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Eroica Fenice

Teatro

Teatro Bellini e Piccolo Bellini di Napoli: Cartellone e Spettacoli del 2018

“Una stagione, mille volti”. Questo lo slogan scelto dal teatro Bellini per riassumere la stagione teatrale 2018/2019, che partirà da ottobre prossimo. Gli spettacoli in cartellone confermano l’importanza del Bellini, giunto alla sua trentesima rassegna, come punto di riferimento per gli artisti italiani ed internazionali. La stagione 2018/2019 del Teatro Bellini La stagione del Teatro Bellini si aprirà il 19 ottobre con Don Giovanni di Mozart, nell’originale e appassionante versione dell’Orchestra di Piazza Vittorio. Diretto da Andrea Renzi e con la direzione musicale di Mario Tronco, le note di Mozart verranno fatte dialogare con le principali esperienze musicali del ’900, come il jazz ed il rock, passando per la disco music e il reggae. Seguirà Fronte Del Porto, con la regia di Alessandro Gassmann e con protagonista Daniele Russo nel ruolo di Terry Malloy, che sul grande schermo fu di Marlon Brando. La potenza del linguaggio del corpo sarà protagonista de La Scortecata da Basile e il controverso Bestie di Scena; due spettacoli di Emma Dante che si alterneranno una settimana dopo l’altra costituendo un focus sull’artista siciliana. Nel mese di febbraio sarà di scena Alessandro Serra con l’onirico Macbettu, traduzione in sardo del Macbeth di Shakespeare che ha sorpreso ed emozionato pubblico e critica diventando il caso teatrale della stagione appena terminata. Il regista sarà presente anche al Piccolo Bellini con il suo nuovo spettacolo Frame, ispirato ai dipinti di Edward Hooper. Il Bardo sarà ancora protagonista in Tito/Giulio Cesare, riscrittura delle due omonime tragedie diretta da Gabriele Russo, nata all’interno dell’iniziativa Glob(e)al Shakespeare, il progetto presentato a giugno 2017 nell’ambito del Napoli Teatro Festival Italia. Pur riconoscendo la diversità tematica delle due tragedie, Gabriele Russo ha fatto notare come in realtà fossero anche quelle che dialogassero di più tra loro. La scrittura del Tito, in particolare, sviluppa il discorso sul potere e sul suo peso e ciò ha reso possibile l’aggancio con il Giulio Cesare, dove invece il potere è desiderato e bramato. Il regista ha anche evidenziato come la riscrittura delle opere possano offrire nuove sfumature su quelle originali, rimarcando così l’attualità di Shakespeare. Protagonista della stagione del Teatro Bellini sarà anche Pierfrancesco Favino con La notte poco prima delle foreste di Bernard-Marie Koltès, il monologo che fu già portato dall’attore sul palco dell’ultima edizione del festival di Sanremo. La regia di Lorenzo Gioielli propone uno spettacolo dalla scena scarna ed essenziale, costituita esclusivamente da una sedia e da luci al neon intermittenti nascoste da un velatino a rappresentare una pioggia battente ed incessante. «Mi sono imbattuto in questo testo – spiega Favino – un giorno lontano, mi sono fermato ad ascoltarlo senza poter andar via e da quel momento vive con me ed io con lui». Maria Paiato sarà protagonista di Così è (se vi pare) di Luigi Pirandello, diretta da Filippo Dini, mentre Cous cous Klan è il nuovo esilarante spettacolo del gruppo Carrozzeria Orfeo. L’occhio del grande fratello ci guarderà durante 1984 , in scena per la regia del britannico Mathew Lenton. Questa rilettura dell’omonimo romanzo […]

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Food

Cuori di sfogliatella, la sfogliatella da record è realtà

Un’orda di curiosi, tra cittadini e turisti ha circondato l’esterno della pasticceria Cuori di sfogliatella situata a Piazza Garibaldi, il 25 maggio. Il proprietario Antonio Ferreri ha una missione ambiziosa che lui e i suoi uomini perseguono: creare una sfogliatella da record, la più grande del mondo, tale da entrare nel Guinness dei primati. Cuori di sfogliatella, una storia di innovazioni La storia di Cuori di sfogliatella ha inizio nel 1987 quando Antonio Ferreri apre la pasticceria a Corso Novara, nei pressi della stazione di Piazza Garibaldi. Da allora si sussegue una marea di successi, fatta di sperimentazioni continue sul dolce dapprima proprietà delle suore del monastero di Santa Rosa nel ‘600 e poi di Pasquale Pintauro nel 1800. Il regno di Antonio Ferreri è costituito dalle più svariate ricette. Si va dalle sfogliatelle salate, ripiene dei più vari condimenti (salsiccia e friarielli, peperoni e provola, pomodoro e basilico, genovese, ragù…), a creazioni particolari come la “Konosfoglia”, una sfogliatella a forma di cono gelato, alla “Vesuviella” e “Borbonica”, sfogliatelle ricce alte ricoperte di una cascata di cioccolato. Ma Cuori di sfogliatella strizza l’occhio anche alle esigenze alimentari più particolari, come dimostrano le sfogliatelle vegane e senza glutine. La sfogliatella da record Per quanto riguarda l’impresa della sfogliatella più grande, l’intenzione originaria del signor Ferreri era quella di creare un prodotto dal peso di 75 kg. La mattina dell’evento, andando oltre ogni previsione, al momento della pesata la sfogliatella pesava ben 92 kg. Infine, una volta uscita dal forno alle 15:30, La giuria del Guinnes World Record, ha valutato peso definitivo: 95 kg per 1,5 metri di lunghezza. Alla fine la super sfogliatella è stata distribuita ai turisti e curiosi, sullo sfondo di una giornata che ha goduto del favore del sole e di un accompagnamento musicale di mandolini e nacchere. Un punto di enfasi che ha contribuito a rendere la giornata del 25 maggio una giornata di festa e di allegria. La prima di tante sfogliatelle da record Ora che della sfogliatella da record non è rimasto che il ricordo nelle foto (e negli stomaci di chi l’ha gustata) è da mettere in dubbio che Ferreri e i suoi uomini si fermeranno qui. Magari l’anno prossimo ci ritroveremo su queste pagine virtuali a parlare di una nuova impresa da Guinness, magari di una sfogliatella di 150, 200 o addirittura 500 chili. Fatto sta che la voglia di fare e il coraggio di inseguire i propri obiettivi hanno trovato concretizzazione in un’impresa di enorme successo e risonanza, come Cuori di Sfogliatella. Al signor Ferreri e al suo staff non possiamo che augurare di sfornare tante altre sfogliatelle da record per ancora tanti (anzi, 95 e più) anni.

