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Eroica Fenice

Attualità

Nel ripetersi delle cose, omaggio a Domenico Carrara

In occasione della rassegna In-Chiostro Homo Scrivens ha presentato il volume Nel ripetersi delle cose, opera postuma di Domenico Carrara. Il 24 gennaio del 2021 un ragazzo di 34 anni scompare durante un’escursione in Val Camonica, in provincia di Bienno. Il suo nome è Domenico Carrara, originario del paese avellinese di Grottaminarda e laureato in lettere moderne alla Federico II. Come tanti giovani del sud accomunati dal destino di dover lasciare il proprio paese per cercare una vita migliore altrove, Domenico si trasferisce a Bienno e lavora all’interno di una scuola.  Domenico è appassionato di letteratura e ha stretto un legame professionale e umano con la casa editrice Homo Scrivens che pubblica la sua raccolta poetica C’è chi si lamenta della pioggia (2014) e il romanzo illustrato Mnemosine (2019). Collabora anche con la rivista Identità Insorgenti, promuovendo le giovani voci poetiche del suo sud. In primavera avrebbe dovuto presentare una nuova raccolta di poesie, Nel ripetersi delle cose. Lui però non c’è più: dopo cinque giorni di ricerca il suo corpo viene ritrovato il 29 gennaio e la speranza di rivederlo tra i suoi cari e tra i suoi amici si è spenta nel modo più tragico possibile. A distanza di cinque mesi dal lutto la casa editrice Homo Scrivens ha deciso di omaggiare l’amico e poeta Domenico Carrara pubblicando postuma proprio quella che è la sua ultima opera. Lo ha fatto all’interno della rassegna In-Chiostro, che da un anno a questa parte si occupa di promuovere il mondo dell’editoria e il valore della letteratura tramite iniziative che si svolgono all’interno del chiostro della basilica di San Domenico Maggiore.  Il volume è stato presentato in un incontro coordinato dall’editore Aldo Putignno e sono intervenuti, tra gli altri, il poeta Ciro Tremolaterra, la scrittrice e illustratrice Maura Messina (che aveva collaborato con Domenico Carrara illustrando il romanzo Mnemosine) e il sindaco di Bienno Massimo Maugeri. Nel ripetersi delle cose. Ricordo di un poeta e di un amico Nel suo intervento Ciro Tremolaterra ha elogiato il valore delle poesie di Domenico, con cui era tornato ultimamente in contatto durante i mesi del lockdown e lo ha definito un “poeta silenzioso”: un poeta che non voleva imporre il valore della propria opera agli altri (una tendenza che, purtroppo, accomuna gran parte degli scrittori emergenti), ma che era dotato di gentilezza, di garbo e di compassione verso gli ultimi, qualità che traspaiono nei suoi versi.  Intenso anche l’intervento dell’amica illustratrice Maura Messina, che ricorda la sintonia presente tra lei e Domenico e come le poesie di quest’ultimo fossero perfette per essere trascritte sotto forma di disegni. A chiudere l’evento è stato l’intervento di Massimo Maugeri, sindaco del paesino lombardo di Bienno che ha preso a cuore sin da subito la scomparsa di Domenico Carrara da attivare una task force nel disperato tentativo di ritrovarlo sano e salvo. Un atto di generosità che gli è valso l’assegnazione del “Premio Grottaminarda” nella giornata di domenica 30 maggio. Agli interventi si sono alternate letture delle poesie dell’autore […]

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Culturalmente

Dinastia di Enrico VIII, storia dei Tudor

La dinastia di Enrico VIII, quella dei Tudor, ha plasmato l’immagine dell’Inghilterra trasformandola in una potenza mondiale. La dinastia dei Tudor è quella che più di tutte ha segnato la storia dell’Inghilterra. È prima di tutto la dinastia di Enrico VIII, uno dei sovrani più controversi che mai siano apparsi sulla faccia della terra, ma è anche quella della figlia Elisabetta I e il cui regno è ricordato come uno dei più splendenti della storia del Regno Unito. Ma prima di arrivare a ciò bisogna per forza partire dall’inizio: da quando i Tudor si impossessano del potere. La Dinastia di Enrico VIII, i Tudor Tra il 1455 e il 1485 fu combattuta la Guerra delle due rose, una serie di guerre civili tra due casate della dinastia dei Plantageneti che si contendevano il trono: gli York e i Lancaster, i cui simboli erano rispettivamente una rosa bianca e una rossa (da qui deriva il nome del conflitto). Questo periodo, fatto di intrighi di corte e sanguinosi conflitti, influì negativamente sul regno di Edoardo VI, già mentalmente instabile di suo e dopo i brevi regni di Edoardo V ed Riccardo III nel 1485 salì sul trono Enrico VII della dinastia Tudor, che aveva sconfitto proprio Riccardo III nella battaglia di Boswhort Field. Il sovrano e la sua famiglia erano di origini gallesi, ma la madre era imparentata con i Lancaster e ciò gli permise di andare a rivendicare il trono. Inoltre sposò Elisabetta di York, mettendo fine alla guerra fratricida. Enrico si dimostrò un sovrano abile e di temperamento ben differente rispetto ai suoi predecessori. Non si fece mettere i piedi in testa dai baroni, che in passato avevano fatto il bello e il cattivo tempo della monarchia con le loro rivendicazioni, risanò le casse dello stato prosciugate dalla guerra delle due rose e per rafforzare il potere in Europa aveva tessuto una rete di alleanze matrimoniali. Nel 1502 fece sposare la figlia Margherita con il re di Scozia, allo scopo di impedire a quest’ultimo l’appoggio del misterioso Perkin Werbeck che si spacciava per l’ultimo figlio superstite di Riccardo IV di York e, quindi, pretendente al trono. Un anno prima, invece, fece sposare il primogenito Arturo con Caterina d’Aragona, figlia di Fernando II e di Elisabetta di Castiglia, stipulando un’alleanza con la Spagna. Ma alla morte di Arturo, dopo appena quattro mesi di matrimonio, Caterina fu data in sposa al secondogenito Enrico, che alla morte del padre, nel 1509, prenderà il nome di Enrico VIII. Il regno di Enrico VIII e delle sue sei mogli Enrico VIII venne incoronato il 24 giugno del 1509 nell’abbazia di Westminster assieme a Caterina d’Aragona. Il matrimonio fu reso possibile grazie a una dispensa papale da parte di Giulio II, grazie alla quale si poteva esonerare una persona dall’obbedire a una norma. Con questa “eccezione alla regola” Enrico aveva potuto sposare Caterina nonostante il matrimonio non fosse stato consumato (infatti la Bibbia proibiva di sposarsi con le vedove). Nei primi anni di governo Enrico lasciò […]

