Seguici e condividi:

Eroica Fenice

Culturalmente

Vignette di Mafalda, le più divertenti

Negli anni ’60 il vignettista argentino Quino, pseudonimo di Joaquín Lavado, dà vita alla sua più celebre creatura: Mafalda, l’energica e acuta bambina dai capelli ricci e neri preoccupata per i problemi che affliggono il mondo. Le vignette di Mafalda furono pubblicate per dieci anni (dal 1964 al 1973) sulla rivista El Mundo, così come sulle riviste di molte altre nazioni. Tra le tante vignette di Mafalda abbiamo scelto le quattro più divertenti e riflessive, che ben rappresentano il mondo di questa ribelle e intelligente bambina di sei anni entrata nell’Olimpo dei personaggi più iconici del mondo delle strisce a fumetti. Vignette di Mafalda, le quattro più significative Minestra con ricatto Come quasi tutti i bambini della sua età anche Mafalda non sopporta la minestra. Quino ha più volte voluto sottolineare questa avversione in molte delle vignette, ma questa che vi proponiamo è davvero divertente. La nostra eroina si trova seduta al tavolo faccia a faccia con l’odiato piatto e dalla cucina la madre minaccia di non darle il dolce se non mangerà la minestra. Mafalda si lancia allora in un’accesa filippica, con tanto di pugno che batte sul tavolo, con la quale rivendica il diritto di non mangiarla: «Sarei ben meschina se per una qualsiasi lusinga disertassi i miei princìpi, tradissi le mie convinzioni e vendessi il mio credo!». Peccato che basti la parola “meringhe” pronunciata dalla madre per far cedere Mafalda la quale, senza esitazione finisce per mangiare la minestra. Un mondo malato Nelle vignette di Mafalda un tema spesso ricorrente, come già anticipato, è quello dei problemi che affliggono il mondo. La nostra bambina sembra preoccuparsene seriamente, tanto da portare sempre con se un globo terrestre che tratta come se fosse una persona in carne ed ossa. Questo concetto è ben evidente in questa vignetta. Il padre di Mafalda osserva la figlia che ha poggiato il globo sopra una brandina e le chiede se il mondo è malato. Mafalda risponde di sì e l’uomo, credendo che si tratti di un gioco infantile, le chiede se il mondo ha la febbre. La risposta di Mafalda è spiazzante: «Ha un’infiammazione alle masse». La chiave di lettura della vignetta sembra risiedere in più di una possibilità: Mafalda infatti potrebbe riferirsi tanto alle “masse tettoniche” quanto al concetto di “massa” inteso come insieme dei popoli che non riescono a ribellarsi all’autorità. Sogni ad occhi aperti Tra i vari personaggi che popolano il mondo delle vignette di Mafalda c’è il suo amico Felipe. Ciuffo biondo e denti sporgenti, Felipe è il tipico sognatore ad occhi aperti poco incline allo studio e più portato nel progettare cose irrealizzabili. Questa vignetta ne è l’esempio perfetto. Felipe sta camminando per strada e si imbatte nella statua commemorativa di un certo dottor Juan Pufì che ne celebra l’opera. Felipe immagina allora che venga dedicata anche a lui una statua commemorativa che ha le sue sembianze e anche una dedica “per la sua opera”. Ben presto però il bambino si chiede per quale opera potrebbe mai essere […]

... continua la lettura
Food

Zuppa di cozze e A Figlia d’ ‘o Marenaro, un binomio perfetto!

Anche a Napoli si è entrati nella settimana di pasqua e di certo le tradizioni non mancano all’appuntamento. A predominare su tutte il piatto tipico che caratterizza il pranzo del giovedì santo: la zuppa ‘e cozzeche, la zuppa di cozze. Tanti sono i ristoranti che propongono la loro versione di questa gustosa pietanza. Su tutte però prevale quella de A Figlia d’ ‘o Marenaro, storico ristorante presente a via Foria a due passi dall’Orto botanico e la cui titolare e cuoca, Assunta Pacifico (per gli amici Donna Assunta) è uno dei baluardi della tradizione gastronomica partenopea. A figlia d’ ‘o Marenaro, la storia Prima di parlare de A figlia d’ ‘o Marenaro è necessario parlare proprio di Assunta Pacifico, colei che ha dato vita ad un impero gastronomico che iniziò a costruire dall’età di sette anni quando aiutava suo padre Raffaele titolare de ‘a puteca di Porta Capuana a pulire le cozze.  Il trascorrere del tempo non fece altro che aumentare in lei la passione per la cucina e, con non pochi sacrifici, fondò nel lontano 1955 il ristorante A figlia d’ ‘o Marenaro che ben presto si specializza proprio nella preparazione della zuppa di cozze, ma anche in quella di pizze e di piatti di terra. L’anno scorso i locali sono stati soggetti ad un restauro che ne hanno determinato la momentanea chiusura per un mese e mezzo. La relativa riapertura, avvenuta il 14 febbraio 2018, ha ridato agli abitanti di Napoli e ai turisti che si trovano nei paraggi una delle istituzioni più importanti in cui si celebra non soltanto la tradizione gastronomica napoletana, ma anche il calore e la spontaneità tipici del popolo partenopeo. Struttura dei locali Tutto questo ci riporta alla giornata del 16 aprile dove, in piena sintonia con il periodo pasquale, è stato organizzato per la stampa un pranzo a base di zuppa di cozze. Un’occasione anche per dare un’occhiata più da vicino ai rinnovati locali de A figlia d’ ‘o Marenaro, a cominciare dalla cantina dei vini. Curata e gestita dal figlio Giuseppe, rappresentate della terza generazione di ristoratori, la cantina presenta una pavimentazione in legno e un arredamento che richiama ad una dimensione contadina e umile, testimonianza di una fedeltà alla tradizione. Un armadio di vetro custodisce l’immensa collezione di vini, campani e non, ma anche cognac e altri alcolici. Il vero cuore pulsante de A figlia d’ ‘o Marenaro è ovviamente costituito dalla cucina, che si trova in un piccolo locale a pochi passi dal ristorante vero e proprio. Appena si entra dentro si viene accolti da un odore di mare che con la mente ci proietta a giornate trascorse in spiaggia o su una scogliera a pescare. I nostri occhi non possono fare a meno di fissare le bacinelle piene di cozze, ma soprattutto le enormi vasche in cui cuociono i polpi da cui viene ricavata un altra specialità della gastronomia napoletana: ‘o bror e purpo, il brodo di polpo. A tale proposito durante la preparazione Assunta ricorda con affetto […]

