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Eroica Fenice

Libri

Scrittori italiani contemporanei, quelli da leggere

Scrittori Italiani Contemporanei Quando si pensa alla letteratura italiana è istintivo nominare subito i grandi nomi del passato: Dante, Leopardi, Manzoni, Ungaretti, Pirandello, Montale e tanti altri. Se però volessimo provare a stilare una lista di scrittori italiani contemporanei, la questione diventa più delicata. Non sono poi molti gli scrittori che si possono definire tali e che accrescono la storia letteraria del nostro paese in modo significativo. Già Giulio Ferroni affermava che «ci sono scrittori da ogni parte» in riferimento, a partire dagli anni ’80 del secolo scorso, all’emergere di personalità che più che dalla voglia di essere testimonianza storica e sociale preferirono lanciarsi in operazioni commerciali. Oggi la situazione non è da meno, dato che l’universo dei “scrittori italiani contemporanei” è popolato principalmente da scrittori che si considerano tali pubblicando l’ennesimo giallo di ispirazione scandinava con sfumature esoteriche/complottistiche o l’ennesima storia “lacrimestrappa” (cit.) su due giovani innamorati che vengono separati dalle avversità di ogni sorta, senza contare poi i molti (e inutili) libri di scrittori occasionali: politici, chef stellati, youtuber, influencers, fashion bloggers e altre personalità che con la letteratura hanno davvero nulla a che fare. Se quello che avete appena letto può aver suscitato in voi una reazione negativa e potrebbe avervi fatto pensare che lo scenario sia più pessimista che mai, ci sono anche delle buone notizie: di scrittori italiani contemporanei che vale la pena di leggere ce ne sono, anche se abbastanza rari. Ecco quindi a voi una lista di cinque autori italiani odierni da leggere e da riscoprire. Scrittori italiani contemporanei, quelli da leggere assolutamente Andrea Camilleri Iniziamo subito con una personalità importante, scomparsa di recente e che ha sempre suscitato l’interesse anche di chi legge poco o nulla: Andrea Camilleri. Nato a Porto Empedocle (in provincia di Agrigento) nel 1925 e morto a Roma il 17 luglio di quest’anno, Camilleri ha raggiunto la notorietà soprattutto con l’immenso ciclo di romanzi dedicati al commissario Montalbano (grazie anche alla famosa fiction prodotta dalla RAI) e in cui si respira un’atmosfera tutta siciliana non solo nelle ambientazioni, ma anche nell’impasto linguistico, in cui il dialetto è usato spesso in forma ironica. L’attività di Camilleri però non si è limitata ai soli gialli. Ha scritto anche alcuni romanzi storici, ambientati sempre in Sicilia, come La strage dimenticata (1984), Il Birraio di Preston (1995), Un filo di fumo (1997) e La scomparsa di Patò (2000). Non è da meno neanche la sua attività teatrale dove, oltre ad aver diretto adattamenti dalle opere di Pirandello e Beckett, ha anche scritto alcuni monologhi come Conversazione su Tiresia, messo in scena al teatro greco di Siracusa l’11 giugno 2018. Elena Ferrante Un altro tra gli scrittori italiani contemporanei noti al grande pubblico è Elena Ferrante, la cui identità sembra essere avvolta nel mistero. La scelta dell’anonimato per pubblicare i suoi romanzi ha spinto tanto i lettori quanto gli italianisti, tra cui Marco Santagata, a proporre varie teorie su chi possa nascondersi in realtà dietro questo nome. Il suo primo romanzo L’Amore Molesto […]

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Cinema e Serie tv

Spaghetti-western, storia di un genere italiano

Gli anni ’60 e ’70 rappresentano per il cinema italiano un’età dell’oro irripetibile, grazie anche allo sviluppo economico e all’aumento dei consumi. L’industria cinematografica non poté che risentirne positivamente e accanto al cinema d’autore di maestri quali Fellini, Pasolini, Antonioni e Petri si andò sviluppando un filone del cinema di genere il cui emblema per eccellenza, accanto alla commedia, al giallo e all’horror, è rappresentato dallo spaghetti-western. L’origine e le caratteristiche del genere Il termine spaghetti-western (detto anche “western all’italiana”) fu coniato con disprezzo dai critici americani per indicare tutti quei film western girati in Italia con pochi mezzi e scarso budget. Una definizione in parte veritiera, dato che le pellicole di quei registi che si nascondevano dietro pseudonimi americani (Bob Robertson per Sergio Leone, E.B. Clucher per Enzo Barboni ..) avevano poco a che fare con il western detto “classico”. Ma questi film non rappresentavano un passivo scimmiottamento dei western americani, dato che svilupparono caratteristiche che permisero di dare vita ad un genere a sé stante. Se il western classico metteva al centro della propria narrazione il mito della frontiera americana e celebrava i valori della collettività e della giustizia, i protagonisti degli spaghetti-western sono soprattutto pistoleri e banditi individualisti legati da un solo e unico valore: quello del denaro. Agli eroi dal viso pulito e rassicurante modellati sulla falsariga di John Wayne si opponevano volti ruvidi e sporchi mostrati in tutto il loro “realismo”, così come l’immensa Monument Valley fu sostituita da paesini sperduti e a tratti spettrali del deserto messicano (in realtà set di ripresa costruiti tra l’Italia, in particolare Lazio e Calabria, e l’Andalusia in Spagna). Un altro elemento cardine e marchio di fabbrica dei western all’italiana è il concetto di violenza. Laddove il western classico si ritrovava a doverla adoperare, ad esempio quando un personaggio sparava ad un indiano, occultava le immagini ritenute cruente. Lo spaghetti-western invece abbonda in quanto a violenza: tra sparatorie con proiettili che perforano i corpi, torture e sadismo i film di questo filone contribuirono a dare un’immagine oscura e brutale dell’epopea del Far West, molto distante dalla visione romantica e ottimista abbracciata dai registi d’oltreoceano. I primi spaghetti-western: Corbucci e Questi Uno dei primi spaghetti-western ad essere stati girati è stato Django, diretto da Sergio Corbucci nel 1966. Fu considerato all’epoca uno dei film più violenti nel suo genere, come lo dimostrano alcune scene divenute celebri: quella in cui un predicatore viene costretto a mangiare il suo stesso orecchio tagliato via da un guerrigliero messicano o anche la sparatoria che Django, interpretato da Franco Nero, compie usando un enorme mitragliatrice nascosta dentro una bara. Inoltre il personaggio di Django fa da archetipo a quello che è l’eroe (forse più antieroe) tipico dello spaghetti-western: un pistolero solitario, taciturno, dallo sguardo magnetico e misterioso, di poche parole e molto più propenso a risolvere le questioni con una pistola che con la dialettica. Interessante è poi la presenza di un luogo simbolo del west: il saloon, un luogo popolato da prostitute e individui […]

