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Eroica Fenice

Libri

Lamù, racconti di anime. Il romanzo di Portella e Scala

Antionio Portella e Tonino Scala sono gli autori di Lamù, racconti di anime, romanzo d’amore e sulla diversità di genere pubblicato da Edizioni MEA. Ponticelli, periferia est di Napoli, fine anni ’80. Mario e Lello sono due amici che giocano nella stessa squadra di calciotto, il calcio a otto giocatori. Mario è un operaio metalmeccanico di 28 anni, sposato e con due figli. Lello fa il panettiere, vive con i genitori in una modesta casa e agli abitanti più bisognosi del quartiere dona il pane in eccesso. Mario si è rassegnato a un’esistenza piatta, Lello si concede il lusso di sperare in un domani migliore in un posto dove il degrado circostante non lo permetterebbe. Una sera i due amici, osservati da una luna splendente, stanno tornando a casa dopo aver festeggiato in pizzeria. Lello bacia Mario che, inorridito, lo allontana. Lello attraversa una crisi di identità e capisce di essere nato nel corpo sbagliato. L’amicizia con Eva, una transessuale che si guadagna da vivere prostituendosi, lo convince a intraprendere un percorso di transizione che lo porterà a diventare Lamù. Lamù, racconti di anime. Essere diversi in una Napoli ancora (e troppo) tradizionalista Edizioni MEA ha dato alle stampe Lamù, racconti di anime, il primo romanzo a quattro mani scritto da Antonio Portella e Tonino Scala, due personalità quanto mai diverse. Antonio, nato nel 1975, lavora da sempre nel mondo dello spettacolo e dopo una lunga militanza nella televisione giunge al cinema nel 2016 con Felicissime Condoglianze, tratto proprio da un soggetto di Tonino Scala. Quest’ultimo, originario della città tedesca di Krefeld, è il fondatore della testata Sinistra e Mezzogiorno e all’attività di scrittore e giornalista affianca quella politica, come dimostra la sua elezione a Presidente della Commissione Speciale Regionale Anticamorra nel 2005. Lamù, racconti di anime è un romanzo che ruota attorno a un’unica orbita, come anticipa anche la prefazione di Massimiliano Gallo: quella dell’amore. Lello/Lamù intraprende un percorso di trasformazione fisica e psicologica per farsi accettare da Mario. Per fare ciò non esita a sottoporsi anche a cure discutibili, nobilitate dal forte sentimento che prova. È un percorso doloroso ed emotivo sullo sfondo di una Napoli ancorata alle fin troppo robuste radici di un bigottismo incarnato nei genitori di Lello, in particolare il padre Gerardo. Ma è anche una Napoli dilaniata dalla crisi della classe operaia e dalla rassegnata monotonia in cui vivono gli abitanti delle periferie che nelle gesta di Maradona e nelle canzoni di Pino Daniele trovano quei pochi spiragli di luce concessi loro. Il tutto sotto lo sguardo dell’onnipresente luna, che illumina i punti più salienti della storia e ne è la neutrale spettatrice. Lamù, racconti di anime alterna crudo realismo a momenti di dolce poesia per parlare di un argomento che ancora oggi è considerato tabù dalle persone che si reputano tolleranti: quella diversità di genere che tanto spaventa, ma che non andrebbe mai giudicata. Immagine in evidenza: Edizioni MEA

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Libri

Marotta e Cafiero pubblica Guns di Stephen King

Intervista a Rosario Esposito La Rossa, fondatore della casa editrice Marotta e Cafiero che a maggio pubblicherà Guns di Stephen King. È di alcuni giorni fa la notizia della pubblicazione del saggio del 2014 di Stephen King Guns da parte di Marottae Cafiero, casa editrice napoletana fondata da Rosario Esposito La Rossa e situata nel quartiere di Scampia. Un importante traguardo per una realtà piccola e indipendente come questa che dal 1959, come si legge anche sul sito ufficiale, “spaccia libri” per diffondere cultura. Raffaele La Capria, Ernesto Che Guevara e il premio Nobel Günter Grass sono solo alcuni dei nomi illustri pubblicati da questa casa editrice, a cui va ad aggiungersi un autore che non ha bisogno di presentazioni come Stephen King. 500milioni di copie vendute in tutto il mondo e padre di romanzi horror e fantastici quali It, The Shining e Il Miglio Verde, divenuti celebri grazie anche alle loro trasposizioni cinematografiche, il “maestro del brivido” ha reso disponibile su internet il breve saggio Guns. Si tratta di un pamphlet lungo venticinque pagine contro l’uso delle armi, purtroppo causa principale di morte negli States. Non a caso King ha sentito la necessità di scrivere il testo in seguito alla strage avvenuta nel 2012 all’interno della Sandy Hook Elementary School del Connecticut, dove persero la vita 20 bambini. Dopo una lunga trattativa, Rosario è riuscito ad aggiudicarsi la traduzione e la pubblicazione del testo venendo contattato addirittura dall’agente di Stephen King e sapere che un saggio contro la violenza armata verrà pubblicato da una casa editrice situata in un luogo dove le armi e gli omicidi sono una triste costante, significa molto. Abbiamo avuto modo di scambiare due chiacchere con Rosario Esposito La Rossa in occasione di questo lieto evento e lo ringraziamo in anticipo per averci dedicato parte del suo tempo. Marotta e Cafiero pubblica Guns di Stephen King. Intervista a Rosario Esposito La Rossa Aggiudicarsi il manoscritto di un autore di fama mondiale come Stephen King deve essere stato un grande onore. Quali sensazioni hai provato? È stata una bellissima sensazione, un ciclone per una piccola casa indipendente come la nostra. Il saggio di Stephen King si intitola “Guns” e forse è giusto che a curarne la traduzione e la pubblicazione sia una casa editrice situata in quartiere  difficile come quello di Scampia. Sei d’accordo? Il nostro obiettivo era portare un testo che avesse a che fare con noi, con una realtà difficile dove circolano le armi e ci siamo riusciti. Restando sempre sulla questione delle armi, tema di questo saggio, quanta attinenza c’è con quel che accade nei quartieri più degradati di Napoli e negli Stati Uniti dove, a differenza di quanto accade nel nostro paese, la Costituzione permette il possesso di un porto d’armi? Le differenze, ovviamente, ci sono. Qua le armi circolano illegalmente. La pubblicazione di questo saggio è importante per i ragazzi, in modo da contrastare la criminalità. Ecco perché in futuro mi piacerebbe riuscire a portare questo testo all’interno delle scuole. A questo punto […]