... continua la lettura
Culturalmente

Leggende metropolitane horror, le più inquietanti

Storie a metà strada tra fantasia e verità, tra realtà e finzione. Queste sono le leggende metropolitane horror, racconti orali che grazie al passaparola diventano talmente famosi da sembrare reali. Caratteristica peculiare di questo genere di storie è il loro contenuto misterioso, a tratti macabro e disturbante. Accanto ai racconti elaborati dal folklore di ogni paese se ne sono affiancati altri che nel mondo di internet sono conosciuti con il nome di creepypasta (“creepy”, macabro/pauroso e “pasta” dal verbo “to paste”, incollare). Dall’immenso e cupo mare di misteri e orrori abbiamo scelto sette leggende horror metropolitane. Se non siete persone facilmente impressionabili armatevi di coraggio e sangue freddo e, ovviamente, spegnete la luce per creare un po’ di atmosfera prima di addentrarvi nella lettura. Leggende metropolitane horror. Le sette più famose L’isola delle bambole Nei pressi di Città del Messico, nella delegazione di Xochimilco, esiste un luogo chiamato dagli abitanti “Isla de las muñecas”, l’Isola delle bambole. Un immenso bosco in cui, appese ad alberi, rami e cespugli vari, giacciono delle bambole. Ad aver creato questo luogo da brividi è stato il suo unico abitante, Don Julian Santana. Un giorno l’uomo trovò sulle rive di un fiume il cadavere di una bambina e la sua bambola. Per onorare la memoria della piccola vittima decise di appendere il suo giocattolo ad un albero, con la speranza di cacciare via gli spiriti maligni che infestavano l’isola. Tuttavia Don Julian era tormentato da alcune visioni, che lo spinsero a collezionare migliaia e migliaia di bambole che appese da ogni parte dell’isola fino alla sua morte avvenuta nel 2001, quando annegò nello stesso fiume della bambina. L’instancabile attività dell’uomo ha così dato vita ad un luogo tetro dove i turisti che lo visitano vengono circondati dai sorrisi e dalle facce deformate delle bambole appese, deteriorate, prive di occhi e in posizioni innaturali. Chi ha avuto il coraggio di trascorrere la notte sull’isola ha affermato di aver sentito non soltanto delle voci, ma anche di aver trovato alcune bambole spostate in altre posizioni. Che lo spirito di Don Julian continui a custodire il luogo e le sue amate bambole? O bisogna ipotizzare che queste abbiano una vita autonoma? Kuchiaske-onna Dal Giappone proviene una delle leggende metropolitane horror più inquietanti, quella di Kuchiaske-onna. Si narra che molti anni fa vivesse una donna bellissima, ammirata e amata da molti uomini, moglie di un samurai. Questi, accecato dalla gelosia e dalla paura che lo tradisse, una notte le squarciò la bocca da un orecchio all’altro con la sua katana. Dopo aver compiuto il terribile gesto la umiliò ulteriormente, domandandole chi l’avrebbe trovata bella dopo che era stata ridotta in quello stato. Era nata Kuchiaske-onna, ovvero “la donna dalla bocca spaccata”. Ben presto circolarono alcune voci secondo le quali la donna vagava per le strade di notte, coperta da una maschera. Se un uomo le capitava davanti lo fermava facendogli chiedendogli: «Trovi che io sia bella?». La donna poi mostrava alla vittima il suo volto deturpato, rivolgendole la stessa […]

... continua la lettura
Culturalmente

Indiani d’America, storia di un popolo

Estese praterie, danze tribali, enormi copricapi ornati con piume d’uccello, lunghe ed enormi pipe fumate all’interno di tende. Questo e molto altro ci viene in mente quando sentiamo parlare degli Indiani d’America, noti anche come “nativi americani”. L’immaginario collettivo ha contribuito all’affermazione di un’immagine standard del nativo americano: quella di un uomo dalla carnagione rossastra, i capelli lunghi raccolti in trecce, che si cimenta in danze attorno al fuoco e dedito alla guerra e al collezionare scalpi di uomini bianchi (i famosi “visi pallidi”) e di guerrieri di tribù rivali che avevano la sfortuna di cadere loro prigionieri. Pur essendoci un fondo di verità in quanto detto, è assolutamente sbagliato liquidare il popolo degli Indiani d’America come selvaggi estranei alla civiltà. La storia di questo popolo è stata segnata dai drammatici avvenimenti scaturiti dall’incontro con l’uomo bianco, che non ha esitato ad usare la violenza per sottrarre i territori a loro appartenenti. Dalle origini a Cristoforo Colombo Quelli che conosciamo come “Indiani d’America” giunsero dall’Asia in piccoli gruppi 35 milioni di anni fa, attraversando lo stretto di Bering ancora non sommerso dalle acque e che collegava la Siberia all’Alaska. Tramite questa via gli Indiani giunsero dapprima in Canada e poi in America del Nord, espandendosi in seguito nelle terre di quella centrale e meridionale. A favore di questa tesi vi sarebbero le analisi del DNA compiute dal professor Eske Willersley sui resti di uno scheletro umano trovato proprio in Alaska. In quelle zone gli Indiani d’America vissero sviluppando una civiltà dedita alla caccia, all’agricoltura, alla pesca e al commercio, senza avere contatti con altre civiltà. L’unica eccezione è rappresentata dai Vichinghi i quali, attorno all’anno 1000, tentarono di insediarsi nel Nord America senza successo. Tutto cambiò nel 1492, con il viaggio di Cristoforo Colombo. Come è noto il navigatore genovese circumnavigò l’Oceano Atlantico per raggiungere le Indie, ma finì per arrivare nell’odierna Repubblica Dominicana. Egli era comunque convinto di essere arrivato nelle Indie orientali e incontrando per la prima volta gli abitanti del luogo li chiamò “Indiani”. Da qui il termine “Indiani d’America”. Cinque anni dopo Giovanni Caboto raggiunse con una nave inglese il Canada e per le popolazioni locali coniò un termine che in seguito verrà usato per identificare tutte le tribù di Indiani d’America: “Pellirossa“, derivato dall’usanza che i guerrieri locali avevano di tingersi il viso di ocra rossa prima della battaglia. I primi contatti con l’uomo bianco I viaggi di Colombo e Caboto avrebbero cambiato per sempre il mondo degli Indiani d’America. A partire dal XV infatti la voglia di aprire nuove rotte commerciali, il desiderio delle monarchie europee di possedere pezzi di terra in quello che venne ribattezzato come “Nuovo Mondo” e la necessità avvertita dalla chiesa di evangelizzare uomini e donne “barbari” portarono all’inevitabile scontro/incontro tra i nativi americani e l’uomo bianco. L’America del Nord vide l’arrivo di inglesi e di francesi che contendevano alle tribù locali il commercio delle pellicce, la cui domanda era molto alta in Europa. Nel 1607 una spedizione inglese portò […]

