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Eroica Fenice

Culturalmente

Chi era San Gennaro? Qual è la sua storia?

Chi era San Gennaro? Qual è la sua storia? Scopriamo in questo articolo la storia del santo patrono di Napoli e del suo “prodigio”. Napoli non sarebbe la stessa se il suo nome non fosse legato al culto di San Gennaro. Il rapporto dei napoletani con “faccia ‘ngialluta”, uno dei tanti epiteti usati per chiamare il santo patrono, trascende la dimensione sacra per abbassarsi a quella terrena della quotidianità. Basta ricordare Massimo Troisi e Lello Arena in uno degli sketch più famosi de La Smorfia in cui interpellano San Gennaro per sapere su quali numeri puntare per la prossima estrazione del lotto; oppure, in tempi recenti, osservare l’enorme murales opera di Jorit in cui il volto del santo campeggia su un edificio di Forcella, come se fosse stato messo a guardia di quel quartiere. Ma chi era San Gennaro? Qual è la sua storia? E quanta verità c’è dietro al miracolo dello scioglimento del sangue, tema portante della sua festa che si celebra ogni 19 settembre? Chi era San Gennaro? Qual è la sua storia? Come accade per la vita di quasi ogni santo, anche quella di San Gennaro è avvolta nel mistero. Non conosciamo con certezza né il luogo, né la data di nascita. Gli Atti Bolognesi, la fonte più attendibile sulla vita del santo, affermano che fosse nato a Benevento intorno al III secolo d.C. . Il nome Gennaro, diffusissimo in Campania e nel mezzogiorno d’Italia, deriva dal latino Ianuarius e significa “consacrato al dio Giano” (che in latino si chiamava proprio Ianus). Questo nome veniva dato ai bambini che erano nati nel mese di gennaio, ma è diffusa l’ipotesi per cui San Gennaro si chiamasse così in quanto facente parte della gens Iaunaria da cui avrebbe preso il cognome. La vicenda del santo si concentra attorno al IV secolo, periodo in cui divenne vescovo della città di Benevento e in cui imperversavano le persecuzioni contro i cristiani volute dall’imperatore Diocleziano. Egli venne a sapere dell’incarcerazione del diacono Sossio, capo della comunità cristiana di Miseno, e decise di andare a trovarlo in carcere per recargli conforto. Si fece accompagnare da Festo e Desiderio, due suoi amici, ma non appena giunti in città i tre furono arrestati dal giudice Dragonio, lo stesso che aveva fatto arrestare Sossio. San Gennaro e i suoi compagni furono condannati a morire sbranati dagli orsi, nell’anfiteatro di Pozzuoli. Su questo punto della storia, le fonti propongono versioni differenti: secondo alcune la condanna venne sospesa quando Dragonio si accorse che il popolo si era impietosito per la sorte dei condannati, altre raccontano di come Gennaro avesse benedetto con un gesto gli orsi, i quali si inginocchiarono davanti a lui. Qualunque sia la versione dei fatti non cambia di certo l’animo di Dragonio, che fece decapitare Gennaro e compagni nell’anno 305 presso la Solfatara di Pozzuoli. Gli Atti Vaticani raccontano una storia del tutto diversa: Gennaro venne imprigionato a Nola dal giudice Timoteo, che lo accusò di proselitismo. Il santo non batté ciglio quando lo torturarono, […]

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Voli Pindarici

Lettera aperta ai boomers

Siamo stanchi di essere il centro delle vostre critiche, i contenitori su cui riversare il vostro disprezzo per un mondo che non funziona. Cari boomers. Forse preferireste essere chiamati “matusa”, come si diceva ai vostri tempi. Tanto la sostanza non cambia. Ci rivolgiamo a voi che attendete il momento esatto per puntarci il dito contro e per svuotare litri di frustrazione su di noi. Noi che siamo i choosy, i bamboccioni, gli sfaticati privi di valori, buoni soltanto a tenere gli occhi sul cellulare e a non fare nulla tutto il giorno. Siete convinti che il mondo funzioni ancora come sessant’anni fa e per questo ci riempite la testa con paternali ricche di stagionate ipocrisie, come stagionato è il vostro modo di pensare che elevate a verità assoluta e intoccabile, esaltati dall’idea di poter dire la vostra su un futuro che non vi appartiene. Per voi siamo la causa di ogni problema che affligge questo mondo e a maggior ragione dobbiamo sorbirci le vostre ramanzine, destinate a entrare in un orecchio e a uscire dall’altro. Ma adesso, se non vi dispiace, prendiamo noi la parola. E ci state ad ascoltare. Siamo stanchi Siamo stanchi di sentirci dire che non abbiamo voglia di lavorare. Se ai vostri tempi vi avessero proposto un contratto di quindici ore al giorno e sette giorni su sette senza garanzie sugli infortuni per 300 euro al mese, avreste accettato? E prima di iniziare a dirci “dovete accontentarvi e fare sacrifici” ci teniamo a ricordarvi che noi i sacrifici li facciamo.  Con quei 300 euro molti di noi pagano l’affitto di stanze in cui sono andati a vivere, pur di non gravare sulle spalle dei genitori. In tutto questo molti di noi lavorano facendo turni massacranti e allo stesso tempo studiano, pagando tasse universitarie sempre più alte e quando non riusciamo a unire le due cose dobbiamo scegliere tra l’una e l’altra. Problemi che voi non avete mai dovuto affrontare con i vostri giorni di vacanza garantiti, una casa comprata a 30 anni e la pensione dieci anni dopo. Siamo stanchi dei vostri commenti indispettiti quando qualcuno di noi, dopo anni trascorsi a farsi sfruttare e insultare, riesce a realizzarsi con un lavoro che nella vostra visione del mondo non può essere considerato tale: insegnante, cantante, attore, fumettista, grafico, artista.  Come se l’unico lavoro socialmente accettabile fosse quello in cui ci si sporca unghie e mani di terra o si scaricano casse piene di pomodori, con tutto il rispetto per chi lo fa perché spinto dalla necessità. Vi facciamo uno spoiler: chi ha un microfono o una matita in mano o educa i ragazzi a pensare produce quanto un operaio. Siamo convinti che dietro tanta denigrazione si nasconde un po’ di invidia: le vostre di ambizioni non siete mai riuscite ad esprimerle e con il tempo si sono tramutate in frustrazioni, che vi hanno reso acidi. Siamo stanchi del vostro odio verso i laureati. Vi basta vedere sui social la foto profilo di uno di noi con […]

