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Eroica Fenice

Musica

Bipuntato e l’interessante esordio con Maltempo

Nell’immensa galassia del panorama indie italiano è nata una nuova stella, che porta il nome di Bipuntato e del suo album d’esordio: Maltempo. Dietro lo pseudonimo di Bipuntato si nasconde Beatrice Chiara Funari, ex voce dei Diamine divenuta nota nell’ambiente romano grazie alle collaborazioni con il rapper Carl Brave nei brani E10 e Scusa di quest’ultimo, a cui sono seguite aperture di concerti di vari artisti e la partecipazione allo Sziget Festival di Budapest, il più importante festival estivo dell’Europa dell’est. Maltempo, l’album d’esordio uscito il 6 marzo, rappresenta la consacrazione di un lungo cammino che coincide con il suo esordio da solista. Maltempo. Album dalle sonorità “umorali” Il minimo comune denominatore che lega tutti le canzoni dell’album è, come si può benissimo capire fin dal primo ascolto, il tempo che scorre. Un tempo che non ricopre il ruolo di entità indipendente, ma che influenza il destino di ogni singolo individuo: stiamo parlando delle meteoropatia che la stessa cantautrice, in un’intervista rilasciata per Insidemusic, definisce come «uno stato d’animo» o anche «un modo di vedere la vita». Lungo questa matrice si dipanano gli otto brani dell’album, dai titoli che lasciano ben poco all’immaginazione: Meteo, Previsioni, Della notte, Maltempo, giusto per citarne alcuni. Sono tutti brani che risentono di varie influenze a livello musicale. La melodia accattivante e accessibile di Maltempo, la canzone che dà il titolo all’album, ricorda molto il pop. In brani come Cassetti, Circostanze e Previsioni a dominare sono le sonorità R’n’B che ricordano moltissimo il Neffa degli anni ’90, mentre qualche traccia di blues unita a tastiere synth pop colora la già citata Della notte, una malinconica riflessione su un amore conclusosi e di cui non restano che cocci, immagini spezzettate e istantanee sbiadite. Immagini di un amore finito Proprio i testi rappresentano l’altro punto d’interesse di questo album. Bipuntato (o B. , come preferisce firmarsi), dimostra di saper usare molto bene la penna, anche se la materia dei brani è pressoché identica: le riflessioni sulla fine di un rapporto. Un tema già anticipato dalla copertina dell’album, uno scatolone di fazzoletti che richiamano quelli di una nota marca e che, come si è detto sopra, viene espresso tramite prelievi di frammenti della propria memoria e in sincronia con il tempo nuvoloso e a tratti piovoso in cui si possono inserire. Un buon esempio è Meteo, brano in cui la cantautrice ricorda gli attimi trascorsi con la persona amata tramite elementi (per citare le stesse parole di Bipuntato) “di poco conto“: un vecchio messaggio sul cellulare, il ricordo di lui impegnato in varie faccende…tutte cose che vengono incamerate in una «una valigia di parole che non ho detto» e che oramai hanno perso la loro importanza. Lascia stare, il brano di chiusura, testimonia l’impronta intimista di cui l’album è cosparso. Il ritornello rasenta la classica diatriba odi et amo (Lascia stare/Davvero, non importa, lascia stare/Ti amo, non ti amo, non è questo l’importante/Sono un mostro da evitare e questo basterà alla gente) che descrive benissimo la paura di […]

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Libri

Margaux Motin, vita da single ne La tettonica delle placche

Con La tettonica delle placche Margaux Motin racconta la propria vita da madre single trentacinquenne, con sprazzi di ironia. Margaux Motin è una blogger e fumettista francese seguitissima in madrepatria. Laureata in arti plastiche ha raggiunto la notorietà grazie al suo blog, dove racconta la propria quotidianità con brevi storie a fumetti dal tono leggero e autocanzonatorio. Non è da meno il suo libro La Tettonica delle placche, pubblicato in Italia da BAO publishing e tradotto da Francesco Savino. La Tettonica delle placche. L’allegra e caotica vita da madre single di Margaux Motin «Dopo una rottura, si entra in una sorta di crisi adolescenziale in cui ci si affanna per ritrovare tutte quelle parti di sé sacrificate sull’altare della convenzione sociale conosciuta come “coppia”: la folle, la stupida, la sboccata, il genio creativo, la ribelle, l’anticristo della vita coniugale». Margaux Motin ci accoglie con questa frase all’interno del suo mondo, quello di una trentacinquenne madre single che si ritrova ad affrontare la fine di una relazione e ad accudire la propria figlia. Ma per la nostra protagonista questa rottura è anche un’occasione per riprendere in mano le redini della propria vita, tutte le “parti di sé” che ha dovuto sopprimere durante la sua relazione. Ecco allora che riemerge il lato più colorato e se, vogliamo, più infantile di Margaux: l’abbigliamento eccentrico e sopra le righe che la fanno somigliare più a una ragazza quindicenne che a una donna,  il rapporto “disfunzionale” (ma affettuoso) tra madre e figlia con la prima che assume il ruolo della seconda e viceversa, le chiacchiere tra amiche che si concludono sempre con un’allegra sbronza e l’espressione più evidente del lato fanciullesco in piccoli dettagli che vanno dal corpo ricoperto di variopinti tatuaggi (come si vede fin dalla copertina del libro) all’entrata in scena di “Towanda”, l’alter-ego della protagonista eccentrico quanto lei stessa. La tettonica delle placche. Rinascere con leggerezza Ne La Tettonica delle placche Margaux Motin riprende quasi alla lettera la più nota tra le Lezioni Americane di Italo Calvino, quella sulla leggerezza che “non è superficialità, ma planare sulle cose dall’alto, non avere macigni sul cuore“. Una leggerezza che certamente viene esagerata quando, ad esempio, la protagonista torna a casa dopo aver bevuto qualche bicchierino in più, ma che non è mai fine a se stessa. Infatti, come già ci ha avvertito la frase che apre questo vero e proprio diario, la donna compie un lento processo di riscoperta di sé, delle cose e delle persone che ama, in un momento traumatico come la fine di una storia d’amore durata anni. La rinascita, il cambiamento e la riscoperta della propria identità sono tematiche molto presenti all’interno dell’opera che, in piena regola con lo stile spensierato e ironico che la contraddistingue, non scade mai nel patetico e riesce a strappare al lettore un sano sorriso. La Tettonica delle placche è quindi una graphic novel/un diario/un romanzo autobiografico (è difficile stabilire in quale genere rientri il libro!) rivolto a un pubblico femminile. In particolare a tutte […]

