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Eroica Fenice

Musica

Cos’era il rock italiano prima dei Maneskin

Rock italiano: alla scoperta dell’evolversi di questo genere musicale  La vittoria di Sanremo, l’uscita del nuovo disco, la vittoria dell’Eurovision e il conseguente clamoroso boom sul mercato internazionale ha trasformato il gruppo musicale italiano dei Maneskin in un fenomeno di caratura mondiale. Augurandoci che l’incredibile successo della band sia legato ad un nuovo e genuino, ritrovato interesse per il rock, si propone una sorta di bignami della storia di questo movimento musicale in Italia, cogliendo così l’occasione di poter rispolverare sonorità e lavori che in un modo o nell’altro hanno indelebilmente marchiato il panorama discografico italiano. Quando si parla di rock ovviamente il primo riferimento è quello americano o britannico; ma l’idea qui è proprio quella di mostrare quei lati della discografia rock italiana che non si sono assoggettati all’egemonia oltreoceanica e che, anzi, sono riusciti a rinnovare, aggiungere, sperimentare. Perché in realtà la musica italiana, indipendentemente dal genere, quando è riuscita ad isolarsi e a ritrovare in questa attività di autoisolamento la famosa “ispirazione artistica” è riuscita a dar vita ad opere che tutto il mondo ha invidiato e che per questo motivo sono state anche esportate (il “bel canto”, l’opera, la canzone napoletana, il pop anni ’80-’90 e molto altro ancora). Quando invece si è cercato di emulare semplicemente i prodotti americani importandoli in Italia con dieci anni di ritardo, beh, ecco che lì vien fuori la maggior parte dell’immondizia discografica nella quale ci si ritrova ad annaspare al giorno d’oggi. Per questo motivo l’origine del rock italiano non si ha col primo uomo nato nello stivale che, ispirato da Chuck Berry, ha iniziato a strimpellare una chitarra elettrica; il rock in Italia è nato nel momento in cui l’Italia è riuscita ad essere essa stessa l’eccellenza. Quando questo genere nacque in America, infatti, l’Italia le sue eccellenze le aveva già. Erano gli anni d’oro del festival di Sanremo, con le vittorie di Claudio Villa e Domenico Modugno, artisti destinati a segnare un’epoca e ad ottenere un successo clamoroso ben oltre i confini italiani. Bisogna per questo motivo aspettare pazientemente gli anni ’70 per intravedere per la prima volta dei prodotti musicalmente validi ed artisticamente indipendenti. Sintetizzare più di cinquant’anni di musica non è per nulla semplice, urge quindi ricorrere ad una visione schematica che possa aiutare a generare una visione d’insieme, il che inevitabilmente porta ad una opera di stringente, e a tratti indecorosa, sintesi. Qualcuno questo vergognoso compito doveva pur svolgerlo e quindi ecco una personalissima e barbara semplificazione del movimento rock italiano. Rock italiano: uno sguardo più da vicino Il rock italiano è stato: il progressive negli anni ’70, il rock cantautorale (‘70-‘80-‘90), la new wave (‘80-‘90) fino alla generazione post grunge dei ‘90-2000. Progressive  Il come e il perché il progressive italiano sia diventato un’eccellenza assoluta ha quasi dell’incredibile. Il genere nasce sul finire degli anni ’60, precisamente nel 1969 con l’album “In the court of the Crimson King” dei King Crimson, è estremamente particolare e diametralmente opposto a quello proposto, giusto per dare […]

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Musica

Storie di amori non detti: Thelonious Monk e Pannonica

La storia della musica spesso e volentieri vive di “sliding doors”, eventi improvvisi che ne deviano il percorso e che portano alla ribalta personaggi in modo del tutto inaspettato. Ebbene, senza ombra di dubbio questa è una di quelle storie. Pannonica de Koenigswarter è stata una mecenate britannica. Nacque nel 1913 a Londra e diventò una delle donne più influenti per la diffusione del jazz tra gli anni ’40 e gli anni ’50 del ‘900. E qui emerge subito un altro aspetto decisamente affascinante di questo tipo di storie: molto spesso i protagonisti risultano essere personaggi completamente avulsi dal mondo in questione. Infatti, riflettendoci un secondo, cosa c’entra una mecenate britannica con la musica jazz? La risposta è ovviamente nulla: ma se sin da bambini viene insegnato che le vie del Signore sono infinite, forse, un motivo ci sarà, quindi tanto vale iniziare a percorrerle e vedere dove portano. Pannonica deve le sue nobili origini al ramo londinese della famiglia Rothschild. I Rothschild sono una famiglia ebraica che, in particolar modo nell’Ottocento, quando erano al massimo del loro splendore, si dice che abbiano posseduto il più grande patrimonio privato del mondo. Nonostante le ricchezze infinite a disposizione della famiglia l’infanzia di Pannonica non fu affatto semplice. Il padre, infatti, malato di schizofrenia e depressione, si suicidò quando lei aveva solo dieci anni. Questo la portò a mantenere da subito un legame fortissimo con il fratello e le due sorelle. A ventun anni conobbe Jules de Koenigswarter, anch’egli ebreo, che nel 1935 diventò suo marito. Insieme i due si trasferirono non lontano da Parigi e misero su famiglia. Quando però scoppiò la seconda guerra mondiale Jules fu costretto a lasciarla in quanto luogotenente dell’esercito francese. Lo fece però con una indicazione ben precisa. Le lasciò una mappa con sopra scritto: “Se i tedeschi arrivano a questo punto, prendi i bambini e scappa con ogni mezzo dalla tua famiglia in Inghilterra”. E, di fatto, così fece. Nel 1939 insieme ai figli, una balia ed una domestica partì per tornare in Inghilterra. In quell’anno buona parte della famiglia di Pannonica, in quanto ebrea, venne deportata ad Auschwitz, e lì morì. A partire da questo evento Pannonica fu costretta a cambiare più volte città, sempre dietro indicazione di Jules, andando a vivere in Norvegia, in Africa e, infine, in Messico. Qui condivise l’esilio anche col fratello, il quale un giorno le fece ascoltare la registrazione di “Black, Brown and Beige” di Duke Ellington. A partire da quel momento Pannonica fu completamente rapita da quelle sonorità e decise che in un modo o nell’altro sarebbe dovuta entrare a far parte di questo mondo. Iniziò quindi a frequentare tutti gli ambienti legati alla musica jazz e, per farlo, fece diverse gite negli Stati Uniti, nel disperato tentativo di inseguire queste melodie che le folgorarono l’animo. Conobbe il pianista Teddy Wilson e, in una delle sue visite a New York, nel 1948, quest’ultimo le fece ascoltare “’Round Midnight” dell’allora sconosciuto Thelonious Monk. L’ascolto del brano la scioccò […]

