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Eroica Fenice

Eventi nazionali

Guido Catalano: Poesie al megafono al Tempio Valdese

Guido Catalano: Poesie al Megafono al Tempio Valdese di Torino, il 10 e 11 dicembre Il 10 e l’11 dicembre il Tempio Valdese di Torino ha ospitato il Reading di Natale di Guido Catalano, che ha declamato i versi delle sue “Poesie al megafono“, il libro sonoro uscito il 19 novembre per Rizzoli. Come un antro della Sibilla Cumana, o come una grotta illuminata da una penombra mistica ed eccitante al tempo stesso, il Tempio Valdese ha offerto il suo corpo di marmi e chiaroscuri a Guido Catalano: l’acustica della chiesa ha sublimato ogni sbuffo di voce del poeta, ogni mutamento impercettibile del suo tono e ogni guizzo della sua erre moscia, che ha avvolto le sue liriche come un involucro scanzonato e compiaciuto. Leggere una poesia di Guido Catalano, dalla carta stampata o sui display di uno smartphone, non restituisce le pause sincopate, gli umori, il ritmo dei respiri e il fiato che vibra, si innalza e si modula fino a creare delle vere e proprie spirali ipnotiche e capaci di catturare l’ascoltatore come una mosca intrappolata nell’ambra. L’ascoltatore rimane ingabbiato nelle spire delle poesie, intrappolato nei sostantivi e imbalsamato negli aggettivi e nei finali a volte buffi, drammatici o liberatori. Poesie al megafono ha una natura duplice, poiché non è solo un audiolibro, ma un oggetto tangibile, fatto di carta e inchiostro, è un oggetto a metà strada tra il regalo di Natale e il feticcio: feticcio perché cristallizza, per sempre, la voce del poeta, da ascoltare e riascoltare a proprio piacimento, che regala qualcosa di sé a chi ne fruisce. Gli regala il suo fiato, l’impasto della sua lingua e la sua voce, gli dona la chiave di lettura ideale per godere al meglio della poesia. Perché la poesia, si sa, è di chi gli serve, ma anche di chi sa come leggerla e come ascoltarla, per far sì che sprigioni pienamente le sue fragranze e la sua forza, spesso dirompente. Guido Catalano e il suo reading di Natale: un universo natalizio atipico L’universo natalizio, che Catalano ha evocato con uno schiocco di dita al Tempio Valdese, rasenta i toni di un bestiario moderno, in cui si affastellano personaggi costruiti con drammaticità e anche con ironia. Guido Catalano, vero e proprio guru dell’amore degli anni Duemila, ci invita con fare sornione nel suo antro, per lasciarci ammaliare e piantare in asso dalle figure che vorticano attorno al suo ideale albero di Natale. Se dovessimo pensare all’universo da lui evocato, penseremmo a una sfilata di amori abortiti, sentimenti dichiarati candidamente e spudoratamente, ex fidanzate che come fantasmi del Natale passato continuano a tormentare i protagonisti e Barbapapà che si tramutano in Barbamerda: ognuna delle comparse di questa parata entra in scena velocemente, si aggrappa alla saliva dell’autore e sparisce non appena la parola si è consumata nel soffio di una candela. Lo spettatore osserva, stupito e incuriosito come un bambino la mattina di Natale, la “luccicanza” dei personaggi di Catalano, che lampeggiano, volteggiano nella penombra come tanti spiritelli perversi […]

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Musica

The Niro si racconta, tra Jeff Buckley e originalità -Intervista

Intervista a The Niro: Davide Combusti dà la voce a Jeff Buckley, raccontandosi e rimanendo se stesso Davide Combusti, classe 1978, è la personalità che palpita dietro l’involucro di The Niro, anche se spesso i confini tra crisalide ed essenza si sfiorano e coincidono. Cantautore e polistrumentista dal respiro internazionale, ha iniziato la sua carriera con un’intensa e fortunata attività live, dividendo addirittura il palco con Amy Winehouse. Ha inoltre collaborato con Chris Hufford, manager dei Radiohead e l’artwork del suo omonimo album di debutto porta la prestigiosa firma di Mark Costabi, autore di cover dei Ramones e dei Guns’n’Roses. Il 4 ottobre è uscito un disco con cinque inediti di Jeff Buckley, “The Complete Jeff Buckley and Gary Lucas songbook”. Assieme al chitarrista Gary Lucas, c’è The Niro, che presta la voce a questa parte di repertorio di Buckley. Abbiamo provato a penetrare i confini del vasto e dissonante universo di Davide/The Niro. A lui la parola. Ciao Davide, grazie per aver accettato di rilasciare quest’intervista. Partiamo con la domanda più semplice, o forse la più difficile. Chi è The Niro e come lo descriveresti a chi lo incontra per la prima volta? The Niro è un cantautore e nasce a Roma. Sono da poco quarantunenne e ho sempre amato la musica. Il mio primo strumento è stato la batteria, perché mio papà era un batterista, e verso i sei anni ho cominciato a suonare la batteria. Verso i tredici ho cominciato con la chitarra, e verso i ventidue o ventitré anni ho cominciato a scrivere canzoni. Il primo progetto di band si chiamava appunto The Niro, poi la band si è disgregata e sono rimasto soltanto io, e siccome nel circuito indipendente romano mi chiamavano tutti The Niro, mi è rimasto appiccicato questo nome. E come mai questo nome? Da cosa è nato? Il nome nasce dalla passione per il cinema che ho sempre avuto, e dal fatto che, quando ho fatto ascoltare le prime composizioni agli amici, ho detto loro che sembrava musica da film. Mi sembrava simpatico fare un tributo al cinema: non avevamo pensato all’inizio a The Niro, ma a Bogart, però era stato già preso da una decina di band nel mondo, mentre The Niro, con questo gioco di parole, non esisteva. E poi comunque aveva un significato sia per gli italiani che per un pubblico internazionale. Spulciando un po’ il web, si evince che hai collaborato con un sacco di artisti, tra cui Amy Winehouse e il manager dei Radiohead. Qual è l’artista che più ti ha insegnato qualcosa e ti è rimasto nel cuore? Il manager dei Radiohead, Chris Hufford, mi chiese di partecipare a un suo progetto, e lì mi piacque molto il fatto che lui avesse avuto molto rispetto nei miei confronti, e questo mi fece pensare che, talvolta, delle situazioni “grandi” sanno essere molto più semplici e rilassate di situazioni più piccole. La cosa bella che ho imparato è che bisogna osare sempre e soprattutto, proprio perché la musica […]