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Attualità

Il diario di Anna Frank: scoperte due pagine segrete

Sono passati 72 anni dalla pubblicazione del Diario di Anna Frank, una delle testimonianze più celebri della tragedia dell’olocausto. Un testo che testimonia il tentativo di sopravvivere nel clima del terrore antisemita, ma senza dimenticare il fatto che ci troviamo pur sempre davanti al diario di una ragazza adolescente con le sue sensazioni ed emozioni. A sostegno di ciò sono state scoperte, dalla Fondazione Anne Frank di Amsterdam, due pagine inedite del Diario che ora vedono la luce. Storia e composizione del Diario di Anna Frank Anne ha da poco compiuto 13 anni quando, dopo essersi rifugiata con la famiglia da Francoforte ad Amsterdam, inizia a scrivere il suo Diario il 12 giugno del 1942. Nel 1944 inizia a riordinare gli appunti in vista di una pubblicazione delle sue memorie, ma il 4 agosto dello stesso anno la Gestapo scopre il nascondiglio della famiglia che viene deportata ad Auschwitz. Anne muore nel 1945. Otto Frank, il padre, fa pubblicare la prima edizione del Diario di Anna Frank nel 1947, grazie anche all’interessamento della famiglia che ospitò la famiglia di Anna. La prima edizione italiana è del 1954, pubblicata da Einaudi con la prefazione di Natalia Ginzburg. Un’Anna Frank segreta Le pagine in questione del Diario consistono in due fogli di cartoncino corrispondenti alle pagine numero 72 e 73 della prima versione del diario (conosciuta anche come “versione del taccuino”). Sono state scoperte nel 2016 e, grazie alle avanzate tecnologie dell’istituto Hyugens e il NIOD, si è riusciti a decifrare il testo. Si è così scoperto che Anna Frank ha dedicato un piccolo spazio delle sue memorie per appuntare barzellette sconce e pensieri riguardanti la sessualità. Ecco un esempio: «Sai perché ci sono ragazze delle Forze armate tedesche nei Paesi Bassi? Per fare da materasso ai soldati». Riusciamo a scoprire un lato trascurato di Anne Frank, quello della sua giovinezza e dei pensieri tipici della sua età, nonché delle prime scoperte riguardanti il proprio corpo. Quando parla delle sue prime mestruazioni afferma che «Sono il segnale che una ragazza è pronta a fare sesso con un uomo, ma non prima del matrimonio». Parla persino della prostituzione, che conosce grazie al padre Otto: «Per strada ci sono donne che parlano con loro (gli uomini) poi se ne vanno insieme. A Parigi, ci sono case molto grandi per questo. Papà ci è stato. Ci sono ragazze che vendono questa relazione». Testimonianza di umanità Una scoperta sorprendente e che ci offre un’immagine differente di uno dei simboli della Shoah, quella di una ragazzina nel pieno della scoperta fisica e sessuale tipica della sua età. Quello del diario, in fin dei conti, è forse il più intimo e personale di tutti i generi letterari ed è normale trovare anche qualche appunto un po’ più “sentito”. Ma è proprio questa intimità a ribadire la legittimità di Anne Frank, la cui immagine è stata oggetto di un’inumana degenerazione negli ultimi tempi (ci riferiamo all’indegna operazione compiuta dagli ultrà della Lazio, che hanno usato una foto della ragazza per […]

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Attualità

Suicidio alla Federico II, l’emblema di un forte disagio

Giada ha 26 anni ed è iscritta alla facoltà di scienze naturali alla Federico II. Tra cinque mesi si sposerà con il suo fidanzato e a parenti e amici ha comunicato che il 9 aprile si laurea. Tutti sono pronti, entusiasti all’idea che quella ragazza originaria di Sesto Campano stia per raggiungere uno dei traguardi più importanti della sua vita. Ma quel giorno non c’è nessuna seduta di laurea: Giada decide di rinunciare ai propri sogni e affida la sua disperazione al suicidio. Così si lancia dall’ultimo piano della sede universitaria di Monte Sant’Angelo, in pieno pomeriggio, davanti a studenti, professori e personale che lavora all’università. Suicidio alla Federico II, una tragedia enorme, che ha spinto il rettore Gaetano Manfredi (sotto richiesta delle associazioni studentesche) a sospendere le elezioni studentesche che si sarebbero dovute tenere oggi e domani, nonché qualunque altra attività culturale che era prevista in giornata. Suicidio alla Federico II: unica, tragica via Ci troviamo davanti all’ennesimo caso di disagio giovanile, che raggiunge il culmine estremo con il suicidio. Giada, che la famiglia definiva una ragazza dolce e solare, è una delle tante vittime di questa piaga che colpisce persone fragili come il vetro più delicato. Persone che si sentono bloccate, come se un entità oscura le divorasse dall’interno distruggendo ogni forza vitale. Sono tanti i casi di giovani universitari che, sentendo di aver deluso le aspettative dei genitori, scelgono la via del suicidio. Si può citare il caso di Fulvio, studente della Suor Orsola Benincasa, morto suicida gettandosi anche lui dall’ultimo piano dell’università. O ancora quello studente di Chieti iscritto a giurisprudenza, che ha mentito ai propri genitori annunciandogli la sua imminente laurea per poi suicidarsi. Sono solo due di tanti casi che hanno un tragico comune denominatore con quello di Giada: la delusione delle aspettative. La necessità di ascoltare il malessere degli altri, in un mondo anafettivo e freddo Giada era una ragazza come noi, una coetanea che avremmo potuto conoscere durante una qualche lezione o  una pausa caffè mentre preparavamo qualche esame. Era una persona che forse sentiva il peso gravoso delle aspettative e il non averle soddisfatte come una colpa imperdonabile all’interno di una società sempre più veloce e insensibile, dove i giovani sono considerati numeri di un codice a barre a cui vengono imposti modelli da seguire: “Devi laurearti il prima possibile, altrimenti non troverai lavoro“, “Devi trovarti un ragazzo/una ragazza al più presto, così potrai farti una famiglia“, “Devi avere successo nella vita, altrimenti deluderai i tuoi genitori“.  Siamo continuamente messi sotto pressione da un mondo che non ammette la fragilità nell’essere umano, esigendone la perfezione assoluta in ogni singolo dettaglio. Le parole di troppo di qualche genitore, parente o amico fanno da carburante a questo stile di vita malato, che viene fatto passare per giusto anche a chi non riesce ad adattarvisi. Questa è la condanna della nostra generazione, in bilico tra un futuro pieno di vicoli bui e la speranza di trovare qualche via illuminata lungo la strada. Giada non ha […]