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Musica

Sabba in Loop: l’intervista dalle origini alla Romania

Intervista a Sabba in occasione dell”uscita del suo ultimo singolo, Loop!  “Loop” è l’ultimo singolo di Sabba, cantautore campano con alle spalle un meraviglioso background artistico, che abbiamo avuto il piacere di intervistare e con cui abbiamo chiacchierato. Per quanto riguarda il singolo, il fatto che nel testo si parli ripetutamente di “manie di grandezza” lascia ben intendere le intenzioni e la mole di lavoro che c’è dietro questa pubblicazione. Il brano è una manifestazione di disagio, rivolto soprattutto a chi è rimasto impelagato in situazioni complesse e apparentemente senza vie d’uscita. L’arrangiamento è estremamente internazionale, le sonorità si sovrappongono senza mai accavallarsi generando un unicum sonoro che accompagna l’ascoltatore fino alla fine del brano. Inutile poi ricordare le doti canore di Sabba, un vero fenomeno su qualsiasi tonalità, ma questo alla fine lo racconta molto bene anche il suo passato: anni di gavetta come chitarrista ritmico, corista e compositore per band campane che lo hanno portato a girare per tutta la regione, la conquista del suo primo pubblico con Sabba e gli Incensurabili, le esperienze teatrali in giro per l’Italia, la vittoria del 2017 di “The Winner Is” e, dulcis in fundo, la finale di X-Factor Romania del 2020. L’ Intervista Ti faccio subito la domanda di rito: com’è nato “Loop”? E’ nato da una notte insonne, invece di tormentarmi ho deciso di scrivere per potermi rivolgere soprattutto a me stesso. Il brano è nato come un flusso di coscienza, infatti nello special cito i Velvet Underground e Battisti che stavo ascoltando proprio in quel momento. L’idea era quella di creare qualcosa di grosso, di epico, e ne parlo anche nel testo. La presenza di parti del testo in inglese e l’arrangiamento internazionale sono delle scelte dettate dalle tue esperienze oltre il confine per cercare di aprirti ad un mercato estero? In realtà può sembrare che sia così ma è solo un caso, ho sempre cantato in inglese per il mio amore per la musica black. Data poi l’internazionalità che abbiamo voluto dare al testo ho pensato che l’inglese potesse anche starci molto bene. A proposito delle “manie di grandezza”, non credi che nell’industria discografica moderna, soprattutto quella più mainstream, ci sia troppa poca gavetta? Guarda per me ognuno è libero di fare ciò che vuole, va bene tutto, se il mercato vuole determinate cose e loro sono bravi ad affidarsi alle persone giuste, va bene. Io sono cresciuto con Franco Del Prete, Piero Gallo, i pionieri del neapolitan power, quindi ho un background diverso. Cerco di seguire la mia strada, il valore commerciale non è il valore artistico. Quando vivevo a Milano provocatoriamente dissi se incontrassi Fedez gli stringerei la mano, proprio perché ognuno fa le scelte che vuole e lui è bravo in quello che fa. Dopotutto il successo è un incidente di percorso, ti devi semplicemente godere il viaggio, vedo la musica come una terapia quindi vado avanti per la mia strada un pochettino come un cavallo col paraocchi. Se potessi ritornare a 18 anni, ripeteresti […]

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Musica

Franco Battiato: sei curiosità sull’uomo che cambiò il pop

La morte di Franco Battiato è uno di quegli eventi che inevitabilmente porta le persone a riflettere. Questa è la tipica conseguenza che si innesca nel momento in cui una grande personalità viene a mancare: nessuno riesce a dribblare definitivamente la questione, tutti hanno bisogno di parlarne, tutti hanno bisogno di ricordare qualcosa e chi non lo ha conosciuto artisticamente, invece, inizia a sentire un vuoto da colmare. Questo vuoto nel momento in cui ci si interfaccia con la carriera di Battiato diventa voragine, perché nessuno più di lui fu capace di sperimentare, studiare, contaminare la propria cultura con influenze provenienti dai più disparati angoli del mondo, arrivando così a rivoluzionare completamente il concetto di musica pop. Perché questa è la magia di Battiato: rendere popolare la musica cosiddetta “elevata”, dimostrando come in realtà non esista una musica “elevata”. Quasi sempre la musica nasce e si sviluppa come l’espressione di un popolo e racchiude come un involucro il patrimonio artistico di una classe di individui i quali, attraverso quel tipo di struttura musicale, riescono a sentirsi protetti, al sicuro. Ecco, quella sensazione di protezione che la musica dovrebbe esser capace di regalare era stata completamente dimenticata. L’orchestra era diventato il simbolo dell’alta borghesia, la musica elettronica quello delle nuove generazioni di teenagers. Per Battiato era semplicemente musica. La sua vita è stata una costante apologia di conoscenza e curiosità, una continua elegante e mai banale provocazione artistica. Un modo per poter offrire ulteriori chiavi di lettura di una figura fin troppo complessa potrebbe essere quella di presentare alcune curiosità che possano in qualche modo (parzialmente) scoperchiare il criptico guscio che spesso e volentieri Battiato ha costruito attorno ai suoi brani. Sei curiosità sulla figura di Franco Battiato La fenomenologia del genio Nel 1972 Battiato pubblicò il suo primo disco, “Fetus”, un concept album sperimentale interamente incentrato sul tema della nascita della vita e quindi dello sviluppo dell’embrione. Un brano presente nel disco, “Fenomenologia”, si conclude con una serie di formule matematiche cantante dall’artista. Il motivo è che le formule di cui sopra non sono altro che delle funzioni goniometriche traslate rispetto all’asse. Tradotto, le formule cantate da Battiato, una volta rappresentate su un diagramma cartesiano, presentano la forma del DNA. Riferimenti letterari spesso e volentieri, ma a volte anche decisamente no Alcuni testi di Battiato presentano a volte anche scene “forti”, quindi l’autore non ha sempre e solo parlato di trascendenza ed esoterismo nei suoi lavori. Una prova è “Zone Depresse” contenuta in “Orizzonti Perduti” del 1983: Dal barbiere al sabato per chiacchierare e a turno leggere il giornale. Le ragazze in casa o fuori nei balconi; Mi regali ancora timide erezioni; Guardavo di nascosto i saggi ginnici nel tuo collegio. Come un cammello in una grondaia Il sedicesimo album di Battiato prende il titolo da una citazione di uno scienziato persiano del IX secolo, Al-Biruni, il quale era solito pronunciare questa frase per indicare l’inadeguatezza della propria lingua nel trattare argomenti scientifici. Il rapporto con Manlio Sgalambro Battiato è […]

