Seguici e condividi:

Eroica Fenice

Culturalmente

La novella delle papere. L’autodifesa di Boccaccio

La novella delle papere serve a Giovanni Boccaccio sia per ribadire gli ideali del Decameron che per rammentare l’irresistibile forza dell’amore. Il Decameron di Giovanni Boccaccio è una delle opere più celebri della letteratura italiana medievale. Summa della tradizione novellistica, l’opera dell’autore certaldese raccoglie novelle diverse per trama, ambientazione temporale, collocazione geografica e genere: avventura, dramma, fiaba, beffa… tante narrazioni diverse legate da un solo e unico collante: l’amore. Che assuma l’aspetto della generosità di Federigo degli Alberighi, della follia di Elisabetta da Messina o della pura carnalità con sfumature comiche come nelle novelle raccontate da Dioneo, il più spinto e “anarchico” membro della brigata dei narratori, rappresenta una necessaria costante per la macchina narrativa di Boccaccio. Ma fu proprio il voler focalizzarsi su questa tematica tanto cara alle donne, destinatarie principali dell’opera, a procurare a Boccaccio non poche critiche da parte di molti detrattori. Ciò lo costrinse a scendere in prima linea per difendere i valori della sua opera e, proprio come fanno i suoi giovani narratori, risponde raccontando una novella: la novella delle papere. La novella delle papere. L’Introduzione alla quarta giornata Nell’Introduzione alla quarta giornata Boccaccio sospende la narrazione che fa da cornice al Decameron, quella della brigata, per prendere lui stesso la parola. Assieme al Proemio e alla Dedica alle donne rappresenta la terza occasione in cui è l’autore a parlare in prima persona. Rivolgendosi alle «Carissime donne», Boccaccio dichiara che l’«impetuoso vento e ardente della ‘nvidia» si è scagliato sulle sue novelle che circolavano ancor prima che il Decameron fosse ultimato, finendo per essere accusato dai «savi uomini» di curarsi fin troppo del genere femminile e dell’amore in un età in cui non dovrebbe farlo più (Come spiega anche nel Proemio, Boccaccio ha quasi 40 anni quando scrive il Decameron). Egli dovrebbe piuttosto volgere le sue attenzioni alle «Muse in Parnaso» lasciando perdere la stesura di narrazioni di lingua e argomenti umili come le novelle e dedicarsi alla poesia, l’unico genere degno di conferirgli dignità letteraria. Ci sono poi altri detrattori che lo accusano di scrivere novelle ispirate a fatti non veri e altri ancora che lo invitano «ad aver del pane» invece di perder tempo dietro a queste «frasche»: dovrebbe guadagnarsi da vivere come ogni essere umano normale e smetterla di perdere tempo dietro a queste sciocchezze. Boccaccio decide di rispondere a ognuna di queste accuse raccontando la novella delle papere, da molti critici designata come la centunesima della raccolta. Trama Un tempo a Firenze viveva un tale Filippo Balducci, uomo benestante sposato con una donna che amava moltissimo. Quando ella morì le lasciò un figlioletto che Filippo, afflitto dal dolore, decise di portare con sé sul «monte Asinaio» (il monte Senario, nei pressi del Mugello) per dedicarsi alla vita da eremita. I due trascorrono la vita all’interno di una celletta, in completa solitudine ed estranei a tutto ciò che accade nel mondo. Trascorrono gli anni e il figlio di Filippo è divenuto maggiorenne. Sapendo che il padre, oramai anziano, si reca spesso a […]

... continua la lettura
Libri

Nemo, il nuovo volume degli Straordinari gentlemen

Bao Publishing ha pubblicato lo scorso febbraio Nemo, il nuovo volume facente parte della saga de La lega degli straordinari gentlemen. Per coloro il cui titolo non dice nulla, La lega degli straordinari gentlmen è una delle più celebri saghe fumettistiche nata dalla mente di Alan Moore (From Hell, The Killing Joke, Watchmen) e illustrata dal fumettista Kevin O’Neill. Protagonisti di questa serie sono tra i più celebri personaggi della letteratura di fine ‘800 e inizio ‘900, riproposti in chiave supereroistica: Il dottor Henry Jekyll, l’Uomo Invisibile e il Capitano Nemo, giusto per citarne alcuni. Dopo i primi tre volumi dedicati alle vicende principali della lega, Bao Publishing ne pubblica un quarto con all’interno un ciclo di tre storie che Moore e O’Neill dedicano a Janni Dakkar, la figlia del capitano Nemo di cui prende anche il comando del mitico sottomarino Nautilius. Le storie sono state tradotte da Michele Foschini e sono fedeli al formato dell’edizione inglese/americana. Nemo, trama delle storie Le storie seguono un preciso ordine cronologico, che va dagli anni ’20 agli anni ’70 del secolo scorso, e che vedono il capitano Jenni (il secondo Nemo) raccogliere l’eredità paterna in una serie di avventure dove lei e i suoi compagni si ritrovano a fronteggiare una serie di minacce tutte collegate ad Ayesha, immortale sovrana del regno di Korr che mira al controllo del mondo. Cuore di ghiaccio porta Janni e il suo equipaggio in una spedizione in Antartide nel 1921 alla ricerca delle “Montagne della follia”, di cui il Capitano Nemo ha scritto nei suoi diari. Oltre a doversi confrontare con alcuni avventurieri/sicari mandati da Ayesha, Janni e i suoi devono anche fare i conti con perturbanti e mostruose visioni degne del miglior romanzo gotico. Le Rose di Berlino ci trasporta nel 1941, nella Germania nazista. Qui Janni e il marito Broad Arrow Jack devono salvare la figlia Hiri e il genero tenuti prigionieri dal dittatore Hynkel (chiamato come l’omonimo personaggio de il Grande Dittatore di Charlie Chaplin) e dai suoi seguaci che Alan Moore rimodella dal cinema espressionista tedesco, come il dottor Caligari e l’androide di Metropolis di Fritz Lang (proprio a questo film si rifà l’architettura tecnologicamente mostruosa della Berlino immaginata dai due autori, mescolata a visioni propagandistiche prese da Orwell). A chiudere il ciclo è Fiume di Spettri, ambientata nel 1975. Un’anziana Janni viene visitata dagli spirti dei suoi compagni di viaggio e parte per un’ultima missione nel Rio delle Amazzoni, con l’obiettivo di cancellare per sempre la minaccia di Ayesha che, in mezzo a una foresta, ha riunito attorno a sé alcuni scienziati tedeschi che hanno costruito un esercito di androidi femminili e alcuni di essi hanno le stesse sembianze della regina. Una spirale di citazioni e inquietudini Le storie raccolte all’interno di Nemo non vanno concepite come una lettura da affrontare a cuor leggero. Del resto Alan Moore, come gli appassionati di comics ben sapranno, è una fucina vivente di idee e di rimandi a tutto lo scibile che la cultura umana abbia […]

... continua la lettura
Attualità

Università chiuse. Noi giovani non contiamo.