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Libri

Ettore Zanca e Santa Muerte: l’umanità e la santità della morte

Santa Muerte di Ettore Zanca è una fiaba urbana che narra il lato umano, disperato e pietoso della morte. E se anche la morte diventasse un gioco? “Sono io la morte e porto corona, io son di tutti voi signora e padrona, e davanti alla mia falce il capo tu dovrai chinare e dell’oscura morte al passo andare”, cantava Angelo Branduardi nella sua “Ballo in Fa diesis minore“, prospettando l’idea di una morte antropizzata, incoronata e ornata con gioielli e monili scintillanti, che dà il via a un ballo in maschera in cui ognuno è chiamato a volteggiare con la propria croce in un’immaginaria danza giocosa e malinconica. La morte, insieme all’amore, suo doppio e suo contraltare, è stata la donna più cantata dalla letteratura, dal cinema e dalle arti figurative, più delle donne dello Stilnovo e più delle eroine celebrate dai poeti classici. La morte non è una donna angelicata e leggiadra, ma ha le guance livide delle donne di Baudelaire e Verlaine, che hanno perso la propria aureola nei meandri della città e delle sue pozzanghere. La morte ha una sacralità, un odore pungente che ricorda quello dell’incenso e degli altari: la morte  ha un crisma di santità. La morte è santa. Santa Muerte, come afferma Ettore Zanca nel suo libro edito da Ianieri Edizioni. L’eclettico scrittore palermitano che vive a Roma, dipinge la morte di santità, la rende sacra e la dissacra allo stesso tempo, in una fiaba urbana che ha il sapore delle memorie e dei giochi infantili che toccano le corde più profonde del lettore. La morte, un malinconico gioco infantile che esplora i meandri più intimi del lettore. “Facciamo finta che io ero…” Il libro di Ettore Zanca si apre così, creando un varco diretto e uno squarcio abissale nella memoria, che ci spedisce velocemente in quel mondo ovattato dove non risuonava nulla se non le voci delle nostri madri, il suono di un carillon e i ricordi di corse a perdifiato e giochi colmi di fantasia. Il “Facciamo finta che io ero” è un canale preferenziale che ci conduce negli interstizi della mente di ogni bambino, affannato a immaginare e tracciare i contorni del proprio mondo ideale. Cosa voglio essere oggi? Un cantante, un attore, un astronauta o un calciatore famoso? “Facciamo finta che io ero” è la porta girevole tra il mondo degli adulti e quello rarefatto e segreto dei bambini. Anche i grandi sono stati bambini, e farebbero bene a non dimenticarselo mai, a non dimenticare il profumo speziato di quel mondo inesplorato che aveva i suoi codici e i suoi schemi, e che sembra quasi dissolversi nel nulla non appena chiudiamo per sempre il piccolo cancello dell’infanzia. Ettore Zanca scopre il volto bambino della morte, la rende sacra e, come già detto, la dissacra. Come lo fa? Rendendola un correlativo oggettivo. Santa Muerte diviene il paradigmatico ed emblematico soprannome di Leonida, killer prezzolato dalla pistola color liquirizia che vaga tra le strade della città immaginaria di Labella: “è uno di quei […]

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Libri

Nuotando nell’aria, nell’officina di Cristiano Godano e dei Marlene Kuntz

Nuotando nell’aria, scritto dal frontman dei Marlene Kuntz Cristiano Godano ed edito dalla casa editrice “La Nave di Teseo”. Leggere “Nuotando nell’aria”, scritto dal frontman e fondatore dei Marlene Kuntz Cristiano Godano ed edito dalla casa editrice “La Nave di Teseo“, equivale a sporcarsi i polpastrelli di vita, polvere e provincia, e uscirne con lo scheletro incrinato e l’animo che riecheggia di poesia di fumo. La provincia piemontese di Cuneo, evocata con sapienza da incantatore di serpenti da un Godano dalla prosa scorrevole e seducente, ha il sapore dei denti digrignati e del sacrificio, quello contadino e laborioso che si conficca nella spina dorsale dei ragazzi dei Marlene chiamati a farsi le cosiddette ossa. Una provincia che sapeva di stanze da letto, new wave, Sonic Youth e adolescenza dalle unghie rotte e dagli spasmi di stomaco. Toccare con mano le pagine di questo libro vuol dire sbirciare la genesi e la fenomenologia dei Marlene Kuntz e penetrare, in punta di piedi, il retrobottega di Godano e del suo slancio lirico e creativo. Dietro 35 canzoni dei Marlene Kuntz: Nuotando nell’aria, a metà strada tra memoriale e story-telling. Il tutto avvolto dalla prosa semplice ma camaleontica di Cristiano Godano Nel panorama dei gruppi rock italiani, prima che una certa ondata di indie odierno cominciasse a spopolare e imporsi all’attenzione delle masse col suo strascico di dogmi e tòpoi stancamente decodificati, vi erano certezze granitiche. Che sono ancora certezze, nonostante lo scorrere incessante del tempo. Nello scenario del rock italiano, giganteggiavano i Marlene Kuntz, gli Afterhours di Manuel Agnelli, i CCCP di Giovanni Lindo Ferretti, i CSI e i post CSI di Massimo Zamboni, Gianni Maroccolo, Angela Baraldi e Giorgio Canali, i Diaframma e altri nomi che si stagliano con l’auctoritas delle pietre miliari. I Marlene Kuntz sono sempre stati quella costola un po’ noisy rock e un po’ cantautorale del rock italiano, quella spaccatura carnale e sensuale che ha sempre venato il panorama roccioso dell’autoreferenzialità della scena musicale, quella riga di caos strisciante e disciplina che ha increspato le acque. Cristiano Godano ci invita, con fare suadente, sornione ed elegante, a imbrattarci con tutta la materia malleabile e vischiosa che costituisce il mondo dei Marlene e lo fa mettendosi a nudo in una penombra letteraria che ci investe coi suoi fasci di luce e i suoi sprazzi di ombra. Il libro è suddiviso nel modo seguente: “Catartica“, “Il Vile” e “Ho ucciso Paranoia“, e ogni paragrafo reca il nome delle tracce di ogni album, in uno story-telling che racconta le canzoni dei Marlene sviscerandone la forma, le origini, la fenomenologia e gli eventi che le hanno fatte nascere. A metà strada tra confessione quasi psicanalitica, scrittura automatica stile beat-generation e flusso di coscienza, Nuotando nell’aria impregna le narici del lettore con l’odore di amori sublimati, donne idealizzate, orgasmi spezzati, amicizie eterne e tour in giro per l’Italia. Il libro è un caleidoscopio intessuto dalla mano sapiente di Godano, che ne modula i colori e le tonalità, fornendoci la sua versione dei Marlene: dalla scelta del nome (in […]

