La salita di Massimiliano Gallo | Recensione

La salita di Massimiliano Gallo | Recensione

L’esordio cinematografico di Massimiliano Gallo segna un punto di svolta nella narrazione del margine e della detenzione minorile in Italia. La salita, opera prima dell’attore e ora regista, non è solo una trasposizione biografica, ma un’indagine profonda sul potere perturbante del teatro in un ecosistema chiuso. Attraverso il filtro della memoria di Eduardo De Filippo, il film esplora la complessa eredità familiare e professionale di Gallo, restituendo uno sguardo autentico e privo di retorica consolatoria.

Scheda tecnica e riconoscimenti del film La salita

Dettaglio Contenuto
Regia Massimiliano Gallo
Ispirazione Laboratorio teatrale di Eduardo De Filippo a Nisida (1984)
Cast principale Mariano Rigillo, Roberta Caronia, Alfredo Francesco Cossu
Data di uscita 9 aprile 2026
Premi Migliore opera prima (Premio Autoclub) al Bif&st 2026

La salita: il debutto alla regia di Massimiliano Gallo

«Spesso mi è stato detto che tu hai avuto la fortuna di vivere in una famiglia di artisti».
Con queste parole Eduardo De Filippo si presenta ai ragazzi di Nisida e in esse Massimiliano Gallo intravede un riflesso della propria eredità familiare e professionale. Eppure, nel film, questa presunta “fortuna” non diventa mai pretesto per una narrazione edulcorata. Tra l’eredità del Neorealismo e le derive spettacolari del cinema contemporaneo, la tradizione italiana ha troppo spesso domesticato il margine, piegandolo a una retorica della redenzione obbligata. In questa prospettiva il carcere si riduce a una tappa catartica e l’arte diventa una bacchetta magica che trasforma il dolore in riscatto.
La salita imbocca invece una strada più rischiosa. Rifiuta la rassicurante struttura in tre atti e abbraccia l’irregolarità del reale. Non cerca consolazione, ma abita un’inquietudine in cui il cambiamento non è né scontato né garantito, trasformando lo sguardo dello spettatore in un atto di interrogazione sociale. Con il suo esordio alla regia, Gallo non si limita a trasporre un episodio storico. Lo scandaglia e lo mette in discussione, fino a farne emergere il nodo politico ed esistenziale. Pur ispirandosi al laboratorio teatrale che Eduardo De Filippo tenne a Nisida nel 1984, il film ambienta la vicenda un anno prima, nel 1983. Non è un arbitrio cronologico, ma una scelta precisa, insieme narrativa e politica. Quell’anno rappresenta infatti una soglia critica per la giustizia minorile italiana, ancora sospesa tra un approccio puramente custodiale e i primi, incerti tentativi di abbracciare un modello pedagogico orientato al reinserimento.

L’eredità di Eduardo De Filippo e il contesto di Nisida

In questo clima di sospensione istituzionale si inserisce in La salita anche la minaccia del bradisismo flegreo, il cui impatto costringe le detenute al trasferimento dal carcere di Pozzuoli a quello di Nisida, trasformando un’esigenza logistica in un evento traumatico che incrina l’equilibrio già precario della detenzione. È in questa frattura che Gallo inserisce il suo sguardo, rifiutando fin dalle prime inquadrature l’epica redentiva e la celebrazione del maestro per osservare cosa accada quando un linguaggio estraneo, quello della finzione scenica, irrompe in un ecosistema chiuso dove i ruoli sono rigidi e il tempo sembra cristallizzarsi in un’attesa senza uscita.

Lungi dal configurarsi come una carezza o uno strumento di salvezza, il teatro agisce qui come dispositivo di perturbazione, uno strappo che incrina le certezze senza promettere redenzione. A incidere su questo terreno instabile è l’arrivo delle ragazze, e in particolare di Beatrice, interpretata da una Roberta Caronia intensa e sfaccettata. La sua presenza rompe la monotonia alienante dei corridoi, innescando tensioni, attrazioni e conflitti che si concentrano nel rapporto con Emanuele, giovane detenuto segnato dall’abbandono e da un passato di marginalità, reso con rivelatoria autenticità da Alfredo Francesco Cossu. Tra i due si tesse un legame ambiguo, sospeso tra complicità letteraria e un patto oscuro: lui promette un omicidio in cambio di denaro, lei cerca una via di riscatto per la perdita del marito e del figlio, vittime di uno scontro di camorra. È proprio su questo crinale di ambiguità morale che il teatro di Eduardo irrompe nuovamente non come soluzione o rifugio, ma come ulteriore elemento di destabilizzazione, costringendo i personaggi a fare i conti con le proprie contraddizioni.

