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Club 27: apologia del fallimento

Club 27: cos’è e cosa rappresenta

“Io amo coloro che non sanno vivere se non tramontando”

Così diceva Nietzsche che ovviamente non parlava del club 27 ma in ogni caso l’idea di essere fatalmente attratti da chi riesce a manifestare se stesso solo “tramontando” è un concetto che può esserci molto utile in questo articolo: vediamo perché.

Partiamo col dire cos’è questo club 27.

Si tratta di una dicitura tipicamente giornalistica che iniziò ad essere utilizzata all’unisono da tutta la critica musicale a partire dalla seconda metà degli anni ’90, in seguito alla morte di Kurt Cobain. Quello a cui fa riferimento è una curiosa coincidenza che vede legati i nomi di diversi artisti. Il macabro filo conduttore è l’età alla quale le sopracitate personalità sono decedute, tutte a 27 anni.

L’affascinante storia del club 27 riguarda il fatto che il mito di queste celebrità rimane ovviamente legato alla vita dissoluta che hanno condotto e, si sa, condurre un’esistenza sopra le righe è sempre un qualcosa che in qualche modo tende a focalizzare l’attenzione sul personaggio oltre che sull’artista e quindi ad aumentarne esponenzialmente la fama.

Ma il mito che si è venuto a creare dietro questi uomini e donne è un qualcosa che va oltre il fascino per il ribelle: il club 27 rappresenta una vera e propria apologia del fallimento.

In alcuni casi questi artisti hanno personificato l’esatto opposto del prototipo di rockstar, sono stati a tutti gli effetti degli antidivi succubi della loro stessa popolarità, divorati dai riflettori che li hanno gradualmente consumati fino a scomparire nel nulla, quasi come se si smaterializzassero dietro una nube di fumo.

Stavolta però quando si comprende qual è il trucco si scopre che dietro non c’è un abile illusionista, ma uno sconfitto che non ce l’ha fatta e che per anni si è nascosto dietro un assordante silenzio.

Per capire meglio di chi parliamo vediamo qual è la storia di questi uomini e donne che non ce l’hanno fatta.

Club 27: 8 storie, 8 miti

Robert Johnson (1911-1938)

Chitarrista statunitense, uno dei padri fondatori del blues ed uno tra i primi ad entrare nella Rock and Roll Hall of Fame, fonte di ispirazione per artisti del calibro di BB King ed Eric Clapton.

Della sue morte si sa poco così come della sua vita. Tutto nella sua carriera fu contraddistinto da un alone di mistero e anche per questo motivo dietro la sua figura vennero costruite numerose leggende, molte delle quali anche molto fantasiose (eravamo comunque negli anni ’30).

Una di queste per esempio dice che per avere le sue incredibili doti chitarristiche fosse stato costretto a fare un patto col diavolo, la leggenda venne alimentata dallo stesso Johnson che spesso nei suoi testi ha narrato direttamente questa leggenda o ha fatto riferimenti a satana.

La cosa inquietante di tutto ciò è come tutte le testimonianze dell’epoca fossero concordanti riguardo questo aspetto. Tutti i suoi amici interpellati infatti hanno raccontato di come lui all’età di sedici anni si fosse sposato con una donna che però morì durante il parto. Dopo la morte della moglie gli amici hanno raccontato che Robert scomparì per un anno intero senza dare tracce di sé, fin quando poi non tornò mostrando una sorprendente capacità con la chitarra che scioccò tutti: si dice infatti che prima della morte della moglie, egli fosse assolutamente incapace di suonare lo strumento.

Non esistono versioni definitive riguardo la sua morte, i racconti dicono che venne avvelenato da un proprietario di un bar nel quale avrebbe dovuto suonare che scoprì la relazione clandestina tra Johnson e sua moglie.

Brian Jones (1942-1969)

Il padre fondatore dei Rolling Stones: non serve aggiungere altro per questo geniale ed eclettico polistrumentista (sapeva suonare più di 20 strumenti).

Purtroppo il carattere non lo aiutò, in particolare venne perseguitato negli anni da un continuo senso di abbandono che lo portò a sentirsi come un corpo estraneo al gruppo. Gli abusi di cocaina, eroina ed LSD diedero poi il colpo di grazia e lo trasformarono in un essere totalmente avulso dalle attività del gruppo.