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Culturalmente

Batracomiomachia, topi e rane in guerra

Batracomiomachia: titolo di un poemetto divertente in cui si narra della guerra tra topi e rane, ma è anche un termine ironico molto ricercato. Immaginate di trovarvi nel bel mezzo di una discussione. Una di quelle discussioni inutili, dove i vostri fratelli stanno litigando per accaparrarsi l’ultima polpetta al ragù rimasta nella pentola o dove i vostri due coinquilini si scambiano insulti riguardo a chi tocca lavare la montagna di piatti alta quanto il grattacielo di Dubai che si erge dal lavello della cucina. Nel caso doveste trovarvi in mezzo a una di queste situazioni, avete due possibilità: o applicare la sempreverde legge del “tra i due litiganti, il terzo gode” avventandovi sull’ultima polpetta o sgattaiolando fuori di casa pur di non dovervela vedere con tre giorni e più di piatti sporchi oppure, con un bel carico di compostezza, potete uscirvene dicendo “Piantatela con questa batracomiomachia!”. Se doveste scegliere la seconda opzione, aspettatevi di vedere stampata sul volto di chi vi sta attorno un’aria perplessa nel chiedervi cosa sia mai una “batracomiomachia”. Per evitare figuracce (e anche per darvi un’aria da intellettuali, che ogni tanto non fa male), vi parleremo proprio della Batracomiomachia. Con la B maiuscola perché è il titolo di un poemetto eroicomico attribuito (anche se non se ne ha la certezza) a Omero, in cui si narra di una guerra tra topi e rane. Batracomiomachia, trama Sulle rive di uno stagno il re delle rane Gonfiagote si imbatte in Rubamolliche, principe dei topi appena sfuggito dalle grinfie di un gatto. Gonfiagote convince il roditore a salire sul suo dorso per visitare il lago, garantendogli che non correrà alcun pericolo. Ma nel bel mezzo del tragitto i due vengono assaliti da una biscia e Gonfiagote, spinto dall’istinto, si immerge nell’acqua dimenticandosi del povero Rubamolliche il quale, non sapendo nuotare, muore annegato. La notizia giunge alle orecchie di Rodipagnotta, re dei topi e padre di Rubamolliche, il quale incita i sudditi a prendere le armi e a marciare verso lo stagno. Ha così inizio la guerra tra rane e topi alla quale assistono addirittura gli dèi che, come da tradizione epica, sono spettatori neutrali. A un certo punto Zeus prova compassione per il destino delle rane decimate da Scavizzolabriciole, il più valoroso tra i soldati-topo. Così il dio dei fulmini, deus ex-machina, invia in soccorso dei poveri anfibi orde di granchi che fanno strage di topi, costringendo i superstiti alla ritirata. La guerra si è conclusa e le rane hanno trionfato. Parodia della poesia epica Se si legge questo poemetto di soli 303 versi non è difficile comprendere come sia una presa in giro dei più solenni poemi omerici, in particolare dell’Iliade. Se la guerra tra achei e troiani durò dieci anni, quella tra rane e topi si consuma nell’arco di una sola giornata. Ma la messa in ridicolo della poesia epica e della sua solennità non si limita soltanto alla trama. L’autore della Batracomiomachia adopera elementi stilistici tipici del genere come il catalogo degli eroi, la rassegna dei […]

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Viaggi e Miraggi

Visto per la Nuova Zelanda, come funziona?

Ti serve un visto Nuova Zelanda, ma non sai come richiederlo? Leggi questo articolo per saperne di più! La pandemia di Covid-19 ha influito negativamente sul settore del turismo, causando perdite nel settore non soltanto nel nostro paese, ma anche all’estero. Sono molti i paesi che hanno adottato misure per contenere la curva dei contagi, soprattutto per quanto riguarda l’arrivo di turisti stranieri provenienti dall’estero. Tra i vari paesi che hanno adottato queste misure c’è anche la Nuova Zelanda, il cui governo ha deciso di chiudere i confini fino al 2022. Tuttavia ciò non esclude la possibilità di poter richiedere un visto per il paese, ma con le dovute eccezioni. Visto Nuova Zelanda, condizioni Ma come si può richiedere il visto in anticipo nonostante il divieto di ingresso a causa del coronavirus in Nuova Zelanda? Il visto Nuova Zelanda (NZeTA) può essere richiesto soltanto dai cittadini neozelandesi, da quelli australiani e da tutti coloro che risiedono nel paese in quanto possessori di un permesso di soggiorno permanente. Non può essere invece richiesto dai turisti e dai viaggiatori d’affari. Un’eccezione è costituita dal “Border Expection”, un permesso speciale conferito soltanto a chi svolge attività essenziali, a chi deve recarsi nel paese per motivi umanitari urgenti (come la morte di un parente) e a familiari diretti di residenti neozelandesi (partner, figli fino a 24 anni e genitori di figli fino a 24 anni). Per poter viaggiare con questo permesso è necessario aver effettuato un test PCR a 72 ore dalla partenza e mostrare il risultato negativo alla dogana, una volta giunti nel paese (Fanno eccezione i viaggiatori provenienti dall’Antartide, dall’Australia e dalle isole del Pacifico). Inoltre è previsto l’obbligo di quarantena, prima della partenza, presso uno degli alberghi gestiti dal governo canadese. Una volta giunti in Nuova Zelanda, i viaggiatori vengono sottoposti a un test per il Coronavirus. Un altro test viene effettuato durante la quarantena, tra il terzo e il dodicesimo giorno. Anche in questo caso ci sono le dovute eccezioni: infatti i viaggiatori che 14 giorni prima di giungere in Nuova Zelanda si trovavano in Australia o presso le Isole Cook. Chi invece si è trovava in India, Brasile, Pakistan o Papua Nuova Guinea nei 14 giorni non può assolutamente entrare nel paese. Inoltre, fino a nuovo avviso, è vietato alle navi da crociera di ormeggiare nei porti neozelandesi. Cosa fare se si è già in possesso di un visto Nuova Zelanda (NZeTA) Nel caso si fosse già in possesso di un visto NZeTA, la situazione è un po’ più complessa. Come si è già detto, nessun turista potrà entrare nel paese fino al 2022 quando, si spera, tutta la popolazione sarà vaccinata. L’unica eccezione è rappresentata dai “critical health worker” o “other critical worker”, categorie in cui rientrano tutti quei lavoratori che svolgono attività essenziali, e dai partner dei residenti in Nuova Zelanda che devono compilare un modulo online denominato “Request for travel to New Zeland”. Una volta approvato, a queste categorie verrà richiesto un certo tipo di visto […]