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Culturalmente

La Zattera della Medusa, analisi del dipinto di Géricault

Analisi de La zattera della Medusa, celebre dipinto del pittore francese Théodore Géricault risalente al 1818-1819 Théodore Géricault nacque nel 1791 da una famiglia di stampo borghese che gli permise di avere un’ottima formazione. Ebbe la possibilità di studiare presso gli studi pittorici di Carle Vernet e Pierre-Narcisse Guérin e di completare gli studi presso l’Accademia di Belle Arti di Parigi. Nel 1812 espone al Salon del Louvre la sua prima opera, Ufficiale dei cavalleggeri della Guardia imperiale alla carica. Fin da subito Géricault mette in chiaro la missione che caratterizza la propria arte: la riproduzione sì della storia a lui contemporanea, soprattutto le guerre napoleoniche, come facevano i suoi colleghi, ma concentrandosi su quelli che sono i personaggi secondari: da soldati semplici a ufficiali sconosciuti, figure i cui nomi si sono persi nella matassa della storia e le cui azioni hanno contributo al successo o meno di determinate imprese. Al 1816 risale il suo viaggio in Italia dove studiò le sculture di Michelangelo, i dipinti di Raffaello Sanzio e quelli di Caravaggio. Altre famosissime opere di Géricault sono la serie delle monomanie (o “degli alienati”, 1822-23), ritratti a mezzobusto di persone affette da disturbi psichici relativi a un comportamento ossessivo che sfocia nella follia. Il pittore era molto interessato a questo tema, come dimostra il fatto che si concentra sulle espressioni facciali di questi uomini e donne, forse pazienti di un manicomio, in un periodo in cui la medicina inizia a interessarsi alla cura dei disturbi della mente. L’opera che però viene associata automaticamente all’artista è La Zattera della Medusa, realizzata tra il 1818 e il 1819 ed esposta al Louvre. La genesi dell’opera è legata a un fatto di cronaca che all’epoca suscitò molta impressione: il naufragio della fregata La Méduse. La Zattera della Medusa, antefatto Nel giugno del 1816 La Méduse partì da Rochefort in direzione di Saint-Louis, sulle coste del Senegal. Capo della spedizione era Hugues Duroy de Chaumareys, un capitano con poca esperienza nei viaggi marittimi. Il 2 luglio del 1816 la fregata si incagliò su un banco di sabbia a 160 chilometri di distanza al largo della Mauritania. A nulla servirono i tentativi di discagliare l’imbarcazione e il 5 luglio una parte dell’equipaggio si imbarcò sulle sei scialuppe di salvataggio. Per i restanti 150 passeggeri fu costruita una zattera che venne trainata dalle scialuppe sotto la guida di Chaumareys. La zattera iniziò ad affondare per il peso degli uomini e la cima che la teneva legata alle altre navi crollò. Iniziò così un’odissea lunga 13 giorni: nella sola prima giornata morirono 20 persone (alcune si suicidarono) e dalla nona iniziarono a registrarsi episodi di cannibalismo. Questo terribile incubo si concluse il 13 luglio quando i dieci superstiti furono soccorsi da un battello. Cinque di loro morirono durante la notte. I giornali dell’epoca dedicarono ampio spazio all’episodio che, come è facile immaginare, suscitò enorme scandalo in patria. Il capitano Chaumareys venne processato per aver abbandonato a morte sicura i componenti dell’imbarcazione e fu condannato a […]

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Food

Spice Caliente. Recensione forno elettrico per pizza

Recensione del forno elettrico per pizza Spice Caliente L’anno che ci siamo lasciati alle spalle è stato difficile, ma ha avuto anche i suoi risvolti positivi. Il lockdown ha aumentato il tempo a disposizione per dedicarci alla cucina e molti di noi si sono cimentati nell’impastare e preparare pizze, le cui foto hanno invaso i più importanti social network per molti mesi. Riprodurre però gli stessi sapori e la stessa consistenza delle pizze tipiche di una pizzeria non è un’operazione scontata, dati i limiti dei forni casalinghi che presentano una struttura diversa dai quelli che si trovano nelle cucine di ogni pizzeria. Giungono così in nostro aiuto dei validi sostituti come il Forno pizza spice Caliente, prodotto dall’azienda Spice Electronics. Spice Caliente. Descrizione del prodotto Fin dalla sua fondazione nel 2014, Spice Electronics si è distinta nel proporre prodotti per la cucina di alta qualità e a basso costo, con un occhio di riguardo anche all’ambiente usando materiali biodegradabili: portapranzo, borracce, essiccatori per gli alimenti, affettatrici, scaldavivande e forni elettrici per preparare pizze hanno conferito a questo marchio giovane un ruolo di prestigio all’interno del settore. Spice Caliente incontrerà i favori di tutti coloro che amano preparare pizze in casa. Questo piccolo forno dal colore rosso accesso è costituito da un piano di cottura dal diametro di 32 centimetri e realizzato in pietra refrattaria, la stessa con cui sono costruiti i forni delle pizzerie e che, allo stesso modo, assorbe l’umidità rendendo la pizza fragrante. Questo risultato che si può ottenere in soli cinque minuti (tre, nel caso di pizze surgelate). Il forno elettrico Spice Caliente è adatto per cuocere molti altri alimenti come carne, panini, piadine, castagne, toast, torte salate e calzoni. È inoltre dotato di un termostato utile per regolare la temperatura (fino a 400 gradi) e ha una potenza pari a 1200 watt. I materiali con cui il forno è realizzato fanno sì che non vengano rilasciati fumo o cattivi odori e, rispetto a quello casalingo, il consumo di corrente è ridotto al minimo. La sua struttura in acciaio inox lo rende un prodotto resistente anche agli urti più pesanti. L’acquisto di Spice Caliente è quindi consigliato a tutti gli amanti dei prodotti genuini e fatti con le proprie mani. Il vantaggio di poter avere nelle proprie case un forno elettrico capace di cuocere pizze come nelle più rinomate pizzerie costituisce un valido motivo per l’acquisto. Il prezzo si aggira sugli 82 euro, ma se si vuole acquistare il forno con un set di due palette di alluminio e un libro di ricette la spesa si aggira attorno ai 92 euro. Inoltre, qualora il prodotto dovesse risultare difettoso o danneggiato, Spice Electronics offre una garanzia diretta a domicilio di 48 ore che prevede la sostituzione dei pezzi difettosi. Se anche voi volete stupire i vostri amici o i vostri familiari preparando una pizza come sanno fare i veri pizzaioli, non bastano solo acqua, farina e lievito. Vi serve anche il forno Spice Caliente, se volete fare un […]

