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Eroica Fenice

Libri

Donato Placido e Antonio G. D’Errico: una vita maledetta tra cielo e terra (Recensione)

Donato Placido e Antonio G. D’Errico, sodalizio letterario intriso di sangue e ricordi, una vita maledetta tra cielo e terra: Dio e il cinema. Sfogliare le pagine di Dio e il cinema, edito da Ferrari Editore è frutto del sodalizio letterario tra l’attore, scrittore e drammaturgo Donato Placido e lo scrittore, poeta e sceneggiatore Antonio G. D’Errico, equivale a maneggiare delle sottilissime lame di carta e inchiostro, capaci di scavare dei taglietti precisi e brucianti nel centro dell’infanzia e della storia familiare di ciascuno di noi. Dio e il cinema non è soltanto la biografia del fratello di Michele Placido concepita come concatenazione di eventi ordinati secondo un criterio cronologico, ma è un libro che gronda sangue rosso vivo, sogni infantili profumati di radici mediterranee e guizzi adulti che seguono i contorni di un vero e proprio romanzo di formazione. Dio e il cinema: un racconto sofferto e intimo, che ha il sapore del romanzo di formazione. Dio e il cinema comincia come il sogno lucido e lirico di due bambini cresciuti tra i fili d’erba e le campagne della provincia di un Sud Italia primordiale e primigenio e ha il mistero iniziatico dei riti di passaggio e del battesimo di due giovani menti con la scintilla dell’arte, esplosa in tutta la sua potenza liberatrice e creativa. Le due menti pure di Michele e Donato vivono in una simbiosi atipica, un gemellaggio necessario e istintivo, come se l’uno si cibasse dell’altro con una fame proveniente dall’amore e dall’urgenza: due menti che si nutrono dell’odore dell’arte, dei monologhi dei grandi autori teatrali e di cinema, e che intrecciano le loro velleità con i sussulti che scuotono il grande ventre della provincia del Sud. Lo sfondo dell’infanzia di Michele e Donato Placido è punteggiato di campi, di piazze di paese, di terra arida e feconda, di volti rugosi e mani callose che accompagnano lo sviluppo emotivo dei due giovani artisti, facendoli fiorire e sbocciare con il sale del sacrificio e della spietatezza che è propria solo di certi paesini confinati nell’ombelico della penisola. Le pagine che narrano di un giovanissimo Michele Placido che declama, in mezzo alla piazza del paese, un pezzo del Giulio Cesare di Shakespeare e che si immedesima nel ruolo di Marco Antonio, sono stridenti e sferzanti. Sferzanti come un colpo di frusta lungo le vertebre, perché rivelano gli insulti della platea del paesino, rivolti a quel ragazzo che osava rivelare il corpo nudo della loro mediocrità, colpendoli con la scarica di mitraglia della poesia. Lo sciame famelico del pubblico non risparmia le passioni del giovane Michele Placido, apostrofandolo, in modo canzonatorio, come “l’attore”. Il giovane Michele era “l’attore”, e quell’”attore”, pronunciato dalle bocche linguacciute del popolo, era un insulto alla forza emancipatrice di un ragazzo che aveva commesso il peggiore dei crimini: fare ciò che si ama. E farlo spudoratamente bene. «L’attore…» «Guagliò! Vidi do t’hai ‘a i’!» Donato guardava Michele con la stessa curiosità con cui si guardano i prodigi della natura. Michele aveva fame di sapere, voleva studiare […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Pier Paolo Calzolari al Museo Madre: una mostra che non fa rumore