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Libri

Anche Domattina, recensione del romanzo di Carla Tomei

Recensione di Anche Domattina, l’opera prima della prima della scrittrice Carmela G. Tomei vincitrice dell’edizione 2020 del torneo IoScrittore Eleonora e Daniele hanno vissuto una lunga storia d’amore, iniziata ai tempi dell’università e culminata nel loro matrimonio. Tutto a un tratto il filo si spezza ed Eleonora lascia Daniele, a cui non restano che i diari della ragazza per tenere vivo il ricordo del loro rapporto. Ma leggendoli Daniele scoprirà dettagli sulla vita di Eleonora di cui non era a conoscenza. Anche Domattina, raccontare la fine di una storia Come si può raccontare un amore finito per sempre? È possibile riuscire a raccoglierne i cocci sparsi per terra e tentare di ricominciare? È quello che si chiede Carmela G. Tomei nel suo romanzo di debutto Anche domattina, vincitore dell’edizione 2020 del torneo IoScrittore. La scrittrice struttura la sua narrazione su due piani differenti. Da un lato i diari di Eleonora, in cui si manifesta il carattere di una persona positiva, intraprendente e curiosa verso il mondo nonostante un passato segnato dalla perdita della madre e dal rapporto conflittuale con la nonna materna, che la rinnega in quanto nata fuori da un matrimonio. Dall’altro i pensieri di Daniele, che rappresenta l’estremo opposto. Pragmatico, cerebrale e materialista, soffocato da una madre e da una sorella apprensive e assorbito dagli impegni di lavoro. Sembra essere proprio questa la molla che fa scattare in Eleonora la decisione di lasciare Daniele. In realtà c’è molto di più dietro a quella scelta e quando Daniele scoprirà la verità dovrà trovare un modo per andare avanti con la propria vita, nonostante l’assenza della donna amata. Un non-romanzo Se si dovesse cercare di trovare un motivo per cui Anche Domattina ha trionfato su tanti altre opere in concorso al torneo IoScrittore, lo si potrebbe trovare innanzitutto nello stile. Carla G. Tomei non si lascia andare ad orpelli linguistici tanto belli da vedere quanto superflui, come è tipico di tanti autori emergenti. La storia viene raccontata nel segno della semplicità, di una lingua frutto della quotidianità e del parlato che scolpisce immagini precise nella mente. Si passa così dai quartieri napoletani all’ambiente universitario e giovanile fino a toccare le terre del Giappone, meta in cui Eleonora si ritrova grazie al progetto Erasmus.  Un altro motivo per cui Anche Domattina merita di essere letto è il suo essere un romanzo sui generis: non è un diario, né un romanzo epistolare, né tantomeno un flusso di coscienza. Ma allora cos’è? La risposta è molto semplice. Questo non è un romanzo: è più una sorta di quaderno di appunti e riflessioni sulla fine di un amore, sulle ferite che lascia nella persona che si è sentita abbandonata e che vive in bilico tra l’odio profondo verso chi ha amato e la dovuta devozione che non viene meno. È impossibile non enfatizzare con Daniele e con quel suo malessere che tutti abbiamo provato almeno una volta, ma lo stesso vale per Eleonora e la sua incontenibile voglia di vivere nonostante tutto. Un romanzo […]

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Culturalmente

Piratesse, le più famose della storia

La storia di alcune delle piratesse più famose di tutti i tempi, a metà strada tra la leggenda e la realtà, e delle loro imprese. Quando si pensa ai pirati la prima immagine che ci viene in mente è quella di un mondo maschile composto da uomini che, vuoi per necessità o per spirito d’avventura, solcano i mari a bordo di enormi galeoni pronti a far fuoco su navi piene di ricchezze o in cerca di qualche isola in cui è nascosto un immenso tesoro. Il tutto accompagnato da bevute di rhum, canzonacce strimpellate da mozzi e burberi capitani con una benda sull’occhio e l’immancabile pappagallo sulla spalla che urla ordini al proprio equipaggio. Un mondo in cui la donna non ha decisamente spazio, vero? E invece no. La storia della pirateria è piena di piratesse, donne che hanno rifiutato la tranquillità del focolare domestico per intraprendere una vita fatta di arrembaggi, saccheggi e risse. Alcune di queste donne hanno abbracciato questo stile di vita per puro piacere, altre sono state spinte da cause più o meno nobili. Allora imbarchiamoci anche noi su una di queste navi, issiamo le vele e la nostra bandiera con il teschio, facciamo scorta di liquore e afferriamo con mani salde il timone. Stiamo per navigare tra le storie delle piratesse più famose della storia. Piratesse famose Teuta, la regina degli Illiri La pirateria era un’attività già esistente nel mondo antico, praticata da popolazioni legate al mare che invadevano piccoli villaggi, facendo razzia di bottino e ostaggi. Veniva considerata anche un’attività economica legittima, perché contribuiva ad arricchire le casse dello stato. Tra i popoli specializzati in questa attività c’era quello degli Illiri, formatosi lungo le regioni dell’Illiria e della Pannonia. Nel III secolo a.c. il loro regno fu retto dalla regina Teuta, moglie del defunto sovrano Agrone. Teuta sfruttò la pirateria a proprio vantaggio, per proseguire la politica di espansione iniziata dal marito. La regina potenziò le flotte degli Illiri che invasero e saccheggiarono le isole greche vicine a Corcira (l’attuale Corfù), conquistando la città di Fenice in Epiro nell’odierna Albania. In poco tempo il regno illirico comprese un enorme territorio che Teuta aveva intenzione di allargare, ponendosi l’obiettivo di conquistare le coste greche dell’Epiro e della Macedonia. Tutto questo destò le preoccupazioni di Roma, che considerava quei territori delle importanti rotte commerciali. Stando a quanto racconta Polibio nelle Storie, Teuta ricevette la visita di due ambasciatori romani. Essi cercarono di convincerla a limitare l’attività dei pirati, che attaccavano le navi mercantili di Roma. La regina, in tutta risposta, fece uccidere il più giovane dei due ambasciatori, Lucio. Un motivo sufficiente affinché Roma dichiarasse guerra all’Illiria.   Il conflitto ebbe luogo tra il 229 e il 228 a.c. ed ebbe come sfondo l’isola di Passo. La vittoria andò ai Romani grazie anche al tradimento di Demetrio di Faro, comandante dell’esercito illirico che si mise sotto la loro protezione permettendogli di conquistare i territori dell’impero Illirico. Quando i Romani entrarono a Scutari, capitale del regno, Teuta […]