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Libri

Maria Bolignano: Profumo comico di donna | Recensione

Recensione di Profumo comico di donna, la prima raccolta di racconti dell’attrice napoletana Maria Bolignano. In un anno particolare e difficile come è stato questo 2020 oramai prossimo alla fine, il tempo a disposizione per dedicarsi ad attività utili a staccare momentaneamente con una realtà ogni giorno dolorosa e drammatica si è dilatato. Ma tra una pizza impastata in casa e una videochiamata con i parenti che abitano in un’altra città è aumentato anche il tempo a disposizione per leggere e, soprattutto, per scrivere. Lo sa bene Maria Bolignano, attrice di cinema e teatro nota al pubblico per le sue apparizioni nella serie televisiva I bastardi di Pizzofalcone e nello show Made in Sud, che per Edizioni MEA ha pubblicato la sua prima raccolta di racconti umoristici: Profumo comico di donna. Profumo comico di donna di Maria Bolignano: racconti femminili di una Napoli vivace A presentare questo piccolo volume di racconti è Maurizio Casagrande, attore, regista e amico stretto dell’autrice che nell’introduzione ci offre un assaggio di ciò che si andrà a leggere. Come è facile immaginare, grazie anche a un titolo che più esplicito non si può, i nove racconti vedono protagoniste donne diversissime tra di loro, ma tutte accomunate dal possedere l’immancabile ironia e la leggerezza che caratterizzano il popolo partenopeo. C’è chi si sporge sul cornicione del proprio palazzo sperando, con la scusa di farla finita e con la complicità di una coincidenza di date, di riuscire a trovare finalmente l’anima gemella, chi riappare nelle vesti di spettro per ammonire il proprio nipote cresciuto a pane e tagli di carne, chi addirittura giunge a dialogare letteralmente con le parti del proprio corpo che, a loro volta, si esprimono in dialetto romanesco. Nella raccolta di Maria Bolignano c’è spazio per tutto e per tutti, anche per un pezzo di stand up comedy che l’autrice ha scritto a quattro mani con l’attrice e regista teatrale Fabiana Fazio dal titolo Gli uomini però sanno anche parcheggiare. Il punto di forza di Profumo comico di donna è senza dubbio lo stile, che ricalca una lingua priva di superflui ornamenti e piena di vita. In ogni pagina sembra di sentire le voci di queste donne e della loro femminilità, mascherata da un concentrato di ironia sui generis. Maria Bolignano non ci pensa due volte ad essere schietta e sincera, con trovate e battute comiche che riescono a strappare una risata anche al lettore più serio e composto. Il libro perfetto se si vuole trascorrere un’ora al giorno sorridendo, anche per staccare momentaneamente dalle sconfortanti notizie che oramai, data la situazione attuale, sono all’ordine del giorno. Immagine in evidenza: Edizioni MEA

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Musica

Rock anni ’90. Viaggio tra le band più famose del decennio

Alla scoperta del rock anni ’90 con band e generi che hanno segnato la storia della musica e l’immaginario di tanti giovani di allora. Il rock, con la sua lunghissima storia, negli anni ’90 non aveva ancora esaurito gli argomenti a sua disposizione. I maggiori gruppi di questi anni affilano chitarre, percussioni e batterie per divenire la voce di tutti quei giovani che nelle rassicuranti e spensierate melodie di Britney Spears e dei Backstreet Boys non trovano risposte allo svuotamento dei loro ideali e delle loro certezze. La conseguenza è la nascita di tanti nuovi generi che hanno lasciato un’orma indelebile nel terreno della musica e che ancora oggi provocano magoni in chi ha vissuto la propria adolescenza nei gloriosi anni del Gameboy, dei pantaloni a zampa di elefante e dei walkman con le musicassette il cui nastro veniva continuamente consumato e che, di lì a poco, avrebbero dovuto lasciare spazio ai lettori CD. Partiamo allora per questo viaggio nelle estese lande del rock anni ’90, consci che quanto segue non è un esauriente catalogo di tutti i generi e di tutte le band del decennio. Ma speriamo comunque di riuscire a far riaffiorare, a qualche lettore, elegiaci ricordi della propria adolescenza o infanzia. Rock anni ’90. Il grunge Tra i generi più importanti del rock di quegli anni c’è il grunge, nato a Seattle sul finire degli anni ’80. Il nome deriva da grungy, aggettivo gergale che significa “sporco” o “trasandato” e che ben identifica il look con cui si presentavano i gruppi sul palco: jeans strappati, scarpe da ginnastica e camice a quadri. Un abbigliamento sobrio e distante dagli sfarzi a cui gran parte delle rockstar erano abituate e che ben si accompagna alle melodie graffianti, violente e rabbiose e ai testi nichilisti e cupi. Padri del genere sono considerati i Nirvana, nati nei pressi di Washington, che con Nevermind raggiunsero il successo commerciale spodestando i più blasonati nomi del pop. Merito fu anche del frontman Kurt Cobain, un personaggio che incarnò gli umori di una gioventù svuotata nell’anima e priva di certezze. Emblematico è il leggendario concerto che i Nirvana tennero a New York nel 1993 per MTV Unplugged dove Kurt cantò le versioni acustiche di alcuni brani della band circondato da una scenografia profanamente sacra, fatta di candele e fiori. Quasi un sinistro presagio del suicidio che il cantante, oramai elevato ad icona, avrebbe compiuto l’anno successivo lasciando nello sgomento la moglie Courtney Love e miliardi di fan in tutto il mondo. A portare avanti in un certo modo l’eredità della band è stato Dave Grohl, ex batterista dei Nirvana, che nel 1994 fondò uno dei gruppi più amati e popolari degli anni ’90: i Foo Fighters. Invece a Seattle, nel 1987, si formano gli Alice in Chains, per volere del cantante Layne Staley e del chitarrista Jerry Cantrell. Le dure sonorità della band richiamano molto il metal mentre i testi dei brani sono introspettivi e spesso riguardano episodi personali della vita dei membri. Non mancano però le […]

