Seguici e condividi:

Eroica Fenice

Musica

Cristallo, l’intervista: synth al servizio del 2021

Dall’8 Dicembre 2020 è disponibile su tutte le piattaforme il nuovo EP della cantautrice Francesca Pizzo, in arte Cristallo. La sua ultima fatica è “Piano B” (Blackcandy Produzioni) e raffigura un’intima rappresentazione cantautorale che sviscera una serie di tematiche di potente impatto, soprattutto in un periodo di forti assenze come quello che siamo costretti a vivere oggi. L’artista per raccontare in modo estremamente efficace e moderno problematiche assai complesse si è servita di sonorità che vanno da un’impostazione cantautorale “classica” anni ’60, ad una elettronica molto anni ’80. Abbiamo avuto l’onore di incontrarla per poter riflettere insieme sul lavoro da poco pubblicato; di seguito la nostra intervista a Cristallo. L’intervista a Cristallo 1) Dai suoi testi emerge un’enorme voglia di rivalsa. Per questo motivo le chiedo: “Piano B” parla della Cristallo del 2020 o fa riferimento ad un vissuto adolescenziale che ne ha ispirato la scrittura? – Credo che questa versione di me stessa oggi risenta molto, nel bene e nel male, di tutte le esperienze del mio passato. Attraverso quanto vissuto anni addietro oggi mi trovo a scrivere questo tipo di testi. 2) In che modo descriverebbe l’analogia con la figura della falena che lei propone nel ritornello del brano omonimo? – La falena è un animale notturno attratto dalla fonte di luce. Quando ci si innamora si somiglia molto alla falena, che desidera solo uscire dalle tenebre per trovarsi in prossimità di quella luce. 3) In che modo crede (qualora lo credesse) che il periodo di pandemia possa aver alterato la sua sensibilità artistica? – L’impatto di questa situazione così complessa è stato importante per tutti. Credo che per molti artisti si sia verificato un vero e proprio blocco creativo. Io resisto scrivendo meno del solito e scegliendo di farlo solo nei momenti di grande necessità. Gli stimoli sono diminuiti sensibilmente e come tutti mi trovo a fare di necessità virtù. 4) Nel disco ho colto riferimenti internazionali alla darkwave anni ’80 e ai primi Depeche Mode. Si sente, artisticamente parlando, un po’ figlia degli anni ’80? – Mi sento in cammino. Piano B racchiude i primissimi brani che ho scritto appena iniziato il mio percorso solista. Le sfumature anni ‘80 fanno parte del mio trascorso con il duo Melampus, in cui ho suonato per anni. Le restanti sonorità sono l’inizio di un percorso nuovo, forse più consapevole. Fonte immagine: Facebook.