Se un paese preferisce tenere le università chiuse a discapito delle discoteche, quel paese non crede nei giovani e nell’istruzione. Ci sarebbe da ridere e anche di gusto, se la situazione attuale che molti miei coetanei stanno vivendo in questi giorni non fosse drammaticamente vera. Da quando il 4 maggio scorso è iniziata la Fase 2 della lotta al Covid-19, in tutta Italia hanno pian piano riaperto le grandi e piccole attività. In seguito, hanno riaperto i bar e i locali vari ed è persino ricominciata la Serie A. Peccato che lo stesso discorso non si possa applicare al mondo dell’istruzione. Se la scuola pubblica, già mutilata da anni di tagli e riforme scellerate, naviga in un mare di incertezze ed è stata temporaneamente risparmiata dalla scure dei divieti consentendo ai maturandi di sostenere l’esame di stato in sede, non si può dire lo stesso delle università che ancora risultano essere chiuse. Dall’inizio del lockdown a oggi gli studenti e i professori hanno dovuto fare i conti con i disagi che la didattica a distanza comporta tra lezioni ed esami, senza dimenticare il fatto che non hanno avuto accesso a libri e materiali custoditi nelle biblioteche. Perché se per alcuni la quarantena è stato un periodo fatto di pizze impastate, maratone di serie tv ed esercizi di ginnastica fatti in casa per poi divenire stories da mettere su Instagram, per gli universitari è stato un periodo fatto di sveglie all’alba per seguire le lezioni dei docenti su Microsoft Teams, di file chilometriche fuori alle librerie e alle copisterie per comprare i libri degli esami e di ore passate su di essi per studiare come sempre. Anche le sedute di laurea devono adattarsi alle misure anti-contagio, consentendo ai laureandi di portare soltanto due accompagnatori nelle aule in cui si svolgeranno le sedute. Quello che dovrebbe essere un traguardo irripetibile e un momento di gioia si ricopre di una patina amara e molti di noi trovano inspiegabile il fatto che, nonostante le misure di sicurezza adottate, usare delle aule più ampie sia fuori discussione. Infine, come se il danno da solo non bastasse, ci si mette anche la beffa. Da qualche giorno sta facendo discutere la foto pubblicata da un noto dj veronese sul proprio profilo Instagram mentre si fa ritrarre con alle spalle una miriade di ragazzi e ragazze che ballano in discoteca, senza mascherina e senza rispettare le minime norme riguardanti il distanziamento sociale. Guardando quella foto un laureando che non potrà portare con sé amici e parenti cosa dovrebbe pensare? Nulla, se non arrabbiarsi e chiedersi se le aule di università debbano rappresentare un luogo a maggior rischio assembramenti rispetto a luoghi di ritrovo in cui, oggettivamente, le norme anti-covid non possono essere rispettate. Ecco cosa i miei coetanei e io stesso, che dovrei ritenermi fortunato per essere riuscito a laurearmi in presenza poco prima che l’Italia divenisse zona rossa, critichiamo di questa situazione così paradossale. Non la riapertura dei locali in sé, che danno comunque lavoro, ma chi […]

... continua la lettura
Musica

Black Flowers Cafe. Viaggio tra le sonorità di Flow

Flow è l’ultima fatica musicale dei Black Flowers Cafe, un viaggio all’interno di armonie musicali eteree e differenti tra di loro. I Black Flowers Cafe sono un progetto nato a Cosenza dall’unione di Angelo, Antonio, Fernando e Gaetano, quattro amici che dieci anni fa decisero di creare un’esperienza musicale che nel 2011 e nel 2012 confluisce negli EP Rising Rain e Falling Ashes, giungendo alla pubblicazione del loro album omonimo nello stesso 2012. Il successo all’estero per questa band calabrese non tarda ad arrivare, con siti e blog musicali che ne elogiano entusiasti il sound. Il capitolo successivo dei Black Flowers Cafe ricopre un arco di anni che vanno dal 2015 al 2018, dove registrano i singoli Be/polar, Mintaka II e Never Trust Me, che confluiscono nell’EP Islands. Si giunge poi al 2020 con la pubblicazione del loro ultimo lavoro sotto l’etichetta La lumaca Dischi: Flow, un viaggio sonoro negli emisferi variegati della musica. Flow, l’ultimo album dei Black Flowers Cafe Flow è un album che rappresenta il culmine delle sonorità testate dai Black Flowers Cafe. Un’esperienza musicale che attira, come una calamita, undici brani differenti per tono e per stile concepiti per essere inseriti all’interno di una struttura armonica che cattura l’ascoltare sin dalla prima nota. Fin dalla breve Intro che apre l’album capiamo di trovarci davanti al flusso (flux), di un fiume da cui bisogna lasciarsi trasportare. I Black Flowers Cafe cullano le nostre orecchie con brani molto differenti tra di loro. Alcuni riconducono ad atmosfere eteree e paradisiache come January, Up the River, Kinshasha e Caribe (questi ultimi due, in particolare, sono arricchiti da elementi della musica africana uniti a un ritmo pop rock), altri invece strizzano l’occhio al rock più indie come Cocktail Party e Who, brani frizzanti e dall’andamento veloce che si oppongono ad altri più riflessivi come Never trust me e Stage one, in un saliscendi continuo tra tonalità liete e tonalità cupe, che riescono a convivere in armonia. Anche i testi delle canzoni rispondono a questa varietà, con tematiche che vanno dall’introspezione psicologica alla letteratura, di cui vengono nascoste citazioni tra un verso e l’altro che l’ascoltatore scopre a ogni riascolto. Un viaggio tra gli umori della musica Con Flow i Black Flowers Cafe proseguono il loro lavoro fatto di sperimentazioni e contaminazioni tra generi diversi, regalandoci un album davvero singolare. Un percorso fatto di salite e ricadute lungo gli emisferi della musica, dove all’ascoltatore viene precluso il lusso di poter scegliere liberamente da quale brano iniziare. Quello che dobbiamo fare è soltanto immergerci in questo “flusso continuo” e lasciarci trasportare dalla sua corrente sonora. Magari in giornate estive come queste, dove il tempo è un’entità sospesa che trasforma i giorni in un flusso lento e indistinto. Fonte copertina: Ufficio stampa  