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Cinema e Serie tv

Cannes 2019, vince Parasite di Bong Joon-ho

Il festival di Cannes 2019 è giunto al termine e anche quest’anno è stata assegnata la palma d’oro al miglior film. Si tratta di Parasite, del regista coreano Bong Joon-ho   Le luci dei riflettori sul festival di Cannes 2019 si sono spente. Un’edizione della kermesse cinematografica d’oltralpe che verrà ricordata per momenti diversi: la palma d’oro alla carriera consegnata ad Alain Delon nonostante le contestazioni per via delle sue dichiarazioni sulle donne e i gay, l’annuncio di Sylvester Stallone dell’arrivo di un quinto capitolo della saga di Rambo, la presentazione dell’attesissimo Once upon a Time in Hollywood di Quentin Tarantino e soprattutto Il traditore, l’unico film italiano in concorso diretto da Marco Bellocchio e interpretato da Pierfrancesco Favino. La giuria di Cannes 2019, presieduta da Alejandro González Iñárritu ha conferito la palma d’oro a Parasite, film del regista coreano Bong Joon-ho incentrato su un complotto familiare per ragioni economiche. Il Grand Prix speciale della giuria è andato ad Atlantique di Mati Diop, prima regista di colore a far parte della selezione ufficiale di Cannes 2019. Film a metà strada tra documentario e fiction, che racconta le condizioni del Terzo mondo da un punto di vista femminile. Cannes 2019, gli altri premi Ad Antonio Banderas è andata la palma per il miglior attore per Dolor y Gloria di Pedro Almodòvar. Il film del regista spagnolo non ha vinto nessun altro premio nel corso della cerimonia, ma Banderas ha voluto lasciare una dichiarazione tombale: «Io voglio dare questo premio al mio personaggio. Che si chiama Salvador Mallo. E tutti noi sappiamo che Salvador Mallo è Pedro Almodovar». La palma per la miglior attrice è stata data ad Emily Beecham per il thriller Little Joe di Jessica Hausner, mentre il premio della giuria è andato a pari merito a Les Miserables di Ladj Ly e Bacurau di Fleber Mendonça Filho e Juliano Dornelles. Il premio per la miglior regia è stato conferito ai fratelli Jean-Pierre e Luc Dardenne per Le jeune Ahmed, storia di un adolescente arabo radicato in Belgio che pianifica un attentato terroristico dopo essersi convertito all’islamismo. Un’opera che non sembra sia stata accolta con molto entusiasmo. Il premio per la migliore sceneggiatura è andato a Celine Sciamma per Portrait de la jeune fille en feu, film di costume ambientato nel XVIII secolo e che vede protagonista una giovane pittrice. Menzione speciale per la commedia It must be Heaven di Elia Suleiman e Premio Camera d’Oro al miglior primo film per Nuestras Madres di Cesar Diaz, regista guatemalteco che ha studiato cinema in Francia e in Belgio. I grandi esclusi della serata accanto ad Almodòvar sono stati Quentin Tarantino e Marco Bellocchio, che tornano Cannes 2019 a bocca asciutta senza nessun premio per i loro Once upon a time in Hollywood e Il traditore. Il primo è una storia ambientata nella Los Angeles del 1969 durante i delitti della setta di Charles Manson, mentre il secondo è un biopic sul mafioso e poi collaboratore di giustizia Tommaso Buscetta.   Fonte immagine copertina: https://www.cinefilos.it/cinema-news/2019b/cannes-2019-previsioni-film-397455

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Culturalmente

Demetra e Persefone, l’alternarsi delle stagioni

Nel Pantheon greco Demetra e Persefone sono due figure molto importanti. Il loro mito è legato a l’alternarsi delle stagioni e alla fertilità delle terre, ma può essere interpretato anche come la prima storia in assoluto di una molestia sessuale nel mondo degli immortali. Il mito Figlia di Crono e Rea, Demetra era la dea dell’agricoltura, della terra e del grano. Il suo nome significa “Madre terra” e probabilmente deriva dall’indoeuropeo *dhegom mather. Dall’unione con il fratello Zeus ebbe la figlia Persefone, conosciuta anche come Kore (“fanciulla” in greco). Il mito che lega madre e figlia è tra i più noti. Un giorno mentre Persefone stava coltivando dei fiori sulla piana di Nysa con alcune compagne si allontanò da loro, attratta da un fiore di narciso Mentre in piena estasi allunga le mani per raccoglierlo dalla base del fiore si apre una voragine dalla quale fuoriesce Ade, il quale la rapisce e la porta nell’oltretomba. Demetra si accorse della scomparsa della figlia e per nove giorni vagò alla sua ricerca per tutta la terra. Il decimo giorno fu avvertita da Ecate, demone dell’oltretomba, di aver sentito Persefone urlare senza però aver visto il volto del rapitore. Demetra allora si recò da Elios, dio del sole, il quale le disse che a rapire sua figlia era stato Ade. Egli era infatti innamorato di lei e Zeus acconsentì al ratto. Sentitasi tradita Demetra abbandonò l’Olimpo e trascurò le terre che non produssero più frutti. Così gli uomini si trovarono davanti ad un inverno eterno che provocò una drammatica carestia e gli dei, dato che gli uomini e gli animali morivano di fame, non poterono più ricevere le offerte votive. La dea si recò ad Eleusi, nell’Attica, dove assunse le sembianze di una vecchia. Lì fu accolta dal re Celeo e dalla sua sposa Metanira nella loro reggia dove fece da nutrice al figlio Demofonte. La dea si affezionò così tanto a Demofonte che stava per donargli l’immortalità, quando fu scoperta da Metanira. Demetra rivelò le sue vesti divine e, sentendosi nuovamente tradita dagli uomini, si nascose sul monte Callicoro dove era stato edificato un tempio in suo onore. Il dolore per la perdita della figlia, che Demofonte era riuscito a sanare, riesplose più forte che mai. A questo punto Ermes scese negli inferi, spedito da Zeus, chiedendo ad Ade di ridare Persefone alla madre in quanto la situazione era divenuta insostenibile tanto per gli uomini quanto per gli dei. Ade acconsentì, ma prima che Persefone potesse tornare sulla terra le fece mangiare un chicco di melograno. Infatti se una persona non ancora morta mangiava qualcosa mentre si trovava nell’oltretomba, ella sarebbe destinata a restare in quel regno per il resto della propria vita ed era proprio quello che era successo alla figlia di Demetra. Non appena Demetra rivide Persefone ella gioì e le terre tornarono a germogliare, sancendo la fine della carestia. Ma scoprì anche l’inganno e Zeus riuscì a stabilire una sorta di compromesso: per sei mesi Persefone sarebbe rimasta sulla […]