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Culturalmente

Colonie francesi, storia delle più importanti

Lungo un arco di quattro secoli, dal XVII al XX, la Francia si è contesa con le altre nazioni europee il dominio sui territori in Africa, Asia e America. In ognuno di questi continenti ci sono state colonie francesi, fondate per i tradizionali scopi a cui una colonia era destinata: sfruttamento delle risorse, circolazione di nuove materie prime nei mercati, porto sicuro per i dissidenti politici e religiosi e così via. Colonie francesi, la loro storia Colonie francesi in America Il 26 luglio del 1605 avvenne la fondazione di Port Royale nella provincia della Nuova Scozia in Canada, la prima delle colonie francesi. Nonostante le modeste dimensioni, la colonia risultò di importanza fondamentale per il commercio di pellicce, che fu regolato con le tribù indigene del luogo. Infatti l’alleanza dei francesi con gli indiani fu molto importante, dal momento che in cambio dell’esportazione di pellicce i primi avrebbero garantito ai secondi l’indipendenza (a differenza di inglesi e francesi, che invece li scacciavano dalle loro terre o cercavano di convertirli al cristianesimo) e sarebbero stati parte integrante della Nuova Francia, cioè di tutti quei territori americani divenute colonie francesi. Tuttavia le colonie francesi, rispetto a quelle inglesi, non erano state pensate in origne per divenire delle comunità popolate. Si trattavano principalmente di una sorta di enormi magazzini dove poter acquistare merce richiesta dai mercati europei e quindi non erano molto popolate. In questo modo si spiega anche la fondazione dello stato della Louisiana lungo il fiume Mississipi nel 1699: la sua posizione strategica, che lo collegava alla regione dei Grandi Laghi collegata con il Canada, permise ai francesi di costruire una grande rete di fortificazioni. Sempre tra il ‘600 e l’800 si assistette alla formazione delle Antille francesi, tutte quelle colonie facente parti dell’Arcipelago dei Caraibi: Haiti, Dominica, Santa Lucia, Trinidad e Tobago, etc. . La fondazione delle colonie francesi in America portò inevitabilmente allo scontro con gli inglesi, dapprima attraverso l’espansione verso ovest e poi anche con il trattato di Utrecht del 1713, firmato alla fine della guerra di successione spagnola, con la quale la Francia cedette all’Inghilterra i territori della Baia di Hudson, la Terranova e l’Acadia, tutti facenti parte della Nuova Francia. Nel 1791 scoppiò una rivolta di schiavi neri ad Haiti, guidata dal rivoluzionario Toussaint L’Ouverture che riuscì nel 1803 a ottenere l’indipendenza dell’isola. La Lousiana invece subì un trattamento diverso: dapprima data dai francesi agli spagnoli nel 1762 e poi riceduta ai francesi per volere di Napoleone nel 1803 che, a sua volta, venne rivendicata dall’allora presidente degli Stati Uniti Thomas Jefferson nell’ottobre dello stesso anno. Colonie francesi in Asia e in Africa Il maggiore interesse dei francesi in terra asiatica fu rappresentato dall’India e per la precisione da Pondichéry, dove i francesi fondarono una colonia mercantile nel 1674. Situata lungo la costa sudorientale del paese fu più volte sottoposta ai tentativi dei governatori del Canada e delle colonie indiane di renderla un vero e proprio dominio territoriale e in effetti, sul finire del ‘700, Pondichéry […]

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Voli Pindarici

Coronavirus a Napoli, ovvero il regime del silenzio

Il Coronavirus a Napoli, o come d’improvviso la baraonda caotica di una città colorita lasciò il posto a una fredda e cupa desolazione Silenzio, l’unica cosa che riesci a percepire è questa. Un silenzio forte e maestoso, come quello che avverti all’interno di una cattedrale. Tutto normale, se non fosse per il fatto che sei a Napoli. In una città votata al culto della voce, dei suoni e della musica come Napoli quel silenzio ti appare surreale, se non addirittura disturbante. Il marciapiede di Via Duomo è una passerella di saracinesche abbassate, decorata dalle foglie cadute dagli alberi e mescolate a qualche cartaccia e ai mozziconi di sigaretta. Non che prima quelle strade fossero piene di vita, immemori di un passato glorioso fatto di commerci e profitti, ma è comunque strano camminare e ritrovarsi in uno scenario che neanche le menti di George Orwell o Philip K. Dick sarebbero state capaci di partorire. Stringere le mani è vietato, abbracciare qualcuno è vietato, darsi un bacio è vietato. La vita, con i suoi ritmi frenetici e talvolta ossessivi, si è fermata, come se l’orologio del tempo fosse caduto a terra frantumandosi e spezzando le leggi che regolano la normalità del mondo. Devi restare a casa, in quarantena, recluso come il peggiore dei criminali e sai benissimo che tu non hai colpe, ma nemmeno quelli che condividono in queste ore la tua stessa sorte. Il responsabile ha un nome: si fa chiamare Coronavirus. La formazione umanistica mi porta a scomporre tale nome in due distinte parole: Corona- e -virus: “il re dei virus“, il monarca assoluto assetato di potere che mira a conquistare l’intero mondo e a imporre la propria legge, la legge del silenzio. Non ha armi, eserciti, alleati o qualsiasi altro mezzo per raggiungere il suo scopo: gli basta l’invisibilità. Noi non lo vediamo, ma lui vede noi e ci porta via tutto: i sorrisi, l’allegria, le risate. Ci obbliga al silenzio delle nostre case, scandite soltanto dal rumore di un vento forte che fa sbattere le finestre. Sarebbe l’antagonista perfetto di un ipotetico film di fantascienza, ma è la dura realtà. Coronavirus a Napoli, il regime del silenzio Il re dei virus, seduto sul proprio immaginario trono, osserva soddisfatto il caos che ha portato in città, riaccendendo in noi paure che pensavamo di non avere. Lo stoicismo di molti viene messo a dura prova e questo spiega la fuga verso il sud compiuta, inconsciamente, da studenti e lavoratori che si erano trasferiti al nord per stare vicino alle loro famiglie o gli scaffali dei supermercati saccheggiati da orde di uomini e donne, neanche fosse periodo di saldi. Il presagio de “il peggio deve ancora venire” risveglia gli istinti più bassi di ognuno di noi, carburante efficace di cui si nutre la paura e che, a sua volta, nutre il silenzio e il suo regime. Ma alla paura e allo sconforto non bisogna rassegnarsi. Ce lo dicono i medici che cercano una cura per debellare per sempre questo male, gli […]