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Cucina e Salute

La casa come spazio vitale: prendersene cura come lo si fa con corpo e spirito

Letti, living, armadi, cucine, bagni e camerette: quando ci si accinge ad arredare la propria casa, bisogna curare ogni dettaglio ed essere attenti a coniugare funzionalità e gusto estetico. La casa è l’estensione del nostro io e dei nostri desideri, ed è l’oasi in cui trovare ristoro dagli affanni quotidiani, respirare rilassarsi ed abbassare le difese, e pertanto bisogna modellarla come se fosse un’estensione del nostro corpo e del nostro spirito. Che sia un restyling per riorganizzare gli spazi oppure un progetto di arredamento ex-novo, bisogna poter disporre di un’ampia scelta di marchi di qualità, per qualunque tipo di esigenza. I colori, i materiali e la sostanza sono essenziali per mettere a punto un progetto di qualità, e chi ha la fortuna di disporre di un giardino ha molta più possibilità di scelta: la cura del proprio spazio verde è essenziale e non va assolutamente sottovalutata, poiché è importante sapere con esattezza i tipi di piante che si possono coltivare, così come quelle ornamentali da posizionare nei vari punti dell’appartamento, per donare luce e freschezza all’ambiente. Da non sottovalutare nemmeno il fai da te: il bricolage e il riciclo di materiali possono essere davvero una soluzione vantaggiosa e creativa, dai più piccoli e semplici accessori fino ad arrivare all’allestimento di veri e propri mobili, in casa o fuori in giardino. Risulta molto semplice riutilizzare materiali o oggetti abbandonati per convertirli in complementi d’arredo originali: dalle cassette per la frutta in legno opportunamente dipinte, colorate e trasformate in scaffali per asciugamani, cosmetici, passando per la creazione di mensole per le spezie, l’olio, il sale e il caffè, fino alla realizzazione di contenitori di giochi per i bambini o di veri e propri mobili, come i divani allestiti in giardino con pallet o bancale. Il bricolage può fornire lo spunto per momenti ludici coi propri amici e figli: è molto soddisfacente realizzare oggetti per la casa con le proprie mani, oppure divertirsi col décopauge, ritagliando e incollando strisce di carta colorata su materiali come legno, metallo, vetro e in alcuni casi anche plastica. Tra i metodi più creativi per prendersi cura dei propri spazi va annoverato sicuramente lo stencil: immaginiamo una cucina spaziosa, luminosa, con le pareti decorate con disegni realizzati in precedenza, magari da noi o dai nostri figli. Potreste divertirvi a realizzare insieme le mascherine per gli stencil (di solito in cartoncino) e a decorare le pareti della vostra casa. Ma nulla va improvvisato,  e sicuramente vi è bisogno di una guida per orientarsi nel mare magnum del mondo dell’arredamento, così come è forte l’esigenza di affidarsi ai migliori marchi e seguire gli influssi e le tendenze dei professionisti. Lo shopping online giunge quindi in aiuto, sia ai neofiti che agli appassionati di decorazione e arredamento, e a tal proposito può quindi risultare molto utile spulciare il web alla ricerca di idee o di una galleria dei migliori prodotti o marchi, come quella presente sulla piattaforma Homelook. Perché la casa è il nostro spazio vitale, e prendersene cura richiede lo […]

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Culturalmente

Ipponatte: l’abisso e il sublime della letteratura greca

Itinerarium nella letteratura greca: un viaggio nel mondo crudo e poetico di Ipponatte Soltanto ad evocare il nome di Ipponatte, ci si sente in preda al rintocco irresistibile del giambo, al ticchettio degli scudi e al risuonare degli elmetti guerreschi, che formano un concerto metallico e sferragliante. La crudezza, la rabbia e lo sbuffo visionario della lirica, sono incarnati e miscelati sapientemente nel corpo della poesia giambica, rapidissima ed ascendente, che trova proprio in Ipponatte uno dei suoi numi tutelari, assieme ad Archiloco di Paro, Semonide di Amorgo e al romano Orazio. Spuntatadalle costole del simposio, la poesia giambica è nata nella Grecia arcaica attorno al VII secolo a.C., e i suoi temi caratterizzanti sono provocatori e dissacranti,  improntati al turpiloquio, alle oscenità, alla derisione, al ridicolo e all’invettiva. Se state pensando alla poesia giambica come ad una branca fortemente negativa della lirica, fate un respiro profondo prima di scoprire quanto vi state sbagliando: in realtà questo genere, criticando aspramente determinate cose e argomenti, punta a esortare e convincere il lettore a fare esattamente il contrario, offrendo però esempi torbidi e negativi. Sembra di sentire nelle narici l’aroma e il ritmo aspro della parakataloghé che, secondo la testimonianza di Senofonte (Simposio, cap. VI), si colloca in una zona intermedia tra recitazione e canto ed era una declamazione con accompagnamento strumentale dell’aulos.   Ipponatte e il giambo: un binomio inscindibile. Soltanto a srotolare e schiudere le labbra nella parola giambo, ci si figura l’immagine zoppicante di un vecchio, oppure di un guerriero ferito in battaglia che getta la scudo e abbandona la polvere del campo di combattimento, scappando con andatura claudicante: ed è proprio questo ritmo sghembo, imperfetto e sporco che il giambo punta a ricreare dal punto di vista metrico. Molto brevemente e senza lanciarci in tecnicismi troppo sottili (giacché esistono varie particolarità), possiamo affermare che il giambo è un tipo di piede adoperato nella metrica classica, formato da un’arsi di una sillaba breve e da una tesi di una sillaba lunga, conta tre morae. L’arsi e la tesi, nella metrica classica, indicano l’elevamento e l’abbassamento della mano, del piede o del dito, e stanno a indicare l’inizio di una serie ritmica nella scansione di un verso. La mora è un’unità di suono utilizzata in fonologia, che sta ad indicare la quantità di una sillaba, ma la sua definizione è ancora molto discussa; il termine in latino significa “ritardo”, “indugio”. Senza incastonarlo nell’orizzonte d’attesa del giambo, di Ipponatte è impossibile anche solo parlare o immaginarne un nebuloso profilo. Nebulose sono anche le notizie biografiche a noi giunte: San Girolamo lo pone nella prima metà del VII secolo a.C., seguendo erroneamente una tradizione eusebiana, mentre lo Pseudo-Plutarco lo colloca un secolo dopo, così come il Marmor Parium, un’iscrizione greca risalente alla metà del III secolo a.C., incisa su una lastra di marmo e di cui furono ritrovati vari frammenti nell’isola di Paro. Un’argomentazione a favore della tesi di una cronologia più tarda, si può raccogliere dalle stesse parole di Ipponatte, giacché ci è pervenuto un suo frammento […]

