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Eroica Fenice

Cinema e Serie tv

Film da vedere per Halloween. Tra classici e commedie

Siete in cerca di film da vedere per Halloween? Noi di Eroica Fenice abbiamo scelto alcune pellicole adatte per il periodo. Da un po’ di anni a questa parte anche nel nostro paese si festeggia Halloween, nonostante i pareri di un paio di timorati che mettono in guardia dalle presunte “energie demoniache” che si risveglierebbero durante la notte del 31 ottobre e di altri ancora che la considerano un’ “americanata” o distruggono un paio di zucche con una mazza da baseball perché non fa parte della nostra cultura (cosa non vera, tra l’altro). Certo, quest’anno sarà del tutto differente: niente dolcetto o scherzetto alle porte dei vicini per i più piccoli, niente festini alcolici per i più grandi con la possibilità di filtrare con qualche ragazza travestita da vampiro e, soprattutto, niente veglie in campi di zucche assieme a Linus e alla sua coperta in attesa del Grande Cocomero.  Che ne dite allora di una bella maratona di film da vedere nella notte più spaventosa dell’anno? Decorate la vostra stanza con zucche intagliate e pipistrelli sul soffitto, mettete qualche ragnatela ai lati del vostro televisore, spegnete le luci, illuminate qualche candela rossa per creare l’atmosfera e mettetevi comodi. Ecco una lista di film da vedere per halloween tutta per voi. Freaks Una compagnia circense annovera tra le sue attrazioni alcuni fenomeni da baraccone, in realtà persone affette da malformazioni fisiche: una coppia di gemelle siamesi, una bambina affetta da microcefalia, un uomo nato senza arti e così via. Il nano Hans è uno di loro ed è perdutamente innamorato della trapezista Cleopatra la quale, con la complicità del suo amante Ercole, architetta un crudele piano: sposare Hans per poi ucciderlo e impossessarsi della sua cospicua eredità. Freaks, il capolavoro diretto da Tod Browning nel 1932, è considerato un film “maledetto” per la storia e i retroscena che lo caratterizzano. Si racconta che dietro le quinte il cast e la troupe furono oggetto di discriminazione da parte dei funzionari della MGM (la casa di produzione del film) e persino da personalità quali lo scrittore Francis Scott Fitzgerald il quale, durante una cena in un ristorante, vedendo alcuni degli attori avvicinarsi al suo tavolo si allontanò infastidito. Come se non bastasse il pubblico, alla prima del film, abbandonò la sala inorridito. E forse proprio questi aneddoti potenziano ulteriormente il messaggio di fondo del film: i veri mostri si nascondono spesso tra le persone “normali e civili” che in quelle con cui la natura è stata spietata e solo questo lo rende un film assolutamente da recuperare e da vedere. Dracula di Bram Stoker Francis Ford Coppola nel 1992 ci offre la sua personale rilettura di Dracula, il  romanzo di Bram Stoker che ha delineato il mito del vampiro nell’immaginario culturale e lo ricollega alla leggenda del conte Vlad, il quale viene trasformato in vampiro per via di una maledizione che lo colpì dopo aver rinnegato la propria fede cristiana in seguito al suicidio dell’amata moglie. Divenuto Dracula giunge nella Londra del 1897 […]

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Culturalmente

Don Chisciotte e i mulini a vento, battaglia contro le illusioni

Il celebre episodio di Don Chisciotte e i mulini a vento è all’origine di uno dei modi di dire più celebri della nostra lingua. “Lottare contro i mulini a vento”. Capita spesso di leggere o di sentire pronunciata questa espressione con il significato di intraprendere una guerra futile, inutile e che non esiste. L’origine è da ricercare in una delle opere letterarie più importanti e famose della letteratura spagnola: il Don Chisciotte della Mancia, scritto da Miguel de Cervantes nel XVII secolo. Don Chisciotte e i mulini a vento. Analisi dell’episodio Il romanzo di Cervantes vede come protagonista Alonso Quijiano, un nobiluomo (in spagnolo hidalgo) con la passione per i romanzi cavallereschi. Egli si lascia rapire da quelle pagine fatte di duelli e amori al punto da divenire lui stesso un cavaliere errante, spinto dalla necessità di una crociata contro il male che alberga nel mondo. Così adotta il nome di Don Chisciotte della Mancia, si procura un destriero che chiama Ronzinante e coinvolge nella sua impresa Sancho Panza, un umile contadino a cui promette un’isola come ricompensa. Inoltre, come ogni cavaliere che si rispetti, dedica le sue eroiche imprese a una damigella: Dulcinea del Toboso che altri non è se non una popolana. Le avventure di Don Chisciotte non si possono definire gloriose come quelle dei romanzi da lui letti. Il più delle volte si risolvono in disastri e guai causati dalla follia che si è impossessata della mente del protagonista e che rimodella la realtà che si trova davanti. Tutto ciò si esplicita in uno degli episodi più celebri dell’intero romanzo: la lotta contro i mulini a vento, narrata nel primo libro dell’ottavo capitolo. Don Chisciotte e Sancho Panza stanno cavalcando, quando l’improvvisato cavaliere osserva in lontananza una trentina di figure gigantesche. Si tratta di mulini a vento che, nonostante il suo fido scudiero glielo faccia notare più volte, il cavaliere scambia per dei giganti con delle enormi braccia e si impone di ucciderli. Così carica il fido Ronzinante e indirizza la punta della propria lancia verso una delle pale rotanti. Il risultato è prevedibile: la lancia rimane incastrata tra le pale e si spezza, facendo cadere Chisciotte e il suo destriero rovinosamente a terra. Il folle cavaliere però è convinto che in realtà i giganti abbiano mutato forma appositamente per ingannarlo e continua imperterrito a sostenere la sua tesi davanti a un rassegnato Sancho Panza. La lotta contro i mulini a vento, una lotta contro le illusioni L’episodio appena narrato è aperto a una moltitudine di significati, ma tra tutti prevale quello che è entrato nel linguaggio comune: lottare contro i mulini a vento, ovvero “intraprendere una battaglia inutile e impossibile da vincere”. Nell’insensato duello di Don Chisciotte contro i mulini a vento si cela una battaglia futile contro le illusioni o, per meglio dire, contro un nemico che non esiste. Ancora oggi quando vogliamo descrivere una situazione talmente difficile da cui è impossibile uscirne da vincitori si dice “lottare contro i mulini a vento”, per evidenziarne […]

