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Eroica Fenice

Food

Pizzeria Lombardi, riapre lo storico locale di Benedetto Croce

Lunedì 3 dicembre si è tenuta la riapertura ufficiale del locale Antica pizzeria ristorante Lombardi, una vera e propria istituzione per quanto riguarda la tradizione della pizza e testimonianza di una delle più importanti famiglie che hanno segnato un nome nella tradizione della cucina partenopea. Pizzeria Lombardi, storia del locale Tutto ha inizio nel 1892 quando Errico Lombardi si specializzò nella preparazione di pizze fritte che poi vendeva in vico del Limoncello. Giunge poi il 1902 ed Errico salì sulle navi che portavano i migranti italiani negli Stati Uniti d’America e, dopo averci lavorato, decide di trasferirsi negli USA. Ad Errico va quindi riconosciuto il merito di essere stato uno dei primi ad aver portato la conoscenza della pizza napoletana oltreoceano. Erede di Errico Lombardi fu il figlio Luigi, il quale, mentre proseguiva l’attività del padre vendendo pizze tra la ferrovia e Spaccanapoli, si imbatté in Benedetto Croce. Il filosofo e critico letterario si interessò alla storia di Luigi e della sua famiglia e aiutò economicamente il ragazzo affinché potesse affittare un locale nei pressi del monastero di Santa Chiara. Era il 1922, anno di nascita della storica pizzeria Lombardi. Qui Luigi trasmise la passione per gli impasti e i forni a legna ai figli Alfonso, Luigi ed Enrico. Tuttavia tra Luigi ed Enrico ci furono delle incomprensioni e quest’ultimo, nel 1947,  fondò una propria sede della pizzeria Lombardi nel locale acquistato dal padre Luigi nel primo dopoguerra in via Foria 12-14. Fatta eccezione per i danni causati dai bombardamenti durante la seconda guerra mondiale, la sede di via Benedetto Croce 59 rimase sempre attiva fino al 2011 quando, per mancanza di eredi, Luigi Lombardi prese a malincuore la decisione di chiudere il locale. La riapertura e la rinascita Fortunatamente la storia ha preso una svolta diversa e, dopo due mesi di restaurazione dei locali, l’antica pizzeria ristorante Lombardi è rinata. Con una riapertura tenutasi il 3 dicembre scorso, il locale, di proprietà dell’ingegnere Gennaro Moio, ha mostrato un nuovo volto grazie alle cure dell’architetto Francesco Scivicco, accogliendo i visitatori in un luogo moderno che però non rinuncia al gusto per l’antico. Dal forno in bella vista appena si entra alle fotografie d’epoca della pizzeria e di piazza del Gesù, l’aura della tradizione è rimasta inalterata. Anche il menù richiama la tradizione puramente napoletana, come dimostrano anche le pizze servite durante l’evento: margherita, marinara e bufalina con pomodorino del piennolo. Tre specialità preparate da Lino Riccio con farina prodotta dal Mulino Caputo. Ma la famiglia Lombardi è nota anche per essere stata una delle prime ad aver coniugato lo stile della pizzeria a quello della trattoria, così assieme alle pizze vengono serviti anche piatti della tradizione. Lo dimostra la pasta e patate con provola preparata dallo chef Giancarlo Perna. Presente alla giornata anche Luigi Lombardi, patrimonio vivente della tradizione di famiglia che ha seguito i lavori di restauro della pizzeria. La riapertura della pizzeria Lombardi è di grande importanza, in quanto ridà lustro ad una delle più importanti famiglie di […]

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Culturalmente

Poesie per la mamma. Cinque da leggere

La mamma è la prima figura che gli occhi di un essere umano appena nato incontrano. Che sia una severa autorità o una saggia guida nelle percorso della vita, questa figura ha ispirato poeti di ogni tempo  che le hanno dedicato versi su versi. Le poesie per la mamma, che anche noi abbiamo scritto alle elementari costretti dalle nostre maestre, si possono considerare alla stregua di un sottogenere poetico. In questo articolo abbiamo selezionato cinque tra le tante poesie per la mamma, scritte da autori celebri o meno. Per alcuni di voi si tratterà di componimenti già noti, per altri un po’ meno. In ogni caso potrebbero tornarvi utili per descrivere il rapporto che avete con le vostre madri e i sentimenti derivanti. Poesie per la mamma, le nostre scelte Supplica a mia madre – Pier Paolo Pasolini È difficile dire con parole di figlio ciò a cui nel cuore ben poco assomiglio. Tu sei la sola al mondo che sa, del mio cuore, ciò che è stato sempre, prima d’ogni altro amore. Per questo devo dirti ciò ch’è orrendo conoscere: è dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia. Sei insostituibile. Per questo è dannata alla solitudine la vita che mi hai data. E non voglio esser solo. Ho un’infinita fame d’amore, dell’amore di corpi senza anima. Perché l’anima è in te, sei tu, ma tu sei mia madre e il tuo amore è la mia schiavitù: ho passato l’infanzia schiavo di questo senso alto, irrimediabile, di un impegno immenso. Era l’unico modo per sentire la vita, l’unica tinta, l’unica forma: ora è finita. Sopravviviamo: ed è la confusione di una vita rinata fuori dalla ragione. Ti supplico, ah, ti supplico: non voler morire. Sono qui, solo, con te, in un futuro aprile… Tratto dalla raccolta Poesia in forma di rosa, questo componimento descrive il rapporto stretto che Pasolini ebbe con la madre Susanna Colussi, originaria di una famiglia contadina del Friuli. Nel 1950 Pasolini si trasferisce con la madre a Roma e, dopo le iniziali difficoltà, riesce ad ottenere una cattedra a Ciampino che gli permette di mantenere lui e la propria genitrice. Dal componimento si può evincere come Pasolini fosse un uomo molto legato alla propria madre e il cui rapporto divenne stretto quando il fratello dell’autore, Guido, morì durante la seconda guerra mondiale. Qui la madre è descritta come l’unica conoscitrice dei sentimenti del poeta, di tutte quelle paure e angosce che lo tormentano e che non gli permette di immaginare un’esistenza senza di lei. Purtroppo fu Susanna a dover sopravvivere all’assassinio del figlio nel 1975, prima di spegnersi sei anni dopo. La mamma – Ada Negri La mamma non è più giovane e ha già molti capelli grigi: ma la sua voce è squillante di ragazzetta e tutto in lei è chiaro ed energico: il passo, il movimento, lo sguardo, la parola. Breve, semplice ed essenziale questa poesia di Ada Negri, scrittrice originaria di Lodi che scrive per la madre Vittoria. Pochi versi che […]

