a sostegno di una raccolta fondi per l’ospedale Cotugno di Napoli. In questi tempi difficili, dove la vita è stata messa momentaneamente in pausa, si sono moltiplicate le iniziative di tante case editrici che hanno reso gratutiti e fruibili a tutti alcuni libri dai propri cataloghi. Lo stesso discorso vale per Feltrinelli, la quale ha permesso di scaricare sul sito ufficiale il racconto breve e inedito di Lorenzo Marone: La primvaera torna sempre. Lorenzo Marone, biografia Nato a Napoli nel 1974, Lorenzo Marone è laureato in giurisprudenza e dopo aver esercitato per anni la professione di avvocato si dà alla scrittura, pubblicando nel 2015 il suo primo romanzo: La tentazione di essere felici, vincitore di tre premi letterari e ispirazione di Gianni Amelio per il film La tenerezza. Seguono poi la pubblicazione di molti altri romanzi: La tristezza ha il sonno leggero del 2016, anch’esso trasposto su pellicola da Marco Mario De Notaris, Magari domani resto nel 2017, Un ragazzo normale nel 2018, il saggio Cara Napoli nel 2018, Tutto sarà perfetto nel 2019 e Inventario di un cuore in allarme, pubblicato quest’anno e di cui è stata scritta una recensione su queste pagine. Sulle pagine del quotidiano La Repubblica ha anche una sua rubrica dal titolo Granelli. La Primavera torna sempre In questo racconto breve compaiono alcuni personaggi di Magari domani resto, immersi nello scenario di una Napoli in quarantena. C’è la protagonista Luce, una ragazza che abita in un vicolo dei Quartieri Spagnoli e assieme a lei l’anziano Don Vittorio, un po’ filosofo e un po’ matto, il fedele “Cane Superiore” Alleria e Assuntina, tutti personaggi che cercano di dare un senso a un momento di stasi, di riflessione e di grande umanità. L’idea di Lorenzo Marone in realtà, come ammette lui stesso, non è originale. Ha preso ispirazione da Antonio Mazzini, autore della fortunata saga de I bastardi di Pizzofalcone, che il 25 marzo scorso ha reso pubblico gratuitamente il racconto L’amore ai tempi del Covid-19 e invitando i lettori a fare una donazione per l’ospedale Spallanzani di Roma. Allo stesso modo i lettori de La Primavera Ritorna Sempre vengono invitati dallo scrittore napoletano a fare una donazione all’ospedale Cotugno di Napoli, bisognoso di risorse per fronteggiare questa immane emergenza sanitaria. Ma si tratta anche di un’occasione per accontentare tutti coloro che si sono affezionati alle vicende di Magari Domani Resto, riportando in auge uno dei personaggi più amati dai lettori: «Ho pensato subito a Luce, la protagonista di Magari domani resto, perché siete in tanti ad amarla, perché in tanti mi chiedono un sequel, perché, soprattutto, per me Luce significa resilienza, e mai come oggi questo termine assume un significato importante». Un’ iniziativa ammirevole, con la quale Lorenzo Marone centra un duplice obiettivo: cercare di aiutare chi lotta in prima linea contro questo male che ha coperto la luce su tutti noi e per confortare chi è costretto dalla solitudine a stare lontano […]