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Attualità

Don Silverio Mura, la battaglia per la verità di Diego Esposito

Una giornata primaverile dal sapore estivo e i turisti che fotografano la cattedrale di Santa Maria Assunta fanno da sfondo a quella che sembra una mattinata qualsiasi a via Duomo, se non fosse per la presenza di tre figure mascherate di bianco, due uomini e una donna. Uno di loro indossa la maschera di Guy Fawkes, il protagonista della graphic novel V per vendetta, che nasconde il volto di Diego Esposito, una delle vittime di don Silverio Mura. La vicenda di Diego Esposito, una vittima di Don Silverio Mura La storia di Diego inizia a 13 anni quando don Silverio, all’epoca suo insegnante di religione, lo invita a casa sua. Da lì inizia una serie di abusi lunga 3 anni e un difficile percorso per trovare la forza di denunciarlo. Una denuncia che Diego compie a 35 anni e che segna l’inizio di una battaglia con la curia di Napoli, la quale sembra aver fatto di tutto per insabbiare la vicenda. Nel 2013 Diego espone il caso a papa Francesco, il quale gli comunica l’intenzione di occuparsene personalmente. Nel 2015 Diego scrive al cardinale Crescenzo Sepe, chiedendo informazioni sul processo in corso e minacciando di togliersi la vita in mancanza di risposte. Il cardinale fa girare la mail alla prefettura, con la conseguenza che Diego perde il lavoro. Nel 2016 invia una mail nuovamente a papa Francesco nella quale, appellandosi anche ad un provvedimento di un anno prima in cui viene legittimata la denuncia delle vittime di abusi sessuali commessi dai sacerdoti,  accusa il cardinale di aver coperto don Silverio. Il cardinale, per tutta risposta, comunica il nome di Diego a tutta la stampa ed egli, coadiuvato dal proprio avvocato, nel 2019 darà inizio ad un processo contro la curia per violazione della privacy. Grazie a dei recenti servizi della trasmissione televisiva Le Iene, si è scoperto che don Silverio si è trasferito nel paesino di Montù Beccaria in provincia di Pavia (a 800 km di distanza da Napoli), dove fa catechismo a 40 minori sotto il falso nome di “Saverio Aversano”. Dopo la messa in onda di tali servizi, inoltre, Don Silverio Mura è sparito dal paese. Giustizia per chi è stato privato della propria innocenza Una storia, quella di Diego, che sottolinea in modo drammatico come la piaga della pedofilia sia lontana dall’essere sradicata dagli ambienti clericali. «Chiedo al papa di intervenire e di far dimettere immediatamente il cardinale Sepe per gravi motivi»: questa è la richiesta che Diego fa al santo padre affinché venga riconosciuta giustizia a chi è vittima ma passa per la parte del colpevole e dove i veri colpevoli godono addirittura di protezione da parte di chi dovrebbe usare il pugno di ferro verso gli autori di spiacevoli episodi che hanno come vittime i minori.

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Eventi nazionali

Carlo Verdone al Mann. Quarant’anni di carriera in un’ora

Intervistato da Andrea Scanzi, giornalista de Il fatto quotidiano, il regista e attore Carlo Verdone è stato ospite nella sala del Toro Farense del museo archeologico di Napoli, all’interno del Festival MANN. Gli inizi di Carlo Verdone In un’ora Carlo Verdone ha ripercorso quarant’anni di carriera riportando alla mente molti ricordi delle sue esperienze come i personaggi interpretati nel programma televisivo Non stop e poi riproposti nelle pellicole Un sacco bello e Bianco, rosso e Verdone. Si tratta di maschere che l’attore ammette di aver creato prendendo spunto dalla varietà umana che ha avuto modo di incontrare nei quartieri romani della sua giovinezza. Ma i ricordi più vivi sono legati alla figura del padre Mario, uomo di larghe vedute e primo critico cinematografico a essere insignito della docenza di storia e critica del film all’università. Di lui Verdone ricorda anche gli studi sul cinema e l’arte futurista, che da parte sua furono oggetto di scherzi e prese in giro. Gli incontri importanti La carriera di Carlo Verdone, come  molti sapranno, è passata anche per nomi importanti del nostro cinema. Il regista ricorda l’incontro avvenuto con Roberto Rossellini, a cui sottopose la visione del suo Elegia notturna , film astratto influenzato dai corti di Andy Warhol e Kenneth Anger, che gli valse un posto presso il Centro sperimentale di cinematografia di Roma. C’è anche spazio per ricordare Federico Fellini, grande amico della famiglia e confidente del regista. Verdone ammette la propria ammirazione nei confronti di pellicole come I Vitelloni, 8 ½ , Lo sceicco bianco e La dolce vita, ma ricorda anche la difficoltà del maestro riminese ad adattarsi ai tempi che cambiano. Non può mancare il ricordo di un altro maestro, Sergio Leone, che fu produttore di Un sacco bello del 1980 e che contribuì a portarlo al successo. Un incontro di successo L’intervista si chiude con una domanda significativa di Scanzi: «Quale ruolo ti è piaciuto di più?» Tra i vari personaggi interpretati, Carlo Verdone ne ricorda due in particolare: quelli di Bianco, rosso e Verdone e di C’era un cinese in coma. Si tratta di ruoli che il regista reputa i più sinceri e spontanei. Ha poi chiuso l’intervista ammettendo che, non poteva esserci luogo migliore per ospitarlo della sala Farense. Un incontro che ha riscosso grande successo, come dimostra la miriade di ammiratori del regista che, a fine intervista, hanno tentato di strappargli una foto o un autografo nonostante gli impegni che lo attendevano.  