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Libri

Memoria delle mie puttane tristi: l’ultima elegia di Márquez

L’ultima elegia di Márquez, Memoria delle mie puttane tristi. Márquez non è soltanto Cent’anni di solitudine o L’amore ai tempi del colera. Nel sottobosco della produzione letteraria di Gabriel Garcìa Márquez si nascondono svariate perle dalla bellezza accecante, da apprezzare e amare come lo si farebbe con una persona in carne ed ossa. Una tra le opere più liriche e struggenti è senza dubbio Memoria delle mie puttane tristi. Per accostarsi alla lettura di quest’opera bisogna essere molto in confidenza con Márquez, ossia preparare la propria mente ad assorbire ogni sospiro proveniente da quell’universo parallelo al di là della realtà immanente, quel microcosmo magico e crudo che la penna dello scrittore colombiano sa evocare con sapienza magistrale. Bisogna abbandonare momentaneamente ogni connotazione spazio-temporale, smettere di ragionare in termini di priorità, scadenze e bisogni e rovesciare il sistema di preconcetti che sono impercettibilmente insiti in noi stessi. Memoria delle mie puttane tristi «L’inizio di una nuova vita a un’età in cui la maggior parte dei viventi è morta» Un giornalista novantenne, il giorno del suo compleanno, decide di regalarsi una folle notte d’amore con un’adolescente vergine. L’uomo, solitario e destinato a morire tra la polvere dei suoi libri e le melodie dei suoi dischi di musica classica, era abituato a pagare i suoi incontri sessuali fin dalla giovinezza, arrivando al punto di elargire denaro anche alle poche donne che non erano del mestiere. Si era rassegnato a comprare corpi e a godere di un piacere fugace e arido, rimanendo sterile nello spirito e impenetrabile a qualsiasi tipo di emozione affettiva. All’alba dei suoi novant’anni, contatta Rosa Cabarcas, proprietaria di un bordello molto rinomato in città. La sua richiesta? Concedersi una notte d’amore con un’adolescente totalmente estranea alle pratiche sessuali. Un rito d’iniziazione che nella Colombia primordiale aveva il sapore del mito, oppure l’ultima vanità di un uomo prossimo alla morte. Eppure le cose non procedono come sperato: il nostro vecchio giornalista viene colpito nelle parti più deboli della propria anima, quando vede la decadenza che segna il corpo della fanciulla, la sua integrità ancora così immacolata (che lui avrebbe dovuto portare via quasi come un rapace), il suo essere così minuta e indifesa. E riesce, così, per la prima volta a provare il piacere puramente mentale di contemplare un corpo nudo mentre dorme. Inizia a regalare a se stesso piccole attenzioni, come quella di curare il proprio aspetto fisico in previsione degli incontri con la ragazza, inizia a volersi bene e a smettere di vivere nella mediocrità di una vita passata a pretendere l’amore, a pretenderlo e a pagarlo. Il suo nuovo amore è sì a senso unico, eppure gli regala la vita, la vita sul baratro della morte, in un’età in cui tutti gli esseri viventi si apprestano a tirare le cuoia. Il nostro protagonista non s’immerge nel corpo della ragazza, eppure riesce a immergersi dentro se stesso, a scoprire nuove profondità che non pensava neppure di avere. La sua rinascita influisce anche sui suoi gusti personali, sul suo modo […]

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Libri

Ivana Leone: Forza e Libertà. Attraverso Alda Merini

Intervista ad Ivana Leone, autrice cilentana di “Forza e Libertà. Attraverso Alda Merini”. Cilentana, con un animo partenopeo, affascinata dai profumi e dai sapori di Milano, in cui ritrova sfumature e sentori cilentani, come il mare palpitante della terra e la creatività per impugnare la sua penna. Ivana Leone, autrice cilentana dal rapporto viscerale con la scrittura, si racconta a Eroica Fenice, e ci parla della sua creatura letteraria, Forza e Libertà. Attraverso Alda Merini, dedicata alla poetessa dei Navigli, alla piccola ape furibonda che nacque il ventuno a primavera. 1) Innanzitutto grazie per aver accettato di rilasciare questa intervista. Chi è Ivana Leone, se dovesse raccontarsi a chi non la conosce? 1) Il piacere è mio. Diciamo che non sono molto brava a descrivermi ma ci provo. Sono una sognatrice…amo il mare, il vento sulla pelle, la gioia, i sorrisi (quelli veri), le emozioni. Amo ridere, piangere, leggere, scrivere…Insomma, amo la vita, Tutta! Sono nata ad Agropoli ma ho vissuto a Roccadaspide fino all’età di 18 anni, piccolo paese del Cilento, con cui ho sempre avuto un rapporto di odio e amore. Gli studi universitari mi hanno portata lontana da casa e ho avuto modo di apprezzare maggiormente la mia terra, il Cilento è una terra magica fatta di profumi e acque cristalline. E’ proprio vero che quando si va via, si apprezza maggiormente ciò che abbiamo lasciato. 2) Che rapporto ha Ivana Leone con la scrittura? 2) Con la scrittura ho un rapporto viscerale. Non riesco a pensare alla mia vita senza di essa, rappresenta tutto, il mio modo di essere, il mio modo di esprimermi insomma un’amica con cui condividere tutto. Ho ancora tanto da imparare, mi piacerebbe sperimentare diverse forme di scrittura. Fino ad ora mi sono occupata principalmente di poesia e saggistica ma in futuro non escludo altro. Insomma, mi piacerebbe mettermi in gioco con altri progetti. C’è sempre da imparare, no!? 3) Quanto ha influito e influisce ancora il Cilento sulla tua attività creativa? 3) Come ho accennato prima, il Cilento è una terra magica, insomma sono una cilentana con un’anima partenopea. Spesso mi capita durante le mie passeggiate notturne milanesi, di sentire i profumi della mia terra e spesso addirittura sogno il mare ad occhi aperti. Tutto questo mi aiuta a mescolare i colori del Cilento con la magia nascosta di Milano. Anche Milano ha i suoi lati magici che bisogna saper cogliere. Insomma il Cilento e Milano per me rappresentano un mix perfetto di esplosione e creatività. 4) Perché hai scritto un libro legato ad Alda Merini? Cosa ti lega a quest’autrice? 4) Ho conosciuto per la prima volta Alda una sera in riva al mare; leggevo i suoi versi insieme all’Elogio della follia di Erasmo da Rotterdam e così è nata l’idea di scrivere la mia tesi di laurea sul tema della follia nella letteratura italiana. Da quel momento Alda mi è entrata “dentro” e non mi ha più lasciata. Dopo la laurea nel 2013 ho continuato a leggere e ad […]

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Culturalmente

Il mito di Meleagro, tra gli Argonauti e la caccia al cinghiale

I miti, con il loro carattere rituale e la loro componente selvaggia e atavica, costituiscono uno dei lembi più profondi conficcati nella storia dell’umanità, e la mitologia greca è l’involucro in cui è conservata la pelle dell’essere umano, quell’epidermide verace e piena di abrasioni e verità. Il mito di Meleagro è uno dei più conosciuti e fortunati, sia nel mondo greco e romano che in quello etrusco. Chi non ha mai visto, anche di sfuggita, l’effigie di un eroe nerboruto e prestante affiancato da un cinghiale?  Oppure quella del medesimo eroe, ma accompagnato da un cane e dal trofeo del cinghiale accanto a sé? Come è facilmente intuibile, il mito di Meleagro è strettamente collegato a quest’animale, che è la sua cifra, il suo doppio e l’entità che ha sconfitto per guadagnarsi la gloria eterna tra i numi, ma non solo: vi sorprenderete a sapere che il nome di Meleagro è saldamente allacciato anche all’avventura degli Argonauti, a Giasone e compagni. Meleagro e la sentenza delle Moire Ma partiamo dall’origine, per tratteggiare adeguatamente il profilo di questo interessante e controverso personaggio. Meleagro era figlio di Altea e di Oineo, re di Calidone, antica città dell’Etolia posta all’imbocco del golfo di Corinto. Questa paternità era abbastanza incerta, dal momento che si diceva fosse in realtà figlio di Ares in persona, dio della guerra, che era riuscito a far innamorare sua madre Altea. Sulla fronte del piccolo Meleagro iniziò però a pendere fin da subito un’atroce condanna:le tre Moire, depositarie degli intricati fili del destino, si presentarono al suo cospetto.  La sentenza fu fulminea: secondo Cloto, Meleagro avrebbe manifestato indole e lignaggio nobili, secondo Lachesi, avrebbe raggiunto una formidabile gloria eroica sul campo di battaglia, ma secondo Atropo, la sua vita sarebbe stata precaria e orribile. Sì, perché secondo Atropo, la vita di Meleagro era appesa alle braci di un tizzone ardente: al suo consumarsi, la vita di Meleagro si sarebbe interrotta. La sua vita e la sua morte erano dipendenti da quelle braci che ci consumavano come il dipanarsi dei fili delle Moire. Altea, per impedire il consumarsi prematuro della vita del figlio, tolse il tizzone dalle braci e lo conservò gelosamente in una cassa nascosta. Meleagro, tra Argonauti e caccia al cinghiale Meleagro crebbe sano e forte, mentre il tizzone era al sicuro nella cassa, come se il funesto vaticinio non fosse mai stato pronunciato da Atropo. Divenne un eccellente lanciatore di giavellotto, e Apollonio Rodio lo annovera tra gli Argonauti, anche se non riferisce nulla di eclatante riguardo qualche sua impresa particolare. Si unì anche in matrimonio con Cleopatra Alcione, figlia di Idas e Marpessa, e con lei ebbe la figlia Polidora, nota per essere la moglie del guerriero acheo Protesilao. Ma ciò che è rimasto impresso in maniera rilevante sulla cartapesta del mito di Meleagro, è l’avvenimento della caccia al cinghiale. Come tutto ciò che riguarda le divinità e le cose sacre, l’antefatto scatenante è sempre improntato ad offese capaci di far incapricciare gli abitanti dell’Olimpo: si narra che […]