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Culturalmente

Preraffaelliti. Storia e caratteristiche

Il movimento preraffaellita (detto anche “confraternita dei preraffaelliti”) nasce e si sviluppa attorno al XIX secolo, nell’Inghilterra vittoriana. Un periodo di relativa pace e di sviluppo per il paese, ma anche pieno di contraddizioni al suo interno. Il lungo regno della regina Vittoria (1837-1901) fu caratterizzato da un’incessante fiducia nel progresso e nella fede. La seconda rivoluzione industriale, iniziata nel 1856, aveva aumentato il benessere delle classi agiate. Di contro i poveri erano costretti a vivere nei sobborghi e nelle periferie delle città in condizioni drammatiche, messe in luce dai maggiori scrittori dell’epoca come Charles Dickens. I bambini furono impiegati a lavorare nelle miniere di carbone o come spazzacamini, con conseguente aumento del livello di analfabetismo. Le donne, essendo prive di diritti, si davano alla prostituzione pur di mandare avanti le proprie famiglie.  Il tutto avveniva in un clima di ipocrisia che vide il trionfo dei valori puritani: castità, pudicizia, fedeltà assoluta e timore religioso non dovevano mai mancare in una buona famiglia borghese e doveva esserne massima espressione la donna, remissiva verso il marito e dedita alla casa e alla cura dei figli. Gli stessi esponenti della cultura non mancavano di sottolineare le contraddizioni di questa società. Basti pensare al solo Oscar Wilde, scrittore spiccatamente omosessuale (quindi un “abominio” per la morale dell’epoca), ma soprattutto il mondo dell’arte che tramite varie correnti divenne il più efficace veicolo di denuncia nei confronti della società vittoriana. Tra queste correnti c’è anche la confraternita dei preraffaelliti, nata nel 1848. Preraffaelliti. Origini e caratteristiche A fondare il movimento furono tre giovani studenti della Royal Accademy di Londra: William Holman Hunt, Dante Gabriel Rossetti e John Everett Millias. Con la loro confraternita i tre pittori si opposero ai precetti accademici a cui l’arte era vincolata e che, secondo loro, si diffusero per colpa di Raffaello Sanzio. Osservando La Trasfigurazione conservata nella Pinacoteca Vaticana, Hunt aveva criticato il pittore rinascimentale «per il suo disprezzo grandioso della verità, per la postura altezzosa degli apostoli e per l’atteggiamento non spirituale del Salvatore». Raffaello era quindi ritenuto colpevole di aver corrotto l’innocenza primitiva dell’arte concentrandosi più sulla “bellezza” dei soggetti delle composizioni che sulla “realtà” rappresentata, gettando le basi per la nascita di tutti i canoni della vituperata arte accademica. C’era un solo modo per liberarsi di tutto ciò: volgere lo sguardo indietro, all’arte medievale e prerinascimentale pura e semplice, che ritraeva la quotidianità senza orpelli superflui. Da qui la scelta, da parte dei tre pittori, di adottare il nome di “preraffaelliti”. Le opinioni dei preraffaelliti andavano di pari passo con quelle di uno dei loro maggiori sostenitori, il critico d’arte John Ruskin. Egli, durante l’Esposizione Universale di Londra del 1851, definì il Crystal Palace di Joseph Paxton un «cocomero di vetro». Tanto Ruskin quanto Hunt e compagni erano accomunati da una certa repulsione verso la moderna società industriale, fatta di fabbriche e macchine che avevano allontanato l’uomo dal rapporto intimo con la natura. Anche i temi scelti aderiscono alla scelta di opporsi alla negatività portata dalla società […]

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Musica

Abide, recensione dell’EP dei Nomotion

Recensione dell’Ep “Abide”, il nuovo lavoro prodotto dalla southern gothic rock band Nomotion e pubblicato da Mold Records. I Nomotion si formano nel 2014 a Udine, per poi stabilirsi nel Regno Unito. Hanno all’attivo la pubblicazione dell’EP Ritual Murders (2014) e dell’album Funeral Parade of Lovers (2019), due opere in cui il complesso friulano si contraddistingue per uno stile ascrivibile al “southern gothic rock”. Un genere dove le sonorità tipiche del country e del blues fanno da accompagnamento a brani dagli argomenti tetri e oscuri quali criminalità, povertà, alcoolismo, ma anche storie di fantasmi e rapporti con Dio e il diavolo. Se si ascoltano questi due lavori dei Nomotion tutte le regole appena elencate, identificate dal giornalista del Denver Post Riccardo Baca come “Denver Sound” (dal nome della città texana in cui si sono formate molte band del genere), sono ampiamente rispettate. Non sarà allora da meno l’EP Abide, pubblicato il 16 aprile di quest’anno per l’etichetta Mold Records. Come si legge anche nel comunicato stampa della band, in inglese Abide vuol dire “sottomettersi” o “ubbidire”. Proprio la sottomissione sembra essere il collante di tutti e cinque i brani, dominati da un’aura di oscurità e mistero. Abide. Recensione track by track Blooming and Dooming è la traccia iniziale, caratterizzata da un ritmo che si potrebbe definire “western”. Si tratta di una vera e propria marcia country, arricchita da assoli di chitarra elettrica che oltre a conferirle una sfumatura spettrale le danno un ritmo solenne che, lentamente, si eleva. Something out there vede la collaborazione di Rob Coffinshanker, vocalist dei The Coffinshakers e figura importante per la scena del death country svedese. Predominanti qui sono la potenza incalzante e il ritmo “cattivo” conferito dagli assoli dalle voci di Johnny Bergman, il cantante della band, e dello stesso Coffinshanker. Una breve parentesi di relativa tranquillità è conferita da Out of Blue, forse il brano migliore di tutto l’EP. Il suono di un pianoforte ci accompagna lungo questa ballata paragonabile a un viaggio nelle sfere celesti del paradiso per poi riprecipitare nelle sonorità cupe della chitarra elettrica e del basso, come se i Nomotion volessero rivendicare l’appartenenza al proprio genere e che questa sia nient’altro che una pausa dal, seppur breve, viaggio musicale che propongono. Contradiction ci riporta infatti con i piedi terra, con le tipiche tonalità country e dark che hanno aperto questo lavoro. A chiudere il cerchio è un’altra ballata, seppur decisamente più aggressiva rispetto a quella centrale: Elisabeth. Il brano, del quale è stato girato anche un videoclip dal laboratorio creativo Sonicyut, è una camminata distorta negli abissi della mente di una persona che cerca di fuggire dal proprio malessere esistenziale. A dominare è una melodia sommessa (seguendo sempre il fil rouge dell’EP, la sottomissione!) in cui si inserisce la voce femminile della cantante soul Brontë Shande. Abide è una passeggiata lungo le sonorità di un genere di nicchia, certamente non conosciuto nel nostro paese, ma che saprà colpire e stupire al primo ascolto anche chi non ne ha mai sentito […]