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Cinema & Serie tv

Ammore e Malavita dei Manetti Bros. trionfa ai David di Donatello

I fratelli Marco e Antonio Manetti, conosciuti con il nome d’arte di Manetti Bros. , hanno trionfato alla 62esima edizione dei David di Donatello con Ammore e Malavita, film che è stato premiato dall’accademia dei David come Miglior film. Ma quali altri film sono stati insigniti della statuetta più ambiziosa del cinema nostrano? E come è stata questa edizione? Non ci resta che scoprirlo assieme. David di Donatello 2018. Ammore e Malavita e Nico, 1988 i film più premiati «La mia invenzione è destinata non avere futuro». Questa frase pronunciata da Auguste Lumière, uno dei padri del cinematografo, apre la 62esima edizione dei David di Donatello. Al timone della cerimonia c’è l’eterno abbronzato Carlo Conti (e fin da subito ci fa rimpiangere la conduzione di Alessandro Cattellan). Segue un monologo di Paola Cortellesi dal titolo Lieve ammiccamento verso la prostituzione dove l’attrice, attraverso un’ironia sagace, denuncia la discriminazione verso le donne presente nel mondo del lavoro e, soprattutto, in quello dello spettacolo. Un segno evidente di come l’affaire Weinstein non abbia lasciato indifferente il mondo del cinema italiano. Luca Zingaretti è chiamato a conferire il primo premio della serata, quello per la migliore attrice non-protagonista. Ad aggiudicarselo è Claudia Gerini per il ruolo di Donna Maria in Ammore e Malavita dei Manetti Bros. Visibilmente emozionata l’attrice considera il premio come «la tappa di un’avventura molto speciale e bellissima». Premio miglior scenografo per Ivana Gargiulo e Deniz Gokturk Kobanay per Napoli Velata di Ferzan Ozpetek e subito si giunge al primo David Speciale per Stefania Sandrelli. Standing ovation per l’attrice di Io la conoscevo bene, che dedica il premio a tutte le persone che hanno contribuito a portarla fino a lì. Alla domanda di Carlo Conti, che le chiede quale sia tra gli attori quello che le è rimasto nel cuore, la Sandrelli ricorda Marcello Mastroianni con cui fece il provino per Divorzio all’italiana di Pietro Germi nel 1962. Stefania Sandrelli è chiamata anche a premiare il miglior attore non protagonista. La statuetta va a Giuliano Montaldo per Tutto quello che vuoi ed è il secondo premio ricevuto dall’attore, dopo quello alla carriera. Premio Miglior costumista che si rivela un ex aequo: Daniela Salernitano per Ammore e Malavita e Massimo Cantini Parrini per Riccardo va all’inferno.  Ma è già giunta l’ora del primo momento musicale e ad esibirsi è Giorgia con Gocce di memoria, il brano che fa parte della colonna sonora de La finestra di fronte di Ozpetek. La cantante afferma che è stata un’emozione poter contribuire al film. David al miglior autore della fotografia che va a Gian Filippo Corticelli per Napoli Velata. Giunge poi il momento del David alla carriera per Steven Spielberg e anche in questo caso standing ovation per lui. Un premio per un regista poliedrico,  nelle sale italiane il 28 marzo con Ready player one (qui il trailer),  che ha attraversato i vari generi e che confessa la sua ammirazione per il cinema italiano . Un consiglio per i giovani registi: «Ai ragazzi dico credete sempre alla vostra voce interiore, […]

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Eventi nazionali

Finale di Sanremo 2018, vincono Meta e Moro

E si giunse alla serata finale di Sanremo 2018. Un’edizione del festival che più che per le canzoni verrà ricordata per i continui cambi d’abito di Michelle Hunziker e per la psicotica tendenza del conduttore e direttore artistico Claudio Baglioni a voler cantare ad ogni costo, imponendo alle nostre povere orecchie tutta la sua discografia. Ma bando alle ciance e diamo un’occhiata a come è stata questa serata finale. Una finale con ospiti musicali e un toccante monologo La finale di Sanremo si apre con Luca Barbarossa e con la sua Passame er sale , a cui poi seguono Ognuno ha il suo racconto di Red Canzian e Mai mai mai dei campani The Kolors. È già giunto il momento del primo ospite, Laura Pausini, che scende dalla mitica scalinata. Su quel palco, dove nel 1993 vinse come giovane proposta con La solitudine, la Pausini presenta il suo nuovo singolo Non è detto. Poi, sotto esortazione di Fiorello in collegamento telefonico, la cantante duetta con Baglioni (e ti pareva !) sulle note di Avrai, per poi esibirsi sulle note di Come se non fosse stato mai amore e concludendo l’esibizione tra i fan fuori al teatro Ariston. La gara ricomincia con gli Elio e le storie tese e la loro canzone-congedo Arrivedorci, un vero e proprio epitaffio alla carriera del gruppo milanese. La mancanza di un microfono non ferma Ron che, con la sua Almeno pensami, sembra quasi cantare accompagnato dalla presenza del compianto Lucio Dalla, che è anche l’autore della canzone. Antonella Clerici e i giovanissimi cantanti di “Sanremo Young” sono i secondi ospiti della serata, i quali si esibiscono sulle note di Penso positivo di Jovanotti. Da notare la scenografia della performance, quella di un cantiere con operai che lavorano: insomma, una palese allegoria del futuro da precariati e disoccupati che attende il gruppo di adolescenti una volta divenuti adulti. Dopo questa inutile ospitata tocca a Max Gazzé con la suggestiva La leggenda di Cristalda e Pizzomunno, una storia d’amore mitologica con sfumature ovidiane, che l’accompagnamento d’arpa rende ancora più magica. È poi il turno di Annalisa con Il mondo prima di te anche se, più che sulla canzone, la nostra attenzione ricade sul vestito che sembra ricavato da dei sacchi di juta. Dopo l’ennesimo tentativo andato a male di Baglioni di risultare simpatico (si finge sosia di Marco Columbro, che ridere…), sale sul palco Renzo Rubino che “copia” l’idea dei ballerini anziani, che sono i nonni del cantante, a lo Stato Sociale. La nona performance è quella dei Decibel di Enrico Ruggeri e della loro Lettera dal Duca, il cui ritornello presenta le classiche due-tre frasi in inglese (perché l’inglese fa sempre rock, non scordiamocelo). Seguono Ornella Vanoni, Bungaro e Pacifico e i primi sbadigli: Imparare ad amarsi è la classica canzone piena di cliché e frasi fatte, su quanto è importante volersi bene. Se ne poteva fare a meno, in tutta sincerità. Eguale opinione vale anche per Eterno di Giovanni Caccamo: la tipica sanremese ballata d’amore […]