... continua la lettura
Teatro

Francesco de Carlo live 2019. Recensione dello spettacolo

Una serata di puro divertimento si è consumata domenica al Kesté di Napoli con lo spettacolo di stand up comedy Francesco de Carlo live 2019, prima tappa del tour primaverile/estivo del comico romano che abbiamo anche avuto modo di intervistare alcuni giorni fa. Resoconto dello spettacolo del Francesco de Carlo live 2019 Ad aprire la serata è stato Adriano Sacchettini, comico locale già noto nell’ambiente del Kesté che si è lanciato in una profonda riflessione su un problema che lo affligge: «il pene moscio» e la relativa operazione a cui si è sottoposto nel tentativo di risolverlo. Oltre a narrare la sua storia dai risvolti esilaranti Adriano ha ironicamente commentato il suo ruolo di opener dello spettacolo, dicendo «lo so già che quando lo spettacolo di de Carlo sarà finito e saremo saliti sopra voi farete gli applausi soltanto a lui!». E dopo questo simpatico antipasto ecco giungere la portata principale: Francesco de Carlo. Il monologo di un’ora si apre con una riflessione sui 40 anni, un’età in cui «Non riesci più a farti ‘na bevuta» e diventi anche «più cinico e anaffettivo».Il comico si lancia così in un discorso lungo e profondo, in cui non fa sconti a nessuno: la crisi della sinistra e la critica ai “nuovi” fascisti, l’odio verso i «vecchi di merda» e i bambini nei luoghi pubblici, gli appuntamenti al buio a 40 anni e, naturalmente, le esperienze come comico nell’Inghilterra della Brexit (narrate, come saprà chi lo segue, nel programma Rai Tutta colpa della Brexit). Il tutto accompagnato dal tipico accento romanesco e da una forte componente fisica e caricaturale, con cui il comico ha enfatizzato gli eventi e i personaggi descritti tramite balletti e imitazioni vocali a tratti cartooneschi. Francesco de Carlo costruisce con la sua comicità un personaggio divertente e irresistibile, ma allo stesso tempo cinico e scorretto. Un esempio lampante di quanto appena descritto all’interno del suo spettacolo è rappresentato dal suo interloquire continuamente con il pubblico, fingendo di “filtrare” con una ragazza seduta in prima fila o interrompendo lo spettacolo per farsi portare una birra da bere. Ma il perno centrale del monologo di Francesco de Carlo è stato senza dubbio il populismo, analizzato e schernito in ogni sua sfumatura: dai novax ai terrapiattisti, fino alla sfiducia che il popolo nutre nei confronti delle istituzioni. Le altre tappe del tour Dopo Napoli il Francesco de Carlo live 2019 toccherà le città di Pisa, Padova, Venezia, Conegliano e Cagliari. Un lungo tour che, ricordiamo, servirà per promuovere Cose di questo mondo, lo special di stand up comedy presto disponibile su Netflix. Ma invitiamo caldamente chi può ad andare ad assistere dal vivo allo spettacolo del comico romano, narratore di una storia personale che è anche la nostra, con tutte le dovute paranoie e ossessioni che la caratterizzano pronte ad essere esorcizzate da una sana risata.

... continua la lettura
Cinema e Serie tv

David di Donatello 2019, trionfa Dogman

La sessantaquattresima edizione dei David di Donatello 2019  ha segnato il trionfo del regista Matteo Garrone e del suo Dogman, premiato come miglior film dall’accademia dei David. Contando anche il riconoscimento come miglior film, la pellicola si è aggiudicata 9 premi su 16 candidature: miglior regia, miglior attore non protagonista per Edoardo Pesce, miglior sceneggiatura a Matteo Garrone, Massimo Gaudioso e Ugo Chiti, miglior autore della fotografia a Nicolaj Bruel, miglior scenografo a Dimitri Capuani, miglior truccatore a Dalia Colli e Lorenzo Tamburini, miglior montatore a Marco Spoletini e miglior suono. Molte sono state le statuette vinte anche da Sulla mia pelle, secondo lungometraggio diretto da Alessandro Cremonini. La pellicola che narra la vicenda di Stefano Cucchi ha vinto i premi per il miglior regista esordiente, miglior produttore (Lucky Red), il David giovani e miglior attore protagonista ad Alessandro Borghi.  Quest’ultimo ha ringraziato il regista e la famiglia di Cucchi e ha dichiarato che «Il premio va a Stefano Cucchi ed agli esseri umani che devono essere considerati tali a prescindere da tutti». Loro, il dittico  diretto da Paolo Sorrentino (non presente alla cerimonia), si aggiudica il premio per la miglior attrice protagonista ad Elena Sofia Ricci e per il miglior acconciatore ad Aldo Signoretti.  La miglior attrice non protagonista è una visibilmente commessa Maria Gonfalone per Il vizio della speranza, la quale ha dichiarato che «Edoardo De Angelis ha raccontato la nostra terra, la Campania ed è a lei che dedico questo premio».  Due premi per Chiamami con il tuo nome di Luca Guadagnino: miglior sceneggiatura non originale per il regista, James Ivory e miglior canzone originale (Mistery of love di Surfjan Stevens). Due premi anche per Capri-revolution di Mario Martone: miglior costumista ad Ursula Patzak e miglior musicista a Sascha Ring e Philpp Thimm. Il David per i miglior effetti visibili va a Victor Perez per Il ragazzo invisibile – seconda generazione di Gabriele Salvatores. Nanni Moretti vince il David per il miglior documentario con Santiago, Italia, mentre per il miglior cortometraggio vince Alessandro de Gregorio con Frontiera. Il David per il miglior film straniero va a Roma di Alfonso Cuaròn il quale era presente alla cerimonia e ha ringraziato l’Accademia. Il David dello spettatore, introdotto da questa edizione, va al film A casa tutti bene di Gabriele Muccino. Fabrizio de André, principe libero , biopic di Luca Facchini sul cantautore genovese, non ha ricevuto invece nessun premio. David di Donatello 2019, premio alla carriera a Tim Burton La sessantaquattresima edizione dei David di Donatello è stata condotta anche quest’anno da Carlo Conti, una cerimonia molto austera e con pochi momenti memorabili. Questi ultimi sono riservati agli ospiti di eccezione, primo tra tutti Tim Burton. Il regista di Nightmare before Christmas ed Edward mani di forbice è stato premiato con il David alla carriera e, visibilmente emozionato, ha ringraziato il pubblico. «Non sono italiano ma è come se avessi una grande famiglia italiana», ha dichiarato in seguito Burton che ha ricevuto il premio da un Roberto Benigni entusiasta, […]