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Teatro

Ballerine in pandemia: intervista a Karina Samoylenko

Karina Samoylenko, classe ’96, è una ballerina del teatro San Carlo di Napoli. Il percorso che l’ha condotta in Campania racchiude uno spaccato delle soddisfazioni e delle difficoltà delle ballerine professioniste ai giorni d’oggi in Italia. Il suo cammino infatti è estremamente articolato e caratterizzato da molteplici tappe e deviazioni di percorso. Da Viareggio si è spostata giovanissima a Milano dove è entrata alla Scala; dopo aver fatto parte del corpo di ballo del teatro per tanti anni un infortunio l’ha sottoposta alla sua prima grande sfida ossia lasciare Milano per partire per la Russia. A partire da quel momento ci saranno tanti cambi di rotta, ed è su questo che verrà focalizzata l’attenzione nel corso di questa chiacchierata. Tra i tanti ci sono anche passaggi all’interno del mondo dello spettacolo, come il caso della partecipazione ad Amici e al video ufficiale di Adani, Vieri e Ventola, “Una Vita da Bomber”. L’intervista a Karina Samoylenko Com’è stato, dopo esser diventata ballerina della Scala da giovanissima, il tuo trasferimento in Russia? Vivevo la mia vita lì, ma in relazione a quello che io avevo lasciato in Italia, le amicizie, la famiglia. Spendevo quasi tutto il mio stipendio per poter tornare quanto più spesso possibile a casa (Milano, ndr). Era una situazione che non mi rendeva felice, per quanto la vita di ballerina sia sacrificante in qualsiasi teatro ho sempre avuto bisogno dell’altra faccia della medaglia. C’era anche un diverso modo di lavorare, se in Italia lavori su un solo spettacolo e ti focalizzi solo su quello in Russia nella stessa settimana puoi dover fare tre spettacoli diversi. Quindi c’è pochissimo spazio per le prove e si ha poco tempo libero. Dunque è molto difficile gestire la vita privata in questa circostanza. E come hai reagito a questa situazione difficilmente gestibile sul piano personale? Ad un certo punto mi sono resa conto di non essere soddisfatta, quindi ho fatto un’audizione per il teatro di Roma. Una volta entrata in graduatoria mi sono licenziata dal teatro di San Pietroburgo. All’epoca sapevo che mi avrebbero chiamato, ma non sapevo quando, per questo sono tornata a Milano, che consideravo la mia città. In quel periodo non avendo ancora nessun contratto con teatri mi sono appoggiata a casa di alcune amiche che mi hanno aiutato molto. L’esperienza al teatro di Roma mi dicesti che sarebbe stata breve, e stesso da Roma sarebbe partita la tua esperienza nel mondo dello spettacolo ad Amici. Esattamente. Il contratto con il teatro romano era di solo un mese e Amici rappresentava un’ulteriore possibilità ed un’esperienza completamente diversa rispetto a quello che ho sempre fatto. E tu da, ballerina classica, come hai vissuto il fatto di vivere un contesto completamente differente? Ho trovato diverse difficoltà all’inizio. Vengo da un contesto nel quale si lavoro di gruppo, invece ad Amici c’è un trattamento molto più individuale, ogni concorrente ha la sua preparazione specifica che è anche bella tosta. Verso la seconda/terza settimana ho iniziato addirittura a dover provare cinque/sei pezzi uno di […]

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Musica

Lena A. : Come dovrebbe essere il pop nel 2021

Lena A. e la musica pop moderna: Nuove Stanze Lena A. , nata nel 1996, è una cantautrice, musicista e giornalista laureata in filologia moderna. Il consueto riassunto che precede la recensione, sulla vita e le esperienze dell’artista emergente, può anche terminare qui. Assolutamente non perché non ci sia altro da dire. Si potrebbero, ad esempio, citare il Tour Music Fest del 2017, l’Apogeo Spring Contest del 2018 o il premio per la migliore performance al Festival della Nuova Canzone d’Autore Ugo Calise nel 2019. Piuttosto, quando bisogna recensire un lavoro come “Nuove Stanze”, di cose da dire ce ne sono già tante, troppe, o forse troppo poche per il consueto problema di chi scrive di dover tradurre in parole le percezioni. Da qualcosa bisognerà pur partire però. Il primo aspetto da dover rimarcare è che l’album è una potenziale bomba pop. Non per la sua immediatezza, anzi. Piuttosto, per l’illusione che regala di poter percepire con immediatezza cose che immediate non lo sono manco per niente. Esistono vari strumenti che possono condurre a questo risultato, il primo fra tutti è la preparazione. Al giorno d’oggi infatti la musica è costretta a trascinare affannosamente il fardello del “tutto e subito”. Con i talent è stato sdoganato l’american dream del capovolgere la propria vita presentandosi ad una audition. Purtroppo troppe volte questa possibilità è stata fraintesa e ad oggi la credenza popolare è quella che l’artista per essere tale abbia bisogno di un pubblico. No. L’artista per essere un artista deve in primo luogo saper fare l’artista, così come un artigiano per essere tale deve in primo luogo imparare a modellare la materia prima a disposizione. Da qui viene fuori il primo spunto di riflessione sul disco. Lena A. è innanzitutto un’artista preparata, che ha studiato musica fin da bambina, che ha modulato il proprio percorso col tempo sperimentando, cambiando, aggiungendo. Il risultato finale è quello di una raffinatissima cantante, capace di domare note alte e basse con l’attitudine di una veterana ma, soprattutto, capace di essere riconoscibile. E ora si arriva al secondo spunto di riflessione. In “Nuove Stanze” è onnipresente una encomiabile fedeltà artistica. Il lavoro si apre con “Granada” e le sua ritmica cadenzata che si intreccia perfettamente con l’arabeggiante cultura della città spagnola, offrendo la percezione di poterne ripercorrere i vicoli. In “Giugno” è presente un interessantissimo crescendo nella strofa, caratterizzata da un’elettronica dai suoni bassi estremamente funzionali allo sviluppo del brano e che sfociano poi in una bellissima parte sinfonica. Nella successiva “Pineta” si rimarca ulteriormente l’enorme potenziale pop del disco. I testi di ogni brano sono caratterizzati da uno stile di scrittura estremamente riconoscibile, caratteristica assai rara e molto difficile da poter riscontrare in una artista giovane. Eppure, nonostante le tematiche varino e gli scenari si sovrappongano, resta una costante che è come se marchiasse indelebilmente ogni brano, prescindendo dalla timbrica vocale. La costante di cui sopra è assolutamente la densa, misteriosa, ricercata scrittura che caratterizza i brani. In “Pineta” oltre questo però risulta inevitabile […]

