Con Il mio primo pensiero, gli Humanoira proseguono un percorso appena iniziato ma già ben definito, fatto di atmosfere sospese e riflessioni che si muovono tra intimità e osservazione del mondo esterno. Dopo Hai ragione tu, il nuovo brano segna un passo più introspettivo, lasciando emergere una scrittura capace di raccontare fragilità, desideri e contraddizioni senza cercare risposte facili. Tra sonorità synth pop rock e un immaginario che alterna luce e malinconia, la band costruisce un racconto in cui è facile riconoscersi. In questa intervista ci accompagnano dentro il loro universo creativo, tra musica, emozioni e quel “carnevale umano” che, in fondo, appartiene un po’ a tutti.
Il mio primo pensiero degli Humanoria | Intervista
Il mio primo pensiero arriva dopo Hai ragione tu: che tipo di percorso state costruendo tra questi primi brani?
Stiamo costruendo un percorso che racconta la fragilità umana senza nasconderla.
“Hai ragione tu” era uno sguardo verso l’esterno, quasi un confronto con l’altro, mentre “Il mio primo pensiero” è più intimo, più notturno.
Sono canzoni che parlano di relazioni, di errori, di desideri che restano sospesi.
Non c’è una morale, c’è un tentativo di capire dove stiamo andando mentre tutto cambia.
È un viaggio dentro le contraddizioni, dentro quel bisogno continuo di restare vivi anche quando ci sentiamo persi.
Il pezzo ha un sound synth pop rock ma con un’atmosfera piuttosto disincantata: come nasce questo equilibrio tra leggerezza e malinconia?
Nasce in modo naturale, perché è il modo in cui vediamo le cose.
Ci piace l’energia del pop e dei suoni anni ’80, quella spinta luminosa che ti fa muovere, ma dentro spesso c’è una malinconia sottile, quasi inevitabile.
Cerchiamo di far convivere questi due mondi: la musica che ti solleva e le parole che ti riportano a terra.
È un equilibrio fragile, ma reale, un po’ come la vita quotidiana.
Nel brano si parla di desideri, solitudine e bisogno d’amore: è una storia personale o qualcosa che volevate raccontare in modo più universale?
Parte sempre da qualcosa di personale, ma non vogliamo raccontare solo noi stessi.
Cerchiamo di trasformare esperienze intime in qualcosa che chi ascolta possa riconoscere come proprio.
La solitudine, il bisogno d’amore, il desiderio di essere visti davvero sono emozioni che attraversano tutti, a qualsiasi età.
Il nostro intento è dare forma a queste sensazioni senza spiegare troppo, lasciando spazio a chi ascolta di riempire i vuoti con la propria storia.
C’è questa immagine del “carnevale umano” che ritorna: cosa rappresenta per voi?
Il “carnevale umano” è l’idea che ognuno di noi indossi una maschera.
Nella vita quotidiana cerchiamo di apparire forti, sicuri, felici, ma sotto quella superficie c’è spesso fragilità, paura, bisogno di essere accettati.
È un’immagine che ci affascina perché racconta la complessità delle persone.
Un luogo in cui tutto è colorato, rumoroso, pieno di movimento, ma dove a volte ci si sente incredibilmente soli.
Il titolo è molto diretto, quasi intimo: chi o cosa è davvero “il primo pensiero” di cui parlate?
“Il primo pensiero” può essere una persona, ma anche un ricordo, un rimpianto o una speranza.
È qualcosa che torna sempre, appena apri gli occhi o prima di addormentarti.
Non volevamo definirlo troppo, perché ognuno ha il suo primo pensiero.
Può essere amore, paura, nostalgia, oppure il desiderio di cambiare qualcosa nella propria vita.
Com’è stato lavorare con Fabrizio Pagni e cosa ha portato in più al vostro suono?
Lavorare con Fabrizio è stato importante perché ha portato uno sguardo esterno ma molto sensibile.
Ha capito subito l’identità del progetto e ci ha aiutato a renderla più chiara, più essenziale.
Ha curato i dettagli, l’equilibrio tra suono e silenzio, e ci ha spinto a togliere il superfluo.
Il suo contributo è stato quello di dare profondità al brano senza appesantirlo, mantenendo quell’atmosfera sospesa che volevamo.
Fonte immagine: ufficio stampa