... continua la lettura
Musica

Riproduzione musicale: dal carillon a Spotify | Parte 1

Dal carillon a Spotify: storia della riproduzione musicale. Era meglio quando si stava peggio? Proviamo a rispondere ad una delle più classiche domande esistenziali dell’uomo vedendola dal punto di vista del misterioso mondo della riproduzione musicale. Gli anni ’20 del 2000 sono un’epoca nella quale si ha a disposizione tutto. Non appena si ha l’intenzione di riprodurre un brano istantaneamente basta fare una ricerca Spotify, e quindi che si tratti dell’ultimo disco di Sfera Ebbasta o di una sonata di Bach, basta digitare il nome del brano richiesto sulla barra di ricerca, tasto play e il gioco è fatto. È stato in pratica realizzato il sogno di qualunque ragazzino degli anni ’90, quando nacque lo streaming e si cercava in tutti i modi di fregare il potere forte delle case discografiche trovando soluzioni alternative che non obbligassero all’acquisto del CD. Perfetto, tutto stupendo. Eppure qualche dubbio sul fatto che oggi si sia assolutamente liberi di potersi aprire a qualsiasi orizzonte musicale comunque rimane. Vediamo un attimo per quale motivo. Immaginiamo un cliente in una pizzeria. Cosa c’entra la pizzeria in tutto questo? Datemi un secondo. Si siede, arriva il cameriere col menù e lo poggia sulla tavola raffinatamente addobbata. È un manuale di 50 pagine che a confronto l’Ulisse di Joyce sembra una lista della spesa. A quel punto succede l’inevitabile:  sommerso da un’overdose di lieviti, ordina una margherita. «Quale delle nostre 37 margherite differenti?», potrebbe obiettare il malcapitato cameriere che le ha dovute imparare tutte a memoria. «Facciamo una cosa, scegli tu, mi fido di te.» Ed ecco scaricata la patata bollente della selezione dei 37 differenti tipi di pizza margherita. Tornando finalmente alla spinosa questione della riproduzione musicale: è veramente certo il fatto che avere a disposizione un’infinità di materiale multimediale aiuti effettivamente la variabilità nella selezione musicale? Non è che forse, come in pizzeria, appiattito dalla marea di materiale a disposizione, l’utente in realtà trovi conforto nel porto sicuro della top 100 Spotify? Un attimo, ovviamente la riflessione non ha come conclusione quella che si dovrebbe imporre un regresso tecnologico e riportare tutti gli ascoltatori all’ancestrale acquisto del materiale discografico. È che, come spesso accade nelle grandi svolte, ci sono dei pro e dei contro, e a volte questa distinzione non appare nitidamente ai nostri occhi. Per questo motivo la prima cosa da fare è cercare di capire prima cosa sia accaduto. Quindi a questo punto, dato che ci troviamo, prendiamola molto alla larga. Storia della riproduzione musicale in pillole La più antica forma di riproduzione musicale è senza alcun dubbio quella del pentagramma, la quale vede i suoi albori già in epoca medievale. Ovviamente mediante questa tecnica era possibile, seguendo la grammatica musicale, riprodurre un brano seguendo le indicazioni tramandate all’interno del pentagramma stesso. Siamo ancora molto lontani quindi dal concetto moderno di “riproduzione musicale”. Ci si inizia ad avvicinare nel ‘700, quando per la prima volta si svilupparono oggetti che automaticamente erano in grado di poter riprodurre un determinato brano, i carillon. Nel 2020 il carillon […]

... continua la lettura
Musica

I migliori dischi del 2020 per Eroica Fenice

E’ stato l’anno che è stato. Proprio per questo però è giusto trovare conforto nelle poche piccole cose che possono ancora emozionarci. In un anno che ci ha obbligato ad allontanarci gli uni dagli altri, ad evitarci, in alcuni casi ad alienarci, trovare qualcosa che possa continuare a tenerci insieme risulta di importanza quasi vitale. In virtù di quanto detto la redazione di Eroica Fenice è felice di offrire quelli che, a giudizio degli articolisti coinvolti, sono i migliori dischi pubblicati in questo difficile anno, nella speranza che possano essere una solida base sulla quale poter costruire un 2021 differente. Di seguito si riportano  5 liste di 10 dischi selezionati da differenti membri della nostra redazione.   Adriano Tranchino Scritto Nelle Stelle – Ghemon 1920 – Achille Lauro Cip ! – Brunori Sas Cosa Faremo Da Grandi? – Lucio Corsi GarbAge – Nitro Heaven To A Tortured Mind – Yves Tumor The Slow Rush – Tame Impala Death Of An Optimist – Grandson Plastic Hearts – Miley Cyrus There Is No Year – Algiers     Maria Laura Amendola Rough And Rowdy Ways – Bob Dylan The New Abnormal – The Strokes Cip! – Brunori Sas Banzai (Lato blu) – Frah Quintale Future Nostalgia – Dua Lipa Scritto Nelle Stelle – Ghemon The Slow Rush – Tame Impala Gigaton – Pearl Jam 3.15.20 – Childish Gambino Mr. Fini – Gué Pequeno     Giuliana  Aversano  The Slow Rush – Tame Impala Thundercat- It Is What It Is Halsey-Manic Circles – Mac Miller Contatto – Negramaro Notes On A Conditional Form – The 1975 Take Time – Giveon 3.15.20 – Childish Gambino Gigaton – Pearl Jam Chromatica – Lady Gaga     Maria Grazia Costagliola In questa storia che è la mia vita – Claudio Baglioni This is Elodie – Elodie Rough And Rowdy Ways- Bob Dylan Day Father Of All Motherfuckers- Green Day Contatto – Negramaro Dna – Ghali Future Nostalgia – Dua Lipa Mr. Fini – Guè Pequeno Folklore- Taylor Swift Nuda – Annalisa     Matteo Pelliccia Merce Funebre – Tutti fenomeni Feltch The Bolt Cutters – Fiona Apple Songs And Instrumentals – Adrianne Lenker We Are Sent Here By History – Shabaka And The Ancestors The New Abnormal – The Strokes Cinema Samuele – Samuele Bersani L’Ultimo A Morire – Speranza Untitled – Sault Serpentine Prison – Matt Berninger Microphones In 2020 – The Microphones