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Libri

Purgatorio di Dante in graphic novel. Recensione

Chiaredizioni pubblica Purgatorio di Dante in Graphic Novel, opera di Zuccarini e Carbonetti, a 700 anni dalla scomparsa del sommo poeta. I dubbi sull’importanza di Dante Alighieri per la nostra cultura non dovrebbero esistere. Il poeta e padre della lingua italiana ha ispirato generazioni di letterati e artisti rimasti affascinati da quel caleidoscopio di immagini che è la Commedia, soprattutto se parliamo della più amata delle tre cantiche che è L’Inferno. Pensando solo alla pittura si potrebbero citare i nomi di Sandro Botticelli, Gustave Doré e Salvador Dalì ma sono tanti altri i media che ne hanno subito il fascino: il rapper Murubutu con l’album Infernum, la Eletronic Arts con il videogioco Dante’s Inferno e i fumetti con L’inferno di Topolino, storia a puntate scritta da Guido Martina e Angelo Bioletto tra il 1949 e il 1950. Tuttavia, benché siano in pochi ad ammetterlo, anche la cantica del Purgatorio ha il suo fascino. Lo sanno benissimo Cristiano Zuccarini ed Ernesto Carbonetti che in occasione dei settecento anni dalla scomparsa del sommo poeta pubblicano Purgatorio di Dante in graphic novel. Una graphic novel, per l’appunto, sulla seconda cantica del poema. Biografia degli autori Docente di italiano, latino, greco e storia alle scuole superiore, Cristiano Zuccarini si è predisposto la missione di rendere i classici della letteratura italiana accessibili a un pubblico di giovani il cui rapporto con i libri, è un dato di fatto, non è tra i più idilliaci. Per farlo si avvale dell’aiuto di Ernesto Carbonetti, illustratore formatosi all’Accademia Disney di Milano che ha collaborato con la Maximus Studios e la Mirò Edizioni. La loro collaborazione ha portato alla pubblicazione dell’Inferno di Dante in graphic novel nel 2019. Purgatorio di Dante in graphic novel, struttura dell’opera Nel loro Purgatorio i due autori hanno scelto di soffermarsi su pochi ma significativi canti, che rispecchiano i momenti più alti della cantica: Il primo, il terzo, il quinto e il sesto dell’Antipurgatorio, il nono e i successivi tre in cui viene descritta la cornice dei Superbi. Ciò che colpisce è sicuramente la fedeltà all’opera di partenza. Zuccarini sceglie di riportare per intero i versi danteschi, seppur concedendosi la libertà di parafrasarne alcuni che magari possono risultare oscuri a chi non ha dimestichezza con il poema. Ma quando si parla di graphic novel la sceneggiatura non può essere l’unico valore da tenere in considerazione. Carbonetti ci regala infatti delle tavole suggestive, simili ad acquerelli intensi che restituiscono l’atmosfera di speranza e dolcezza che costituisce la cantica dedicata al regno “dove l’umano spirito si purga/ e di salire al ciel diventa degno”. Gli incontri con Catone l’Uticense, Manfredi, Pia de’ Tolomei, Sordello e l’angelo guardiano della porta del Purgatorio sono resi magistralmente, restituendoci una dimensione di umana religiosità. Il Purgatorio di Dante in graphic novel, assieme a tante altre operazioni non solo cartacee, è uno dei modi migliori per continuare a festeggiare i fasti del sommo poeta a settecento anni dalla sua scomparsa e a distanza di giorni dal Dantedì. Chi vuole avvicinarsi alla seconda […]

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Culturalmente

Tafofobia. La paura dell’essere sepolti vivi

Le paure che ci angosciano sono tante e ognuno di noi vi reagisce in modo diverso. C’è chi ha paura dei ragni, chi degli spazi stretti e chi dei clown. Ma nessuna di queste potrebbe competere per livelli di angoscia e di terrore con la paura di essere seppelliti vivi: la tafofobia. Il terrore di ritrovarsi chiusi all’interno di una bara e seppelliti sotto cumuli e cumuli di terra in stato di coscienza ha sfiorato più di una volta i nostri pensieri e ha stimolato l’immaginario culturale e popolare. Basti pensare a La sepoltura prematura, racconto di Edgar Allan Poe del 1844 in cui vengono elencati esempi di uomini e donne sepolti ancora vivi e creduti morti. Chi ricorda poi Uma Thurman seppellita sotto metri di terra e chiusa in una bara che riesce a sfondare tramite una serie di pugni in Kill Bill: Volume 2? Ci sarà inoltre capitato di leggere sui giornali i tragicomici racconti di persone che si sono ritrovate in uno stato di morte apparente e che si sono svegliate durante il loro funerale, con tanto di parenti e amici affranti che si spaventano per lo stupore e l’incredulità. Tafofobia, invenzioni per contrastare la “morte apparente” Per evitare questi episodi spiacevoli fin dal diciannovesimo secolo sono state brevettate una serie di bare di sicurezza, dette anche safety coffin. La prima risale al 1790 e fu inventata per il duca Ferdinando di Brunswick. Era provvista di una finestra verso l’esterno, dalla quale passava la luce, e di un tubo per respirare. Venivano poi inserite due chiavi, una per la bara e l’altra per la tomba, nella tasca del sepolto. Nel 1822 Adolf Gutsmuth, medico tedesco, inventò una bara di sicurezza e decise di testarla su sé stesso, facendosi seppellire per un numero importante di ore. Essa era prevista di un condotto dal quale riceveva del cibo dall’esterno, riuscendo così a sopravvivere. Sette anni dopo il dottor Johann Gottfried Taberger brevettò un modello in cui mani, piedi e testa del defunto venivano legati a un sistema di corde, a sua volta collegato con un sistema di campane all’esterno che si sarebbero messe a suonare nel caso della presenza di una persona viva all’interno della tomba. Tuttavia l’invenzione si rivelò inutile, poiché la decomposizione naturale dei cadaveri provocava l’azionamento delle campane. Anche il medico statunitense Timothy Clark Smith si interessò all’argomento, essendo proprio affetto da tafofobia. A lui si deve l’invenzione di una cripta dal gusto decisamente “macabro”: la testa del defunto veniva lasciata verso l’esterno ed era coperta soltanto da una finestrella di vetro, in modo che il sepolto potesse avvisare i passanti della sua presenza. Curiosamente il dottor Smith, morto nel 1893, fu interrato proprio all’interno della sua invenzione visibile ancora oggi all’Evergreen Cemetery di New Heaven, nel Vermont. Sempre nell’800 il ciambellano russo Michel de Karnice inventò una tomba che porta il suo nome, la “Karnice”. Una sfera di vetro veniva collegata a una molla posizionata sul petto del sepolto e questa, a sua volta, era […]