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Culturalmente

Jean-Michel Basquiat, quando un artista è vittima dell’ignoranza

È notizia di pochi giorni fa il ritrovamento de L’angelo maledetto, opera di Jean-Michel Basquiat, appartenente all’ex banchiere Sergio Rossi il quale, due anni prima, l’aveva affidata a due intermediari che avrebbero dovuto portarlo a New York per verificarne l’autenticità. Da quel momento non si è saputo più nulla del quadro fino a qualche giorno fa, quando è stato ritrovato nella casa di un amico del signor Rossi. Il suo valore stimato si aggira tra i 20 e i 25 milioni di euro. Questo il riassunto della vicenda, dal momento che l’articolo non vuole esserne un ennesimo resoconto. Piuttosto ci vorremmo soffermare sulle reazioni del popolo di internet che si è trovato davanti l’immagine de L’angelo maledetto di Jean-Michel Basquiat. Reazioni che hanno come punto in comune l’eccessivo valore stabilito del quadro per quelli che sarebbero solo “scarabocchi” senza tenere conto che, a discapito dei gusti personali, ci troviamo davanti ad uno degli artisti più emblematici del secondo ‘900. A tale proposito, consideriamo la notizia come un’occasione per parlare dell’opera di Basquiat e del fenomeno del graffitismo con la speranza (futile) di spazzare via  i luoghi comuni dettati dall’ignoranza. Jean-Michel Basquiat, biografia Nato nel 1960 a New York nel quartiere di Brooklyn, Basquiat era figlio di padre haitiano e madre portoricana. Fin da piccolo visita i musei della città e si interessa al mondo dell’arte. Nel 1968 viene investito da un autista ed è costretto ad un’operazione di asportazione della milza. Durante il periodo di convalescenza legge Gray’s anatomy, un libro di anatomia scritto dal medico Henry Gray e le illustrazioni contenute influiranno sul suo stile. Iscrittosi all’istituto City as a School nel 1976 inizia a riempire le strade con i suoi graffiti firmandosi con l’acronimo SAMO (Same old shit). Due anni dopo abbandona la scuola e decide di mantenersi da solo vendendo cartoline da lui stesso disegnate. In poco tempo la sua fama inizia ad aumentare, affiancando alla carriera di artista quella di musicista con la fondazione della band Gray assieme a Michel Holman. Nel 1980 espone al The Times Square Show. Qui stringe amicizia con l’altro importante nome del graffitismo, Keith Haring. Nel 1981 espone la sua prima mostra a Modena e stringe importanti amicizie con il padre della pop art Andy Warhol e con l’artista napoletano Francesco Clemente. Negli stessi anni Basquiat si unisce sentimentalmente alla pop star emergente Madonna. Ma mentre le sue opere fanno il giro del mondo, Jean-Michel Basquiat non riesce a liberarsi dal demone della tossicodipendenza che lo tormenta dagli esordi e che sigilla la sua fine. Il 12 agosto del 1988 muore a New York in seguito ad un’iniezione di speedball: aveva 27 anni La Graffiti art (o graffittismo) L’opera di Basquiat, come si è detto, rientra nel movimento artistico della Graffiti Art, nato attorno agli anni ’70 nei quartieri poveri e difficili degli USA, in particolare Brooklyn e il Bronx. Gli artisti, giovani la cui identità è contrassegnata da pseudonimi, usano come pennelli vernice spray e pennarelli e i grandi muri o […]

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Attualità

Videogiochi, perchè l’ex ministro Calenda ha torto

A tutti i videogiocatori e semplici appassionati non sono passate inosservate le parole dell’ex ministro Calenda riguardanti i videogiochi. Le risposte non hanno tardato ad arrivare e hanno riacceso il dibattito sul medium videoludico nel nostro paese. Le dichiarazioni del ministro Calenda Attraverso una discussione su Twitter riguardante l’educazione dei ragazzi, Carlo Calenda ha affermato che bisogna «salvarli dai videogiochi», in quanto attività che comprometterebbe l’apprendimento e li allontanerebbe dalla lettura e dallo sport. Esperti del settore e comuni videogiocatori hanno fatto notare all’ex ministro quanto le sue affermazioni fossero oramai superate, senza però fargli cambiare idea. La posizione del ministro Calenda rispecchia la mentalità elementare di gran parte degli italiani sui videogiochi, da sempre considerati un inutile passatempo per i giovani. In realtà basterebbe avere voglia e pazienza di approfondire un poco di più l’argomento per comprendere come questi pensieri non siano altro che frutto di un’ignoranza derivante da un morboso amore verso un ideale passato. I videogiochi sono arte Per prima cosa bisogna considerare il fatto che il videogioco, piaccia o meno, è da considerare a tutti gli effetti una forma d’arte e, come ogni arte che si rispetti, è in continuo divenire. Di generazione in generazione, il lavoro appassionato e coraggioso di programmatori e software house ha contribuito a dar vita ad opere che, per narrazione ed estetica, possono correre sullo stesso binario dei più grandi romanzi e dei più importanti film: da The Last Of Us alla saga di Final Fantasy, passando per Metal Gear Solid e Assasins’ Creed. Basta anche solo guardare il gameplay su Youtube di questi titoli per capire che i tempi di Pong sono belli che lontani. Ci troviamo davanti a storie, personaggi, luoghi e intrecci con cui si crea una forte empatica, capaci di emozionarci e di intrattenerci. In fin dei conti questa polemica ricorda quella che all’inizio dell’900 interessò il nascente cinematografo. Intellettuali, scrittori e filosofi si scagliarono contro la creatura dei Lumiére, definendola uno spettacolo da baraccone e indegna di competere con il ben più nobile teatro. Ma il contributo di personalità incuriosite, unito all’inventiva e alla spregiudicatezza dei registi hanno permesso al cinema di divenire la “settima arte”. La stessa cosa può succedere anche con il videogioco: ci saranno sempre detrattori pronti a screditarne il valore, ma allo stesso tempo il contributo di tanti programmatori e l’interesse che suscita negli studi accademici relativi alle forme dell’audiovisivo gli renderanno giustizia. Un joypad per ragionare Se si continua a leggere su Twitter la dichiarazione dell’ex ministro Calenda, ci si imbatte in questa frase: «Il problema è la passività rispetto alla lettura e al gioco. Reagisci non agisci. Inoltre, abituano la mente a una velocità che rende ogni altra attività lenta e noiosa». Nulla di più sbagliato: si potrebbero citare un’infinità di studi che dimostrano come il videogioco possa aiutare a sviluppare le attività cognitive e persino fisiche del giocatore mettendolo di fronte ad enigmi e problemi da risolvere. A tal proposito al Lucca games & comics di quest’anno è stato inaugurato il primo Game […]