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Libri

Il Circo della notte, l’opera d’esordio di Erin Morgenstern

Il Circo della notte di Erin Morgenstern è un romanzo affascinante nelle descrizioni, a discapito di una storia non proprio coerente. Londra, ultimi anni dell’età vittoriana. Due illusionisti rivali, Prospero l’incantatore e un misterioso uomo in grigio noto come Mr A.H. decidono di sfidarsi a duello. Ma non saranno loro a scontrarsi, bensì i loro rispettivi allievi: Celia, figlia di Prospero che fin dalla tenera età riesce a manipolare gli oggetti a suo piacimento e Marco, un orfano che Mr. A.H. prende sotto la propria custodia facendolo studiare e rendendolo un abile inventore di attrazioni. L’arena dello scontro sarà il “Cirque des Rêves”, un circo itinerante fondato dall’eccentrico imprenditore Chandresh Christophe Lefèvre e che ha la particolarità di aprire al tramonto e di chiudere all’alba. I destini di Celia e Prospero si incrociano, ma non nel modo in cui speravano i loro mentori. I due ragazzi finiscono per innamorarsi, mettendo in discussione la sfida a cui sono legati. Il Circo della notte. Il fascino di descrizioni vivide e magiche… A luglio di quest’anno Fazi Editore ha pubblicato Il Circo della notte, opera di debutto della scrittrice e artista statunitense Erin Morgenstern. Un romanzo ascrivibile alla categoria dei fantasy young adult che, come tutte le opere prime che si rispettino, mostra i suoi pregi e difetti. Partiamo dai lati positivi: l’autrice padroneggia la penna come se fosse un pennello. Non si rimane indifferenti alle vivide descrizioni del Cirque des Rêves il quale, all’interno del suo tendone bianco e nero, racchiude un microcosmo fatto di acrobati, giocolieri, profumi, illusioni e magie. E se di magia bisogna parlare, Erin Morgestern riesce a rendere partecipi i lettori facendogli percorrere lo stesso tragitto che compiono i visitatori del circo, che diventano parte integrante delle sue attrazioni. Questo, tuttavia, a discapito della storia. … e la mancanza di spessore e credibilità nella narrazione Il punto debole de Il Circo della notte è infatti la sua struttura narrativa, a partire da dei buchi di cui soffre la trama. Di questa sfida tra maghi, fulcro della storia, viene detto poco o niente; Per quale motivo Prospero e l’uomo in grigio decidono di duellare? E come è nata l’usanza della sfida tra maghi e tutto il rituale che la contraddistingue? Sono domande destinate a non avere una risposta, se non nella mente di qualche aspirante scrittore che, dopo aver preso appunti lungo tutta la lettura, si cimenterà nello scrivere una fanfiction sull’argomento. Un discorso leggermente diverso riguarda, invece, i personaggi. Celia e Marco sono due ragazzi accomunati dal bisogno di affetto che i loro maestri gli hanno fatto mancare. Prospero è un padre crudele e incapace di amare sua figlia, torturandola in ogni modo per affinare i suoi poteri e pronto a umiliarla in ogni occasione anche quando, a causa di un esperimento finito male, perderà la sua forma umana divenendo un fantasma. Invece Mr. A.H. mostra a Marco un’assenza  fisica, lasciandolo sempre solo e immerso nei libri della sua lussuosa casa.   La storia d’amore tra i due […]

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Culturalmente

Perché il segno del leone è forte e coraggioso: la risposta sta nel mito

Perché il segno del Leone è forte e coraggioso: la risposta sta nel mito Alzi la mano chi non conosce i segni zodiacali e chi, per interesse o curiosità, non legge o ascolta le previsioni astrologiche del proprio segno. C’è chi ci crede e chi no, sta di fatto che tutti, prima o poi, si ritrovano a consultare le predizioni, per sapere se il giorno, il mese o il nuovo anno saranno fortunati o infausti per il proprio segno zodiacale. Stando agli astrologi, ogni persona alla nascita “acquisisce” determinate caratteristiche caratteriali e comportamentali, così come propensioni specifiche, a seconda del segno zodiacale di appartenenza. Una persona del Leone, nello specifico, sarà forte, aggressiva, passionale. Caratteristiche del segno Soffermiamoci sul segno del Leone. Le persone nate sotto tra il 23 luglio e il 22 agosto, secondo gli astri, sono entusiaste della vita, sempre propositive; bramano raggiungere degli obiettivi più per mettersi in mostra e mostrarsi grandi agli occhi degli che per avere un tornaconto personale. Sono leader per natura, sanno trainare gli altri ai successi ma ci tengono a rimarcare il proprio ruolo predominante, l’importanza che rivestono nel raggiungimento di determinati traguardi e obiettivi. Non vogliamo comunque dilungarci troppo, sei sei interessato ad approfondire l’argomento e conoscere tutte le caratteristiche: il segno del Leone. Tralasciando caratteristiche specifiche, vediamo degli aspetti meno convenzionali, quelli che riguardano la storia del segno. In particolare il perché una persona nata sotto il segno dello Leone abbia determinate propensioni. La motivazione, per l’astrologia, sta nel mito. La personalità del Leone spiegata dalla leggenda Il Leone è il quinto segno dello Zodiaco, legato all’idea di inizio e di fine. Vuole la leggenda che la costellazione del Leone fosse nata in cielo a seguito di una tensione sentimentale tra Zeus e la moglie Era. Ma facciamo chiarezza. Non era certo un mistero che Zeus avesse delle amanti terrene, e in particolare che avesse avuto un figlio, Eracle, con una donna mortale. Dal legame sentimentale ne nacque un bimbo, un semidio con una forza incredibile, impossibile da ritrovare in qualsiasi altro umano e per questo associabile a quella di una divinità. Era, gelosa per la relazione e per il fatto che il marito avesse avuto un figlio con una donna, decise di mettere in difficoltà Eracle. A quel tempo un leone gigantesco girava in Argolide (dove viveva Eracle), e nessuno era riuscito a ucciderlo o ferirlo. Così, la dea, pensando di metterlo in difficoltà e a rischio di morte, convinse Zeus a spingere il figlio a cercare di sbarazzarsi del Leone, vista la sua incredibile forza. Il giovane semidio, per nulla intimorito, provò a più riprese ad uccidere il Leone, prima scagliandogli le frecce, poi utilizzando un grande martello, infine decise di usare le mani nude. Si chiuse all’interno di una gabbia con il grosso animale e riuscì a soffocarlo, uccidendolo. Un esito del tutto inaspettato per Era, che sperava nella morte del semidio. Non potendo fare altro, la divinità, per fare un dispetto a Zeus, decise di portare […]