... continua la lettura
Musica

Kanye West: il pazzo lo rifece, e noi lo seguimmo di nuovo

Mania di grandezza in pillole: Kanye West Rapper, producer,musicista, regista, stilista, ora anche politico, in sintesi: Kanye West e la sua megalomania, un amore che dura da vent’anni. La sua storia è quella di un uomo che si è sempre sentito differente, o meglio superiore, agli esseri appartenenti alla sua stessa specie, i comuni mortali. Qualsiasi attività intrapresa nella sua vita è divenuto poi un manifesto di megalomania ed è per questo che il suo personaggio è ormai da sempre al centro di discussioni di qualsiasi ambito, quest’anno come non mai dato che per non farsi mancare nulla il buon Kanye si è addirittura candidato come nuovo presidente degli Stati Uniti alle elezioni del 2020, appoggiato da un certo Elon Musk. A volte quando si parla di quest’uomo sembra quasi che le luci dei riflettori penetrino il suo corpo e fluiscano direttamente nel suo sangue sottoforma di una droga potentissima che invece di consumarlo tende ad accrescerne il volume, aumentandone esponenzialmente la superficie esposta, col rischio di poter cadere sotto il proprio peso. Negli ultimi anni di Kanye West si è parlato tantissimo, ma quasi mai facendo riferimento all’unico settore nel quale il suo ego è direttamente proporzionale ad i risultati ottenuti: quello musicale. Per questo motivo oggi, a 10 anni esatti dalla pubblicazione di My Beautiful Dark Twisted Fantasy è doveroso tornare a porre il focus su una produzione artistica che ha cambiato le sorti dell’hip hop e non solo. Il disco è il quinto della sua discografia, e viene pubblicato quando è ormai già diventato leggenda, serviva solo la definitiva conferma del fatto che quello che si stava costruendo andava ben oltre “l’ottimo disco hip-hop”, con il quinto si vuole fare la storia della musica, ed in effetti è andata così. Per fare una breve ricapitolazione di quello che era successo prima: Kanye West nacque come straordinario produttore, i suoi primi lavori risalgono al 1996. Nel 2001 avvenne la svolta, parte in cerca di fortuna per l’East Coast, e lì incontrerà Jay-Z , il quale deciderà di scritturarlo per la sua Roc-A-Fella-Records e gli permetterà di lavorare come producer per il suo The Blueprint. Dopo lo straordinario successo di quest’ultimo ha la possibilità di pubblicare con la sua nuova casa discografica il suo primo lavoro solista nel 2004, The College Dropout, al quale seguirà, nel 2005, Late Registration. Entrambi i dischi lo renderanno la nuova meteora dell’hip-hop internazionale. Kanye West però è come una fiamma destinata irreversibilmente a propagarsi, e quindi ecco che nel 2007 arriva Graduation, un album destinato a fare la storia. La data di uscita è la stessa di Curtis, quello che doveva essere il nuovo lavoro di un’altra leggenda, 50 Cent. Lui stesso decise di sfidare apertamente Kanye sostenendo che lo avrebbe disintegrato nelle vendite. Il giorno d’uscita West quasi lo doppiò, la “vittoria” fu talmente netta che molti critici lo considerarono come un momento storico per il rap statunitense, si stava passando definitivamente da un’egemonia del gangsta rap ad una corrente nuova e che […]