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Cinema & Serie tv

Film anni ’70, 5 capolavori da non perdere

Film anni ’70, 5 pellicole da vedere e rivedere  I film così come la musica degli anni ’70 hanno molti meriti: hanno lanciato le carriere di attori celebri, rinnovato alcuni generi scrostandoli da archetipi obsoleti, dato vita a franchise ancora oggi esistenti. Dall’immensa filmografia di quegli anni abbiamo scelto cinque film che non possono mancare nella cineteca personale di un cinefilo e che magari possono costituire un interessante punto di partenza per chi vorrebbe approfondire questo capitolo della storia del cinema. Film anni ’70, la nostra top 5 Picnic ad Hanging Rock – Peter Weir (1975) Prima del professor Keaton de L’Attimo fuggente e dell’ingabbiato Truman Burbank in The Truman Show, Peter Weir gira uno dei film più enigmatici, claustrofobici e stranianti di tutti i tempi: Picnic ad Hanging Rock. Tratto dall’omonimo romanzo di Joan Linsday il film è ambientato in un’Australia selvaggia, dove la civiltà è simboleggiata dalla presenza di alcune ragazze e professoresse del prestigioso collegio Appleyard. È il giorno di San Valentino del 1900 e per l’occasione viene organizzata una gita presso il gruppo roccioso di Hanging Rock. La quiete viene presto spezzata dalla scomparsa di tre di loro: Miranda, Irma e Marion. Partono subito le indagini, che ben presto assumono connotati inquietanti e a tratti disturbanti. Non è forse il più semplice e scorrevole tra i film anni ‘70, ma è innegabile che eserciti sullo spettatore un certo fascino. Contribuiscono a ciò l’immensità dell’outback australiano, il conflitto tra la civiltà e la natura misteriosa ed incontaminata, la grazia delle ragazze rappresentate come ninfe terrene, le incrinazioni che inevitabilmente infrangono la sfera di repressione imposta dalla morale vittoriana del collegio. La vita è un sogno, soltanto sogno, il sogno di un sogno (Miranda, che cita una poesia di Edgar Allan Poe). Piccolo grande uomo – Arthur Penn (1970) Uno dei nomi più importanti della New Hollywood è senza dubbio quello di Arthur Penn che, come gran parte dei registi, si è impegnato nel rielaborare i generi classici. È successo anche con il western che è, citando Andrè Bazin, “il cinema americano per eccellenza”: Il risultato è Piccolo Grande Uomo. Jack Crabb è l’unico testimone vivente della battaglia di Little Big Horn e ad un giornalista racconta la sua vita tra gli indiani quando, ancora bambino, viene trovato ed accudito da una tribù di Cheyenne. Da loro Jack impara le tattiche di guerra, la loro religione e il concetto di vivere in armonia con la natura, a cui alterna delle tragicomiche visite nel mondo civilizzato. Il tutto fino allo scontro con il leggendario generale George Armstrong Custer. Negli Stati Uniti usciti dalla contestazione e dall’assassino Kennedy e testimoni del conflitto vietnamita e della presidenza Nixon, Piccolo grande uomo divenne il riflesso della società statunitense allora contemporanea. Ribellandosi a John Ford e al mito della frontiera, Arthur Penn trasforma i “barbari” pellerossa in protagonisti puri e poetici e li oppone alla violenza e al nichilismo dei pionieri americani. Una similitudine tanto semplice quanto potente per descrivere l’opposizione tra un’America […]

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Cinema & Serie tv

Cartoni animati anni 90, i 5 da vedere e rivedere

Cartoni animati anni ’90, la nostra top 5 Ma li ricordate gli anni ’90? Erano anni in cui eravamo bambini allegri e spensierati, inconsci dei tempi bui che ci avrebbero attesi una volta divenuti grandi. Lungi dall’abbandonarsi ad un’inutile nostalgia passatista, è innegabile che le cose che ci preoccupavano erano relativamente poche. Una di queste era non perdere le puntate dei nostri cartoni animati preferiti. I cartoni animati anni ’90 erano numerosissimi, pronti a soddisfare le esigenze di ogni piccolo spettatore. Alcuni hanno resistito al trascorrere del tempo mentre altri, rivisti con una certa maturità e spirito critico, mostrano tutte le loro debolezze narrative e stilistiche. In ogni caso questi cartoni animati hanno lasciato un segno indelebile nella nostra infanzia e hanno stimolato la nostra immaginazione. Ecco quindi quelli che, secondo noi, sono i cinque cartoni animati che hanno segnato tutti quei pomeriggi che abbiamo trascorso davanti a Solletico, Bim Bum Bam e altri contenitori per ragazzi. La scelta non è stata semplice, dal momento che si è optato per un criterio che guardasse più ai gusti personali piuttosto che, fatte le dovute eccezioni, a prodotti noti e scontati (Dragon Ball, Ken il Guerriero, Pokèmon..). Cartoni animati anni ’90, le nostre scelte Holly e Benji, due fuoriclasse Partiamo con un classico, in realtà risalente agli anni ’80 e che qui da noi ha incontrato la sua consacrazione negli anni ’90: Holly & Benji, due fuoriclasse. Un cartone che celebra il gioco del pallone tramite le gesta dei suoi due protagonisti, l’attaccante Holly “Oliver” Hutton e il portiere Benji Price. Entrambi fanno parte della New Team, la squadra del campionato di calcio regionale giapponese, e seguiamo le loro gesta dall’infanzia fino alla maturità. Un cartone che è entrato nella leggenda non soltanto per personaggi entrati nel nostro immaginario (il cardiopatico Julian Ross, i gemelli Derrick, il potente Mark Lenders), ma anche per misteri ad oggi irrisolti: il campo lungo 300 chilometri, il Giappone che vince i mondiali di calcio, ma soprattutto lui: quel misterioso e instabile pallone che veniva calciato con la potenza di una cannonata, assumendo forme strane e roteando per diverse puntate (intervallate dai flashback dei personaggi), prima di sfondare letteralmente la rete avversaria e, talvolta, fuggendo dalle mani del portiere che riusciva a pararla. Ci sono più interrogativi in questo cartone che in tutti i dossier presenti nell’archivio della CIA. Street Sharks – Quattro pinne all’orizzonte Per colpa di un pazzoide, /cattivo e genialoide/ quattro splendidi fratelli ora sono quattro Street Sharks!. La voce di Vincenzo Draghi ci introduceva nel mondo di quello che è forse uno dei cartoni animati più bizzarri ed ignoranti apparsi sul piccolo schermo: Street Sharks. Come recita la sigla, i protagonisti sono quattro ragazzi che vengono trasformati in squali umanoidi dal classico scienziato pazzo e megalomane che usa le proprie conoscenze scientifiche per conquistare il mondo. Ma i nostri quattro eroi faranno di tutto per impedirglielo. Tra immancabili scontri con nemici diversi, nuotate nell’asfalto che viene puntualmente distrutto dalle enormi pinne dei nostri […]