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Musica

Non lo so: la musica sessuale di Sibode DJ

L’11 Maggio Simone Marzocchi, in arte Sibode DJ, pubblicherà per la casa discografica Brutture Moderne il suo terzo lavoro da solista, “Non lo so”. Il disco è dedicato a Mirko Bertuccioli, il compianto membro dei Camillas, una delle band di riferimento del pop psichedelico italiano. Il percorso che ha portato al disco è senza alcun dubbio tortuoso. Si parte innanzitutto dalla difficile coesistenza tra l’esuberanza artistica di Simone Marzocchi ed il rigore che contraddistingue la sua figura professionale. Sì, perché prima di essere Sibode DJ questo misterioso uomo, quando più gli fa comodo, assume le sembianze di compositore e musicista per l’orchestra Corelli e per il Teatro delle Albe di Ravenna. Questa esigenza espressiva si è ben presto tramutata in una necessità quasi epidermica, fino a divenire un’appendice dell’inerme corpo del povero Simone Marzocchi, ormai incapace di tenere a freno Sibode DJ che, in questo processo quasi di scissione molecolare, prende vita e “sibodizza” tutto ciò che lo circonda. Per capire che cosa si può trovare all’interno di questo disco si possono utilizzare le parole dell’autore stesso: “Roba forte, roba da ballare, roba da cantare e gridare, roba da stare lì piccoli piccoli, roba che ti fa respirare un po’ più profondo come quando mandi giù un pianto che non esce ma che c’è, roba scema, roba che fa ridere, roba che ci fai quello che vuoi, roba sexy, roba giusta”. Ed in effetti sono proprio tutte queste robe che si trovano dentro. Nel suo nuovo progetto infatti non c’è nessun riferimento classico, non c’è posto per la compostezza e il politically correct. E’ un folle flusso di coscienza, disordinato, a tratti affascinante, a tratti fastidioso ma, anche nel fastidio, si è colti da una sorta di fascino per l’oscuro perché, c’è poco da fare, per ascoltare questo disco bisogna rimboccarsi le maniche, sporcarsi la camicia ed entrare nell’oscura grotta che Sibode DJ ha progettato con le sue folli e psichedeliche sovrastrutture musicali. Il disco sin dalle prime note presenta interessantissimi riferimenti ad ambienti completamente disparati. Il brano di apertura ha delle melodie quasi classicheggianti, con un organo di vago ricordo bachiano di sottofondo ed un testo irriverente a fare da contorno. Segue “Sbagliato o No”, un bel brano che strizza l’occhio al cantautorato anni 70, con tanto di moog tipico di quell’epoca. “Meno male” ha una melodia tipicamente di pop psichedelico (e qui ci si riallaccia in qualche modo anche alla dedica al cantautore dei Camillas, venuto a mancare di recente causa covid) con un video ed una melodia molto anni ’80. “Suko” vede un altro stravolgimento sul tema proponendo una melodia che potrebbe funzionare perfettamente come sigla per un cartone animato giapponese dei primi anni 2000. “Gli Animali della Giungla” è invece un brano jazzato; sia le melodie che il testo riprendono fedelmente il tema annunciato nel titolo del brano tanto che i fiati presenti sembrano quasi simulare dei versi di elefanti. Già a questo punto del disco sono state raggiunte importanti vette di follia, stranamente però il […]

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Musica

Sfera Ebbasta non è l’artista italiano di punta: perché?

Sfera Ebbasta è l’artista italiano che ha venduto di più degli ultimi 10 anni. Così titolavano moltissimi articoli comparsi su diverse riviste musicali degli ultimi mesi. Ok lo straordinario successo di Sfera Ebbasta, ok l’incredibile lavoro di merchandising che c’è dietro le sue ultime pubblicazioni, ma addirittura arrivare a superare in vendite di artisti come Jovanotti, Tiziano Ferro, Vasco Rossi (insomma persone che negli ultimi anni hanno riempito stadi), è un qualcosa di quantomeno sospetto. Controllando nel dettaglio la metodologia utilizzata per l’attribuzione delle vendite ci si rende conto che il sospetto è più che fondato, anzi, sarebbe opportuno dire anche che i titoloni relativi alle vendite degli artisti negli ultimi  2/3 anni sono decisamente fuorvianti. Innanzitutto, risulta necessario specificare chi si occupa della gestione di questi numeri. La suddetta gestione è appannaggio della FIMI (Federazione Industria Musicale Italiana), società che attraverso dei precisi modelli (che verranno a breve illustrati)  valuta il numero di copie vendute per ogni artista relativo sia ai singoli che agli album. La FIMI è anche la società che si occupa della attribuzione dei famosi dischi d’oro, di platino e di diamante, e quindi è inevitabilmente anche la società che fissa il numero di copie necessarie per potersi forgiare dei suddetti titoli. A causa della diffusione capillare dello streaming, il numero di copie fisiche vendute è però sceso drasticamente; motivo per il quale le vendite necessarie per ottenere un disco d’oro oggi sono lontane anni luce da quelle del passato. Per dare un’idea: prima del 1974 l’oro equivaleva ad un milione di copie, il platino a 10 milioni. Negli anni ’80 ci fu un primo collasso dell’industria discografica che portò l’oro ad essere attribuito per 250 000 copie ed il platino per 500 000. Oggi l’oro viene attribuito per 25 000 copie e il platino per 50 000. Per arrivare alla determinazione delle copie però il percorso è un po’ più tortuoso di quello del passato. La FIMI infatti nel 2019 ha pubblicato una nuova nota metodologica, facilmente consultabile sul suo sito ufficiale. Nella nota è specificato in che modo vengono conteggiati i risultati in termini di vendite degli artisti. Il numero di  copie vendute è ottenuto sommando il numero di copie fisiche, di quelle digitali e il numero di ascolti realizzati tramite gli abbonamenti streaming. E in che modo si tiene conto degli ascolti sulle varie piattaforme streaming? Dalla nota metodologica emerge che il conteggio viene effettuato considerando gli ascolti solo su servizi streaming in abbonamento premium, quindi sono esclusi tutti gli streaming gratuiti. Una volta fatto ciò si sommano gli ascolti relativi ai singoli brani di ogni disco, il numero ottenuto sarà diviso per un conversion rate di 1300, necessario per uniformare gli ascolti streaming alle copie vendute. L’unica eccezione è rappresentata dal caso nel quale c’è un disco che presenta un’unica traccia che ha più del 70% degli stream dell’intero album, in questo caso la traccia viene scartata per poter favorire una stima relativa all’ascolto dell’intero album e non di un singolo. Quindi, […]