... continua la lettura
Teatro

Francesco De Carlo al Kesté, intervista all’autore

Francesco De Carlo al Kesté, domenica 31 marzo. Avete impegni per questa domenica? Se la risposta è “no” e non volete passare un’altra serata a vedere la solita trasmissione d’inchiesta con servizi strappalacrime alla tv magari mangiando la carne al ragù riscaldata, potete sempre vestirvi e andare a vedere Francesco De Carlo al Kestè di Napoli. Il 31 marzo il comico terrà uno spettacolo live in quello che è a tutti gli effetti il tempio della stand up comedy italiana, in concomitanza con il suo tour primaverile ed estivo e con l’arrivo su Netflix dello special Cose di questo mondo. Un’occasione così ghiotta che non ci siamo lasciati sfuggire la possibilità di scambiare quattro chiacchere con l’autore e di fargli qualche domanda a cui ci ha risposto. A tal proposito ne approfittiamo per ringraziarlo del tempo che ci ha gentilmente concesso. Intervista a Francesco De Carlo La prima domanda è molto semplice. Quando hai iniziato a fare stand up comedy? E quando ti sei appassionato a questo genere di spettacolo? Ho iniziato più o meno 10 anni fa. Quando un gruppo di audaci traduttori hanno messo in piedi il progetto Comedy Subs e hanno reso disponibili online i video degli spettacoli dei migliori comici del mondo con i sottotitoli in italiano. Fu una piccola rivoluzione per tutti quelli che come me volevano fare comicità in maniera diversa. Al di là delle differenze di genere, all’estero la stand up va per la maggiore, laddove in Italia – almeno fino a qualche anno fa – si preferiscono personaggi e imitazioni. Quando ho visto quei fenomeni è stato un colpo di fulmine e ne parlo abbondantemente nel libro che ho appena scritto per Bompiani, “La mia Brexit”. Ci sono dei comici che apprezzi e a cui ti ispiri in particolare? Ce ne sono decine. Ho deciso che a ogni intervista ne cito uno diverso e in questo caso menzionerei Dave Chappelle, di cui Netflix ha prodotto recentemente ben 4 speciali. È unico e fortemente consigliato a chi apprezza il genere e vuole vedere un mostro di bravura, non solo come autore di monologhi, ma anche come performer. Tra la fine del 2016 e gli inizi del 2017 hai avuto un’esperienza nella stand up comedy inglese e ne hai narrato il resoconto nella trasmissione Rai Tutta colpa della Brexit. Forte anche del confronto che hai avuto con i comici locali, hai imparato qualcosa da quell’esperienza? Se sì, cosa in particolare che si può ritrovare nei tuoi spettacoli? Come al solito quando esci dalla tua comfort zone impari qualcosa di nuovo e io grazie a quella esperienza credo di essere cresciuto sia come comico, sia come uomo. Come comico, mi sono confrontato con i migliori colleghi del mondo e questo non può che influenzarti positivamente. Ho abbandonato via via molte battute fini a se stesse e ho trovato sempre più piacere nel parlare di me stesso, delle mie esperienze personali e dei miei punti di vista. Come uomo ho imparato che vuol dire essere un […]

... continua la lettura
Cinema e Serie tv

Classifica film: i dieci migliori di sempre

Sono tanti i film che vediamo nel corso della nostra vita e, a discapito di essere cinefili appassionati, critici intransigenti o ignoranti in materia ci capita spesso di stilare quella che, secondo noi, è una classifica dei film migliori. Tuttavia, compilare una lista dei migliori film di sempre risulta essere un’utopia irrealizzabile in quanto il criterio di giudizio su cui si basa sul gusto personale, ma anche perché il cinema è una forma d’arte in continuo aggiornamento e tanti film vengono prodotti ogni anno. Consapevoli di questi limiti non trascurabili anche noi di Eroica Fenice abbiamo deciso di stilare una classifica film. Sappiamo benissimo che nemmeno questa è da considerarsi definitiva ed intoccabile, dato che sarete in molti a notare evidenti (e di sicuro imperdonabili) mancanze. Ma anche in questo caso il criterio usato è, oltre all’importanza dei film presi in esame nella storia del cinema, anche il gusto personale di chi scrive. Classifica film. I 10 migliori 10. Kill Bill vol.1 & vol.2 – Quentin Tarantino (2003, 2004) Iniziamo questa classifica film con il dittico di Kill Bill, diretto da Quentin Tarantino. Tutto ha inizio con il primo piano di una sposa distesa sul pavimento e ricoperta di sangue, mentre un misterioso uomo le si avvicina per darle il colpo di grazia: da un lato Black Mamba e dall’altro il suo capo Bill. Adirata per aver visto rovinato il giorno più importante della sua vita, la “Sposa” inizierà un viaggio marchiato della vendetta, con un solo ed unico scopo: uccidere Bill. Un viaggio così lungo che per narrarlo sono necessari addirittura due film. La saga di Kill Bill (da intendere come un unico lungometraggio e non come due parti distinte tra loro) proietta Quentin Tarantino nel nuovo millennio. Dopo i successi giunti negli anni ’90 grazie a Le Iene e Pulp Fiction, il regista di Knoxville propone una storia sulla vendetta divisa in dieci capitoli e che dispensa omaggi al cinema di Sergio Leone, a quello fratelli Shaw e al cinema di arti marziali. Il motivo per cui Kill Bill si trovi spesso nella classifica film di ogni appassionato e non è anche per scene divenute iconiche: Uma Thurman in tuta gialla che usa la spada Hanzo per affettare l’esercito degli 88 folli di O-Ren Ishii, l’antagonista principale della prima parte interpretata da Lucy Liu, o anche il duro ed estenuante addestramento che la “Sposa” ha con il maestro Pai Mei. E non dimentichiamoci del celebre dialogo sulla filosofia dei supereroi messo in scena da Bill, interpretato dal compianto David Carradine. 9. Qualcuno volò sul nido del cuculo – Milos Forman (1975) Un genere totalmente diverso per uno dei film più celebri degli anni ’70 diretti dal regista cecoslovacco Milos Forman: Qualcuno volò sul nido del cuculo. Patrick Murphy è un detenuto che, sospettato di avere una malattia mentale, viene mandato nell’ospedale psichiatrico di Salem. Qui entra in contatto con i pazienti dell’istituto e soprattutto con l’intransigente infermiera Ratched e proprio verso quest’ultima Patrick mostrerà il proprio atteggiamento insofferente […]