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Culturalmente

Donna etrusca, libertà ed emancipazione nel mondo antico

Non tutte le donne del mondo antico erano recluse in casa. La donna etrusca era ricca, libera e aveva gli stessi diritti degli uomini. «Le donne etrusche, a differenza di Penelope e Andromaca, non si accontentavano di attendere pazientemente a casa il ritorno degli sposi, ma prendevano legittimamente parte a tutti i piaceri della vita». Le parole dello storico francese Jean-Paul Thullier riassumono perfettamente la condizione particolare della donna etrusca, in un mondo non propriamente woman-friendly come quello antico. La libertà di cui godeva rappresenta l’eccezione in un contesto dove, in gran parte delle società antiche, alla donna venivano assegnati compiti che la escludevano dalla vita pubblica. Va però chiarito che questo scenario non si presentava in tutte le comunità etrusche (soprattutto in quelle a stretto contatto con la civiltà greco-romana, dove vigeva il modello della famiglia patriarcale), ma in Etruria, la vasta zona comprendente la Toscana, L’Umbria e l’Alto Lazio il cui sviluppo economico del VI secolo a.C. favorì la nascita di condizioni favorevoli all’ emancipazione femminile. Donna etrusca, le testimonianze storiche L’immagine di una donna libera ed emancipata provocava scandalo e ribrezzo presso gran parte dei contemporanei, che non si risparmiavano in giudizi spietati. Un esempio su tutti? Teopompo di Chio (IV secolo a.c.), storico greco che descriveva le donne etrusche con queste parole: «Le donne etrusche curano molto il loro corpo, spesso fanno ginnastica anche con gli uomini, e a volte da sole; non hanno vergogna a mostrarsi nude. E non banchettano con i propri mariti, ma accanto a chi capita e bevono alla salute di chi vogliono; sono anche grandi bevitrici e di bell’aspetto […] Non è riprovevole per i Tirreni abbandonarsi ad atti sessuali in pubblico o talora circondando i loro letti di paraventi fatti con rami intrecciati, sui quali stendono dei mantelli». Le parole di Teopompo, trascritte dallo scrittore di età imperiale Ateneo di Naucrati all’interno de I deipnosofisti, pur aiutando a comprendere la condizione “democratica” di cui godevano le donne etrusche, rasentano il moralismo più becero possibile, ma non solo: si possono considerare anche un ottimo esempio di fake news dell’età antica (un altro storico, Cornelio Nepote, definì Teopompo un «maldicente»), volte a sostenere come giusta l’immagine di una donna che invece doveva essere tagliata fuori dalla vita pubblica e dedita soltanto alla cura della casa e dei figli. La realtà era invece ben diversa, come dimostrano le tante testimonianze artistiche lasciate dal popolo etrusco. I nomi e i cognomi Di gran parte delle donne etrusche conosciamo i nomi. A differenza di quanto succedeva a Roma, dove la donna veniva identificata soltanto con il nome della famiglia (gens), in Etruria queste possedevano sia un nome che un cognome. A testimonianza di ciò ci sono le iscrizioni e le epigrafi non soltanto sulle tombe, ma anche su oggetti di uso quotidiano. Nel Museo Gregoriano Etrusco, all’interno dei Musei Vaticani, è conservata un’olletta, un recipiente che serviva a contenere gli alimenti, su cui si trova trascritta questa frase: “Io sono di Ramutha Kansinai”.  Un altro […]

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Libri

Vite in attesa, l’esordio letterario di Julia Sabina

Garzanti pubblica in Italia l’esordio letterario di Julia Sabina, Vite in attesa: un romanzo che parla alle menti e ai cuori dei millenials. Maribel, una studentessa di ventiquattro anni, ha accettato un dottorato di ricerca a Lille. Madrid le ha offerto soltanto delusioni, come la fine di una storia d’amore, perciò si reca carica di aspettative nella città francese. Ma ad attenderla ci sono un sacco di problemi: le difficoltà nell’imparare una lingua nuova, i grovigli burocratici che le impediscono di trovare una casa, i soldi per la borsa di studio che la costringono a lavorare come cameriera. L’entusiasmo iniziale si esaurisce in poco tempo e Maribel inizia a sentirsi inadatta in un mondo in cui i suoi coetanei raggiungono i propri obiettivi senza difficoltà e lei, invece, rimane inglobata in una dimensione in cui non crede più in nulla, al punto da procrastinare i lavori per la sua tesi di dottorato. Vite in attesa. Paure e speranze dei millenials L’esordio di Julia Sabina, classe 1982, dottorato di ricerca in scienze della comunicazione e studi cinematografici presso la Sorbona di Parigi e docente di comunicazione all’università di Alcalá de Henares, dopo essere divenuto un caso letterario in Europa giunge anche in Italia per merito della Garzanti nella traduzione di Claudia Marseguerra e Vera Sarzano. Vite in attesa è un titolo che già dice tutto. Narrato in prima persona si tratta di un romanzo che parla alla generazione millenial, una generazione marchiata dalla paura verso un futuro che, soprattutto in questi tempi di chiusura sociale e culturale, è divenuto ancora più incerto. Ci si identifica facilmente in Maribel e nella sua voglia di divenire indipendente dalla famiglia, andando alla scoperta di una terra e di una cultura diverse. Ma ci si identifica anche con le sue paure e il suo rimuginare sulle scelte che compie, in relazione con un mondo veloce che raramente si dimostra comprensivo nei confronti di noi giovani, sempre in cerca di una sua approvazione. Un simbolo di questo comportamento è il personaggio di Paula, coinquilina di Maribel che dedica ogni goccia di energia nel tentativo di accedere al dottorato con totale devozione al proprio lavoro, rinunciando così alla leggerezza della vita.  Diverso è invece un altro personaggio e amico della protagonista: Alessio, un ragazzo italiano che riesce in poco tempo a crearsi una cerchia di amici e che ospita le due ragazze a casa sua. Il romanzo di Julia Sabina è un ritratto fedele di tutti noi giovani che non riusciamo a trovare il nostro posto nel mondo e vaghiamo, come spettri di un castello abbandonato, tra le macerie di un futuro in rovina. Il messaggio che però la scrittrice spagnola vuole regalarci non è quello di starcene seduti a veder crollare tutto ciò che sta attorno a noi, ma di stringere più forte che possiamo i nostri sogni e di non lasciarli volare via perché, presto o tardi, si trasformeranno in realtà.     Immagine in evidenza: Garzanti editore