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Musica

Nell’universo di Luciano Tarullo: intervista a un cantautore cilentano

Luciano Tarullo: dal Cilento alla sua “Isola”, passando per Sanremo Rock. Intervista al cantautore originario di Agropoli Cilento e musica: un connubio inscindibile di cui si sente parlare sempre più spesso, come se in quei lembi di terra a Sud di Salerno si annidasse un’energia creatrice, feconda e vivida, a dispetto della desolazione delle sue vie di comunicazione e delle sue problematiche. Uno dei nomi di maggior spicco che risuonano in Cilento, è certamente quello di Luciano Tarullo, cantautore originario di Agropoli. Con lui abbiamo toccato, in un discorso che si è prospettato come un viaggio scosceso e interessante, punti cardinali che ci hanno portato dalla situazione culturale del Cilento alla musica, dalla condizione dei giovani che si accingono a fare arte fino ad approdare a temi più personali della storia intima di Luciano. Lasciamo la parola a lui, direttamente, per inerpicarci nell’universo di questo artista. Ciao Luciano, innanzitutto grazie per aver accettato di rilasciare questa intervista. Ti pongo la domanda più banale, o difficile di tutte: chi è Luciano Tarullo e come lo racconteresti a chi non lo conosce? Luciano è prima di tutto un sognatore. Un ragazzo che punta sempre in alto ma che cerca di rimanere sempre con i piedi ben piantati a terra. Sono un tipo semplice, genuino e cerco di trasferire questo mio modo di essere anche nella musica e nella scrittura delle canzoni. Chi mi conosce bene sa che quello che scrivo rappresenta in pieno quello che sono nella vita di tutti i giorni. Questo è un rischio molto grande da un certo punto di vista, perché significa mettersi completamente a nudo, svelare completamente la propria anima agli altri, ma è anche l’unico modo che conosco per dire delle cose importanti attraverso la musica. Che rapporto hai con la musica? Le tue principali influenze e i “padri” da amare e uccidere. Ho un rapporto molto forte con la musica ma per niente ossessivo. Amo scrivere. Trovo che la canzone sia la forma di comunicazione più diretta e immediata che ci sia. Il rock è energia pura e mi piace utilizzare spesso questo linguaggio perché rappresenta a pieno il mio modo di essere. D’altra parte non sono bramoso di “successo” anche se, come ho detto prima, mi piace sognare in grande ed è anche giusto farlo quando dietro ad una canzone, ad un album, c’è tantissimo lavoro. Però preferisco sempre una sola persona che si emozioni ascoltando una mia canzone che 100 apatici like su Facebook. Mi chiedevi poi dei miei “padri”, come ho detto già tante volte in questi ultimi mesi non sarei nessuno senza aver ascoltato Battisti, De Gregori, De Andrè, Fossati, Vasco etc, tutti i grandi cantautori italiani, che amo molto e che non ho bisogno di “uccidere”. Sei originario di Agropoli. Cosa pensi della situazione musicale in Cilento? Domanda di riserva? A parte gli scherzi. Credo davvero che ci sia ancora molto pressapochismo, soprattutto da parte degli organizzatori di situazioni “live”. E purtroppo lo dico a malincuore. Non vedo che c’è […]

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Libri

Dio e il cinema: intervista a Donato Placido

Intervista a Donato Placido: quattro chiacchiere con l’autore dopo l’uscita di “Dio e il cinema”, scritto insieme ad Antonio G. D’Errico. Dopo l’uscita dell’intenso, sofferto e viscerale memoriale di Donato Placido, Dio e il cinema, scritto a quattro mani con Antonio G. D’Errico, ora raccogliamo la sua voce, il suo barlume di verità. La sua voce diretta, pura e che risuona come un eco distillato dalle pagine del suo libro, ci viene offerta senza filtri. E noi la riceviamo, perché non c’è miglior modo di sviscerare un libro che ascoltare il movimento delle labbra del suo autore. 1. Buongiorno Donato, innanzitutto grazie mille per la disponibilità. Direi di cominciare con la domanda più banale e semplice, o forse la più difficile: chi è Donato Placido e come si racconterebbe a chi non lo conosce? Buongiorno a te cara Monica. Ringrazio Eroica Fenice per l’intervista. Mi chiedi: chi è Donato Placido? In realtà conoscersi, raccontarsi, osservare se stesso e i propri pensieri, come tu stessa hai detto, è semplice ma nello stesso tempo anche maledettamente difficile. Io ho appena finito di raccontarmi in un memoir, intitolato Dio e il cinema, pubblicato dalla casa editrice calabrese Ferrari Editore. Mi ha proposto questo libro Antonio G. D’Errico e ho accettato questo progetto perché mi permetteva di vivere una sorta di profondo guardarmi. D’Errico mi ha intervistato al telefono tantissime volte, ovviamente registrando tutto, e io ho raccontato me stesso con l’onestà e l’autenticità che vivono da sempre nel mio DNA di uomo e di artista. Il mio è stato un viaggio tra memorie sedimentate, riflessioni e risonanze dell’anima. Ho risvegliato i ricordi per riviverli con la mente di oggi, ma ho voluto anche far uscire la mia cosmologia personale, il mio punto di vista sulle cose e sul mondo, con uno sguardo metafisico: ecco perché Dio. 2. Leggendo il tuo libro, si evincono le memorie di un’infanzia trascorsa in Puglia. Quali sono i tuoi ricordi, le sensazioni e suggestioni legate al profondo Sud dell’Italia e come hanno influito sul tuo percorso artistico? Ho viaggiato molto per lavoro, spostandomi da un posto all’altro per lunghi periodi, ma il Sud me lo porto dentro: è la mia casa, perché è il luogo in cui sento il ritorno. 3. E di Milano invece? Come è stato il passaggio da un mondo a un altro? Colgo l’occasione per chiederti come ti sei approcciato al mondo dello spettacolo. Milano è la città dove ho frequentato l’Accademia del Piccolo Teatro, una realtà culturale importantissima, fondata da Giorgio Strehler nel 1986. Sono orgoglioso di averne fatto parte, perché è stata un’esperienza illuminante non solo per la mia formazione attoriale ma anche nel mio rapporto con la poesia e con la corporalità della parola. L’approccio con il mondo dello spettacolo è nato, invece, quasi per una sorta di scommessa con me stesso. Una scommessa che si rivelò vincente, soprattutto all’inizio, perché ricevetti da subito offerte importanti come la miniserie mistery, prodotta dalla RAI Il fauno di marmo, con Orso Maria Guerrini […]