... continua la lettura
Libri

Io, Tony Tammaro. La storia di Vincenzo Sarnelli

Graus edizioni pubblica Io, Tony Tammaro, un piacevole libro sulla vita e sulla carriera di uno dei più iconici cantanti napoletani Alzi la mano chi, durante una scampagnata alla villa comunale il giorno di Pasquetta o durante i giorni di noia tra un esame all’università e qualche pausa dal lavoro, non ha mai intonato hit intramontabili quali Patrizia, Supersantos, Scalea e Mio fratello fuma a scrock. Sono soltanto alcune delle più note canzoni di Vincenzo Sarnelli, noto ai più con lo pseudonimo di Tony Tammaro. Cantautore divenuto noto in Campania per le sua discografia riconducibile alla categoria della “musica demenziale”, si racconta a Ignazio Senatore in un’intervista che confluisce nel libro Io, Tony Tammaro, pubblicato da Graus edizioni all’interno della collana Personaggi lo scorso maggio. Io, Tony Tammaro. Il “tamarro” che non ti aspetti Esortato da Ignazio Senatore, psicologo e apprezzato critico cinematografico di cui si ricordano opere come Cantanti musicisti e rock band. I 100 film più belli, Tony Tammaro racconta la sua vita e la sua carriera tanto nei momenti felici e in quelli non proprio lieti. Figlio d’arte di Egisto Sarnelli, Vincenzo racconta di come fin dall’infanzia sia cresciuto in un ambiente che lo ha stimolato musicalmente e che lo ha spinto a intraprendere la carriera di cantante. Una carriera, come si è detto, piena di momenti di luce e di qualche ombra. La gavetta al Clarinetto di Alan de Luca e al Kiss Kiss Café al Rione Alto, il successo (e l’immeritata volgarità attribuitagli) ottenuto grazie alle famose cassette pirata “Mixed by Erry” e alla pubblicazione della Prima cassetta di musica tamarra nel 1989. Quello che diverrà poi Tony Tammaro non manca di parlare della sua esperienza televisiva con Tamarradio, programma di cui ancora si trovano sketch su You Tube e di quella nel mondo del cinema dove recita nei film Gole Ruggenti (1992) di Pier Francesco Pignitore, La parrucchiera (2016) di Stefano Incerti e Achille Tarallo (2018) di Antonio Capuano, senza dimenticare l’esperienza radiofonica a Radio Marte. Ma Io, Tony Tammaro non è un’ascetica biografia del nostro cantante. Si tratta piuttosto di un ritratto genuino e sincero di un artista di cui, soprattutto noi ascoltatori campani, siamo abituati a vedere la facciata più scanzonata e allegra. Anzi, per usare un termine più adatto, quella “tamarra”. Lo stesso Tony Tammaro ci tiene a precisare il significato di questo pseudonimo, collegabile a un mondo verso cui prova curiosità sin da bambino: «I tamarri di cui parlo in alcune canzoni sono quelli che si stupiscono. Sono, è anche vero, dei “losers”, degli sfigati, degli anti-eroi, dei personaggi che collezionano soltanto rifiuti dalla donna che amano, che fanno delle figuracce perché inadeguati e non attrezzati culturalmente». Dietro a ogni storia raccontata nelle proprie canzoni ci sono ritratti di quegli uomini e di quelle donne a tratti strampalati e distanti anni luce dal modo di vivere normale accettato dalla società, ma senza alcuna intenzione di umiliazione. Dietro infatti al personaggio di Tony Tammaro, cantante dalla voce nasale che parla un […]

... continua la lettura
Culturalmente

Flashback e Flashforward, cosa sono

Scopriamo insieme le tecniche narrative del Flashback e del Flashforward, tramite alcuni esempi letterari e cinematografici. Qualsiasi tipologia di narrazione deve possedere non soltanto una trama lineare e dei personaggi ben caratterizzati. ma deve saper adoperare anche tutto quell’ampio ventaglio di tecniche utili per tenere alta l’attenzione del suo pubblico. Le più utilizzate tra queste sono quelle del flashback e del flashforward, che si basano sul tempo del racconto. Flashback e Flashforward all’interno della fabula e dell’intreccio Prima di parlare ampiamente di queste due tecniche, è necessario spendere qualche parola su quello che viene definito come tempo del racconto, che può essere inteso come fabula e intreccio. Rispettivamente la storia può seguire l’ordine cronologico degli eventi (nascita – vita – morte) o quello strettamente narrativo (morte – nascita- vita). In entrambi i casi, ma di più nel secondo, l’autore può avvalersi dell’uso del flashback e del flashforward. Flashback. Cos’è ed esempi Il flashback, che in italiano corrisponde all’analessi, permette di andare a ritroso nel tempo del racconto, mostrando eventi che sono accaduti in precedenza o episodi chiave della vita di un personaggio che sono utili per capire la trama principale, nonché alcune sue caratteristiche. Si rivela indispensabile anche per coprire gli eventuali buchi di trama che possono intaccare la linearità della vicenda. Questa tecnica risale ai poemi epici. Gran parte dell’Odissea di Omero è in fin dei conti un lungo flashback dove Ulisse, giunto alla corte di Alcinoo come ospite, racconta le avventure vissute assieme ai suoi compagni una volta fuggito da Troia. Nella letteratura italiana è celebre l’esempio de I promessi sposi dove Alessandro Manzoni interrompe la narrazione principale per parlare del passato di Fra Cristoforo, della Monaca di Monza, dell’Innominato e del cardinale Federigo Borromeo. Si può anche citare La freccia del tempo, romanzo scritto da Martin Amis nel 1990 che narra la storia di un ex medico nazista partendo dalla sua morte per poi concludersi con la sua nascita. Qui la tecnica del flashback viene usata per innescare curiosità nel lettore, in quanto egli non sa fin da subito che il personaggio principale sia in realtà un criminale di guerra. Tanti esempi di flashback si trovano anche nel cinema e nelle serie TV. Alcuni film possono essere interamente raccontati con questa tecnica, partendo da un evento scatenante. Quarto Potere di Orson Welles inizia con il protagonista Charles Foster Kane che in punto di morte pronuncia una parola enigmatica: Rosabella (Rosebud in originale). Proprio quell’ultima parola porterà un giornalista a intervistare le varie persone con cui Kane è stato a contatto nel tentativo di capire a cosa si riferisca. Altri buoni esempi sono Viale del Tramonto di Billy Wilder e Nuovo Cinema Paradiso di Giuseppe Tornatore. Nel primo caso la narrazione inizia con il ritrovamento all’interno di una piscina del cadavere del protagonista il quale, oramai divenuto un fantasma, racconta tramite un lungo flashback le vicende che lo hanno portato a fare quella fine. Il secondo film invece inizia con una telefonata che riporta il protagonista, un regista […]