... continua la lettura
Musica

Clio and Maurice: voce e violino al servizio della modernità

Clio and Maurice sono un duo voce e violino composto dalla cantante soul Clio Colombo e dal violinista Martin Ni Castro, autori di Fragile. Chi sono Clio and Maurice? Clio and Maurice sono un duo voce e violino composto dalla cantante soul Clio Colombo e dal violinista Martin Ni Castro. Il loro progetto è nato nel 2017 e vede da subito un certo interesse da parte del pubblico, tant’è che i due iniziano ad esibirsi in alcuni dei locali più noti di Milano (la loro città). L’anno seguente hanno addirittura la possibilità di esibirsi live in giro per l’Europa calcando i palchi di Germania, Francia ed Olanda, nel 2019 suonano per 8 date in Marocco prima di portare la loro musica a Londra, Berlino e Glasgow. A gennaio è stato pubblicato il loro primo singolo, “Lost”, in esclusiva su Rolling Stones Italia e trasmesso poi in alta rotazione su MTV Music Italia. Alla pubblicazione del primo singolo segue quella del primo EP, Fragile. Il lavoro viene reso disponibile a partire dal 6 Novembre su tutte le piattaforme. Fragile E’ possibile suscitare l’interesse di una persona parlando di un duo composto unicamente da voce e violino? Se non si è sentito mai parlare dei Clio and Maurice è possibile, ma già dopo un primo ascolto distratto è possibile che si possa ritornare sui proprio passi. Questo perché si, il duo propone un prodotto difficilmente catalogabile come “immediato”, ma che nonostante ciò risulta essere innovativo e moderno. Il disco è costruito su differenti livelli di intensità, come se volesse adattarsi ad un pubblico variegato. Per farlo i due hanno declinato il loro linguaggio artistico in modo da renderlo quanto più fruibile possibile. L’apertura è quasi teatrale con Blue, un brano che vede una ispirazione classica e che in qualche modo rassicura l’ascoltatore che si è approcciato ad un disco di questo tipo nella speranza di ritrovare qualcosa di matrice decisamente classicheggiante. E’ già a partire da Faithfully che il castello crolla, il brano presenta la tipica grammatica del brano pop, una lineare sequenza di strofa e ritornello accompagna l’ascoltatore alla fine, con il consueto cambio ritmico della strofa che precede l’ultimo ritornello, insomma si tratta di un pezzo che parla la stessa lingua di quelli che ritroviamo in cima alle classifiche. Il brano si riallaccia benissimo al filone di pop minimalista in voga negli ultimi anni, la voce di Clio è pulita, intensa e gestisce le sequenze armoniche in modo estremamente interessante, riuscendo quasi a “coprire” gli inevitabili vuoti di un brano voce-violino. La modernità contraddistingue tutta la produzione di questo EP. I brani successivi sono “contaminati” da ulteriori elementi che vanno ad aggiungere ulteriori sfumature, come in Fragile dove si presenta una metrica quasi jazz, o in Friend dove, ad ulteriore conferma dell’ispirazione moderna del duo, si colgono sonorità quasi alla Lana Del Rey nonostante il brano presenti un arrangiamento un poco più aggressive. Lost ovvero il singolo apripista dell’EP potrebbe tranquillamente fungere da intro per un brano dance o far parte di […]