Si narra che a causa dei suoi abusi, la sua attività per i Rolling Stones col tempo divenne irrilevante. Addirittura una volta in sala prove, entrando, chiese cosa potesse suonare e la risposta di Mick Jagger fu “Non so Brian, cosa riesci a suonare?“.

La rottura totale col gruppo che lui stesso fondò avvenne quando finì in ospedale insieme alla sua compagna, l’attrice e modella italiana, simbolo degli anni 60, Anita Pallenberg. Al suo risveglio scoprì che la donna era fuggita con Keith Richards, chitarrista dei Rolling Stones, il cui commento sulla vicenda fu semplicemente: “Quella fu l’ultima goccia fra me e Brian. Lui non mi perdonò mai per quello che successe e non lo biasimo, ma, diavolo, così è la vita”.

Poco più di un anno dopo Jones venne trovato morto affogato nella sua piscina a causa di un abuso di alcol e droghe, completamente solo ed allontanato da tutto e da tutti, la sua ragazza dell’epoca nemmeno si rese conto dell’accaduto.

Jimi Hendrix (1942-1970)

Totalmente inutile fare presentazioni, Jimi Hendrix è e sarà per sempre una delle icone più significative della musica, il suo stile ha influenzato generazioni di aspiranti chitarristi, i suoi brani sono destinati all’immortalità così come le sue esibizioni live, manifesto della sua onnipotenza artistica.

Il discorso legato all’apologia del fallimento che c’è dietro la venerazione del club 27 con Jimi Hendrix vede un’ovvia eccezione.

Non c’è mai stato in lui un minimo segno di “umanità”, è nato leggenda ed è morto leggenda, peccato solo che in quella stanza d’albergo nel 1970 non vi fosse stato nessuno a soccorrerlo mentre moriva di overdose.

Janis Joplin (1943-1970)

La regina del soul, una delle più belle voci della storia, un personaggio che ebbe un impatto sulle tematiche sociali dell’epoca gigantesco (omofobia e bullismo in particolare). I suoi strazianti acuti anche ai giorni d’oggi riecheggiano con una violenza inaudita, perché a distanza di decenni continuano a trasportare tutte le angosce di una adolescenza tormentata.

La Janis Joplin donna, e non l’animale da palcoscenico di Woodstock, era un personaggio tremendamente complesso, che portava con sé enormi cicatrici che la condussero ad un costante bisogno di accettazione che col tempo la logorò.

Da ragazzina venne più volte bullizzata per il suo aspetto, all’università venne umiliata col titolo di “uomo più brutto del campus” e le sue idee nel sociale costituirono un’ ulteriore problematica. Si schierò fin da bambina contro le discriminazioni razziali e si dichiarò apertamente bisessuale, il tutto in una cittadina del Texas (Port Arthur) dove vi era una fortissima presenza del Ku Klux Klan ed una tolleranza verso omosessualità e bisessualità prossima allo zero.

Il 4 Ottobre del 1970 fu trovata morta in un albergo di Los Angeles per un’overdose di eroina, le sue ferite rimarranno per sempre nella sua voce.

Jim Morrison (1943-1971)

Il terribile biennio 1969/71 ha ancora un’altra vittima illustre, ancora una volta a 27 anni.

“Se le porte della percezione fossero purificate, ogni cosa apparirebbe all’uomo com’è: infinita”

É con questi versi di William Blake che sono nati i Doors (le porte di cui si parla nella citazione); Morrison a tal proposito dirà: “Ci sono cose che si conoscono e altre che non si conoscono. Esiste il noto e l’ignoto e in mezzo ci sono Le Porte (The Doors). I Doors sono i sacerdoti del regno dell’ignoto che interagisce con la realtà fisica, perché l’uomo non è soltanto spirito ma anche sensualità. La sensualità e il male sono immagini molto attraenti ma dobbiamo pensare a esse come alla pelle di un serpente di cui ci si libererà”.

Il re lucertola (soprannome legato alla sua raccolta di poesie) è stato e sarà sempre uno dei pilastri della musica rock. I Doors rappresentarono un’epifania, una visione, una complessa opera d’arte che vivrà per sempre, con capolavori creati con una maniacale attenzione tanto negli arrangiamenti quanto nei testi, curati ovviamente per intero da Jim Morrison.