... continua la lettura
Libri

Disagiotopia, viaggio nel malessere della contemporaneità

Disagiotopia, edito da D editore, è una raccolta di saggi che indaga sul malessere sociale e psicologico vissuto negli ultimi anni dalla nostra generazione. A una prima occhiata il titolo Disagiotopia potrebbe essere quello di un romanzo, di una serie televisiva o di una graphic novel dove i personaggi principali sono alle prese con disavventure piene di “disagi” quali imprevisti o contrattempi, magari conditi da un aroma ironico. Invece questa raccolta di saggi, edita da D editore e facente parte della collana Escathon curata da Raffaele Alberto Ventura, dipinge nient’altro che l’amara realtà da cui siamo circondati. Per essere precisi, parafrasando il sottotitolo che campeggia sulla copertina, «il malessere, la precarietà e l’esclusione nell’era del tardo capitalismo» Disagiotopia, contenuto dei saggi I saggi contenuti nel libro costituiscono il resoconto di un ciclo di conferenze tenutosi nel 2017 al Politecnico di Milano, coordinato da Florencia Anderola. Ricercatrice indipendente specializzata in storia dell’architettura, Anderola si è avvalsa dell’aiuto di otto personalità del mondo storico, urbanistico, filosofico e psicologico per analizzare l’atmosfera di incertezza che domina la società e i pensieri di ognuno di noi. Insomma, i tanti disagi che riguardano ogni singolo individuo di ogni nazione e che formano una landa desolata e fatiscente detta proprio “disagiotopia”. A donarci le mappe in cui muoverci in questo scenario sono Raffaele Alberto Ventura e Florencia Andreola che, rispettivamente nell’introduzione e ne L’epoca dei malesseri, mostrano come il disagio sia oramai divenuto parte integrante della società e della cultura di massa «Da Bugo a Calcutta passando dagli youtuber più disimpegnati» e abbia aumentato il clima di incertezza e di disillusione che colpisce soprattutto tutti quei giovani figli dei baby boomers costretti a subire le conseguenze della crisi economica e sociale che da anni colpisce il nostro paese e che la pandemia causata dal Covid-19 non ha fatto altro che peggiorare. Guido Mazzoni, saggista e critico letterario, in Quattro crisi mostra come il potere politico, a partire dalla fine degli anni ’80 – ’90, abbia portato alla fine di tutte quelle determinate certezze alimentando il consenso di alcuni personaggi della scena politica. Contro la società della prestazione di Federico Chicchi, professore di sociologia economica presso l’Università di Bologna, delinea le conseguenze derivanti dallo sfruttamento e dal mito del successo a ogni costo sul piano della psicopatologia. La statunitense Saskia Sassen descrive in Pulizia economica. Il fallimento vestito in abiti eleganti il lato oscuro che si cela dietro i dati positivi dei principali governi occidentali, per l’appunto quella “pulizia economica” che ridimensiona l’economia di molti paesi con conseguenze drammatiche sulla vita di molti lavoratori. Invece Loretta Less, professoressa di geografia al King’s College di Londra, si occupa di gentrification all’interno di Gentrification planetaria. Apartheid istituzionalizzato?. Un titolo provocatorio, grazie al quale mostra come negli ultimi anni molte aree urbane siano passate dallo stato di zone proletarie a quello di zone borghesi tramite la loro riqualificazione, dando il via all’aumento dei prezzi degli affitti e a una larga speculazione su di essi. Pier Vittorio Aureli e Maria Shèhèrazade […]

... continua la lettura
Libri

Guy Gunaratne, l’odio ne La nostra folle, furiosa città

La nostra folle, furiosa città, romanzo di debutto di Guy Gunaratne, descrive come l’emarginazione sia il terreno più fertile per piantare i semi dell’odio. Fazi editore pubblica La nostra folle, furiosa città, romanzo di debutto del giornalista e videomaker Guy Gunaratne. Nato in Sri Lanka, studia film e televisione all’Università di Londra e si dedica prevalentemente alla produzione di documentari, tra cui uno dedicato alla soppressione dei media nel suo paese d’origine. Attualmente vive tra Londra e Malmö, in Svezia, e ha vinto il premio Dylan Thomas Price nel 2019 proprio grazie a La nostra folle, furiosa città. La nostra folle, furiosa città di Guy Gunaratne. Trama Il romanzo ruota attorno a tre amici figli di immigrati cresciuti nella periferia nord di Londra: Selvon, giovane promessa del pugilato di origini giamaicane. Adran, un bianco appassionato di rap che scrive rime ispirate alla dura realtà che lo circonda, accompagnato dal fedele cane Max. Yusuf, figlio del deceduto imam della moschea locale che dedica anima e corpo al calcio, nel tentativo di allontanarsi dal clima di radicalizzazione religiosa che ha assorbito suo fratello. Proprio un episodio legato alla radicalizzazione, l’uccisione di un soldato bianco da parte di un musulmano, interromperà bruscamente l’estate fatta di amicizie, ragazze e partite a calcetto di questi tre ragazzi e li immergerà nel clima di odio e razzismo che si diffonderà a Londra e che toccherà anche il loro quartiere. Diversi punti di vista, un solo centro in comune Sembra quasi un capriccio del destino che La nostra folle, furiosa città sia uscito in concomitanza con l’ondata di proteste che sta attraversando gli Stati Uniti sotto il nome del Black Lives Matter, in seguito all’uccisione di George Floyd da parte della polizia. Anche l’opera prima di Guy Gunaratne è una radiografia delle zone più povere e disagiate della capitale del Regno Unito, inquadrata nelle 48 ore che seguono all’assassinio, nel 2013, del soldato della British Army Lee Rigby nel quartiere di Woolwich e descritta attraverso l’espediente della narrazione corale. Il romanzo è infatti strutturato in tre parti, lunghe dai tre ai quattro capitoli, a loro volta suddivisi in cinque mini capitoli che descrivono il punto di vista dei tre personaggi principali, ma anche di due adulti: il primo è Nelson, padre di Selvon, che fu uno dei tanti immigrati facente parte della Windrush Generation che dagli anni ’50 portò, dall’America del sud e da quella centrale, milioni di immigrati per rifornire di manodopera un Regno Unito ancora martoriato dai danni dell’ultimo conflitto mondiale. L’altra figura è invece quella di Catherine, madre irlandese originaria di Belfast, la cui storia è intrecciata con i drammatici eventi di cui si è reso protagonista l’esercito repubblicano irlandese, noto con la sigla IRA. Cinque punti di vista completamente differenti, a partire dallo stile. Guy Gunaratne carica di realismo il proprio romanzo facendo parlare i suoi personaggi attraverso il Multicultural London English, una varietà di inglese adoperata dagli immigrati che la traduzione di Giacomo Cuva, per quanto valida, non riesce a restituire del […]