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Culturalmente

Piaghe di Egitto, la liberazione del popolo ebraico

Le piaghe di Egitto rappresentano il più importante episodio della Bibbia raccontato all’interno del libro dell’Esodo. Uno dei racconti più celebri narrati all’interno della Bibbia è quello delle piaghe di Egitto e della liberazione del popolo ebraico dalla schiavitù degli egizi da parte del profeta Mosè. L’episodio è raccontato nell’Esodo, dove nel settimo libro Dio si rivolse a Mosè dicendogli queste parole: «Ma io indurirò il cuore del faraone e moltiplicherò i miei segni e i miei prodigi nel paese d’Egitto. Il faraone non vi ascolterà e io porrò la mano contro l’Egitto con grandi castighi e farò così uscire dal paese d’Egitto le mie schiere, il mio popolo Israel. Allora gli Egiziani sapranno che io sono il Signore quando stenderò la mano contro l’Egitto e farò uscire di mezzo a loro gli Israeliti!» (7, 4-5) Il fatto che sia lo stesso Dio a “indurire il cuore del faraone” rivela il fatto che Dio distingua il popolo egizio da quello ebraico, con il primo che vive nel peccato rispetto al secondo. Le piaghe d’Egitto Tramutazione dell’acqua in sangue: il signore disse a Mosè di ordinare ad Aronne di prendere il proprio bastone e di “stendere la mano” sui fiumi, i laghi e gli stagni degli egizi, trasformando l’acqua in sangue. I maghi d’Egitto però compirono lo stesso prodigio e il faraone rifiutò di liberare il popolo ebraico. La conseguenza di ciò fu che gli egizi dovettero scavare delle fosse nel Nilo per trovare acqua potabile. Invasione delle rane: come accaduto prima, Mosè, per volontà del signore, ordinò al fratello Aronne di “stendere la mano” nuovamente sui laghi e sugli stagni, in modo da far uscire fuori le rane. Queste furono guidata da una rana più grossa e iniziarono ad invadere le botteghe e le case degli egizi, entrando nei corpi di quelli colpevoli. Giunsero poi al palazzo del faraone. Tramite la preghiera di Mosè il Signore fece finire la piaga e così uccise le rane. Ma i loro cadaveri restarono a marcire e il fetore che ne usciva si sparse per tutto l’Egitto. Le zanzare della polvere: Aronne fece percuotere il bastone sul terreno, dal quale si alzò una nube di polvere. Questa si tramutò in sciami di zanzare che tormentarono gli uomini egizi e il loro bestiame. I maghi d’Egitto fecero la stessa cosa, ma le zanzare a cui detterò la vita punsero anche loro. Il faraone, seppur spaventato, continuò a rifiutarsi di liberare gli ebrei come predetto da Dio. I mosconi: Su ordine di Dio Mosè si reca a casa del faraone, pregandolo di liberare il suo popolo. In caso contrario manderà su di lui, sui suoi ministri e sul suo popolo uno sciame di mosconi. Il faraone rifiutò e ben presto le case degli egiziani furono invase dagli insetti. La morte del bestiame egizio: ancora una volta Mosè esortò il faraone, per volere del Signore, a liberare il suo popolo. All’ennesimo rifiutò si scatenò una pestilenza che uccise tutto il bestiame egizio, fatta eccezione per quello posseduto […]

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Culturalmente

Afrodite. Dea dell’amore, della bellezza e non solo

Accostata comunemente all’elemento dell’amore e della bellezza, Afrodite è in realtà la dea protettrice di molte altre cose. La caratteristica peculiare di ogni religione politeista (che adora più di un dio) è quella di accostare ad ogni divinità il culto verso un determinato elemento. Tutti sappiamo bene che la stessa cosa la facevano gli antichi greci con le divinità del loro pantheon e che anche loro avevano una dea che rappresentava l’emblema dell’amore e della bellezza. Il suo nome è Afrodite. A quella che dai Romani fu chiamata Venere, erano tuttavia affidati altri culti di cui ci testimoniano gli autori greci e latini Storia di Afrodite: la nascita e gli amori La storia della nascita della dea è molto controversa. Esiodo nella Teogonia racconta che Afrodite sarebbe nata dalla spuma del mare fuoriuscita dai testicoli di Urano, i quali erano stati strappati via dal figlio Crono. Questa versione legittimerebbe così l’origine del suo nome, dato che in greco aphros significa “spuma di mare”. Ma non sono pochi gli autori che conferiscono alla dea un’origine orientale. Erodoto afferma che un suo tempio era presente ad Ascalona, nell’odierna Israele, dove da lì i ciprioti avrebbero importato il culto in Grecia. Invece Pausania dà ai Fenici il merito di aver importato il culto in terra ellenica, costruendo un tempio a Citera. Afrodite era quindi nata dalla spuma del mare ed emersa su di una enorme conchiglia. Zefiro la spinse sull’isola di Cipro presso la quale si trovava un tempio nella città di Pafo. Le divinità dell’Olimpo festeggiarono la nascita di Afrodite la quale, non troppo tardi, si conquistò le antipatie di Era ed Atena. Esse erano consapevoli del fatto che nessuna creatura, tanto umana quanto animale, poteva resistere al suo richiamo. Lo sapeva bene Paride, figlio di Priamo, il quale, scelto dagli dei, le dette il celebre pomo d’oro grazie al quale la definì “la più bella” preferendola alla dea della famiglia e a quella della sapienza. Per ricambiare il favore si dice che Afrodite fece innamorare il giovane troiano dell’achea Elena, moglie di Menelao, portandola con sé a Troia e scatenando la celebre guerra che Omero raccontò nell’Iliade. Furono tanti gli uomini che caddero ai piedi di Afrodite. Il primo di questi fu Adone, semidio e abile cacciatore che morì a causa delle ferite infertegli da un cinghiale. Afrodite, per ricordare il suo amato, fece in modo che ad ogni primavera le sue spoglie si trasformassero nel fiore a lei caro: l’anemone. Anche il principe troiano Anchise fu uno dei suoi amanti più celebri, nonché tra i più importanti. Dall’unione tra i due nacque infatti Enea, l’eroe che fuggì da Troia per raggiungere il Lazio dove avrebbe gettato i semi fondatori di Roma. Celebre è anche la storia che ebbe con Efesto, dio del fuoco e delle fucine, esteticamente opposto alla bellezza sprigionata da Afrodite: egli era zoppo e con la pelle sempre sporca per via della cenere onnipresente nelle fucine dell’Etna in cui dimorava. Ecco perché la dea lo tradiva spesso […]