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Musica

Vicenda Tenco: No, Luigi non amava giocare con le pistole

“Luigi Tenco, proprio su questo palco, giocando con una pistola andò incontro alla morte“ È in questo modo che la giornalista e conduttrice televisiva Barbara Palombelli ha descritto l’episodio della morte di Tenco nel suo monologo del 5 marzo sul palco dell’Ariston. Il suo intervento avrebbe dovuto rappresentare un’ode al femminismo, un invito all’autoaffermazione, un’apologia di indipendenza. Il tutto si è invece miseramente tradotto in un’autoreferenziale biografia realizzata incollando pezzi di storia tra loro totalmente slegati, come nemmeno il Christopher Nolan di Memento sarebbe mai riuscito a fare. Il collante utilizzato sono stati i vecchi brani di Sanremo, adattati al contesto in un modo che nel gergo giovanile verrebbe inevitabilmente additato come cringe. Infatti era quasi palpabile l’imbarazzo generale nel far emergere forzatamente brani che in maniera quasi impercettibile si ricollegavano al discorso. La forzatura che aleggiava attorno a queste randomiche inserzioni musicali ha, purtroppo, contraddistinto anche la descrizione dell’episodio della morte di Tenco, inserito nella narrazione a fine utilitaristico col solo scopo di lanciare l’ennesima pillola di autoreferenzialità. L’episodio in sé non ha alterato la vita della Palombelli, né era minimamente ricollegabile al tema del femminismo (sempre se è possibile trovare un tema in un puzzle di ricordi dati in pasto al pubblico). Quindi la prima vera domanda sarebbe: era necessario parlarne? La frase utilizzata per far riferimento a quell’episodio è quasi agghiacciante: “giocando con una pistola andò incontro alla morte”. In mezzo secondo è stata inutilmente umiliata la famiglia Tenco che, con immensa dignità, ha risposto al triste commento in una lettera poco dopo l’intervento. Signora Barbara Palombelli, diversi telespettatori ci hanno segnalato il suo monologo di venerdì 5 marzo u.s., andato in onda su Rai1 all’interno del Festival di Sanremo, attraverso cui ha diffuso notizie improbabili sulla vita di Luigi Tenco. Quindi, portati a vedere un’altra volta un programma che non ci entusiasma proprio perché rappresenta una manifestazione i cui rumors giornalistici pilotati del 1967 non si fecero scrupoli a relegare l’umanità di Luigi Tenco nell’ingiusta etichetta del ragazzo depresso, condizionando persino le sue numerose opere musicali per diversi decenni, con profonda amarezza abbiamo constatato quanto ancora perduri un certo tipo di superficialità giornalistica. Le sue parole, passando per il racconto diseducativo di una sua bravata adolescenziale, sono risultate come una forzatura per arrivare a parlare in modo inopportuno di Luigi Tenco: “pensate che Luigi Tenco proprio qui (al Festival) giocando con una pistola ha trovato la morte”. A ciò si aggiunga il fatto che questa ed altre sue gravi affermazioni sarebbero frutto di un’intervista con Gino Paoli che, come è noto a tutti e diversamente da Luigi Tenco, ha certamente cercato la morte per suicidio ma senza riuscirci (fortunatamente). Questo chiacchiericcio, pregno di ignoranza sull’argomento da una parte e di incoerenza dall’altra parte, non rende merito alla categoria dei giornalisti a cui apparterrebbe e nemmeno al servizio televisivo pubblico che ha deciso di farla esibire su Rai1, ma soprattutto non può essere considerato un criterio onesto alla base di affermazioni lesive come quelle che ha fatto […]

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Musica

Davide Shorty 2.0 da X Factor a Sanremo: l’intervista

Il 25/02/2021, in pieno clima sanremese, Davide Sciortino, in arte Davide Shorty, ha concesso un’intervista per Eroica Fenice (come già accaduto nel 2017), nonostante la valanga di impegni che inevitabilmente la kermesse più importante dell’anno trascina con sé. Al festival Davide ci arriva nella categoria “giovani”, ma con un background che pesa come un macigno. Palermitano di nascita, nel 2010 si trasferisce a Londra dove inizia la sua carriera con i Retrospective for Love, iniziando da subito a mescolare correnti apparentemente divergenti come funk, rap e soul. Nel 2015 diviene famoso al grande pubblico per la sua partecipazione ad X Factor, riuscendo ad arrivare fino in finale e classificandosi al terzo posto. Col suo giudice, Elio, il rapporto è sempre stato mantenuto, tanto che poco prima dell’incontro per l’intervista Davide si trovava proprio col suo ex giudice a prendere un caffè. Nonostante ciò l’artista palermitano non è per nulla rimasto cristallizzato al 2015, anzi. Nel 2017 pubblica “Straniero” per MacroBeats, il suo primo album; seguono “Terapia di gruppo” nel 2018 e “La Soluzione” nel 2019. Le sue ultime due fatiche sono state realizzate insieme al Funk Shui Project e il risultato è un meraviglioso mix di suoni, culture e radici differenti. Il tutto legato però meravigliosamente dal talento di uno straordinario musicista e compositore, prima ancora che artista. Nel 2021 il grande salto. Partecipa a “Sanremo giovani” conquistando la finale grazie al brano “Regina”, il quale rappresenta in modo perfetto la sua cifra artistica. L’intervista Iniziamo con un salto nel passato: consiglieresti, data la tua esperienza, ad un giovane oggi di partecipare ad un talent? Suggerirei ad una persona oggi di studiare quanto più possibile, di conoscere quante più persone possibile, di circondarsi di gente più brava o esperta.   Ti sei pentito della tua partecipazione? Se me lo avessi chiesto due anni fa ti avrei risposto di si. Ad oggi non rinnego nulla di quello che ho fatto. Per fare un talent ci vuole un equipaggiamento psicologico molto forte, e soprattutto ci vuole la gavetta.  Passare dal niente al tutto può essere molto traumatico, e per me lo è stato. Nonostante avessi già anni di esperienza. Ho passato un periodo un po’ complicato dopo X Factor. Comunque, tornando alla domanda, dipende molto dal singolo individuo, ma personalmente non mi sentirei di consigliarlo. Dipende poi ovviamente dal punto della carriera al quale ti trovi. Dato il tuo rapporto complicato col post X Factor, non hai paura del post Sanremo? Assolutamente no perché ero in una situazione della mia vita molto diversa, io con me stesso non stavo bene dopo quella esperienza, ero molto confuso e l’ho vissuta male. Oggi  sto bene, nonostante sia un periodo difficile per tutti, e mi sento di dover essere grato per l’incredibile opportunità che abbiamo. Abbiamo non solo un privilegio ma anche una grande responsabilità e dobbiamo godere di tutto ciò col sorriso sulle labbra.   Qual è la routine di un cantante che sta per cantare a Sanremo? Per ora sto meditando ogni giorno, […]