Morrison era un ragazzo con un’intelligenza fuori dal comune ma con una carriera scolastica ed universitaria perennemente bloccata dai suoi continui atteggiamenti ribelli ed autodistruttivi, non a caso a tal proposito dirà: “Sono sempre stato attirato dalle idee di ribellione contro l’autorità. Quando ti riconcili con l’autorità, diventi tu stesso un’autorità”. Moltissimi dei suoi concerti sono terminati in anticipo a causa di problemi di ordine pubblico generati dallo stesso cantante che in più occasioni aizzava i suoi fan o derideva pubblicamente le forze dell’ordine costringendole ad intervenire durante i suoi live, caratterizzati per questo motivo non solo da atmosfere psichedeliche e momenti di elevatissima ispirazione artistica ma spesso e volentieri da vere e proprie risse.

Attorno alla sua morte, avvenuta presumibilmente per infarto e relativo arresto cardiaco causato da un abuso di alcol, c’è un alone di mistero che col tempo ha dato vita a numerose leggende.

Secondo molte persone le morti di Jones, Hendrix, Joplin e Morrison addirittura sarebbero state false e in realtà il tutto sarebbe stato un complotto ordito dalla CIA per oscurare le loro figure in quanto rappresentanti di un movimento “hippie” che criticava aspramente la politica dell’allora presidente statunitense Nixon.

La leggenda relativa a Jim Morrison venne alimentata anche da un gruppo di persone che sostennero che l’artista avesse deciso di inscenare una finta morte per poter scappare in Africa, lontano dai riflettori che lo stavano bruciando lentamente, seguendo così le orme del poeta Rimbaud, a lui molto caro. Questa idea iniziò a prendere piede in particolar modo ad inizio anni 2000 quando sbucarono diverse interviste postume di Morrison nelle quali il leader dei Doors faceva accenno all’idea di inscenare una finta morte per sfuggire alle pressioni della popolarità.

Pigpen McKernan (1945-1973)

Uno dei componenti principali dei Grateful Dead, tra le più importanti band del rock psichedelico. Ha fatto parte del gruppo di leggendari artisti che riscrissero la storia della musica (e non solo) al festival di Woodstock, fu un grande amico di Janis Joplin e di Jimi Hendrix e condivise con loro la medesima sorte del club 27.

A differenza di tutta la generazione di artisti “hippie” Pigpen aveva una personalità molto più schiva e meno esuberante, era poco propenso all’utilizzo di droghe pesanti e allucinogeni di qualsiasi tipo, purtroppo però gli fu fatale un altro vizio, quello dell’alcol.

L’8 Marzo del 1973 venne trovato morto a causa di un’ emorragia gastrointestinale.

Kurt Cobain (1967-1994)

Poter descrivere chi fosse il leader dei Nirvana in poche righe è un qualcosa di letteralmente impossibile.

Kurt Cobain ha da sempre rappresentato l’immagine più inflazionata del mondo della musica. La sua figura è senza alcun dubbio quella che più di tutte col tempo è stata accostata al rocker per antonomasia, eppure è proprio lui che più di tutti gli artisti finora descritti incarna alla perfezione l’immagine dell’antidivo che non ce l’ha fatta, come tutti gli altri illustri membri del club 27.  Per questo, piuttosto che trovare le parole per descrivere il personaggio, è molto più giusto che sia il personaggio stesso a descriversi, dato che ci è riuscito perfettamente, poco prima di spararsi con un colpo di fucile, quando lasciò una lettere d’addio rivolta a Boddah, il suo amico immaginario dell’infanzia.