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Cinema e Serie tv

Johnny Bravo, il macho mammone di Cartoon Network

«Ehi, Baby!». Questa è una delle tante frasi pronunciate da Johnny Bravo, il mitico protagonista di una serie animata degli anni ’90. Chi ha vissuto la propria infanzia negli anni ’90 non potrà dimenticarsi di un canale che, per un bambino che aveva la fortuna di avere un decoder satellitare, era il paradiso dell’animazione: Cartoon Network. Fondato nel 1992, si può considerare il primo canale dedicato interamente all’animazione dove, accanto ai classici cartoni di Braccio di Ferro, di  Tom e Jerry e dei Looney Tunes, venivano trasmesse anche serie animate originali prodotte dai Cartoon Network Studios come Mucca e Pollo, Leone il cane fifone, Ed,Edd and Eddy , Il laboratorio di Dexter e il protagonista di questo articolo: Johnny Bravo, creato dall’animatore Van Patrible nel 1997. Johnny Bravo, trama La serie ruota attorno al protagonista Johnny Bravo, un ragazzone che è il classico stereotipo del macho: alto, muscoloso e narcisista, con un enorme ciuffo biondo e gli occhiali da sole perennemente attaccati agli occhi. In ogni episodio il nostro eroe prova in ogni modo a conquistare il cuore delle ragazze che gli capitano a tiro, puntando sul solo (e presunto) fascino. Peccato che finisca per essere umiliato, venendo scaricato senza troppi complimenti! Inoltre, nonostante l’aria da duro, Johnny dimostra una personalità ingenua e infantile venendo sempre ingannato dal prossimo. Gli altri personaggi della serie sono sua madre (o “Mama”, come viene spesso chiamata dal protagonista), una donna materialista che pensa soltanto ai ritocchini estetici e che tratta il figlio come se fosse un bambino; Suzy, una bambina di sei anni molto intelligente che assilla e ricatta Johnny con richieste assurde; Carl, lo stereotipo del nerd in fissa con la scienza che crede di essere amico di Johnny e poi Pops, l’avido proprietario del bar frequentato dai personaggi. Nel corso di tutte e quattro le stagioni compaiono anche diverse star del calibro Michael Jordan, “Weird Al” Yankovic”, Luke Perry e Mick Jagger. Il macho bamboccione di Cartoon Network Oltre ad essere il simbolo di quella che è stata la golden era di Cartoon Network, Johhny Bravo è anche un cartone dall’umorismo irriverente e sopra le righe. A cominciare dal suo personaggio principale, un guascone che non perde mai occasione di pavoneggiarsi e di pronunciare autoelogiative frasi ad effetto ( e il merito va soprattutto al suo doppiatore, quella del compianto Sergio di Stefano), ma che nasconde una personalità del tutto opposta: rude, ignorante e paurosa, al punto da avere una dinamica del tutto sbagliata con la madre che non lo tratta come un uomo adulto, ma come un bambinone fin troppo cresciuto. Il tutto è condito da espedienti comici che possono sembrare addirittura troppo “maturi” per un cartone che è, in fin dei conti, è rivolto a un pubblico di giovanissimi. Due curiosità: la prima è che gli sceneggiatori di alcuni episodi di Johnny Bravo sono stati Seth MacFarlane e Butch Hartman. Questi nomi non vi dicono niente? Sono le stesse menti dietro altre due celebri serie animante: I Griffin e […]

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Culturalmente

Abolizione della schiavitù negli Stati Uniti

Il 31 gennaio del 1865 è una data importante non soltanto per gli Stati Uniti d’America, ma anche per l’umanità intera. In quella data viene ufficializzato il tredicesimo emendamento della Costituzione relativo all’abolizione della schiavitù. Fin dal XVI secolo, ancor prima della fondazione dello stato americano, i coloni europei portarono gli schiavi dall’Africa nei loro territori allo scopo di coltivare i campi di caffè, tabacco, canna da zucchero e cacao. La colonia di San Miguel de Guadalupe, fondata nel 1526 in South Carolina, fu la prima a sfruttare la forza-lavoro di questi uomini. Come afferma lo storico e saggista Niall Ferguson, gli europei vennero a conoscenza di quella che fu nota come tratta degli schiavi dagli stati africani che affacciavano sul golfo di Guinea. Questi vendevano gli schiavi ai coloni, i quali venivano portati a lavorare nelle colonie. Gli schiavi neri divennero il motore di un’economia basata sulla piantagione concentrata nell’Oceano Atlantico. Con la spinta verso gli stati dell’ovest e la rivoluzione del 1776 che portò alla nascita degli Stati Uniti d’America, la schiavitù venne regolamentata all’interno della Costituzione. Tuttavia dall’Europa (i cui stati, va ricordato, avevano approfittato dei vantaggi della tratta) iniziarono a farsi sentire anche le prime voci di condanna contro questo procedimento disumano. Complici furono gli intellettuali illuministi che non potevano tollerare l’esistenza della schiavitù in un mondo basato sulla libertà e sull’uguaglianza degli uomini. Ma non bisogna dimenticare che nel 1760 la rivoluzione industriale inglese aveva portato una nuova idea di lavoro basata sull’impiego delle macchine, motivo per cui l’uso della manodopera era considerata obsoleta e primitiva. Fu proprio in Inghilterra a nascere nel 1787 il primo movimento per l’abolizione della schiavitù, guidato da William Wilberforce, che portò all’abolizione (seppur formale) della tratta il 1 gennaio del 1808. Con un provvedimento del 26 luglio del 1883 il Parlamento inglese ordinò l’abolizione della schiavitù nelle colonie britanniche. Toccò poi alle nazioni europee, nonché grandi potenze coloniali, cercare di fare il passo più importante: la Conferenza di Berlino del 1885 vietò la tratta degli schiavi e il loro commercio, mentre la Conferenza di Bruxelles del 1890 obbligò l’ispezione delle navi sospettate di trasportare esseri umani a bordo. L’abolizione della schiavitù negli Stati Uniti Tra il 1776 e il 1804 alcuni stati americani iniziarono ad abolire gradualmente la schiavitù. Questo avveniva principalmente negli stati del nord, dove andava a svilupparsi un’economia di stampo industriale con gli ex-schiavi neri che iniziarono a vivere come uomini liberi seppur con libertà limitate: essi non potevano votare, i loro figli non potevano andare nelle stesse scuole dei bambini bianchi e veniva loro proibito di compiere alcuni lavori. In pratica essi vivevano in uno stato di segregazione. Diversa era la situazione degli stati del sud, la cui economia agricola, basata principalmente sul commercio del cotone, necessitava della manodopera degli schiavi. In quegli stessi stati, tuttavia, nacque il primo movimento abolizionista volto a liberare i neri dal giogo dei loro padroni. Si tratta della Underground Railroad, una linea di “ferrovia sotterranea” organizzata da ex schiavi […]