Pier Paolo Calzolari al Museo Madre dall’8 giugno al 30 settembre: Painting as a butterfly, una mostra che non fa rumore Se dovessimo pensare al mondo di Pier Paolo Calzolari trasposto al Madre, ci verrebbe in mente un viaggio: un viaggio serpentino che ha in sé le scaglie di un rettile e la polvere delle ali di una farfalla, quella che è presente nel titolo della retrospettiva dedicata esclusivamente alla produzione pittorica e disegnativa di Calzolari, Painting as a butterfly, presente al Museo Madre (Fondazione Donnaregina per le arti contemporanee) dall’8 giugno al 30 settembre 2019. Calzolari, uno dei più importanti artisti italiani contemporanei, ed esponente a partire dagli anni Sessanta delle ricerche afferenti all’Arte Povera, ha accolto la stampa il 7 giugno al Madre, all’anteprima stampa della sua retrospettiva, e guardarlo negli occhi è stato come penetrare il mistero di uomo che sa di aver scritto la storia dell’arte italiana, ma che rimane arroccato in una semplicità disarmante e quasi scandalosa, poiché si tende a incensare gli artisti, a farne icone e quasi a stuprarli, ma Calzolari è lì, rassicurante e disadorno, e ti affida una massima che sembra una sententia ciceroniana: non bisogna guardare le sue opere tentando di operare chissà quale masturbazione mentale o intellettuale, ma bisogna polverizzare il momento, goderselo cercando di lasciarsi alle spalle il proprio bagaglio culturale e il proprio vissuto. Approcciarsi all’opera di Calzolari, nume dell’arte povera, richiede un ritorno alla verginità mentale, all’occhio primigenio e scevro da contaminazioni. Una mostra che non fa rumore, spazio dell’armistizio e arte dell’attesa: nelle viscere del mondo di Pier Paolo Calzolari L’approccio all’arte di Calzolari richiede una tabula rasa autoimposta silenziosamente e faticosamente, con un sacrificio che ricorda quello della Passione di Cristo. Le uniche guide ammesse in questo viaggio di ritorno ad un’Itaca fatta di ghiaccio e piombo, sono soltanto Andrea Viliani e Achille Bonito Oliva, nocchieri della Ναῦς di Pier Paolo Calzolari. Il suo mondo di muschio, legno, foglie di tabacco e colori miscelati con il sapore robusto della natura, lascia sulle papille gustative una sensazione di materiale organico e radici. Le parole di Achille Bonito Oliva parlano di un artista erotico, erratico ed eretico, da pronunciare tutto d’un fiato, e ciò illumina i chiaroscuri dell’opera di Calzolari, che allestisce una vera e propria pittura dell’attesa, un movimento fisico di nomadismo e avvicinamento. Il ghiaccio conferisce una luce bianca purissima e difficile da trovare in natura, e il fuoco è il suo opposto e il suo lato complementare: il fuoco è parte attiva di una delle opere principali di Calzolari, una tela dal rosso quasi pompeiano, annerita e consunta dallo sbuffo di un mangiafuoco. Quell’annerimento, quella bruciatura, è parte principe dell’opera, è quella farfalla dalle ali bruciate che mostra all’uomo la corrosione e la consunzione, un erotismo della vanitas. L’erotismo è sublimato anche nella donna-fiore, in cui la carne vibrante del corpo femminile sembra raggiungere la solidità delle figure marmoree: la moda veste l’umanità, ma l’arte, l’arte di Calzolari, la mette a nudo. Un caleidoscopio di figure e colori a volte […]