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Musica

Lucia Manca e il nuovo album Attese, vol.1

Lucia Manca pubblica il suo terzo EP dal titolo Attese, vol.1, prima parte di quello che si preannuncia come un lavoro diviso in due parti e legato a un percorso di maturazione artistica ben ragionato. Nella cultura di ogni tempo la parola attesa si è prestata a più significati. L’attesa di una notizia, di una persona, di un qualcosa che più o meno è ineluttabile. Allo stesso modo le figure dell’attesa possono essere le più varie: la sottile colonna di fumo emanata da una sigaretta accesa, il mare contemplato nel tardo pomeriggio, una passeggiata in solitaria la sera. Lungo questa direttrice si sviluppa Attese, vol.1, terzo EP di Lucia Manca prodotto da Matilde Davoli e Gigi Chord per Factory Flaws/peermusic Italy e uscito il 12 marzo scorso. Classe 1985 e originaria di Lecce, Lucia Manca si avvicina sin da bambina al mondo della musica e nel 2011 pubblica il suo primo disco omonimo a cui seguirà, sette anni dopo, l’album Maledetto e benedetto. Durante questo arco di tempo Lucia ha avuto modo di compiere un percorso di maturazione artistica tramite collaborazioni con nomi di punta del panorama indie: Jolly Mare, Populous e Le luci della centrale elettrica. Attese, vol.1, il viaggio di Lucia Manca tra le figure della malinconia Attese, vol.1 rappresenta un nuovo capitolo di questa maturazione artistica e, come suggerisce il nome, ne costituisce  soltanto la prima parte, in attesa di una seconda. Si spiega così la presenza di soli quattro brani, ma ciò non implica una minore qualità. Anzi, Lucia Manca ci mette dentro tutta sé stessa per confezionare un prodotto davvero raffinato. «Mentre scrivevo le canzoni nuove, mi sono resa conto che ricorreva spesso il tema dell’attesa, come se ogni canzone fosse una scena dello stesso film, dove il momento più bello è l’incontro finale con se stessi». Le parole della stessa Lucia sono utili per capire quella che potremmo definire la “chiave di lettura” dell’album: una sequenza di immagini diverse che finiscono per convergere verso un unico punto, rappresentato dalla malinconia. Fin da Come un’onda, brano di apertura dell’album, veniamo trasportati all’interno di questo mondo dolceamaro, fatto di atmosfere jazz e accompagnato dalla voce calda e passionale di Lucia che viene accompagnata dagli arrangiamenti di tastiera dal retrogusto synth pop, ai quali si alternano i già citati Davoli Chord e Populous, e dal contributo di altri due musicisti: Emanuele Coluccia al sax e Andrea Rizzo alla batteria e alle percussioni. Se chiudiamo gli occhi e ascoltiamo tutti e quattro i brani di Attese, vol. 1, non dovremmo stupirci di immaginare di star seduti al tavolino di un bar, magari affacciato sulla riva del mare, sorseggiando un bicchiere di vino e osservando, assorti nei nostri pensieri, i cerchi designati dal fumo di una sigaretta (figura ricorrente in tutte le canzoni) poggiata sul posacenere. Poi, in quello stesso momento, su di un immaginario palco sale una donna, un po’ malinconica e un po’ innamorata, che illustra ai presenti un trattato sull’attesa in forma di lunga canzone. Questo […]

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Libri

Vladimiro Bottone nel suo quinto libro: Non c’ero mai stato

Non c’ero mai stato è il quinto romanzo pubblicato da Vladimiro Bottone, scrittore napoletano che qui indaga i temi del doppio e del rimpianto. Non c’ero mai stato, sinossi Ernesto Aloja è un editor di romanzi. Dopo trent’anni di onorata professione presso una casa editrice di Torino torna a Napoli, sua città natale, per godersi la pensione tra qualche amore senile e i problemi di salute. La sua quotidianità viene presto interrotta dall’arrivo di un dattiloscritto, la cui autrice è una tale Lena di Nardo. Trent’anni e costretta a una vita di stenti e sacrifici come la sua generazione, la ragazza riversa in quello che dovrebbe essere il proprio romanzo d’esordio tutte le esperienze della propria vita. Ernesto vede nella giovane un talento particolare nel descrivere l’amore e, seppur riluttante, decide di farle da editor e maestro. È l’inizio di un incontro/scontro tra due generazioni, ma anche l’occasione per Ernesto di rimuovere i veli dalla sua vita passata che per tanto tempo ha nascosto. Non c’ero mai stato, storia di mancanze non colmate Vladimiro Bottone pubblica per la collana Bloom della casa editrice Neri Pozza un romanzo che si distacca nettamente dalla produzione precedente, costituita da romanzi storici (L’ospite della vita, Rebis, Mozart in viaggio per Napoli, Vicaria). Con il tramite di un quaderno di episodi (anzi, bloc-notes), Non c’ero mai stato è un romanzo che si apre a un ampio ventaglio di tematiche. Ernesto, prossimo ai sessant’anni, è un uomo con anni di esperienza nel campo dell’editoria che si appresta a vivere il prossimo capitolo della vita, quello della tranquillità di diritto, interrotto dall’entrata in scena di Lena di Nardo. Quest’ultima propone a Ernesto il manoscritto di un romanzo in cui si raccontano tutte le caotiche esperienze sue e di una generazione senza ambizioni e privata del proprio futuro. Ciò porterà Ernesto a mettere mano per l’ultima volta alle proprie conoscenze di editor per preparare l’esordio di una giovane scrittrice tramite un rapporto maestro-allievo, che diverrà anche occasione di scambio e scontro reciproco tra i due personaggi. Lena infatti non manca di trascinare Ernesto nel mondo oscuro della sua generazione, fatto di serate alcoliche e sesso occasionale (argomenti che descrive minuziosamente anche in quello che dovrebbe essere il suo romanzo d’esordio). A sua volta l’uomo vedrà in quest’esperienza l’opportunità di scavare a fondo in un passato che vorrebbe soltanto abnegare, fatto di episodi dolorosi e a tratti crudi. Il tutto sullo sfondo di una Napoli cupa, dominata dal degrado delle strade e popolata di figure bizzarre e inquietanti. Vladimiro Bottone scrive una storia che sembra avere alla base il rimpianto per una vita vissuta da osservatori e non da agenti delle proprie azioni (la scelta del titolo non è capriccio della casualità). Nel corso di 400 pagine sembra di intravedere in Ernesto le aspirazioni soffocate con la forza per mettersi al servizio degli altri. Non è un azzardo associare la figura dell’editor, oramai anziano e stanco, che ha rinunciato alla normalità della propria vita per compiere un atto di […]