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Cinema e Serie tv

Lorenzo Baraldi, intervista allo scenografo de Il postino

Nel fine settimana del 18 e del 19 maggio si è tenuta nella meeting room dell’hotel Bellini di Napoli una Master Class in scenografia cinematografica tenuta da Lorenzo Baraldi. Un nome di prestigio per il nostro cinema, che ha lavorato accanto a registi quali Mario Monicelli, i fratelli Taviani, Alberto Sordi, Nino Manfredi, Dino Risi e Massimo Troisi. Sono sue infatti le scenografie di capolavori del cinema italiano come Il Marchese del Grillo (David di Donatello e Nastro d’argento alla scenografia nel 1982), Il postino (Premio festival del cinema italiano e Time for Peace award nel 1994), ma anche di miniserie televisive come la recente Trilussa – Storia d’amore e di poesia. Per Eroica Fenice abbiamo avuto l’onore di poter intervistare Lorenzo Baraldi da vicino, ponendogli alcune domande. Ne approfittiamo per ringraziarlo della sua disponibilità e gentilezza nel rispondere ai nostri quesiti dai quali traspare tutta la storia del cinema italiano dagli anni ’60 in poi. Un cinema che, dalle parole dello scenografo, sembra continuare a vivere ancora oggi. Intervista a Lorenzo Baraldi – Lorenzo Baraldi, lei ha avuto l’onore di lavorare con grandi nomi del cinema italiano: Mario Monicelli, Paolo e Vittorio Taviani e soprattutto Massimo Troisi ne Il postino. Che sensazioni ha provato nel mettere la sua arte da scenografo al servizio di questi importanti nomi e che ricordi ha? Già quando ero aiuto assistente ebbi molti incontri importanti con diversi registi e scenografi. Dopo aver frequentato l’istituto d’arte di Parma e  l’Accademia di Belle arti di Brera a Milano sono arrivato a Roma, poiché ero appassionato di cinema. Ho incontrato i grandi maestri di scenografia Bulgarelli e Schiaccianoce. Per un giovane come che aveva 25 anni e che giungeva Roma chiedevo alle persone dove si potevano incontrare queste personalità. Tutte si riunivano a Piazza del popolo, nei bar Rosati e Canova. Lì ho conosciuto Ennio Flaiano, Federico Fellini, ma anche letterati, romanzieri e scultori che si riunivano tutti assieme, in una dimensione che metteva in comunicazione tutte le arti. Era un mondo in cui ci si incontrava ancora nei caffè, un mondo splendido nonostante i momenti politici difficili per un giovane di 25 anni. – Rispetto a quello del regista, dell’attore o dello sceneggiatore, quello dello scenografo è forse uno dei ruoli meno ricordati quando si pensa al cinema. A cosa è dovuta secondo lei questa mancanza? A tale proposito, quanto è importante il ruolo dello scenografo per la buona riuscita di un film? Purtroppo noi scenografi siamo invisibili, ma il problema è che nemmeno lo sceneggiatore è visibile ed è colui che scrive la storia. Eppure questi sono i cardini del film. Si dice che il regista faccia il film, in realtà non fa lo scenografo né l’autore. Il regista ti lascia mano libera e significa che tu sei l’autore. Il problema è che nemmeno i critici sanno cosa sia una scenografia: parlano del film, parlano della regia, parlano degli attori e finisce lì. Oggi come oggi organizzo mostre dove  faccio bozzetti e mia moglie fa […]

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Musica

Eurovision song contest 2019, recensione della finale

L’Eurovision, l’annuale festival musicale europeo che attira sempre più appassionati di musica e di momenti trash di dubbio gusto (forse più la seconda che la prima) è giunto anche quest’anno. Perciò ecco a voi, signore e signori, il resoconto della serata finale di una delle manifestazioni musicali più eccentriche e discusse del vecchio continente. Nella vita ci sono momenti che ognuno di noi attende con trepidazione. Alcuni attendono la domenica per gustarsi il ragù della mamma senza pensare alla dieta, altri il sabato per liberarsi dalla routine dello studio o del lavoro in modo da ubriacarsi con gli amici come se non ci fosse un domani, altri ancora attendono sul cellulare una notifica che li informa di un nuovo video pubblicato da Youtube anche per interrompere qualsiasi attività di estrema importanza come uscire con la propria morosa. Ci sono poi quelli che attendono un intero anno per poter vedere finalmente sul grande schermo l’atto conclusivo di un saga cinematografica dove un gruppo di supereroi affronta un titano pazzo pronto a spazzarli via con un guanto d’oro tempestato di gemme colorate e chi invece di anni ne aspetta due per assistere alla stagione finale di una serie tv fantasy in cui tutti i beniamini del pubblico muoiono male. Infine ci sono quei pochi che attendono il mese di maggio per un solo e semplice motivo: la finale dell’Eurovision Song Contest, la più importante e controversa manifestazione musicale europea che canalizza l’attenzione di tutti quegli appassionati (tra cui il sottoscritto) che hanno una sorta di attrazione/repulsione verso l’eccentricità che sfiora le vette del trash di maggior prestigio. Eurovision Song Contest, piccola introduzione storica Nato nel lontano 1956 a Lugano, in Svizzera, l’Eurovision Song Contest aveva come base quella di usare l’arma della musica per unire i popoli europei in uno spirito di pace e fratellanza, allo scopo di lasciarsi da parte i dissapori maturati durante l’ultimo conflitto mondiale e che nel secondo dopoguerra perduravano. Le regole sono molto semplici. 26 cantanti provenienti da 25 nazioni europee e dall’Australia (sì, c’è anche l’Australia tra i partecipanti, ma ne riparleremo a tempo debito) si esibiscono in tre diverse serate. Le prime due sono le semifinali che determinano le 20 nazioni  che gareggeranno nella finale di sabato assieme alle Big five, le nazioni che accedono all’Eurovision di diritto: Francia, Regno Unito, Germania, Spagna e Italia). I cantanti rappresentanti di ogni nazione vengono scelti in base a festival nazionali, talent shows o possono esserci altri motivi dietro la loro scelta come una proposta da parte delle case discografiche. Nonostante il messaggio veicolato sia quello della fratellanza tra i popoli, l’Eurovision ha sempre fatto parlare di sé più nel male che nel bene. L’atmosfera colorata e festaiola messa in scena risulta essere più uno specchietto per le allodole, dato che non sono mancate nel corso degli anni controversie a sfondo sociale e politico. Molte nazioni non hanno ritirato la loro partecipazione ad alcune edizioni in base a momenti storici particolari, come fece la Russia nel 2017 quando […]