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Musica

Parodie divertenti, le cinque canzoni che devi conoscere

Ogni opera originale, si sa, finisce inevitabilmente nella lente dissacratoria della satira, che può dare vita a parodie divertenti. Queste sono le nostre preferite Il mondo della musica è sicuramente una fonte inesuaribile per chi si vuole cimentare nel genere parodico e demenziale. Non si contano sulle dita di una mano il numero di canzoni famose deformate dalla comicità, variandone sia lo stile musicale che il significato originale in favore della satira politica e sociale, nonché per burlarsi di mode e tendenze culturali. In quest’articolo abbiamo raccolto cinque tra le parodie musicali più spiritose e irriverenti, fatte da gruppi e cantanti più o meno famosi. Buon ascolto (e buone risate)! 5 parodie divertenti tutte da ascoltare Tony Tammaro – Teorema La carriera di Tony Tammaro, nome d’arte di Vincenzo Sarnelli, è da considerarsi fondamentale per la storia della musica demenziale. Le sue parodie divertenti mirano a mettere alla berlina il mondo dei tamarri, nome con cui si raggruppa tutta quella fascia della gioventù napoletana dedita ad atteggiamenti lungi dall’essere eleganti e civili (e da ciò si capisce l’adozione del fittizio cognome “Tammaro”). Non è da meno la canzone che qui prendiamo in esame, Teorema. Tratta dall’album Da granto farò il cantanto, fa il verso all’omonima canzone di Marco Ferradini. Lo stile è pressoché identico, ma cambia decisamente il testo: nella prima parte Tony afferma che la donna, affinché ami un uomo, debba essere trattata male fisicamente e quasi senza dedicarle alcuna attenzione. Tutto cambia nella seconda parte dove prende la parola il suo amico, succube di una moglie manesca e crudele. Per quanto (erroneamente) la canzone ad un primo ascolto possa essere intesa come un incentivo alla violenza sulle donne, basta ascoltarla fino in fondo per osservare come il rovescio tipicamente parodico sia ben riuscito: e m’arricuordo ‘e parole ‘e mammà:/«tu in mano a chella fai a fine ‘e papà». Slashstreet boys – I’ll kill you that way Vi siete mai chiesti come sarebbero stati i Backstreet Boys, la boyband più in voga negli anni ’90, se fossero usciti dalla sceneggiatura di un film horror? La risposta a tale domanda sono gli Slashstreet Boys, band composta da cinque dei serial killer cinematografici più famosi: Freedy Krueger, Jason Voorhes, Ghostface, Michael Myers e Leatherface. In rete si trovano poche notizie sull’idea da cui è nato questo quintetto da incubo, ma quel che è certo è che i nostri eroi si cimentano nell’imitare lo stile e le movenze del complesso di Orlando. I’ll kill you that way, in particolare, fa il verso a I want it that way del 1999. Particolarità di questa parodia è la rielaborazione del testo originale, pieno di riferimenti ai film in cui i mostruosi membri sono protagonisti e che non passano inosservati ai fan dell’horror più attenti. Anche il videoclip viene rielaborato su modello di quello originale, con risultati davvero esilaranti. Se poi c’è il buon vecchio Freddy a fare da frontman, allora questa è davvero una band “da sogno”. ZeroDx – Una vita di panza Continuiamo la […]

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Culturalmente

Ulisse e le sirene. Breve storia di un mito

L’Odissea di Omero è il più importante tra i poemi tramandati dall’umanità. Fin dai tempi della scuola abbiamo accompagnato Ulisse nelle sue avventure, assieme a lui abbiamo affrontato il ciclope Polifemo, la maga Circe, Scilla e Cariddi. Ma tra gli episodi più celebri, affascinanti e misteriosi c’è quello di Ulisse le sirene. La storia di Ulisse e le sirene La mitologia greca descrive le sirene come figlie del dio fluviale Acheloo e di Melpomene, la musa della tragedia. L’iconografia classica raffigura queste leggendarie creature come esseri metà donna nella parte superiore del corpo e metà uccello in quella inferiore. Nel XII libro dell’Odissea Circe mette in guardia Ulisse e i suoi compagni da queste creature. Le sirene hanno il volto di donne affascinanti e attirano gli uomini che attraversano le acque con il loro irresistibile canto per poi divorarli e riempire la loro scogliera con cumuli di ossa. La maga consiglia all’eroe e alla sua ciurma di turarsi le orecchie con della cera, in modo che non possano lasciarsi ammaliare dal loro canto. Tuttavia, spinto dall’inestinguibile curiosità che lo contraddistingue, l’eroe tappa le orecchie solo ai compagni e da questi si fa legare all’albero della nave in modo da poter ascoltare la voce delle sirene. Queste lo invitano a restare con loro, ma l’acheo riesce a resistere al loro inganno. Le creature del mare compaiono anche nel IV libro delle Argonautiche di Apollonio Rodio. Di ritorno dalla Colchide con il vello d’oro, Giasone e il suo equipaggio si imbattono nelle sirene pronte a tendere lo stesso inganno. Non appena però iniziano a cantare, prontamente Orfeo intona con la lira una melodia più dolce. Sia in Omero che in Apollonio Rodio si narra anche della loro fine: in preda alla frustrazione, le sirene si uccisero gettandosi dalla scogliera. Il cadavere di una di loro, Partenope, giunse sulle rive del fiume Sebeto dove sorgeva Neapolis, il nucleo di quella che diverrà Napoli. In suo onore gli abitanti eressero una tomba e dettero alla loro città il suo nome. La figura delle sirene nel tempo  Nel corso del tempo le sirene sono state soggette ad interpretazioni e riletture. Nel medioevo si inizia a raffigurarle con l’aspetto che conosciamo tutti: esseri metà donna e con la coda di pesce. È interessante notare anche il fatto che esse vengano rappresentate nell’atto di allargare le estremità della coda, come si vede nel mosaico della cattedrale di Otranto. Un’evidente allusione sessuale, simboleggiante il peccato della lussuria e l’eccessivo amore per i beni materiali che allontana da Dio. Una delle reinterpretazioni più celebri è senza dubbio quella dello scrittore Hans Christian Andersen, che nel 1837 scrisse la più celebre di tutte le su fiabe: La sirenetta. Non più un mostro doppiogiochista che seduce gli ignari naviganti, ma una giovane donna che per amore di un uomo sulla terraferma rinuncia alla propria natura marina fino a morirne. Un esempio di amore impossibile che ha goduto di fortuna fino ad oggi, se pensiamo anche alle riletture che ne ha fatto il […]