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Musica

Simone Vignola e il suo Naufrago

Simone Vignola e il suo “Naufrago”: l’ultima fatica di un artista poliedrico e dalle mille risorse | Recensione Parlare di Simone Vignola cercando di inglobare tutti i suoi poliedrici interessi è un po’ come provare ad arginare il mare, giacché il suo mondo è un caleidoscopio di musica rifrangente e dai mille rispecchiamenti. Abbiamo provato ad insinuarci nei meandri del suo universo, ascoltando “Naufrago“, che già dal titolo ricalca quel prototipo del viaggio incessante, oceanico e omerico nel gorgo della musica. Classe 1987, nato ad Avellino, Simone Vignola è un cantautore e polistrumentista: il basso elettrico è il suo strumento di espressione principale, su cui riversa tutto se stesso, i suoi virtuosismi e il suo talento, così come l’utilizzo particolare della loop-station nelle sue esibizioni. Molti sono stati i traguardi raggiunti da Simone Vignola: nel 2008 vince il prestigioso concorso “EuroBass Contest” (Miglior bassista emergente d’Europa) e nel 2010 il “BOSS Loop Contest” (Best Italian Looper). Nel corso della sua carriera da solista pubblica ben 5 album, di cui 3 in lingua inglese, ristampati anche in Japan Edition. Vignola realizza le sue creature, i suoi dischi, in maniera completamente autonoma, suonando tutti gli strumenti, cantando e pensando anche al missaggio e all’arrangiamento: un vero e proprio factotum e stacanovista ed è questa sua ostinata indipendenza il motore dei suoi lavori. Nonostante la sua granitica e incrollabile autonomia, Simone Vignola non disdegna la partecipazione di altri artisti ai suoi album: ricordiamo, a tal proposito, i featuring con la cantante nipponica Naoryu (nel brano “Vado avanti”) e con il trombettista jazz Fabrizio Bosso (nel brano “Passion vs Regression”). Inoltre, Simone Vignola è stato ospite ai maggiori festival dedicati al basso elettrico, ossia European BassDay, AsterBASS, EuroBassDay,  in Italia, Germania, Olanda e Stati Uniti. Con il suo loop-show apre il Tour Italiano 2011 dei Level 42, il Tour Italiano 2013 dei Jutty Ranx, concerti per Caparezza, Richard Bona, Scott Kinsey e altri. Inoltre, è presente sulle copertine di Bass Magazine (Giappone) e Linha de Frente (Brasile). Simone Vignola è accolto con entusiasmo anche dalla diffusione radiofonica, con “Love Song” (Rotazione su NHK Japan e Radio Rai1), “The Time Flows” (Top100 Indie Music Like), “Sul Cesso” (Rotazione su oltre 200 radio Italiane) e “Mi sento meglio” (Rotazione Radio Lattemiele, “Artista della settimana” MTV New Generation). Oltre a tutta questa carrellata di cose, che soltanto ad elencarle si percepisce la misura e la vastità della sua vita, Simone Vignola è anche dimostratore ed endorser con alcuni dei maggiori brand di strumenti musicali come Orange Amps, TC Helicon, TC Electronic e tanti altri. “Naufrago“, la sua ultima creatura, è stata finanziata tramite una campagna di fundraising, su Musicraiser, e si nutre proprio dal naufragio, dall’opera di novantanove impavidi e valorosi navigatori che hanno deciso di lasciare la propria impronta sull’isola di Vignola. Ma ora immergiamoci, coi piedi e con la mente, nell’acqua fluviale, torrentizia e grondante di “Naufrago“, musica e testi di Simone Vignola. Un viaggio, un incontro d’anime: “Naufrago” di Simone Vignola Erri De Luca, […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Un nuovo concept per l’aperitivo al Kestè: si parte con Alessandro Cocchia