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Voli Pindarici

Noi non siamo numeri

Ci sono momenti in cui stare in silenzio è la scelta giusta. Non perché non si ha nulla da dire. Le parole sono anche troppe e scalpitano per uscire fuori. Il motivo è che ti soffoca un’impotenza che non ti permette di dire nulla, anche volendolo. Io mi sento così ogni volta che leggo la notizia di un ragazzo che si suicida.  Però stavolta è diverso. Il ragazzo che si è suicidato ha scelto il chiostro di Porta di Massa come palcoscenico del suo ultimo gesto da persona viva. E mentre lui, disperato, si gettava nel vuoto nello stesso tempo, in qualche aula più vicina, i suoi coetanei discutevano le loro tesi e festeggiavano con amici e parenti la gioia di un traguardo importante dopo quasi due anni di didattica a distanza. Questo ragazzo non lo conoscevo. So soltanto che si chiamava Antonio e che aveva cinque anni in meno di me. Ho letto che aveva mentito ai genitori sugli esami dati e che si è suicidato per il peso che quella bugia mette addosso alle persone fragili che hanno paura di deludere. E tutto è avvenuto in quel chiostro che ha visto molti di noi ridere e piangere, dove abbiamo conosciuto quelli che sono diventati gli amici più stretti e dove qualcuno ha anche trovato l’amore. Un luogo dove si respira aria di cultura appena si entra, popolato da un viavai di studenti, professori, dottorandi, bidelli e guardie giurate che diventano di famiglia, anche se non ci entri mai in confidenza per il solo fatto che entrano a far parte di una quotidianità fatta di corsi da seguire, sessioni di studio intenso e appelli d’esame. Sai che saranno sempre lì, come quando rientri nella tua stanza dopo un po’ di tempo trascorso fuori città e trovi il vaso o la lampada sulla scrivania nella stessa posizione in cui li avevi lasciati. Per quelli come noi che hanno scelto di studiare lettere e filosofia le mura del chiostro sono state e continuano ad essere una seconda casa pronta ad accoglierci e a proteggerci dal cinismo di un mondo che ci impone di partecipare ad assurde gare in cui si arriva primi calpestando gli altri, secondo il mantra della velocità: correre dritti verso la propria meta senza curarsi troppo dei problemi altrui (tutti abbiamo dei problemi, ma guai a piangerci addosso). Queste dannose competizioni vengono alimentate da chiunque: dai genitori che riversano le loro inespresse ambizioni sui propri figli, da parenti che si fanno vivi soltanto durante le feste obbligate, da colleghi che hanno dato tutti gli esami di entrambi i semestri di un anno accademico e sentono il dovere di vantarsi sui social dei loro successi, da giornalisti che alimentano una certa narrazione tossica pubblicando notizie riguardanti ragazzi di ventidue anni che hanno preso tre lauree e cinque master in tempi record (trattenete le vostre lacrime ipocrite e non richieste, utili soltanto per prendersi qualche “mi piace” e qualche reaction con la faccina che piange in più).  «E se il […]

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Culturalmente

Cappella degli Scrovegni, il tesoro del gotico italiano

La Cappella degli Scrovegni di Padova è uno dei monumenti più emblematici del gotico italiano, complice anche il tesoro che custodisce al suo interno: gli affreschi dipinti da Giotto di Bondone, il più importante pittore del periodo che ha lasciato un ampio pezzo della sua arte anche nella città veneta. Cappella degli Scrovegni, storia della sua costruzione Nel 1300 il banchiere Enrico degli Scrovegni acquistò da un nobile decaduto il terreno su cui si trovavano i resti dell’antica arena di Padova. Lì ricevette dal vescovo l’autorizzazione per far costruire una cappella intitolata a Santa Maria della Carità. L’edificio era adiacente al Palazzo degli Scrovegni (abbattuto nell‘800) e ne costituiva l’oratorio e il mausoleo privati della famiglia. Per molto tempo è circolata la credenza per cui Enrico fece costruire la Cappella degli Scrovegni per espiare i peccati commessi dal padre Rinaldo, collocato da Dante nel diciassettesimo canto dell’Inferno tra gli usurai. In realtà è più probabile che la costruzione dell’edificio fosse vista come un mezzo per guadagnarsi facilmente le simpatie della Chiesa, un’istituzione che pur condannando l’attività di banchieri ed usurai rientrava anche nella lista dei loro clienti più “affezionati”. La Cappella fu costruita e decorata in due anni, tra il 1303 e il 1305. È composta da una navata unica con una volta a botte chiusa da un arco, al di là del quale si trova una piccola abside con la tomba di Enrico. In origine l’abside doveva essere molto più grande, ma fu ridimensionato quando i frati eremitani, che avevano un convento nella stessa zona, protestarono con il vescovo di Padova. Il motivo fu il fatto che Enrico aveva fatto erigere un campanile, rendendo l’edificio una chiesa vera e propria, motivo per cui i frati temevano una possibile concorrenza. Il progetto fu rivisto e l’enorme abside eliminato, anche se ne è rimasta traccia nell’affresco del Giudizio Universale di Giotto dove lo stesso Enrico è raffigurato nell’atto di consegnare alla Madonna un modellino della cappella, comprendente anche una copia di quello che doveva essere l’abside originale. Le decorazioni interne Enrico degli Scrovegni aveva pensato in grande per quanto riguarda le decorazioni interne dell’edificio. Riuscì a coinvolgere nel progetto il meglio che l’arte gotica del ‘300 avesse da offrire: lo scultore Giovanni Pisano e Giotto.    Giovanni realizzò il sepolcro di Enrico e il gruppo scultoreo della Madonna con bambino e due angeli, un esempio dell’intensità espressiva del gotico che si riscontra nelle pieghe della veste della Vergine e nell’intenso sguardo che la madre e il figlio si scambiano. Ma la notorietà della Cappella degli Scrovegni è dovuta soprattutto al ciclo di affreschi dipinti da Giotto. Fino a quel momento l’allievo di Cimabue poteva vantare una carriera non da poco: aveva arricchito la basilica superiore di Assisi con i suoi affreschi e si era fatto un nome a Firenze dipingendo, tra le tante opere, il crocifisso della chiesa di Santa Maria Novella. Insomma, Giotto godeva dello status di una vera e propria celebrità e il suo nome era sinonimo di garanzia. […]

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Comunicati stampa

La Coppa del Santo, il nuovo spettacolo della compagnia Gli Omini

Prosegue La Fuori Stagione, VI edizione di Mutaverso Teatro, progetto a cura dell’Associazione Erre Teatro, ideato e diretto da Vincenzo Albano, che domenica 27 giugno presenta Coppa del Santo – Agonismo e miracoli al tempo del distanziamento sociale della compagnia Gli Omini, in scena alle ore 20.30 all’Are all’aperto del Teatro Ghirelli. Scritto da Giulia Zacchini e interpretato da Francesco Rotelli e Luca Zacchini, lo spettacolo, realizzato con il supporto di Casa del Contemporaneo, è un mercante in fiera sulle vite dei santi, che coinvolge il pubblico in una riffa, ripensato però per l’epoca del distanziamento sociale. La Coppa del Santo è un adattamento de L’asta del Santo, spettacolo di Luca Zacchini del 2011 che ha raccolto consensi in tutta Italia. Oggi, la piéce si modifica per rispettare le regole di distanziamento sociale e si trasforma, perché i Santi sono duri a morire e soprattutto perché il pubblico continui a giocare. Saranno proprio gli spettatori, tutti insieme, a decidere quale Santo vincerà il sacro torneo, per eleggere ed invocare un unico patrono della serata. Una partita sul modello dei campionati virtuali che spopolano su giornali, radio e web, ma dal vivo. Un tabellone: 32 santi gareggeranno tra loro sfoderando poteri sovrannaturali. Dai sedicesimi di finale finchè ne rimarrà uno solo, il pubblico ascolterà le straordinarie storie di vita dei Santi voterà il vincitore di ogni sfida. Da San Giorgio a Padre Pio, passando per Santa Pazienza e Santa Speranza. Grandi e storici, ultravenerati o misconociuti, improbabili o impossibili Santi. Vergini contro Martiri, Eremiti contro Vescovi. Chi vincerà la Coppa del Santo? L’ultima settimana di programmazione di Mutaverso Teatro prevede un doppio appuntamento: il 1 luglio sulla splendida terrazza con vista sul Golfo della Fondazione Ebris con L’arte del selfie nel medioevo – Giovanni Succi racconta il Dante che non t’aspetti, e il 4 luglio si chiude al Teatro dei Barbuti con Sgombro – Varietà Tragicomico con Ivan Talarico, Daniele Parisi, Davide Grillo, il Nano Egidio (Marco Ceccotti, Francesco Picciotti, Simona Oppedisano). Per partecipare, è necessaria la prenotazione, l’ingresso è previsto alle ore 20.00. Biglietto unico: euro 12. Per info e contatti [email protected] oppure 329 4022021. Fonte immagine copertina: ufficio stampa  