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Libri

Donato Placido e Antonio G. D’Errico: una vita maledetta tra cielo e terra (Recensione)

Donato Placido e Antonio G. D’Errico, sodalizio letterario intriso di sangue e ricordi, una vita maledetta tra cielo e terra: Dio e il cinema. Sfogliare le pagine di Dio e il cinema, edito da Ferrari Editore è frutto del sodalizio letterario tra l’attore, scrittore e drammaturgo Donato Placido e lo scrittore, poeta e sceneggiatore Antonio G. D’Errico, equivale a maneggiare delle sottilissime lame di carta e inchiostro, capaci di scavare dei taglietti precisi e brucianti nel centro dell’infanzia e della storia familiare di ciascuno di noi. Dio e il cinema non è soltanto la biografia del fratello di Michele Placido concepita come concatenazione di eventi ordinati secondo un criterio cronologico, ma è un libro che gronda sangue rosso vivo, sogni infantili profumati di radici mediterranee e guizzi adulti che seguono i contorni di un vero e proprio romanzo di formazione. Dio e il cinema: un racconto sofferto e intimo, che ha il sapore del romanzo di formazione. Dio e il cinema comincia come il sogno lucido e lirico di due bambini cresciuti tra i fili d’erba e le campagne della provincia di un Sud Italia primordiale e primigenio e ha il mistero iniziatico dei riti di passaggio e del battesimo di due giovani menti con la scintilla dell’arte, esplosa in tutta la sua potenza liberatrice e creativa. Le due menti pure di Michele e Donato vivono in una simbiosi atipica, un gemellaggio necessario e istintivo, come se l’uno si cibasse dell’altro con una fame proveniente dall’amore e dall’urgenza: due menti che si nutrono dell’odore dell’arte, dei monologhi dei grandi autori teatrali e di cinema, e che intrecciano le loro velleità con i sussulti che scuotono il grande ventre della provincia del Sud. Lo sfondo dell’infanzia di Michele e Donato Placido è punteggiato di campi, di piazze di paese, di terra arida e feconda, di volti rugosi e mani callose che accompagnano lo sviluppo emotivo dei due giovani artisti, facendoli fiorire e sbocciare con il sale del sacrificio e della spietatezza che è propria solo di certi paesini confinati nell’ombelico della penisola. Le pagine che narrano di un giovanissimo Michele Placido che declama, in mezzo alla piazza del paese, un pezzo del Giulio Cesare di Shakespeare e che si immedesima nel ruolo di Marco Antonio, sono stridenti e sferzanti. Sferzanti come un colpo di frusta lungo le vertebre, perché rivelano gli insulti della platea del paesino, rivolti a quel ragazzo che osava rivelare il corpo nudo della loro mediocrità, colpendoli con la scarica di mitraglia della poesia. Lo sciame famelico del pubblico non risparmia le passioni del giovane Michele Placido, apostrofandolo, in modo canzonatorio, come “l’attore”. Il giovane Michele era “l’attore”, e quell’”attore”, pronunciato dalle bocche linguacciute del popolo, era un insulto alla forza emancipatrice di un ragazzo che aveva commesso il peggiore dei crimini: fare ciò che si ama. E farlo spudoratamente bene. «L’attore…» «Guagliò! Vidi do t’hai ‘a i’!» Donato guardava Michele con la stessa curiosità con cui si guardano i prodigi della natura. Michele aveva fame di sapere, voleva studiare […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Pier Paolo Calzolari al Museo Madre: una mostra che non fa rumore

Pier Paolo Calzolari al Museo Madre dall’8 giugno al 30 settembre: Painting as a butterfly, una mostra che non fa rumore Se dovessimo pensare al mondo di Pier Paolo Calzolari trasposto al Madre, ci verrebbe in mente un viaggio: un viaggio serpentino che ha in sé le scaglie di un rettile e la polvere delle ali di una farfalla, quella che è presente nel titolo della retrospettiva dedicata esclusivamente alla produzione pittorica e disegnativa di Calzolari, Painting as a butterfly, presente al Museo Madre (Fondazione Donnaregina per le arti contemporanee) dall’8 giugno al 30 settembre 2019. Calzolari, uno dei più importanti artisti italiani contemporanei, ed esponente a partire dagli anni Sessanta delle ricerche afferenti all’Arte Povera, ha accolto la stampa il 7 giugno al Madre, all’anteprima stampa della sua retrospettiva, e guardarlo negli occhi è stato come penetrare il mistero di uomo che sa di aver scritto la storia dell’arte italiana, ma che rimane arroccato in una semplicità disarmante e quasi scandalosa, poiché si tende a incensare gli artisti, a farne icone e quasi a stuprarli, ma Calzolari è lì, rassicurante e disadorno, e ti affida una massima che sembra una sententia ciceroniana: non bisogna guardare le sue opere tentando di operare chissà quale masturbazione mentale o intellettuale, ma bisogna polverizzare il momento, goderselo cercando di lasciarsi alle spalle il proprio bagaglio culturale e il proprio vissuto. Approcciarsi all’opera di Calzolari, nume dell’arte povera, richiede un ritorno alla verginità mentale, all’occhio primigenio e scevro da contaminazioni. Una mostra che non fa rumore, spazio dell’armistizio e arte dell’attesa: nelle viscere del mondo di Pier Paolo Calzolari L’approccio all’arte di Calzolari richiede una tabula rasa autoimposta silenziosamente e faticosamente, con un sacrificio che ricorda quello della Passione di Cristo. Le uniche guide ammesse in questo viaggio di ritorno ad un’Itaca fatta di ghiaccio e piombo, sono soltanto Andrea Viliani e Achille Bonito Oliva, nocchieri della Ναῦς di Pier Paolo Calzolari. Il suo mondo di muschio, legno, foglie di tabacco e colori miscelati con il sapore robusto della natura, lascia sulle papille gustative una sensazione di materiale organico e radici. Le parole di Achille Bonito Oliva parlano di un artista erotico, erratico ed eretico, da pronunciare tutto d’un fiato, e ciò illumina i chiaroscuri dell’opera di Calzolari, che allestisce una vera e propria pittura dell’attesa, un movimento fisico di nomadismo e avvicinamento. Il ghiaccio conferisce una luce bianca purissima e difficile da trovare in natura, e il fuoco è il suo opposto e il suo lato complementare: il fuoco è parte attiva di una delle opere principali di Calzolari, una tela dal rosso quasi pompeiano, annerita e consunta dallo sbuffo di un mangiafuoco. Quell’annerimento, quella bruciatura, è parte principe dell’opera, è quella farfalla dalle ali bruciate che mostra all’uomo la corrosione e la consunzione, un erotismo della vanitas. L’erotismo è sublimato anche nella donna-fiore, in cui la carne vibrante del corpo femminile sembra raggiungere la solidità delle figure marmoree: la moda veste l’umanità, ma l’arte, l’arte di Calzolari, la mette a nudo. Un caleidoscopio di figure e colori a volte […]