... continua la lettura
Culturalmente

L’uomo della sabbia, il racconto di Hoffmann

Nel 1815 Ernst Theodor Hoffmann pubblica la raccolta dei Racconti Notturni. Da quest’opera è tratto uno dei racconti più disturbanti e misteriosi di tutti: L’uomo della sabbia. L’uomo della sabbia, la trama Il racconto segue due tipi di narrazione. La prima è di forma epistolare e vede Nathaniel, lo studente protagonista della vicenda, raccontare un episodio della sua infanzia all’amico Lotario. Egli ricorda di come sua madre lo esortasse ad andare a letto presto, altrimenti l’uomo della sabbia sarebbe giunto per cavargli gli occhi e darli in pasto ai propri figli. Colpito da questa immagine, Nathaniel giunge ad individuare il mostro nella figura di un amico di famiglia: Coppelius, un avvocato che assieme al padre compiva degli esperimenti alchemici. Una sera il ragazzino si nasconde dietro la tenda dello studio del padre per vedere l’arrivo dell’uomo della sabbia, ma viene scoperto. Questo irrita non poco Coppelius, il quale minaccia il bambino di strappargli via gli occhi. Preso dal terrore, Nathaniel sviene e cade malato. Successivamente suo padre muore in seguito alla seconda visita di Coppelius e quest’ultimo abbandona la città. A questo punto la storia viene narrata da un narratore esterno, il quale spiega il motivo per  cui Nathaniel abbia scritto a Lotario: trasferitosi nella città di G. avrebbe incontrato un ottico piemontese di nome Giuseppe Coppola. Nathaniel ha motivo di sospettare che in realtà si tratti del malefico Coppelius, il quale ha assunto una falsa identità. Tuttavia viene subito rassicurato sia dalla fidanzata Clara e dall’amico Lotario e dal professore Spalanzani, amico di Coppola fin dai tempi in cui vivevano assieme in Italia. Quando però la sua casa rimane distrutta in un incendio Lotario acquista per Nathaniel un appartamento di fronte alla casa di Spalanzani. Qui riceve la visita di Coppelius e Nathaniel, per toglierselo di torno, acquista da lui un binocolo. Durante una festa nella casa del professore tramite il binocolo osserva una ragazza bellissima che sta suonando il pianoforte. È Olimpia, figlia del Spalanzani. Nathaniel si innamora di lei e la frequenta, nonostante Lotario gli faccia notare che la donna è una “faccia di cera”, ovvero una donna priva di anima. Nathaniel ha conferma di ciò quando Spalanzani e Coppola si contendono la ragazza strattonandola da entrambi i lati. Nel tentativo di salvarla Nathaniel nota che non ha gli occhi, i quali giacciono sul pavimento. Il professore confessa allora che Olimpia altri non è che un automa e che il signor Coppola altri non è che il temuto Coppelius. Nathaniel impazzisce e viene rinchiuso in un manicomio. Ne esce guarito, ma la tragedia è inevitabile. Mentre si trova sulla cima di una torre assieme all’amata Clara, egli indossa il binocolo di Coppelius e scambia la ragazza per un automa. Cerca di ucciderla, ma Lotario accorre in tempo per salvarla. Nathaniel, impazzito del tutto, si getta dalla torre e muore. Tra la folla accorsa a vedere il cadavere c’è anche Coppelius il quale, scompare tra la gente. L’uomo della sabbia, l’interpretazione di Freud Nel corso degli anni sono […]

... continua la lettura
Teatro

Open mic, anteprima dello spettacolo del 10 marzo

La stand up comedy continua ad essere di casa a Napoli. Domenica 10 marzo infatti si terrà al Kestè di Napoli, sul palco della sala Abbash, un nuovo spettacolo di open mic. Un’altra serata all’insegna della comicità più scorretta e scurrile che ci sia e avara di sconti verso chiunque e qualsiasi cosa. Open mic del 10 marzo. Il programma della serata Nelle scorse serate di open mic abbiamo visto i nostri comici locali esibirsi a fianco di colonne portanti del genere per quanto riguarda il nostro paese come Daniele Fabbri, Valerio Lundini e Filippo Giardina. Invece questa domenica si esibiranno talenti napoletani, veri e propri mostri di comicità a cominciare da Gina Luongo e dai suoi monologhi sulle sue (dis)avventure amorose. A seguire troveremo l’apparente leggerezza con cui Flavio Verdino tratterà argomenti un po’ “delicati” (chi è stato all’open mic del 26 gennaio scorso, ad esempio, si ricorderà del suo scanzonato monologo sulla tossicodipendenza) e ci sarà spazio anche per l’arguta satira politica e sociale di Adriano Sacchettini. Tra gli altri comici che si esibiranno si segnalano Davide Diddielle, Connie Dentice, Dylan Selina e Stefano Viggiani. Open mic al Kesté. Il palco principale dello stand up partenopeo Si preannuncia quindi un’altra serata all’insegna del divertimento, della satira scorretta e di risate all’ennesima potenza al Kestè di via San Giovanni Maggiore Pignatelli, il quale si conferma essere una vetrina importante per il mondo dello stand up comedy. Un’alternativa alla stantia di stampo napoletana che, troppo spesso, si regge su stereotipi stanchi, ritriti e noiosi. A tale proposito sulla pagina Facebook di Stand up comedy Napoli l’open mic viene annunciato con il classico stile dissacratorio ed irriverente: «è ricominciato Made in Sud!  Un gruppo di comici terroni sale sul palco per parlare di: pesce moscio, serial killer, froci, ditalini, cazzi grossi e piccini, hitler e salvini, religione, immigrati, negri, ciccione, sedie a rotelle e bocchini… Ah no aspè, quelli so’ i comici di Stand up comedy Napoli». Se quindi doveste trovarvi da quelle parti entrate e godetevi lo spettacolo di open mic nell’atmosfera informale e sgangherata dell’Abbash/Kestè, ma a vostro rischio e pericolo. Se poi doveste uscire fuori contrariati perché sono state messe alla berlina le vostre credenze e certezze non prendetevela con i poveri comici, semplicemente questo genere di spettacolo non fa per voi. Ma siamo anche convinti che il risultato sarà diverso. – Fonte immagine copertina: https://www.facebook.com/events/394492888047691/

... continua la lettura
Attualità

Volantino sessista. Ancora discriminazione femminile

Ci sono giorni in cui oramai non ti meravigli più di nulla. Se una persona afferma che la terra è piatta, che i vaccini fanno più male che bene o che il riscaldamento globale è colpa del diavolo, non ti incavoli più di tanto. Sì, ti arrabbi e vorresti entrare nella testa di coloro che elaborano queste teorie che, se non fosse per la pericolosità con cui girano sul web e di come abbiano reso più labile il confine tra verità e falsità, ci sarebbe da ridere. Ma non si può per nessuna ragione sorridere o chiudere un occhio sull’ennesima forma di discriminazione e intolleranza a cui, più che mai, i tempi odierni ci hanno abituato: il volantino sessista pubblicato da una sezione regionale della Lega. Il deprecabile messaggio del volantino sessista Non ci sembra doveroso soffermarci più di tanto molto sul contenuto del volantino sessista, pubblicato dalla sezione giovanile della Lega di Crotone (Calabria). Esordendo con la domanda “Chi offende la dignità della donna?”, il manifesto sessista si fa portavoce di un’idea della donna all’interno della società che rasenta il primitivo più assoluto. Risulta invece utile riportarne integralmente il testo in modo da comprendere il motivo per cui ha fatto infuriare tutti, sia donne che uomini. Ad offendere la sopracitata “dignità” della donna sarebbero: “Chi sostiene una cultura e promuove iniziative favorevoli alla vergognosa e ignominiosa pratica dell’utero in affitto; Chi sostiene proposte di legge (anche a livello regionale) che tendono ad imporre la neo-lingua che sostituisce i termini “mamma e papà” con “genitore 1 e genitore 2”; Chi ritiene che la donna abbia bisogno di “quote rosa” per dimostrare il proprio valore; Chi sostiene una cultura politica che rivendica una sempre più marcata e assoluta autodeterminazione della donna che suscita un atteggiamento rancoroso e di lotta nei confronti dell’uomo; Chi contrasta culturalmente il ruolo naturale della donna volto alla promozione e al sostegno della vita e della famiglia; Chi strumentalizza la donna, come anche i migranti e i gay per finalità meramente ideologiche al solo scopo di fare la “rivoluzione” e rendere sempre più fluida e priva di punti di riferimento certi la società.” Dopo questo discutibile delirio, il volantino sessista si chiude con quella che sembra essere una presa in giro: “La lega Salvini Premier di Crotone è convinta che la donna ha una grande missione sociale da compiere per il futuro e la sopravvivenza della nostra nazione, non sia, pertanto, mortificata la sua dignità da leggi e atteggiamenti che ne degradano e ne inficiano il suo infungibile ruolo.” Quale idea si può mai ricavare dalla lettura? Di certo non positiva. Il volantino sessista è l’idea anacronistica e stereotipata della donna, sottomessa al marito e a cui viene preclusa ogni forma di indipendenza. Si giustifica così un J’accuse farcito di pura imbecillità, in cui si punta il dito contro i nemici che vogliono minare il ruolo tradizionale della donna: gli omosessuali, i migranti, i sostenitori dell’utero in affitto, le quote rosa. Tutte cose da considerare alla stregua […]