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Libri

A passeggio con John Keats. L’inedito di Cortázar

Si può scrivere un saggio letterario senza essere pedanti? Cortázar dimostra che ciò è possibile con l’inedito A Passeggio con John Keats. Julio Cortázar è uno di quegli autori che non ha bisogno di presentazioni. Scrittore argentino tra i più importanti della letteratura sudamericana e mondiale ha legato la propria fama a opere come il romanzo Rayuela, in italiano Il gioco del mondo, il primo libro-game della storia dove il lettore diventa il vero protagonista e ai tanti racconti, come le fantasie animalesche di Bestiario o Le bave del diavolo che ha ispirato Michelangelo Antonioni per il suo Blow-up del 1966. Ma oltre ad essere stato un narratore in equilibrio tra la dimensione reale e quella fantastica, Cortázar si è anche dedicato allo studio di autori quali Edgar Allan Poe, Arthur Rimbaud e John Keats. E proprio al poeta più rappresentativo del romanticismo inglese Cortázar dedicò, negli anni cinquanta, un saggio che, in realtà, saggio non è: A passeggio con John Keats, opera fino a questo momento inedita in Italia e che giunge da noi pubblicata da Fazi editore e tradotta da Elisabetta Vaccaro e Barbara Turitto. A passeggio con John Keats. Romanticismo e surrealismo a braccetto Pubblicato postumo nel 1996, A passeggio con John Keats fu scritto da Cortázar in totale solitudine e fin dalle prime pagine si capisce bene come quest’opera sia lontana  dalla forma del saggio: «Mi diverte semplicemente l’idea di andarmene a passeggio per la memoria sottobraccio a John Keats, e favorire ogni tipo di incontri, presentazioni e appuntamenti. Perché il termine appuntamento non è da sottovalutare, come si vede. Prendo sottobraccio Keats, atteggiamento più naturale per conoscerlo rispetto all’altro, così frequente, in base al quale issano il poveretto su una nuvola, mentre il critico riunisce sedie e tavoli per edificare una piattaforma di cui non c’era il benché minimo bisogno». Lungo gli undici capitoli che si dipanano lo scrittore argentino evita di abbandonarsi all’ampollosità tipica di tanti accademici in favore di un discorso più informale, che però non rinuncia allo stile che caratterizza l’autore de Gli autonauti della cosmostrada. Cortázar racconta la vita di Keats e le sue opere, finendo però per creare un parallelo con la sua di vita: i viaggi del poeta inglese lungo la Scozia e lo scambio epistolare con Fanny Brawne si mescolano con le atmosfere di Buenos Aires, i profumi e gli odori delle città italiane visitate dall’autore negli anni cinquanta e gli scambi epistolari che Cortázar aveva con i suoi amici. A passeggio con John Keats non è il solito saggio zeppo di pedanteria che ci si aspetterebbe da un’opera del genere, ma una narrazione che esula dal semplice zelo per entrare più in profondità tanto nell’anima di Keats quanto in quella di uno scrittore particolare come Julio Cortázar. Fonte immagine: Fazi editore

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Musica

I Mortali, recensione dell’album di Colapesce e Dimartino

Colapesce e Dimartino, forti del successo sanremese del brano “Musica Leggerissima”, ripubblicano in una doppia edizione l’album I Mortali. A due settimane dalla sua conclusione il festival di Sanremo ci ha regalato quello che è destinato a essere il tormentone della prossima estate: Musica leggerissima, brano scritto da Colapesce e Dimartino che sta spopolando in radio e sui maggiori servizi di streaming e che di recente ha vinto l’ambito disco d’oro con la cifra di un milione di copie vendute, oltre ad aver dato vita a una vera e propria mania fatta di meme, parodie e montaggi video di tanti fan che imitano l’ormai iconico balletto dei due cantanti. Ma Colapesce e Dimartino, due personalità che vantano carriere piene di riconoscimenti (il primo si è aggiudicato nel 2012 la Targa Tenco per la miglior opera prima con l’album Uno splendido declino e il premio “Fuori dal Mucchio” della rivista Il Mucchio Selvaggio per il miglior esordio, mentre il secondo ha vinto nel 2019 il Premio Lunezia nella sezione “Stil novo” per l’album Afrodite) non andrebbero relegati allo status di prodotti usa e getta come capita a tanti cantanti che raggiungono la notorietà tramite un pezzo ben riuscito per poi sparire nel nulla. A sostegno di ciò basterebbe ascoltare I Mortali, l’album nato dalla collaborazione tra i due artisti uscito il 5 giugno dello scorso anno e che, dato il successo sanremese, ritorna negli scaffali questo venerdì in un’edizione rinominata come I Mortali² e contenente due dischi: il primo contiene brani editi, mentre il secondo reinterpretazioni di brani celebri tra cui Povera Patria di Franco Battiato, cantata dal duo durante la terza serata della kermesse dedicata alle cover. I Mortali, recensione track by track Non c’è nient’altro da aggiungere sul già citato Musica Leggerissima, brano classificatosi quarto a Sanremo e aggiudicatosi il premio Lucio Dalla della critica. Un tormentone pop che dietro l’innocenza di una melodia “leggerissima” (è il caso di dirlo) rivendica la necessità ad abbandonarsi a “parole senza pensiero/allegre, ma non troppo” davanti a un mondo sempre più difficile da capire. Il prossimo semestre è invece un sentito richiamo al cantautorato più puro e genuino soprattutto nel testo, pervaso da un’ironia di fondo in cui il ruolo del cantautore viene descritto con tutti i cliché del caso. L’incalzante ritmo pop di Rosa e Olindo racconta una storia d’amore con protagonisti i due autori della “Strage di Erba”, visti come due giovani innamorati la cui passione è talmente dirompente che nemmeno le sbarre della prigione potranno dividerli. È difficile credere che i mostri abbiano un cuore, ma Colapesce e Dimartino riescono a darci questa impressione. Luna Araba, brano che si avvale della collaborazione di Carmen Consoli, è debitrice di Franco Battiato per le sonorità e i testi (soprattutto quello dell’album Gommalacca, del lontano 1998). Lungo una melodia rock-pop si stagliano le immagini, da un anno perdute nel tempo, di una Sicilia estiva e delle spiagge popolate da bagnanti di ogni età e nazionalità, mescolate a quelle delle dominazioni storiche degli […]

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Libri

Il giardino dalle mille voci, il nuovo romanzo di Ewald Arenz

Recensione de Il giardino dalle mille voci, il nuovo romanzo dello scrittore tedesco Ewald Arenz pubblicato da Garzanti editore. Sally è una diciasettenne in perenne conflitto con il mondo. Un giorno fugge di casa e si ritrova nei pressi di una fattoria, dove viene accolta da Liss. Lei, molto più grande, accoglie Sally nella sua fattoria sperando che l’aiuti nei lavori agricoli, ma la ragazza si rifiuta. Tutto cambia quando Liss le mostra un giardino nascosto nella sua tenuta, dove coltiva rigogliosi alberi da frutto. Lì Sally imparerà a ritrovare sé stessa. Il giardino dalle mille voci, recensione del libro di Ewald Arenz Il giardino dalle mille voci, pubblicato in Italia da Garzanti, è il nuovo romanzo dello scrittore Ewald Arenz. Nato a Norimberga nel 1965 è laureato in Letteratura Inglese e Americana e insegna a Fürth, dove abita assieme alla famiglia. È autore di oltre 20 libri e tra tutti questi solo Il Profumo del cioccolato (2006) è stato tradotto in italiano. Per quanto riguarda il romanzo protagonista di questa recensione Ewald Arenz scrive una storia di formazione, una delle tante in giro. Tutti noi siamo stati adolescenti e tutti noi abbiamo vissuto crisi esistenziali che soltanto quell’età di incertezze e di paura verso il mondo riesce a portare con sé. Difficilmente quindi ci saranno persone che non si identificheranno in Sally, una ragazza segnata nel profondo da cicatrici indelebili e che vorrebbe soltanto iniziare una nuova vita lontano da tutto ciò che la fa stare male. A fare da contraltare, almeno all’inizio, c’è Liss: una donna adulta, misteriosa e che ha vissuto gran parte della sua vita sotto lo sguardo severo del padre e dei fratelli maschi. Tra le due c’è un rapporto fatto di silenzi che poi si scioglie quando capiranno che entrambe hanno bisogno l’una dell’altra. Ma ne Il giardino delle mille voci c’è anche un terzo protagonista, che è quello che dà anche il titolo al romanzo: è, per l’appunto, l’immenso giardino che Liss tiene nascosto nella sua tenuta lontano da occhi indiscreti. Solo a Sally concede il lusso di potervi accedere e lì la ragazza si lascia catturare dai profumi di tutti i frutti che si trovano appesi agli enormi alberi. In questo scenario bucolico Sally sembra ritrovare la sua pace interiore, ma diventa anche l’occasione per Liss di aprire di più il suo cuore e di entrare in contatto con la sua amica. La scrittura di Ewald Arenz è fluida e limpida, come ci si aspetterebbe da un romanzo come questo. Sono evocative le scene agricole che descrive, al punto che anche noi lettori riusciamo a sentire il profumo delle pere, dei fichi e di tutti i fiori che vengono descritti. Da notare anche come lo scrittore riesca a trattare con delicatezza argomenti molto difficili e dolorosi attraverso l’uso della tecnica introspettiva. Forse proprio questo punto potrebbe far desistere dal leggerlo a chi cerca una lettura più attiva e coinvolgente, ma piacerà sicuramente a chi cerca una storia in cui identificarsi e grazie […]