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Attualità

90special: gli anni ’90 (non) sono di nuovo tra noi

Se si legge “anni ’90“, qual è la prima cosa che viene in mente? Alcuni diranno le boyband, altri il Game Boy, altri ancora l’inchiesta di Tangentopoli e così via. Nel bene e nel male sono decenni che, noi che li abbiamo vissuti, ricordiamo con certo affetto. Eppure nessuna rete televisiva si è mai interessata nel volerli omaggiare con un programma relativo, fino al momento in cui Mediaset non ha dato vita a 90special .. .. e forse sarebbe stato meglio non farlo. 90special: il museo degli anni ’90 Alla conduzione del programma (che fin da subito ricalca un celebre pezzo dei Lunapop) troviamo la iena Nicola Savino, comandante di una macchina del tempo con a bordo chi in quei decenni era genitore, adolescente, bambino e chi invece era nato alla fine (da qui il sottotitolo “ma che ne sanno i 2000”). Partiamo subito dai pregi, davvero ben pochi. Di certo va riconosciuto il merito di aver cercato di far respirare a pieni polmoni l’aria degli anni ’90 in ogni singolo aspetto. Basti dare un’occhiata allo studio, addobbato con cimeli dell’epoca (le schede telefoniche, l’album di figurine dei calciatori, una foto di Raffaella Carrà ai tempi di Carramba che sorpresa! e quanto altro), nonché la presenza di simboli della TV italiana dell’epoca come il furgoncino di Stranamore, il microfono del Karaoke di Fiorello e le postazioni del celeberrimo quiz Tira e Molla condotto da Paolo Bonolis. Non mancano poi le esibizioni di cantanti dell’epoca, se si pensa agli Eiffel 65 che hanno riproposto la loro intramontabile hit Blue. Quanto detto fino ad ora potrebbe indurci a pensare che 90special risulti un’operazione di revival gradevole e carina, capace di toccare il cuore di quelli che hanno vissuto gli ultimi decenni del XX secolo. Ma così non è stato. Tra tediosi monologhi e triste ignoranza Il primo punto debole di 90special è rappresentato dagli ospiti. Ci si è dovuti sorbire quasi due ore di monologhi di Fiorello e di Jovanotti. Personaggi di certo rilevanti per i decenni trattati nel programma ma a cui si è preferito dare il ruolo di tappabuchi, mostrando così che gli autori, in fin dei conti, non avevano idee degne di nota. Il secondo punto, di sicuro il più grave ed intollerabile, è la presenza di ospiti per nulla attinenti al programma: Cristiano Malgioglio (simbolo della tendenza a voler inserire ad ogni costo il fenomeno del reality di turno, dato il suo evidente anacronismo) e il duo Benji & Fede che ha scimmiottato, pardon, cantato sulle note di 50 special dei Lunapop. Una vera delusione che sui social ha scatenato l’ira dei telespettatori, i quali hanno lamentato la mancanza di personaggi, oggetti, spot e di altro materiale che avrebbe reso il programma davvero interessante e godibile. Un’offesa agli anni ’90 e a chi c’era in quel periodo Il giudizio che va dato a 90 special non può che rasentare l’insufficienza. Sorvolando sulle poche apprezzabili trovate, il programma è lontano dall’ essere un omaggio a quegli anni. La sensazione è […]

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Attualità

Nati per leggere. La lettura al servizio dei più piccoli

Da quando esiste il mondo si conosce l’importanza del ruolo giocato dai genitori nell’educazione dei loro bambini. Un’educazione che, a causa di situazioni di disagio e di ambienti sfavorevoli, non è sempre possibile garantire.  Il programma Nati per Leggere Nato nel 1999 sulla scia del britannico Bookstart e dell’americano Reach out and read, il programma Nati per Leggere segue un obiettivo preciso: promuovere la lettura condivisa  in famiglia e ad alta voce, intesa come un momento che crea e rinforza lo sviluppo cognitivo del bambino,la relazione affettiva tra genitore e figlio e che è soprattutto capace anche di sviluppare tutti quei benefici psicofisici importanti nella fase dei “1000 giorni” (quella che va dai 0 ai 3 anni). Il programma è promosso dall’alleanza tra l’Associazione Culturale Pediatri ACP, l’Associazione Italiana Biblioteche AIB e il Centro per la Salute del Bambino onlus CSB. Esso vanta 600 progetti locali sparsi lungo la nostra penisola, a cui partecipano, migliaia e migliaia di volontari, vero motore del programma. Nati per Leggere in Campania In Campania il progetto giunge nel 2000 con la volontà di dare anche alla città di Napoli uno spazio di lettura funzionante, dal momento che la città non dispone di biblioteche per bambini. Dapprima presente al PAN | Palazzo delle Arti di Napoli con il primo Punto Lettura della regione, dopo una lunga diatriba, Nati per Leggere Campania trova una nuova casa spostandosi nella Biblioteca Nazionale di Napoli. Tiziana Cristiani, referente regionale di Nati per Leggere Campania, rivendica l’utilità sociale del programma e sottolinea l’importanza del legame empatico che si crea tra l’adulto che legge e il bambino, mostrando come anche i genitori stessi godano di enormi vantaggi dalla pratica della lettura di relazione. Pone l’accento, inoltre, sull’importanza della rivendicazione del “diritto alle storie” per tutte le bambine e tutti i bambini e, quindi, sull’importanza dell’esistenza di punti lettura in diverse aree della città: da Soccavo a San Giovanni a Teduccio, dalla Sanità a Piazza Ottocalli, passando per realtà complesse come il carcere di Secondigliano o quello minorile di Nisida – dove, ad esempio, i detenuti possono trascorrere qualche ora leggendo con i propri figli – Nati per Leggere Campania opera all’interno di una fitta rete di “alleanze educative” con le agenzie sociali del territorio, affinché i bambini possano godere di quante più numerose occasioni crescita. Leggere per diventare grandi (divertendosi) Per tutte queste ragioni, Nati per Leggere è quindi anche uno strumento di democrazia, qualcosa di utile e necessario per cercare di debellare condizioni di disagio e diseguaglianza sociale, per cercare di contrastare fenomeni di devianza e delinquenza di cui la Campania, troppo spesso, detiene il triste primato. Nessun bambino merita, infatti, l’esclusione dalle opportunità di crescita per via di una situazione sociale di partenza sfavorevole o di un contesto di vita più deprivante: al contrario, tutti i bambini hanno diritto ad essere protetti dallo svantaggio socio culturale e dalla troppo diffusa, ormai, povertà educativa: è questo il principio fondante di Nati per Leggere, che fa dell’universalità e della gratuità le parole-chiave […]