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Cinema e Serie tv

Alien, sei corti per festeggiare i quarant’anni del film

A 40 anni dall’uscita nelle sale Alien festeggia il proprio quarantennale con una serie di 6 cortometraggi diretti da registi esordienti. Era il 1979 quando il mondo del cinema fu sconvolto dall’arrivo sul grande schermo di un’inquietante creatura snella, veloce e letale che dava la caccia all’equipaggio di una nave mercantile nello spazio profondo e ignoto. Si trattava dello xenomorfo, l’antagonista principale di Alien. Il film di Ridley Scott, con la sua atmosfera oscura, le scenografie ascetiche e il suo ritmo incalzate, è divenuto negli anni un vero e proprio cult che ha dato il via ad un fortunato franchise comprendente tre sequel (1986, 1992 e 1997), due prequel (Prometheus del 2012 e Covenant del 2017), una serie di fumetti e videogiochi e anche una saga cinematografica crossover con un’altra celebre creatura fantascientifica: Predator. Di anni ne sono passati ben 40 e per festeggiare a dovere il compleanno della sua creatura la 20th Century Fox, in collaborazione con la piattaforma online Tongal, ha pubblicato tramite il canale YouTube di IGN sei cortometraggi diretti da sei registi esordienti, scelti tra una rosa di 550 cortometraggi inviati alla casa di produzione californiana. Alien 40th anniversary: recensione in breve dei sei cortometraggi I titoli dei sei cortometraggi sono Alone, Containment, Harvest, Night Shift, Ore e Specimen, rispettivamente diretti da Noah Miller, Chris Reading, Benjamin Howdeshell, Aidan Breznick, le sorelle Spear e Kelsey Taylor. Quello che accomuna questi corti, differenti l’uno dall’altro per trama e regia, è la volontà di rifarsi al primo Alien. Questi omaggi richiamano infatti alle cupe e paurose atmosfere del film del ’79, nonché ai suoi personaggi e momenti topici. Alcuni attori richiamano per caratterizzazione al tenente Ellen Ripley, interpretata nei film della saga da Sigourney Weaver e che con la sua caratterizzaione androgina ha creato l’archetipo della donna coraggiosa ed indipendente, ma non mancano nemmeno gli iconici Facehugger che stritolano il viso della vittima e ovviamente lo xenomorfo, la terribile e allo stesso tempo affascinante creatura aliena nata dalla mente del pittore e scultore svizzero Hans Ruedi Giger. L’operazione sponsorizzata dalla Fox è sicuramente interessante e permette a giovani registi di affacciarsi al mondo del cinema contribuendo all’espansione di un universo filmico importante e seminale come quello di Alien. Operazione che tuttavia non è esente da limitazioni. Se alcuni corti riescono a restituire le atmosfere claustrofobiche e angosciose del film di Scott grazie sia a colpi di scena inaspettati (Harvest) che richiami alla tematica della solitudine che porta alla follia (Alone) e della paura verso le persone più vicine a noi (Containment), altri risultano essere inanimate operazioni che con il primo Alien hanno poco o nulla a che fare (Night Shift, Ore e Specimen). In ogni caso il contributo di questi registi è sicuramente prezioso e alimenta ancora di più l’immaginario di uno dei franchise più celebri del genere fantahorror. Quarant’anni di “In space no one can you hear scream“ Alien festeggia il suo quarantesimo anniversario regalandosi una sestologia di cortometraggi che richiamano alle terrificanti atmosfere del primo film che […]

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Cinema e Serie tv

Film muto: storia dal 1895 agli anni ’10

Il film muto ha rappresentato per 32 anni, dal 1895 al 1927, l’espressione principale del cinema. Senza l’ausilio non soltanto della voce ma anche di mezzi che noi, oggi, diamo per scontati, i registi e gli attori dovevano far fronte ad un gran numero di limitazioni. Ma, nonostante ciò, riuscirono a girare film che hanno influenzato e influenzano tuttora i registi. In questo articolo ci concentreremo sul periodo degli albori del cinema, quello che va dalla nascita del cinema agli anni ’10. La materia è, come si vedrà, talmente vasta che è impossibile trattarla in un solo articolo e quindi al cinema degli anni ’20 e delle avanguardie verrà dedicato un articolo a parte. Film muto, alcuni miti da sfatare La prima cosa che viene in mente quando si parla dei primi film della storia del cinema è che si tratta di pellicole generalmente prive di qualsiasi suono e musica e con le immagini in bianco e nero, quindi prive di colore. Si tratta di credenze del tutto errate. Per quanto riguarda il sonoro, pur non essendo presente nelle prime pellicole la traccia sonora, i suoni e la musica potevano essere comunque ascoltati. In sala era infatti presente un pianista che forniva l’accompagnamento musicale alle immagini che scorrevano sullo schermo. Con lo sviluppo dell’industria cinematografica il pianista viene sostituito dalle orchestre vere e proprie, le quali compongono degli spartiti appositi per le pellicole. Importante era anche la figura dell’imbonitore il quale, oltre ad invitare il pubblico ad entrare in sala, aveva anche il compito di commentare e descrivere le scene del film muto agli spettatori (non bisogna dimenticare che il pubblico era formato anche da analfabeti). Quanto alla questione delle immagini vere e proprie, seppur il bianco e nero si può considerare un marchio di riconoscimento del film muto è anche vero che le pellicole potevano essere colorate. L’operazione consisteva nel colorare ogni singolo fotogramma tramite coloranti all’anilina, ma si poteva anche optare per una colorazione monocromatica del singolo fotogramma. Si trattava tuttavia di un’operazione lunga e faticosa, se si tiene a mente che la pellicola era un supporto facilmente deteriorabile e infiammabile. Limiti che hanno irrevocabilmente causato la perdita di gran parte del cinema delle origini. Le diverse modalità del film muto: rappresentazione attrattiva ed istituzionale Lo storico del cinema Noël Burch ha suddiviso l’immenso corpus di pellicole dell’età del film muto in due distinte modalità di rappresentazione: il Metodo di Rappresentazione Primitivo (MRP) e il Metodo di Rappresentazione Istituzionale (MRI). Il Metodo di Rappresentazione Primitivo è tipico degli albori del cinema. Le caratteristiche peculiari di questo genere di film sono principalmente due: la concezione delle inquadrature  come scene indipendenti in cui si svolgono e si esauriscono le azioni (quindi non collegate tra loro) e il fatto che più che ad una storia vera e propria i registi si concentrano sullo stupire lo spettatore con delle “attrazioni”. Le vedute dei fratelli Lumiére, per quanto in genere vengono spesso identificati come documentari, sono in realtà film di attrattiva per due […]

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Culturalmente

I 300 di Leonida, la battaglia delle Termopili

Avrete sicuramente sentito parlare della storia de i 300 di Leonida e della Battaglia delle Termopili, combattuta nel 480 a.c. e che rappresenta un capitolo cruciale nelle guerre combattute dai Greci contro i Persiani. La vicenda che vede protagonista l’esercito di spartani più famoso del mondo è stata narrata fin dall’antichità dagli storici, ma è anche passata sotto la lente inglobante della cultura di massa che l’ha rielaborata in varie sfumature come ha fatto Frank Miller con 300, graphic novel da cui Zack Synder ha tratto un famosissimo film. Ma come si è giunti a questa battaglia? Chi erano gli spartani? E qual era la situazione della Grecia in quel periodo? Antefatti della battaglia delle Termopili Attorno al V secolo a.c. l’Impero Persiano si estendeva su un territorio vastissimo comprendente l’Egitto, l’India, la Siria e la Tracia. Artefice di questa grande espansione fu Ciro II il Grande, il quale suddivise l’impero in venti province governate dai satrapi. Essi esercitavano il potere amministrativo e giudiziario, ma lasciavano larga autonomia e libertà di culto alle popolazioni sottomesse. Tuttavia nel 499 a.c., nelle regioni della Caira, dell’Eloide e della Doride avvennero quelle che sono conosciute come le rivolte doriche. All’origine c’era il malcontento delle regioni per la decisione dei satrapi di nominare dei tiranni per dominarle e a dar man forte ai rivoltosi ci pensò così la città di Atene, la quale inviò venti navi. Dario, successore di Ciro II, vide nel gesto uno sfrontato atto di guerra ed iniziò con le sue truppe ad invadere la Grecia. Ciò portò all’inizio delle guerre persiane con la prima (492-490) che fu vinta dei Greci con la celebre battaglia di Maratona, mentre la seconda (480-479) vide Serse I, successore di Dario, raggiungere e distruggere la città di Atene dopo aver sottomesso la Tracia e la Macedonia. Lo scopo ultimo dei Persiani era quindi quello di sottomettere la Grecia e di inglobarla nel loro impero. La stessa Grecia era tuttavia divisa al suo interno, a causa delle rivalità tra le varie polis. Si trattava di città-stato autonome e in competizione tra di loro che si distinguevano sia per la modalità di governo che per la divinità protettrice a cui erano legate. Le due polis più famose erano Atene e Sparta, due modelli di città totalmente differenti: da un lato la culla della democrazia, di un governo il cui potere era nelle mani del popolo e in cui, con il reggimento di Pericle, fiorirono i semi della filosofia, del teatro e della letteratura; mentre, dall’altro, un’oligarchia retta da pochi cittadini eletti (olígoi e arché, “governo di pochi”), i quali osservavano le Leggi di Licurgo, e basata su una rigida educazione militare che formava delle vere e proprie macchine da guerra: gli spartiati. Nonostante le notevoli differenze che impedivano di formare uno stato unitario, le polis greche facevano fronte comune quando si trattava di respingere i bàrbaroi, gli invasori stranieri. Non furono da meno neanche quando la minaccia di Serse I si fece più vicina e i Greci […]