... continua la lettura
Musica

Friz, in arrivo il nuovo album Ballate Dasporto

Il 17 aprile vedrà la luce Ballate Dasporto, nuovo album del rapper bolognese Friz, pubblicato dall’etichetta discografica INRI. Oltre ad essere un’inscrizione cara al mondo cristiano, INRI indica anche una realtà ben nota all’interno del panorama musicale indipendente italiano. Sotto l’acronimo de “Il Nuovo Rumore Italiano” questa etichetta discografica torinese, con sedi anche a Milano e Roma, ha riunito attorno a sé nomi appartenenti a un ambiente musicale che, complici anche Spotify e i social network, può essere usufruito anche da chi non ne è un assiduo frequentatore. La creatura dei fratelli Davide e Paolo Pavanello e di Pietro Camonchia ha scovato, in nove anni di attività, personalità che hanno calcato il palco dell’Ariston quali Levante e gli Ex-Otago, nomi di nicchia e conosciuti da una cerchia di appassionati come i Voina, mostri sacri dell’underground nostrano degli anni ’00 come i Linea 77 e ha donato la stella della notorietà al pianista Dario Faini in arte Dardust, che ha suonato davanti al numeroso pubblico del Bank Stadium di Minneapolis durante l’intervallo della cinquantaduesima edizione del Super Bowl. Di questa scuderia vincente fa parte anche l’artista protagonista di questa recensione: il rapper Friz, con il suo album di prossima uscita Ballate Dasporto. Friz, una breve biografia Nato nel 1989 Friz lascia il Veneto, sua terra d’origine, per trasferirsi a Bologna. Lì, tra lavoretti in un ristorante e gli studi di antropologia, affina le proprie conoscenze musicali pubblicando nel 2015 il suo primo lavoro, Rose Sélavy? Nel 2017 inizia a lavorare con l’amico Fed Nance (Federico Cavallini), produttore e polistrumentista ferrarese, a un progetto composto da alcune canzoni pubblicate come singoli (Nottetempo, Tokyo) suscitando l’interesse dei già citati fratelli Pavanello, che lo accolgono nella grande famiglia INRI. A due anni di distanza da questi progetti, Friz giunge al suo nuovo lavoro: Ballate Dasporto, in arrivo (per il momento in formato digitale) il 17 aprile. Ballate Dasporto. Graffiti di quotidianità urbana, imbevuti di hip hop Tutti i sei brani che costituiscono l’album rivendicano un’identità hip hop, adatta all’ambiente urbano a cui l’apporto strumentale di Fed Nance fa da cornice ideale. Lo si capisce ascoltando il singolo che ha anticipato Ballate Dasporto: Cobalto, uscito il mese scorso, una canzone d’amore le cui sonorità pop fanno da base per i ritmi e i beat di Friz, che mette in scena la realtà di Bologna. Anzi, la realtà che i giovani vivono quotidianamente nel capoluogo romagnolo. Fin da Assé, pezzo introduttivo di pochi secondi che fa da preambolo, veniamo sin da subito immersi in quel contesto attraverso i rumori della cucina di un ristorante e la voce di un cuoco che chiacchiera con il nostro cantante. Friz ha voluto portare con sé tutte le esperienze che lo hanno formato, tra cui il lavoro nelle cucine dei ristoranti per potersi pagare gli studi, ma anche la realtà multietnica che si può trovare in città. «Ho conosciuto cuochi e camerieri provenienti da ogni parte del mondo, che mi hanno insegnato come fare le tagliatelle al ragù bolonnaise. Fumavo […]

... continua la lettura
Voli Pindarici

Diario di una quarantena. Il bestiario dell’ipocondria (parte 2)

Ecco la seconda e ultima parte del nostro bestiario dell’ipocondria, con altri tipi umani che la quarantena ha (involontariamente) creato. Clicca qui per la prima parte. Il bestiario dell’ipocondria, parte seconda Il “Mihadettomiocuggino” I sempreverdi Elio e le storie tese giungono in mio soccorso per descrivere una figura con cui, volenti o nolenti, abbiamo spesso a che fare. Avete presente quando state navigando per i fatti vostri su internet o state leggendo un libro o guardando un film e d’improvviso la spia del vostro cellulare si illumina, segnale di un messaggio in arrivo? Interrompete quello che state facendo, lasciandovi assalire dai pensieri più sinistri riguardo le persone più care, aprite e vi ritrovate davanti agli occhi un messaggio come questo: +++ LA VERITÀ SUL CORONAVIRUS CHE I MEDICI E I MEDIA DI REGIME NON VI DIRANNO MAI. L’EPIDEMIA È STATA VOLUTA DAI RETTILIANI ALLO SCOPO DI ELIMINARE LA RAZZA UMANA E DI PERMETTERE L’ARRIVO DELLE ARMATE DI VEGA. L’UNICA SPERANZA È GOLDRAKE! +++ Oltre a far cadere tutti i santi dal calendario per avervi procurato un principio di infarto, questo personaggio è il classico individuo che non si fida degli scienziati e dei medici (insomma, della gente che ha studiato). Quello che  degli articoli legge soltanto i titoli e diventa automaticamente scienziato/medico/giudice e che è l’incubo di figli e nipoti laureati che devono sorbirseli a ogni cenone natalizio. Questo è l’identikit del “Mihadettomiocuggino“. Un uomo (o una donna) che crede di essere più sveglio dei suoi simili, perché sa cose che gli altri non sanno e si sente in dovere di informarli tramite missive su Messenger e Whatsapp. Lo zio o la zia di turno che, prima o poi, si decide di silenziare per non aumentare il livello già elevato di bile nel fegato. Gli innamorati Amore e distanza, due parole che ci fanno venire in mente le immagini più belle della letteratura: Tristano e Isotta, il trovatore Jaufre Rudel e il suo amor de lonh (amore di lontano, per i non-provenzalisti), Romeo e Giulietta, Florentino Ariza e Fermina Daza. Forse non hanno tutto questo carico di romanticismo le storie di chi è innamorato o di chi non può vedere la propria anima gemella in questo periodo molto duro. Niente abbracci, niente baci, niente fiori a casa. Quanto deve essere difficile resistere senza tutto questo fino a un periodo indeterminato e con surrogati virtuali? Si può sempre festeggiare il proprio anniversario di fidanzamento con una cenetta via Skype, ma il rischio che lui o lei abbiano un rapporto complicato con la tecnologia e che sul più bello attivino inconsciamente i filtri che rendono le loro facce simili a quelle di uno zombie o di una mummia aumenta il rischio di traumi perenni. E poi, diciamoci la verità: troppo romanticismo fa male. Un pensiero va, in particolare, a tutte quelle persone che in questi giorni devono sorbirsi i propri fratelli, le proprie sorelle o i propri genitori scambiarsi epiteti quali «zuccherino mio», «caramellina alla liquirizia del mio cuore», «crostatina al limone»; o […]