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Musica

Simone Vignola e il suo Naufrago

Simone Vignola e il suo “Naufrago”: l’ultima fatica di un artista poliedrico e dalle mille risorse | Recensione Parlare di Simone Vignola cercando di inglobare tutti i suoi poliedrici interessi è un po’ come provare ad arginare il mare, giacché il suo mondo è un caleidoscopio di musica rifrangente e dai mille rispecchiamenti. Abbiamo provato ad insinuarci nei meandri del suo universo, ascoltando “Naufrago“, che già dal titolo ricalca quel prototipo del viaggio incessante, oceanico e omerico nel gorgo della musica. Classe 1987, nato ad Avellino, Simone Vignola è un cantautore e polistrumentista: il basso elettrico è il suo strumento di espressione principale, su cui riversa tutto se stesso, i suoi virtuosismi e il suo talento, così come l’utilizzo particolare della loop-station nelle sue esibizioni. Molti sono stati i traguardi raggiunti da Simone Vignola: nel 2008 vince il prestigioso concorso “EuroBass Contest” (Miglior bassista emergente d’Europa) e nel 2010 il “BOSS Loop Contest” (Best Italian Looper). Nel corso della sua carriera da solista pubblica ben 5 album, di cui 3 in lingua inglese, ristampati anche in Japan Edition. Vignola realizza le sue creature, i suoi dischi, in maniera completamente autonoma, suonando tutti gli strumenti, cantando e pensando anche al missaggio e all’arrangiamento: un vero e proprio factotum e stacanovista ed è questa sua ostinata indipendenza il motore dei suoi lavori. Nonostante la sua granitica e incrollabile autonomia, Simone Vignola non disdegna la partecipazione di altri artisti ai suoi album: ricordiamo, a tal proposito, i featuring con la cantante nipponica Naoryu (nel brano “Vado avanti”) e con il trombettista jazz Fabrizio Bosso (nel brano “Passion vs Regression”). Inoltre, Simone Vignola è stato ospite ai maggiori festival dedicati al basso elettrico, ossia European BassDay, AsterBASS, EuroBassDay,  in Italia, Germania, Olanda e Stati Uniti. Con il suo loop-show apre il Tour Italiano 2011 dei Level 42, il Tour Italiano 2013 dei Jutty Ranx, concerti per Caparezza, Richard Bona, Scott Kinsey e altri. Inoltre, è presente sulle copertine di Bass Magazine (Giappone) e Linha de Frente (Brasile). Simone Vignola è accolto con entusiasmo anche dalla diffusione radiofonica, con “Love Song” (Rotazione su NHK Japan e Radio Rai1), “The Time Flows” (Top100 Indie Music Like), “Sul Cesso” (Rotazione su oltre 200 radio Italiane) e “Mi sento meglio” (Rotazione Radio Lattemiele, “Artista della settimana” MTV New Generation). Oltre a tutta questa carrellata di cose, che soltanto ad elencarle si percepisce la misura e la vastità della sua vita, Simone Vignola è anche dimostratore ed endorser con alcuni dei maggiori brand di strumenti musicali come Orange Amps, TC Helicon, TC Electronic e tanti altri. “Naufrago“, la sua ultima creatura, è stata finanziata tramite una campagna di fundraising, su Musicraiser, e si nutre proprio dal naufragio, dall’opera di novantanove impavidi e valorosi navigatori che hanno deciso di lasciare la propria impronta sull’isola di Vignola. Ma ora immergiamoci, coi piedi e con la mente, nell’acqua fluviale, torrentizia e grondante di “Naufrago“, musica e testi di Simone Vignola. Un viaggio, un incontro d’anime: “Naufrago” di Simone Vignola Erri De Luca, […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Un nuovo concept per l’aperitivo al Kestè: si parte con Alessandro Cocchia

Un nuovo concept per l’aperitivo al centro storico di Napoli: al Kesté si parte il 16 maggio con una  sessione di live painting Il tramonto, quando le pietre del centro storico di Napoli cominciano a sussurrare le loro storie all’imbrunire, e il cielo comincia a tingersi di colori allucinati ed evanescenti, è il momento ideale per rimanere sospesi a mezz’aria, in uno stupore metafisico. E magari godere di un buon aperitivo, tra le ombre e il fresco della piazza più famosa del centro storico. Non aperitivo “fine a se stesso”, ma stuzzicato e solleticato da altro, innaffiato da arte e cultura, irrorato da uno spirito dell’”altrove” che è poi lo spirito autentico e puro di Napoli. Ed è proprio su una tensione verso “l’altrove” e il dialogo con le arti e le discipline, che si fonda il nuovo concept per l’aperitivo al Kestè, che propone una tripartizione articolata in tre giorni della settimana, giovedì, venerdì e sabato, ognuno di essi diverso e con una propria dinamica interna: si parte il 16 maggio con una sessione di live painting firmata Alessandro Cocchia. Cosa propone il Kesté per l’aperitivo il giovedì, il venerdì e il sabato? Intanto iniziamo col live painting di Alessandro Cocchia e il suo San Gennaro in chiave rivisitata. Il giovedì è la volta dell’ “ApertiArt- Live Painting & vinili”: la piazzetta del Kestè si tramuterà, ogni giovedì dalle ore 18 in poi, in un cantiere artistico dove sbizzarrirsi e dare sfogo alla propria creatività, osservare artisti tingere con il proprio talento la collezione di tavoli del Kestè e, perché no, dilettarsi anche a dare il proprio contributo, servendosi degli appositi spazi bianchi. Il tutto sarà accompagnato da una colonna sonora, da un’accurata selezione musicale in vinile, a firma delle crew Kestè Black Jam, Funkool, Vinyl Box e Kinky Sound. Una vera e propria officina di arte, idee e condivisione, il tutto intrecciato in un format originale che si svincola dall’ovvietà, dal già detto e dal già fatto, per cogliere le esigenze primigenie e artistiche che sono da sempre sopite sotto il manto pesante della città. Il venerdì, dalle 18:30 in poi, tocca invece a “Posteggia e Tammorra”, con la tradizione sdoganata dai live di pusteggia classica napoletana e tammorra, in compagnia della paranza di Vico Pazzariello, l’associazione culturale con sede nell’omonimo vico. Il sabato, invece, dalle 18, Green Aperitive + “Pollicini verdi”, un connubio originale tra sensibilizzazione sul tema della green economy e giochi e intrattenimento per i più piccoli. Giovedì 16 maggio, abbiamo cominciato con il live painting di Alessandro Cocchia, poliedrico artista che, sul suo sito, si definisce “visual surfer”, avviluppato strettamente tra le onde della sua Partenope di cui ha disegnato il profilo stilizzato, essenziale e incarnato nel volto di San Gennaro, che troneggia in una sala interna del Kesté, e che è ormai meta di pellegrinaggio da parte degli studenti che vanno a pregare al suo cospetto prima di un esame. Al Kesté ci ha regalato un momento di condivisione e arte tra sacro e […]