... continua la lettura
Musica

La ricerca del nuovo Dardust: The Shape of Piano To Come

Recensione de “The Shape of Piano to Come” Il 6 novembre è uscito “The Shape of Piano to Come, vol.1” per la INRI classic ( etichetta che già avevamo incontrato in passato) con una compilation che racchiude 20 brani strumentali al pianoforte di artisti emergenti. L’obiettivo è quello di cavalcare l’onda del minimalismo pianistico contemporaneo i cui dettami sono già ripercorsi  da Dardust che, non a caso, è una delle punte di diamante della casa discografica. Di seguito è riportata la tracklist: Dominique Charpentier, La mer au Fond de tes yeux 2. Francesco Taskayali, Love Is Likely To The Wind 3. Rita Ciancio, Per Amore 4. Salvatore Lo Presti, Sophie’s Lullaby 5. Marco Rollo, Borders 6. Franco Robert, Mustio 7. Eva Bezze, Senza Tempo 8. Francesco Nigri, Latency 9. Igor Longhi, Rapsodia 10. Angel Ruediger, Gaia 11. Cucina Sonora, Fragile umbilico 12. Manuel Zito, My Little Town 13. Vincenzo Crimaco, Carpe Diem 14. No Mindless Scroll, Alado 15. Lena Natalia, View From The Shore 16. Emiliano Blangero, Oltre 17. Francesco Maria Mancarella, The Oceans 18. Javi Lobe, Saudade 19. Alberto Cipolla, La Fenêtre 20. Davide De Angelis, Fantasia   L’obiettivo è chiaramente quello di puntare in alto. Gli artisti coinvolti vengono da tutto il mondo e la campagna promozionale alle spalle del progetto è quella realizzata da una casa discografica che sta puntando sul prodotto che ha a propria disposizione. Arrivando al contenuto del disco, sin dalle prime note si ha quasi un’epidermica sensazione di modernità. I riferimenti classici ci sono e sono evidentissimi, ma la matrice pop e minimalista che contamina moltissimi dei brani presentati rende assolutamente evidente la spendibilità del prodotto sul mercato moderno. In ogni caso ridurre il tutto ad una spasmodica ricerca del nuovo Einaudi o del nuovo Allevi può suonare riduttivo, gli artisti in molti casi hanno presentano influenze estremamente differenti. I primi brani quindi rappresentano delle magistrali esecuzioni che dichiarano da subito un intento pop-minimalista, andando avanti però si ritrovano anche atmosfere quasi anni ’50 in brani come quello di Franc Robert (“Mustio”)  o in frenetiche sensazioni come quelle derivanti dal brano “Rapsodia” di Igor Longhi che invece sembra quasi trascinare l’ascoltatore in un film Tim Burton. A precedere il nostalgico brano “My Little Town” di Manuel Zito c’è un interessantissimo “Fragile umbilico” di “Cucina Sonora”, un pezzo con degli interessantissimi cambi di passo, caratterizzato da un travolgente dinamismo che in qualche modo cozza con le rassicuranti atmosfere dei brani precedenti che portavano quasi ad esser cullati in un mare di passi armonici, ma che in realtà dona una meravigliosa complessità al disco. L’irrisolutezza del “Carpe diem” di Vincenzo Crimaco  sembra quasi invitare a coglierlo veramente questo sfuggevole istante, “Alado” di No Mindless Scroll mostra chiaramente come, per quanto si possa ricercare la modernità, i riferimenti classici che inevitabilmente contaminano la formazione artistica di questi pianisti sia sempre presente e a tratti quasi preponderante. Il brano è l’unico tra i 20 presentati ad avere anche un accompagnamento al violino che quasi va ricreare una […]