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Fun e Tech

Monnalisa, il marchio italiano giunge su Stileo.it

Monnalisa, da 52 anni leader nel settore dell’abbigliamento per l’infanzia, propone il proprio catalogo sul sito Stileo.it Fondato ad Arezzo nel lontano 1968 da un’idea del presidente del consiglio di amministrazione Piero Iacomoni e della direttrice artistica Barbara Berocci, Monnalisa è un marchio d’abbigliamento di fascia alta che in pochi anni si è imposto non soltanto in Italia, ma in ogni parte del mondo: dalla città natale agli Stati Unit,i passando per la Russia e la Turchia, Monnalisa è divenuto un nome facilmente riconoscibile e apprezzato da tutti grazie all’entusiasmo dei dipendenti che vi lavorano e all’alta qualità dei prodotti confezionati. Il segreto di tale successo? L’intuizione di aprire dei punti vendita monomarca, in modo da ridurre la competizione con gli altri marchi (e Monnalisa è stata la prima azienda italiana a mettere in pratica questa idea) e che le hanno permesso di imporsi nell’ambito childrenswear femminile, ovvero quello dell’abbigliamento dell’infanzia suddiviso in tre linee: Monnalisa bebè, riservata alle bambine fino ai 18 mesi e comprendente tutine, abitini e body color realizzati in cotone. Alle bambine dai 2 ai 12 anni è riservata Monnalisa Chic, quella che è anche conosciuta come la linea “originale” comprendente jeans, giubbotti in pelle e camicette molto colorate. Infine c’è Jakioo, linea riservata alle ragazze dai 13 ai 16 anni comprendente anche essa jeans, tutte e abiti per feste, cerimonie importanti e altre occasioni. Ma c’è anche spazio per l’abbigliamento maschile con due linee d’abbigliamento che vanno rispettivamente dai 0 ai 18 mesi e dai 2 ai 14 anni. Il minimo comune denominatore di tutte queste linee d’abbigliamento è senza dubbio la qualità, l’attenzione per i dettagli e la cura che vengono riservati a ogni capo, soddisfando sia le giovani indossatrici che le loro mamme. A ciò va aggiunta la garanzia di trovarsi davanti ad abiti al passo con i tempi e contraddistinti dalle onnipresenti stampe con protagonisti i personaggi della Banda Disney e con Olivia e Braccio di Ferro, soggetti che di certo non passano inosservati. Monnalisa giunge su Stileo.it Dopo essersi espansa a macchia d’olio un po’ su tutti e cinque i continenti Monnalisa, come ogni brand che si rispetti, si avvicina alle nuove tecnologie e oltre ad avere una pagina Facebook è anche entrata nel catalogo di Stileo.it, il più importante sito aggregatore di prodotti di fashion italiani che vanta collaborazioni con colossi quali Amazon, Yoox, Farfetch, Raffaello Network, iKRIX, Asos, Maxi Sport, Liu Jo, Guess, Quellogiusto, B-Exit, Maxstyle e molti altri. Il catalogo Monnalisa è vasto, comprendente abiti appartenenti a tutte le fasce d’età. Dalle tutine ai body per neonati ai pantaloni sportivi (dai 3 ai 16 anni), senza dimenticare le scarpe come gli stivaletti, gonne, cappellini  le borse a tracollo. Monnalisa giunge su Stileo.it in pompa magna, proponendo il meglio del meglio della propria collezione tramite prodotti di qualità, contrassegnati da colori vivaci e da una tendenza verso uno stile glamour, elegante e raffinato. Insomma, per le bambine che vorranno distinguersi e le mamme che vorranno dare un tocco di […]

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Libri

A tempo di tango, il nuovo romanzo di Mario Abbati

Nel corso dell’estate appena trascorsa Bookabook edizioni ha pubblicato A tempo di tango. Scacco matto a Buenos Aires, l’ultima fatica letteraria di Mario Abbati. Nato a Roma nel 1966 e laureato sia in ingegneria elettronica che in filosofia, Abbati ha iniziato il proprio percorso letterario con la pubblicazione saggistica: Ipercosmo, la rivoluzione interattiva dai multimedia alla realtà virtuale e Manifesto del movimento reticolare, pubblicati rispettivamente nel 1994 e nel 1996. Il debutto nella narrativa è legato alla raccolta di racconti La donna che ballava il tango in senso antiorario (2011) e il romanzo Il paradiso delle bambole (2014), pubblicati per la casa editrice Terre Sommerse. Tra il 2015 e il 2017 pubblica il romanzo Decimo piano, interno quarto e le raccolte di racconti Vado a comprarmi le scarpe da Tango e Tangueros. L’attività da scrittore confluisce anche nel blog Il filosofo e l’ingegnere, un vero e proprio ponte che collega le terre della scienza con quelle umanistiche. Come si può intuire anche dai titoli, la narrativa di Mario Abbati si nutre di piccole ossessioni: l’onnipresente città di Roma, sfondo in cui sono ambientate gran parte delle vicende, la passione per il tango, gli elementi della filosofia di cui ogni pagina è cosparsa. A tempo di tango, sinossi del romanzo Toni de Mastrangelo è un maestro di tango con una vita allo sbando: è stato lasciato dalla moglie, il motore della sua fidata Panda inizia a cedere e l’attività da insegnante sembra non dargli più alcuna soddisfazione. Una sera viene invitato alla festa di compleanno di uno dei suoi allievi e pur di non presentarsi a mani vuote compra in una bottega di giocattoli una confezione di scacchi. Ma non si tratta di scacchi qualsiasi: si tratta del Pangioco, la misteriosa versione alternativa creata da Xul Solar, amico intimo dello scrittore Jorge Luis Borges. Questo è il punto di partenza di un lungo percorso che conduce il protagonista a Buenos Aires, la patria del tango, dove si trova a che fare con personaggi misteriosi. Il tempo come filo conduttore A Tempo di tango mette al centro della narrazione il tema del tempo che scandisce e regola gli eventi della propria vita. Abbati però lo proietta in due elementi cardine quali il tango e soprattutto un’immaginaria partita a scacchi con il destino che sembra buttare tutte le pedine fondamentali per il protagonista: il lavoro, l’amore, l’amicizia. Ma il tempo è del romanzo è anche un tempo malinconico che pur relegato nel passato influisce pesantemente sul presente. Non a caso sarà questo l’elemento che permette a Toni de Mastrangelo di ripensare alla sua esistenza e di andare alla ricerca del proprio io, in un crescendo di colpi di scena che, nonostante la presenza di temi non alla portata di tutti, non annoia e tiene incollato il lettore alle pagine.     Immagine copertina: ufficio stampa