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Culturalmente

Quattro giornate di Napoli, il popolo si ribella ai tedeschi

Tra il 27 e il 30 settembre del 1943 avvenne uno degli episodi più celebri della seconda guerra mondiale e della resistenza: le quattro giornate di Napoli, un’insurrezione popolare con la quale i civili cacciarono dalla città gli occupanti tedeschi permettendo così agli Alleati che risalivano l’Italia di trovare la città liberata e di proseguire con l’operazione di liberazione. Antefatti storici Tra 1940-1943 Napoli subì il bombardamento degli alleati, causa della morte di molti civili e di danni al patrimonio artistico tra cui il monastero di Santa Chiara, distrutto nel 1942. L’8 settembre del 1943 entrò in vigore l’armistizio di Cassibile con il quale il maresciallo Pietro Badoglio dichiarò la resa dell’Italia alle forze Alleate e la fine dell’alleanza con la Germania. Senza più nessun ufficiale a guidare gli eserciti la popolazione civile si ritrovò da sola in seguito alla fuga del generale Ettore Deltetto, che permise la consegna di Napoli ai tedeschi. L’intolleranza dei napoletani nei confronti degli occupanti nazisti si tramutò in un rigurgito di tumulti popolari tra il 9 e l’11 settembre, con scontri cruenti tra civili e militari tedeschi. Il 12 settembre fu dichiarato lo stato d’assedio in città e tramite un proclama il colonnello Walter Scholl ordinò ai napoletani di consegnare le armi ai tedeschi. Gli spari contro alcuni marinai e finanzieri in Piazza Bovio, la fucilazione del ventiquattrenne Andrea Mansi sulle scale della sede centrale dell’università di Napoli e la chiamata al lavoro dei cittadini maschi nei campi tedeschi furono episodi che andarono oltre la soglia di tollerabilità del popolo. Quattro giornate di Napoli. Riassunto degli scontri Il 27 settembre fu appiccato il primo focolaio di scontri nel quartiere Vomero, dove alcuni civili uccisero il maresciallo che era alla guida di un’automobile tedesca. Nella stessa giornata Enzo Stimolo, tenente del Regio esercito italiano, guidò un gruppo di 200 insorti all’assalto dell’armeria di Castel Sant’Elmo dove si era rifugiato un gruppo di militari tedeschi. La giornata del 28 settembre vide l’intensificarsi degli scontri, con l’aumento del numero di civili che vi presero parte. A Materdei, una pattuglia tedesca si rifugiò all’interno di un’abitazione e fu asserragliata. Porta Capuana fu teatro di una vera e propria rappresaglia dei napoletani, armati di mitra e fucili rubati ai nazifascisti, che uccisero 6 soldati. L’esercito tedesco radunò migliaia di prigionieri all’interno del Campo sportivo del Littorio, che fu preso d’assalto e liberato dal tenente Stimolo. I tedeschi risposero con ferocia il 29 settembre, bombardando l’edificio del liceo Vincenzo Cuoco in Piazza Miracoli e uccidendo 50 insorti. Anche il quartiere di Ponticelli fu teatro di pesanti eccidi. Nella stessa giornata fu raggiunta una trattativa tra il colonnello Walter Scholl e il tenente Enzo Stimolo, con il primo che avrebbe lasciato Napoli in cambio della liberazione dei restanti prigionieri all’interno del Campo del Littorio. Il 30 settembre si sparse la voce dell’arrivo delle forze alleate da Nocera inferiore. I tedeschi iniziarono a sgomberare la città e, presso il liceo Jacopo Sannazzaro, il professor Antonio Tarsia in Curia si autoproclamò capo dei […]

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Culturalmente

Costituzione americana, storia e articoli

La costituzione americana rappresenta l’insieme delle leggi su cui si basa il governo degli Stati Uniti d’America, nonché la legge suprema vigente nel paese. La costituzione americana, gli antefatti della sua nascita Dopo la guerra d’indipendenza americana, culminata nella battaglia di Yorktown del 1783, l’Inghilterra fu costretta a riconoscere l’indipendenza alle ex 13 colonie tramite il trattato di Parigi dello stesso anno. In seguito queste, diverse per quanto riguarda la struttura politica, dovettero pensare a quale forma di governo adottare per quelli che erano i nascenti Stati Uniti d’America. Si iniziò con l’adoperare gli Articoli della Confederazione, volti a regolare i rapporti di quelle che formavano, come suggeriva anche il nome, una confederazione di stati retti da un governo centrale. Tuttavia il potere di questo neonato stato era molto debole, a causa delle divergenze politiche tra i vari stati che non erano unanimi sulle singole decisioni e quindi sulla messa in pratica degli articoli. Venne così indetta una convenzione preseduta da George Washington nella città di Filadelfia, in Pennsylvania, il 17 settembre 1787. In quell’occasione fu redatto il testo della costituzione americana, la quale aveva alla base la costruzione di un governo basato sulla tassazione, sul commercio, la spinta verso ovest allo scopo di allargare l’area di estensione territoriale degli USA e la difesa. Costituzione americana, gli articoli Conservata negli Archivi Nazionali di Washington la costituzione americana è introdotta dalla frase We the people (“Noi il popolo”), che fin da subito stabilisce la suddivisione del potere in varie entità per impedirne una deriva autoritaria. Seguono poi i sette articoli della costituzione vera propria. I: Il potere legislativo è affidato al Congresso degli Stati Uniti d’America, diviso in Senato e Camera dei rappresentanti. Il primo è formato da due rappresentanti di ogni stato, mentre la seconda è formata su base nazionale da deputati con mandato biennale. I poteri del Congresso sono limitati a quelle che sono le leggi “necessarie e adatte” e che riguardano le tasse, la difesa, il commercio con l’estero e i singoli stati e il diritto d’autore. Non può intervenire su questioni di diritto privato, riservate ai singoli stati. II: Il potere esecutivo è nelle mani del presidente degli Stati Uniti che non viene eletto dal congresso, ma da un corpo elettorale. Il presidente può nominare consoli, ambasciatori, giudici della Corte Suprema e pubblici ufficiali. Egli può inoltre stipulare trattati internazionali e può fare dichiarazioni di guerra. Importante in questo articolo è la presenza del processo di impeachement, tramite il quale il presidente può essere destituito con un atto di accusa da parte del Senato e della Camera. III: Il terzo articolo riguarda il sistema giudiziario americano, in particolare il ruolo della Corte Suprema. Questa ha il dovere di richiedere il processo con giuria in tutti i casi penali, definire il crimine di tradimento e affidare al Congresso la pena relativa. IV: Vengono regolate le relazioni tra diversi stati e tra questi e il governo federale. In questo articolo confluiscono moltissimi atti, come il divieto di discriminare i […]

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Musica

Cantanti blues, i più famosi di sempre

Viaggio alla scoperta dei cantanti blues più famosi, attraverso un percorso tra i sottogeneri più importanti di questa musica. Nato attorno al XVIII secolo, il blues è un genere poetico-musicale che riuniva tutti quei canti intonati dagli schiavi afroamericani nei campi di lavoro del sud degli Stati Uniti. Il segno distintivo è l’atmosfera malinconica, tanto nella melodia quanto nei temi trattati nelle canzoni: delusioni d’amore, carcere, fame, sofferenza, lontananza dalle persone amate o dalla propria terra d’origine che è l’Africa. Non a caso il nome stesso del genere deriva dal modo di dire to have the blue devils, traducibile in “avere i diavoli blu” e corrispondente al nostro “essere tristi/infelici”. Col passare degli anni il blues ha cambiato più volte faccia, svestendosi delle umili origini con cui è nato per abbigliarsi con le luci sfarzose della fama lungo tutto il globo, conferendo scintilla vitale a gran parte della musica contemporanea. Il rock, il pop, il rap e tanti altri generi non esisterebbero, se non ci fosse stato il blues a fare loro da base. Chiuso questo piccolo cappello introduttivo, che non è da considerarsi esaustivo, imbarchiamoci su di un immaginario battello fluviale, proprio come quelli che attraversavano il Mississippi sulle cui coste nacque e si sviluppò questa musica, e scopriamo quali sono i cantanti blues (o per usare un termine del settore, bluesman) che hanno fatto la storia, attraverso una carrellata tra i sottogeneri più celebri. Cantanti blues. Skip James e il Delta Blues Il Delta, nato attorno agli anni ’20 e ’30 del ventesimo secolo, viene considerato il primo genere di blues vero e proprio, oltre a essere quello che lo ha prelevato dallo stato di canto popolare per iniziarlo alla commercialità musicale. Il nome deriva dalla zona in cui gran parte dei suoi cantanti erano nati: il Delta, situato lungo il fiume Mississippi a nord di Memphis e a sud di Yorktown. Tra gli interpreti maggiori va citato Skip James, chitarrista e pianista annoverato tra i maggiori cantanti blues. Dopo aver fatto i lavori più disparati, tra cui il contrabbando di alcolici, vinse un concorso indetto dalla Paramount Records che gli fece firmare un contratto. Durante una sessione in studio del 1931 registrò brani che poi sarebbero divenuti celebri tra cui Devil got my woman, dove si riconoscono i segni distintivi della sua musica: il tono cupo e rassegnato della melodia scandito dal pizzicare le dita sulle corde di chitarra, tecnica da lui stesso brevettata, i testi oscuri e morbosi, la voce tendente al falsetto e spettrale, quasi a voler enfatizzare il carattere misterioso di Skip James. Egli, in seguito alla grande depressione che colpi gli States negli anni ’20, si eclissò misteriosamente, senza lasciare tracce di sé fino agli anni ’60 dove, prima di morire per via di un cancro, si esibì in poche occasioni. Cantanti blues. Il Chicago Blues Come suggerisce il nome, il Chicago blues si formò principalmente a Chicago, dove gli afroamericani giunsero dagli stati del sud tra gli anni ’40 e ’50, per […]