... continua la lettura
Culturalmente

Movimenti artistici del ‘900. Viaggio tra le avanguardie

La storia dell’arte del XX secolo è stata marcata da ondate di innovazione e rigurgiti di provocazione, di cui i movimenti artistici sono i portavoce. Dagli ultimi anni dell’800 gli artisti si staccarono dai rigidi schemi tradizionali dell’arte, iniziando a sperimentare nuove modalità con cui dipingere, scolpire e persino architettare edifici e case. Erano nati i movimenti artistici, diverse galassie attorno alle quali orbitavano costellazioni di artisti, diversi per formazione e idee, ma tutti accomunati dalla visione di rivoluzionare il mondo dell’arte. Consci del fatto che non sarà possibile elencare in un solo articolo tutti i movimenti artistici del mondo, analizziamo quelli che sono i più importanti e che hanno segnato un periodo complesso e travagliato come il ‘900. Movimenti artistici. Le avanguardie storiche Nei libri di storia dell’arte i movimenti artistici del ‘900 vengono riuniti sotto la categoria di “avanguardie storiche”. Il termine avanguardia deriva dal mondo militare e indica un reparto dell’esercito che si muove in posizione avanzata. Introdotto nell’ambito culturale designa tutti quei movimenti artistici e letterari che idealmente si trovavano “un passo avanti” rispetto alla tradizione. Gli artisti si erano spinti oltre i limiti imposti dall’arte, impiantandoci i germi delle proprie idee. Movimenti artistici Espressionismo Il primo movimento artistico vero e proprio è considerato l’espressionismo, il quale raccoglie una miriade di esperienze europee. Considerato l’antitesi dell’impressionismo, che mirava alla rappresentazione della realtà circostante esaltandone gli aspetti più luminosi, l’espressionismo si concentrava sul deformare la realtà filtrandola attraverso l’interiorità (non più l’occhio) dell’artista. I padri spirituali del movimento sono considerati Vincent Van Gogh e Paul Gauguin. Due esperienze sono importanti per l’espressionismo. La prima è quella dei Fauves, un movimento artistico nato a Parigi nel 1905. Nelle opere dei fauvisti i disegni erano molto semplici, privi di prospettiva e di chiaroscuri e il colore ricopriva il ruolo di protagonista. Furono queste caratteristiche ad attirare l’ostilità della critica, che definiva i pittori di questo movimento dei “selvaggi” (termine che in francese è proprio indicato con fauves) e, paradossalmente, ci videro giusto. I fauvisti si rifacevano proprio all’arte primitiva, istintiva e priva di regole. Henri Matisse (1860 – 1954) è il più importante tra i pittori fauvisti. Dopo aver abbandonato gli studi giuridici si dedicò a tempo pieno all’arte, affascinato dagli impressionisti. Fin da subito fa emergere nelle sue opere quelli che sono i propri tratti tipici: l’annullamento della prospettiva, l’assenza di luci ed ombre e il trionfo del colore, usato in modo vivace. Matisse sosteneva che l’artista dovesse essere libero e lasciar lavorare l’immaginazione. Si osservi Donna con cappello del 1905, dove i colori sembrano gettati a caso sulla tela e non rappresentano affatto la realtà: le pennellate verdi e gialle sul volto della donna e i capelli rossi erano elementi destabilizzanti per chi osservava il dipinto. Stessa cosa per La Danza di cui Matisse dipinse due versioni nel 1909 e nel 1910, conservate rispettivamente al Moma di New York e all’Ermitage di San Pietroburgo. La seconda versione, quella più celebre, è un sunto della poetica matissiana: cinque figure, […]

... continua la lettura
Culturalmente

La sirenetta di Andersen, una fiaba sull’amore impossibile

La sirenetta è una delle fiabe più celebri di Hans Christian Andersen, nonché una delle più struggenti storie d’amore entrate nell’immaginario collettivo Le fiabe sono da sempre narrazioni che al loro interno contengono messaggi da tramandare a chi le ascolta, nel rispetto di una narrazione orale che si presuppone didascalica. Ma è anche vero il fatto che molte di esse raccontano storie d’amore memorabili e struggenti come nella più celebre tra le fiabe di Hans Christian Andersen: La sirenetta. La sirenetta di Andersen, trama La sirenetta è una giovane fanciulla dal busto di donna e dalla coda di pesce che vive in un sontuoso palazzo assieme al padre, vedovo e sovrano del regno dei mari, alla nonna e alle cinque sorelle maggiori. Le usanze delle sirene prevedono che esse possano liberamente salire sulla superficie del mare per esplorare il mondo degli uomini, una volta compiuti quindici anni. La protagonista è desiderosa di divenire presto maggiorenne e ascolta affascinata i racconti delle sorelle che già godono di questo privilegio. Il grande giorno arriva e la sirenetta compie quindici anni. Una volta salita in superficie la prima cosa che vede è una nave con a bordo un giovane principe, di cui si innamora perdutamente. Ma all’improvviso si scatena una tempesta che rovescia la nave e il suo equipaggio. Il principe sta sprofondando nell’acqua, ma viene salvato dalla sirenetta che lo porta sulle rive di una spiaggia dove sorge un monastero. Appena nota che da quell’edificio accorrono delle fanciulle, la sirenetta si nasconde dietro una scogliera, rincuorata nel vedere il suo amato soccorso. I giorni passano. La malinconia e la tristezza pervadono il viso della ragazza, a tratti inconsolabile. Le capita spesso di stringere un busto di marmo raffigurante un uomo che somiglia tanto al suo principe e di risalire soltanto per osservare il palazzo dove abita il principe. La nonna le spiega che, a differenza degli uomini, le sirene possono vivere fino a 300 anni ma, non avendo un’anima immortale, una volta morte si dissolvono in schiuma di mare. La sirenetta è però disposta a tutto pur di ottenere un’anima e di coronare il proprio sogno d’amore. Decide così di recarsi nella dimora della strega del mare. La strega è già a conoscenza di ciò che la fanciulla vuole e le prepara una pozione magica, grazie alla quale potrà tramutare la sua coda di pesce in due gambe da donna. Ma l’avverte che quando la berrà proverà un dolore terribile, come se fosse pugnalata da più persone e che se il principe non si innamorerà di lei prima del giorno dopo si dissolverà in schiuma. Inoltre, ogni volta che camminerà avrà la sensazione di essere trafitta da coltelli affilati. Il prezzo che la strega chiede alla sirenetta è la sua voce e così le taglia la lingua, togliendole la possibilità di esprimersi a parole. Giunta in superficie, la giovane beve la pozione e si ritrova su una spiaggia, dove il principe la soccorre e la ospita nella sua dimora. Si affeziona a […]

... continua la lettura
Musica

Squeamish Factory, intervista alla band caudina

Eroica Fenice ha intervistato gli Squeamish Factory, gruppo alternativo rock / metal italiano in occasione dell’uscita del nuovo singolo Humandrome Il 10 aprile è uscito su You Tube il videoclip di Humandrome , il nuovo singolo degli Squeamish Factory. Formatosi nella Valle Caudina, tra Benevento e Avellino, questo complesso alternative rock / metal è incluso da quattro membri che hanno al loro attivo la partecipazione al Desert Sun Stoner Rock Festival di Vienna e nel 2017 allo Sweet Leaf Festival di Foglianise, uno dei più importanti eventi di musica rock indipendente dell’Italia meridionale. Nel 2016 gli Squeamish Factory pubblicano il loro omonimo album di debutto e Humandrome è il loro ultimo singolo, pubblicato nell’aprile di l’anno Eroica Fenice ha chiacchierato con i membri della band, sulla loro musica e sui progetti futuri. Ringraziamo l’ufficio stampa e gli stessi Squeamish Factory! Squeamish Factory, intervista Nella nostra biografia, nella vostra pagina ufficiale Facebook, la legge che gli Squeamish Factory sono « la fabbrica che si ciba delle nostre contraddizioni, delle nostre paure, del nostro odio per noi stessi e per il mondo che ci circonda. Si alimenta di mali, li distilla in armonia dissonanti ed eteree, e li restituisce al mittente. Che sia bello o brutto non ci è dato saperlo ». Mi ha incuriosito molto questa descrizione e vorrei conoscere, un po ‘meglio da voi, la filosofia che sta alla base della vostra band. Il nostro scopo è veicolare, tramite la musica, un messaggio che nasce dall’approcciarci, in modo dialettico, alla realtà che ci circonda. Come una fabbrica, prendiamo dall’esterno materiale che viene studiato e spezzettato punto di vista influenza su questo procedimento. Nella tua biografia si legge poi che sei « quattro anime diverse » che « un giorno hanno capito di non poter trovare un modo di esprimersi migliore della musica ». A questo punto mi sembra lecito chiedervi: chi erano queste quattro anime prima di diventare gli Squeamish Factory? Prima di diventare gli Squeamish Factory erano quattro amici con progetti musicali avviati, che volevano provare a fare qualcosa di diverso da ciò che facevano tutti i gruppi della zona, prendendo spunto dalle cose in comune. Giulio e Mario suonavano insieme in una band già da tempo, Biagio e Antonio integrati condividevano progetti temporaneamente e il tutto è partito con il jam of divertimento, qualche copertina reinterpretata dalla band che piacevano a tutti e quattro e da lì sono usciti fuori dai primi pezzi . Nell’ascoltare i vostri brani, sia quelli dell’album omonimo del 2016 che il recentissimo Humandrome, uscito in digitale il 10 aprile scorso, sono rimasti colpiti dal ritmo graffiante e dalle sonorità distorte che però non sono mai uguali tra loro. Per fare un esempio, si passa dalle melodie eteree di Spacetrip a brani “puri e duri” come Sons of Apathy o Wake up . Vi chiedo quindi quali artisti vi sono necessariamente influenzati nella composizione dei vostri brani. Siamo in una costante sperimentazione, sempre alla ricerca di nuovi suoni e nuove “fasi musicali”. Le nostre […]