Analisi tecnica: regia, fotografia e interpretazioni

In La salita, la padronanza del mezzo cinematografico di Gallo emerge attraverso scelte tecniche rigorose: la fotografia di Sondelli esaspera i contrasti per restituire l’oppressione di Nisida, mentre il montaggio della Valmori scardina la linearità classica per assecondare i tempi del laboratorio teatrale. Il contrasto tra l’alienazione carceraria e l’umanità delle prove è sorretto dalle musiche di Enzo Avitabile e da una ricostruzione d’epoca (firmata da Giada Esposito ed Eleonora Rella) sobria e antiretorica. Eppure, proprio questa ricerca di asciuttezza formale, pur dimostrando un’attenta costruzione dell’atmosfera, finisce per far emergere per sottrazione le fragilità strutturali di un’opera che fatica a trovare un equilibrio narrativo.
La salita oscilla tra sequenze di rara intensità osservativa e passaggi in cui il discorso si fa esplicito e quasi pedagogico, poiché l’irruzione del teatro, incarnata da un Eduardo non profetico ma ostinato e interpretato da Mariano Rigillo con una sobrietà che a volte sfiora la rigidezza, affiancato da Maurizio Casagrande nei panni di Carlo Croccolo e da Luisa Esposito come Rosalia Maggio, è trattata come uno strappo emotivo più che come una carezza. In diverse sequenze il film sembra non fidarsi abbastanza della propria intuizione originaria, tanto che i dialoghi sul senso della scena rischiano di suonare come lezioni impartite allo spettatore, tradendo quella stessa immediatezza che il racconto vorrebbe preservare. La citazione implicita ad Augusto Boal e alla pedagogia eduardiana non sempre risulta integrata organicamente, facendo apparire il teatro più come un dispositivo tematico che come un’esperienza vissuta.
La rinuncia a un arco di redenzione lineare resta il merito più evidente di La salita: non tutti i ragazzi aderiscono, non tutti comprendono e alcuni resistono con una sorda ostinazione che il film sa catturare con una discreta intelligenza osservativa. Tuttavia, la frammentazione che ne deriva non si traduce automaticamente in complessità, poiché la struttura appare più dispersiva che stratificata. Il montaggio, pur volutamente anticlassico, lascia emergere vuoti di transizione che indeboliscono la progressione emotiva, come se Gallo avesse preferito sacrificare la coesione narrativa in cambio di un realismo a volte più dichiarato che respirato.

Distribuzione, premi e valore etico del film

Gallo ci mostra un’urgenza che va oltre la semplice messa in scena e la sua formazione attoriale traspare nella cura per i volti e nella decisione di affidare i ruoli dei minori a giovani non professionisti, selezionati non per la loro plasticità ma per la loro presenza fisica e vocale. Il risultato è autentico ma disomogeneo: Alfredo Francesco Cossu buca lo schermo con una naturalezza spiazzante mentre altri ragazzi recitano un copione emotivo che la regia non riesce sempre a sostenere. Quando il film smette di spiegare e si limita a osservare, cogliendo un errore di battuta o il silenzio imbarazzato dopo un monologo, raggiunge una sincerità rara, momenti che ci ricordano come il cinema di Gallo possieda ancora un’etica dello sguardo.

Il titolo rappresenta forse l’unica verità incrollabile del film, poiché non promette vetta, non assicura trasformazione ma documenta lo sforzo. Il film, nella sua stessa genesi, sembra riflettere questa parabola, essendo stato presentato alla 82ª Mostra del Cinema di Venezia nella sezione Giornate degli Autori del 2025, premiato al Bif&st 2026 con il riconoscimento Autoclub per la migliore opera prima e distribuito da Fandango dal 9 aprile 2026. La proiezione anteprima all’IPM di Nisida il 24 marzo 2026, alla presenza dei giovani detenuti e dei figli di Luciano Sommella, il direttore che portò Eduardo a Nisida, ha aggiunto un livello di verità extra-cinematografica al racconto. Resta un’opera di debutto onesta nel suo tentativo di non chiudere il cerchio: La salita sceglie la fatica della domanda. Non è un capolavoro ma è un passo, e forse, per una salita, è già molto.

Fonte immagine in evidenza: MyMovies

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A proposito di Martina Barone

Laureata in Lingue e Culture Comparate presso l'Università degli Studi di Napoli L'Orientale e attualmente studentessa magistrale in Scienze dello Spettacolo e Produzione Multimediale all'Università degli Studi di Padova. La mia passione per le arti in tutte le sue forme dal cinema alla letteratura guida il mio percorso accademico e professionale. Ogni aspetto della creatività mi affascina, e credo fermamente nel potere delle storie e delle immagini di trasformare il mondo che ci circonda!

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