Cry, il nuovo singolo dei Malati Immaginari | Intervista

Cry nuovo singolo dei Malati Immaginari | Intervista

Con Cry, i Malati Immaginari tornano con un singolo che trasforma il dolore in movimento, senza edulcorarlo. È il primo segno di una nuova fase più feroce e diretta, in cui le chitarre si intrecciano a synth nostalgici e a un beat darkwave che pulsa come un cuore in affanno. In un mondo che preferisce emozioni programmate e sofferenze funzionali, Dario Parascandolo rivendica una rinascita che non illumina ma brucia: una preghiera laica che non consola ma unisce, un luogo buio in cui chi sente troppo può respirare al ritmo di qualcun altro. In Cry non c’è spettacolo, solo verità: cruda, fragile, viva.

Intervista a Dario Parascandolo: il significato di Cry

In “Cry” il dolore diventa ritmo, come se la sofferenza avesse imparato a camminare a tempo. Vi sembra che oggi il sistema chieda di soffrire in modo “funzionale”, purché continuiamo a produrre, ballare, andare avanti?

In “Cry” il dolore diventa ritmo perché, per noi, la sofferenza non è un ostacolo da mascherare, ma la materia viva con cui costruiamo tutto. Oggi sembra che il sistema voglia persone che sappiano soffrire “nel modo giusto”, senza rallentare, senza fermarsi, purché continuino a produrre, sorridere, consumare e restare in carreggiata. Ma quel meccanismo non ci riguarda. Non ci interessa adattarci a un modello che non ci assomiglia. Noi siamo fatti così, fragili, viscerali, disordinati, e la nostra musica nasce da lì. Non cerchiamo di rendere il dolore presentabile né utile a qualcun altro. Semplicemente facciamo musica per chi è come noi e si identifica con i nostri suoni e i testi. Il sistema può tranquillamente continuare a girare come preferisce, noi non siamo qui per soddisfarlo. Siamo qui per dire la verità che abbiamo addosso, anche quando fa male, anche quando non è comoda. È questo il ritmo di “Cry”, non un dolore funzionale, ma un dolore autentico, che cammina da solo e non chiede permesso a nessuno. È un brano che non consola perché a volte la cosa più onesta che puoi fare è dire la verità, anche quando non è utile, anche quando non è funzionale a niente.

La vostra musica sembra voler ridare umanità a un mondo sempre più automatizzato, dove persino le emozioni vengono programmate. Ti senti in qualche modo in lotta contro questa forma di anestesia collettiva?

Non siamo in “lotta”, non ci interessa andare in guerra con qualcosa o qualcuno. È tutto molto più semplice. Noi siamo così, e la nostra musica viene fuori così. In un mondo che prova a rendere tutto automatico, prevedibile, sterilizzato (perfino le emozioni), quello che noi facciamo è il contrario. I nostri brani sono sporchi, fragili, istintivi, pieni di crepe. Se là fuori c’è un’anestesia collettiva, non è lì di certo per salvarci, ma è programmata per farci andare avanti senza farci troppe domande. Ma i Malati Immaginari non funzionano in quel modo, e chi ci segue e ci ascolta neanche. Non siamo macchine da ottimizzare, siamo persone che tremano, che sentono troppo, che si spezzano e ricominciano da quel punto. Quindi, più che combattere, portiamo semplicemente ciò che siamo. Se questo risveglia qualcosa in chi ascolta, se rimette un po’ di umanità dove si sta spegnendo, allora abbiamo fatto il nostro. Noi non vogliamo adattarci al mondo automatizzato: vogliamo restare umani, anche quando è scomodo.

Spesso parli di “rinascita” e “nuova fase”. Ma rinascere, oggi, non è forse un lusso? Cosa significa veramente ricominciare quando tutto intorno sembra volerci conformi, anestetizzati ed esausti?