“A Boddah
Parlando con la lingua di un sempliciotto con esperienza che ovviamente preferirebbe essere un bambino lamentoso e rammollito. Questa nota dovrebbe essere abbastanza semplice da capire. Tutti gli avvertimenti della scuola base del punk-rock che mi sono stati dati nel corso degli anni, dai miei esordi, come l’etica dell’indipendenza e l’abbraccio della tua comunità si sono rivelati
veri. Non provo eccitazione nell’ascoltare e nel creare musica o nel leggere e scrivere da troppi anni. Mi sento in colpa oltre ogni dire per queste cose. Per esempio quando siamo nel backstage e le luci si spengono e inizia il ruggito eccitato della folla, non mi fa lo stesso effetto che faceva a Freddie Mercury, che sembrava amare, crogiolarsi nell’amore e nell’adorazione della folla che è qualcosa che io ammiro e invidio. Il fatto è che non riesco a prenderti in giro, nessuno di voi. Semplicemente non è giusto per voi o per me. Il crimine peggiore a cui posso pensare sarebbe fregare le persone fingendo che mi stia divertendo al 100%. Certe volte mi sento come se dovessi timbrare il cartellino prima di salire sul palco. Ho provato con tutte le mie forze ad apprezzarlo (e lo faccio, Dio, credimi, ma non è abbastanza). Apprezzo il fatto che io e gli altri abbiamo toccato e intrattenuto tante persone. Devo essere uno di quei narcisisti che apprezzano le cose solo quando non ci sono più. Sono troppo sensibile. Ho bisogno di essere leggermente insensibile per recuperare l’entusiasmo che avevo da bambino. Nei nostri ultimi 3 tour, ho apprezzato molto di più tutte le persone che ho conosciuto personalmente, e come fan della nostra musica, ma non riesco a superare la frustrazione, il senso di colpa e l’empatia che ho per chiunque. C’è del buono in ognuno di noi e credo semplicemente di amare troppo le persone, così tanto che mi fa sentire fottutamente triste. Il piccolo triste, sensibile, ingrato, Pesci, uomo Gesù. Perché non ti diverti e basta? Non lo so! Ho una dea di moglie che trasuda ambizione ed empatia e una figlia che mi ricorda troppo com’ero, piena di amore e gioia, che bacia ogni persona che incontra perché tutti sono buoni e nessuno le farà del male. E questo mi terrorizza al punto che vado avanti a stento. Non posso sopportare il pensiero che Frances diventi la miserabile, autodistruttiva rocker che sono diventato io. Mi è andata bene, molto bene, e ne sono grato, ma da quando ho sette anni sono diventato pieno di odio verso l’umanità in generale. Solo perché sembra così facile per la gente andare d’accordo. Solo perché amo e mi dispiace troppo per le persone probabilmente. Grazie a tutti dal profondo del mio bruciante, nauseato stomaco per le vostre lettere e la preoccupazione negli anni passati. Sono un bambino troppo incostante e lunatico! Non ho più passione, perciò ricordate, è meglio bruciare subito che spegnersi lentamente.
Pace, amore, empatia.
Kurt Cobain
Frances e Courtney, sarò al vostro altare.
Ti prego resisti Courtney, per Frances.
Per la sua vita, che sarà molto più felice senza di me.
VI AMO, VI AMO!”.

Amy Winehouse (1983-2011)

Una delle voci più malinconiche della storia, la prova vivente che la bellezza a volte possa essere straziante, lasciandoti quasi senza fiato, Amy Winehouse personifica l’autodistruzione, ogni centimetro cubo del suo corpo sembra che fosse stato quasi biologicamente predisposto a dissolversi gradualmente, in una agonizzante discesa verso l’oblio.

Dopo Back To Black la cantante aveva il mondo ai suoi piedi, eppure l’impressione è sempre stata quella che in realtà fosse stato il mondo ad averla lentamente schiacciata, come un rullo che ripercorre il suo perimetro ruotando con una lentezza disarmante.

Tra la pubblicazione del primo e del secondo album perde quattro taglie di peso ed inizia a soffrire di serie difficoltà di anoressia e bulimia. Nello stesso periodo i suoi problemi con le droghe e l’alcol iniziano a divorarla, non permettendole nemmeno di poter organizzare i concerti.  Sono numerosi i video di esibizioni della Winehouse che non sono mai giunte al termine in quanto la cantante era totalmente ubriaca o fatta di crack. A coronare la situazione di palese inadeguatezza che ha vissuto nei suoi ultimi mesi ci fu anche una denuncia di stalking da parte dell’attuale compagna dell’ex marito, che accusò Amy di non permetterle di vivere con serenità la sua vita coniugale per via dei suoi comportamenti ossessivi.

Il 23 luglio 2011 la cantante muore, ultima tra le leggende del club 27, presumibilmente per una intossicazione da alcol, anche se suo fratello, qualche anno dopo, sostenne che il vero motivo fu la bulimia di cui Amy ormai soffriva da svariati anni.

 

Immagine in evidenza: https://it.wikipedia.org/wiki/File:Graffiti_Tel_Aviv,_Khayim_Ben_Atar_St_-_zoom.jpg (Graffiti Tel Aviv, Khayim Ben Atar St. )

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