... continua la lettura
Culturalmente

Strega Morgana, storia di una creatura tra luce e ombra

Il ciclo arturiano è un universo colmo di personaggi avvolti da un manto di mistero. Nessuno di loro suscita però tanto fascino quanto la strega Morgana, nota comunemente come “fata Morgana”. In lei convivono il fascino e l’orrore, la cura e la malattia, la luce e l’ombra… tratti bipolari che hanno portato molti filologi, letterati e studiosi di ogni branca del sapere a scolpire un ritratto unico e accettabile di questa signora oscura della media aetas, senza riuscirci. Le origini di Morgana Le incerte e tortuose origini di Morgana affondano le proprie radici nella mitologia celtica, per la precisione in quella gallese. Una prima teoria vuole che sia ispirata alla dea Modron, derivante dalla dea Matrona dei romani. Nelle Triadi Gallesi viene descritta come la dea della fertilità e moglie di re Urien di Rheged (un sovrano realmente esistito e in seguito una figura letteraria). In molti sostengono che invece sia ispirata a Mórrígan, divinità irlandese della guerra e della morte. Molto condivisa è l’ipotesi che vorrebbe la strega Morgana imparentata con le Mari-Morgans, divinità acquatiche che ricordano molto le sirene. Esse erano belle ed eternamente giovani e sedevano letteralmente sulla superficie dell’acqua, attraendo gli ignari naviganti con il loro fascino per poi trascinarli nelle profondità marine. Questa assonanza sembra essere confermata nella Vita Merlinii di Goffredo di Monmouth dove compare il personaggio di Morgen, un nome che in gallese significa “colei che è nata dal mare”. Goffredo la descrive come un essere sovrannaturale, la maggiore di nove sorelle, capace di volare e di mutare forma. Essa governava il regno di Avalon, un luogo misterioso su cui sono state avanzate diverse teorie riguardo l’ubicazione. Pomponio Mela nel de Chorographia scrive di un’isola al largo delle coste britanniche chiamata Sein, dove si trova un oracolo dedicato a una divinità celtica adorata da nove sacerdotesse (Gallisenae), capaci di controllare le forze del vento e del mare, di assumere le sembianze di qualsiasi animale e di curare qualsiasi malattia o ferita. Pur essendo impossibile stabilire se Goffredo avesse a portata di mano l’opera del geografo romano, la descrizione che fa di Avalon si avvicina di molto a quella appena descritta. Re Artù giunge in quel luogo ferito mortalmente durante la battaglia di Camlann, venendo curato proprio da Morgana. Bisogna però notare un particolare molto interessante: Goffredo dà al personaggio una connotazione positiva, tanto che viene chiamato con l’appellativo di fata Morgana (Morgan le fay), in relazione con i poteri e le abilità “lucenti” tipici proprio delle fate e opposti a quelli scuri e maligni delle streghe. A rendere Morgana un personaggio del ciclo arturiano a tutti gli effetti è Chrétien de Troyes, introducendolo nel romanzo Erec (1165 circa) come sorella di Artù e amante di Guingemart, sovrano di Avalon. L’ombra che copre la luce. Morgana diventa una strega Se Chrétien mantiene la connotazione benevola di Morgana (al punto che Erec si può considerare come una sorta di “sequel” della Vita di Goffredo, poiché è ambientato dopo la guarigione di Artù), ci penseranno i […]

... continua la lettura
Libri

La scrittura che esplode dal basso. Amoruso e Bukowski

La scrittura che esplode dal basso di Francesco Amoruso, rilegge l’opera di Charles Bukowski mettendo a fuoco gli aspetti meno conosciuti dell’autore. Esce per Il Terebinto Charles Bukowski: la scrittura che esplode dal basso, il secondo saggio dello scrittore e cantautore Francesco Amoruso. Francesco Amoruso, biografia Nato a Villaricca nel 1988, Francesco Amoruso ha conseguito la laurea in Filologia Moderna all’Università degli Studi di Napoli Federico II. Nel 2010 pubblica il romanzo di debutto Il ciclo della vita, edito dalla casa editrice Statale 11, mentre quattro anni dopo affianca l’attività di scrittore a quella di cantautore con l’uscita dell’album Il gallo canterino. Nel 2017 pubblica per La bottega delle parole Mangiando il fegato di Bukowski a Posillipo, per la raccolta Racconti in viaggio. Nel 2019 pubblica invece How I Met Your Mother – La narrazione ai tempi delle serie TV, edito da Il Terebinto. Attualmente svolge il ruolo di cultore della materia presso le cattedre di Letteratura moderna e contemporanea e Letteratura contemporanea presso l’Università Federico II ed è una delle figure principali che anima il seminario Scritture in transito, coordinato da Silvia Acocella, al cui interno è nata l’antologia di racconti Stanze pubblicata proprio quest’anno da Dante&Descartes e curata dallo stesso autore. La scrittura che esplode dal basso: il Bukowski che non ti aspetti Lo stesso seminario Scritture in transito è stato il palco, seppur virtuale, in cui Francesco Amoruso ha presentato il 24 aprile la sua ultima fatica: Charles Bukowski: la scrittura che esplode dal basso. L’America e il suo ubriacone. Quando si nomina Charles Bukowski, l’immagine che ci viene in mente è sicuramente quella di un uomo il cui senso etico e morale di ognuno di noi marchia come pervertito, instancabile scommettitore alle corse dei cavalli e, ovviamente, ubriacone. Francesco Amoruso smantella sistematicamente questi e altri luoghi comuni che da sempre lo scrittore originario di Andernach, a 26 anni dalla morte, continua a portarsi sulle spalle. La scrittura che viene dal basso si può considerare come una sorta di guida o invito alla lettura di Bukowski, suddiviso in tre capitoli che mettono al centro il rapporto tra il Bukowski essere umano e quello di autore e protagonista, dietro l’identità di Henry Chinanski, di quasi tutti i racconti della sua opera più famosa che è Storie di ordinaria follia, edita in Italia da Feltrinelli in due volumi: il primo dal titolo omonimo e il secondo che invece porta il nome di Compagno di Sbronze, contenete gli ultimi 20 racconti. Quello che ne viene fuori è l’immagine di un Bukowski diverso da come lo si è sempre considerato: un uomo dall’infanzia e dalla giovinezza non facili, uno dei tanti sbandati ingannati dal mito dell’American Way of life (Bukowski era nato in Germania, non dimentichiamocelo) e che tramite le figure di ubriaconi, maniaci e nullafacenti che popolano le pagine delle sue opere dissacra con un notevole carico di ironia. Il saggio tuttavia non si limita a questo. Molte pagine sono dedicate al rapporto tra Charles Bukowski e Marina, la sola […]