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Riproduzione musicale: dal carillon a Spotify | Parte 2

Nella puntata precedente siamo partiti dagli albori della riproduzione musicale per arrivare al secondo dopoguerra, corrispondente al momento della nascita della globalizzazione del mercato discografico. Sempre per ripercorrere quello detto in precedenza è giusto ricordare come tutti i sistemi di riproduzione analizzati si basassero su di uno schema che si è fedelmente ripetuto: la successione di incisione e riproduzione. Questo algoritmo resterà una costante anche per questa seconda puntata, seppur adattato a contesti tecnologicamente più avanzati. Quindi, ora che è stata recuperata la valigia contenente gli strumenti base per poter proseguire il percorso nella storia della riproduzione musicale, è giusto che si vada avanti. Ci eravamo lasciati con microfoni e nastri magnetici, e da lì ripartiremo. Anche perché, a dirla tutta, qualcos’altro da aggiungere c’è. Un esempio su tutti: nel 1963 la Philips rilascia sul mercato le prime musicassette. L’impatto che ebbero sul mercato all’inizio non fu travolgente, il vinile continuò per diversi anni ad essere il mezzo più adoperato. Nonostante ciò però la nascita della musicassetta segnò l’inizio di un altro cambiamento epocale. La musicassetta infatti trascinò con sé una serie di innovazioni che crearono uno tsunami tecnologico destinato a modificare profondamente i connotati della routine dell’epoca. Nel 1968 sempre la Philips infatti rilascia sul mercato le prime autoradio capaci di leggere le musicassette. Quest’ultime grazie alla loro maneggevolezza condussero per la prima volta alla possibilità di poter ascoltare comodamente la musica fuori casa. L’utilizzo su larga scala dell’elettricità e del magnetismo per la riproduzione permisero di superare l’ingombro di strumenti capaci di “leggere” un disco solo seguendo le traiettorie imposte da un’incisione fisica. Nel 1979 la Sony introdusse il primo walkman, il precursore dell’iPod. Questa successione di avvenimenti permetterà di comprendere come fosse possibile che la vendita di musicassette stentò i primi anni per poi acquisire un’impennata successivamente. Infatti non fu solo la semplicità di incisione ad influire, ma soprattutto la possibilità di poter ascoltare ovunque la musica senza le restrizioni imposte dagli strumenti di riproduzione. Le innovazioni di questi anni ovviamente sono enormi ed ebbero un impatto devastante sulla quotidianità, anche se in quello stesso anno, il 1979, ci fu un’altra scoperta destinata ad alterare profondamente il mercato discografico: il CD. La paternità del compact disc è divisa tra Philips e DuPont, il primo disco reso commerciabile in questo formato fu la “Sinfonia delle Alpi” di Strauss mentre il primo disco pop fu “The Visitors” degli ABBA. Come più volte accennato nella prima parte di questo percorso, i sistemi di riproduzione devono essere prima incisi e poi riprodotti. E’ questa la costante che ci stiamo trascinando a partire dalle incisioni dei blocchi di cera dell’800 fino ad arrivare ai CD degli anni ’80. Per capire come scalfire questo nuovo oggetto per prima cosa è necessario capire di cosa si sta parlando. Il compact disc non è altro che un pezzo di plastica policarbonata. Nel processo di creazione la plastica viene deformata generando dei piccolissimi buchi (detti bumps) che ne determineranno l’incisione. A questo punto si arriva al […]

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Cristallo, l’intervista: synth al servizio del 2021

Dall’8 Dicembre 2020 è disponibile su tutte le piattaforme il nuovo EP della cantautrice Francesca Pizzo, in arte Cristallo. La sua ultima fatica è “Piano B” (Blackcandy Produzioni) e raffigura un’intima rappresentazione cantautorale che sviscera una serie di tematiche di potente impatto, soprattutto in un periodo di forti assenze come quello che siamo costretti a vivere oggi. L’artista per raccontare in modo estremamente efficace e moderno problematiche assai complesse si è servita di sonorità che vanno da un’impostazione cantautorale “classica” anni ’60, ad una elettronica molto anni ’80. Abbiamo avuto l’onore di incontrarla per poter riflettere insieme sul lavoro da poco pubblicato; di seguito la nostra intervista a Cristallo. L’intervista a Cristallo 1) Dai suoi testi emerge un’enorme voglia di rivalsa. Per questo motivo le chiedo: “Piano B” parla della Cristallo del 2020 o fa riferimento ad un vissuto adolescenziale che ne ha ispirato la scrittura? – Credo che questa versione di me stessa oggi risenta molto, nel bene e nel male, di tutte le esperienze del mio passato. Attraverso quanto vissuto anni addietro oggi mi trovo a scrivere questo tipo di testi. 2) In che modo descriverebbe l’analogia con la figura della falena che lei propone nel ritornello del brano omonimo? – La falena è un animale notturno attratto dalla fonte di luce. Quando ci si innamora si somiglia molto alla falena, che desidera solo uscire dalle tenebre per trovarsi in prossimità di quella luce. 3) In che modo crede (qualora lo credesse) che il periodo di pandemia possa aver alterato la sua sensibilità artistica? – L’impatto di questa situazione così complessa è stato importante per tutti. Credo che per molti artisti si sia verificato un vero e proprio blocco creativo. Io resisto scrivendo meno del solito e scegliendo di farlo solo nei momenti di grande necessità. Gli stimoli sono diminuiti sensibilmente e come tutti mi trovo a fare di necessità virtù. 4) Nel disco ho colto riferimenti internazionali alla darkwave anni ’80 e ai primi Depeche Mode. Si sente, artisticamente parlando, un po’ figlia degli anni ’80? – Mi sento in cammino. Piano B racchiude i primissimi brani che ho scritto appena iniziato il mio percorso solista. Le sfumature anni ‘80 fanno parte del mio trascorso con il duo Melampus, in cui ho suonato per anni. Le restanti sonorità sono l’inizio di un percorso nuovo, forse più consapevole. Fonte immagine: Facebook.