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Culturalmente

Vignette di Mafalda, le più divertenti

Negli anni ’60 il vignettista argentino Quino, pseudonimo di Joaquín Lavado, dà vita alla sua più celebre creatura: Mafalda, l’energica e acuta bambina dai capelli ricci e neri preoccupata per i problemi che affliggono il mondo. Le vignette di Mafalda furono pubblicate per dieci anni (dal 1964 al 1973) sulla rivista El Mundo, così come sulle riviste di molte altre nazioni. Tra le tante vignette di Mafalda abbiamo scelto le quattro più divertenti e riflessive, che ben rappresentano il mondo di questa ribelle e intelligente bambina di sei anni entrata nell’Olimpo dei personaggi più iconici del mondo delle strisce a fumetti. Vignette di Mafalda, le quattro più significative Minestra con ricatto Come quasi tutti i bambini della sua età anche Mafalda non sopporta la minestra. Quino ha più volte voluto sottolineare questa avversione in molte delle vignette, ma questa che vi proponiamo è davvero divertente. La nostra eroina si trova seduta al tavolo faccia a faccia con l’odiato piatto e dalla cucina la madre minaccia di non darle il dolce se non mangerà la minestra. Mafalda si lancia allora in un’accesa filippica, con tanto di pugno che batte sul tavolo, con la quale rivendica il diritto di non mangiarla: «Sarei ben meschina se per una qualsiasi lusinga disertassi i miei princìpi, tradissi le mie convinzioni e vendessi il mio credo!». Peccato che basti la parola “meringhe” pronunciata dalla madre per far cedere Mafalda la quale, senza esitazione finisce per mangiare la minestra. Un mondo malato Nelle vignette di Mafalda un tema spesso ricorrente, come già anticipato, è quello dei problemi che affliggono il mondo. La nostra bambina sembra preoccuparsene seriamente, tanto da portare sempre con se un globo terrestre che tratta come se fosse una persona in carne ed ossa. Questo concetto è ben evidente in questa vignetta. Il padre di Mafalda osserva la figlia che ha poggiato il globo sopra una brandina e le chiede se il mondo è malato. Mafalda risponde di sì e l’uomo, credendo che si tratti di un gioco infantile, le chiede se il mondo ha la febbre. La risposta di Mafalda è spiazzante: «Ha un’infiammazione alle masse». La chiave di lettura della vignetta sembra risiedere in più di una possibilità: Mafalda infatti potrebbe riferirsi tanto alle “masse tettoniche” quanto al concetto di “massa” inteso come insieme dei popoli che non riescono a ribellarsi all’autorità. Sogni ad occhi aperti Tra i vari personaggi che popolano il mondo delle vignette di Mafalda c’è il suo amico Felipe. Ciuffo biondo e denti sporgenti, Felipe è il tipico sognatore ad occhi aperti poco incline allo studio e più portato nel progettare cose irrealizzabili. Questa vignetta ne è l’esempio perfetto. Felipe sta camminando per strada e si imbatte nella statua commemorativa di un certo dottor Juan Pufì che ne celebra l’opera. Felipe immagina allora che venga dedicata anche a lui una statua commemorativa che ha le sue sembianze e anche una dedica “per la sua opera”. Ben presto però il bambino si chiede per quale opera potrebbe mai essere […]

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Food

Zuppa di cozze e A Figlia d’ ‘o Marenaro, un binomio perfetto!

Anche a Napoli si è entrati nella settimana di pasqua e di certo le tradizioni non mancano all’appuntamento. A predominare su tutte il piatto tipico che caratterizza il pranzo del giovedì santo: la zuppa ‘e cozzeche, la zuppa di cozze. Tanti sono i ristoranti che propongono la loro versione di questa gustosa pietanza. Su tutte però prevale quella de A Figlia d’ ‘o Marenaro, storico ristorante presente a via Foria a due passi dall’Orto botanico e la cui titolare e cuoca, Assunta Pacifico (per gli amici Donna Assunta) è uno dei baluardi della tradizione gastronomica partenopea. A figlia d’ ‘o Marenaro, la storia Prima di parlare de A figlia d’ ‘o Marenaro è necessario parlare proprio di Assunta Pacifico, colei che ha dato vita ad un impero gastronomico che iniziò a costruire dall’età di sette anni quando aiutava suo padre Raffaele titolare de ‘a puteca di Porta Capuana a pulire le cozze.  Il trascorrere del tempo non fece altro che aumentare in lei la passione per la cucina e, con non pochi sacrifici, fondò nel lontano 1955 il ristorante A figlia d’ ‘o Marenaro che ben presto si specializza proprio nella preparazione della zuppa di cozze, ma anche in quella di pizze e di piatti di terra. L’anno scorso i locali sono stati soggetti ad un restauro che ne hanno determinato la momentanea chiusura per un mese e mezzo. La relativa riapertura, avvenuta il 14 febbraio 2018, ha ridato agli abitanti di Napoli e ai turisti che si trovano nei paraggi una delle istituzioni più importanti in cui si celebra non soltanto la tradizione gastronomica napoletana, ma anche il calore e la spontaneità tipici del popolo partenopeo. Struttura dei locali Tutto questo ci riporta alla giornata del 16 aprile dove, in piena sintonia con il periodo pasquale, è stato organizzato per la stampa un pranzo a base di zuppa di cozze. Un’occasione anche per dare un’occhiata più da vicino ai rinnovati locali de A figlia d’ ‘o Marenaro, a cominciare dalla cantina dei vini. Curata e gestita dal figlio Giuseppe, rappresentate della terza generazione di ristoratori, la cantina presenta una pavimentazione in legno e un arredamento che richiama ad una dimensione contadina e umile, testimonianza di una fedeltà alla tradizione. Un armadio di vetro custodisce l’immensa collezione di vini, campani e non, ma anche cognac e altri alcolici. Il vero cuore pulsante de A figlia d’ ‘o Marenaro è ovviamente costituito dalla cucina, che si trova in un piccolo locale a pochi passi dal ristorante vero e proprio. Appena si entra dentro si viene accolti da un odore di mare che con la mente ci proietta a giornate trascorse in spiaggia o su una scogliera a pescare. I nostri occhi non possono fare a meno di fissare le bacinelle piene di cozze, ma soprattutto le enormi vasche in cui cuociono i polpi da cui viene ricavata un altra specialità della gastronomia napoletana: ‘o bror e purpo, il brodo di polpo. A tale proposito durante la preparazione Assunta ricorda con affetto […]