... continua la lettura
Culturalmente

Dialetti italiani. Storia e caratteristiche

Nella nostra penisola accanto all’italiano vengono parlate anche le sue varietà regionali note come dialetti italiani. Sulla parola “dialetto” sono state avanzate molte definizioni, tra cui due in particolare: la prima indica la varietà di una lingua parlata in una data area geografica accanto alla lingua standard. La seconda invece indica una lingua che non viene riconosciuta come ufficiale e che ha una propria grammatica, un proprio lessico e una storia culturale e letteraria. Origini dei dialetti italiani Come è noto l’italiano, il francese, lo spagnolo e tutte le lingue romanze derivano dal latino. Non però il latino letterario di Cicerone e Tacito, quello indicato come classico, ma quello parlato dalle popolazioni dell’Europa occidentale assoggettate dai Romani. Nei territori conquistati dall’Impero veniva infatti imposta la lingua latina la quale, tuttavia, veniva contaminata dalle parlate locali. Il risultato che venne fuori era il latino volgare (da volgus, popolo in italiano. Quindi latino parlato dal popolo). Con la caduta dell’Impero romano d’Occidente nel 476 d.c. e la formazione dei regni romano-barbarici, il latino perse la propria stabilità e accelerò il proprio processo di contaminazione. La stessa cosa avvenne anche in Italia, dove il latino volgare dette vita alla lingua italiana e anche ai dialetti italiani. Suddivisione dei dialetti italiani I dialetti italiani rappresentano una realtà viva e pulsante. In molti casi acquistano addirittura lo status di lingua ufficiale di una regione e tutti hanno una propria grammatica, un proprio lessico e una propria storia culturale e letteraria. Vengono classificati in cinque gruppi: Dialetti settentrionali. Sono tutti quei dialetti italiani che vengono parlati nel Nord dell’Italia, delineati da quella che in linguistica viene chiamata “linea La Spezia – Rimini”. Questo gruppo si suddivide in due sottogruppi: – dialetti gallo-italici, detti così in quanto formatisi nei territori abitati in precedenza dalle popolazioni celtiche e comprendono il piemontese, il lombardo, il ligure, il trentino e l’emiliano-romagnolo. – dialetti veneti, sviluppatasi in Veneto e nel Trentino. Comprendono il veneto, il veronese, il vicentino-padovano, il triestino, il trevigiano, il veneto-giuliano. Dialetti toscani. Noti anche come “vernacoli”, si tratta di dialetti italiani parlati in Toscana. Di questo gruppo fanno parte il senese, l’aretino, il pisano, il pistoiese e il lucchese. Particolarmente importante è il fiorentino, sviluppatosi a Firenze. Il contributo che nel medioevo gli dettero Dante, Petrarca e Boccaccio (le “tre corone”) permisero a questo dialetto di divenire la lingua della letteratura italiana e quindi l’idioma dell’intera penisola. Ciò porterà alla nascita di quella che passerà alla storia come “questione della lingua”, i cui natali vanno cercati proprio nel Dante del de Vulgari eloquentia per poi venire approfondita nel ‘500 con le Prose di Pietro Bembo e che solo all’indomani dell’unità d’Italia diverrà lingua ufficiale dell’Italia grazie anche al contributo di Alessandro Manzoni. Dialetti meridionali. Questo gruppo di dialetti è parlato nel sud dell’Italia ed è diviso in tre sottogruppi: – Dialetti meridionali centrali: comprendono il laziale, il romanesco, l’umbro, il ciociaro e il marchigiano settentrionale. – Dialetti meridionali intermedi: comprendono le varietà meridionali del laziale, dell’umbro e […]

... continua la lettura
Culturalmente

Merda d’artista, l’opera di Piero Manzoni

La storia dell’arte non è fatta solo di artisti, committenti, musei, autoritratti, paesaggi. È costituita anche da provocazioni di ogni sorta e relative a determinate condizioni. In questo contesto si inserisce la controversa Merda d’artista di Piero Manzoni. Piero Manzoni, biografia Piero Manzoni nasce a Soncino, un paesino in provincia di Cremona, il 13 luglio 1933. Trasferitosi a Milano frequenta le scuole presso i Gesuiti e poi si iscrive alla facoltà di giurisprudenza, dove conosce Lucio Fontana. Nel 1958 crea le sue prime opere importanti: delle tele di gesso mescolato con altri materiali che prendono il nome di Achromes. Nel 1959 fonda Azimuth, la sua prima galleria d’arte autogestita. Nello stesso anno si unisce al Gruppo Zero di Düsseldorf. Nel 1961 firma la sua opera più celebre e conosciuta: la Merda d’artista. Negli stessi anni ’60 inizia la sua ricerca sul corpo firmando 71 sculture e 45 corpi d’aria noti come Fiati d’artista Piero Manzoni muore a Milano, stroncato da un infarto, a soli 29 anni, il 6 febbraio del 1963. Merda d’artista. Descrizione dell’opera Piero Manzoni ideò l’opera nel 1961. Il 21 maggio di quell’anno mise all’interno di alcuni barattoli, simili a quelli per la carne in scatola, le proprie feci. Sopra vi applicò un’etichetta con la scritta in più lingue «merda d’artista. Contenuto netto gr. 30. Conservata al naturale. Prodotta ed inscatolata nel maggio 1961». I singoli barattoli, indicati con una numerazione che va da 1 a 90, costituiscono il catalogo delle collezioni d’arte di tutto il mondo. Al Tate Modern di Londra si trova il barattolo numero 4, al museo del Novecento di Milano il numero 80 e al MADRE di Napoli il barattolo numero 12. Significato dell’opera La chiave di lettura della Merda d’artista risiede in un procedimento applicato dallo stesso Manzoni. Egli infatti valutò ogni singolo barattolo con lo stesso prezzo di 30 grammi d’oro, conferendogli così un alto valore. L’artista vuole semplicemente comunicare che l’arte contemporanea vive di un paradosso assurdo per cui le opere d’arte non vengono valutate in base alla loro estetica o al messaggio che vogliono trasmettere, ma in quanto opere di un determinato artista di una certa notorietà. Si tratta di una provocazione simile a quella già compiuta da Duchamp con la sua Fontana, costituita da un orinatoio rovesciato e spacciato come “opera d’arte”. Rispetto però all’artista dadaista la critica è più radicale nella Merda d’artista e viene esposta mediante la mercificazione di una parte del basso corporeo, simbolo della propria automercificazione. Immagine di copertina: https://it.wikipedia.org/wiki/Merda_d%27artista#/media/File:Piero_Manzoni_-_Merda_D%27artista_(1961)_-_panoramio.jpg