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Food

Paisà. Forno contadino tra innovazione e tradizione

Situato in via Chiaia 83, il Paisà è un vero e proprio forno contadino specializzato in pizze da asporto, e rappresenta un compromesso tra le continue innovazioni gastronomiche e il rispetto della tradizione. L’universo Paisà: un mondo antico in un contesto moderno L’idea del locale è di Ciro Ienco, il quale ha una missione precisa: dare alla pizza da asporto un’offerta “premium”, alla stregua di quella delle pizzerie tradizionali. Quest’offerta consiste nell’uso di farine integrali e a base di cereali vari (ceci, cuccuma) nelle preparazioni che, unite ad una lievitazione di 24 ore, danno come risultato un prodotto di qualità e altamente digeribile. Il tutto nel rispetto delle ricette tradizionali. Proprio la tradizione è uno dei punti forti del Paisà ed entrando nel locale lo si comprende subito: il bancone è in legno e ricorda la madia su cui le famiglie contadine impastavano il pane. Poi l’invitante profumo che esce fuori dalle cucine contribuisce a farci tornare indietro nel tempo, a richiamare alla mente i sapori della nostra infanzia. Un menù fresco e genuino La degustazione del 19 dicembre è stata un’occasione per entrare in contatto con la filosofia di Ciro Ienco. Le specialità del Paisà sono preparate con ingredienti freschi e genuini, la cui qualità si sente dal primo morso. Su tutti domina “’O Panzarotto”, quello che viene comunemente chiamato “crocchè di patate”. Oltre a quello classico il Paisà lo serve in altre varianti: con granella di pistacchi, con mandorle, con salsicce e friarielli e con spinaci. La caratteristica peculiare è l’uso di patate dell’Avezzano (senza fecola) e di fior di latte di Agerola. Per quanto riguarda le pizze, oltre alle tradizionali margherita e marinara la varietà di scelta è caratterizzata da una spiccata innovazione. La si comprende dalla pizza con caciocavallo e pere e da quella con crema di zucca e pistacchi preparate con farina, da quella con scarole e noci o con verza e salsiccia e da quella ortolana o con mousse di ceci e broccoli. Il tutto è accompagnato dal sapore dei vini delle cantine Alois e dalle melodie dei Mediterranean Duo (Carmine Scialla e Alessandro De Carolis) che hanno creato la colonna sonora perfetta per questo momento di riscoperta della genuinità, proponendo un repertorio di musica popolare. La formula vincente del Paisà Il Paisà ha dalla sua parte una tradizione che strizza l’occhio anche all’innovazione, venendo incontro alle esigenze di un mercato e di palati sempre più attenti alla qualità degli ingredienti. Ma la riscoperta di un prodotto che viene rielaborato rappresenta una nota di non poco conto in un mondo in cui il concetto di “street food” è spesso associato a prodotti trattati e ben lontani dall’essere sani. Paisà invece segue una filosofia semplice e vincente, che andrebbe adottata da molte aziende del settore: guardare con un occhio al passato e con l’altro rivolto al futuro.  

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Attualità

Biotestamento. Approvato il disegno di legge

La giornata del 14 dicembre 2017 avrà un valore simbolico per il nostro paese. Con 180 voti favorevoli e 71 contrari, il senato ha approvato il disegno di legge per il Biotestamento. Alla votazione erano presenti anche l’ex ministro degli affari esteri Emma Bonino, Mina Welby ed esponenti dell’associazione intitolata a Luca Coscioni. Cosa prevede il disegno di legge sul Biotestamento Punto cardine del testo è l’articolo 3, quello riguardante le disposizioni anticipate di trattamento (DAT). Nessun trattamento potrà essere iniziato o proseguito senza il consenso della persona interessata e viene “promossa e valorizzata la relazione di cura e di fiducia tra paziente e medico il cui atto fondante è il consenso informato” e “nella relazione di cura sono coinvolti, se il paziente lo desidera, anche i suoi familiari”. Le persone maggiorenni, inoltre, potranno esprimere le proprie preferenze in materia di scelte diagnostiche e trattamenti terapeutici. Questo significa che il medico dovrà rispettare la volontà del paziente di non procedere con le cure sanitarie. Per quanto riguarda i minori la scelta è affidata ai genitori o a chi esegue la responsabilità genitoriale. Una pagina rivoluzionaria per la nostra civiltà Il disegno di legge sul biotestamento è stato approvato grazie all’intesa tra PD e M5S. Roberto Fico ha sottolineato come tale proposta fosse un’idea del movimento di Beppe Grillo. Il radicale Mario Cappato ha definito quella odierna una «bella giornata parlamentare», mentre il premier Paolo Gentiloni ha parlato di una «scelta di civiltà». I voti contrari provengono dal centrodestra. Francesco Storace del Movimento Nazionale per la Sovranità, twitta: “Una legge per morire. Già c’era una legge per abortire. Attendiamo ora una legge per vivere e una per convincere a nascere“. Gaetano Quagliariello, capogruppo di Idea, vede nella legge la “via italiana all’eutanasia”, mentre Forza Italia si limita a lasciare la “libertà di coscienza”. La legge sul Biotestamento, oramai prossima all’approvazione da parte del presidente della repubblica Sergio Matarella, segna un punto di svolta. Dopo anni di lotte viene riconosciuto, all’essere umano, il diritto di scegliere di terminare la propria vita in modo dignitoso, senza dover sottostare ad inutili sofferenze volute (e ordinate) da poteri e dogmi intoccabili.  

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Attualità

“Far Web”, indagine sull’universo degli haters

Venerdì ha fatto il suo debutto, in seconda serata sulla terza rete RAI, Far Web. Condotto da Federico Ruffo il programma, attraverso lo schema del documentario, indaga sul lato più oscuro e pericoloso di internet: degli haters. Definizione di hater Il termine haters si potrebbe tradurre in italiano con l’espressione “coloro che odiano” (dal verbo inglese to hate, “odiare”). In parole povere, ci troviamo davanti a veri e propri odiatori seriali. L’hater non è un tipo ben definito: può essere giovane o vecchio, donna o uomo, con un basso o alto livello di istruzione, bianco o nero. L’unico minimo comune denominatore che li accomuna è l’odio. Questo odio viscerale è rivolto sopratttutto a personaggi di una certa fama: politici, cantanti, attori, youtubers, giornalisti e così via. A sostegno di questa loro teoria, gli haters si fanno portavoce di una verità intoccabile con il sostegno della protezione dello schermo del computer o del telefono. Far Web. A tu per tu con l’odio Far Web parte proprio da queste basi per stilare un’analisi lucida di questo fenomeno, preoccupante per il momento storico che stiamo vivendo. Nella prima puntata, intitolata In nome del popolo italiano, Federico Ruffo ha avuto modo di parlare con questi odiatori. Alcuni ci mettono la faccia, mentre altri preferiscono affidarsi alla sicurezza dell’anonimato. Il quadro che ne viene fuori è inquietante. Rigurgito di populismi, insulti nei confronti dei migranti e della presidente della camera Laura Boldrini (quest’ultima oggetto di una vera e propria campagna di insulti, complici anche le numerose bufale che la riguardano) e rimpianti verso il ventennio fascista. Interessanti gli interventi di chi ha voluto letteralmente metterci la faccia. Stiamo parlando dell’amministratore della pagina Facebook Sesso, droga e pastorizia (celebre per essere stata al centro di una polemica con Selvaggia Lucarelli) o di già citati pensionati sessantenni che non sembrano pentiti delle proprie azioni. C’è anche chi preferisce coprirsi il volto per non farsi riconoscere, come l’utente che si fa chiamare con il nickname de “ilgiustiziere”. Gli haters sono tra noi (e siamo noi) Non sarebbe necessario interrogarsi sull’utilità di un programma come Far Web. Sarebbe più utile riflettere sul fatto che gli haters che ci vengono presentati sono persone normali, come noi. Il sessantenne con la quinta elementare che insulta Laura Boldrini perché «ama più gli immigrati che gli italiani» e il trentenne con una laurea che insulta lo youtuber Favij perché guadagna tanti soldi facendo gameplay non sono tanto diversi. Sono persone che incontriamo al bar o a lavoro, magari anche brave persone nella vita reale e con cui abbiamo scambiato due chiacchiere. L‘hater, come si è detto, non ha una fisionomia precisa. Può essere di nazionalità, credo e idee diverse, ma è fedele ad una sola idea: quello di elevarsi al rango di vendicatore, angelo della morte virtuale che falcia coloro che meritano solo di ricevere in faccia tutta la sua bile, che siano traditori della patria, omosessuali, comunisti, vip, cantanti, attori. Tutti insulti fatti da chi il potere, nel mondo di carne, non […]