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Culturalmente

Leggende metropolitane horror, le più inquietanti

Storie a metà strada tra fantasia e verità, tra realtà e finzione. Queste sono le leggende metropolitane horror, racconti orali che grazie al passaparola diventano talmente famosi da sembrare reali. Caratteristica peculiare di questo genere di storie è il loro contenuto misterioso, a tratti macabro e disturbante. Accanto ai racconti elaborati dal folklore di ogni paese se ne sono affiancati altri che nel mondo di internet sono conosciuti con il nome di creepypasta (“creepy”, macabro/pauroso e “pasta” dal verbo “to paste”, incollare). Dall’immenso e cupo mare di misteri e orrori abbiamo scelto sette leggende horror metropolitane. Se non siete persone facilmente impressionabili armatevi di coraggio e sangue freddo e, ovviamente, spegnete la luce per creare un po’ di atmosfera prima di addentrarvi nella lettura. Leggende metropolitane horror. Le sette più famose L’isola delle bambole Nei pressi di Città del Messico, nella delegazione di Xochimilco, esiste un luogo chiamato dagli abitanti “Isla de las muñecas”, l’Isola delle bambole. Un immenso bosco in cui, appese ad alberi, rami e cespugli vari, giacciono delle bambole. Ad aver creato questo luogo da brividi è stato il suo unico abitante, Don Julian Santana. Un giorno l’uomo trovò sulle rive di un fiume il cadavere di una bambina e la sua bambola. Per onorare la memoria della piccola vittima decise di appendere il suo giocattolo ad un albero, con la speranza di cacciare via gli spiriti maligni che infestavano l’isola. Tuttavia Don Julian era tormentato da alcune visioni, che lo spinsero a collezionare migliaia e migliaia di bambole che appese da ogni parte dell’isola fino alla sua morte avvenuta nel 2001, quando annegò nello stesso fiume della bambina. L’instancabile attività dell’uomo ha così dato vita ad un luogo tetro dove i turisti che lo visitano vengono circondati dai sorrisi e dalle facce deformate delle bambole appese, deteriorate, prive di occhi e in posizioni innaturali. Chi ha avuto il coraggio di trascorrere la notte sull’isola ha affermato di aver sentito non soltanto delle voci, ma anche di aver trovato alcune bambole spostate in altre posizioni. Che lo spirito di Don Julian continui a custodire il luogo e le sue amate bambole? O bisogna ipotizzare che queste abbiano una vita autonoma? Kuchiaske-onna Dal Giappone proviene una delle leggende metropolitane horror più inquietanti, quella di Kuchiaske-onna. Si narra che molti anni fa vivesse una donna bellissima, ammirata e amata da molti uomini, moglie di un samurai. Questi, accecato dalla gelosia e dalla paura che lo tradisse, una notte le squarciò la bocca da un orecchio all’altro con la sua katana. Dopo aver compiuto il terribile gesto la umiliò ulteriormente, domandandole chi l’avrebbe trovata bella dopo che era stata ridotta in quello stato. Era nata Kuchiaske-onna, ovvero “la donna dalla bocca spaccata”. Ben presto circolarono alcune voci secondo le quali la donna vagava per le strade di notte, coperta da una maschera. Se un uomo le capitava davanti lo fermava facendogli chiedendogli: «Trovi che io sia bella?». La donna poi mostrava alla vittima il suo volto deturpato, rivolgendole la stessa […]

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Culturalmente

Indiani d’America, storia di un popolo

Estese praterie, danze tribali, enormi copricapi ornati con piume d’uccello, lunghe ed enormi pipe fumate all’interno di tende. Questo e molto altro ci viene in mente quando sentiamo parlare degli Indiani d’America, noti anche come “nativi americani”. L’immaginario collettivo ha contribuito all’affermazione di un’immagine standard del nativo americano: quella di un uomo dalla carnagione rossastra, i capelli lunghi raccolti in trecce, che si cimenta in danze attorno al fuoco e dedito alla guerra e al collezionare scalpi di uomini bianchi (i famosi “visi pallidi”) e di guerrieri di tribù rivali che avevano la sfortuna di cadere loro prigionieri. Pur essendoci un fondo di verità in quanto detto, è assolutamente sbagliato liquidare il popolo degli Indiani d’America come selvaggi estranei alla civiltà. La storia di questo popolo è stata segnata dai drammatici avvenimenti scaturiti dall’incontro con l’uomo bianco, che non ha esitato ad usare la violenza per sottrarre i territori a loro appartenenti. Dalle origini a Cristoforo Colombo Quelli che conosciamo come “Indiani d’America” giunsero dall’Asia in piccoli gruppi 35 milioni di anni fa, attraversando lo stretto di Bering ancora non sommerso dalle acque e che collegava la Siberia all’Alaska. Tramite questa via gli Indiani giunsero dapprima in Canada e poi in America del Nord, espandendosi in seguito nelle terre di quella centrale e meridionale. A favore di questa tesi vi sarebbero le analisi del DNA compiute dal professor Eske Willersley sui resti di uno scheletro umano trovato proprio in Alaska. In quelle zone gli Indiani d’America vissero sviluppando una civiltà dedita alla caccia, all’agricoltura, alla pesca e al commercio, senza avere contatti con altre civiltà. L’unica eccezione è rappresentata dai Vichinghi i quali, attorno all’anno 1000, tentarono di insediarsi nel Nord America senza successo. Tutto cambiò nel 1492, con il viaggio di Cristoforo Colombo. Come è noto il navigatore genovese circumnavigò l’Oceano Atlantico per raggiungere le Indie, ma finì per arrivare nell’odierna Repubblica Dominicana. Egli era comunque convinto di essere arrivato nelle Indie orientali e incontrando per la prima volta gli abitanti del luogo li chiamò “Indiani”. Da qui il termine “Indiani d’America”. Cinque anni dopo Giovanni Caboto raggiunse con una nave inglese il Canada e per le popolazioni locali coniò un termine che in seguito verrà usato per identificare tutte le tribù di Indiani d’America: “Pellirossa“, derivato dall’usanza che i guerrieri locali avevano di tingersi il viso di ocra rossa prima della battaglia. I primi contatti con l’uomo bianco I viaggi di Colombo e Caboto avrebbero cambiato per sempre il mondo degli Indiani d’America. A partire dal XV infatti la voglia di aprire nuove rotte commerciali, il desiderio delle monarchie europee di possedere pezzi di terra in quello che venne ribattezzato come “Nuovo Mondo” e la necessità avvertita dalla chiesa di evangelizzare uomini e donne “barbari” portarono all’inevitabile scontro/incontro tra i nativi americani e l’uomo bianco. L’America del Nord vide l’arrivo di inglesi e di francesi che contendevano alle tribù locali il commercio delle pellicce, la cui domanda era molto alta in Europa. Nel 1607 una spedizione inglese portò […]