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Cinema & Serie tv

Bojack Horseman, l’inettitudine nella città delle stelle

Dalla sua prima apparizione sul catalogo Netflix nel 2014, Bojack Horseman è divenuta una delle serie simbolo del servizio principale di streaming on demand Nata dalla mente di Raphael Bob-Waksberg, la serie Bojack Horseman è giunta il mese scorso alla sua quinta stagione e ha conquistato il cuore degli spettatori grazie ad elementi che la contradistinguono dai prodotti del suo genere. Trama Bojack Horseman è un cavallo antropomorfo di mezz’età che negli anni ’90 raggiunse la fama grazie alla sit-com Horsin’around. Tuttavia la chiusura dello show coincide con il declino del cavallo-attore, che negli anni è divenuto cinico, misantropo, egoista e arrogante. Egli è tuttavia desideroso di tornare al successo e, tramite le pressioni di una casa editrice sull’orlo della bancarotta, accetta di far scrivere la propria autobiografia dalla ghostwriter Diane Nguyen. Oltre che con lei, Bojack si ritrova (con riluttanza) ad avere contatti con altri strambi personaggi: Princess Carolyn, un gatto rosa che è sia il martellante agente di lavoro che l’ex fidanzata di Bojack; Todd Chavez, un giovane nullafacente che si è imbucato ad una festa dell’attore per poi stabilirsi nella sua casa (anzi, sul suo divano); Mr. Peanutbutter, un attore con le fattezze di un labrador che con la sua allegria e spensieratezza rappresenta il contraltare ideale di Bojack. Nel corso della serie si andranno ad aggiungere altre figure che popolano una Hollywood condivisa da umani e animali antropomorfi e sul cui sfondo Bojack tenterà una tragicomica rincorsa verso le agognate luci della ribalta. Bojack Horseman: il cinismo di Hollywood e la fragilità del divo Sarebbe un compito tutt’altro che semplice spiegare il successo di Bojack Horseman ai pochi che ancora non l’hanno visto. Il calderone di temi trattato dalla serie risponde ad una duplice necessità: da un lato l’amara satira nei confronti del mondo di Hollywood, dall’altro l’empatia che si va pian piano a stabilire con i personaggi. Nel corso di tutte e cinque le stagioni non è raro vedere in Bojack Horseman un attacco alle diverse strutture che regolano il meccanismo dello star system. I temi trattati, che finiscono per fondersi con la narrazione principale, vengono filtrati tanto dalla superficialità dei mass media e dei social quanto dal narcisismo e dalla pomposità dei vip, fittizi e reali, occupati a gonfiare il proprio ego. Tematiche come il femminismo, l’aborto, la decadenza delle star del grande e piccolo schermo e delle violenze di natura sessuale (ancor prima degli scandali che hanno coinvolto Henry Weinstein e Bill Cosby) vengono trattati con una semplicità apparente che in seguito rivela gli intenti estremamente goliardici ed irrisori. A pagare le conseguenze di un sistema così malsano sono soprattutto i prodotti che vengono sfornati dalla fabbrica dei sogni di Los Angeles: gli attori. E qui entra in gioco l’incredibile empatia che si stabilisce tra gli spettatori e Bojack, con la sua depressione e il senso di incompletezza che lo attanaglia. Dietro la maschera di narcisismo e strafottenza che lo caratterizza, Bojack si dimostra in realtà debole e fragile. Sa benissimo che nella […]

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Libri

L’asino d’oro, analisi del romanzo Le Metamorfosi di Apuleio

Quasi tutti i manuali di storia della letteratura latina conferiscono a l’Asino d’oro (conosciuto anche come Le Metamorfosi)  di Apuleio il merito di essere, assieme al Satyricon di Petronio Arbitrio, la testimonianza della presenza del romanzo in età romana. Ma sarebbe un errore circoscrivere quest’opera soltanto nell’orbita di questo genere, poiché si tratta di più di un semplice e banale libro di avventure. Apuleio, vita e opere Prima di tutto, iniziamo dal fornire un profilo biografico del suo autore, Apuleio. Nato a Madaura e di origine africana, studiò ad Atene e si interessò di filosofia e magia. Uno spiacevole episodio segna la sua vita: alla morte dell’amico Ponziano di cui era ospite in Africa il fratello di lui, Sicinio Pudente, lo accusò di aver usato le sue arti magiche per sedurre la vedova Pudentilla allo scopo di estorcerle l’eredità del marito. Apuleio riuscì a difendersi durante il processo (il suo discorso confluì ne l’Apologia) e fu prosciolto dalle accuse. Intanto la sua fama di filosofo aumentò, grazie alla pubblicazione di opere come il de deo Socratis e il de mundo, tanto che a Cartagine assunse la carica di “sacerdote della provincia” e quella di custode del culto dell’imperatore a Roma. Morì nell’ex provincia punica tra il 177 e il 180 d.c. . Trama de l‘Asino d’oro (Le Metamorfosi) di Apuleio L’Asino d’oro, diviso in undici libri, fu scritto attorno al II secolo d.c. . Racconta la storia di Lucio,  un giovane romano che si reca in Tessaglia per convincere una donna del luogo, Pànfile, ad iniziarlo alle arti magiche. Il ragazzo si conquista le simpatie di Fotìde, la sua servetta, e la convince a preparare un incantesimo che lo trasformi in un usignolo. La giovane però sbaglia qualcosa e Lucio si ritrova trasformato in un asino. Da lì partirà per una serie di disavventure tragicomiche che lo porteranno fino a Corinto, dove si converte al culto della dea Iside e riacquista le proprie forme umane. Romanzo di formazione, racconto ad incastro, testimonianza religiosa Come si è detto all’inizio, è troppo facile liquidare L’Asino d’oro come un “romanzo”. Di sicuro è un’opera che rientra in quel genere e che, come gran parte di tutti i generi ad esclusione della satira (che Quintilliano riconosceva come “Tota nostra est“, quindi di pura invenzione romana), Roma aveva assorbito dalla cultura ellenica-alessandrina. Dell’Asino d’oro si possono dire un sacco di cose. Sicuramente è un romanzo di formazione e di crescita, perché il protagonista Lucio passa dall’essere un ragazzo ingenuo e sempliciotto ad acquisire una maturità che gli permetterà, dopo mille peripezie, di riprendere le proprie sembianze umane. La “punzione asinina” si rivela necessaria per tale maturazione è si tratta di un archetipo che si rifletterà anche nella letteratura moderna (basti pensare a Le avventure di Pinocchio di Collodi, dove il personaggio del burattino deve prima superare prove e peripezie di ogni genere, prima di essere premiato con la sua trasformazione in ragazzino vero). A livello compositivo, l’Asino d’oro presenta una struttura di “racconto nel racconto”. […]