Rinascere oggi è un lusso, sì. Ma non nel senso romantico del termine: è un lusso perché costa tutto. Costa energie che non abbiamo, costa tempo che il mondo non ci concede, costa il coraggio di guardarsi dentro quando sarebbe molto più semplice restare immobili, uguali, stanchi. Per noi ricominciare non è un atto eroico, ma un istinto di sopravvivenza. È accettare che qualcosa in te è morto e non tornerà, e che l’unica scelta possibile è decidere cosa far nascere al suo posto. La rinascita non è luminosa: è piena di tagli, di silenzi, di notti che non finiscono. Ma è reale. Il sistema ci vuole prevedibili, allineati, anestetizzati, perché chi sente troppo rallenta, si fa domande, si oppone senza farlo apposta. Noi invece funzioniamo al contrario. Più ci schiaccia, più ci spinge a trasformarci. La mia “nuova fase” nasce da lì. Non è un rebranding, non è una mossa strategica. È un modo per non perderci del tutto. Rinascere oggi è difficile, ma è l’unico modo per restare vivi.

“Cry” sembra una preghiera laica, un rituale collettivo in un’epoca in cui la fede è in declino. Credete che la musica possa ancora sostituire una forma di fede, o almeno di resistenza condivisa?

Oggi abbiamo bisogno di rituali che non mentano. E in questo senso sì, “Cry” è una preghiera laica. La musica non promette salvezza, ma ti mette davanti alle tue crepe e basta. Ma proprio per questo può diventare un luogo, non un altare. Una stanza buia in cui riconoscere qualcuno che respira al tuo stesso ritmo. La fede forse è in declino, ma il bisogno di sentirsi parte di qualcosa no. Quando cento persone cantano una frase nata in un tuo momento di crollo, quella è community. È la resistenza alla solitudine imposta dal mondo. La musica non salva, ma tiene insieme, ed è già abbastanza.

La vostra poetica è caratterizzata da un continuo scontro tra intimità e spettacolo. Vi capita mai di sentire che anche la vulnerabilità, oggi, rischia di essere esposta al pubblico, e che la sincerità è diventata un atto clandestino?

Sì, oggi la vulnerabilità è quasi diventata uno show obbligatorio. Devi esibirla, impacchettarla, trasformarla in contenuto immediatamente consumabile. E in questo meccanismo la sincerità rischia davvero di diventare un atto clandestino, qualcosa che devi proteggere come si proteggono le cose vive, fragili, che non sopravviverebbero alla luce artificiale dei social. Noi, invece, cerchiamo di fare il contrario: non spettacolarizziamo il dolore, non lo mascheriamo per renderlo più vendibile. Lo restituiamo per quello che è, crudo, imperfetto, non addomesticato. L’intimità è un luogo sacro, qualcosa che non si usa per ottenere attenzione ma che si offre solo quando ha un senso reale. Se c’è uno scontro costante tra intimità e spettacolo, noi scegliamo sempre l’intimità, anche se ci espone, anche se non conviene.

Il nuovo corso dei Malati Immaginari è descritto come “più diretto, più feroce”. In un’epoca che promuove la moderazione e la diplomazia emotiva, quanto è rischioso scegliere di dire tutto, anche quando fa male?

Scegliere di dire tutto, senza filtri, è sempre rischioso, soprattutto oggi che il mondo premia la moderazione, la calma apparente e la diplomazia emotiva. Ma per noi non c’è altra strada. La musica dei Malati Immaginari nasce dalla verità cruda, dalla necessità di esprimere ciò che ci abita dentro, anche quando fa male, anche quando è scomodo. È la nostra identità, il nostro modo di vivere e raccontare la realtà. Esporsi significa mettersi in gioco, correre il rischio di ferire e di essere feriti, ma è l’unico modo per creare un legame reale con chi ascolta. Chi ci segue sa che non ci limitiamo a intrattenere, ma condividiamo un’esperienza, un’esperienza intensa, destabilizzante e a volte dolorosa. In un mondo che ci spinge a smussare tutto, scegliere la sincerità totale è un atto di resistenza. È feroce, diretto, necessario. Perché non c’è liberazione senza verità.

fonte immagine: ufficio stampa

Articolo aggiornato il: 26/11/2025

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