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Culturalmente

Lawrence d’Arabia e la rivolta del deserto

Il ‘900 si può considerare un mosaico di personaggi storici che, nel bene e nel male, hanno caratterizzato il mondo contemporaneo. Ma pochi riescono a incuriosire e a intrigare come Lawrence d’Arabia. Reso immortale dall’omonimo film diretto da David Lean nel 1962 e interpretato da Peter O’Tolle, fu il protagonista assoluto di un episodio che è passato alla storia come la rivolta nel deserto. Lawrence d’Arabia, biografia Sir Thomas Edward Lawrence, questo era il suo nome completo, nacque a Tremacog, nel Galles, il 16 agosto del 1888. È il figlio illegittimo (il secondo) del baronetto Thomas Chapman e della governante Sarah Junner. Appassionato sin da giovane di storia e archeologia si trasferisce a Oxford per studiare al Jesus College. Lì entra nelle grazie di David George Hogart, archeologo e orientalista che lo porta con sé in un lungo viaggio che attraversa la Giordania, il Libano l’Egitto e la Siria, tutti territori sotto il controllo dell’impero ottomano. Il futuro attore della rivolta del deserto ha così modo di respirare a pieni polmoni l’atmosfera dei paesi arabi assimilandone la lingua, la cultura, l’arte e la storia. Nel 1910, un anno dopo aver conseguito la laurea in storia, partecipa agli scavi archeologici guidati dall’archeologo Sir Leonard Wooley che riportano alla luce la città mesopotamica di Karkemish. Nel 1914 scoppia la prima guerra mondiale e Lawrence si reca al Cario per conto dell’ Arab Bureau, un’agenzia dei servizi segreti inglesi dove ricoprì il ruolo di cartografo per poi divenire ufficiale dell’Intelligence britannica. Le premesse alla rivolta araba Prima di addentrarci nelle imprese di Lawrence d’Arabia è necessario tracciare un quadro della situazione dei paesi mediorentiali che, nello stesso arco di tempo, fronteggiavano la minaccia di un Impero ottomano prossimo al tramonto. Il movimento nazionalista dei Giovani Turchi, al potere dal 1908, stava attuando una politica repressiva nei confronti delle popolazioni arabe facenti parte dell’impero le quali rifiutarono di adottare la lingua e la cultura turche e, soprattutto, non approvavano la costruzione di infrastrutture sui loro territori. Una su tutte la ferrovia dell’Hegiaz che collega la Siria, la Giordania e l’Arabia Saudita e che avrebbe permesso facilmente ai pellegrini musulmani di arrivare a La Mecca, danneggiando così gli interessi delle tribù che dal pellegrinaggio ci guadagnavano. Con l’alleanza dell’Impero Ottomano con gli Imperi Centrali (Regno di Bulgaria, Impero Austro-Ungarico e Germania, quest’ultima in stretti rapporti con la Turchia), la Francia e l’Inghilterra ne approfittarono per soffiare sui popoli arabi il fuoco del nazionalismo. Le due nazioni della triplice intesa convinsero infatti Husayn ibn Alì, lo sceriffo della Mecca, a stipulare un’alleanza con la promessa, una volta sconfitti i turchi, della nascita di uno “Stato pan-arabo”  autonomo e indipendente. In realtà si trattava di una promessa futile dato che l’alleanza franco-inglese si era già spartita i territori dell’impero ottomano (trattato Sykes-Picot, maggio 1916). Lawrence d’Arabia e la rivolta araba Sir Lawrence fu uno dei sostenitori della rivolta araba e per ordine del commissario britannico in Egitto Henry McMahon, stabilì rapporti con lo sceriffo Husayn. È importante […]

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Cucina e Salute

Miele di Melata, proprietà e benefici

Scopriamo l’uso, le proprietà e i benefici del miele di Melata, un alimento ricco e prezioso adatto a ogni età. Come si forma il miele di melata? A differenza di quello comune il miele di melata non è prodotto dagli alveari, ma dalle foglie di alberi come il pino, la quercia, l’abete rosso, e l’acero. Sulle foglie di questi alberi vanno a poggiarsi alcuni insetti che le incidono e ne succhiano la linfa, rilasciando una sostanza zuccherina detta proprio melata. Questa viene in seguito raccolta dalle formiche e dalle api che la rielaborano trasformandola in miele. Questo miele viene prodotto prevalentemente in ambienti dal clima temperato come la Foresta nera in Germania, ma anche nei boschi delle regione italiani come la Romagna. Non a caso il nome con qui è conosciuto è anche “miele di bosco”, in riferimento alla zona in cui questo  viene prodotto. Quali sono le proprietà e i benefici? Rispetto al miele d’ambrosia, quello che viene prodotto negli alveari, questo tipo di miele presenta caratteristiche del tutto differenti. Innanzitutto ha una consistenza scura, tendente al nero, è molto denso e ha un sapore amarognolo, quindi molto “rustico”. Grazie alla sua alta concentrazione di sali minerali e oligoelementi, il miele di melata è una fonte inesauribile di proprietà benefiche per tutte le età. Viene spesso consigliato ai diabetici dal momento che, rispetto a quello normale, ha un indice glicemico molto basso. Viene anche indicato agli sportivi e chi segue uno stile di vita vegano dal momento che aiuta a recuperare i sali minerali che si perdono durante l’attività fisica. Il miele d melata è anche un ottimo rimedio per la tosse e la bronchite èd è un validissimo alleato contro l’invecchiamento cellulare, combattendo il fenomeno dello stress ossidativo. Anche per gli studenti e per chi deve concentrarsi molto il miele di melata è adatto, poiché protegge il sistema nervoso e aumenta la memoria e la concentrazione. Inoltre, regolando la flora intestinale, previene qualsiasi problema legato alla digestione. Come si usa? Il miele di melata può essere usato al posto dei comuni dolcificanti. Su una fetta di pane tostato, per esempio, invece della marmellata si può tranquillamente spalmare un po’ di questa crema scura, ma possono arricchire di gusto anche lo yogurt e le bevande come il tè e le tisane. Ovviamente nella scelta del miele bisogna fare molta attenzione. Innanzitutto non si trova sempre nei supermercati e nelle catene della grande distribuzione, ma solo nelle erboristerie, nei negozi di alimenti biologici e su internet. Inoltre è consigliato acquistare miele di melata biologico ed evitare quello che viene prodotto in prossimità di città e di grandi centri urbani, poiché potrebbe essere contaminato dai metalli tipici dell’inquinamento industriale. Immagine copertina: Pixabay

