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Alla ricerca della perfezione: la sezione aurea in musica

Dalla sequenza di Fibonacci alla sezione aurea nella sua applicazione in musica Leonardo Fibonacci fu un matematico del XIII secolo che per spiegare l’andamento della crescita di una popolazione di conigli inventò la cosiddetta “successione di Fibonacci”. Senza entrare nelle oscure viscere del “matematichese”, per ricostruire questa serie di elementi basta partire da 0 e 1 e aggiungere i numeri successivi per addizione col termine precedente. Quindi, seguendo le regole imposte da questo perverso giochetto matematico dopo 0 ed 1, si arriverà a 2 (1+1), a 3 (2+1), a 5 (3+2), e così via, verso l’infinito (e oltre). Il risultato di tutto ciò è una infinita cascata di numeri. 0, 1, 1, 2, 3, 5, 8, 13, 21, 34, 55, 89, 144, 233, 377, 610, 987, 1597, etc, etc. Apparentemente sembrano non avere nessun significato particolare, o quantomeno niente che possa interessare né me né chi sta leggendo questo articolo. In realtà proprio quei numeri nascondono una proporzione le cui proprietà per molti assunsero caratteristiche al limite del divino. Infatti dividendo ogni termine per quello precedente (ad esempio 2 con 1, 3 con 2, 5 con 3, etc, etc), ci si avvicina gradualmente (nel suddetto “matematichese” dovremmo dire “si tende”) ad un misterioso numero, quel 1.618 che è ai più noto come “numero aureo”. Il rapporto così ottenuto viene considerato come valore ideale di bellezza e armonia. Due grandezze, distribuendosi in modo tale da rispettare le proporzioni auree, è come se acquisissero una superiorità estetica che le renda inconfutabilmente armoniche. Per avere un’idea basti pensare alla Gioconda o a l’Uomo Vitruviano di Leonardo da Vinci, entrambi raffigurati sfruttando la sezione aurea. Anche in architettura la sezione aurea ha trovato svariate applicazioni. Un esempio lampante è quello di Le Corbusier, il quale addirittura decise di progettare edifici i cui interni rispettassero fedelmente le suddette proporzioni con l’idea di creare ambienti domestici che fossero non solo funzionali ma che trasmettessero anche una sensazione di armonia e di benessere. La serie di Fibonacci e la sezione aurea in musica Una volta constatata la possibilità di poter utilizzare il rapporto aureo in diversi campi, in che modo si arriva all’applicazione nella musica? Innanzitutto gli strumenti: le componenti di molti violini per esempio sono costruite rispettando il rapporto aureo e, anche se non c’è una evidenza scientifica di ciò, il motivo sarebbe che questa disposizione renda ottimale l’acustica. Con il pianoforte il riferimento risulta ancor più evidente. I tasti bianchi e neri della tastiera infatti vengono idealmente suddivisi in ottave, ogni ottava è composta da tredici tasti, di cui otto bianchi e cinque neri a loro volta suddivisi in gruppi di due e tre. Tredici, otto , cinque, tre, due … se si dà uno sguardo a tutti quei numeri buttati a inizio pagina qualcosa inizia a tornare. Siccome la cosa inizia a diventare sospetta forse vale la pena approfondire. Innanzitutto, il primo dubbio, qualora qualcuno avesse la malsana idea di voler “suonare” la serie di Fibonacci, potrebbe farlo? Si può suonare una successione di […]

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La raffinata denuncia di “Be Kind”: intervista a Franca Barone