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Musica

Sanremo 2021, tra novità e solite polemiche

Il sipario su Sanremo 2021, l’edizione più strana e controversa della storia, è calato. Analizziamone vita, morte e miracoli. Quella di Sanremo 2021 è stata un’edizione della kermesse che passerà alla storia per svariati motivi. L’assenza del pubblico in sala per via della pandemia ha conferito al festival un’atmosfera straniante e paradossale, quasi sospesa nel tempo (anche se bisogna ammettere che i fischi di disapprovazione ad ogni classifica non è che ci siano mancati più di tanto). Ma è stato anche un festival che ha fatto parlare di sé non soltano per le immancabili polemiche, quasi una tradizione del festival stesso, ma anche per l’età mediamente giovane dei partecipanti alla gara canora. Ecco quindi a voi un resoconto di quello che è stato “Il festival dell’era covid”. Sanremo 2021, resoconto Di Fiorello, siparietti e altri demoni I motivi per cui si decide di guardare Sanremo sono principalmente due:  la musica e, soprattutto, i momenti trash che, come Thanos, sono ineluttabili. Dai travestimenti sfoderati da Max Gazzè durante le sue esibizioni (uno più geniale dell’altro) al povero Aiello che senza volerlo è divenuto un meme vivente (ripetiamo assieme: SESSOIBRUPOFENEH!), passando per Fasma che canta con un microfono spento durante la serata delle cover e Francesco Renga che invece deve cantare due volte quello che è il brano peggiore della sua carriera, gettando nella disperazione i coraggiosi che si cimentano nella titanica impresa di guardare tutte e cinque le serate fino alle 3 di notte. Immancabili anche i commenti agli outfit dei cantanti in gara che risvegliano l’Enzo Miccio che alberga in tutti noi, vestiti con il pantalone della tuta e le ciabatte. Sempre meglio dell’improvvisarci virologi e sparare a zero sui vaccini, non credete? Ma il festival non sarebbe tale senza la sua carrellata di ospiti: troppi, eccessivi e alcune volte inadeguati. Vedi alla voce Zlatan Ibrahimović: introdotto da Amadeus con il solito motivetto da sagra di paese di qualche nazione dell’Europa dell’est ogni volta che scendeva la scalinata dell’Ariston e che ha sfoderato un atteggiamento intimidatorio che sulla carta dovrebbe far ridere, ma nella pratica è tutto il contrario. Non si può però non spendere una parola su Fiorello, il co-conduttore del festival, che in fatto di comicità sembra essere rimasto al periodo in cui faceva l’animatore turistico: monologhi alquanto discutibili e tendenti al basso corporeo (traduzione: cringe) che non hanno fatto altro che far innervosire chi desiderava soltanto ascoltare le canzoni in gara e avere qualche ora di sonno più. Tuttavia c’è stato anche chi ha saputo davvero intrattenere e divertire come l’attrice Matilde de Angelis, co-conduttrice della prima serata, che ha dimostrato di sentirsi a proprio agio su di un palco enorme come quello dell’Ariston. Ma Twitter, Facebook e il web in generale si sono rivelati anche quest’anno il terreno più fertile per la nascita di meme entrati di diritto negli annali. Dal frame della prima esibizione del già citato Aiello che lo ritrae in una smorfia contorta a “queen” Orietta Berti che oltre a dare l’ispirazione alla […]

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Libri

Soffiando sul fuoco, la graphic novel di Stranger Things

Stranger Things – Soffiando sul fuoco colma le questioni lasciate in sospeso dalla seconda stagione della serie tv made in Netflix. Sono trascorsi molti anni da quando Rick e Marcy fuggirono dal laboratorio di Hawkins e dalle “cure” del dr. Brenner. I due ragazzi cercano di vivere una vita il più normale possibile, nascondendo i poteri che hanno sviluppato in anni di esperimenti subiti sulla loro pelle. Ma quando la notizia della chiusura del laboratorio li raggiunge partono alla ricerca della misteriosa Nove, una ragazza prigioniera assieme a loro e capace di controllare il fuoco, ma mentalmente instabile. Rick e Marcy devono trovarla ad ogni costo, prima che possa provocare danni. Stranger Things – Soffiando sul fuoco. Recensione Stranger Things – Soffiando sul fuoco è il terzo capitolo di una saga a fumetti dedicata a una delle serie di Netflix più iconiche. Nata dalle menti dei fratelli Matt e Ross Duffer la prima stagione di Stranger Things, resa disponibile sulla piattaforma della N rossa nel luglio del 2016, conquistò i cuori di tanti spettatori unendo una trama fantascientifica alla dichiarazione d’amore verso l’immaginario e la cultura pop degli anni ’80 sull’onda di una certa operazione nostalgia che, da un po’di anni a questa parte, sta interessando il mondo dell’intrattenimento. Assieme ad altre due stagioni non proprio entusiasmanti (la seconda piena di buchi di trama e la terza troppo virata sul comedy), la creatura dei fratelli Duffer ha generato un merchandising proficuo tramite romanzi, giochi da tavolo e, come in questo caso, graphic novel pubblicate in patria dalla Dark Horse Comics e in Italia da Magazzini Salani. Soffiando sul fuoco vede all’opera Jodey Houser e Ryan Kelly, rispettivamente l’autrice e l’illustratore della storia, i quali costruiscono una trama che esplora ed espande tutti quegli elementi della seconda stagione che non erano stati approfonditi a dovere. Ricompaiono così il personaggio di Otto, la “sorella” di Undici e, soprattutto, il dr. Brenner e i suoi discutibili esperimenti volti a risvegliare i poteri dei bambini che ebbero la sfortuna di finire tra le sue mani. E tra questi c’è proprio Nove i cui acuti traumi sviluppati nel laboratorio di Hawkins l’hanno portata a rinchiudersi in una fantomatica torre di un castello (emblema di un mondo immaginario) dove, con la sola compagnia di animali antropomorfi e con una grottesca maschera che le copre il volto, rifiuta il contatto con gli altri. Il fatto che ella controlli l’elemento del fuoco è poi molto particolare, perché ben esplicita la paura di avvicinarsi agli altri. Ryan Kelly riesce a rendere bene le atmosfere tipiche della serie di Netflix, riproducendo quell’atmosfera anni ’80 amata dagli spettatori, mentre Jodey Houser ha la brillante idea di costruire una storia su tutto quel “non detto” della seconda stagione che aveva lasciato un brutto amaro in bocca. Immagine in evidenza: Magazzini Salani Editore