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Food

Ris8, il riso della piana di Sibari a Napoli

Magisa, azienda indipendente nata sul suolo calabrese, ha presentato il riso di loro produzione alla stampa il 29 gennaio durante l’evento Ris8 (o anche RisOtto), tenutosi presso la taverna La Riggiola in Via Satriano 12, a  Chiaia Magisa, storia dell’azienda Fondata a Sibari nel 2004 e resa operativa nel 2006, la riseria Magisa vede a capo le sorelle Maria, Giusi e Sara Praino (da cui deriva anche il nome, che altri non è che l’acronimo delle prime lettere dei loro nomi), affiancate dal padre Giancarlo. Da allora l’obiettivo dell’azienda, che può contare 450 risaie, è quello di esaltare le proprietà organolettiche del riso prodotto nella piana di Sibari, la cui coltivazione risale al 250 d.c., tramite l’uso di tecniche artigianali e a basso costo nella lavorazione in tutte le sue fasi. Un riso che, grazie anche al sole, la vicinanza al mare e le temperature miti, può vantare caratteristiche uniche. Ris8, resoconto della degustazione La stampa ha avuto  l’opportunità di assaggiare il riso della piana di Sibari durante Ris8, un evento di degustazione tenutosi a La riggiola a Chiaia, taverna fondata nel 2017 da Pietro Micillo e ai cui fornelli troviamo lo chef Francesco Pucci, le cui origini calabresi si sono fatte sentire nella preparazione dei sei piatti proposti. Questi ultimi sono stati accompagnati dai vini prodotti da due aziende vitivinicole: la napoletana CantaVitae, fondata a Marano da Michelangelo Schiattarella e la calabrese Spadafora, giunta alla quarta generazione di produttori di vino. La degustazione Ris8 si è aperta con un panino di farina Jemma farcito con scarola e sashimi di baccalà. La Jemma è una tipologia di riso nero creata da Giancarlo Piano e dal dottor Giandomenico Polenghi, adatta a chi segue uno stile di vita sano. L’antipasto dal retrogusto dolce anticipa una delle prime tre portate, il riso nero al salto con fagioli a formella e cozze che rappresenta in pieno il felice connubio tra un classico della cucina partenopea e l’uso di una materia prima proveniente direttamente dalla Calabria. A seguire, il risotto Karnak, una variante del riso Carnaroli, con zafferano, burro acido, ostrica grattugiata e caviale. Anche qui un piatto gradevole, sebbene pecchi leggermente di sapore per via della lieve supremazia dello zafferano sugli altri ingredienti. La contaminazione con la gastronomia napoletana prosegue prima con un sartù di riso, preparato seguendo la ricetta tradizionale, e con un bottone di riso Jemma ripieno di ricotta e torzella, posato su un letto di genovese. Anche qua il sodalizio tra i prodotti di due diverse regioni del sud è riuscito, come dimostra anche il dessert costituito da una cassata di farina Jemma cotta nel forno. La bravura e le intuizioni di chef Pucci riescono nell’intento di valorizzare il prodotto delle sorelle Praino, cosicché da rendere partecipi anche i giornalisti della qualità di un riso che non ha nulla da invidiare a quello delle grandi produzioni industriali. Anzi, queste ultime avrebbero soltanto da imparare da piccole realtà come questa! A noi di Eroica Fenice non resta che ringraziare La Taverna Riggiola […]

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Culturalmente

Sette sataniche, le quattro più famose

Sette Sataniche, le quattro più famose Il satanismo è generalmente indicato come un fenomeno che mira a offrire una rilettura della dottrina cristiana, anche se si dovrebbe piuttosto parlare di un suo rovesciamento. Al centro vi è infatti l’adorazione della figura di Satana o Lucifero, la figura che rappresenta per antonomasia il contrario di Dio: l’oscurità, la violenza e il male contro la luce, la carità e il bene. Tuttavia la figura dell’angelo decaduto affascina da sempre gli artisti di ogni tempo (Il Paradiso Perduto di John Milton, il Faust di Goethe), tanto da portare alla fondazione di sette sataniche in cui la figura di Satana viene riletta sotto diversi filtri che differiscono da quelli dei racconti biblici. Non è possibile stare qui ad elencare le tante sette sataniche sparse per il mondo, per cui ci limiteremo ad analizzare le quattro più famose che sono legate dal professare tipi diversi di satanismo. C’è chi si limita a una semplice esposizione teorica e chi, nella maggior parte dei casi, passa letteralmente ai fatti e spesso macchiandosi di efferatezze inimmaginabili. Sette sataniche, le più famose La Manson Family Con il nome di Manson Family (o anche solo “The Family“) si indica la più celebre tra le sette sataniche. Fu fondata in California nel 1967 da Charles Manson, il quale giunse nello stato dopo un periodo trascorso in carcere in seguito ad alcuni furti e omicidi. Approfittando del boom del movimento hippie e di quella che fu denominata la Summer of Love di San Francisco, Manson radunò attorno a sé gruppi di giovani che rimasero ammaliati dalle sue doti oratorie e dal suo carisma, perlopiù ragazze provenienti da situazioni familiari disagiate o in estrema difficoltà. Il risultato fu la fondazione di una setta che dapprima aveva sede in un ranch della San Fernando Valley. I cinquanta adepti che vi aderirono vedevano in Charles Manson l’incarnazione in una sola persona di Cristo e Satana e profetizzavano l’imminente esplosione di una guerra tra bianchi e neri che avrebbe portato all’estinzione di entrambe le razze e al dominio incontrastato di Manson. Insegnamenti che venivano tramandati tra orgie di gruppo e assunzioni di allucinogeni. Ma la Family è tristemente famosa per la strage di Cielo Drive, un noto quartiere di Los Angeles dove il 9 agosto del 1969 quattro membri della setta (Charles Watson, Susan Atkins, Patricia Krenwinkel e Linda Kasabian) irruppero nella villa del regista Roman Polanski uccidendo la moglie Sharon Tate incinta di otto mesi e tre amici che si trovavano lì per una festa. Si trattava solo del primo di una serie di omicidi che proseguirono fino al 1970, quando il procuratore Vincent Bugliosi aprì un processo contro Charles Manson accusato di essere il mandante della strage di Cielo Drive e che si concluse due anni dopo, con la condanna all’ergastolo del folle profeta che morirà per emorragia intestinale nel 2017. Non è difficile individuare nel culto di Charles Manson un vero e proprio fanatismo, che ha portato alla sua identificazione con una divinità. […]