... continua la lettura
Culturalmente

Romanticismo italiano. Storia e caratteristiche

Tra la fine del XVIII secolo e l’inizio del XIX in Europa si afferma il movimento letterario, filosofico, artistico e culturale noto come Romanticismo. Il Romanticismo italiano rappresenta, con le dovute differenze e caratteristiche rispetto al clima internazionale, un’importante stagione culturale. Contesto storico L’epilogo delle guerre contro Napoleone fu rappresentato dal Congresso di Vienna del 1815. Gran Bretagna, Russia, Prussia e Austria, vincitrici del conflitto, condividendo i principi di legittimità e stabilità suggeriti dal diplomatico Klemens von Metternich, si spartirono l’Europa delimitando dei limiti da non oltrepassare e ripristinando sui loro rispettivi troni i sovrani spodestati in età napoleonica. Questi capisaldi furono poi sacralizzati tramite la Santa alleanza, un patto con cui le potenze vincitrici si impegnano nel salvaguardare l’istituzione monarchica, le radici cristiane dell’Europa e a impedire qualunque rigurgito rivoluzionario. Dal Congresso di Vienna l’Austria ottiene anche il predominio sull’Italia. Lombardia e Veneto vengono inglobati dal dominio austriaco e ai sovrani imparentati con gli Asburgo vengono ceduti il Ducato di Parma e di Piacenza, il Ducato di Modena e Reggio e il Granducato di Toscana. Il regno delle due Sicilie viene invece restituito ai Borbone e a Ferdinando IV (alleato con gli austriaci). Alla luce di questo processo, che nei libri di storia è conosciuto con il nome di Restaurazione, i popoli europei non stanno di certo a guardare. Imbevuti dallo spirito della rivoluzione del 1789, i popoli iniziano a manifestare forme di dissenso nei confronti dell’assolutismo. I moti del 1820-21 in Italia prima e poi quelli del 1848, uniti anche alle rivolte anticoloniali scoppiati in America latina, rappresentano i semi da cui nascerà la grande stagione del Romanticismo. Romanticismo italiano e Romanticismo europeo: caratteristiche e differenze Quando parliamo di Romanticismo è difficile suggerire una definizione univoca e valida per tutti i movimenti romantici nati in Europa, poiché ognuno differisce dagli altri. Questo vale anche per il Romanticismo italiano. Una delle prime differenze cruciali sta nel principio di nazionalità. Come si è già detto il Congresso di Vienna attua un tentativo di ripristinare una situazione politica antecedente alla rivoluzione francese, anche se allo stesso tempo nasce il concetto di identità nazionale. La riscoperta delle proprie radici porta gli intellettuali a rivalutare il Medioevo, l’epoca in cui quell’idea di identità è nata e che viene celebrata con toni sentimentali. Questo significa che le idee illuministe, basate sulla vittoria della ragione sul cuore e su una valutazione negativa dei “secoli bui”, vengono messe da parte. Ciò non avviene in Italia. Il Romanticismo italiano viene infatti inteso come una continuazione dell’Illuminismo e ha il suo centro nevralgico in una Milano influenzata dalle idee austriache. Altra differenza fondamentale sta nel ruolo dell’intellettuale. Se in Europa infatti questa figura deve fare fronte a quella del borghese che, nata dalla rivoluzione industriale, assume la posizione di privilegio che era tipica dell’intellettuale buttandolo ai margini, in Italia avviene il contrario. L’intellettuale aderisce al tessuto della società e, conscio della situazione di arretratezza sociale ed economica in cui il paese versa, si fa portavoce di ideali votati […]

... continua la lettura
Cinema e Serie tv

Film di Totò, quelli che devi assolutamente vedere

Uno dei simboli della città di Napoli è senza dubbio la maschera di Totò. Assieme a Giovanbattista Basile, Salvatore di Giacomo, Matilde Serao, Edoardo de Filippo, Pino Daniele e Massimo Troisi, Antonio de Curtis si inserisce tra tutte quelle personalità che ha dato lustro e splendore alla nostra città con il tramite dell’arte. Dapprima attore teatrale e poeta, Totò divenne in seguito noto al grande pubblico lavorando per il cinema e il pubblico lo conosce soprattutto per il suo contributo alla settima arte. I film di Totò ancora oggi vengono passati sui canali regionali e si possono trovare anche su piattaforme come You Tube, in modo che anche le giovani generazioni possano entrare in contatto con un attore abile sia come caratterista che come emblema dei vizi e delle virtù umane. In questo articolo vi presentiamo alcuni dei suoi film più famosi estratti dalla sua immensa filmografia la quale, per ovvie ragioni, non è possibile trascrivere tutta quanta. Lasciamo a voi il piacere (e la voglia) di cercarla e di scoprirla. Film di Totò, quattro da vedere Miseria e Nobiltà Tratto dall’omonima commedia scritta da Edoardo Scarpetta nel 1888, Miseria e Nobiltà viene trasposto su pellicola nel 1954. Felice Sciosciammocca è uno scrivano che vive assieme alla sua famiglia e a quella dell’amico fotografo Pasquale in un’umile e povera casa. La loro vita è scandita dal trovare ogni giorno un modo sempre nuovo per ricavare soldi e cibo e tutto sembra volgere per il meglio quando il marchesino Eugenio Favetti dichiara di volersi sposare con Gemma, una giovanissima Sophia Loren, figlia del ricco Gaetano Semmolone il quale spera che la famiglia di Eugenio sia di nobile discendenza in modo da potersi imparentare. Il giovane allora, offrendosi di riempire i loro stomaci, chiede ai suoi parenti un piccolo favore: andare con lui a casa di Semmolone, in modo da consentire le nozze con Gemma. Come però è facile immaginare, le cose non andranno come previsto .. Miseria e nobiltà è tra i film di Totò forse quello più memorabile ed iconico, che rielabora il canovaccio tipico della commedia del travestimento. Una pellicola ricca di trovate divertenti e geniali, come il fatto che anche nella sfarzosa villa di Semmolone gli pseudo-nobili non riescano a stare del tutto al gioco facendo emergere, spesso e volentieri, la propria natura popolaresca. Ma la scena più emblematica di tutte è senza dubbio quella in cui la povera tavola dei Sciosciamocca, come un miracolo, viene imbandita con tante prelibatezze tra cui spiccano i mitici spaghetti che Totò, Enzo Turco e tutti gli altri afferrano con le mani e divorano con voracità. Lo sapevate che nel 1993 fu anche scritta da Lello Arena e Francesco Arbitani e disegnata da Giorgio Cavazzano una parodia Disney della commedia, con protagonisti Topolino e Pippo? La banda degli onesti Diretto da Marcello Mastrocinque nel 1956, La banda degli onesti segna l’inizio della collaborazione tra Totò e Peppino de Filippo. Antonio Bonocore, portiere di una palazzina a Roma, vive un momento di difficoltà […]