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Culturalmente

Coblas Capfinidas. Cosa sono e come funzionano

La poesia dei trovatori provenzali è un sistema definito di codici e metri che hanno gettato le basi della poesia moderna. Uno dei princìpi fondamentali è la distribuzione del testo in coblas, stanze (o strofe) di lunghezza variabile. La caratteristica principale è che sono costruite tramite uno schema ben studiato di rime e di parole. Le coblas possono essere singularis quando ognuna presenta rime diverse, doblas quando le rime si presentano uguali ogni due strofe, ternas quando le stesse rime si presentano in tre strofe, capcaudadas quando la rima di ogni strofa è anche la prima che apre quella successiva, retrogradadas quando la rima viene invertita in ogni stanza. Infine ci sono le coblas capfinidas, quelle strofe in cui una rima o una parola che chiude la stanza ricompare nel primo verso di quella successiva. Coblas Capfinidas, esempi Nel mondo della poesia provenzale esistono molti esempi di uso di questa tipologia di strofe. Guiraut Riquier, uno dei trovatori più prolifici, organizza la canzone Res no·m val mos trobars (qui il testo completo) strutturando le prime cinque coblas come capfinidas, dal momento che l’ultima rima di ogni verso viene ripetuta nel primo verso o addirittura viene inserita all’inizio di questo. Lo stesso procedimento viene usato anche da Peire Bremon, un altro trovatore, all’interno della canzone Pois lo bels temps renovella (qui il testo completo). In questo caso però non tutte le strofe si possono considerare capfinidas, dal momento che mancano dei collegamenti tra alcune strofe che forse, nei codici manoscritti a noi pervenuti, sono state omesse. Anche la poesia italiana delle origini è piena di questi esempi. Uno dei primi autori ad adoperare le coblas capfinidas è Guittone d’Arezzo nella canzone Ahi lasso, or è stagion de doler tanto dove l’ultima parola di ogni strofa è la prima che si ritrova in quella successiva tranne che nel congedo, la chiusura del componimento. Il padre del dolce stil novo Guido Guinizelli usa lo stesso procedimento in Al cor rampaira sempre amore e, come Guittone, anche qui troviamo un congedo che si distacca dallo schema delle altre strofe. Un procedimento analogo esisteva anche nella lirica galego-portoghese, sviluppatasi in area iberica tra il XII e il XIV secolo. Si tratta del leixaprén (in italiano “Lascia e prendi”), una figura stilistica che consiste nella ripetizione del secondo verso di una strofa in quella successiva, dove assume il ruolo di primo verso. La differenza fondamentale con le capfinidas provenzali è che il verso non deve essere per forza ripetuto nella propria interezza, ma si può anche cambiare l’ordine delle parole. Questo procedimento si ritrova spesso nel genere delle cantigas de amigo il cui maggiore rappresentate è Martín Codax. Nei sette brevi componimenti (qui il testo completo) che il filologo Giuseppe Tavani definì “poemetto codacciano” il meccanismo del leixaprén serve per enfatizzare lo stato d’animo e psichico dell’io poetico, quello di una giovane donna che attende il ritorno del proprio amato nell’isola di Vigo. Un’attesa che, tuttavia, non porta a nulla di concreto dato che l’uomo in […]

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Culturalmente

Giuditta e Oloferne, la storia biblica più famosa dell’arte

Tra i soggetti biblici più rappresentati nella storia dell’arte, uno dei più noti è quello di Giuditta e Oloferne. Gli artisti di ogni tempo si sono cimentati con questo motivo, regalandoci le loro diverse versioni e interpretazioni di una vicenda che ha come protagonista una donna che salva il suo popolo dall’oppressione militare. Giuditta e Oloferne, storia Il testo di riferimento per questo racconto è il Libro di Giuditta, composto in ebraico attorno al II secolo a.c. e contenuto nel Vecchio Testamento (ma non nel Nuovo). Il re assiro Nabucodonosor è impegnato in una lunga campagna militare contro i Medi, un popolo che occupava l’Iran centrale. Ad occuparsi della campagna occidentale è il suo generale Oloferne il quale intraprese una guerra con il popolo di Israele, costringendolo a sottomettersi al suo volere. L’avanzata del generale assiro sembrava inarrestabile, ma giunto nella città di Betulia si scontrò col destino che aveva assunto le forme di una bellissima e sensuale donna: Giuditta. Giovane, ricca e vedova. Chi non ne approfitterebbe di queste caratteristiche? Giuditta ha capito qual è il punto debole di quel generale invincibile. Così si presenta con la sua serva nei suoi accampamenti e gli fa credere di essere dalla sua parte poiché il suo Dio le ha mostrato i peccati del suo popolo il quale, come punizione, verrà conquistato dalle sue armate. Oloferne si rallegra e per festeggiare organizza un banchetto a cui anche Giuditta è invitata ed è proprio lì che la donna attua il suo piano. Fa ubriacare Oloferne e lo fa addormentare, decapitandolo con una spada. Presi dal panico nel vedere il corpo senza testa del loro generale gli Assiri si disperdono, mandando in fumo la conquista della città di Giuditta che fu accolta come eroina e liberatrice dal suo popolo. La ricezione nel mondo dell’arte La storia di Giuditta e Oloferne racchiude in sé una quantità indefinita di significati derivati dall’arte e dall’iconografia di ogni tempo. Dalle miniature dei codici medievali ai grandi dipinti del secolo scorso tutti gli artisti sono accomunati dall’aver sempre e comunque rappresentato il momento clou dell’episodio biblico: la decapitazione di Oloferne. Il primo pittore a cui si pensa istintivamente per questo tema è Caravaggio che attorno 1598-1599 dipinse l’omonimo quadro esposto oggi all’interno di Palazzo Barberini a Roma. Quello che colpisce è l’incredibile messa in scena delle figure: Caravaggio dà alla vicenda un tocco quasi teatrale, favorita dal buio sullo sfondo e dalla luce che illumina le sue tre figure: una Giuditta dall’espressione a tratti disgustata che decapita il generale assiro, colto in un grido di terrore e dal cui collo sgorga un fiume di sangue e la serva, anziana e impassibile nell’assistere a quel cruento momento. Anche Artemisia Gentileschi era affascinata da questa storia, come dimostra il Giuditta che decapita Oloferne realizzato attorno al 1620 e di cui esistono due versioni: la prima conservata al museo di Capodimonte a Napoli e la seconda presso la Galleria degli Uffizi a Firenze. Rispetto a quanto fatto da Michelangelo Merisi la pittrice, […]

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Libri

Valentina Iusi pubblica Micro storie, la sua prima antologia

Micro storie di Valentina Iusi si articola in racconti scollegati tra di loro, ma accomunati dal leitmotiv dell’emozione. Valentina Iusi nasce nel 1977. È laureata in lettere all’Università della Calabria e insegna letteratura presso il MIUR. La sua carriera letteraria inizia nel 2016 partecipando all’antologia di racconti Qualcosa di rosso. Per due anni consecutivi, dal 2016 al 2017, è tra i finalisti del torneo IoScrittore e nel 2018 risulta tra i quattordici finalisti del concorso Romanzi in cerca d’autore e partecipa con alcuni racconti all’interno di tre antologie: Racconti storici, I racconti di Cultora, Un natale horror 2018. Micro storie di Valentina Iusi. Frammenti di attimi e sensazioni Pubblicato da Santelli editore, Micro storie si presenta come un’antologia singolare. I ventuno racconti che la costituiscono non sono legati tra di loro e spaziano tra i generi e i toni più disparati: la fantascienza, l’ironia, il dramma, la memoria storica. Sono tante le tinte che Valentina Iusi padroneggia con decisione, facendo parlare più le sensazioni che i personaggi delle sue narrazioni. Il punto di partenza di ogni racconto è sempre un’emozione, un fatto o anche un oggetto che richiamano alle varie forme dell’amore. Ne Le parole da scrivere a prendere la parola è una penna gelosa del proprio scrittore che la sostituisce con una macchina da scrivere, in una vera e propria dichiarazione romantica verso le parole e le frasi esalanti inchiostro scritte di getto e impresse sulla pagina bianca. L’amore materno è protagonista di molti racconti e soprattutto in Baciami ancora, dove il legame tra madre e figlio è condizionato da un evento che li separa. C’è addirittura spazio per la metaletteratura in Cenere diventerai, dove viene messo in scena lo scontro tra uno scrittore e un celebre personaggio letterario e cinematografico che ha chiamato in causa nella sua opera. Ma all’occhio saltano due racconti particolari per i temi trattati: ENOLAGAY analizza lo stato d’animo dei soldati americani che furono chiamati a sganciare la prima bomba atomica su Hiroshima, mentre Domenica è un sentito omaggio a Mia Martini e alla canzone E non finisce mica il cielo che fa da colonna sonora per una storia di amore possessivo e morboso. Da segnalare anche Notti in bianco in cui viene descritta una storia d’amore nata tra due utenti di un forum su internet che non solo traduce in chiave contemporanea Le notti bianche di Fedor Dostoevskij ma analizza, con dovuta minuzia, come l’amore si sia evoluto nell’era della tecnologia in un sentimento meccanico e freddo. Valentina Iusi scrive in modo molto semplice, anche quando affronta tematiche complesse e non alla portata di tutti. Inoltre la breve durata dei racconti e il loro consumarsi in poche pagine rende Micro storie un libro che si consuma in poco tempo, in coerenza con l’idea di base: analizzare piccoli frammenti di vita, piccoli attimi che durano nel giro di alcuni minuti. Immagine copertina: ufficio stampa