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Musica

EDY, -Chi ha sparato al presidente?- è il nuovo EP

Recensione di Chi ha sparato al presidente?, il nuovo EP di EDY costituito da tre cover e da un brano originale dello stesso cantante. EDY, pseudonimo di Alessio Edy Grasso, nasce a Milano e vive a Catania e a Roma. Dopo aver trascorso una buona fetta della sua carriera nell’ambiente punk tra la seconda metà degli anni ’90 e il 2015 con le due band da lui stesso formate, i Jasminrock e gli UltraviXen, il 17 novembre del 2018 pubblica il suo primo album da solista, Variazioni. Si tratta di un taglio netto con il passato poiché EDY propone una raccolta di 12 canzoni dette “pop d’autore” e due di queste, La casa di Barbie e Immobile, diventano due singoli premiati e trasmessi dalle più importanti radio italiane. Nell’autunno del 2019 esce il singolo Come un Flash a cui collabora anche la cantante Matilde Davoli. A tutto ciò si aggiunge un lungo tour che ha portato EDY a girare in lungo e in largo i maggiori festival e club italiani, esibendosi per un totale di ben 70 volte. E, proprio in attesa di poterlo riascoltare dal vivo, il cantante ha pubblicato l’EP Chi ha sparato al presidente? contenente, oltre al singolo omonimo uscito ad inizio mese sulle piattaforme digitali, tre cover di brani celebri della canzone italiana Chi ha sparato al presidente?  di EDY. Tre brani cover ai tempi del covid La genesi di questo lavoro va ricercata nel lungo periodo del lockdown. Grazie anche alla collaborazione dei membri della propria band (Tommaso Calamita, Sebastiano Forte e Carmelo di Paola), EDY ci propone «Un concept EP che parla al cuore e alla testa, racconta con delicatezza quello che ci accade dentro quando perdiamo i nostri punti di riferimento». Il lungo periodo di clausura forzata vissuto lo scorso anno, e che sembra sempre dietro l’angolo, ha portato il cantautore a coverizzare tre brani di tre artisti molto differenti tra di loro: Luigi Tenco, Mogol e i Meganoidi. Un giorno dopo l’altro è facilmente ascrivibile alle sensazioni che in, soprattutto coloro che sono dotati di una certa sensibilità, stanno provando in questi giorni difficili: la perdita di certezze a cui aggrapparsi e la mancanza di quella normalità, il cui ricordo lontano fa sì che scorrano tutti uguali i giorni della settimana dove “la speranza ormai è un abitudine“. Sulla stessa linea, ma con sonorità quasi dissacranti, si pone la cover di Tutta mia la città di Mogol, che con la mente ci riporta alle strade delle grandi città italiane deserte e con le saracinesche dei negozi abbassate fino a data a destinarsi. La versione che EDY ci propone di Zeta Reticoli, brano dei Meganoidi, sembra invece distaccarsi dal ritmo delle cover precedenti. Alla grinta del modello originale EDY oppone sonorità pacate, che sembrano proiettate in una dimensione fuori dallo spazio e dal tempo, L’unico brano originale è quello che da anche il titolo all’ EP, Chi ha sparato al presidente?. Il testo, a tratti criptico, scritto da Matteo Scannicchio e Giorgio Maria […]

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Libri

Voler bene in segreto, intervista a Domenico Esposito

In occasione dell’uscita del romanzo Voler bene in segreto Domenico Esposito, già noto alle pagine di Eroica, ci ha concesso un’intervista. Originario del paese avellinese di Cervinara, Domenico Esposito ha iniziato la sua carriera letteraria con i romanzi La città dei matti (Mon&editori, 2009), e Sia fatta la mia volontà – Qui nel mondo (Tempesta Editore, 2011). Con la pubblicazione di Mad World – Il mondo malato nel 2016 Domenico si lega alla casa editrice Eretica Edizioni per la quale ha scritto anche Il Romanziere (2018) e il recente Voler bene in segreto in cui vengono narrate le nuove vicende che coinvolgono Efrem Lettieri, già protagonista di Mad World. Domenico ha concesso ad Eroica Fenice un’intervista in cui parla di questo nuovo romanzo e anche dei progetti futuri. Prima però di lasciarvi alle sue parole ne approfittiamo per ringrazialo per il tempo concessoci, con la speranza di poter ancora parlare con lui in occasione della pubblicazione di un nuovo romanzo. Voler bene in segreto, intervista a Domenico Esposito Vorrei partire da una domanda molto personale. Come è nata in te la passione per la scrittura? Credo dalla difficoltà di esprimermi oralmente fin da quando ero bambino. Non solo perché ero un po’ timido, ma anche perché oggi è difficile dialogare: sembra che le persone siano poco disposte ad ascoltare, soprattutto se esprimi riflessioni troppo diverse dalle “certezze” che ci sono state inculcate. Questo accade in ogni ambito, da quello politico a quello sentimentale, sociale, individuale, religioso, scientifico ecc. (tant’è che le loro risposte sembrano tutte preconfezionate). Ogni volta che mi veniva insegnato qualcosa, soprattutto se ritenuto incontestabile, ne dubitavo e comprendevo che sarebbe stato meglio scriverlo perché si ha il tempo di elaborarlo e metterlo insieme senza che l’interlocutore ti urli addosso o ti interrompa se non vuole ascoltare. Diciamo che la mia scrittura è innanzitutto un atto di ribellione verso la società, a prescindere dal tema trattato. Voler bene in segreto è il nuovo capitolo della saga di Efrem Lettieri, personaggio introdotto in Mad World – Il mondo malato. Nel tempo che trascorre proprio tra la pubblicazione di Mad World e di questo nuovo romanzo, il tuo personaggio come è cambiato? Premetto che il tempo che scorre tra le due pubblicazioni è maggiore rispetto all’ambientazione: sono trascorsi infatti soltanto pochi mesi dall’epilogo de “Il Mondo Malato” e l’inizio di “Voler bene in segreto”. Efrem è comunque un personaggio molto contraddittorio e particolare: non è facile comprendere se sia cambiato o se semplicemente stiamo scoprendo dei suoi lati nascosti. Più che la sua personalità, sono cambiati i suoi rapporti con le persone. Nel romanzo inedito e gratuito “Prigionieri di se stessi” (che può leggere chi non ha letto “Il mondo malato”) si nota l’evolversi dei personaggi che il musicista ha intorno. In “Voler bene in segreto”, in cui il tema principale è l’affetto, o comunque i rapporti umani, Efrem si mostra più fragile, pur non volendo e cercando di mantenere la sua maschera fatta di durezza, ma allo stesso tempo mostrerà […]