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Culturalmente

Storia del teatro greco, la società è di scena

La storia del teatro greco va di pari passo con quella della polis di Atene, dove assume il ruolo di palestra della democrazia. Il teatro rappresenta una delle tante eredità donateci dalla civiltà greca. Un luogo e un’occasione di crescita civile e culturale, volta a formare il cittadino come individuo attivo della vita della polis di Atene e alla cui storia è strettamente legato. Storia del teatro greco, le origini Il periodo d’oro del teatro greco va collocato nel V secolo a.c., in quella che nei libri di storia è nota come “età classica”. Sotto il comando del generale Pericle Atene visse un boom economico e sociale, con la città che divenne un porto felice per la nascita delle istituzioni democratiche e una calamita culturale che attirò a sé poeti, artisti, filosofi e intellettuali. In realtà la storia del teatro greco ha inizio un secolo prima, nel VI a.c., quando il tragediografo Tepsi, figura a metà strada tra storia e leggenda, allestì con il suo “carro di Tepsi” (la prima compagnia itinerante dell’antichità) il suo primo spettacolo durante la sessantunesima Olimpiade (535 – 532 a.c.). Stando a quanto si legge nella Suda, un’enciclopedia bizantina risalente al X secolo, in quell’occasione Tepsi avrebbe introdotto il prologo, la maschera, il primo attore e altri elementi che avrebbero distinto la rappresentazione teatrale da ciò che era stato fino a quel momento: un insieme di canti corali che erano il culmine delle processioni in onore di Dioniso e scritti in ditirambo, un verso irregolare che dava l’idea dell’ebrezza provocata dal vino (elemento associato a Dioniso). La nascita dei teatri Nel V secolo il teatro venne  istituzionalizzato con la costruzione di strutture dette, per l’appunto, teatri (da theatron, “luogo in cui si osserva”). Il più importante è il Teatro di Dioniso, situato nell’Acropoli di Atene. L’edificio era costituito dall’orchestra, un palco dove si trovavano gli attori e il coro. Alle loro spalle si ergeva la skené, una costruzione in pannelli di legno dove veniva dipinta l’ambientazione dell’opera. In cima dovevano esserci una pedana rialzata detta theologeion, utile per rappresentare l’apparizione degli dèi e una gru, la mechanè, che serviva a sollevare l’attore da terra per farlo volare. Dall’orchestra si stagliava la cavea, una struttura circolare costituita da scalinate ricavate dalla roccia dove venivano posti sedili in legno e a cui gli spettatori accedevano attraversando due corridoi situati lungo l’orchestra. Infine vi era l’ekkyklema, una piattaforma con delle ruote che veniva azionata per scoprire l’interno dell’edificio scenico. Il teatro, una scuola di civiltà aperta a tutti Ma come viveva l’esperienza del teatro un cittadino ateniese? Di sicuro in modo differente da come lo viviamo noi. Se al giorno d’oggi lo spettacolo teatrale equivale a una semplice occasione di svago, nell’Atene del V secolo un pensiero del genere era inconcepibile e sicuramente provocherebbe un coccolone a qualche redivivo cittadino ateniese. Il teatro era un rito civile e religioso, un evento collettivo che riuniva persone differenti per classe sociale nel segno del coinvolgimento emotivo per le vicende narrate. […]

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Libri

La signorina di Aldo di Mauro a In-chiostro

Aldo di Mauro presenta il nuovo romanzo La signorina nel chiostro di San Domenico Maggiore, nell’ambito dell’iniziativa In-chiostro. «Conoscere il passato di una persona ce la rende più vicina». Questa frase pronunciata da Aldo di Mauro può riassumere la presentazione del suo ultimo romanzo La signorina, avvenuta venerdì 11 settembre a San Domenico Maggiore nell’ambito dell’iniziativa In-chiostro che, fino alla fine del mese, promuove l’importanza della lettura e della carta stampata come strumento di rinascita dopo i mesi difficili del lockdown. Aldo di Mauro, biografia e opere dell’autore Nato nel 1947 a Napoli, città dove attualmente vive, Aldo di Mauro è una personalità con un ampio ventaglio di interessi: letteratura, musica, filosofia, poesia e molto altro. Esordisce come poeta nel 1970 con la raccolta Parole e Cose e nel 2001 pubblica per Tullio Pironti Editore Tracce di Vita, che gli vale il premio letterario dell’associazione internazionale Emily Dickinson. Tra il 2006 e il 2007 pubblica la raccolta Occhi negli occhi e il romanzo Ma tu chi sei, che gli vale un sacco di recensioni entusiastiche. Va anche segnalato il saggio Elogio della filosofia del 2007. Dal 1982 è iscritto alla S.I.A.E ed è autore di numerose canzoni, nonché di commedie e monologhi teatrali. La signorina. Romanzo di una Napoli che non esiste più La signorina (sottotitolo: storia di una pianista d’altri tempi) è stato presentato a San Domenico Maggiore in un incontro coordinato dal giornalista Giuseppe Giorgio, il quale l’ha definito «un romanzo di formazione di una donna di altri tempi». La protagonista è, per l’appunto, una donna che vive nei pressi del conservatorio di San Pietro a Majella di Napoli. Ella passa gran parte del suo tempo isolata, suonando il pianoforte e cimentandosi in brani di musica classica e napoletana. La monotonia della sua vita sembra spezzarsi quando inizia a frequentare un giovane uomo, anch’egli pianista, ma una rivelazione è destinata a rimettere tutto in discussione. Una vicenda narrata sullo sfondo di una Napoli riconoscibile in ogni sua strada e via. Nel descrivere il suo romanzo Aldo di Mauro insiste sul tema del passato. Un qualcosa che nei tempi odierni sta scomparendo, soprattutto all’interno delle famiglie. «Nelle famiglie dove non si dialoga non c’è storia. I figli conoscono i genitori nella loro veste genitoriale, ma i genitori non conoscono i loro figli». Da questa massima l’autore ci conduce lungo un viaggio nella Napoli degli anni ’50, mostrando foto di persone e oggetti di quei tempi confinati in una dimensione archeologica come la vammana, la levatrice che aiutava le donne a partorire in casa o i grandi televisori che appartenevano alle famiglie benestanti di ogni condominio le quali invitavano le altre a guardare le prime trasmissioni della RAI. Ma viene rievocato anche il momento delle periodiche, riunioni che avvenivano nelle case private delle famiglie dove spesso e volentieri si recavano le donne nella speranza di trovare marito oltre a contenere, al loro interno, momenti dedicati alle esecuzioni di canzoni del repertorio napoletano e a divertenti poesie comiche che rivivono grazie […]

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Libri

rovere, disponibile anche a fumetti. Recensione

BeccoGiallo Edizioni ha pubblicato rovere, disponibile anche a fumetti, una gradevole graphic novel dedicata al gruppo indie bolognese. I rovere sono nati nel 2016 per iniziativa di Nelson Venceslai, Luca Lambertini, Lorenzo Stivani, Marco Paganelli e Davide Franceschelli. Ben presto la band ha raggiunto la popolarità con l’album di debutto disponibile anche in mogano che ha raggiunto su Spotify la cifra di 18.000.000 ascolti. Alcuni mesi dopo, forti anche di esperienze importanti come il sold out al Covo di Bologna, hanno organizzato il loro primo tour che li ha portati a suonare in città quali Milano, Padova, Roma e Torino. A ottobre 2019 pubblicano per l’etichetta Sony Music l’EP ultima stagione, mentre al 26 giugno di quest’anno risale il nuovo singolo mappamondo. Dopo questa premessa possiamo dedicarci alla recensione di rovere disponibile anche a fumetti, graphic novel pubblicata da BeccoGiallo Edizioni in collaborazione con Bad Moon Rising production. Il volume fa parte di Unplugged, una collana di fumetti dedicata a cantanti del panorama indie italiano che vede all’attivo due volumi dedicati ai Pinguini Tattici Nucleari e a Murubutu. rovere,disponibile anche a fumetti. Recensione La trama è sceneggiata da Lorenzo della Neve e vede i membri della band sotto le mentite spoglie di proprietari di una ditta di ristrutturazioni che, come dei supereroi, usano il potere della loro musica sia per ristrutturare decadenti edifici e sia per aiutare il prossimo. Stupido Clark Kent è disegnata da Mattia “drugo” Secci e vede i rovere impegnati nell’aiutare un maldestro Superman, abbigliato con mutande e lenzuolo a mo’ di mantello, a salvare la sua amata Lois rapita dagli alieni. In Caccia Militare, disegnata da Federico Mele, vediamo i protagonisti addentrarsi in un condominio abitato da un fantasma dispettoso. Peter Pan vede alle matite Valeria Appendino che attraverso disegni colorati e molto semplici narra di un mistero all’interno di una villa lussuosa. Gli autori delle tre storie, che hanno come titoli tre canzoni di successo dei rovere, adoperano stili differenti. Mattia Secci opta per un tratto di disegno in bianco e nero che strizza l’occhio ai cartoni animati degli anni ’30, come quelli di Walt Disney e dei Fratelli Fischier e caratterizzato da un umorismo stralunato e slapstick. Federico Mele è invece più orientato a uno stile dai colori freddi e dal tratto più realistico, mentre Valeria Appendino adopera linee semplici e piene di colori, con le figure che sembrano uscite da un libro per bambini. Tutte e tre le storie, pur essendo autoconclusive e differenti per stile, si leggono nel giro di un’ora e sono molto godibili, grazie alla spensieratezza di fondo di cui sono costituite e anche perché i testi delle canzoni, oltre che come semplice colonna sonora, vengono usati per costruirci attorno le narrazioni strampalate e a tratti dolci di cui i musicisti/operai sono protagonisti. Una lettura molto piacevole per chi ha voglia di qualcosa di leggero e che magari avrà poi voglia di scoprire la discografia di questi cinque ragazzi talentuosi di Bologna. Immagine copertina: ufficio stampa