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Culturalmente

Buongiornissimo, kaffè??!! I 50enni e i social

Sono tra noi e si vedono, fin troppo bene. Di alcuni conosciamo anche la loro identità, perché sono parenti stretti o colleghi di lavoro. Si riconoscono dalle immagini che condividono quasi tutti i giorni, consistenti in immagini di bambini e animali pucciosi che augurano un “BUONGIORNISSIMO” a tutti i loro contatti. Una specie che, nella giungla di Facebook, è conosciuta con il nome di cinquantenni. Buongiornissimo! Fenomenologia del cinquantenne digitale Una piccola premessa. Il termine “cinquantenni” non indica che questi individui debbano necessariamente rientrare tra i 50 anni. Sotto questa categoria riuniamo uomini e donne nati tra il 1950 e il 1970 e che hanno una connesione internet che gli permetta di avere un profilo Facebook. Detto questo siamo pronti ad immergerci nel meraviglioso e coccoloso mondo dei cinquantenni, con l’avvertenza che quello che state per leggere potrebbe gravemente compromettere la vostra sanità psicofisica. Il segno distintivo dei cinquantenni è il loro grido di battaglia: “BUONGIORNISSIMO!!!!1!!1“, seguito da “KAFFEEE???“. Questi auguri di buona giornata sono spesso accompagnati da immagini discutibili e orrende, realizzate con fotomontaggi di bambini e cagnolini reali o realizzati nella più squallida computer grafica che farebbe impallidire persino la Asylum e la Dingo Pictures (ogni riferimento a Yotobi è puramente casuale). Gran parte dei post e dei link che condivide trattano del profondo e complicato mondo delle relazioni affettive e dell’ipocrisia di fondo che le costituisce. Le frasi simbolo in questo caso sono “Abbasso le perzòne false11!!!!” e “Pulizia kontatti!11!” (gli evidenti orrori ortografici non sono  intenzionali. Riportano, in parte fedelmente, le trascrizioni dei cinquantenni e tra questi figura anche la difficoltà di usare il caps lock, come dimostra l’alternarsi dell’ “1” e del punto esclamativo). Con frequenza riempiono la loro bacheca con foto e video di cagnolini, gattini, uccellini, scoiattoli, draghi di Komodo e mostri di Cthulhu, elogiandone continuamente l’umanità intrinseca che possiedono rispetto alle “perzòne false” di cui si parlava sopra. Le bacheche di 9 cinquantenni su 10, in pratica, sono delle immense riserve faunistiche protette dal WWF. Un cinquantenne digitale non si può considerare tale se non si interessa di politica. Iconiche sono le sue invettive contro i governanti di turno (si pensi al tormentone “E RENZIE KE FAAAAA?”). L’ossesione con la politica è tale che sente la necessità di doverne parlare anche quando non è l’argomento del momento. Gli archeologi possono aver scoperto i resti di un’antica civiltà del passato, ma per il cinquantenne medio “non saranno mai antichi come quella mummia di Sergio Mattarella“. Un genio della comicità, non ci sono rivali. Dario Fo e George Carlin sono annacquati, solo la satira pungente dei cinquantenni è quella che ti fa star male dalla pancia per le risate (in caso contrario, posate immediatamente quella vaschetta di gelato e chiamate il 112). Non meno importante è la condivisione delle bufale ( o fake news). Se qualcuno mette in rete una foto di Krysten Ritter e la spaccia per la sorella di Laura Boldrini, ci credono. Se circola la notizia di un sedicente imam che […]

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Musica

Chester Bennington, un ricordo ad un anno dalla scomparsa

È trascorso un anno da quella calda serata di luglio in cui, scorrendo la home di Facebook con la solita aria annoiata, ci siamo ritrovati davanti ad una notizia che ci ha lasciato increduli: Chester Bennington, il cantante dei Linkin Park, era morto. Prima un susseguirsi di «Ma no, sarà la solita bufala messa in giro da qualche cretino!» e di «Che cavolo state dicendo?», poi, una volta che la notizia è stata ufficializzata anche dalle maggiori testate, un rassegnarsi alla verità amara e tragica. Qual giorno, è andato via un pezzo fondamentale della generazione degli anni ’90. Quando In the End e Numb erano nella mente di tutti Che si è o meno amanti del rock e del metal, è indubbio che i Linkin Park abbiano segnato una buona parte delle tappe della nostra giovinezza. In quegli anni di transizione tra la disperazione del grunge e la frenesia delle boybands, loro si inserivano nel mezzo. Chester Bennington e Mike Chioda sono stati due pionieri di quello che è conosciuto come nu-metal, ma quando si è giovani non si bada tanto al genere musicale. Bastava sentire una loro canzone e subito ci si “gasava” a mille, in un periodo in cui lo streaming e il download di musica (fatta eccezione per il caso Napster) ancora non esistevano e uno dei pochi metodi a disposizione per ascoltare le proprie canzoni preferite era quello di sintonizzarsi il pomeriggio su MTV. Si attendeva stoicamente, fino a quando il veejay si degnava di passare Crawling, In the end, Somewhere I belong e Numb. Queste e altre canzoni non sarebbero quel che sono senza la potente voce di Chester, quella rabbia e quella disperazione che uscivano da un’anima segnata nel profondo, un ruggito che incitava a non arrendersi e farsi forza, ad affrontare la vita a muso duro. Per chi viveva quell’inferno interiore che l’adolescenza comporta, la voce di Chester Bennington era quasi catartica: esprimeva quello che non si aveva il coraggio di dire. La voce di Chester Bennington continua a vivere E quando quel 20 luglio dell’anno scorso Chester si è tolto la vita, non se ne è andato solo il frontman di uno dei gruppi più rappresentativi del suo genere e degli anni ’90. Se ne era andato uno dei pilastri della giovinezza di molti, un personaggio che ha segnato profondamente nel bene e nel male. A dispetto di chi in quegli acuti vedeva solo un’accozzaglia di grida gratuite e senza tempo, molti giovani vi vedevano l’incarnazione di una rabbia repressa e di una voglia di riscatto ineguagliabili. I moralisti dell’ultim’ora e certi giornalisti solo di nome, alla vigilia della sua scomparsa, non hanno perso occasione di sparare giudizi sulla sua condotta di vita e si sono avventati su di lui, come avvoltoi pronti a spolpare la carcassa di turno. Le loro parole, pronunciate soprattutto sul presunto cattivo messaggio che un genere come il metal può veicolare perché associato con ignoranza al satanismo, sono durate quanto dovevano. La voce di Chester Bennington, quella durerà […]

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Teatro

Teatro Bellini e Piccolo Bellini di Napoli: Cartellone e Spettacoli del 2018

“Una stagione, mille volti”. Questo lo slogan scelto dal teatro Bellini per riassumere la stagione teatrale 2018/2019, che partirà da ottobre prossimo. Gli spettacoli in cartellone confermano l’importanza del Bellini, giunto alla sua trentesima rassegna, come punto di riferimento per gli artisti italiani ed internazionali. La stagione 2018/2019 del Teatro Bellini La stagione del Teatro Bellini si aprirà il 19 ottobre con Don Giovanni di Mozart, nell’originale e appassionante versione dell’Orchestra di Piazza Vittorio. Diretto da Andrea Renzi e con la direzione musicale di Mario Tronco, le note di Mozart verranno fatte dialogare con le principali esperienze musicali del ’900, come il jazz ed il rock, passando per la disco music e il reggae. Seguirà Fronte Del Porto, con la regia di Alessandro Gassmann e con protagonista Daniele Russo nel ruolo di Terry Malloy, che sul grande schermo fu di Marlon Brando. La potenza del linguaggio del corpo sarà protagonista de La Scortecata da Basile e il controverso Bestie di Scena; due spettacoli di Emma Dante che si alterneranno una settimana dopo l’altra costituendo un focus sull’artista siciliana. Nel mese di febbraio sarà di scena Alessandro Serra con l’onirico Macbettu, traduzione in sardo del Macbeth di Shakespeare che ha sorpreso ed emozionato pubblico e critica diventando il caso teatrale della stagione appena terminata. Il regista sarà presente anche al Piccolo Bellini con il suo nuovo spettacolo Frame, ispirato ai dipinti di Edward Hooper. Il Bardo sarà ancora protagonista in Tito/Giulio Cesare, riscrittura delle due omonime tragedie diretta da Gabriele Russo, nata all’interno dell’iniziativa Glob(e)al Shakespeare, il progetto presentato a giugno 2017 nell’ambito del Napoli Teatro Festival Italia. Pur riconoscendo la diversità tematica delle due tragedie, Gabriele Russo ha fatto notare come in realtà fossero anche quelle che dialogassero di più tra loro. La scrittura del Tito, in particolare, sviluppa il discorso sul potere e sul suo peso e ciò ha reso possibile l’aggancio con il Giulio Cesare, dove invece il potere è desiderato e bramato. Il regista ha anche evidenziato come la riscrittura delle opere possano offrire nuove sfumature su quelle originali, rimarcando così l’attualità di Shakespeare. Protagonista della stagione del Teatro Bellini sarà anche Pierfrancesco Favino con La notte poco prima delle foreste di Bernard-Marie Koltès, il monologo che fu già portato dall’attore sul palco dell’ultima edizione del festival di Sanremo. La regia di Lorenzo Gioielli propone uno spettacolo dalla scena scarna ed essenziale, costituita esclusivamente da una sedia e da luci al neon intermittenti nascoste da un velatino a rappresentare una pioggia battente ed incessante. «Mi sono imbattuto in questo testo – spiega Favino – un giorno lontano, mi sono fermato ad ascoltarlo senza poter andar via e da quel momento vive con me ed io con lui». Maria Paiato sarà protagonista di Così è (se vi pare) di Luigi Pirandello, diretta da Filippo Dini, mentre Cous cous Klan è il nuovo esilarante spettacolo del gruppo Carrozzeria Orfeo. L’occhio del grande fratello ci guarderà durante 1984 , in scena per la regia del britannico Mathew Lenton. Questa rilettura dell’omonimo romanzo […]