... continua la lettura
Musica

Club 27: apologia del fallimento

Club 27: cos’è e cosa rappresenta “Io amo coloro che non sanno vivere se non tramontando” Così diceva Nietzsche che ovviamente non parlava del club 27 ma in ogni caso l’idea di essere fatalmente attratti da chi riesce a manifestare se stesso solo “tramontando” è un concetto che può esserci molto utile in questo articolo: vediamo perché. Partiamo col dire cos’è questo club 27. Si tratta di una dicitura tipicamente giornalistica che iniziò ad essere utilizzata all’unisono da tutta la critica musicale a partire dalla seconda metà degli anni ’90, in seguito alla morte di Kurt Cobain. Quello a cui fa riferimento è una curiosa coincidenza che vede legati i nomi di diversi artisti. Il macabro filo conduttore è l’età alla quale le sopracitate personalità sono decedute, tutte a 27 anni. L’affascinante storia del club 27 riguarda il fatto che il mito di queste celebrità rimane ovviamente legato alla vita dissoluta che hanno condotto e, si sa, condurre un’esistenza sopra le righe è sempre un qualcosa che in qualche modo tende a focalizzare l’attenzione sul personaggio oltre che sull’artista e quindi ad aumentarne esponenzialmente la fama. Ma il mito che si è venuto a creare dietro questi uomini e donne è un qualcosa che va oltre il fascino per il ribelle: il club 27 rappresenta una vera e propria apologia del fallimento. In alcuni casi questi artisti hanno personificato l’esatto opposto del prototipo di rockstar, sono stati a tutti gli effetti degli antidivi succubi della loro stessa popolarità, divorati dai riflettori che li hanno gradualmente consumati fino a scomparire nel nulla, quasi come se si smaterializzassero dietro una nube di fumo. Stavolta però quando si comprende qual è il trucco si scopre che dietro non c’è un abile illusionista, ma uno sconfitto che non ce l’ha fatta e che per anni si è nascosto dietro un assordante silenzio. Per capire meglio di chi parliamo vediamo qual è la storia di questi uomini e donne che non ce l’hanno fatta. Club 27: 8 storie, 8 miti Robert Johnson (1911-1938) Chitarrista statunitense, uno dei padri fondatori del blues ed uno tra i primi ad entrare nella Rock and Roll Hall of Fame, fonte di ispirazione per artisti del calibro di BB King ed Eric Clapton. Della sue morte si sa poco così come della sua vita. Tutto nella sua carriera fu contraddistinto da un alone di mistero e anche per questo motivo dietro la sua figura vennero costruite numerose leggende, molte delle quali anche molto fantasiose (eravamo comunque negli anni ’30). Una di queste per esempio dice che per avere le sue incredibili doti chitarristiche fosse stato costretto a fare un patto col diavolo, la leggenda venne alimentata dallo stesso Johnson che spesso nei suoi testi ha narrato direttamente questa leggenda o ha fatto riferimenti a satana. La cosa inquietante di tutto ciò è come tutte le testimonianze dell’epoca fossero concordanti riguardo questo aspetto. Tutti i suoi amici interpellati infatti hanno raccontato di come lui all’età di sedici anni si fosse sposato con […]