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Teatro

Francesco de Carlo live 2019. Recensione dello spettacolo

Una serata di puro divertimento si è consumata domenica al Kesté di Napoli con lo spettacolo di stand up comedy Francesco de Carlo live 2019, prima tappa del tour primaverile/estivo del comico romano che abbiamo anche avuto modo di intervistare alcuni giorni fa. Resoconto dello spettacolo del Francesco de Carlo live 2019 Ad aprire la serata è stato Adriano Sacchettini, comico locale già noto nell’ambiente del Kesté che si è lanciato in una profonda riflessione su un problema che lo affligge: «il pene moscio» e la relativa operazione a cui si è sottoposto nel tentativo di risolverlo. Oltre a narrare la sua storia dai risvolti esilaranti Adriano ha ironicamente commentato il suo ruolo di opener dello spettacolo, dicendo «lo so già che quando lo spettacolo di de Carlo sarà finito e saremo saliti sopra voi farete gli applausi soltanto a lui!». E dopo questo simpatico antipasto ecco giungere la portata principale: Francesco de Carlo. Il monologo di un’ora si apre con una riflessione sui 40 anni, un’età in cui «Non riesci più a farti ‘na bevuta» e diventi anche «più cinico e anaffettivo».Il comico si lancia così in un discorso lungo e profondo, in cui non fa sconti a nessuno: la crisi della sinistra e la critica ai “nuovi” fascisti, l’odio verso i «vecchi di merda» e i bambini nei luoghi pubblici, gli appuntamenti al buio a 40 anni e, naturalmente, le esperienze come comico nell’Inghilterra della Brexit (narrate, come saprà chi lo segue, nel programma Rai Tutta colpa della Brexit). Il tutto accompagnato dal tipico accento romanesco e da una forte componente fisica e caricaturale, con cui il comico ha enfatizzato gli eventi e i personaggi descritti tramite balletti e imitazioni vocali a tratti cartooneschi. Francesco de Carlo costruisce con la sua comicità un personaggio divertente e irresistibile, ma allo stesso tempo cinico e scorretto. Un esempio lampante di quanto appena descritto all’interno del suo spettacolo è rappresentato dal suo interloquire continuamente con il pubblico, fingendo di “filtrare” con una ragazza seduta in prima fila o interrompendo lo spettacolo per farsi portare una birra da bere. Ma il perno centrale del monologo di Francesco de Carlo è stato senza dubbio il populismo, analizzato e schernito in ogni sua sfumatura: dai novax ai terrapiattisti, fino alla sfiducia che il popolo nutre nei confronti delle istituzioni. Le altre tappe del tour Dopo Napoli il Francesco de Carlo live 2019 toccherà le città di Pisa, Padova, Venezia, Conegliano e Cagliari. Un lungo tour che, ricordiamo, servirà per promuovere Cose di questo mondo, lo special di stand up comedy presto disponibile su Netflix. Ma invitiamo caldamente chi può ad andare ad assistere dal vivo allo spettacolo del comico romano, narratore di una storia personale che è anche la nostra, con tutte le dovute paranoie e ossessioni che la caratterizzano pronte ad essere esorcizzate da una sana risata.

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Cinema e Serie tv

David di Donatello 2019, trionfa Dogman

La sessantaquattresima edizione dei David di Donatello 2019  ha segnato il trionfo del regista Matteo Garrone e del suo Dogman, premiato come miglior film dall’accademia dei David. Contando anche il riconoscimento come miglior film, la pellicola si è aggiudicata 9 premi su 16 candidature: miglior regia, miglior attore non protagonista per Edoardo Pesce, miglior sceneggiatura a Matteo Garrone, Massimo Gaudioso e Ugo Chiti, miglior autore della fotografia a Nicolaj Bruel, miglior scenografo a Dimitri Capuani, miglior truccatore a Dalia Colli e Lorenzo Tamburini, miglior montatore a Marco Spoletini e miglior suono. Molte sono state le statuette vinte anche da Sulla mia pelle, secondo lungometraggio diretto da Alessandro Cremonini. La pellicola che narra la vicenda di Stefano Cucchi ha vinto i premi per il miglior regista esordiente, miglior produttore (Lucky Red), il David giovani e miglior attore protagonista ad Alessandro Borghi.  Quest’ultimo ha ringraziato il regista e la famiglia di Cucchi e ha dichiarato che «Il premio va a Stefano Cucchi ed agli esseri umani che devono essere considerati tali a prescindere da tutti». Loro, il dittico  diretto da Paolo Sorrentino (non presente alla cerimonia), si aggiudica il premio per la miglior attrice protagonista ad Elena Sofia Ricci e per il miglior acconciatore ad Aldo Signoretti.  La miglior attrice non protagonista è una visibilmente commessa Maria Gonfalone per Il vizio della speranza, la quale ha dichiarato che «Edoardo De Angelis ha raccontato la nostra terra, la Campania ed è a lei che dedico questo premio».  Due premi per Chiamami con il tuo nome di Luca Guadagnino: miglior sceneggiatura non originale per il regista, James Ivory e miglior canzone originale (Mistery of love di Surfjan Stevens). Due premi anche per Capri-revolution di Mario Martone: miglior costumista ad Ursula Patzak e miglior musicista a Sascha Ring e Philpp Thimm. Il David per i miglior effetti visibili va a Victor Perez per Il ragazzo invisibile – seconda generazione di Gabriele Salvatores. Nanni Moretti vince il David per il miglior documentario con Santiago, Italia, mentre per il miglior cortometraggio vince Alessandro de Gregorio con Frontiera. Il David per il miglior film straniero va a Roma di Alfonso Cuaròn il quale era presente alla cerimonia e ha ringraziato l’Accademia. Il David dello spettatore, introdotto da questa edizione, va al film A casa tutti bene di Gabriele Muccino. Fabrizio de André, principe libero , biopic di Luca Facchini sul cantautore genovese, non ha ricevuto invece nessun premio. David di Donatello 2019, premio alla carriera a Tim Burton La sessantaquattresima edizione dei David di Donatello è stata condotta anche quest’anno da Carlo Conti, una cerimonia molto austera e con pochi momenti memorabili. Questi ultimi sono riservati agli ospiti di eccezione, primo tra tutti Tim Burton. Il regista di Nightmare before Christmas ed Edward mani di forbice è stato premiato con il David alla carriera e, visibilmente emozionato, ha ringraziato il pubblico. «Non sono italiano ma è come se avessi una grande famiglia italiana», ha dichiarato in seguito Burton che ha ricevuto il premio da un Roberto Benigni entusiasta, […]

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