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Musica

Estate a Napoli, Maldestro presenta il suo nuovo singolo

Nell’ambito di Estate a Napoli 2020 Maldestro ha presentato il suo nuovo singolo, Ma chi me lo fa fare, nel cortile di San Domenico Maggiore. Nell’ambito del progetto Estate a Napoli 2020 Maldestro, nome d’arte di Antonio Prestieri, ha tenuto un concerto a San Domenico Maggiore nella serata del 4 settembre all’interno della rassegna Alto Volume. Maldestro, una carriera ricca di riconoscimenti La carriera di Maldestro, nato a Napoli l’11 marzo del 1985, ha inizio con la pubblicazione dei singoli Sopra al tetto del comune e Dimmi come ti posso amare tratti dall’album Non trovo le parole che gli permettono di vincere numerosi premi come il Premio Ciampi e Musicultura. Nel 2017 partecipa al Festival di Sanremo nella sezione “Nuove Proposte” con il brano Canzone per Federica, classificandosi secondo e vincendo il premio della critica Mia Martini. Il 24 marzo vede la luce il suo secondo album i Muri di Berlino dal quale viene estratto il singolo Abbi cura di te, facente parte della colonna sonora del film Beata Ignoranza. Il tour teatrale del 2018 confluisce nell’album Acoustic solo e nel novembre dello stesso anno esce il terzo album in studio, Mia madre odia tutti gli uomini. Estate a Napoli. Il concerto di Maldestro a San Domenico Maggiore riporta la musica dal vivo Il cantautore partenopeo ha scelto la cornice del cortile di San Domenico Maggiore per presentare il suo nuovo singolo Ma chi me lo fa fare, facente parte del prossimo album in arrivo nell’autunno di quest’anno, nonché un’occasione per ripercorrere la sua carriera artistica attraverso i brani più famosi. Sul palco, illuminato da luci che cambiano colore a seconda della canzone eseguita, ci sono soltanto lui e i suoi compagni di questo piccolo viaggio musicale: una tastiera e una chitarra acustica. Con il suo timbro inconfondibile che sembra ricordare quasi quello di Tom Waits, Maldestro disegna immagini di un amore passato fatto di ricordi e rimpianti, con una voce immune alle illusioni ed elegante. Il pubblico ha potuto gustarsi le versioni dal vivo di Canzone per Federica, Abbi cura di te, Fermati tutta la vita e molte altre canzoni, fino a giungere a una cover di Nessuno vuole essere Robin di Cesare Cremonini e alla presentazione del già citato ultimo singolo Ma chi me lo fa fare. Un brano che lo stesso cantautore ha descritto come un tassello fondamentale della sua svolta artistica e simbolo di un nuovo percorso che, per rielaborare leggermente le sue stesse parole, spera di poter continuare a percorrere con i suoi fan. La vena rassegnata e disillusa sembra far spazio a una ventata di leggerezza e ottimismo nel nuovo singolo. Un invito ad accettarsi così come si è, senza l’ausilio di maschere e volando sopra la distesa di preoccupazioni che appesantiscono l’esistenza di ciascuno di noi. Non sono nemmeno mancati momenti divertenti come, ad esempio, Maldestro che osserva il cielo stellato sopra di lui e, fingendosi ispirato accenna a qualche nota della Sonata al chiaro di luna di Beethoven o anche qualche battuta […]

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Libri

Michele Scalini, avventura e attualità in Trappist Terzo

0111 edizioni ha pubblicato Trappist Terzo, il nuovo e interessante romanzo fantascientifico d’avventura di Michele Scalini. Michele Scalini è nato a Jesi nel 1974. Diplomatosi a una scuola di formazione ha lavorato nel settore dell’automazione industriale, svolgendo attività sia in Italia che all’estero. La fantascienza, alimentata da romanzi, film e serie tv, ma anche saggi e documentari, rappresenta la sua più grande passione e lo ha spinto a pubblicare Era un giorno come tanti, racconto autoprodotto da egli stesso. Seguono poi Destiny, avventure ai margini della galassia e Mikauula, pubblicati per Genesis Publishing e poi Oltre la città, quello che non sai del tuo mondo. Il denominatore che lega tutte queste opere è la predilezione per scenari futuristici e apocalittici, spesso ambientati nello spazio e dal ritmo incalzante. Della stessa pasta è anche Trappist Terzo, ultima fatica che Michele Scalini ha pubblicato con 0111 edizioni, casa editrice che dal 2008 promuove opere di scrittori esordienti e di vario genere. Trappist zero di Michele Scalini, trama Il maggiore Smith si è congedato dall’esercito dopo anni di onorata carriera e ora si ritrova privo di qualsiasi scopo. Prova a intraprendere diversi lavori, ma senza successo. Una sera, mentre si trova al bar, gli capita sotto agli occhi un annuncio che cattura la sua attenzione. Una compagnia sta organizzando una spedizione sul pianeta Trappist Terzo per installarvi una colonia. Smith viene assunto e dopo dieci anni di viaggio in ibernazione giunge sul pianeta, che però risulta essere già abitato da una popolazione aliena. Come se non bastasse la missione non è nient’altro che una copertura per un piano oscuro e toccherà a Smith tentare di sventarlo. Romanzo d’avventura con tematiche attuali Chi cerca un romanzo pieno di azione e dall’intreccio incalzante troverà pane per i propri denti in Trappist zero. Se la trama sa di visto e rivisto è anche vero che scorre via, complice lo stile asciutto e rapido con cui Michele Salini scrive. Alle parole, è proprio il caso di dirlo, si prediligono spesso e volentieri le azioni: non mancano scene di combattimento e di guerra, degne del miglior blockbuster. Naturalmente non mancano tematiche importanti: la colonizzazione di nuovi pianeti si ricollega non soltanto agli esperimenti effettuati dalla NASA per cercare vita su Marte, ma anche ai cambiamenti climatici che hanno messo a repentaglio lo stato di salute del nostro pianeta e che, in un futuro nemmeno tanto lontano, potrebbe costringere le generazioni future ad abbandonarlo in favore di uno nuovo di cui sfruttare avidamente le risorse. Allo stesso modo non mancano i temi, anche essi sempre attuali, della diseguaglianza sociale e del concetto di “invasione straniera” in società diverse, con l’immancabile conseguenza della paura verso ciò che è diverso e non si conosce. Conclusioni Trappist Zero è il più classico dei romanzi d’avventura che resta fedele agli stilemi del genere: combattimenti, inseguimenti e colpi di scena che tengono incollato il lettore fino all’ultima pagina. Ma è anche un romanzo che, seguendo la linea tracciata dalla letteratura fantascientifica, non ha il […]