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Riproduzione musicale: dal carillon a Spotify | Parte 1

Dal carillon a Spotify: storia della riproduzione musicale. Era meglio quando si stava peggio? Proviamo a rispondere ad una delle più classiche domande esistenziali dell’uomo vedendola dal punto di vista del misterioso mondo della riproduzione musicale. Gli anni ’20 del 2000 sono un’epoca nella quale si ha a disposizione tutto. Non appena si ha l’intenzione di riprodurre un brano istantaneamente basta fare una ricerca Spotify, e quindi che si tratti dell’ultimo disco di Sfera Ebbasta o di una sonata di Bach, basta digitare il nome del brano richiesto sulla barra di ricerca, tasto play e il gioco è fatto. È stato in pratica realizzato il sogno di qualunque ragazzino degli anni ’90, quando nacque lo streaming e si cercava in tutti i modi di fregare il potere forte delle case discografiche trovando soluzioni alternative che non obbligassero all’acquisto del CD. Perfetto, tutto stupendo. Eppure qualche dubbio sul fatto che oggi si sia assolutamente liberi di potersi aprire a qualsiasi orizzonte musicale comunque rimane. Vediamo un attimo per quale motivo. Immaginiamo un cliente in una pizzeria. Cosa c’entra la pizzeria in tutto questo? Datemi un secondo. Si siede, arriva il cameriere col menù e lo poggia sulla tavola raffinatamente addobbata. È un manuale di 50 pagine che a confronto l’Ulisse di Joyce sembra una lista della spesa. A quel punto succede l’inevitabile:  sommerso da un’overdose di lieviti, ordina una margherita. «Quale delle nostre 37 margherite differenti?», potrebbe obiettare il malcapitato cameriere che le ha dovute imparare tutte a memoria. «Facciamo una cosa, scegli tu, mi fido di te.» Ed ecco scaricata la patata bollente della selezione dei 37 differenti tipi di pizza margherita. Tornando finalmente alla spinosa questione della riproduzione musicale: è veramente certo il fatto che avere a disposizione un’infinità di materiale multimediale aiuti effettivamente la variabilità nella selezione musicale? Non è che forse, come in pizzeria, appiattito dalla marea di materiale a disposizione, l’utente in realtà trovi conforto nel porto sicuro della top 100 Spotify? Un attimo, ovviamente la riflessione non ha come conclusione quella che si dovrebbe imporre un regresso tecnologico e riportare tutti gli ascoltatori all’ancestrale acquisto del materiale discografico. È che, come spesso accade nelle grandi svolte, ci sono dei pro e dei contro, e a volte questa distinzione non appare nitidamente ai nostri occhi. Per questo motivo la prima cosa da fare è cercare di capire prima cosa sia accaduto. Quindi a questo punto, dato che ci troviamo, prendiamola molto alla larga. Storia della riproduzione musicale in pillole La più antica forma di riproduzione musicale è senza alcun dubbio quella del pentagramma, la quale vede i suoi albori già in epoca medievale. Ovviamente mediante questa tecnica era possibile, seguendo la grammatica musicale, riprodurre un brano seguendo le indicazioni tramandate all’interno del pentagramma stesso. Siamo ancora molto lontani quindi dal concetto moderno di “riproduzione musicale”. Ci si inizia ad avvicinare nel ‘700, quando per la prima volta si svilupparono oggetti che automaticamente erano in grado di poter riprodurre un determinato brano, i carillon. Nel 2020 il carillon […]

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I migliori dischi del 2020 per Eroica Fenice

E’ stato l’anno che è stato. Proprio per questo però è giusto trovare conforto nelle poche piccole cose che possono ancora emozionarci. In un anno che ci ha obbligato ad allontanarci gli uni dagli altri, ad evitarci, in alcuni casi ad alienarci, trovare qualcosa che possa continuare a tenerci insieme risulta di importanza quasi vitale. In virtù di quanto detto la redazione di Eroica Fenice è felice di offrire quelli che, a giudizio degli articolisti coinvolti, sono i migliori dischi pubblicati in questo difficile anno, nella speranza che possano essere una solida base sulla quale poter costruire un 2021 differente. Di seguito si riportano  5 liste di 10 dischi selezionati da differenti membri della nostra redazione.   Adriano Tranchino Scritto Nelle Stelle – Ghemon 1920 – Achille Lauro Cip ! – Brunori Sas Cosa Faremo Da Grandi? – Lucio Corsi GarbAge – Nitro Heaven To A Tortured Mind – Yves Tumor The Slow Rush – Tame Impala Death Of An Optimist – Grandson Plastic Hearts – Miley Cyrus There Is No Year – Algiers     Maria Laura Amendola Rough And Rowdy Ways – Bob Dylan The New Abnormal – The Strokes Cip! – Brunori Sas Banzai (Lato blu) – Frah Quintale Future Nostalgia – Dua Lipa Scritto Nelle Stelle – Ghemon The Slow Rush – Tame Impala Gigaton – Pearl Jam 3.15.20 – Childish Gambino Mr. Fini – Gué Pequeno     Giuliana  Aversano  The Slow Rush – Tame Impala Thundercat- It Is What It Is Halsey-Manic Circles – Mac Miller Contatto – Negramaro Notes On A Conditional Form – The 1975 Take Time – Giveon 3.15.20 – Childish Gambino Gigaton – Pearl Jam Chromatica – Lady Gaga     Maria Grazia Costagliola In questa storia che è la mia vita – Claudio Baglioni This is Elodie – Elodie Rough And Rowdy Ways- Bob Dylan Day Father Of All Motherfuckers- Green Day Contatto – Negramaro Dna – Ghali Future Nostalgia – Dua Lipa Mr. Fini – Guè Pequeno Folklore- Taylor Swift Nuda – Annalisa     Matteo Pelliccia Merce Funebre – Tutti fenomeni Feltch The Bolt Cutters – Fiona Apple Songs And Instrumentals – Adrianne Lenker We Are Sent Here By History – Shabaka And The Ancestors The New Abnormal – The Strokes Cinema Samuele – Samuele Bersani L’Ultimo A Morire – Speranza Untitled – Sault Serpentine Prison – Matt Berninger Microphones In 2020 – The Microphones