“Be smart, not too much”: così esordisce Franca Barone in questo testo che dipinge una donna rinchiusa nel paradigma della società moderna. Il brano appena uscito sa essere al contempo orecchiabile e complesso, si muove per i suoi due minuti di durata su una sottile linea di demarcazione tra un jazz “classico” ed uno “moderno” che si manifesta attraverso i cambi ritmici imposti nel pezzo. Abbiamo incontrato l’artista per comprendere meglio il significato del brano ed i suoi riferimenti musicali. Franca Barone: intervista all’autrice di Be kind Ho notato una vicinanza non solo per la metrica quanto per le atmosfere musicali al Dave Brubeck di “Take Five“. Quello fu un brano che rappresentò un po’ uno degli “ultimi sussulti” per il genere che poi divenne più di nicchia. Lei il suo brano lo vede più “un ultimo sussulto” o ritiene abbia una precisa collocazione nel mercato musicale moderno. In effetti il tema di “Be Kind” è in 5/4 come Take Five, anche se nella parte dell’improvvisazione passa in un 6/8 con un groove wonky. Chiaramente la matrice del jazz tradizionale c’è e si sente, ma credo parli un linguaggio musicale diverso. Non penso al mercato della musica quando compongo, tutti i brani che scrivo sono il frutto degli ascolti che ho fatto e che faccio shakerati con la mia vita di tutti i giorni. Ho ascoltato moltissima musica dagli anni ’40 in poi ma ho sempre amato il cantautorato italiano e il pop internazionale. Rimango una persona che vive totalmente il suo tempo, questo entra necessariamente nella mia musica e soprattutto nei miei testi. Considerando il testo del brano, qual è la sua visione della donna nel 2020? In Italia, credo stiamo assistendo ad una nuova ondata di femminismo. Grazie al movimento #quellavoltache e #metoo le donne sono sicuramente più consapevoli di prima della loro situazione e, ognuna a suo modo, spero stia cercando di riprendersi i propri spazi e di chiedersi davvero cosa vuole fare, che ruolo vuole avere nella famiglia e nella società. Spero che la stessa cosa la facciano anche gli uomini. Questo brano parla di stereotipi di genere e di diktat che sono imposti alle donne, ma gli stereotipi esistono anche per i maschi. Spero davvero comincino anche loro a farsi delle domande e a darsi delle risposte oneste. Qual è il suo rapporto con le nuove correnti musicali? Ottimo, sono sempre alla ricerca di suoni nuovi per le mie orecchie e quando trovo qualcosa che mi piace mi entusiasmo molto. Sto seguendo il nu jazz ma sopratutto il nu soul, con artiste come Noname, The Internet, Nao, H.E.R.. C’è veramente tanta roba bella. Grazie! Fonte immagine: Ufficio Stampa.

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05/10/1970: 50 anni del disco dei Led Zeppelin che trovò il mondo impreparato

  05/10/1970: i 50 anni del disco dei Led Zeppelin che trovò il mondo impreparato 5 Ottobre 1970, cinquant’anni fa i Led Zeppelin pubblicano “Led Zeppelin III”. Una data che bisognerebbe festeggiare ogni anno, e a maggior ragione se si spengono 50 candeline. Incredibilmente però una parte abbondante della critica quel 5 Ottobre 1970 sostenne che qualcosa in quel supergruppo si fosse rotto. La band giusto un anno prima pubblicando “Led Zeppelin II” era di fatto entrata nell’olimpo del rock. Robert Plant, Jimmy Page, John Paul Jones e John Bonham divennero i nomi che qualsiasi appassionato del genere doveva saper recitare a memoria, perché non si trattava solo di musica, si trattava di dare voce ad una generazione che aveva una terribile voglia di urlare il proprio malessere ma una claustrofobica sensazione di non essere ascoltata da nessuno. Per questo motivo dietro l’hard rock e la psichedelia dei primi Led Zeppelin si nascondeva un mondo che finalmente si sentiva rappresentato; dietro le visionarie ritmiche di John Bonham, l’erotismo della voce di Plant, gli tsunami sonori di Page c’era una generazione che finalmente sapeva di esistere, e che soprattutto si sentiva meno sola. Per questo un nuovo disco dei Led Zeppelin non era un evento come un altro e il minimo cambio di registro poteva essere visto come un tradimento verso tutti quelli che riuscivano a ritrovare il senso della propria esistenza dietro la loro musica. La verità però è che molto semplicemente quando vivi un’epoca d’oro come quella vissuta dal gruppo tra la fine degli anni ’60 e l’inizio dei ’70, anche reinventandoti, innovando, sperimentando, sei fatalmente destinato a produrre qualcosa di incredibile. “Led Zeppelin III” non è il disco che fa da ponte tra il II e il IV (che poi divenne il più grande successo del gruppo), il III è concepito come un manifesto di libertà espressiva, è un capolavoro che con gli anni ha messo d’accordo tutti, come solo i migliori dischi sono stati capaci di fare. Su cosa si appoggiarono allora coloro i quali criticarono aspramente questa pubblicazione? Si appoggiarono sul fatto che i Led Zeppelin erano i portavoce di una generazione arrabbiata, ma nel III vennero rispolverate delle sonorità folk e blues che misero in difficoltà tante persone che scrivevano di musica e che credevano di aver inquadrato bene il fenomeno “Led Zeppelin”. La conclusione di tutto ciò fu che la band venne accusata di essersi “rammollita” e di aver perso il furore sonoro dei primi lavori. Chi sosteneva ciò non aveva evidentemente capito la portata del gruppo del quale stava scrivendo. Seppur il risultato di essere uno dei principali simboli della rivoluzionaria generazione sessantottina già fosse un grande traguardo, in realtà le pretese di Page e compagni erano molto più alte, l’obiettivo era quello di costruire qualcosa destinato a vivere per sempre. Il disco nasconde tutta la complessità del gruppo che lo ha generato, è come una intricata figura tridimensionale che ripetutamente si rigira su se stessa senza chiudersi mai. Perché quando pensi di […]

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