Seguici e condividi:

Eroica Fenice

Labrano e Dragotto

Labrano e Dragotto aprono la rassegna del Be Quiet al Piccolo Bellini

Labrano e Dragotto inaugurano la rassegna del Be Quiet al Piccolo Bellini

Buio.
Impreziosito da luci che affiorano colpendo volti e svelando silenzi, tra la penombra e il chiaroscuro. Il piccolo corpo vibrante e raccolto della platea sussulta, diventa un’unica cosa con l’evanescenza del palco, la tappezzeria ricamata, le locandine storiche che costellano l’ambiente e il rosso delle sedie. Il buio e i giochi di luce disegnano punti luminosi sul piccolo corpo della platea del Piccolo Bellini, che respira quasi dallo stesso stomaco degli artisti, così vicini alla pelle del pubblico da poterla sfiorare.
Il 23 novembre sono stati due gli artisti che hanno giocato con le penombre e i chiaroscuri dell’animo del pubblico, Nicola Dragotto e Luciano Labrano, che hanno inaugurato la rassegna del Be Quiet al Piccolo Bellini.

Labrano e Dragotto, che cos’è il Be Quiet ? 

Ingabbiare un concetto nei codici retorici o nelle gabbie della parola è un’operazione ardua, specie se si tenta di incapsulare un’idea nelle strette maglie dei nostri codici linguistici: Be Quiet è un agglomerato di sinapsi, processi creativi e condivisione partecipativa. Un movimento sorto nel 2012 dal magma della scena underground napoletana da un’idea dell’artista Giovanni Block, che, tra i tanti riconoscimenti di cui si fregia, ha ricevuto la Targa Siae/Club Tenco del Premio Tenco come miglior autore emergente e il primo premio assoluto del Festival Musicultura, nonché un premio speciale dall’Università delle Marche per il miglior testo, oltre a tanti altri premi, progetti e iniziative che lo rendono un componente davvero prezioso della scena musicale odierna. Be Quiet è un circuito che ingloba e raccoglie una rete di pubblico, appassionati, addetti ai lavori, musicisti e cultori della musica d’autore e ha trovato, da due anni a questa parte, la propria casa di penombre, luce e chiaroscuri al Piccolo Bellini. Il corpo fremente e musicale che ribolle nelle nudità di Napoli viene così sviscerato, portato alla ribalta e messo in diretta comunicazione col pubblico, giacché ognuno di loro, a rotazione e nel corso della rassegna, calcherà il palco per esternare se stesso e le proprie contraddizioni.

Labrano e Dragotto, lo spettacolo

Giovedì 23 novembre, Nicola Dragotto è stato il primo artista a salire sul palco: trovarsi a diretto contatto con un artista del genere è come fronteggiare una di quelle personalità che sembrano nate dalle scintille dei migliori personaggi goldoniani, con una spruzzata di fascino brillante alla Paolo Conte. Figura  senz’altro carismatica, quella di Dragotto, che è salito sul palco tenendo in pugno il pubblico senza far calare mai l’attenzione: si è svelato e denudato, pur rimanendo in pantaloni, camicia, maglia e scarpe, spogliandosi del proprio mestiere di avvocato, stracciando le vesti dell’inquadramento sociale e mostrando la sua carne pura, in una sorta di processo di disvelamento pirandelliano. Dragotto canta le tracce del suo album L’Ultima Causa (lo sentite anche qui il pirandellismo?), e porta al Piccolo Bellini una ventata di resistenza, perché resistere è l’imperativo categorico del cantautore, che ha parlato al pubblico di fuga (ma dove si va? dove si può pensare di fuggire senza mezzi e in un contesto storico del genere?), di ruoli sociali e degli inganni più o meno coscienti che ogni giorno perpetriamo ai danni di noi stessi. Ma soprattutto ha messo sul piatto se stesso, la propria vita, le proprie imperfezioni, la miriade di nei che punteggiano l’animo umano. La cultura è, per Dragotto, una creatura da resuscitare per sottrarla all’oblio, alle dimenticanze e all’amnesia collettiva. Il pubblico ha recepito la tensione quasi esistenzialistica del cantautore, che ha saputo sublimarla in poesia e trasfigurarla in una cascata di note, che hanno assunto tratti seri, allegri, giocosi, drammatici, teatrali, brillanti, sempre servendosi di un’autoironia che ha fatto breccia nelle stesse imperfezioni del pubblico; in una sorta di transfert che ha visto, nella macchina musicale e attoriale di Dragotto, il tramite per dare una sbirciatina nell’abisso impenetrabile di chiunque. La poesia si è levata in alto, impreziosendo lo spettacolo e condendo tutto con i suoi sapori delicati e i suoi odori speziati, che sapevano di donne, amore e volontà di essere amati. Al suono delle parole “Fallimento”, “Stronzi alla deriva”, è salito sul palco Luciano Labrano, personaggio controverso, a prima vista bizzarro e quasi caricaturale, che ha offerto al pubblico le sue “Ghiandole Surreali”. Ha presentato dei brani composti da ragazzo, tra il 1978 e il 1985, e il divertissement linguistico e musicale ha serpeggiato per tutta la sala. Giochi di parole e influenze e suggestioni surreali sono letteralmente esplosi, erompendo in tutta la propria carica dissacratoria, e Labrano, cappello calcato in testa, sciarpa nera e sorriso sornione- un po’ Enzo Jannacci- ha creato mosaici di assonanze e tasselli di parole. Lo stile nonsense e cabarettistico è stato intervallato da un linguaggio a volte arcaico e prezioso, a volte aderente alla realtà fatte di brutture, imperfezioni e storture: tutto filtrato attraverso gli occhi, a volte aperti e spesso socchiusi, di Labrano e del suo estemporaneo realismo.

Labrano e Dragotto, il Be Quiet non finisce qui

La rassegna continuerà fino ad aprile e, dopo le prime due tonalità, sarà la volta di altre gradazioni di penombre e chiaroscuri del Be Quiet, nelle viscere di Napoli e del suo centro storico.

Print Friendly, PDF & Email