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Kanye West: il pazzo lo rifece, e noi lo seguimmo di nuovo

Mania di grandezza in pillole: Kanye West Rapper, producer,musicista, regista, stilista, ora anche politico, in sintesi: Kanye West e la sua megalomania, un amore che dura da vent’anni. La sua storia è quella di un uomo che si è sempre sentito differente, o meglio superiore, agli esseri appartenenti alla sua stessa specie, i comuni mortali. Qualsiasi attività intrapresa nella sua vita è divenuto poi un manifesto di megalomania ed è per questo che il suo personaggio è ormai da sempre al centro di discussioni di qualsiasi ambito, quest’anno come non mai dato che per non farsi mancare nulla il buon Kanye si è addirittura candidato come nuovo presidente degli Stati Uniti alle elezioni del 2020, appoggiato da un certo Elon Musk. A volte quando si parla di quest’uomo sembra quasi che le luci dei riflettori penetrino il suo corpo e fluiscano direttamente nel suo sangue sottoforma di una droga potentissima che invece di consumarlo tende ad accrescerne il volume, aumentandone esponenzialmente la superficie esposta, col rischio di poter cadere sotto il proprio peso. Negli ultimi anni di Kanye West si è parlato tantissimo, ma quasi mai facendo riferimento all’unico settore nel quale il suo ego è direttamente proporzionale ad i risultati ottenuti: quello musicale. Per questo motivo oggi, a 10 anni esatti dalla pubblicazione di My Beautiful Dark Twisted Fantasy è doveroso tornare a porre il focus su una produzione artistica che ha cambiato le sorti dell’hip hop e non solo. Il disco è il quinto della sua discografia, e viene pubblicato quando è ormai già diventato leggenda, serviva solo la definitiva conferma del fatto che quello che si stava costruendo andava ben oltre “l’ottimo disco hip-hop”, con il quinto si vuole fare la storia della musica, ed in effetti è andata così. Per fare una breve ricapitolazione di quello che era successo prima: Kanye West nacque come straordinario produttore, i suoi primi lavori risalgono al 1996. Nel 2001 avvenne la svolta, parte in cerca di fortuna per l’East Coast, e lì incontrerà Jay-Z , il quale deciderà di scritturarlo per la sua Roc-A-Fella-Records e gli permetterà di lavorare come producer per il suo The Blueprint. Dopo lo straordinario successo di quest’ultimo ha la possibilità di pubblicare con la sua nuova casa discografica il suo primo lavoro solista nel 2004, The College Dropout, al quale seguirà, nel 2005, Late Registration. Entrambi i dischi lo renderanno la nuova meteora dell’hip-hop internazionale. Kanye West però è come una fiamma destinata irreversibilmente a propagarsi, e quindi ecco che nel 2007 arriva Graduation, un album destinato a fare la storia. La data di uscita è la stessa di Curtis, quello che doveva essere il nuovo lavoro di un’altra leggenda, 50 Cent. Lui stesso decise di sfidare apertamente Kanye sostenendo che lo avrebbe disintegrato nelle vendite. Il giorno d’uscita West quasi lo doppiò, la “vittoria” fu talmente netta che molti critici lo considerarono come un momento storico per il rap statunitense, si stava passando definitivamente da un’egemonia del gangsta rap ad una corrente nuova e che […]

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Clio and Maurice: voce e violino al servizio della modernità

Clio and Maurice sono un duo voce e violino composto dalla cantante soul Clio Colombo e dal violinista Martin Ni Castro, autori di Fragile. Chi sono Clio and Maurice? Clio and Maurice sono un duo voce e violino composto dalla cantante soul Clio Colombo e dal violinista Martin Ni Castro. Il loro progetto è nato nel 2017 e vede da subito un certo interesse da parte del pubblico, tant’è che i due iniziano ad esibirsi in alcuni dei locali più noti di Milano (la loro città). L’anno seguente hanno addirittura la possibilità di esibirsi live in giro per l’Europa calcando i palchi di Germania, Francia ed Olanda, nel 2019 suonano per 8 date in Marocco prima di portare la loro musica a Londra, Berlino e Glasgow. A gennaio è stato pubblicato il loro primo singolo, “Lost”, in esclusiva su Rolling Stones Italia e trasmesso poi in alta rotazione su MTV Music Italia. Alla pubblicazione del primo singolo segue quella del primo EP, Fragile. Il lavoro viene reso disponibile a partire dal 6 Novembre su tutte le piattaforme. Fragile E’ possibile suscitare l’interesse di una persona parlando di un duo composto unicamente da voce e violino? Se non si è sentito mai parlare dei Clio and Maurice è possibile, ma già dopo un primo ascolto distratto è possibile che si possa ritornare sui proprio passi. Questo perché si, il duo propone un prodotto difficilmente catalogabile come “immediato”, ma che nonostante ciò risulta essere innovativo e moderno. Il disco è costruito su differenti livelli di intensità, come se volesse adattarsi ad un pubblico variegato. Per farlo i due hanno declinato il loro linguaggio artistico in modo da renderlo quanto più fruibile possibile. L’apertura è quasi teatrale con Blue, un brano che vede una ispirazione classica e che in qualche modo rassicura l’ascoltatore che si è approcciato ad un disco di questo tipo nella speranza di ritrovare qualcosa di matrice decisamente classicheggiante. E’ già a partire da Faithfully che il castello crolla, il brano presenta la tipica grammatica del brano pop, una lineare sequenza di strofa e ritornello accompagna l’ascoltatore alla fine, con il consueto cambio ritmico della strofa che precede l’ultimo ritornello, insomma si tratta di un pezzo che parla la stessa lingua di quelli che ritroviamo in cima alle classifiche. Il brano si riallaccia benissimo al filone di pop minimalista in voga negli ultimi anni, la voce di Clio è pulita, intensa e gestisce le sequenze armoniche in modo estremamente interessante, riuscendo quasi a “coprire” gli inevitabili vuoti di un brano voce-violino. La modernità contraddistingue tutta la produzione di questo EP. I brani successivi sono “contaminati” da ulteriori elementi che vanno ad aggiungere ulteriori sfumature, come in Fragile dove si presenta una metrica quasi jazz, o in Friend dove, ad ulteriore conferma dell’ispirazione moderna del duo, si colgono sonorità quasi alla Lana Del Rey nonostante il brano presenti un arrangiamento un poco più aggressive. Lost ovvero il singolo apripista dell’EP potrebbe tranquillamente fungere da intro per un brano dance o far parte di […]

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