... continua la lettura
Voli Pindarici

Diario di una quarantena. Il bestiario dell’ipocondria (parte 1)

In quattro settimane di quarantena puoi imparare, capire e osservare tante cose, specialmente il bestiario dell’ipocondria che un piccolo virus è capace di creare. Lunedì 6 aprile 2020, ore 11:46 Oggi inizia una nuova settimana di quarantena. La quinta, per la precisione. A renderla speciale è il fatto che questa domenica festeggeremo Pasqua. Dai, un vantaggio alla fine ci sta: niente pranzi in famiglia, con parenti che credevi sepolti in qualche tomba e che si interessano per una giornata alla tua vita sentimentale e lavorativa. Poi però pensi: «Un’altra settimana recintato tra le mura domestiche. Spero soltanto che internet non si spenga all’improvviso. In quel caso le fondamenta della civiltà crollerebbero inesorabilmente e le strade si popolerebbero di bande di predoni armati fino ai denti a bordo di veicoli truccati in pieno stile Hokuto no Ken (per i profani: Ken il guerriero). Allora sì che sarà la fine». Affinché questi pensieri nefasti non mi tormentino e onde evitare che la pazzia prenda totalmente il controllo del mio cervello fabbricando allucinazioni mostruose, come il pupazzo di Winnie the Pooh che campeggia su una delle casse dello stereo che ho in camera e che mi parla esortandomi a fare cose oltre i limiti del consentito, ho deciso di redigere una sorta di “bestiario dell’ipocondria. Una lista di tutti i tipi umani che, nella mia ignoranza, ho individuato in un mese di reclusione forzata. Perché “ipocondria”? Lo scoprirete alla fine. Bestiario dell’ipocondria L’ossessionato Il primo pensiero di questa figura quando si alza dal letto non è quello di fare colazione o di andare in bagno, bensì di accendere il cellulare o il computer per vedere se ci sono aggiornamenti sull’emergenza santiaria. Fin qui non c’è nulla di male se non che, con la scusa di tenersi informato, questo personaggio entri in uno stato di paranoia totale. Da mezzogiorno fino alle tre e dalle sei del pomeriggio fino alle nove di sera fa il giro di tutti i telegiornali e in alcuni casi ne approfitta per commentare a caldo le notizie, condendole con paroline rivolte al politico che gli sta più antipatico o al personaggio pubblico che può permettersi di stare a casa “perché ha i soldi”. Se poi la sorte è stata così crudele da destinarti come genitore proprio questa figura, la voglia di seguire le orme tracciate da Bugo nei riguardi di Morgan durante l’ultimo Sanremo alzandoti da tavola ogni volta che il televisore viene acceso sul TG1 e di andartene via è veramente tanta. La groupie Questa figura è di genere femminile ed è così chiamata perchè attende il comunicato a reti unificate di Giuseppe Conte alla stessa maniera di un’adolescente che nel 2004 aspettava di veder salire i Blue o Justin Timberlake sul palco di TRL (Total Request Live, un vecchio programma di MTV). Ogni volta che sullo schermo compare il viso del presidente del consiglio che contende ad Alberto Angela il ruolo di sex symbol, non è soltanto la nazione a fermarsi. Anche i volti di tante ragazze e […]