... continua la lettura
Musica

Alla ricerca della perfezione: la sezione aurea in musica

Dalla sequenza di Fibonacci alla sezione aurea nella sua applicazione in musica Leonardo Fibonacci fu un matematico del XIII secolo che per spiegare l’andamento della crescita di una popolazione di conigli inventò la cosiddetta “successione di Fibonacci”. Senza entrare nelle oscure viscere del “matematichese”, per ricostruire questa serie di elementi basta partire da 0 e 1 e aggiungere i numeri successivi per addizione col termine precedente. Quindi, seguendo le regole imposte da questo perverso giochetto matematico dopo 0 ed 1, si arriverà a 2 (1+1), a 3 (2+1), a 5 (3+2), e così via, verso l’infinito (e oltre). Il risultato di tutto ciò è una infinita cascata di numeri. 0, 1, 1, 2, 3, 5, 8, 13, 21, 34, 55, 89, 144, 233, 377, 610, 987, 1597, etc, etc. Apparentemente sembrano non avere nessun significato particolare, o quantomeno niente che possa interessare né me né chi sta leggendo questo articolo. In realtà proprio quei numeri nascondono una proporzione le cui proprietà per molti assunsero caratteristiche al limite del divino. Infatti dividendo ogni termine per quello precedente (ad esempio 2 con 1, 3 con 2, 5 con 3, etc, etc), ci si avvicina gradualmente (nel suddetto “matematichese” dovremmo dire “si tende”) ad un misterioso numero, quel 1.618 che è ai più noto come “numero aureo”. Il rapporto così ottenuto viene considerato come valore ideale di bellezza e armonia. Due grandezze, distribuendosi in modo tale da rispettare le proporzioni auree, è come se acquisissero una superiorità estetica che le renda inconfutabilmente armoniche. Per avere un’idea basti pensare alla Gioconda o a l’Uomo Vitruviano di Leonardo da Vinci, entrambi raffigurati sfruttando la sezione aurea. Anche in architettura la sezione aurea ha trovato svariate applicazioni. Un esempio lampante è quello di Le Corbusier, il quale addirittura decise di progettare edifici i cui interni rispettassero fedelmente le suddette proporzioni con l’idea di creare ambienti domestici che fossero non solo funzionali ma che trasmettessero anche una sensazione di armonia e di benessere. La serie di Fibonacci e la sezione aurea in musica Una volta constatata la possibilità di poter utilizzare il rapporto aureo in diversi campi, in che modo si arriva all’applicazione nella musica? Innanzitutto gli strumenti: le componenti di molti violini per esempio sono costruite rispettando il rapporto aureo e, anche se non c’è una evidenza scientifica di ciò, il motivo sarebbe che questa disposizione renda ottimale l’acustica. Con il pianoforte il riferimento risulta ancor più evidente. I tasti bianchi e neri della tastiera infatti vengono idealmente suddivisi in ottave, ogni ottava è composta da tredici tasti, di cui otto bianchi e cinque neri a loro volta suddivisi in gruppi di due e tre. Tredici, otto , cinque, tre, due … se si dà uno sguardo a tutti quei numeri buttati a inizio pagina qualcosa inizia a tornare. Siccome la cosa inizia a diventare sospetta forse vale la pena approfondire. Innanzitutto, il primo dubbio, qualora qualcuno avesse la malsana idea di voler “suonare” la serie di Fibonacci, potrebbe farlo? Si può suonare una successione di […]

... continua la lettura
Musica

La raffinata denuncia di “Be Kind”: intervista a Franca Barone

“Be smart, not too much”: così esordisce Franca Barone in questo testo che dipinge una donna rinchiusa nel paradigma della società moderna. Il brano appena uscito sa essere al contempo orecchiabile e complesso, si muove per i suoi due minuti di durata su una sottile linea di demarcazione tra un jazz “classico” ed uno “moderno” che si manifesta attraverso i cambi ritmici imposti nel pezzo. Abbiamo incontrato l’artista per comprendere meglio il significato del brano ed i suoi riferimenti musicali. Franca Barone: intervista all’autrice di Be kind Ho notato una vicinanza non solo per la metrica quanto per le atmosfere musicali al Dave Brubeck di “Take Five“. Quello fu un brano che rappresentò un po’ uno degli “ultimi sussulti” per il genere che poi divenne più di nicchia. Lei il suo brano lo vede più “un ultimo sussulto” o ritiene abbia una precisa collocazione nel mercato musicale moderno. In effetti il tema di “Be Kind” è in 5/4 come Take Five, anche se nella parte dell’improvvisazione passa in un 6/8 con un groove wonky. Chiaramente la matrice del jazz tradizionale c’è e si sente, ma credo parli un linguaggio musicale diverso. Non penso al mercato della musica quando compongo, tutti i brani che scrivo sono il frutto degli ascolti che ho fatto e che faccio shakerati con la mia vita di tutti i giorni. Ho ascoltato moltissima musica dagli anni ’40 in poi ma ho sempre amato il cantautorato italiano e il pop internazionale. Rimango una persona che vive totalmente il suo tempo, questo entra necessariamente nella mia musica e soprattutto nei miei testi. Considerando il testo del brano, qual è la sua visione della donna nel 2020? In Italia, credo stiamo assistendo ad una nuova ondata di femminismo. Grazie al movimento #quellavoltache e #metoo le donne sono sicuramente più consapevoli di prima della loro situazione e, ognuna a suo modo, spero stia cercando di riprendersi i propri spazi e di chiedersi davvero cosa vuole fare, che ruolo vuole avere nella famiglia e nella società. Spero che la stessa cosa la facciano anche gli uomini. Questo brano parla di stereotipi di genere e di diktat che sono imposti alle donne, ma gli stereotipi esistono anche per i maschi. Spero davvero comincino anche loro a farsi delle domande e a darsi delle risposte oneste. Qual è il suo rapporto con le nuove correnti musicali? Ottimo, sono sempre alla ricerca di suoni nuovi per le mie orecchie e quando trovo qualcosa che mi piace mi entusiasmo molto. Sto seguendo il nu jazz ma sopratutto il nu soul, con artiste come Noname, The Internet, Nao, H.E.R.. C’è veramente tanta roba bella. Grazie! Fonte immagine: Ufficio Stampa.