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Mitologia nordica, la storia degli dèi scandinavi

La mitologia nordica rappresenta una costola di quella germanica ed è una delle più conosciute al mondo. I nomi di Thor, Loki e Odino suggeriscono qualcosa anche a chi non è ferrato in materia di mitologia e folklore grazie all’enorme numero di romanzi fantasy, film e fumetti con protagoniste le divinità del Pantheon norenno adorate dai popoli della Scandinavia. Mitologia nordica, le fonti Gran parte dei racconti nordici sono stati tramandati dall’Edda in prosa, scritta dallo storico e poeta finlandese Snorri Sturluson nel XII secolo. Si può considerare come un manuale di retorica in cui l’autore dà delle istruzioni agli aspiranti poeti nell’usare la materia norenna spiegando il complesso significato delle kenningar, le frasi poetiche che indicavano i nomi di cose e di persone con perifrasi designanti proprio le divinità nordiche. L’Edda in versi, risalente allo stesso periodo, raccoglie invece ventinove poemi con protagonisti dèi ed eroi che furono riscoperti soltanto nel 1643 da un vescovo all’interno del Codex Regius, un insieme di manoscritti di opere medievali scandinave. Tra le fonti scritte sono importanti per la mitologia nordica anche le rune, pietre scritte in caratteri detti appunto “runici”. Sono presenti soprattutto in Scandinavia e risalgono all’età dei vichinghi, dove i racconti venivano tramandati soltanto oralmente. Nelle pietre runiche troviamo testimonianze non solo della storia, dei costumi e della lingua delle popolazioni scandinave, ma anche episodi tratti dai miti nordici. L’origine del mondo, il Ginnungagap All’inizio si racconta che nel mondo non vi erano il cielo e la terra, ma soltanto un abisso primordiale al centro conosciuto con il nome di Ginnungagap (baratro/voragine magica). Diviso dal regno della nebbia e dei ghiacci a nord (Niflheimr) e da quello del fuoco a sud (Múspellsheimr), al suo interno scorrono gli undici fiumi detti Élivágar le cui gocce velenose danno vita al gigante Ymir, capostipite della stirpe dei giganti che si nutrì del latte di Auðhumla, la vacca universale. Quest’ultima leccò il sale delle rocce ghiacciate e liberò Búri, il primo uomo comparso sulla terra il quale, essendo androgino, diede vita al figlio Borr che a sua volta diede vita alle divinità Odino, Vili e Vé. La prima cosa che fecero i figli di Borr fu uccidere Ymir e usare le parti del suo cadavere per creare il mondo: il cranio divenne la volta celeste, dal suo sangue nacque l’oceano e le carni furono usate per creare la terra. Le ossa furono erette per creare le montagne, mentre dai suoi capelli nacquero gli alberi. Il nome dato a questa terra fu Midgard (terra di mezzo), luogo in cui abitavano gli uomini e i troll. Yggdrasil, il “frassino del mondo” Dal corpo di Ymir fu generato anche Yggdrasil, il più alto tra gli alberi. Si tratta di un frassino (un albero di tasso o una quercia in altre versioni) i cui nove rami sorreggono il mondo. Questi sono: Ásahemir, il mondo delle divinità celesti Álfheimr, popolato dagli elfi di luce Midgard, popolato di uomini e troll Jǫtunheimr, la terra dei giganti (Jotunh) Vanaheimr, il mondo […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Percy Song, la graphic novel di Martina Rossi

Percy Song, graphic novel che segna il debutto della disegnatrice Martina Rossi nel mondo dei fumetti, è stata presentata sabato 18 gennaio alla fumetteria Alastor di Napoli. «Quando Percy si sveglia, dopo un lungo sonno, non ricorda nulla del proprio passato. Tutto cio che sa, è di essere morto». Questa frase è riportata sulla quarta di copertina di Percy Song, opera prima di Martina Rossi edita da Phoenix Publishing presentata alla stampa sabato 18 gennaio alla fumetteria Alastor di Napoli. L’intervento è stato moderato da Francesco Saverio Tisi, vicedirettore della Phoenix, e oltre all’autrice hanno preso la parola Ruben Curto (fumettista, muralista, illustratore, docente e cofondatore del colletivo NUBE) e tramite videomesaggio il doppiatore Jacopo Calatroni. Percy Song, una colorata fiaba oscura A parlare del contenuto dell’opera è ovviamente l’autrice che l’ha pensata e disegnata, Martina Rossi. Classe 1989, è originaria di Recanati. Dopo il diploma presso l’istituto d’arte “G. Cantalamessa” a Macerata si trasferisce a Roma, dove rafforza le proprie conoscenze in materia di disegno alla Scuola Romana di fumetti. Da qui inizia a lavorare come copertinista e ritrattista per autori indipendenti, oltre disegnare vignette per il quotidiano Metro Roma. Nel 2016 per la casa editrice Lo Scarabeo illustra un mazzo di tarocchi ispiarate a Il Piccolo Principe di Antoine de Saint-Exupéry e attualmente lavora come colorista per la casa editrice BellaFe e come autrice per Americana Studio. Martina descrive Percy Song come «un tipo di narrazione tipico delle fiabe». La graphic novel narra la storia di Percy, un ragazzo che «non ha passato, ma deve andare incontro ad un futuro. Deve sapere cosa è stato, ma non ha i mezzi per farlo». Le tematiche descritte toccano nel profondo le corde dell’animo dei giovani e sono anche molto pesanti, come quello della morte. Lo fa attraverso un uso allegorico del genere fantasy, dove la presenza di disegni armonici e pastellosi fatti a mano e colorati con l’acquerello, servono per interpretare una realtà spesso cupa e monocolore. Durante l’intervento Martina Rossi ha battutto moltissimo proprio su questo punto, attingendo anche alle proprie esperienze che sono parte della struttura su cui è stato eretto il progetto di Percy Song, in particolare sulla questione del giudizio che parte fin dalla tenera età. «La società stessa non fa altro che giudicarci e farci perdere occasioni importanti che potrebbero renderci felici». Insomma, sembra che il messaggio che voglia trasparire da Percy Song non sia soltanto quello di affrontare con un linguaggio che si avvicini a quello degli adolescenti esperienze che possono avere più o meno affrontato, ma anche di inseguire i propri sogni senza curarsi troppo del giudizio delle persone che non li comprendono perché troppo distanti dal loro modo di vivere e di concepire il mondo. Gli interventi di Ruben Curto e Jacopo Calatroni Parole di elogio sono state spese anche da Ruben Curto, il quale ha definto la vicenda narrata nel fumetto come un qualcosa «ambientato in un mondo “bello” come quello del fantasy, ma che assume contorni a tratti inquietanti». A […]