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Cinema e Serie tv

Film da vedere per Halloween. Tra classici e commedie

Siete in cerca di film da vedere per Halloween? Noi di Eroica Fenice abbiamo scelto alcune pellicole adatte per il periodo. Da un po’ di anni a questa parte anche nel nostro paese si festeggia Halloween, nonostante i pareri di un paio di timorati che mettono in guardia dalle presunte “energie demoniache” che si risveglierebbero durante la notte del 31 ottobre e di altri ancora che la considerano un’ “americanata” o distruggono un paio di zucche con una mazza da baseball perché non fa parte della nostra cultura (cosa non vera, tra l’altro). Certo, quest’anno sarà del tutto differente: niente dolcetto o scherzetto alle porte dei vicini per i più piccoli, niente festini alcolici per i più grandi con la possibilità di filtrare con qualche ragazza travestita da vampiro e, soprattutto, niente veglie in campi di zucche assieme a Linus e alla sua coperta in attesa del Grande Cocomero.  Che ne dite allora di una bella maratona di film da vedere nella notte più spaventosa dell’anno? Decorate la vostra stanza con zucche intagliate e pipistrelli sul soffitto, mettete qualche ragnatela ai lati del vostro televisore, spegnete le luci, illuminate qualche candela rossa per creare l’atmosfera e mettetevi comodi. Ecco una lista di film da vedere per halloween tutta per voi. Freaks Una compagnia circense annovera tra le sue attrazioni alcuni fenomeni da baraccone, in realtà persone affette da malformazioni fisiche: una coppia di gemelle siamesi, una bambina affetta da microcefalia, un uomo nato senza arti e così via. Il nano Hans è uno di loro ed è perdutamente innamorato della trapezista Cleopatra la quale, con la complicità del suo amante Ercole, architetta un crudele piano: sposare Hans per poi ucciderlo e impossessarsi della sua cospicua eredità. Freaks, il capolavoro diretto da Tod Browning nel 1932, è considerato un film “maledetto” per la storia e i retroscena che lo caratterizzano. Si racconta che dietro le quinte il cast e la troupe furono oggetto di discriminazione da parte dei funzionari della MGM (la casa di produzione del film) e persino da personalità quali lo scrittore Francis Scott Fitzgerald il quale, durante una cena in un ristorante, vedendo alcuni degli attori avvicinarsi al suo tavolo si allontanò infastidito. Come se non bastasse il pubblico, alla prima del film, abbandonò la sala inorridito. E forse proprio questi aneddoti potenziano ulteriormente il messaggio di fondo del film: i veri mostri si nascondono spesso tra le persone “normali e civili” che in quelle con cui la natura è stata spietata e solo questo lo rende un film assolutamente da recuperare e da vedere. Dracula di Bram Stoker Francis Ford Coppola nel 1992 ci offre la sua personale rilettura di Dracula, il  romanzo di Bram Stoker che ha delineato il mito del vampiro nell’immaginario culturale e lo ricollega alla leggenda del conte Vlad, il quale viene trasformato in vampiro per via di una maledizione che lo colpì dopo aver rinnegato la propria fede cristiana in seguito al suicidio dell’amata moglie. Divenuto Dracula giunge nella Londra del 1897 […]

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Culturalmente

Don Chisciotte e i mulini a vento, battaglia contro le illusioni

Il celebre episodio di Don Chisciotte e i mulini a vento è all’origine di uno dei modi di dire più celebri della nostra lingua. “Lottare contro i mulini a vento”. Capita spesso di leggere o di sentire pronunciata questa espressione con il significato di intraprendere una guerra futile, inutile e che non esiste. L’origine è da ricercare in una delle opere letterarie più importanti e famose della letteratura spagnola: il Don Chisciotte della Mancia, scritto da Miguel de Cervantes nel XVII secolo. Don Chisciotte e i mulini a vento. Analisi dell’episodio Il romanzo di Cervantes vede come protagonista Alonso Quijiano, un nobiluomo (in spagnolo hidalgo) con la passione per i romanzi cavallereschi. Egli si lascia rapire da quelle pagine fatte di duelli e amori al punto da divenire lui stesso un cavaliere errante, spinto dalla necessità di una crociata contro il male che alberga nel mondo. Così adotta il nome di Don Chisciotte della Mancia, si procura un destriero che chiama Ronzinante e coinvolge nella sua impresa Sancho Panza, un umile contadino a cui promette un’isola come ricompensa. Inoltre, come ogni cavaliere che si rispetti, dedica le sue eroiche imprese a una damigella: Dulcinea del Toboso che altri non è se non una popolana. Le avventure di Don Chisciotte non si possono definire gloriose come quelle dei romanzi da lui letti. Il più delle volte si risolvono in disastri e guai causati dalla follia che si è impossessata della mente del protagonista e che rimodella la realtà che si trova davanti. Tutto ciò si esplicita in uno degli episodi più celebri dell’intero romanzo: la lotta contro i mulini a vento, narrata nel primo libro dell’ottavo capitolo. Don Chisciotte e Sancho Panza stanno cavalcando, quando l’improvvisato cavaliere osserva in lontananza una trentina di figure gigantesche. Si tratta di mulini a vento che, nonostante il suo fido scudiero glielo faccia notare più volte, il cavaliere scambia per dei giganti con delle enormi braccia e si impone di ucciderli. Così carica il fido Ronzinante e indirizza la punta della propria lancia verso una delle pale rotanti. Il risultato è prevedibile: la lancia rimane incastrata tra le pale e si spezza, facendo cadere Chisciotte e il suo destriero rovinosamente a terra. Il folle cavaliere però è convinto che in realtà i giganti abbiano mutato forma appositamente per ingannarlo e continua imperterrito a sostenere la sua tesi davanti a un rassegnato Sancho Panza. La lotta contro i mulini a vento, una lotta contro le illusioni L’episodio appena narrato è aperto a una moltitudine di significati, ma tra tutti prevale quello che è entrato nel linguaggio comune: lottare contro i mulini a vento, ovvero “intraprendere una battaglia inutile e impossibile da vincere”. Nell’insensato duello di Don Chisciotte contro i mulini a vento si cela una battaglia futile contro le illusioni o, per meglio dire, contro un nemico che non esiste. Ancora oggi quando vogliamo descrivere una situazione talmente difficile da cui è impossibile uscirne da vincitori si dice “lottare contro i mulini a vento”, per evidenziarne […]