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Libri

Il buio non fa paura, l’esordio di Pier Lorenzo Pisano

Recensione de Il buio non fa paura, romanzo di debutto del regista teatrale e cinematografico Pier Lorenzo Pisano. La vita di Gabriele e dei suoi fratelli Giulio e Matteo scorre tranquilla assieme ai genitori, in un paesino di campagna del secondo dopoguerra. Tutto cambia quando una sera la mamma si reca nella stalla per prendere un bicchiere di latte per Gabriele, messo in castigo dal padre. La donna scompare e viene data per morta. Le risate, i giochi e l’allegria cedono il posto alla tristezza, alla depressione e a un clima paranoico quando il paese viene scosso dalla cruenta uccisione di un ragazzo e di alcuni animali da parte di una certa “bestia”. Una sera Gabriele si ritrova faccia a faccia con questa creatura enorme e scura, convinto che si tratti di sua madre. Pier Lorenzo Pisano, biografia dell’autore Pier Lorenzo Pisano, nato a Napoli nel 1991, è un autore e regista di cinema e teatro diplomato presso il Centro Sperimentale di Roma. Alla settantunesima edizione del Festival di Cannes proietta Così in terra, cortometraggio d’esordio che è stato proposto da più di cinquanta festival internazionali. I suoi testi teatrali gli hanno fatto vincere numerosi premi quali il Solinas, il Riccione-Tondelli e il premio Hystrio. Il buio non fa paura, pubblicato da NN editore, è il suo romanzo d’esordio ed è stato inserito nella rosa dei finalisti del premio Calvino 2020. Il buio non fa paura. Elaborare il lutto con l’immaginazione Il buio non fa paura è una fiaba dark, dall’atmosfera rustica e dal ritmo che diviene sempre più incalzante ad ogni pagina. La scelta di adottare uno stile privo di dialoghi può scoraggiare anche il lettore più audace, ma ben si addice al punto di vista che Pisano decide di usare per narrare la storia: quello fantasioso e innocente, tipico dei bambini. Gabriele elabora il lutto in un modo del tutto personale: mentre il padre si lascia consumare dal dolore che manifesta in modi differenti, dal lasciare l’enorme casa in bàlia del disordine al drastico cambiamento fisico, il piccolo protagonista non si rassegna alla perdita della madre e giunge a identificarla nella misteriosa creatura nascosta nei boschi e che terrorizza il paese, con la quale instaura un rapporto affettuoso. Si tratta di uno schema che abbiamo visto più volte nelle opere di fantasia: quello di un giovane protagonista che scopre un qualcosa o un qualcuno che non appartiene a questo mondo e che cerca di proteggere dalla psicosi del mondo adulto, con le sue paure e il suo bigottismo. Con Il buio non fa paura Pier Lorenzo Pisano sceglie di omaggiare lo spirito di immaginazione che alberga in ognuno di noi, regalandoci una fiaba oscura e inquietante forse non accessibile a tutti, ma sicuramente di grande fascino. Fonte immagine copertina: NN Editore

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Attualità

Nel ripetersi delle cose, omaggio a Domenico Carrara

In occasione della rassegna In-Chiostro Homo Scrivens ha presentato il volume Nel ripetersi delle cose, opera postuma di Domenico Carrara. Il 24 gennaio del 2021 un ragazzo di 34 anni scompare durante un’escursione in Val Camonica, in provincia di Bienno. Il suo nome è Domenico Carrara, originario del paese avellinese di Grottaminarda e laureato in lettere moderne alla Federico II. Come tanti giovani del sud accomunati dal destino di dover lasciare il proprio paese per cercare una vita migliore altrove, Domenico si trasferisce a Bienno e lavora all’interno di una scuola.  Domenico è appassionato di letteratura e ha stretto un legame professionale e umano con la casa editrice Homo Scrivens che pubblica la sua raccolta poetica C’è chi si lamenta della pioggia (2014) e il romanzo illustrato Mnemosine (2019). Collabora anche con la rivista Identità Insorgenti, promuovendo le giovani voci poetiche del suo sud. In primavera avrebbe dovuto presentare una nuova raccolta di poesie, Nel ripetersi delle cose. Lui però non c’è più: dopo cinque giorni di ricerca il suo corpo viene ritrovato il 29 gennaio e la speranza di rivederlo tra i suoi cari e tra i suoi amici si è spenta nel modo più tragico possibile. A distanza di cinque mesi dal lutto la casa editrice Homo Scrivens ha deciso di omaggiare l’amico e poeta Domenico Carrara pubblicando postuma proprio quella che è la sua ultima opera. Lo ha fatto all’interno della rassegna In-Chiostro, che da un anno a questa parte si occupa di promuovere il mondo dell’editoria e il valore della letteratura tramite iniziative che si svolgono all’interno del chiostro della basilica di San Domenico Maggiore.  Il volume è stato presentato in un incontro coordinato dall’editore Aldo Putignno e sono intervenuti, tra gli altri, il poeta Ciro Tremolaterra, la scrittrice e illustratrice Maura Messina (che aveva collaborato con Domenico Carrara illustrando il romanzo Mnemosine) e il sindaco di Bienno Massimo Maugeri. Nel ripetersi delle cose. Ricordo di un poeta e di un amico Nel suo intervento Ciro Tremolaterra ha elogiato il valore delle poesie di Domenico, con cui era tornato ultimamente in contatto durante i mesi del lockdown e lo ha definito un “poeta silenzioso”: un poeta che non voleva imporre il valore della propria opera agli altri (una tendenza che, purtroppo, accomuna gran parte degli scrittori emergenti), ma che era dotato di gentilezza, di garbo e di compassione verso gli ultimi, qualità che traspaiono nei suoi versi.  Intenso anche l’intervento dell’amica illustratrice Maura Messina, che ricorda la sintonia presente tra lei e Domenico e come le poesie di quest’ultimo fossero perfette per essere trascritte sotto forma di disegni. A chiudere l’evento è stato l’intervento di Massimo Maugeri, sindaco del paesino lombardo di Bienno che ha preso a cuore sin da subito la scomparsa di Domenico Carrara da attivare una task force nel disperato tentativo di ritrovarlo sano e salvo. Un atto di generosità che gli è valso l’assegnazione del “Premio Grottaminarda” nella giornata di domenica 30 maggio. Agli interventi si sono alternate letture delle poesie dell’autore […]