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Battaglia di Bouvines, la domenica che cambiò l’Europa

Il 27 luglio del 1214 ebbe luogo la battaglia di Bouvines che vide contrapposti Filippo II e Ottone IV di Brunswick, rispettivamente il sovrano del regno di Francia e l’imperatore del sacro romano impero. Si trattò di un episodio molto importante, giacché il suo esito sarà importante per l’assetto dell’Europa. Antefatti  Ottone IV era stato eletto imperatore da papa Innocenzo III nel 1209, anno in cui lo stesso Ottone aveva accettato le condizioni del Trattato di Spira in cui rinunciava a qualsiasi aspirazione di dominio sui territori pontifici. Ma l’imperatore non ci pensò due volte a rimangiarsi la promessa fatta, dato che l’anno successivo invase e occupò quell’insieme di territori conosciuti sotto il nome di “Patrimonio di San Pietro” (Viterbo e il comprensorio di Civitavecchia) e giunse persino ad impossessarsi della corona del Regno di Sicilia nonostante il papa lo avesse scomunicato. Il 9 dicembre del 1212 Innocenzo III incoronò imperatore Federico II di Hohenstaufen, sfruttando il malcontento della nobiltà tedesca che criticava Ottone per il fatto che fosse più occupato a battibeccare con il papa che ad occuparsi dei territori dell’impero. Intanto l’oramai ex-imperatore cercò in ogni modo di riprendersi il trono e si alleò con il re d’Inghilterra Giovanni Senzaterra, anche lui messo sotto pressione dalla non facile situazione in cui le terre inglesi versavano. Preso il trono in qualità di “sostituto” del fratello Riccardo Cuor di Leone partito per la terza crociata (1189 – 1192), l’obiettivo principale di Giovanni fu quello di privare i feudatari di qualsiasi loro diritto con una politica tributaria che non piacque ai baroni inglesi, i maggiori avversari di re Giovanni assieme al re di Francia Filippo Augusto. Originario della famiglia dei Capetingi, questi era succeduto al padre Luigi VII nel 1180 quando aveva solo quindici anni, trovandosi davanti un sacco di problemi da affrontare. In primis dovette sedare una rivolta del conte delle Fiandre Filippo I, furioso in quanto sua nipote nonché moglie del re Isabella di Hainaut aveva portato come dote di matrimonio la contea di Artois e alcuni territori delle Fiandre. Il conseguente scontro ebbe come esito la stipulazione del trattato di Boves del 1185 con cui si riconosceva a Filippo Augusto il dominio sulle contee di Artois, Vermandois e Arménois. L’altro problema di Filippo Augusto era la corona inglese, che aveva dei propri possedimenti in Francia. Ciò rappresentò la causa degli scontri che Filippo ebbe con Riccardo Cuor di Leone, ex alleato durante la terza crociata in Terrasanta, e quando il sovrano inglese fu fatto prigioniero nel viaggio di ritorno dal duca d’Austria Leopoldo V ne approfittò per negoziare con il già citato successore Giovanni il quale, pur di impossessarsi della corona del fratello (si dice addirittura che fece circolare nel regno la falsa notizia della sua morte!), si mise al servizio di re Filippo divenendo suo feudatario a tutti gli effetti e cedendogli una buona parte dei territori appartenenti ai Plantageneti, il ramo della famiglia reale da cui Giovanni discendeva. Ma quando il re inglese si rifiutò di adempire […]

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Conte Vlad, la leggenda di Dracula

Il conte Vlad è una delle figure storiche più affascinanti e allo stesso tempo più disturbanti, dal momento che la sua fama è legata perlopiù alla tortura dell’impalamento con cui uccideva i propri nemici. L’uso di tali metodi sanguinari hanno poi gettato le basi per la creazione del personaggio letterario del conte Dracula. Partiamo alllora per questo viaggio in Romania, per la precisione in Valacchia, per scoprire la storia del conte Vlad che per alcuni vive ancora tra noi sotto le vesti di vampiro.  La storia del conte Vlad III di Valacchia Vlad nacque nel 1431 nella cittadella di Sighisoara da Vlad II, sovrano della Transilvania e membro dell’Ordine del Dragone. Questi era un ordine militare fondato, forse ad inizio ‘400, dall’imperatore Sigismondo di Lussemburgo allo scopo di contrastare l’eresia di Giovanni Hus e in seguito l’avanzata dei turchi in Europa. Proprio dai Turchi Vlad venne fatto prigioniero ad Adrianopoli nel 1442, dove venne educato come un sultano. Nel 1448 venne raggiunto dall’assassinio del padre Vlad II e di suo fratello maggiore durante una rivolta dei boiardi organizzata dal regno d’Ungheria, desideroso di impossessarsi della Valacchia. Una volta libero il conte Vlad invase il proprio paese natale con al seguito un esercito di turchi, ma venne sconfitto dal sovrano Vladislao II che lo costrinse all’esilio in Moldavia. Trascorrono alcuni anni e in questo periodo di tempo Vlad stipula trattati di alleanza tra la Moldavia e la Transilvania, oltre a riuscire a portare dalla propria parte quei boiardi che avevano causato la morte del padre e con cui condivideva un nemico in comune: gli ottomani. La presa di Costantinopoli nel 1453 da parte di Maometto II e la fine dell’Impero Romano d’oriente rappresentavano un campanello d’allarme per la cristianità, che vedeva l’ombra musulmana oramai pronta ad abbattersi in Europa. Per tutti i signori dei vari regni cristiani era quindi necessario fare fronte comune per evitare il peggio e lo stesso valeva per Vlad, il quale si batté respingendo le armate ottomane nel 1454 a Szendro in Ungheria e nel 1456 a Belgrado. Quest’ultimo scontro andò a vantaggio proprio di Vlad, poiché tra le varie vittime ci fu Giovanni Hunyiadi, condottiero e fino a quel momento voidova ( “governante”) della Valacchia. Vlad approfittò del vuoto di potere e si impadronì del trono divenendo voidova della Valacchia con il nome di Vlad III e attuando una serie di riforme per risollevare la regione dallo stato di degrado in cui versava. Cercò innanzitutto di favorire l’economia locale tramite la costruzione di nuovi villaggi per i contadini e sostenendo i commercianti locali per limitare l’influenza estera di quelli di altre regioni romene. Inoltre spostò la capitale a Tirgoviste, dove venne costruito il Castello di Poenari in mezzo alle montagne. Questi provvedimenti non vennero ben accolti dai mercanti sassoni della Transilvania, i quali avevano creato nella regione una rete commerciale di città detta Siebenbürgen ( “Le sette città“) e che videro minacciati i propri interessi. Ciò portò a un’alleanza con i boiardi che a causa delle minacce […]

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Estinzione dinosauri. Come è avvenuta?