... continua la lettura
Libri

Vigdis Hjort, il marchio indelebile del trauma in Eredità

Eredità di Vigdis Hjort è un romanzo che si inserisce nella vasta tematica dei drammi familiari, raccontando il trauma di una donna legato alla sua famiglia Fazi editore ha pubblicato all’interno della collana Le strade l’ultimo romanzo della scrittrice norvegese Vigdis Hjort, Eredità. Pubblicato nel 2016 e acclamato in madrepatria come libro dell’anno, questo romanzo si prefigura come un cupo dramma familiare dal sapore scandinavo. Vigdis Hjort, biografia Vigdis Hjort è nata a Oslo il 19 luglio 1959. Studia letteratura, filosofia e scienze politiche e nel 1983 pubblica Pelle-Ragnar i den gule gården, romanzo per ragazzi che le vale il premio Norsk kulturråd per l’opera di debutto. Nel 2001 passa ai romanzi per adulti con Om bare, considerata la sua opera più importante. L’autrice ammette l’influenza che hanno avuto su di lei autori come Bertolt Brecht e Louis-Ferdiand Céline. Eredità di Vigdis Hjort: la trama La storia narrata in Eredità ruota intorno a due case che affacciano sul mare, lasciate da due genitori anziani ai loro quattro figli. Bergijot e Bård, la sorella e il fratello maggiori, vengono esclusi dal testamento e le due sorelle minori, Asa e Astrid, ricevono in eredità le case. C’è una motivazione a tutto ciò. Bård subisce continuamente soprusi dai genitori e l’essere escluso dal testamento ne è l’ennesima prova, mentre Bergijot ha tagliato da anni qualsiasi rapporto con la famiglia. Madre di tre figli e docente universitaria, la donna si porta dietro un trauma che l’ha portata al già citato allontanamento dai fratelli e dai genitori. Ripercorrendo tutta la propria vita Bergijot si ritrova così a rivivere il segreto che si porta dietro e a confrontarsi con i propri familiari. Eredità. Il peso del ricordo e l’ipocrisia di facciata Se ci mettessimo a dire che con Eredità Vigdis Hjort ha apportato innovazioni a un genere narrativo come quello del dramma familiare, mentiremmo spudoratamente. La letteratura di ogni lingua e di ogni tempo è piena zeppa di romanzi e saghe familiari dalle tinte morbose, con descrizioni accurate di come quella che dovrebbe essere l’istituzione per eccellenza in cui regnano l’amore, la fiducia e il rispetto sia in realtà un’enorme gabbia oppressive e con segreti oscuri da entrambi i lati che ne rappresentano la sporcizia. Eppure non si può dire che il romanzo non sia interessante. La storia, raccontata dal punto di vista della protagonista Bergijot, si divide tra presente e passato attraverso l’uso di analessi che, grazie anche alla scorrevolezza dello stile di scrittura (e che la traduzione di Margherita Podestà Heir, la più importante e rinomata traduttrice di autori scandinavi, riesce a restituire in italiano) fanno sì che la narrazione non si chiuda nel circolo vizioso della lentezza e dell’ampollosità, difetto che contraddistingue questo genere di romanzi. Il merito di Vigdis Hjort è quindi quello di riuscire a dare linearità a una storia dall’argomento sicuramente non semplice, dove il trauma che la protagonista si porta dietro conficcato nelle pieghe più profonde della propria anima giunge per gradi alla sua rivelazione. Una rivelazione che si […]

... continua la lettura
Libri

Barbara Alberti, la sacralità parodica di Mio Signore

Per la collana Passaparola della Marisilio Barbara Alberti pubblica Mio Signore, romanzo ispirato a La madre santa di Leopold von Sacher. Si dice che nella vita si possa scherzare su ogni cosa, tranne che sulla religione. Un dogma che, osservando testimonianze quali la messa in ridicolo degli dèi nel teatro classico greco e la risata sguaiata che il popolo rivolgeva nei confronti del clero durante il carnevale medievale studiato da Michail Bachtin, si può mettere in discussione. Lungo questa linea tematica si può inserire anche Mio Signore, romanzo di Barbara Alberti pubblicato da Marsilio all’interno della collana Passaparola e ispirato a La madre santa di Leopold von Sancher Masoch. Barbara Alberti, biografia Barbara Alberti nasce nel 1943 a Umbertide, in provincia di Perugia. Da bambina si trasferisce a Roma, città dove consegue la laurea in filosofia all’università La Sapienza. La sua produzione letteraria, che conta un numero enorme di opere, è circoscritta nel segno del femminismo e si pone l’obiettivo di conferire alla donna un ruolo diverso da quello della classica figura sottomessa all’uomo. Tra le sue opere vanno citate Memorie Malvagie (1976), Vangelo Secondo Maria (1979), Povera Bambina (1988), Parliamo d’amore (1989), Il principe volante (2003). Alla carriera di scrittrice affianca quella di sceneggiatrice cinematografica, avendo collaborato a 25 film. Mio Signore, trama Sullo sfondo del paese di Umbertide si svolge la vicenda di Maria, una cameriera che lavora all’interno del Picnic, un bar gestito dalla bella e dispotica Maddalena. Fervente credente fin dall’infanzia, Maria crede che Cristo sia sceso nuovamente sulla terra e abbia assunto le sembianze di Andrea, il garzone della lavanderia appena uscito da una comunità di recupero per tossicodipendenti. Così la donna lo invita a casa e inizia a venerarlo come un novello Messia. Andrea è tutt’altro che pio. Egli infatti è un poco di buono, ruba per comprarsi la droga e vorrebbe approfittare di Maria carnalmente. Ben presto però l’uomo inizia a sentirsi attratto dalla sacralità con cui lo investe e decide di stare al gioco, impartendo ordini a Maria e inventandosi storie assurde sui rapporti che ha con Dio e con i santi. Ma, come si sa, nei paesi piccoli nulla passa inosservato e ben presto la presunta blasfemia di Maria giunge alle orecchie del parroco e dell’intera comunità. La sacralità rovesciata, da von Sancher a Barbara Alberti Il testo di partenza di questo romanzo è La madre santa di Leopold von Sancher, autore noto ai più soprattutto per Venere in pelliccia da cui il regista Roman Polanski ha tratto un film. La differenza fondamentale tra i due testi si riscontra nel loro sviluppo. Von Sancher scrive una storia in cui il protagonista Sabadil si concede a una donna che identifica con la “Madre santa” che lo conduce a una sorta di estasi mistica, la vicenda narrata dall’Alberti è invece tutta terrena e fatta di carne. Certo, non mancano i riferimenti religiosi che troviamo subito nei nomi dei due personaggi femminili principali: Maria e Maddalena. L’umile madre di Cristo da un lato, la […]