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Cinema & Serie tv

Rick and Morty, il nichilismo della fantascienza

Creata da Justin Roiland e Dan Harmon per Adult Swim, Rick and Morty occupa un posto non irrilevante tra le serie tv più strane e demenziali. La serie ha fatto il suo debutto nel 2013 e da noi è giunta nel 2016 sulla piattaforma on demand Netflix con le prime due stagioni, per poi vedere il debutto della terza ad inizio mese. Rick and Morty, sinossi Rick Sanchez è uno scienziato che vive assieme alla figlia Beth e alla sua famiglia. Emblema dello stereotipo dello scienziato pazzo (a cui si aggiunge una spiccata tendenza all’alcolismo), Rick inventa una marea di gadgets strani e compie continui viaggi nello spazio e in realtà parallele assieme al nipote Morty, quattordicenne impacciato e costretto a subire le vessazioni del nonno e degli altri membri della famiglia: la superficiale sorella maggiore Summer e il severo ma debole padre Jerry. A loro si aggiunge una galleria di personaggi altrettanto folli e stranianti: mostri, alieni ed esseri sovrannaturali con cui i due protagonisti principali si troveranno a fare i conti nel corso delle loro stralunate e bizzarre avventure. Assurdità in un caleidoscopio di citazioni L’universo di Rick and Morty è costellato da richiami di ogni sorta, provenienti soprattutto dal mondo del cinema. Impossibile, osservando il character design dei due protagonisti, non pensare  ad un richiamo a “Doc” Brown e Marty McFly di Ritorno al futuro. Gli stessi episodi richiamano al cinema di fantascienza e a quello di genere horror: da Inception a Jurassic Park, passando per Alien, Nightmare e David Croenberg. Ma la caratteristica peculiare che sta alla base della serie è la sua assurdità. Non c’è un episodio in cui ogni momento o situazione, all’apparenza tranquilli, non degenerano e giungono ai limiti più estremi della follia (citiamo soltanto l’uso di personaggi come i “Mister Miguardi o l’ultimo episodio della prima stagione, per farsene un’idea). Il tutto avviene chiamando in causa le leggi della fisica e della scienza, che faranno la gioia di qualche nerd. Rick And Morty, l’ “orrido” che piace Va sottolineata un’altra cosa. Sorvolando sul crescente fandom che ha costruito attorno a se, Rick and Morty non è una serie adatta a tutti. Infatti gli autori non ci pensano due volte nel concentrarsi su particolari macabri e disturbanti, che i soggetti più sensibili non digeriranno volentieri. Eppure questo è il caso di quei prodotti che hanno lo stesso effetto di una pietanza brutta a vedersi, ma dal sapore buono. Rick and Morty è una serie sicuramente “disgustosa” per l’uso di scene forti e violente (enfatizzate da uno stile di disegno nervoso e pieno di colori caldi), ma nonostante ciò la curiosità nel vederla non cala e ne vogliamo sempre di più, tanto che arriva a piacerci. Se non si tenesse conto di questo dettaglio, sarebbe scontato paragonare questa serie con un’altra che ha la fantascienza tra i suoi ingredienti principali: Futurama. Siamo però lontani anni luce dalle atmosfere poetiche e sentimentali del capolavoro di Matt Groening. In Rick and Morty le smancerie e i buoni sentimenti sono limitati […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Pompei al Madre, quando l’antico incontra il contemporaneo

Nella mattinata del 18 novembre è stata inaugurata, presso il museo di arte contemporanea donnaregina MADRE, la mostra Pompei al Madre. Come si può evincere già dal nome, si tratta di un progetto che unisce due mondi all’apparenza lontani e distanti. Da un lato la solennità e il rigorismo dell’arte antica, dall’altra l’innovazione e le sperimentazioni di quella contemporanea. La “macchina del tempo” di Pompei Alla cerimonia di apertura (alla quale hanno partecipato anche il ministro dei beni e delle attività culturali Dario Franceschini e il presidente della regione Campania Vincenzo de Luca) sono intervenuti il direttore generale del museo MADRE Andrea Villani e il direttore generale del parco archeologico di Pompei Massimo Osanna. Durante l’intervento si è evidenziata proprio questa interconnessione tra l’antico e il contemporaneo. Non a caso Villani ha paragonato gli scavi di Pompei ad una “macchina del tempo”, poiché esprimono tanto il fermoimmagine di un vita fermatasi in un preciso istante quanto la possibilità di far comunicare quel mondo lontano con quello più vicino a noi. La mostra La mostra Pompei al Madre è divisa in due parti. La prima porta il titolo de Le collezioni e non è un caso. Qui, infatti, le opere già presenti nella collezione del MADRE comunicano con elementi del mondo romano. Lo dimostra l’interconnessione che si crea tra le tombe dei Lares e dei Penates (quelli che, nell’antica Roma, venivano identificati con gli spiriti del focolare domestico) e le Capuzzelle dell’artista tedesca Rebecca Horn, o anche quella tra la critica capitalistica e consumistica delle opere di Jeff Koons e i resti delle tabernae, gli spazi commerciali della domus. La seconda parte, situata al terzo piano del museo, è invece intitolata Materia archeologica. Sono qui raccolte testimonianze relative agli scavi di Pompei, che vanno dai giornali di scavo di fine ‘700 ed inizio ‘800 alle fotografie degli scavi stessi, fino ad arrivare ai disegni di Le Corbusier sulle caratteristiche biodinamiche della domus pompeiana e alla raccolta del materiale bibliografico relativo a Pompei (dai trattati di archeologia del XVIII secolo ad una copia in DVD di Live at Pompeii dei Pink Floyd). Segue poi una sala dedicata alla campagna vesuviana, allestita con varie vedute settecentesche del vulcano in eruzione settecentesche, fino ad arrivare al celeberrimo Vesuvius di Andy Warhol. La mostra culmina in un vero e proprio mortuario dove, ai calchi di alcuni corpi delle vittime dell’eruzione del 79 d.C. (tra cui anche il famoso “cane di Pompei”) si alternano opere come l’ufficio fossilizzato di Jimme Durham e l’installazione Terrae Motus di Nino Longobardi. Pompei al Madre: una Domus contemporanea riuscita Con il progetto Pompei al Madre si è riuscito a raggiungere l’equilibrio (a tratti impossibile) tra l’arte classica e l’arte contemporanea. Il vedere un mosaico o una statuetta di una domus pompeiana accostata a qualche installazione contemporanea potrebbe far storcere il naso ai puristi, ma non si può negare l’originalità dell’idea. Si può tranquillamente affermare che l’idea di “Domus contemporanea”, progettata e voluta da Andrea Villani, è più che mai riuscita. […]