65 milioni di anni fa il nostro pianeta fu testimone di un drammatico avvenimento: l’estinzione dinosauri, gli enormi rettili che fino a quel momento avevano governato indisturbati la terra. Molte sono state le ipotesi avanzate dagli scienziati sull’estinzione dinosauri, tra il fantasioso e lo scientifico. Quella maggiormente affermatasi nella comunità di geologi e scienziati è la caduta di un’asteroide che provocò la fine di questi mastodontici animali. La storia prima della storia. Il mondo dei dinosauri Prima di entrare nel dettaglio è giusto soffermarci sul mondo in cui i dinosauri vivevano, che era il Cretaceo. Con questo nome si identifica la terza e ultima parte in cui è suddivisa l’era mesozoica, l’era in cui vissero i dinosauri. Il culmine di questa età è rappresentata dall’estinzione di questi ultimi e di alcune creature marine. L’origine del nome di quest’era deriva dalla parola francese craie, la quale indica un deposito calcareo ricco di fossili molto presente in Europa e per la precisione nel bacino di Parigi. Estinzione dinosauri, le ipotesi Le ipotesi sull’estinzione dei dinosauri accettate dalla comunità scientifica sono principalmente due. La prima, che è anche la più celebre, fu avanzata nel 1979 da Luis e Walter Álvarez e vedeva come causa principale l’impatto di un meteorite sulla terra. Come prova a sostegno di questa ipotesi c’è il ritrovamento all’interno della Gola del Bottaccione, nei pressi di Gubbio in Italia, di alcuni frammenti di iridio. Si tratta di un elemento presente all’interno dei meteoriti e tale tesi fu avvalorata dalla scoperta negli anni ’90 di quello che fu rinomato come cratere di Chicxulub nella penisola dello Yucatan, in Messico, largo 180 chilometri di diametro. Questo dato ha fatto ipotizzare che il meteorite che avrebbe colpito la terra doveva avere un diametro di 10 chilometri e che si sarebbe schiantato alla velocità di 30 chilometri al secondo, liberando un’energia pari a quella di diecimila bombe atomiche. L’impatto avrebbe causato il sollevamento nell’aria di polveri e nubi che oscurarono il sole per un lungo periodo di tempo, con conseguenze immaginabili: non essendoci più la luce solare le piante non poterono più nutrirsi tramite fotosintesi, i dinosauri erbivori morirono di fame e quelli carnivori non poterono nutrirsi di loro. Una vera e propria reazione a catena. La seconda ipotesi è più recente e ha tra i suoi sostenitori la ricercatrice Greta Keller. La causa dell’estinzione dei dinosauri non fu causata da un meteorite (quello di Chicxulub sarebbe caduto sulla terra 300 milioni di anni prima del Cretaceo), ma dall’eruzione dei vulcani nella regione del Deccan in India. L’emissione di sostanze chimiche resero l’aria irrespirabile e portò ad un drammatico cambiamento climatico, con la terra che non riusciva a disperdere l’eccesso di calore accumulato. Ciò avrebbe causato l’estinzione dei dinosauri in poco tempo Nel corso del tempo sono state avanzate altre teorie: i coniugi George e Roberta Poinar credono che la causa dell’estinzione dei dinosauri sia stata l’esplosione di un’epidemia batterica, mentre per altri scienziati l’ascesa dei primi mammiferi sulla terra che si cibavano di […]

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Giorno del Ringraziamento, origini e caratteristiche

«Era una notte buia e tempestosa, all’improvviso un TACCHINO rimbombò!» Parlare delle origini del Giorno del Ringraziamento citando una striscia dei Peanuts non è forse il massimo a livello storiografico, ma sicuramente può essere citata per spiegare l’impatto che questa festività ha nell’immaginario culturale degli USA.  Ma cos’è il Giorno del Ringraziamento? Quando e come si festeggia? E soprattutto, quali sono le sue origini? Giorno del ringraziamento, origini La festa ha origine nel 1621, quando i padri pellegrini della cittadina di Plymouth nello stato del Massachusetts decisero di celebrare il successo del primo raccolto dedicando una giornata di ringraziamento a Dio detta Thanksgiving Day, “Giorno del Ringraziamento” per l’appunto. Tale successo però non sarebbe stato possibile senza l’aiuto dei nativi americani, i quali istruirono i coloni sull’allevamento dei tacchini e la coltivazione del granoturco. In segno di riconoscimento i pellegrini invitarono gli abitanti di quelle terre ad un banchetto in cui, oltre al già citato tacchino, si consumarono alimenti che poi divennero tradizionali nel pranzo del ringraziamento: ostriche, zucca, carne di cervo e torte di cereali. Il giorno del ringraziamento divenne una festa ufficiale degli Stati Uniti per volere di George Washington nel 1789, sebbene si trattasse ancora di una festa “mobile” e non con una data precisa, per poi essere abolita dal presidente Thomas Jefferson. Fu in seguito riabilitata da Abrham Lincoln nel 1862, ad un anno dallo scoppio della guerra civile americana e non si tratta di certo di una casualità. La nazione era flagellata dalla scissione tra stati del nord e stati del sud, ovvero tra gli stati in cui la schiavitù era stata abolita e quelli in cui ancora vigeva. La festa venne quindi proclamata per il quarto giovedì del mese di novembre, allo scopo di tentare di riunificare un paese lacerato al proprio interno anche se gli storici danno il merito di aver riportato in auge il giorno del ringraziamento a Sarah Josepha Hale, scrittrice e moglie di Lincoln. La festività diverrà poi ufficiale nel 1941, quando fu legalizzata dal Congresso degli Stati Uniti. Le tradizioni del giorno del ringraziamento Il giorno del ringraziamento, come ogni festività che si rispetti, è costituito da un’insieme di tradizioni che coinvolgono la famiglia, prima tra tutte il pranzo. Se avete in mente le sit-com, i cartoni animati e gli show televisivi americani saprete che almeno un episodio di questi è dedicato al giorno del ringraziamento dove i vari personaggi, assieme alle proprie famiglie, si cimentano nella preparazione di sontuosi banchetti per i parenti per il pranzo del ringraziamento, dove la portata principale è il tacchino ripieno che viene offerto anche alle persone più bisognose. Non sembra esistere una ricetta unica per preparalo, ma la variante tradizionale prevede che il tacchino (che deve pesare attorno ai 5 chili) venga farcito con pane raffermo, sedano, aglio, cipolla, bacon, salsiccia. Vengono poi usate come erbe il timo, il rosmarino e la salvia, prima di infornarlo a 190 gradi per 3 ore. Il tacchino viene poi condito con quella che viene chiamata […]

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