... continua la lettura
Culturalmente

Eroi greci, le vicende dei primi supereroi della storia

La storia degli eroi greci più famosi, attraverso le narrazioni che ne hanno fatto i miti e gli autori dei poemi epici dell’antichità. Il mondo classico è contraddistinto dall’essere un mondo in cui la religione ha sempre avuto un ruolo predominante in ogni aspetto della vita. In quest’ottica vanno considerati i racconti mitologici e i poemi epici. Nella loro diversità e nei loro obiettivi le due narrazioni hanno un punto in comune: la presenza degli eroi greci, che vestono un ruolo principale. La caratteristica peculiare degli eroi greci è quella di possedere poteri al di fuori dei comuni mortali, nonostante siano radicati alla loro natura umana. In pratica gli eroi greci si possono considerare gli antenati dei moderni supereroi e di tutti i personaggi di fantasia dotati di forza, intelligenza e abilità incomprensibili con le sole leggi della realtà: da Superman a Kenshiro, passando per Goku e Iron Man, non c’è personaggio che non abbia risentito dell’influenza degli eroi greci, di cui ora parleremo nel dettaglio. Eroi greci, la storia dei più famosi Teseo Teseo era il figlio di Egeo, re di Atene che aveva scelto come moglie Etra, originaria della cittadina di Trezene. Poco prima che Teseo nascesse, il padre si recò da quelle parti e nascose un sandalo e una spada sotto una roccia, la quale sarebbe stata sollevata dal figlio una volta divenuto grande. L’eroe compì la profezia e si diresse nella città d’origine per reclamare il trono. Intanto Egeo si era risposato con Medea, la quale si spaventò trovandosi davanti il giovane. Gli chiese allora di catturare il toro di Maratona, una creatura pericolosa che cacciava fuoco dalle narici. Per il giovane fu un gioco da ragazzi uccidere il toro ed Egeo riconobbe il figlio dalla spada e dal sandalo che portava con sé, cedendogli il trono. Ma l’eroe doveva superare una prova ancora più difficile: affrontare il Minotauro, una creatura con testa taurina e corpo umano, violenta e priva di raziocinio, nata dal rifiuto del re di Creta Minosse di sacrificare a Poseidone il toro più bello di tutti con cui, spinta da una furiosa passione, si unì la moglie Pasifae. Dedalo, l’architetto di corte, fece rinchiudere la bestia in un enorme labirinto dove si consumava un crudele tributo: a quei tempi Atene era sottomessa a Creta e, in segno di sottomissione, sette fanciulli e sette ragazze venivano spediti nell’isola come offerta al Minotauro, che li divorava senza pietà. Teseo si imbarcò sulla nave con i giovani da sacrificare e, una volta dentro il labirinto, uccise il Minotauro. Poi Arianna, la figlia di Minosse, aiutò lui e i ragazzi a uscire dalla struttura tramite un gomitolo, il cui filo segnava il percorso compiuto nel labirinto. Una storia a lieto fine, se non fosse stato per un “incidente di percorso”. Teseo si dimenticò di sostituire le vele nere della nave con quelle bianche, segnali che indicavano la riuscita dell’impresa. Egeo, credendo che il figlio fosse morto, si gettò nel mare che prese il suo nome. Achille […]