... continua la lettura
Cinema e Serie tv

Cartoni giapponesi, classici da (ri)vedere

Cosa vi viene in mente se vi dico la parola “Giappone”? Probabilmente roba come il sushi, le arti marziali, i palazzi a prova di terremoto, gli alberi di ciliegio, i samurai, il karaoke, i treni perfettamente in orario, i gabinetti tecnologici e i cani nel passeggino (oddio). Ma per molti di noi il pensiero vola direttamente alle migliaia di universi narrativi immersi nel mare infinito degli anime, da noi conosciuti anche volgarmente come cartoni giapponesi. Derivati dai manga e giunti nel nostro paese negli anni ’70 i cartoni giapponesi hanno unito generazioni di ideologie e sogni diversi, ma accomunate spesso da personaggi e situazioni che non smettono mai di affascinare ed emozionare. Che ne dite allora di tuffarci nei ricordi e di fare una bella carrellata dei cartoni giapponesi che più abbiamo adorato? Chiaramente, essendo questo un articolo amarcord, volutamente non si parlerà di prodotti odierni (My Hero Accademia, Attack on the Titan, One Punch Man et simila) e ci concentreremo soprattutto su serie che hanno conosciuto il successo in Italia tra gli anni ’80 e gli anni ’90. Sperando vivamente che ciò non scateni l’ira degli otaku più rigidi, iniziamo subito! Cartoni giapponesi, quelli da (ri)vedere  I cavalieri dello zodiaco Chi si ricorda di cinque giovani guerrieri vestiti con armature fighissime che combattono contro le forze del male per proteggere lady Isabel (Atena) e salvare il mondo? Se avete capito di chi stiamo parlando, significa che un’infanzia l’avete avuta e avete visto I cavalieri dello zodiaco, serie nata sul finire degli anni ’80 la cui importanza è di equale livello a quella di eventi come il crollo del muro di Berlino o il concerto dei Queen al Wembley stadium. Tutto ha inizio quando il giovane Pegasus e altri guerrieri che si stanno massacrando tra di loro nel torneo detto “Galaxy war”, dove il vincitore otterrà l’agognata armatura dello scorpione d’oro. Ma ad un certo punto entra in scena Phoenix, un cavaliere che ha venduto l’anima alle forze oscure e che decide di rubare l’armatura. Al suo inseguimento si lanciano così quelli che sono conosciuti come “bronze saints” (“cavalieri di bronzo”): Pegasus, Crystal del cigno, Sirio del dragone e Shun di Andromeda. Da lì nasceranno una serie di scontri drammatici con altri cavalieri legati ad altre divinità non proprio benigne. I cavalieri dello zodiaco sono entrati nell’immaginario collettivo di tanti giovani italiani degli anni ’80 e ’90. Una storia sull’onore, sul sacrificio e sull’amicizia che è rimasta impressa nelle nostre menti, accompagnate da disegni superbi e da una colonna sonora stupenda. Ma uno dei motivi per cui la ricordiamo è rappresentato anche dalle tre sigle di Massimo Dorati, Giorgio Vanni e Giacinto Livia. E ora urliamo tutti in coro: «Fulmine di Pegasus!!» in faccia ai produttori di Netflix che voglio propinarci quella poltiglia che chiamano “reboot della serie”. Ken il Guerriero «Siamo alla fine del XX secolo. Il mondo è sconvolto dalle esplosioni atomiche, sulla faccia della terra gli oceani erano scomparsi e le pianure avevano l’aspetto di desolati deserti, tuttavia […]

... continua la lettura
Attualità

Radio Sovranista. La discutibile proposta della lega

Sono oramai passate due settimane dal festival di Sanremo, conclusosi con la discussa vittoria di Mahmood e con le ennesime polemiche sul televoto e sulla giuria. A quanto pare l’eco di quella serata e del conseguente vespaio scatenatosi si fa ancora sentire, dal momento che la Lega ha proposto un disegno di legge volto all’ideazione di una radio sovranista. Radio sovranista: cosa prevede il disegno di legge La proposta è stata avanzata da Alessandro Morelli, ex direttore di Radio Padania e attuale presidente della commissione Trasporti e telecomunicazioni della Camera il quale, intervistato da Adnkronos, ha affermato quanto segue: «La vittoria di Mahmood all’Ariston dimostra che grandi lobby e interessi politici hanno la meglio rispetto alla musica. Io preferisco aiutare gli artisti e i produttori del nostro paese attraverso gli strumenti che ho come parlamentare. Mi auguro infatti che questa proposta dia inizio a un confronto ampio sulla creatività e soprattutto sui nostri giovani». A tale proposito è sorta l’idea di una radio sovranista, la quale passa sotto il nome di quelle che sono le “disposizioni in materia di programmazione radiofonica della produzione musicale italiana”. Le stazioni radio avrebbero l’obbligo di passare il 33% di canzoni italiane (una su tre) durante la programmazione, riservando un 10% di questa agli artisti emergenti. Alle stazioni radio che non si adeguano alle norme sarebbero previsti 30 giorni di sospensione delle attività. La proposta di questa radio sovranista ha già incontrato il favore non soltanto dei politici, ma anche di alcuni cantanti. Su tutti primeggia Al bano il quale, rispetto a quanto previsto dal decreto, vorrebbe addirittura alzare l’asticella a «sette su dieci». La situazione delle radio italiane Le parole di Morelli sembrano però cadere dalle nuvole. Stando infatti all’indagine condotta da Il sole 24Ore sui dati di EarOne, nel 2018 la quantità di canzoni italiane passate dalle nostre radio sarebbero addirittura del 45%, una cifra un po’ più alta rispetto al tetto proposto dal presidente leghista. Un 25% sarebbe riservato al passaggio della musica Indie (indipendente) e sempre nel 2018 gli artisti che hanno raggiunto la vetta della top 100, la classica classifica dei migliori cento brani, per il 53% sono stati italiani. Pochi dati, ma sufficienti per comprendere come la proposta della radio sovranista faccia acqua da ogni parte. La musica ostaggio del potere Sarebbe inutile ricordare come la proposta della radio sovranista sia stata lanciata sulla scia dello scalpore e delle polemiche a sfondo politico sopraggiunte con la vittoria di Mahmood e sulla sua presunta nazionalità straniera (quando è fatto risaputo anche dalle pietre che è nonostante la nazionalità egiziana del padre, egli sia nato e vissuto in Italia per madre sarda). Inutile è anche ricordare il vergognoso crocevia di haters che hanno dato sfoggio della propria bile repressa con insulti razzisti al suo indirizzo, dimenticandosi che quell’Ermal Meta che vinse il festival del 2018 era di puro sangue albanese e che aveva cantato affianco all’italianissimo Fabrizio Moro. Ma sorvolando sulle luci e le ombre annuali di Sanremo la proposta della […]

... continua la lettura