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Oggi è già domani, la folle New York di Jarett Kobek

In Oggi è già domani Jarett Kobek descrive la New York di fine anni ’80, nella sua mondanità più marcia e allucinogena. 1986, New York. Baby è un ragazzo fresco di diploma che si lascia alle spalle la campagna del Winsconsin, giungendo in città per frequentare l’università. Rimasto orfano di entrambi i genitori si reca da un conoscente che abita in un palazzo occupato nel quartiere di Alphabet City. Quando questi tenta di rubargli i soldi Baby cerca un modo di fuggire da quel posto e si imbatte in Adeline, una ragazza di qualche anno più grande di lei succube di un fidanzato drogato. Baby riesce a salvarla da quella relazione tossica e lei lo ospita nel suo dormitorio. Tra i due nasce un’amicizia duratura che attraversa gli ultimi anni ’80 e giunge alla meta dei ’90 e che li vedrà a contatto con personaggi ed eventi della vita mondana della New York di quel periodo, tra festini, droghe e diseguaglianza sociale. Oggi è già domani. La “Grande Mela” non è mai stata così marcia Dopo il successo di Io Odio Internet Fazi Editore pubblica anche in Italia Oggi è già domani, secondo romanzo di Jarett Kobek che fa anche da prequel al primo. A una lettura rapida il romanzo si potrebbe catalogare in quello che è il genere “di formazione” e, in effetti, gli elementi ci sono tutti: giovani protagonisti che vivono esperienze che li segnano nel bene e nel male e che, in un certo senso, li “formano” come uomini e donne. In realtà Oggi è già domani è soprattutto un affresco della città di New York tra il 1986 e il 1996, descritta nei minimi dettagli dalle voci di entrambi i protagonisti che si alternano lungo la narrazione. Baby è un aspirante scrittore di fantascienza e omosessuale dichiarato che dalla umile realtà della fattoria di famiglia del Winsconsin si ritrova catapultato nell’enorme caleidoscopio multiculturale della Grande Mela. Adeline proviene invece da una famiglia benestante di San Francisco, ma fugge a New York per via di una madre alcoolizzata e di un passato doloroso, nutrendo il sogno di diventare una fumettista. Nella loro ricerca di un posto nel mondo i due finiscono per immergersi appieno nella vita notturna dei locali di Manhattan fatta di droghe, fiumi di alcool, aspiranti artisti, santoni, maniaci, punk, drag queen, pseudo-guru, editori sopra le righe e rapporti occasionali nel pieno dell’emergenza HIV. Enrica Budetta, la traduttrice del romanzo, ha notato come Jarett Kobek si sia impegnato a fondo non soltanto nel ricreare la New York di quel tempo con tutte le sue strade, i suoi locali, i suoi negozi e, soprattutto, con i riferimenti alla musica, al cinema e alla cultura pop di quegli anni, ma anche nel conferire una diversa tonalità e un diverso linguaggio ai suoi due protagonisti. Entrambi adoperano un vocabolario e un linguaggio diversificati, a stretto contatto con gli ambienti che frequentano. Ma lo scrittore turco-americano dà prova di virtuosismi soprattutto nei momenti in cui i suoi personaggi assumono […]

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Firenze, un film. Il nuovo romanzo di Riccardo Lestini

Per le edizioni FogliodiVia è uscito Firenze, un film, secondo romanzo dello scrittore umbro Riccardo Lestini Nato a Passignano sul Transimmeno il 22 dicembre 1975 Riccardo Lestini ha raggiunto una certa notorietà con il romanzo Il piccolo principe è morto, vincitore del premio Strega giovani 2019. Ha anche pubblicato la raccolta di poesie Solitudini ed è autore di alcuni testi teatrali. Da alcuni anni insegna italiano in un liceo di Firenze. Proprio il capoluogo della Toscana è protagonista di Firenze, un film, romanzo pubblicato da FogliodiVia il 2 marzo di quest’anno. Uno sguardo alla trama del romanzo di Lestini Quindici racconti costituiscono la stesura di questo vero e proprio romanzo corale, ambientato nella più importante città culturale italiana. Quindici esistenze diverse, le cui vite si alternano lungo la narrazione e si consumano in un’intera giornata. C’è un netturbino misantropo e infuriato con il mondo intero, un adolescente alle prese con i problemi di cuore, due compagni di università che si incontrano dopo tanto tempo, un senzatetto innamorato, una ragazza che ha perso misteriosamente la memoria, una prostituta che sogna una vita diversa, una commessa innamorata di uno scrittore squattrinato. Figura principale della storia è un giovane videomaker che con la sua immancabile macchina da presa riprende le vite degli altri e, in particolare, quella di una misteriosa studentessa che decide di pedinare. Firenze più reale che mai La Firenze descritta da Riccardo Lestini è sicuramente una città viva e pulsante, estranea alla patina artistica e culturale a cui sono abituati i turisti. Lo si comprende dall’uso della lingua viva tendente all’uso di costruzioni sintattiche e linguistiche tipiche dell’italiano regionale e anche del dialetto fiorentino. Proprio quest’ultimo merita una nota di particolare attenzione dal momento che l’autore, pur non essendo nativo di Firenze, è riuscito nell’impresa di riportare la parlata tipica della città con estrema cura, anche se eccede fin troppo nell’uso di imprecazioni ed espressioni offensive. Un punto che va a compromettere la leggibilità e che potrebbe scoraggiare i lettori più sensibili a proseguire la lettura del romanzo. La struttura narrativa di Firenze, un film è particolare. I quindici racconti si propagano lungo un’intera giornata e si alternano tra di loro, comportando un cambiamento continuo del punto di vista. Questo schema risponde bene all’idea che sta alla base, quella di raccontare delle storie come se fossero la sceneggiatura o le inquadrature di un film. Idea interessante e sicuramente innovativa che difficilmente incontra il gusto di chi preferirebbe una narrazione lineare e priva di continui passaggi da una situazione all’altra. Ciò non toglie che l’ultima fatica letteraria di Riccardo Lestini sia leggibile ed estremamente godibile. Firenze, un film è un romanzo destinato principalmente a chi cerca una narrazione aspra, dura e dal più crudo realismo. Ma è anche un romanzo che non risparmia momenti di tenerezza e compassione, sullo sfondo della capoluogo della Toscana.   Immagine copertina: ufficio stampa