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Cinema e Serie tv

Precinema, la storia prima della storia del cinema

Con questo articolo inizia un lungo viaggio nella storia del cinema. Punto di partenza è la sua preistoria, cioè il precinema. Il 28 dicembre del 1865 è comunemente indicata come la data che segna l’inizio della storia del cinema, con la prima proiezione pubblica del cinematografo dei fratelli Lumière a Parigi. Quest’evento rappresenta però l’apice di un percorso più ampio, in cui si collocano tutte quelle sperimentazioni che avevano come obiettivo la rappresentazione delle immagini in movimento e che porta il nome di precinema. Precinema, la storia prima della storia del cinema L’inizio del precinema, la lanterna magica L’idea delle immagini in movimento, per quanto possa suonare strano, affonda le proprie radici fin dall’antichità. Avete mai sentito parlare del mito della caverna? Platone lo descrive nel settimo libro della Repubblica per spiegare il percorso dell’uomo verso la conoscenza. Ma proviamo a leggerlo in un’ottica diversa: gli uomini legati e le ombre proiettate dalla luce sul muro della caverna vi ricordano qualcosa? Esatto, proprio una moderna sala cinematografica con gli spettatori, la luce del proiettore e le immagini che compaiono sullo schermo. Se invece ci spostiamo sul lato più tecnico occorre aspettare il XVII secolo per vedere i primi esperimenti di proiezione delle immagini. Il più importante è lanterna magica, uno strumento la cui paternità è molto dibattuta e che può essere paragonato a un moderno proiettore. Si trattava di una scatola chiusa al cui interno veniva posta una candela. La luce emessa filtrava verso l’esterno tramite un foro. Tra la candela e il foro veniva posta una lastra di vetro su cui erano dipinte delle immagini, che venivano proiettate su una superficie. La lanterna veniva impiegata per scopi didattici e di intrattenimento. Durante la liturgia, ad esempio, veniva usata per illustrare gli episodi della Bibbia. Nel corso del tempo venne perfezionata ponendo due lastre le quali venivano mosse una sopra l’altra, conferendo alle immagini un’illusione di movimento. La scoperta della persistenza retinica e gli antenati delle GIF moderne Nell’800 il fisico Joseph Plateau teorizzò un concetto che diverrà fondamentale per la nascita dello stesso cinema: il principio della persistenza retinica. L’occhio umano riesce a percepire il movimento quando gli viene messa davanti una serie di immagini in rapida successione, a una velocità di almeno sedici al secondo. Su questo principio si basavano molte invenzioni di quel periodo, come il fenachistoscopio dello stesso Plateau. Era costituito da due dischi, uno dotato di finestre equidistanti e un altro con delle immagini disegnate, legati al centro da un manico. Quando i due dischi giravano alla stessa velocità si creava l’illusione del movimento. Lo zootropio, creato da William Horner nel 1834, funzionava allo stesso modo. Si trattava di un tamburo su cui venivano praticate delle fessure e al cui interno veniva posto un foglio con delle figure che si muovevano quando lo strumento girava. Nel 1876 Émile Reynaud inventò il prassinoscopio, molto simile allo zootropio con la differenza che al centro veniva inserito un prisma di specchi su cui si riflettevano le immagini. Molto […]

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Libri

Lamù, racconti di anime. Il romanzo di Portella e Scala

Antionio Portella e Tonino Scala sono gli autori di Lamù, racconti di anime, romanzo d’amore e sulla diversità di genere pubblicato da Edizioni MEA. Ponticelli, periferia est di Napoli, fine anni ’80. Mario e Lello sono due amici che giocano nella stessa squadra di calciotto, il calcio a otto giocatori. Mario è un operaio metalmeccanico di 28 anni, sposato e con due figli. Lello fa il panettiere, vive con i genitori in una modesta casa e agli abitanti più bisognosi del quartiere dona il pane in eccesso. Mario si è rassegnato a un’esistenza piatta, Lello si concede il lusso di sperare in un domani migliore in un posto dove il degrado circostante non lo permetterebbe. Una sera i due amici, osservati da una luna splendente, stanno tornando a casa dopo aver festeggiato in pizzeria. Lello bacia Mario che, inorridito, lo allontana. Lello attraversa una crisi di identità e capisce di essere nato nel corpo sbagliato. L’amicizia con Eva, una transessuale che si guadagna da vivere prostituendosi, lo convince a intraprendere un percorso di transizione che lo porterà a diventare Lamù. Lamù, racconti di anime. Essere diversi in una Napoli ancora (e troppo) tradizionalista Edizioni MEA ha dato alle stampe Lamù, racconti di anime, il primo romanzo a quattro mani scritto da Antonio Portella e Tonino Scala, due personalità quanto mai diverse. Antonio, nato nel 1975, lavora da sempre nel mondo dello spettacolo e dopo una lunga militanza nella televisione giunge al cinema nel 2016 con Felicissime Condoglianze, tratto proprio da un soggetto di Tonino Scala. Quest’ultimo, originario della città tedesca di Krefeld, è il fondatore della testata Sinistra e Mezzogiorno e all’attività di scrittore e giornalista affianca quella politica, come dimostra la sua elezione a Presidente della Commissione Speciale Regionale Anticamorra nel 2005. Lamù, racconti di anime è un romanzo che ruota attorno a un’unica orbita, come anticipa anche la prefazione di Massimiliano Gallo: quella dell’amore. Lello/Lamù intraprende un percorso di trasformazione fisica e psicologica per farsi accettare da Mario. Per fare ciò non esita a sottoporsi anche a cure discutibili, nobilitate dal forte sentimento che prova. È un percorso doloroso ed emotivo sullo sfondo di una Napoli ancorata alle fin troppo robuste radici di un bigottismo incarnato nei genitori di Lello, in particolare il padre Gerardo. Ma è anche una Napoli dilaniata dalla crisi della classe operaia e dalla rassegnata monotonia in cui vivono gli abitanti delle periferie che nelle gesta di Maradona e nelle canzoni di Pino Daniele trovano quei pochi spiragli di luce concessi loro. Il tutto sotto lo sguardo dell’onnipresente luna, che illumina i punti più salienti della storia e ne è la neutrale spettatrice. Lamù, racconti di anime alterna crudo realismo a momenti di dolce poesia per parlare di un argomento che ancora oggi è considerato tabù dalle persone che si reputano tolleranti: quella diversità di genere che tanto spaventa, ma che non andrebbe mai giudicata. Immagine in evidenza: Edizioni MEA

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