... continua la lettura
Musica

05/10/1970: 50 anni del disco dei Led Zeppelin che trovò il mondo impreparato

  05/10/1970: i 50 anni del disco dei Led Zeppelin che trovò il mondo impreparato 5 Ottobre 1970, cinquant’anni fa i Led Zeppelin pubblicano “Led Zeppelin III”. Una data che bisognerebbe festeggiare ogni anno, e a maggior ragione se si spengono 50 candeline. Incredibilmente però una parte abbondante della critica quel 5 Ottobre 1970 sostenne che qualcosa in quel supergruppo si fosse rotto. La band giusto un anno prima pubblicando “Led Zeppelin II” era di fatto entrata nell’olimpo del rock. Robert Plant, Jimmy Page, John Paul Jones e John Bonham divennero i nomi che qualsiasi appassionato del genere doveva saper recitare a memoria, perché non si trattava solo di musica, si trattava di dare voce ad una generazione che aveva una terribile voglia di urlare il proprio malessere ma una claustrofobica sensazione di non essere ascoltata da nessuno. Per questo motivo dietro l’hard rock e la psichedelia dei primi Led Zeppelin si nascondeva un mondo che finalmente si sentiva rappresentato; dietro le visionarie ritmiche di John Bonham, l’erotismo della voce di Plant, gli tsunami sonori di Page c’era una generazione che finalmente sapeva di esistere, e che soprattutto si sentiva meno sola. Per questo un nuovo disco dei Led Zeppelin non era un evento come un altro e il minimo cambio di registro poteva essere visto come un tradimento verso tutti quelli che riuscivano a ritrovare il senso della propria esistenza dietro la loro musica. La verità però è che molto semplicemente quando vivi un’epoca d’oro come quella vissuta dal gruppo tra la fine degli anni ’60 e l’inizio dei ’70, anche reinventandoti, innovando, sperimentando, sei fatalmente destinato a produrre qualcosa di incredibile. “Led Zeppelin III” non è il disco che fa da ponte tra il II e il IV (che poi divenne il più grande successo del gruppo), il III è concepito come un manifesto di libertà espressiva, è un capolavoro che con gli anni ha messo d’accordo tutti, come solo i migliori dischi sono stati capaci di fare. Su cosa si appoggiarono allora coloro i quali criticarono aspramente questa pubblicazione? Si appoggiarono sul fatto che i Led Zeppelin erano i portavoce di una generazione arrabbiata, ma nel III vennero rispolverate delle sonorità folk e blues che misero in difficoltà tante persone che scrivevano di musica e che credevano di aver inquadrato bene il fenomeno “Led Zeppelin”. La conclusione di tutto ciò fu che la band venne accusata di essersi “rammollita” e di aver perso il furore sonoro dei primi lavori. Chi sosteneva ciò non aveva evidentemente capito la portata del gruppo del quale stava scrivendo. Seppur il risultato di essere uno dei principali simboli della rivoluzionaria generazione sessantottina già fosse un grande traguardo, in realtà le pretese di Page e compagni erano molto più alte, l’obiettivo era quello di costruire qualcosa destinato a vivere per sempre. Il disco nasconde tutta la complessità del gruppo che lo ha generato, è come una intricata figura tridimensionale che ripetutamente si rigira su se stessa senza chiudersi mai. Perché quando pensi di […]

... continua la lettura