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Cinema & Serie tv

The other side of the wind. Arriva l’ultimo film di Welles

A distanza di 40 anni The other side of the wind, l’incompiuto film girato da Orson Welles, sta per essere ultimato. Girato per gran parte degli anni’70, il film non è mai stato concluso ed è stato protagonista di una vicenda complessa che, a quanto pare, sembra aver trovato la propria conclusione. L’idea del film “The other side of the wind” La sceneggiatura (ad opera di Oja Kadar e dello stesso Welles) ha al centro la storia di J.J. “Jake” Hannaford (John Huston), un regista prossimo alla fine della propria carriera che si ritrova a girare un film a basso costo (e intitolato proprio The other side of the wind) e che arriva ad innamorarsi dell’attore principale, John Dale (Bob Random). The other side of the wind si presenta come una pellicola diversa dal resto della filmografia wellesiana. Il regista di Citizen Kane e The Magnificent Ambersons affronta non solo la tematica dell’omosessualità, ma porta avanti anche una spietata critica contro le ferree logiche dello studio system hollywoodiano. La travagliata produzione di The other side of the wind Orson Welles girò il film tra il 1970 e il 1976, con diverse interruzioni a causa di mancanza di budget. Ciononostante, le riprese del film furono portate a termine. Prima di morire nel 1985, Welles riuscì a montare soltanto 45 minuti di The other side of the wind. Il testimone passò nelle mani dell’amico e regista Peter Bogdanovich, il quale tentò più volte di terminare la post-produzione del film (tentando addirittura di concluderla nel 2010 e di presentare il film al festival di Cannes di quell’anno). Ma le dispute legali per il possesso del materiale filmico tra Oja Kadar e Beatrice Welles, rispettivamente compagna e figlia del regista, hanno contribuito a ritardare la fine del progetto. A sorpresa, nel marzo 2017 Netflix ha acquistato i diritti sulla pellicola e l’ultima fatica di Welles potrà finalmente essere completata e fruita dai cinefili e dai curiosi. L’uscita (non si sa se in sala o direttamente in streaming), avverrà nel 2018. Il team dietro il “ritorno” di Orson Welles Al completamento di The other side of the Wind sono stati chiamati i collaboratori più stretti di Welles. Il già citato Bogdanovich, ma anche il produttore Frank Marshall, collaboratore anche di Spielberg. Al progetto collaboreranno anche il montatore Bob Murawski (collaboratore di Sam Raimi nella trilogia di Spiderman e di Kathryn Bigelow per The Hurt Locker) e Scott Millan per quanto riguarda il sound-mixing (premio oscar per Apollo 13, Il Gladiatore, Ray e The Bourne Ultimatum). Frank Marshall si è dimostrato entusiasta riguardo all’idea di terminare l’incompiuta pellicola di Welles: «Grazie a Netflix, siamo stati in grado di assemblare un team di post-produzione incredibilmente talentuoso per affrontare la sfida emozionante e sconvolgente di completare l’ultimo film di Orson Welles. È stata un’esperienza straordinaria lavorare con lui 40 anni fa e sarà un onore contribuire a far vedere la sua visione finalmente sullo schermo». Si tratta di una grande occasione di poter rivedere in azione l’estro di uno […]

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Libri

Slasher di Marco Greganti. Come funziona un horror?

Slasher, un saggio sul genere horror Con il termine slasher (dal verbo “to slash”, che in italiano significa “affettare”, “squarciare”) si indica un sottogenere di film horror che segue uno canovaccio preciso: un gruppo di giovani protagonisti che cerca di fuggire da un assassino psicopatico. Dietro ad un sistema così semplice, in realtà si nasconde qualcosa di più profondo. È quello che Marco Greganti cerca di spiegare nel saggio Slasher: il genere, gli archetipi, le strutture, pubblicato da Nicola Pesce editore. Slasher, un viaggio nel regno dell’orrore e della paura In cinque capitoli, Slasher si propone di fornire al lettore (esperto o meno) i codici che permettono il funzionamento di uno dei sottogeneri del cinema horror più proficuo ed apprezzato. Partendo dalla Poetica di Aristotele e dalla concezione di arte come mimesis, cioè “imitazione”, Greganti passa in rassegna le caratteristiche peculiari che si ritrovano in ogni pellicola del genere: il viaggio compiuto dai protagonisti, lo spazio in cui si svolge la vicenda (o, come la chiama l’autore, “l’arena”), gli stereotipi fissi dei personaggi e, naturalmente, la fisionomia dell’assassino. Quello che però Slasher non tralascia è un dato fondamentale: che le storie dell’orrore non sono un fenomeno di puro spettacolo, ma che hanno radici profonde. Ecco allora i riferimenti al mito, alle fiabe dei fratelli Grimm e ai riti di iniziazione praticate dalle tribù australiane, nonché ampi riferimenti alla psicologia (Freud e Jung, in particolare). Il saggio è corredato di un ampio repertorio di immagini, naturalmente preso dalla filmografia horror più nota: Halloween di John Carpenter, A Nightmare on Elm street e Scream di Wes Craven, Alien di Ridley Scott, The Texas Chainsaw Massacre di Tobe Hopper. Non mancano ovviamente opere di registi italiani, come Reazione a Catena di Mario Bava, Cannibal Holocaust di Ruggero Deodato e Suspiria di Dario Argento. Slasher ovvero l’orrore come esorcizzazione La lezione che Slasher ci trasmette è più di una. La prima è che dietro a qualcosa che viene considerato superficiale, come un film horror, c’è un apparato folkclorico, psicologico ed antropologico che si perde nella notte dei secoli e che viene riproposto in varie forme. I vari Freddy Krueger, Jason Voorhes ed Alien non sono che  evoluzioni dell’uomo nero, dell’orco o di Barbablù, che terrorizzavano l’immaginario delle generazioni precedenti la nostra. Da questa considerazione, se ne ricava la seconda. Che l’uomo ha bisogno di esorcizzare le proprie paure, ma anche i propri demoni e lo fa proprio attraverso i film horror. Non a caso, Greganti pone spesso l’accento su come lo spettatore arrivi a patteggiare più per l’assassino e ciò fa parte di quel processo di esorcizzazione dei nostri istinti più oscuri e cupi, proiettandoli nella figura del villain di turno. Ciro Gianluigi Barbato

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