Un nuovo concept per l’aperitivo al centro storico di Napoli: al Kesté si parte il 16 maggio con una  sessione di live painting Il tramonto, quando le pietre del centro storico di Napoli cominciano a sussurrare le loro storie all’imbrunire, e il cielo comincia a tingersi di colori allucinati ed evanescenti, è il momento ideale per rimanere sospesi a mezz’aria, in uno stupore metafisico. E magari godere di un buon aperitivo, tra le ombre e il fresco della piazza più famosa del centro storico. Non aperitivo “fine a se stesso”, ma stuzzicato e solleticato da altro, innaffiato da arte e cultura, irrorato da uno spirito dell’”altrove” che è poi lo spirito autentico e puro di Napoli. Ed è proprio su una tensione verso “l’altrove” e il dialogo con le arti e le discipline, che si fonda il nuovo concept per l’aperitivo al Kestè, che propone una tripartizione articolata in tre giorni della settimana, giovedì, venerdì e sabato, ognuno di essi diverso e con una propria dinamica interna: si parte il 16 maggio con una sessione di live painting firmata Alessandro Cocchia. Cosa propone il Kesté per l’aperitivo il giovedì, il venerdì e il sabato? Intanto iniziamo col live painting di Alessandro Cocchia e il suo San Gennaro in chiave rivisitata. Il giovedì è la volta dell’ “ApertiArt- Live Painting & vinili”: la piazzetta del Kestè si tramuterà, ogni giovedì dalle ore 18 in poi, in un cantiere artistico dove sbizzarrirsi e dare sfogo alla propria creatività, osservare artisti tingere con il proprio talento la collezione di tavoli del Kestè e, perché no, dilettarsi anche a dare il proprio contributo, servendosi degli appositi spazi bianchi. Il tutto sarà accompagnato da una colonna sonora, da un’accurata selezione musicale in vinile, a firma delle crew Kestè Black Jam, Funkool, Vinyl Box e Kinky Sound. Una vera e propria officina di arte, idee e condivisione, il tutto intrecciato in un format originale che si svincola dall’ovvietà, dal già detto e dal già fatto, per cogliere le esigenze primigenie e artistiche che sono da sempre sopite sotto il manto pesante della città. Il venerdì, dalle 18:30 in poi, tocca invece a “Posteggia e Tammorra”, con la tradizione sdoganata dai live di pusteggia classica napoletana e tammorra, in compagnia della paranza di Vico Pazzariello, l’associazione culturale con sede nell’omonimo vico. Il sabato, invece, dalle 18, Green Aperitive + “Pollicini verdi”, un connubio originale tra sensibilizzazione sul tema della green economy e giochi e intrattenimento per i più piccoli. Giovedì 16 maggio, abbiamo cominciato con il live painting di Alessandro Cocchia, poliedrico artista che, sul suo sito, si definisce “visual surfer”, avviluppato strettamente tra le onde della sua Partenope di cui ha disegnato il profilo stilizzato, essenziale e incarnato nel volto di San Gennaro, che troneggia in una sala interna del Kesté, e che è ormai meta di pellegrinaggio da parte degli studenti che vanno a pregare al suo cospetto prima di un esame. Al Kesté ci ha regalato un momento di condivisione e arte tra sacro e […]