... continua la lettura
Musica

Bipuntato e l’interessante esordio con Maltempo

Nell’immensa galassia del panorama indie italiano è nata una nuova stella, che porta il nome di Bipuntato e del suo album d’esordio: Maltempo. Dietro lo pseudonimo di Bipuntato si nasconde Beatrice Chiara Funari, ex voce dei Diamine divenuta nota nell’ambiente romano grazie alle collaborazioni con il rapper Carl Brave nei brani E10 e Scusa di quest’ultimo, a cui sono seguite aperture di concerti di vari artisti e la partecipazione allo Sziget Festival di Budapest, il più importante festival estivo dell’Europa dell’est. Maltempo, l’album d’esordio uscito il 6 marzo, rappresenta la consacrazione di un lungo cammino che coincide con il suo esordio da solista. Maltempo. Album dalle sonorità “umorali” Il minimo comune denominatore che lega tutti le canzoni dell’album è, come si può benissimo capire fin dal primo ascolto, il tempo che scorre. Un tempo che non ricopre il ruolo di entità indipendente, ma che influenza il destino di ogni singolo individuo: stiamo parlando delle meteoropatia che la stessa cantautrice, in un’intervista rilasciata per Insidemusic, definisce come «uno stato d’animo» o anche «un modo di vedere la vita». Lungo questa matrice si dipanano gli otto brani dell’album, dai titoli che lasciano ben poco all’immaginazione: Meteo, Previsioni, Della notte, Maltempo, giusto per citarne alcuni. Sono tutti brani che risentono di varie influenze a livello musicale. La melodia accattivante e accessibile di Maltempo, la canzone che dà il titolo all’album, ricorda molto il pop. In brani come Cassetti, Circostanze e Previsioni a dominare sono le sonorità R’n’B che ricordano moltissimo il Neffa degli anni ’90, mentre qualche traccia di blues unita a tastiere synth pop colora la già citata Della notte, una malinconica riflessione su un amore conclusosi e di cui non restano che cocci, immagini spezzettate e istantanee sbiadite. Immagini di un amore finito Proprio i testi rappresentano l’altro punto d’interesse di questo album. Bipuntato (o B. , come preferisce firmarsi), dimostra di saper usare molto bene la penna, anche se la materia dei brani è pressoché identica: le riflessioni sulla fine di un rapporto. Un tema già anticipato dalla copertina dell’album, uno scatolone di fazzoletti che richiamano quelli di una nota marca e che, come si è detto sopra, viene espresso tramite prelievi di frammenti della propria memoria e in sincronia con il tempo nuvoloso e a tratti piovoso in cui si possono inserire. Un buon esempio è Meteo, brano in cui la cantautrice ricorda gli attimi trascorsi con la persona amata tramite elementi (per citare le stesse parole di Bipuntato) “di poco conto“: un vecchio messaggio sul cellulare, il ricordo di lui impegnato in varie faccende…tutte cose che vengono incamerate in una «una valigia di parole che non ho detto» e che oramai hanno perso la loro importanza. Lascia stare, il brano di chiusura, testimonia l’impronta intimista di cui l’album è cosparso. Il ritornello rasenta la classica diatriba odi et amo (Lascia stare/Davvero, non importa, lascia stare/Ti amo, non ti amo, non è questo l’importante/Sono un mostro da evitare e questo basterà alla gente) che descrive benissimo la paura di […]