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Culturalmente

Dinastia di Enrico VIII, storia dei Tudor

La dinastia di Enrico VIII, quella dei Tudor, ha plasmato l’immagine dell’Inghilterra trasformandola in una potenza mondiale. La dinastia dei Tudor è quella che più di tutte ha segnato la storia dell’Inghilterra. È prima di tutto la dinastia di Enrico VIII, uno dei sovrani più controversi che mai siano apparsi sulla faccia della terra, ma è anche quella della figlia Elisabetta I e il cui regno è ricordato come uno dei più splendenti della storia del Regno Unito. Ma prima di arrivare a ciò bisogna per forza partire dall’inizio: da quando i Tudor si impossessano del potere. La Dinastia di Enrico VIII, i Tudor Tra il 1455 e il 1485 fu combattuta la Guerra delle due rose, una serie di guerre civili tra due casate della dinastia dei Plantageneti che si contendevano il trono: gli York e i Lancaster, i cui simboli erano rispettivamente una rosa bianca e una rossa (da qui deriva il nome del conflitto). Questo periodo, fatto di intrighi di corte e sanguinosi conflitti, influì negativamente sul regno di Edoardo VI, già mentalmente instabile di suo e dopo i brevi regni di Edoardo V ed Riccardo III nel 1485 salì sul trono Enrico VII della dinastia Tudor, che aveva sconfitto proprio Riccardo III nella battaglia di Boswhort Field. Il sovrano e la sua famiglia erano di origini gallesi, ma la madre era imparentata con i Lancaster e ciò gli permise di andare a rivendicare il trono. Inoltre sposò Elisabetta di York, mettendo fine alla guerra fratricida. Enrico si dimostrò un sovrano abile e di temperamento ben differente rispetto ai suoi predecessori. Non si fece mettere i piedi in testa dai baroni, che in passato avevano fatto il bello e il cattivo tempo della monarchia con le loro rivendicazioni, risanò le casse dello stato prosciugate dalla guerra delle due rose e per rafforzare il potere in Europa aveva tessuto una rete di alleanze matrimoniali. Nel 1502 fece sposare la figlia Margherita con il re di Scozia, allo scopo di impedire a quest’ultimo l’appoggio del misterioso Perkin Werbeck che si spacciava per l’ultimo figlio superstite di Riccardo IV di York e, quindi, pretendente al trono. Un anno prima, invece, fece sposare il primogenito Arturo con Caterina d’Aragona, figlia di Fernando II e di Elisabetta di Castiglia, stipulando un’alleanza con la Spagna. Ma alla morte di Arturo, dopo appena quattro mesi di matrimonio, Caterina fu data in sposa al secondogenito Enrico, che alla morte del padre, nel 1509, prenderà il nome di Enrico VIII. Il regno di Enrico VIII e delle sue sei mogli Enrico VIII venne incoronato il 24 giugno del 1509 nell’abbazia di Westminster assieme a Caterina d’Aragona. Il matrimonio fu reso possibile grazie a una dispensa papale da parte di Giulio II, grazie alla quale si poteva esonerare una persona dall’obbedire a una norma. Con questa “eccezione alla regola” Enrico aveva potuto sposare Caterina nonostante il matrimonio non fosse stato consumato (infatti la Bibbia proibiva di sposarsi con le vedove). Nei primi anni di governo Enrico lasciò […]

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Culturalmente

Preraffaelliti. Storia e caratteristiche

Il movimento preraffaellita (detto anche “confraternita dei preraffaelliti”) nasce e si sviluppa attorno al XIX secolo, nell’Inghilterra vittoriana. Un periodo di relativa pace e di sviluppo per il paese, ma anche pieno di contraddizioni al suo interno. Il lungo regno della regina Vittoria (1837-1901) fu caratterizzato da un’incessante fiducia nel progresso e nella fede. La seconda rivoluzione industriale, iniziata nel 1856, aveva aumentato il benessere delle classi agiate. Di contro i poveri erano costretti a vivere nei sobborghi e nelle periferie delle città in condizioni drammatiche, messe in luce dai maggiori scrittori dell’epoca come Charles Dickens. I bambini furono impiegati a lavorare nelle miniere di carbone o come spazzacamini, con conseguente aumento del livello di analfabetismo. Le donne, essendo prive di diritti, si davano alla prostituzione pur di mandare avanti le proprie famiglie.  Il tutto avveniva in un clima di ipocrisia che vide il trionfo dei valori puritani: castità, pudicizia, fedeltà assoluta e timore religioso non dovevano mai mancare in una buona famiglia borghese e doveva esserne massima espressione la donna, remissiva verso il marito e dedita alla casa e alla cura dei figli. Gli stessi esponenti della cultura non mancavano di sottolineare le contraddizioni di questa società. Basti pensare al solo Oscar Wilde, scrittore spiccatamente omosessuale (quindi un “abominio” per la morale dell’epoca), ma soprattutto il mondo dell’arte che tramite varie correnti divenne il più efficace veicolo di denuncia nei confronti della società vittoriana. Tra queste correnti c’è anche la confraternita dei preraffaelliti, nata nel 1848. Preraffaelliti. Origini e caratteristiche A fondare il movimento furono tre giovani studenti della Royal Accademy di Londra: William Holman Hunt, Dante Gabriel Rossetti e John Everett Millias. Con la loro confraternita i tre pittori si opposero ai precetti accademici a cui l’arte era vincolata e che, secondo loro, si diffusero per colpa di Raffaello Sanzio. Osservando La Trasfigurazione conservata nella Pinacoteca Vaticana, Hunt aveva criticato il pittore rinascimentale «per il suo disprezzo grandioso della verità, per la postura altezzosa degli apostoli e per l’atteggiamento non spirituale del Salvatore». Raffaello era quindi ritenuto colpevole di aver corrotto l’innocenza primitiva dell’arte concentrandosi più sulla “bellezza” dei soggetti delle composizioni che sulla “realtà” rappresentata, gettando le basi per la nascita di tutti i canoni della vituperata arte accademica. C’era un solo modo per liberarsi di tutto ciò: volgere lo sguardo indietro, all’arte medievale e prerinascimentale pura e semplice, che ritraeva la quotidianità senza orpelli superflui. Da qui la scelta, da parte dei tre pittori, di adottare il nome di “preraffaelliti”. Le opinioni dei preraffaelliti andavano di pari passo con quelle di uno dei loro maggiori sostenitori, il critico d’arte John Ruskin. Egli, durante l’Esposizione Universale di Londra del 1851, definì il Crystal Palace di Joseph Paxton un «cocomero di vetro». Tanto Ruskin quanto Hunt e compagni erano accomunati da una certa repulsione verso la moderna società industriale, fatta di fabbriche e macchine che avevano allontanato l’uomo dal rapporto intimo con la natura. Anche i temi scelti aderiscono alla scelta di opporsi alla negatività portata dalla società […]