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Culturalmente

Pubblicità anni 90. Le dieci più famose di sempre

Viaggio nel mondo delle pubblicità anni ’90, tra ricordi colmi di nostalgia e altri che avremmo preferito rimuovere dalla mente! Gli anni ’90. Un fiume di ricordi allaga le nostre menti al solo sentirli nominare. Erano gli anni in cui le lettere si scrivevano e inviavano a mano (niente posta elettronica), dove dovevi chiamare gli amici per telefono quando volevi organizzare un pomeriggio fuori (Whatsapp o Telegram? Ma anche no) e dove la musica la ascoltavi sintonizzandoti su MTV ogni pomeriggio o nel tuo fido walkman con dentro le cassette (Spotify e servizi simili erano ancora una lontana utopia). Ma erano anche gli anni in cui abbiamo trascorso tante e troppe ore della nostra vita davanti al televisore per non perderci l’ultima puntata del nostro cartone preferito o del telefilm del momento, quando i tempi dello streaming erano ancora lontani. Ovviamente la televisione trasmetteva anche molta pubblicità e negli anni ’90 ne sono passati di spot. Alcuni di questi li ricordiamo con affetto, collegandoli a un dolce passato dove tutto sembrava più semplice e genuino. Altri ci fanno mettere le mani davanti agli occhi per quanto fossero squisitamente trash facendoci dire frasi come: «Ma davvero da piccolo mi piaceva ‘sta roba?». Che vogliate rituffarvi nel mare dei ricordi o allontanarvi da essi, stiamo per fare un bel viaggio all’indietro nelle pubblicità anni ’90 attraverso dieci spot che, secondo noi, hanno segnato il nostro immaginario nel bene e nel male. Il tempo di collegare il videoregistratore alla tv e… si parte! Pubblicità anni ’90. Ferrero Rocher (1992) «Ambrogio?» «Signora?» «Avverto un leggero languorino!» Chi non l’ha letta con le loro voci sta spudoratamente mentendo. I protagonisti di questo spot sono una donna di rango borghese, con cappello e tailleur gialli e il suo fidato maggiordomo/autista Ambrogio. Imbottigliata nel traffico della città, la donna comunica al suo fido assistente che ha fame con una frase passata alla storia dell’etere televisivo: «La mia non è proprio “fame”. È più… voglia di qualcosa di buono!». Detto fatto: il buon vecchio Ambrogio, da infallibile e previdente maggiordomo, preme un pulsante dell’auto e, come per magia, davanti alla donna si apre un mobiletto dal quale esce un vassoio con una piramide di Ferrero Rocher. Uno spot elegante e semplice al tempo stesso, anche perché tutti noi abbiamo desiderato un’auto con annesso scompartimento dei celebri cioccolatini. Se però all’epoca la vista di quella piramide di palline gialle ci avrebbe fatto venire l’acquolina in bocca, oggi sappiamo che, come minimo, da quello stesso scompartimento dovrebbe uscire un bel cuzutiello ripieno di polpette al sugo e melanzane, da consumare avidamente senza curarsi di alcuna norma del galateo, per soddisfare il nostro appetito.   Pubblicità anni ’90. La Cremeria Motta (1994) Anche qui ci troviamo davanti a un tormentone ricordato da molti. Il suono di un citofono fa alzare dal divano una signora che nello schermo dell’apparecchio (era uno di quei citofoni provvisti anche di telecamera) intravede il viso di un ragazzo occhialuto che le rivolge una domanda: «C’è Gigi?». […]

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Culturalmente

Locus Amoenus. Da Teocrito al ‘900

Nella letteratura si è fatto spesso uso di un motivo denominato locus amoenus. Tale definizione, che significa “luogo sereno/piacevole” indica una località immersa nella natura e priva di legami temporali e spaziali, dove gli uomini vivono sereni e lontani dai clamori e dai disordini della vita cittadina. Locus amoenus. Teocrito e Virgilio Questo topos letterario ha i suoi natali nel mondo classico, dove il primo ad adoperarlo fu il poeta greco Teocrito nei suoi Idilli. Dei 30 componimenti che costituiscono l’opera, 8 sono riconducibili alla poesia bucolica, un genere che ha come tema l’Arcadia: un mondo pastorale caratterizzato da una campagna verdeggiante e allegra, con fiumi che scorrono e animali che pascolano, dove i protagonisti sono pastori (bukòloi, per l’appunto) che trascorrono il loro tempo cimentandosi in tenzoni poetiche, senza preoccuparsi dei problemi che affliggono gli abitanti delle città. Virgilio contribuisce a far conoscere quel mondo a Roma con le Bucoliche, raccolta di dieci ecloghe composte tra il 42 e il 39 a.C. Fin dal titolo, latinizzazione del greco boukólos, si avverte il desiderio di comporre una poesia ispirata a una dimensione di simbiosi tra uomo e natura, ma con le dovute distanze dal modello originale. Si veda la prima ecloga dove si assiste a un dialogo tra Titiro e Melibeo, due pastori segnati da due diversi destini. Mentre il secondo si vede sottratte le proprie terre ed è costretto a tornare in città, un riferimento all’esito della battaglia di Filippi del 42 a.C., dove l’imperatore Ottaviano Augusto ricompensò i soldati veterani dando loro terre confiscate ai latifondisti (e di tale provvedimento fu vittima lo stesso Virgilio), il primo potrà continuare a vivere nelle sue grazie all’intercessione di un “dio”, (deus) dai critici identificato con lo stesso Augusto. Interessante è anche la decima di egloga dove protagonista è Cornelio Gallo, poeta e amico di Virgilio che si rifugia nel mondo bucolico per sfuggire alle pene d’amore causate dalla lontananza dell’amata Licoride. Egli pensa che il dedicarsi a una vita di lavori agricoli e di canti con la lira sotto l’ombra di un albero riuscirà ad alleviare le proprie sofferenze. Ma a Gallo basta nominare continuamente il nome della ragazza per sentenziare una frase emblematica: «omnia vincit Amor; et nos cedamus Amori» (“Amore vince tutto e all’Amore cediamo”). Chiudendo la propria opera con questo componimento, Virgilio ammette che il locus amoenus è soltanto una soluzione temporanea, che non può alleviare il dolore degli uomini totalmente. Ma soprattutto rinuncia al clima spensierato e pacifico di Teocrito, aggiungendo note malinconiche e riferimenti alla vita pubblica e politica di Roma. Il locus amoenus nel Medioevo Nell’età dei “secoli oscuri” sono stati molti i poeti che hanno adoperato nelle loro opere questo motivo. Le canzoni dei trovatori provenzali sono spesso caratterizzate da quello che viene chiamato “esordio stagionale”, che consiste nella descrizione di un paesaggio primaverile, in similitudine o in contrasto con l’animo del poeta che si accinge a scrivere versi d’amore. Altri due autori medievali hanno usato il locus amoenus in modo interessante. Il primo […]