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Recensioni

Ranavuottoli: nei panni delle sorellastre di Cenerentola al Piccolo Bellini

Ranavuottoli al Piccolo Bellini, dal 14 al 19 maggio: una fiaba deformata, sviscerata e stiracchiata, vista attraverso gli occhi delle due perdenti, Genoveffa e Anastasia. Ranavuottoli: il suono onomatopeico di questa parola, come per associazione istintiva, instilla nelle nostri menti il gracidare di un grosso rospo, dall’aspetto conturbante e magari piazzato sull’orlo di uno stagno. Ranavuottoli: se Cenerentola fosse nata a Napoli, e avesse passato il suo tempo a strizzare stracci e pulire i pavimenti di un vascio napoletano, le sue due sorelle sarebbero state sicuramente dei ranavuottoli, dagli occhi vuoti e velenosi, l’aspetto sgradevole e la lingua biforcuta capace di tagliare il ferro come se fosse burro. Ed è proprio da questa deformazione, che ricorda il grottesco dei cunti di Basile, che nasce lo spettacolo Ranavuottoli  di Roberto Russo e Biagio Musella, a regia di Lello Serao, con Nunzia Schiano, Biagio Musella, Vincenzo Esposito e con la partecipazione in video di Sergio Assisi, Giovanni Esposito, Niko Mucci, Carmen Pommella, Claudia Puglia. Assistere a questo spettacolo significa ritrovarsi scalzi, abbandonare l’acqua placida del mare ed entrare pian piano nelle acque paludose, stagnanti e rimorte dove si bagnano gli imperfetti, gli imprecisi e le cose spezzate. Assistere a Ranavuottoli vuol dire fare spazio alla propria parte rotta e imperfetta, prenderla per mano e farla sedere accanto a sé, nella poltrona del Piccolo Bellini, e trovare il coraggio di guardare questa nostra estensione con rispetto, ironia e brillante leggerezza, smettendo una volta per tutti di sentirci un grumo di cellule informi e senza scopo. Il rovesciamento della fiaba di Cenerentola: non più dalla parte della perfezione di Cenerentola, ma da quella di Anastasia e Genoveffa. Ranavuottoli è uno spettacolo da guardare stringendo saldamente quella parte di noi brutta, rattoppata, rattrappita, che ha sempre urlato per farsi ascoltare e che abbiamo sempre stiracchiato e deformato per cercare di farla accettare al mondo, nascondendola e indorandola come si fa con le pillole troppo dure e difficili da ingoiare. A prima vista, sembrerebbe soltanto uno spettacolo brillante, favorito anche dal linguaggio fresco, colorito e ricco di umori, ma è invece un’elegia amarognola e zuccherata al tempo stesso, di miele e di piccante, che analizza i corpi delle due sorellastre, i ranavuottoli Genoveffa e Anastasia, interpretate magistralmente da un istrionico e camaleontico Biagio Musella e da una rassicurante e quasi materna Nunzia Schiano. La loro recitazione è corporale  e dialettale, e affonda le mani nelle budella della fiaba, torcendole e strizzandole fino a farle penzolare su uno specchio incrinato, che consegna l’immagine di due sorelle che abitano in “Via delle Brutte, 2”, e che hanno fatto della bruttezza il loro stendardo e il loro vessillo, esibendola con una fierezza volgare quasi da vaiasse. Cenerentola? Diviene subito la cessa, l’antitesi dello specchio che consegna una perfezione odiosa e quasi disgustosa, una Cenerentola destinata a una vita densa di ipocrisie e storie d’amore destinate al fallimento, mentre invece la bruttezza delle due sorellastre diviene confortevole, e viene “protetta” sulla scena da una cortina abbassata e trasparente, che rende però tutto fumoso ed evanescente come una visione […]