... continua la lettura
Libri

Margaux Motin, vita da single ne La tettonica delle placche

Con La tettonica delle placche Margaux Motin racconta la propria vita da madre single trentacinquenne, con sprazzi di ironia. Margaux Motin è una blogger e fumettista francese seguitissima in madrepatria. Laureata in arti plastiche ha raggiunto la notorietà grazie al suo blog, dove racconta la propria quotidianità con brevi storie a fumetti dal tono leggero e autocanzonatorio. Non è da meno il suo libro La Tettonica delle placche, pubblicato in Italia da BAO publishing e tradotto da Francesco Savino. La Tettonica delle placche. L’allegra e caotica vita da madre single di Margaux Motin «Dopo una rottura, si entra in una sorta di crisi adolescenziale in cui ci si affanna per ritrovare tutte quelle parti di sé sacrificate sull’altare della convenzione sociale conosciuta come “coppia”: la folle, la stupida, la sboccata, il genio creativo, la ribelle, l’anticristo della vita coniugale». Margaux Motin ci accoglie con questa frase all’interno del suo mondo, quello di una trentacinquenne madre single che si ritrova ad affrontare la fine di una relazione e ad accudire la propria figlia. Ma per la nostra protagonista questa rottura è anche un’occasione per riprendere in mano le redini della propria vita, tutte le “parti di sé” che ha dovuto sopprimere durante la sua relazione. Ecco allora che riemerge il lato più colorato e se, vogliamo, più infantile di Margaux: l’abbigliamento eccentrico e sopra le righe che la fanno somigliare più a una ragazza quindicenne che a una donna,  il rapporto “disfunzionale” (ma affettuoso) tra madre e figlia con la prima che assume il ruolo della seconda e viceversa, le chiacchiere tra amiche che si concludono sempre con un’allegra sbronza e l’espressione più evidente del lato fanciullesco in piccoli dettagli che vanno dal corpo ricoperto di variopinti tatuaggi (come si vede fin dalla copertina del libro) all’entrata in scena di “Towanda”, l’alter-ego della protagonista eccentrico quanto lei stessa. La tettonica delle placche. Rinascere con leggerezza Ne La Tettonica delle placche Margaux Motin riprende quasi alla lettera la più nota tra le Lezioni Americane di Italo Calvino, quella sulla leggerezza che “non è superficialità, ma planare sulle cose dall’alto, non avere macigni sul cuore“. Una leggerezza che certamente viene esagerata quando, ad esempio, la protagonista torna a casa dopo aver bevuto qualche bicchierino in più, ma che non è mai fine a se stessa. Infatti, come già ci ha avvertito la frase che apre questo vero e proprio diario, la donna compie un lento processo di riscoperta di sé, delle cose e delle persone che ama, in un momento traumatico come la fine di una storia d’amore durata anni. La rinascita, il cambiamento e la riscoperta della propria identità sono tematiche molto presenti all’interno dell’opera che, in piena regola con lo stile spensierato e ironico che la contraddistingue, non scade mai nel patetico e riesce a strappare al lettore un sano sorriso. La Tettonica delle placche è quindi una graphic novel/un diario/un romanzo autobiografico (è difficile stabilire in quale genere rientri il libro!) rivolto a un pubblico femminile. In particolare a tutte […]

... continua la lettura
Culturalmente

Colonie francesi, storia delle più importanti

Lungo un arco di quattro secoli, dal XVII al XX, la Francia si è contesa con le altre nazioni europee il dominio sui territori in Africa, Asia e America. In ognuno di questi continenti ci sono state colonie francesi, fondate per i tradizionali scopi a cui una colonia era destinata: sfruttamento delle risorse, circolazione di nuove materie prime nei mercati, porto sicuro per i dissidenti politici e religiosi e così via. Colonie francesi, la loro storia Colonie francesi in America Il 26 luglio del 1605 avvenne la fondazione di Port Royale nella provincia della Nuova Scozia in Canada, la prima delle colonie francesi. Nonostante le modeste dimensioni, la colonia risultò di importanza fondamentale per il commercio di pellicce, che fu regolato con le tribù indigene del luogo. Infatti l’alleanza dei francesi con gli indiani fu molto importante, dal momento che in cambio dell’esportazione di pellicce i primi avrebbero garantito ai secondi l’indipendenza (a differenza di inglesi e francesi, che invece li scacciavano dalle loro terre o cercavano di convertirli al cristianesimo) e sarebbero stati parte integrante della Nuova Francia, cioè di tutti quei territori americani divenute colonie francesi. Tuttavia le colonie francesi, rispetto a quelle inglesi, non erano state pensate in origne per divenire delle comunità popolate. Si trattavano principalmente di una sorta di enormi magazzini dove poter acquistare merce richiesta dai mercati europei e quindi non erano molto popolate. In questo modo si spiega anche la fondazione dello stato della Louisiana lungo il fiume Mississipi nel 1699: la sua posizione strategica, che lo collegava alla regione dei Grandi Laghi collegata con il Canada, permise ai francesi di costruire una grande rete di fortificazioni. Sempre tra il ‘600 e l’800 si assistette alla formazione delle Antille francesi, tutte quelle colonie facente parti dell’Arcipelago dei Caraibi: Haiti, Dominica, Santa Lucia, Trinidad e Tobago, etc. . La fondazione delle colonie francesi in America portò inevitabilmente allo scontro con gli inglesi, dapprima attraverso l’espansione verso ovest e poi anche con il trattato di Utrecht del 1713, firmato alla fine della guerra di successione spagnola, con la quale la Francia cedette all’Inghilterra i territori della Baia di Hudson, la Terranova e l’Acadia, tutti facenti parte della Nuova Francia. Nel 1791 scoppiò una rivolta di schiavi neri ad Haiti, guidata dal rivoluzionario Toussaint L’Ouverture che riuscì nel 1803 a ottenere l’indipendenza dell’isola. La Lousiana invece subì un trattamento diverso: dapprima data dai francesi agli spagnoli nel 1762 e poi riceduta ai francesi per volere di Napoleone nel 1803 che, a sua volta, venne rivendicata dall’allora presidente degli Stati Uniti Thomas Jefferson nell’ottobre dello stesso anno. Colonie francesi in Asia e in Africa Il maggiore interesse dei francesi in terra asiatica fu rappresentato dall’India e per la precisione da Pondichéry, dove i francesi fondarono una colonia mercantile nel 1674. Situata lungo la costa sudorientale del paese fu più volte sottoposta ai tentativi dei governatori del Canada e delle colonie indiane di renderla un vero e proprio dominio territoriale e in effetti, sul finire del ‘700, Pondichéry […]