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Recensioni

Ranavuottoli: nei panni delle sorellastre di Cenerentola al Piccolo Bellini

Ranavuottoli al Piccolo Bellini, dal 14 al 19 maggio: una fiaba deformata, sviscerata e stiracchiata, vista attraverso gli occhi delle due perdenti, Genoveffa e Anastasia. Ranavuottoli: il suono onomatopeico di questa parola, come per associazione istintiva, instilla nelle nostri menti il gracidare di un grosso rospo, dall’aspetto conturbante e magari piazzato sull’orlo di uno stagno. Ranavuottoli: se Cenerentola fosse nata a Napoli, e avesse passato il suo tempo a strizzare stracci e pulire i pavimenti di un vascio napoletano, le sue due sorelle sarebbero state sicuramente dei ranavuottoli, dagli occhi vuoti e velenosi, l’aspetto sgradevole e la lingua biforcuta capace di tagliare il ferro come se fosse burro. Ed è proprio da questa deformazione, che ricorda il grottesco dei cunti di Basile, che nasce lo spettacolo Ranavuottoli  di Roberto Russo e Biagio Musella, a regia di Lello Serao, con Nunzia Schiano, Biagio Musella, Vincenzo Esposito e con la partecipazione in video di Sergio Assisi, Giovanni Esposito, Niko Mucci, Carmen Pommella, Claudia Puglia. Assistere a questo spettacolo significa ritrovarsi scalzi, abbandonare l’acqua placida del mare ed entrare pian piano nelle acque paludose, stagnanti e rimorte dove si bagnano gli imperfetti, gli imprecisi e le cose spezzate. Assistere a Ranavuottoli vuol dire fare spazio alla propria parte rotta e imperfetta, prenderla per mano e farla sedere accanto a sé, nella poltrona del Piccolo Bellini, e trovare il coraggio di guardare questa nostra estensione con rispetto, ironia e brillante leggerezza, smettendo una volta per tutti di sentirci un grumo di cellule informi e senza scopo. Il rovesciamento della fiaba di Cenerentola: non più dalla parte della perfezione di Cenerentola, ma da quella di Anastasia e Genoveffa. Ranavuottoli è uno spettacolo da guardare stringendo saldamente quella parte di noi brutta, rattoppata, rattrappita, che ha sempre urlato per farsi ascoltare e che abbiamo sempre stiracchiato e deformato per cercare di farla accettare al mondo, nascondendola e indorandola come si fa con le pillole troppo dure e difficili da ingoiare. A prima vista, sembrerebbe soltanto uno spettacolo brillante, favorito anche dal linguaggio fresco, colorito e ricco di umori, ma è invece un’elegia amarognola e zuccherata al tempo stesso, di miele e di piccante, che analizza i corpi delle due sorellastre, i ranavuottoli Genoveffa e Anastasia, interpretate magistralmente da un istrionico e camaleontico Biagio Musella e da una rassicurante e quasi materna Nunzia Schiano. La loro recitazione è corporale  e dialettale, e affonda le mani nelle budella della fiaba, torcendole e strizzandole fino a farle penzolare su uno specchio incrinato, che consegna l’immagine di due sorelle che abitano in “Via delle Brutte, 2”, e che hanno fatto della bruttezza il loro stendardo e il loro vessillo, esibendola con una fierezza volgare quasi da vaiasse. Cenerentola? Diviene subito la cessa, l’antitesi dello specchio che consegna una perfezione odiosa e quasi disgustosa, una Cenerentola destinata a una vita densa di ipocrisie e storie d’amore destinate al fallimento, mentre invece la bruttezza delle due sorellastre diviene confortevole, e viene “protetta” sulla scena da una cortina abbassata e trasparente, che rende però tutto fumoso ed evanescente come una visione […]

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Teatro

Mater Camorra e i suoi figli: zoomorfismo e poesia al Teatro Instabile

Mater Camorra e i suoi figli al Teatro Instabile Napoli “Michele Del Grosso”: zoomorfismo, cruda bestialità e poesia.   Sembra quasi di scendere nell’Ade, calpestando le tavole di legno e respirando l’odore dei corpi, delle scenografie e della folla disposta a cerchio, come in un anfiteatro romano. Questa l’atmosfera che si respira al Teatro Instabile Napoli “Michele Del Grosso”, ruvida e verace perla custodita nello scrigno del centro storico, proprio imboccando il Vico Fico al Purgatorio: dal 10 maggio al 12 maggio, il Teatro Instabile ospita “Mater Camorra e i suoi figli”, adattamento da Brecht di Gianni Sallustro e Nicla Tirozzi, che sono anche i protagonisti dello spettacolo. Lo spettacolo è dedicato a Gaetano  Montanino, a dieci anni dalla sua morte, riconosciuto “vittima del dovere”, con decreto del capo della polizia del 13 marzo 2013, e a tutti i corpi dilaniati e straziati da una macchina cannibale che lacera le carni e i tendini dei figli di quella Mater Camorra che non smette mai di compiere dolorosi parti. Chiunque vorrà vedere questo spettacolo, dovrà armarsi di un solido equilibrio interiore, perché il rischio di risalire dagli inferi col volto bagnato di lacrime e salsedine è altissimo: l’impatto emotivo dello spettacolo tocca le fibre e i nervi più scoperti del corpo degli spettatori, investendoli con luci accecanti, rumori di giungla e stalla, ululati, belati, pigolii e strepitii animali. Un coacervo di attori, giovanissimi, vestiti di nero e con soldi sporchi di sangue appiccicati addosso come sanguisughe, circondano il palco come se fossero fiere scalpitanti, pronte ad azzannare lo spettatore e a morderlo alle caviglie: in uno zoomorfismo inquietante e sensuale al tempo stesso, assumono le sembianze di gatti che si strusciano sulle gambe dello spettatore e gli fanno le fusa, di cani che abbaiano furiosi dalla balconata che sembra un ring, di serpenti che strisciano melliflui e viscidi, mostrando la lingua e le spire, e di volatili che pigolano e camminano in modo ridicolo, in un misto di incredulità e goffaggine. Mater Camorra prende i suoi figli quando sono puri, vergini, e li mastica e li rimescola, sputandoli dalle sue fauci trasfigurati in belve grottesche, in caricature di animali, in subumani che non hanno nelle pieghe del volto nessun tratto umano.   La brutalità di una madre che trasfigura i suoi figli in bestie Parlare di questo spettacolo elencando freddamente una trama, come se si parlasse della lista della spesa o del corredo di nozze, non è possibile proprio perché si sviluppa per immagini, per visioni o, se vogliamo, per allucinazioni. Lo spettatore entra in una spirale di allucinazioni e di vortici onirici, in cui è guidato dalla figura pregnante e quasi titanica di  Madre Coraggio, ossia Anna ‘a  Squarciona, interpretata magistralmente da Nicla Tirozzi, che traina un carro che, sui quattro lati, è intarsiato con quattro sculture che raffigurano le capuane Matres Matutae, che custodiscono i misteri delle vita come delle sfingi imperscrutabili. Nicla Tirozzi non si risparmia sul palco, è materna, rassicurante, ma anche minacciosa e potente come un […]

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