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Food

Cuori di sfogliatella, la sfogliatella da record è realtà

Un’orda di curiosi, tra cittadini e turisti ha circondato l’esterno della pasticceria Cuori di sfogliatella situata a Piazza Garibaldi, il 25 maggio. Il proprietario Antonio Ferreri ha una missione ambiziosa che lui e i suoi uomini perseguono: creare una sfogliatella da record, la più grande del mondo, tale da entrare nel Guinness dei primati. Cuori di sfogliatella, una storia di innovazioni La storia di Cuori di sfogliatella ha inizio nel 1987 quando Antonio Ferreri apre la pasticceria a Corso Novara, nei pressi della stazione di Piazza Garibaldi. Da allora si sussegue una marea di successi, fatta di sperimentazioni continue sul dolce dapprima proprietà delle suore del monastero di Santa Rosa nel ‘600 e poi di Pasquale Pintauro nel 1800. Il regno di Antonio Ferreri è costituito dalle più svariate ricette. Si va dalle sfogliatelle salate, ripiene dei più vari condimenti (salsiccia e friarielli, peperoni e provola, pomodoro e basilico, genovese, ragù…), a creazioni particolari come la “Konosfoglia”, una sfogliatella a forma di cono gelato, alla “Vesuviella” e “Borbonica”, sfogliatelle ricce alte ricoperte di una cascata di cioccolato. Ma Cuori di sfogliatella strizza l’occhio anche alle esigenze alimentari più particolari, come dimostrano le sfogliatelle vegane e senza glutine. La sfogliatella da record Per quanto riguarda l’impresa della sfogliatella più grande, l’intenzione originaria del signor Ferreri era quella di creare un prodotto dal peso di 75 kg. La mattina dell’evento, andando oltre ogni previsione, al momento della pesata la sfogliatella pesava ben 92 kg. Infine, una volta uscita dal forno alle 15:30, La giuria del Guinnes World Record, ha valutato peso definitivo: 95 kg per 1,5 metri di lunghezza. Alla fine la super sfogliatella è stata distribuita ai turisti e curiosi, sullo sfondo di una giornata che ha goduto del favore del sole e di un accompagnamento musicale di mandolini e nacchere. Un punto di enfasi che ha contribuito a rendere la giornata del 25 maggio una giornata di festa e di allegria. La prima di tante sfogliatelle da record Ora che della sfogliatella da record non è rimasto che il ricordo nelle foto (e negli stomaci di chi l’ha gustata) è da mettere in dubbio che Ferreri e i suoi uomini si fermeranno qui. Magari l’anno prossimo ci ritroveremo su queste pagine virtuali a parlare di una nuova impresa da Guinness, magari di una sfogliatella di 150, 200 o addirittura 500 chili. Fatto sta che la voglia di fare e il coraggio di inseguire i propri obiettivi hanno trovato concretizzazione in un’impresa di enorme successo e risonanza, come Cuori di Sfogliatella. Al signor Ferreri e al suo staff non possiamo che augurare di sfornare tante altre sfogliatelle da record per ancora tanti (anzi, 95 e più) anni.

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Attualità

Il diario di Anna Frank: scoperte due pagine segrete

Sono passati 72 anni dalla pubblicazione del Diario di Anna Frank, una delle testimonianze più celebri della tragedia dell’olocausto. Un testo che testimonia il tentativo di sopravvivere nel clima del terrore antisemita, ma senza dimenticare il fatto che ci troviamo pur sempre davanti al diario di una ragazza adolescente con le sue sensazioni ed emozioni. A sostegno di ciò sono state scoperte, dalla Fondazione Anne Frank di Amsterdam, due pagine inedite del Diario che ora vedono la luce. Storia e composizione del Diario di Anna Frank Anne ha da poco compiuto 13 anni quando, dopo essersi rifugiata con la famiglia da Francoforte ad Amsterdam, inizia a scrivere il suo Diario il 12 giugno del 1942. Nel 1944 inizia a riordinare gli appunti in vista di una pubblicazione delle sue memorie, ma il 4 agosto dello stesso anno la Gestapo scopre il nascondiglio della famiglia che viene deportata ad Auschwitz. Anne muore nel 1945. Otto Frank, il padre, fa pubblicare la prima edizione del Diario di Anna Frank nel 1947, grazie anche all’interessamento della famiglia che ospitò la famiglia di Anna. La prima edizione italiana è del 1954, pubblicata da Einaudi con la prefazione di Natalia Ginzburg. Un’Anna Frank segreta Le pagine in questione del Diario consistono in due fogli di cartoncino corrispondenti alle pagine numero 72 e 73 della prima versione del diario (conosciuta anche come “versione del taccuino”). Sono state scoperte nel 2016 e, grazie alle avanzate tecnologie dell’istituto Hyugens e il NIOD, si è riusciti a decifrare il testo. Si è così scoperto che Anna Frank ha dedicato un piccolo spazio delle sue memorie per appuntare barzellette sconce e pensieri riguardanti la sessualità. Ecco un esempio: «Sai perché ci sono ragazze delle Forze armate tedesche nei Paesi Bassi? Per fare da materasso ai soldati». Riusciamo a scoprire un lato trascurato di Anne Frank, quello della sua giovinezza e dei pensieri tipici della sua età, nonché delle prime scoperte riguardanti il proprio corpo. Quando parla delle sue prime mestruazioni afferma che «Sono il segnale che una ragazza è pronta a fare sesso con un uomo, ma non prima del matrimonio». Parla persino della prostituzione, che conosce grazie al padre Otto: «Per strada ci sono donne che parlano con loro (gli uomini) poi se ne vanno insieme. A Parigi, ci sono case molto grandi per questo. Papà ci è stato. Ci sono ragazze che vendono questa relazione». Testimonianza di umanità Una scoperta sorprendente e che ci offre un’immagine differente di uno dei simboli della Shoah, quella di una ragazzina nel pieno della scoperta fisica e sessuale tipica della sua età. Quello del diario, in fin dei conti, è forse il più intimo e personale di tutti i generi letterari ed è normale trovare anche qualche appunto un po’ più “sentito”. Ma è proprio questa intimità a ribadire la legittimità di Anne Frank, la cui immagine è stata oggetto di un’inumana degenerazione negli ultimi tempi (ci riferiamo all’indegna operazione compiuta dagli ultrà della Lazio, che hanno usato una foto della ragazza per […]