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Culturalmente

La novella delle papere. L’autodifesa di Boccaccio

La novella delle papere serve a Giovanni Boccaccio sia per ribadire gli ideali del Decameron che per rammentare l’irresistibile forza dell’amore. Il Decameron di Giovanni Boccaccio è una delle opere più celebri della letteratura italiana medievale. Summa della tradizione novellistica, l’opera dell’autore certaldese raccoglie novelle diverse per trama, ambientazione temporale, collocazione geografica e genere: avventura, dramma, fiaba, beffa… tante narrazioni diverse legate da un solo e unico collante: l’amore. Che assuma l’aspetto della generosità di Federigo degli Alberighi, della follia di Elisabetta da Messina o della pura carnalità con sfumature comiche come nelle novelle raccontate da Dioneo, il più spinto e “anarchico” membro della brigata dei narratori, rappresenta una necessaria costante per la macchina narrativa di Boccaccio. Ma fu proprio il voler focalizzarsi su questa tematica tanto cara alle donne, destinatarie principali dell’opera, a procurare a Boccaccio non poche critiche da parte di molti detrattori. Ciò lo costrinse a scendere in prima linea per difendere i valori della sua opera e, proprio come fanno i suoi giovani narratori, risponde raccontando una novella: la novella delle papere. La novella delle papere. L’Introduzione alla quarta giornata Nell’Introduzione alla quarta giornata Boccaccio sospende la narrazione che fa da cornice al Decameron, quella della brigata, per prendere lui stesso la parola. Assieme al Proemio e alla Dedica alle donne rappresenta la terza occasione in cui è l’autore a parlare in prima persona. Rivolgendosi alle «Carissime donne», Boccaccio dichiara che l’«impetuoso vento e ardente della ‘nvidia» si è scagliato sulle sue novelle che circolavano ancor prima che il Decameron fosse ultimato, finendo per essere accusato dai «savi uomini» di curarsi fin troppo del genere femminile e dell’amore in un età in cui non dovrebbe farlo più (Come spiega anche nel Proemio, Boccaccio ha quasi 40 anni quando scrive il Decameron). Egli dovrebbe piuttosto volgere le sue attenzioni alle «Muse in Parnaso» lasciando perdere la stesura di narrazioni di lingua e argomenti umili come le novelle e dedicarsi alla poesia, l’unico genere degno di conferirgli dignità letteraria. Ci sono poi altri detrattori che lo accusano di scrivere novelle ispirate a fatti non veri e altri ancora che lo invitano «ad aver del pane» invece di perder tempo dietro a queste «frasche»: dovrebbe guadagnarsi da vivere come ogni essere umano normale e smetterla di perdere tempo dietro a queste sciocchezze. Boccaccio decide di rispondere a ognuna di queste accuse raccontando la novella delle papere, da molti critici designata come la centunesima della raccolta. Trama Un tempo a Firenze viveva un tale Filippo Balducci, uomo benestante sposato con una donna che amava moltissimo. Quando ella morì le lasciò un figlioletto che Filippo, afflitto dal dolore, decise di portare con sé sul «monte Asinaio» (il monte Senario, nei pressi del Mugello) per dedicarsi alla vita da eremita. I due trascorrono la vita all’interno di una celletta, in completa solitudine ed estranei a tutto ciò che accade nel mondo. Trascorrono gli anni e il figlio di Filippo è divenuto maggiorenne. Sapendo che il padre, oramai anziano, si reca spesso a […]

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Libri

Nemo, il nuovo volume degli Straordinari gentlemen

Bao Publishing ha pubblicato lo scorso febbraio Nemo, il nuovo volume facente parte della saga de La lega degli straordinari gentlemen. Per coloro il cui titolo non dice nulla, La lega degli straordinari gentlmen è una delle più celebri saghe fumettistiche nata dalla mente di Alan Moore (From Hell, The Killing Joke, Watchmen) e illustrata dal fumettista Kevin O’Neill. Protagonisti di questa serie sono tra i più celebri personaggi della letteratura di fine ‘800 e inizio ‘900, riproposti in chiave supereroistica: Il dottor Henry Jekyll, l’Uomo Invisibile e il Capitano Nemo, giusto per citarne alcuni. Dopo i primi tre volumi dedicati alle vicende principali della lega, Bao Publishing ne pubblica un quarto con all’interno un ciclo di tre storie che Moore e O’Neill dedicano a Janni Dakkar, la figlia del capitano Nemo di cui prende anche il comando del mitico sottomarino Nautilius. Le storie sono state tradotte da Michele Foschini e sono fedeli al formato dell’edizione inglese/americana. Nemo, trama delle storie Le storie seguono un preciso ordine cronologico, che va dagli anni ’20 agli anni ’70 del secolo scorso, e che vedono il capitano Jenni (il secondo Nemo) raccogliere l’eredità paterna in una serie di avventure dove lei e i suoi compagni si ritrovano a fronteggiare una serie di minacce tutte collegate ad Ayesha, immortale sovrana del regno di Korr che mira al controllo del mondo. Cuore di ghiaccio porta Janni e il suo equipaggio in una spedizione in Antartide nel 1921 alla ricerca delle “Montagne della follia”, di cui il Capitano Nemo ha scritto nei suoi diari. Oltre a doversi confrontare con alcuni avventurieri/sicari mandati da Ayesha, Janni e i suoi devono anche fare i conti con perturbanti e mostruose visioni degne del miglior romanzo gotico. Le Rose di Berlino ci trasporta nel 1941, nella Germania nazista. Qui Janni e il marito Broad Arrow Jack devono salvare la figlia Hiri e il genero tenuti prigionieri dal dittatore Hynkel (chiamato come l’omonimo personaggio de il Grande Dittatore di Charlie Chaplin) e dai suoi seguaci che Alan Moore rimodella dal cinema espressionista tedesco, come il dottor Caligari e l’androide di Metropolis di Fritz Lang (proprio a questo film si rifà l’architettura tecnologicamente mostruosa della Berlino immaginata dai due autori, mescolata a visioni propagandistiche prese da Orwell). A chiudere il ciclo è Fiume di Spettri, ambientata nel 1975. Un’anziana Janni viene visitata dagli spirti dei suoi compagni di viaggio e parte per un’ultima missione nel Rio delle Amazzoni, con l’obiettivo di cancellare per sempre la minaccia di Ayesha che, in mezzo a una foresta, ha riunito attorno a sé alcuni scienziati tedeschi che hanno costruito un esercito di androidi femminili e alcuni di essi hanno le stesse sembianze della regina. Una spirale di citazioni e inquietudini Le storie raccolte all’interno di Nemo non vanno concepite come una lettura da affrontare a cuor leggero. Del resto Alan Moore, come gli appassionati di comics ben sapranno, è una fucina vivente di idee e di rimandi a tutto lo scibile che la cultura umana abbia […]

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