... continua la lettura
Musica

Stanza del rumore, intervista alla band veronese

In occasione dell’uscita del loro album omonimo, il gruppo rock Stanza del rumore ha rilasciato un’intervista a Eroica Fenice. Sotto il nome di Stanza del rumore suonano quattro ragazzi di Verona: Pierpaolo Pattaro (voce e chitarra), Martino Posenato (chitarra e seconda voce), Lorenzo Girardi (basso e cori) e Nicola Zonato (batteria). L’album omonimo, uscito a gennaio e anticipato dal singolo L’idea che ho di me, incuriosisce fin dal primo momento per i forti e coinvolgenti ritmi rock, nonché per la freschezza dei testi. Per Eroica Fenice abbiamo scambiato quattro chiacchiere con il bassista Lorenzo, che ci ha rivelato alcune curiosità e dettagli riguardo l’album e i progetti musicali della band. Stanza del rumore, intervista a Lorenzo Girardi La prima cosa che ti chiedo riguarda il nome del vostro gruppo, “Stanza del rumore”. Che significato ha per voi? “Stanza del rumore” è per noi una nuova casa, uno spazio disordinato dove riusciamo a dare un senso alla nostra voce attraverso la nostra musica. È un nome che abbiamo cercato e voluto tanto e che ci piace tantissimo. Ascoltando il vostro album si rimane piacevolmente colpiti dal sound energico, che si richiama molto (correggimi se sbaglio) all’hard rock e al punk. Forti anche della vostra precedente esperienza con il progetto Days Before July, sentite di essere maturati rispetto al passato? Ci sono molte influenze nel nostro sound, tra queste si fanno spazio anche il rock e il punk, ci ispiriamo molto musicalmente a gruppi di matrice britannica ma cercando di mantenere una forte identità italiana. Days Before July siamo sempre noi, ma dopo 10 anni è un vestito che non ci rispecchiava più. Cambieremo sicuramente nel futuro, ma la cosa che ci contraddistingue rispetto ad allora è la consapevolezza di chi siamo, cosa che forse in quegli anni era improbabile avere. Per collegarmi alla domanda precedente, quella che sto per farvi mi sembra d’obbligo: quali sono gli artisti e i gruppi a cui vi siete maggiormente ispirati? Come dicevo in precedenza musicalmente prendiamo molta ispirazione dal Brit-rock a partire dai Beatles fino ai più recenti Muse e Biffy Clyro, per quanto riguarda invece l’Italia adoriamo il cantautorato e band come Ministri, FASK, Gazebo Penguins. Per quanto riguarda le canzoni, il singolo che ha anticipato l’uscita dell’album è “L’idea che ho di me”. Ascoltandolo si rimane piacevolmente colpiti dalle sonorità, che forse non si sentivano da parecchio sulla scena italiana. Siete soddisfatti del risultato? Noi sicuramente ci sentiamo pienamente soddisfatti dal brano, l’abbiamo scelto come singolo perché ci sembrava comunicasse in maniera diretta chi siamo e cosa vogliamo fare. Sempre riguardo le canzoni, voglio farti una domanda un po’ particolare sui testi. Se dovessi sceglierne uno o due che secondo te sono molto rappresentativi per la band, la tua scelta su quali ricadrebbe? Al risveglio e Correnti. Sono stati due pezzi chiave per capire a fondo il fil rouge che unisce i brani di questo album. Un pezzo per reagire e uno per ricominciare. Ultima domanda: nel futuro de la Stanza del rumore […]

... continua la lettura
Libri

Salvatore Puzella e il racconto Gelsomina in quarantena

Salvatore Puzella pubblica il racconto breve Gelsomina in quarantena, a sostegno degli ospedali di Benevento nella battaglia contro il coronavirus. In questi due lunghi mesi di quarantena sarà capitato a tutti noi di porci questa domanda: «Come ricorderemo questo evento tra una decina di anni?». Non c’è dubbio che un evento di portata così drammatica, dove la vita di molti è stata messa in pausa con conseguenze terribili sulla sfera lavorativa, economica e personale e quella di altri si è spenta in un letto di ospedale, senza il conforto dei propri cari, inevitabilmente entrerà a far parte dei libri di storia. Su questa linea si muove Gelsomina in quarantena, un racconto scritto e reso disponibile dallo scrittore sannita Salvatore Puzella nell’ambito di un’operazione, imitata da molti scrittori, volta a raccogliere fondi per sostenere gli ospedali nell’emergenza coronavirus. Salvatore Puzella, biografia Salvatore Puzella è nato a Benevento nel 1988. Laureato in storia dell’arte alla Sapienza di Roma, ha collaborato con la rivista Next Exit e ha scritto saggi introduttivi per diversi cataloghi di mostre. Ha pubblicato il saggio Investire in arte e collezionismo (2015) e il romanzo Breve storia di un dipinto (2017). Va segnalata inoltre la sua attività nel settore del marketing culturale e di organizzazione di eventi, come il progetto Selfie d’autore organizzato all’interno del GNAM di Roma nel 2014. Gelsomina in Quarantena. Una lettera dal futuro La protagonista di questo racconto è Gelsomina, una bambina che vive in un quartiere popolare di Benevento che in seguito a una caduta dalla bicicletta riporta delle fratture ed è costretta ad una convalescenza nel letto di casa, che per lei assume i contorni di una vera e propria quarantena. Impossibilitata nel poter vivere una vita normale come i suoi coetanei, Gelsomina si divide tra la noia e l’apprensione dei suoi genitori, fino a quando la sorella maggiore Angela non le presta un libro: L’amore ai tempi del colera di Gabriel García Marquez. Otto anni prima lo aveva letto la stessa Angela durante un periodo di quarantena. Salvatore Puzzella mette su carta quella che è una lettera al futuro, per rielaborare il titolo di una canzone che Eros Ramazzotti scrisse nel 1996 ispirandosi a sua volta al racconto di Edgar Allan Poe La maschera della morte rossa. Tralasciando la differenza sostanziale, l’ispirazione a un testo letterario da un lato e alla triste realtà di questi giorni dall’altro, ad accomunare la canzone di Ramazzotti e questo racconto breve è l’auspicio di un mondo migliore quando le tenebre si saranno dileguate. Salvatore Puzzella lo fa attraverso una storia breve, colma di speranza che però non scade troppo nel drammatico, attraverso il punto di vista ironico e dolce della protagonista e le tante incursioni dialettali che conferiscono al testo una patina di quotidianità verace. Una piccola opera che, come ricordato in apertura, ha uno scopo nobile. Non solo di riscaldare l’animo di chi soffre le conseguenze morali di questo isolamento forzato, ma anche di raccogliere fondi per gli ospedali di Benevento impegnati, come molti in […]

... continua la lettura