... continua la lettura
Voli Pindarici

Coronavirus a Napoli, ovvero il regime del silenzio

Il Coronavirus a Napoli, o come d’improvviso la baraonda caotica di una città colorita lasciò il posto a una fredda e cupa desolazione Silenzio, l’unica cosa che riesci a percepire è questa. Un silenzio forte e maestoso, come quello che avverti all’interno di una cattedrale. Tutto normale, se non fosse per il fatto che sei a Napoli. In una città votata al culto della voce, dei suoni e della musica come Napoli quel silenzio ti appare surreale, se non addirittura disturbante. Il marciapiede di Via Duomo è una passerella di saracinesche abbassate, decorata dalle foglie cadute dagli alberi e mescolate a qualche cartaccia e ai mozziconi di sigaretta. Non che prima quelle strade fossero piene di vita, immemori di un passato glorioso fatto di commerci e profitti, ma è comunque strano camminare e ritrovarsi in uno scenario che neanche le menti di George Orwell o Philip K. Dick sarebbero state capaci di partorire. Stringere le mani è vietato, abbracciare qualcuno è vietato, darsi un bacio è vietato. La vita, con i suoi ritmi frenetici e talvolta ossessivi, si è fermata, come se l’orologio del tempo fosse caduto a terra frantumandosi e spezzando le leggi che regolano la normalità del mondo. Devi restare a casa, in quarantena, recluso come il peggiore dei criminali e sai benissimo che tu non hai colpe, ma nemmeno quelli che condividono in queste ore la tua stessa sorte. Il responsabile ha un nome: si fa chiamare Coronavirus. La formazione umanistica mi porta a scomporre tale nome in due distinte parole: Corona- e -virus: “il re dei virus“, il monarca assoluto assetato di potere che mira a conquistare l’intero mondo e a imporre la propria legge, la legge del silenzio. Non ha armi, eserciti, alleati o qualsiasi altro mezzo per raggiungere il suo scopo: gli basta l’invisibilità. Noi non lo vediamo, ma lui vede noi e ci porta via tutto: i sorrisi, l’allegria, le risate. Ci obbliga al silenzio delle nostre case, scandite soltanto dal rumore di un vento forte che fa sbattere le finestre. Sarebbe l’antagonista perfetto di un ipotetico film di fantascienza, ma è la dura realtà. Coronavirus a Napoli, il regime del silenzio Il re dei virus, seduto sul proprio immaginario trono, osserva soddisfatto il caos che ha portato in città, riaccendendo in noi paure che pensavamo di non avere. Lo stoicismo di molti viene messo a dura prova e questo spiega la fuga verso il sud compiuta, inconsciamente, da studenti e lavoratori che si erano trasferiti al nord per stare vicino alle loro famiglie o gli scaffali dei supermercati saccheggiati da orde di uomini e donne, neanche fosse periodo di saldi. Il presagio de “il peggio deve ancora venire” risveglia gli istinti più bassi di ognuno di noi, carburante efficace di cui si nutre la paura e che, a sua volta, nutre il silenzio e il suo regime. Ma alla paura e allo sconforto non bisogna rassegnarsi. Ce lo dicono i medici che cercano una cura per debellare per sempre questo male, gli […]

... continua la lettura