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Fun e Tech

Monnalisa, il marchio italiano giunge su Stileo.it

Monnalisa, da 52 anni leader nel settore dell’abbigliamento per l’infanzia, propone il proprio catalogo sul sito Stileo.it Fondato ad Arezzo nel lontano 1968 da un’idea del presidente del consiglio di amministrazione Piero Iacomoni e della direttrice artistica Barbara Berocci, Monnalisa è un marchio d’abbigliamento di fascia alta che in pochi anni si è imposto non soltanto in Italia, ma in ogni parte del mondo: dalla città natale agli Stati Unit,i passando per la Russia e la Turchia, Monnalisa è divenuto un nome facilmente riconoscibile e apprezzato da tutti grazie all’entusiasmo dei dipendenti che vi lavorano e all’alta qualità dei prodotti confezionati. Il segreto di tale successo? L’intuizione di aprire dei punti vendita monomarca, in modo da ridurre la competizione con gli altri marchi (e Monnalisa è stata la prima azienda italiana a mettere in pratica questa idea) e che le hanno permesso di imporsi nell’ambito childrenswear femminile, ovvero quello dell’abbigliamento dell’infanzia suddiviso in tre linee: Monnalisa bebè, riservata alle bambine fino ai 18 mesi e comprendente tutine, abitini e body color realizzati in cotone. Alle bambine dai 2 ai 12 anni è riservata Monnalisa Chic, quella che è anche conosciuta come la linea “originale” comprendente jeans, giubbotti in pelle e camicette molto colorate. Infine c’è Jakioo, linea riservata alle ragazze dai 13 ai 16 anni comprendente anche essa jeans, tutte e abiti per feste, cerimonie importanti e altre occasioni. Ma c’è anche spazio per l’abbigliamento maschile con due linee d’abbigliamento che vanno rispettivamente dai 0 ai 18 mesi e dai 2 ai 14 anni. Il minimo comune denominatore di tutte queste linee d’abbigliamento è senza dubbio la qualità, l’attenzione per i dettagli e la cura che vengono riservati a ogni capo, soddisfando sia le giovani indossatrici che le loro mamme. A ciò va aggiunta la garanzia di trovarsi davanti ad abiti al passo con i tempi e contraddistinti dalle onnipresenti stampe con protagonisti i personaggi della Banda Disney e con Olivia e Braccio di Ferro, soggetti che di certo non passano inosservati. Monnalisa giunge su Stileo.it Dopo essersi espansa a macchia d’olio un po’ su tutti e cinque i continenti Monnalisa, come ogni brand che si rispetti, si avvicina alle nuove tecnologie e oltre ad avere una pagina Facebook è anche entrata nel catalogo di Stileo.it, il più importante sito aggregatore di prodotti di fashion italiani che vanta collaborazioni con colossi quali Amazon, Yoox, Farfetch, Raffaello Network, iKRIX, Asos, Maxi Sport, Liu Jo, Guess, Quellogiusto, B-Exit, Maxstyle e molti altri. Il catalogo Monnalisa è vasto, comprendente abiti appartenenti a tutte le fasce d’età. Dalle tutine ai body per neonati ai pantaloni sportivi (dai 3 ai 16 anni), senza dimenticare le scarpe come gli stivaletti, gonne, cappellini  le borse a tracollo. Monnalisa giunge su Stileo.it in pompa magna, proponendo il meglio del meglio della propria collezione tramite prodotti di qualità, contrassegnati da colori vivaci e da una tendenza verso uno stile glamour, elegante e raffinato. Insomma, per le bambine che vorranno distinguersi e le mamme che vorranno dare un tocco di […]

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Libri

A tempo di tango, il nuovo romanzo di Mario Abbati

Nel corso dell’estate appena trascorsa Bookabook edizioni ha pubblicato A tempo di tango. Scacco matto a Buenos Aires, l’ultima fatica letteraria di Mario Abbati. Nato a Roma nel 1966 e laureato sia in ingegneria elettronica che in filosofia, Abbati ha iniziato il proprio percorso letterario con la pubblicazione saggistica: Ipercosmo, la rivoluzione interattiva dai multimedia alla realtà virtuale e Manifesto del movimento reticolare, pubblicati rispettivamente nel 1994 e nel 1996. Il debutto nella narrativa è legato alla raccolta di racconti La donna che ballava il tango in senso antiorario (2011) e il romanzo Il paradiso delle bambole (2014), pubblicati per la casa editrice Terre Sommerse. Tra il 2015 e il 2017 pubblica il romanzo Decimo piano, interno quarto e le raccolte di racconti Vado a comprarmi le scarpe da Tango e Tangueros. L’attività da scrittore confluisce anche nel blog Il filosofo e l’ingegnere, un vero e proprio ponte che collega le terre della scienza con quelle umanistiche. Come si può intuire anche dai titoli, la narrativa di Mario Abbati si nutre di piccole ossessioni: l’onnipresente città di Roma, sfondo in cui sono ambientate gran parte delle vicende, la passione per il tango, gli elementi della filosofia di cui ogni pagina è cosparsa. A tempo di tango, sinossi del romanzo Toni de Mastrangelo è un maestro di tango con una vita allo sbando: è stato lasciato dalla moglie, il motore della sua fidata Panda inizia a cedere e l’attività da insegnante sembra non dargli più alcuna soddisfazione. Una sera viene invitato alla festa di compleanno di uno dei suoi allievi e pur di non presentarsi a mani vuote compra in una bottega di giocattoli una confezione di scacchi. Ma non si tratta di scacchi qualsiasi: si tratta del Pangioco, la misteriosa versione alternativa creata da Xul Solar, amico intimo dello scrittore Jorge Luis Borges. Questo è il punto di partenza di un lungo percorso che conduce il protagonista a Buenos Aires, la patria del tango, dove si trova a che fare con personaggi misteriosi. Il tempo come filo conduttore A Tempo di tango mette al centro della narrazione il tema del tempo che scandisce e regola gli eventi della propria vita. Abbati però lo proietta in due elementi cardine quali il tango e soprattutto un’immaginaria partita a scacchi con il destino che sembra buttare tutte le pedine fondamentali per il protagonista: il lavoro, l’amore, l’amicizia. Ma il tempo è del romanzo è anche un tempo malinconico che pur relegato nel passato influisce pesantemente sul presente. Non a caso sarà questo l’elemento che permette a Toni de Mastrangelo di ripensare alla sua esistenza e di andare alla ricerca del proprio io, in un crescendo di colpi di scena che, nonostante la presenza di temi non alla portata di tutti, non annoia e tiene incollato il lettore alle pagine.     Immagine copertina: ufficio stampa