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Attualità

Suicidio alla Federico II, l’emblema di un forte disagio

Giada ha 26 anni ed è iscritta alla facoltà di scienze naturali alla Federico II. Tra cinque mesi si sposerà con il suo fidanzato e a parenti e amici ha comunicato che il 9 aprile si laurea. Tutti sono pronti, entusiasti all’idea che quella ragazza originaria di Sesto Campano stia per raggiungere uno dei traguardi più importanti della sua vita. Ma quel giorno non c’è nessuna seduta di laurea: Giada decide di rinunciare ai propri sogni e affida la sua disperazione al suicidio. Così si lancia dall’ultimo piano della sede universitaria di Monte Sant’Angelo, in pieno pomeriggio, davanti a studenti, professori e personale che lavora all’università. Suicidio alla Federico II, una tragedia enorme, che ha spinto il rettore Gaetano Manfredi (sotto richiesta delle associazioni studentesche) a sospendere le elezioni studentesche che si sarebbero dovute tenere oggi e domani, nonché qualunque altra attività culturale che era prevista in giornata. Suicidio alla Federico II: unica, tragica via Ci troviamo davanti all’ennesimo caso di disagio giovanile, che raggiunge il culmine estremo con il suicidio. Giada, che la famiglia definiva una ragazza dolce e solare, è una delle tante vittime di questa piaga che colpisce persone fragili come il vetro più delicato. Persone che si sentono bloccate, come se un entità oscura le divorasse dall’interno distruggendo ogni forza vitale. Sono tanti i casi di giovani universitari che, sentendo di aver deluso le aspettative dei genitori, scelgono la via del suicidio. Si può citare il caso di Fulvio, studente della Suor Orsola Benincasa, morto suicida gettandosi anche lui dall’ultimo piano dell’università. O ancora quello studente di Chieti iscritto a giurisprudenza, che ha mentito ai propri genitori annunciandogli la sua imminente laurea per poi suicidarsi. Sono solo due di tanti casi che hanno un tragico comune denominatore con quello di Giada: la delusione delle aspettative. La necessità di ascoltare il malessere degli altri, in un mondo anafettivo e freddo Giada era una ragazza come noi, una coetanea che avremmo potuto conoscere durante una qualche lezione o  una pausa caffè mentre preparavamo qualche esame. Era una persona che forse sentiva il peso gravoso delle aspettative e il non averle soddisfatte come una colpa imperdonabile all’interno di una società sempre più veloce e insensibile, dove i giovani sono considerati numeri di un codice a barre a cui vengono imposti modelli da seguire: “Devi laurearti il prima possibile, altrimenti non troverai lavoro“, “Devi trovarti un ragazzo/una ragazza al più presto, così potrai farti una famiglia“, “Devi avere successo nella vita, altrimenti deluderai i tuoi genitori“.  Siamo continuamente messi sotto pressione da un mondo che non ammette la fragilità nell’essere umano, esigendone la perfezione assoluta in ogni singolo dettaglio. Le parole di troppo di qualche genitore, parente o amico fanno da carburante a questo stile di vita malato, che viene fatto passare per giusto anche a chi non riesce ad adattarvisi. Questa è la condanna della nostra generazione, in bilico tra un futuro pieno di vicoli bui e la speranza di trovare qualche via illuminata lungo la strada. Giada non ha […]

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Attualità

Don Silverio Mura, la battaglia per la verità di Diego Esposito

Una giornata primaverile dal sapore estivo e i turisti che fotografano la cattedrale di Santa Maria Assunta fanno da sfondo a quella che sembra una mattinata qualsiasi a via Duomo, se non fosse per la presenza di tre figure mascherate di bianco, due uomini e una donna. Uno di loro indossa la maschera di Guy Fawkes, il protagonista della graphic novel V per vendetta, che nasconde il volto di Diego Esposito, una delle vittime di don Silverio Mura. La vicenda di Diego Esposito, una vittima di Don Silverio Mura La storia di Diego inizia a 13 anni quando don Silverio, all’epoca suo insegnante di religione, lo invita a casa sua. Da lì inizia una serie di abusi lunga 3 anni e un difficile percorso per trovare la forza di denunciarlo. Una denuncia che Diego compie a 35 anni e che segna l’inizio di una battaglia con la curia di Napoli, la quale sembra aver fatto di tutto per insabbiare la vicenda. Nel 2013 Diego espone il caso a papa Francesco, il quale gli comunica l’intenzione di occuparsene personalmente. Nel 2015 Diego scrive al cardinale Crescenzo Sepe, chiedendo informazioni sul processo in corso e minacciando di togliersi la vita in mancanza di risposte. Il cardinale fa girare la mail alla prefettura, con la conseguenza che Diego perde il lavoro. Nel 2016 invia una mail nuovamente a papa Francesco nella quale, appellandosi anche ad un provvedimento di un anno prima in cui viene legittimata la denuncia delle vittime di abusi sessuali commessi dai sacerdoti,  accusa il cardinale di aver coperto don Silverio. Il cardinale, per tutta risposta, comunica il nome di Diego a tutta la stampa ed egli, coadiuvato dal proprio avvocato, nel 2019 darà inizio ad un processo contro la curia per violazione della privacy. Grazie a dei recenti servizi della trasmissione televisiva Le Iene, si è scoperto che don Silverio si è trasferito nel paesino di Montù Beccaria in provincia di Pavia (a 800 km di distanza da Napoli), dove fa catechismo a 40 minori sotto il falso nome di “Saverio Aversano”. Dopo la messa in onda di tali servizi, inoltre, Don Silverio Mura è sparito dal paese. Giustizia per chi è stato privato della propria innocenza Una storia, quella di Diego, che sottolinea in modo drammatico come la piaga della pedofilia sia lontana dall’essere sradicata dagli ambienti clericali. «Chiedo al papa di intervenire e di far dimettere immediatamente il cardinale Sepe per gravi motivi»: questa è la richiesta che Diego fa al santo padre affinché venga riconosciuta giustizia a chi è vittima ma passa per la parte del colpevole e dove i veri colpevoli godono addirittura di protezione da parte di chi dovrebbe usare il pugno di ferro verso gli autori di spiacevoli episodi che hanno come vittime i minori.

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