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Musica

Abide, recensione dell’EP dei Nomotion

Recensione dell’Ep “Abide”, il nuovo lavoro prodotto dalla southern gothic rock band Nomotion e pubblicato da Mold Records. I Nomotion si formano nel 2014 a Udine, per poi stabilirsi nel Regno Unito. Hanno all’attivo la pubblicazione dell’EP Ritual Murders (2014) e dell’album Funeral Parade of Lovers (2019), due opere in cui il complesso friulano si contraddistingue per uno stile ascrivibile al “southern gothic rock”. Un genere dove le sonorità tipiche del country e del blues fanno da accompagnamento a brani dagli argomenti tetri e oscuri quali criminalità, povertà, alcoolismo, ma anche storie di fantasmi e rapporti con Dio e il diavolo. Se si ascoltano questi due lavori dei Nomotion tutte le regole appena elencate, identificate dal giornalista del Denver Post Riccardo Baca come “Denver Sound” (dal nome della città texana in cui si sono formate molte band del genere), sono ampiamente rispettate. Non sarà allora da meno l’EP Abide, pubblicato il 16 aprile di quest’anno per l’etichetta Mold Records. Come si legge anche nel comunicato stampa della band, in inglese Abide vuol dire “sottomettersi” o “ubbidire”. Proprio la sottomissione sembra essere il collante di tutti e cinque i brani, dominati da un’aura di oscurità e mistero. Abide. Recensione track by track Blooming and Dooming è la traccia iniziale, caratterizzata da un ritmo che si potrebbe definire “western”. Si tratta di una vera e propria marcia country, arricchita da assoli di chitarra elettrica che oltre a conferirle una sfumatura spettrale le danno un ritmo solenne che, lentamente, si eleva. Something out there vede la collaborazione di Rob Coffinshanker, vocalist dei The Coffinshakers e figura importante per la scena del death country svedese. Predominanti qui sono la potenza incalzante e il ritmo “cattivo” conferito dagli assoli dalle voci di Johnny Bergman, il cantante della band, e dello stesso Coffinshanker. Una breve parentesi di relativa tranquillità è conferita da Out of Blue, forse il brano migliore di tutto l’EP. Il suono di un pianoforte ci accompagna lungo questa ballata paragonabile a un viaggio nelle sfere celesti del paradiso per poi riprecipitare nelle sonorità cupe della chitarra elettrica e del basso, come se i Nomotion volessero rivendicare l’appartenenza al proprio genere e che questa sia nient’altro che una pausa dal, seppur breve, viaggio musicale che propongono. Contradiction ci riporta infatti con i piedi terra, con le tipiche tonalità country e dark che hanno aperto questo lavoro. A chiudere il cerchio è un’altra ballata, seppur decisamente più aggressiva rispetto a quella centrale: Elisabeth. Il brano, del quale è stato girato anche un videoclip dal laboratorio creativo Sonicyut, è una camminata distorta negli abissi della mente di una persona che cerca di fuggire dal proprio malessere esistenziale. A dominare è una melodia sommessa (seguendo sempre il fil rouge dell’EP, la sottomissione!) in cui si inserisce la voce femminile della cantante soul Brontë Shande. Abide è una passeggiata lungo le sonorità di un genere di nicchia, certamente non conosciuto nel nostro paese, ma che saprà colpire e stupire al primo ascolto anche chi non ne ha mai sentito […]

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Libri

Purgatorio di Dante in graphic novel. Recensione

Chiaredizioni pubblica Purgatorio di Dante in Graphic Novel, opera di Zuccarini e Carbonetti, a 700 anni dalla scomparsa del sommo poeta. I dubbi sull’importanza di Dante Alighieri per la nostra cultura non dovrebbero esistere. Il poeta e padre della lingua italiana ha ispirato generazioni di letterati e artisti rimasti affascinati da quel caleidoscopio di immagini che è la Commedia, soprattutto se parliamo della più amata delle tre cantiche che è L’Inferno. Pensando solo alla pittura si potrebbero citare i nomi di Sandro Botticelli, Gustave Doré e Salvador Dalì ma sono tanti altri i media che ne hanno subito il fascino: il rapper Murubutu con l’album Infernum, la Eletronic Arts con il videogioco Dante’s Inferno e i fumetti con L’inferno di Topolino, storia a puntate scritta da Guido Martina e Angelo Bioletto tra il 1949 e il 1950. Tuttavia, benché siano in pochi ad ammetterlo, anche la cantica del Purgatorio ha il suo fascino. Lo sanno benissimo Cristiano Zuccarini ed Ernesto Carbonetti che in occasione dei settecento anni dalla scomparsa del sommo poeta pubblicano Purgatorio di Dante in graphic novel. Una graphic novel, per l’appunto, sulla seconda cantica del poema. Biografia degli autori Docente di italiano, latino, greco e storia alle scuole superiore, Cristiano Zuccarini si è predisposto la missione di rendere i classici della letteratura italiana accessibili a un pubblico di giovani il cui rapporto con i libri, è un dato di fatto, non è tra i più idilliaci. Per farlo si avvale dell’aiuto di Ernesto Carbonetti, illustratore formatosi all’Accademia Disney di Milano che ha collaborato con la Maximus Studios e la Mirò Edizioni. La loro collaborazione ha portato alla pubblicazione dell’Inferno di Dante in graphic novel nel 2019. Purgatorio di Dante in graphic novel, struttura dell’opera Nel loro Purgatorio i due autori hanno scelto di soffermarsi su pochi ma significativi canti, che rispecchiano i momenti più alti della cantica: Il primo, il terzo, il quinto e il sesto dell’Antipurgatorio, il nono e i successivi tre in cui viene descritta la cornice dei Superbi. Ciò che colpisce è sicuramente la fedeltà all’opera di partenza. Zuccarini sceglie di riportare per intero i versi danteschi, seppur concedendosi la libertà di parafrasarne alcuni che magari possono risultare oscuri a chi non ha dimestichezza con il poema. Ma quando si parla di graphic novel la sceneggiatura non può essere l’unico valore da tenere in considerazione. Carbonetti ci regala infatti delle tavole suggestive, simili ad acquerelli intensi che restituiscono l’atmosfera di speranza e dolcezza che costituisce la cantica dedicata al regno “dove l’umano spirito si purga/ e di salire al ciel diventa degno”. Gli incontri con Catone l’Uticense, Manfredi, Pia de’ Tolomei, Sordello e l’angelo guardiano della porta del Purgatorio sono resi magistralmente, restituendoci una dimensione di umana religiosità. Il Purgatorio di Dante in graphic novel, assieme a tante altre operazioni non solo cartacee, è uno dei modi migliori per continuare a festeggiare i fasti del sommo poeta a settecento anni dalla sua scomparsa e a distanza di giorni dal Dantedì. Chi vuole avvicinarsi alla seconda […]

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