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Culturalmente

Lawrence d’Arabia e la rivolta del deserto

Il ‘900 si può considerare un mosaico di personaggi storici che, nel bene e nel male, hanno caratterizzato il mondo contemporaneo. Ma pochi riescono a incuriosire e a intrigare come Lawrence d’Arabia. Reso immortale dall’omonimo film diretto da David Lean nel 1962 e interpretato da Peter O’Tolle, fu il protagonista assoluto di un episodio che è passato alla storia come la rivolta nel deserto. Lawrence d’Arabia, biografia Sir Thomas Edward Lawrence, questo era il suo nome completo, nacque a Tremacog, nel Galles, il 16 agosto del 1888. È il figlio illegittimo (il secondo) del baronetto Thomas Chapman e della governante Sarah Junner. Appassionato sin da giovane di storia e archeologia si trasferisce a Oxford per studiare al Jesus College. Lì entra nelle grazie di David George Hogart, archeologo e orientalista che lo porta con sé in un lungo viaggio che attraversa la Giordania, il Libano l’Egitto e la Siria, tutti territori sotto il controllo dell’impero ottomano. Il futuro attore della rivolta del deserto ha così modo di respirare a pieni polmoni l’atmosfera dei paesi arabi assimilandone la lingua, la cultura, l’arte e la storia. Nel 1910, un anno dopo aver conseguito la laurea in storia, partecipa agli scavi archeologici guidati dall’archeologo Sir Leonard Wooley che riportano alla luce la città mesopotamica di Karkemish. Nel 1914 scoppia la prima guerra mondiale e Lawrence si reca al Cario per conto dell’ Arab Bureau, un’agenzia dei servizi segreti inglesi dove ricoprì il ruolo di cartografo per poi divenire ufficiale dell’Intelligence britannica. Le premesse alla rivolta araba Prima di addentrarci nelle imprese di Lawrence d’Arabia è necessario tracciare un quadro della situazione dei paesi mediorentiali che, nello stesso arco di tempo, fronteggiavano la minaccia di un Impero ottomano prossimo al tramonto. Il movimento nazionalista dei Giovani Turchi, al potere dal 1908, stava attuando una politica repressiva nei confronti delle popolazioni arabe facenti parte dell’impero le quali rifiutarono di adottare la lingua e la cultura turche e, soprattutto, non approvavano la costruzione di infrastrutture sui loro territori. Una su tutte la ferrovia dell’Hegiaz che collega la Siria, la Giordania e l’Arabia Saudita e che avrebbe permesso facilmente ai pellegrini musulmani di arrivare a La Mecca, danneggiando così gli interessi delle tribù che dal pellegrinaggio ci guadagnavano. Con l’alleanza dell’Impero Ottomano con gli Imperi Centrali (Regno di Bulgaria, Impero Austro-Ungarico e Germania, quest’ultima in stretti rapporti con la Turchia), la Francia e l’Inghilterra ne approfittarono per soffiare sui popoli arabi il fuoco del nazionalismo. Le due nazioni della triplice intesa convinsero infatti Husayn ibn Alì, lo sceriffo della Mecca, a stipulare un’alleanza con la promessa, una volta sconfitti i turchi, della nascita di uno “Stato pan-arabo”  autonomo e indipendente. In realtà si trattava di una promessa futile dato che l’alleanza franco-inglese si era già spartita i territori dell’impero ottomano (trattato Sykes-Picot, maggio 1916). Lawrence d’Arabia e la rivolta araba Sir Lawrence fu uno dei sostenitori della rivolta araba e per ordine del commissario britannico in Egitto Henry McMahon, stabilì rapporti con lo sceriffo Husayn. È importante […]

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Cucina e Salute

Miele di Melata, proprietà e benefici

Scopriamo l’uso, le proprietà e i benefici del miele di Melata, un alimento ricco e prezioso adatto a ogni età. Come si forma il miele di melata? A differenza di quello comune il miele di melata non è prodotto dagli alveari, ma dalle foglie di alberi come il pino, la quercia, l’abete rosso, e l’acero. Sulle foglie di questi alberi vanno a poggiarsi alcuni insetti che le incidono e ne succhiano la linfa, rilasciando una sostanza zuccherina detta proprio melata. Questa viene in seguito raccolta dalle formiche e dalle api che la rielaborano trasformandola in miele. Questo miele viene prodotto prevalentemente in ambienti dal clima temperato come la Foresta nera in Germania, ma anche nei boschi delle regione italiani come la Romagna. Non a caso il nome con qui è conosciuto è anche “miele di bosco”, in riferimento alla zona in cui questo  viene prodotto. Quali sono le proprietà e i benefici? Rispetto al miele d’ambrosia, quello che viene prodotto negli alveari, questo tipo di miele presenta caratteristiche del tutto differenti. Innanzitutto ha una consistenza scura, tendente al nero, è molto denso e ha un sapore amarognolo, quindi molto “rustico”. Grazie alla sua alta concentrazione di sali minerali e oligoelementi, il miele di melata è una fonte inesauribile di proprietà benefiche per tutte le età. Viene spesso consigliato ai diabetici dal momento che, rispetto a quello normale, ha un indice glicemico molto basso. Viene anche indicato agli sportivi e chi segue uno stile di vita vegano dal momento che aiuta a recuperare i sali minerali che si perdono durante l’attività fisica. Il miele d melata è anche un ottimo rimedio per la tosse e la bronchite èd è un validissimo alleato contro l’invecchiamento cellulare, combattendo il fenomeno dello stress ossidativo. Anche per gli studenti e per chi deve concentrarsi molto il miele di melata è adatto, poiché protegge il sistema nervoso e aumenta la memoria e la concentrazione. Inoltre, regolando la flora intestinale, previene qualsiasi problema legato alla digestione. Come si usa? Il miele di melata può essere usato al posto dei comuni dolcificanti. Su una fetta di pane tostato, per esempio, invece della marmellata si può tranquillamente spalmare un po’ di questa crema scura, ma possono arricchire di gusto anche lo yogurt e le bevande come il tè e le tisane. Ovviamente nella scelta del miele bisogna fare molta attenzione. Innanzitutto non si trova sempre nei supermercati e nelle catene della grande distribuzione, ma solo nelle erboristerie, nei negozi di alimenti biologici e su internet. Inoltre è consigliato acquistare miele di melata biologico ed evitare quello che viene prodotto in prossimità di città e di grandi centri urbani, poiché potrebbe essere contaminato dai metalli tipici dell’inquinamento industriale. Immagine copertina: Pixabay

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