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Teatro

Mater Camorra e i suoi figli: zoomorfismo e poesia al Teatro Instabile

Mater Camorra e i suoi figli al Teatro Instabile Napoli “Michele Del Grosso”: zoomorfismo, cruda bestialità e poesia.   Sembra quasi di scendere nell’Ade, calpestando le tavole di legno e respirando l’odore dei corpi, delle scenografie e della folla disposta a cerchio, come in un anfiteatro romano. Questa l’atmosfera che si respira al Teatro Instabile Napoli “Michele Del Grosso”, ruvida e verace perla custodita nello scrigno del centro storico, proprio imboccando il Vico Fico al Purgatorio: dal 10 maggio al 12 maggio, il Teatro Instabile ospita “Mater Camorra e i suoi figli”, adattamento da Brecht di Gianni Sallustro e Nicla Tirozzi, che sono anche i protagonisti dello spettacolo. Lo spettacolo è dedicato a Gaetano  Montanino, a dieci anni dalla sua morte, riconosciuto “vittima del dovere”, con decreto del capo della polizia del 13 marzo 2013, e a tutti i corpi dilaniati e straziati da una macchina cannibale che lacera le carni e i tendini dei figli di quella Mater Camorra che non smette mai di compiere dolorosi parti. Chiunque vorrà vedere questo spettacolo, dovrà armarsi di un solido equilibrio interiore, perché il rischio di risalire dagli inferi col volto bagnato di lacrime e salsedine è altissimo: l’impatto emotivo dello spettacolo tocca le fibre e i nervi più scoperti del corpo degli spettatori, investendoli con luci accecanti, rumori di giungla e stalla, ululati, belati, pigolii e strepitii animali. Un coacervo di attori, giovanissimi, vestiti di nero e con soldi sporchi di sangue appiccicati addosso come sanguisughe, circondano il palco come se fossero fiere scalpitanti, pronte ad azzannare lo spettatore e a morderlo alle caviglie: in uno zoomorfismo inquietante e sensuale al tempo stesso, assumono le sembianze di gatti che si strusciano sulle gambe dello spettatore e gli fanno le fusa, di cani che abbaiano furiosi dalla balconata che sembra un ring, di serpenti che strisciano melliflui e viscidi, mostrando la lingua e le spire, e di volatili che pigolano e camminano in modo ridicolo, in un misto di incredulità e goffaggine. Mater Camorra prende i suoi figli quando sono puri, vergini, e li mastica e li rimescola, sputandoli dalle sue fauci trasfigurati in belve grottesche, in caricature di animali, in subumani che non hanno nelle pieghe del volto nessun tratto umano.   La brutalità di una madre che trasfigura i suoi figli in bestie Parlare di questo spettacolo elencando freddamente una trama, come se si parlasse della lista della spesa o del corredo di nozze, non è possibile proprio perché si sviluppa per immagini, per visioni o, se vogliamo, per allucinazioni. Lo spettatore entra in una spirale di allucinazioni e di vortici onirici, in cui è guidato dalla figura pregnante e quasi titanica di  Madre Coraggio, ossia Anna ‘a  Squarciona, interpretata magistralmente da Nicla Tirozzi, che traina un carro che, sui quattro lati, è intarsiato con quattro sculture che raffigurano le capuane Matres Matutae, che custodiscono i misteri delle vita come delle sfingi imperscrutabili. Nicla Tirozzi non si risparmia sul palco, è materna, rassicurante, ma anche minacciosa e potente come un […]

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Culturalmente

Satanismo spirituale: che cos’è?

Satanismo spirituale, il nuovo orizzonte del satanismo al di là dei luoghi comuni. Di cosa stiamo parlando? Quando qualcuno osa nominare la parola “satanismo”, una spia al neon nel nostro cervello si accende automaticamente con la stessa prontezza con cui vengono fatte fuori uova di Pasqua e pastiere in questo periodo, puntando la torcia su terrificanti immagini di diavoli pingui e rossi con corna ricurve degne di un muflone delle Alpi, caproni intenti a fare lussuriose orge notturne e pentacoli utilizzati per  compiere sacrifici umani. Quella stessa torcia illumina anche aberranti memorie di racconti alla “Chi l’ha visto?”, riviste a caratteri cubitali con notizie di crimini commessi dalle famigerate “Bestie di Satana” e anche le parole di quella vecchietta in fila al supermercato, che una volta ci disse che ormai il diavolo aveva infettato il mondo. Ma cos’è alla fine il diavolo? Una specie di virus contagioso al pari dell’ebola, come ci aveva detto quella vecchietta sdentata, oppure il diavolo affascinante e ammiccante alla “Simpathy for the devil” dei Rolling Stones? Ed ecco che sovviene soavemente, alla mercé dei nostri timpani, anche un ululante Piero Pelù che ci sorprende col suo “El Diablo”, a confonderci ancor di più le idee e a lasciarci confusi e frementi in balia di questo concetto che non ha età, sesso, forma e contorni ben precisi, ma che avviluppa i nostri incubi con i suoi tentacoli foschi fin dall’infanzia. Immaginiamo un calderone, magari preparato da una schiera di ridenti streghe durante un incontro notturno misterioso: possiamo già sentire l’odore, l’olezzo e l’aroma muschiato di tutte le leggende, i luoghi comuni e le parole che hanno sempre circondato questo Satana, questo tizio che a quanto pare non incontra la simpatia e il plauso generale. Insomma, Satana non è nazionalpopolare. In questo calderone troveremmo sagome urlanti ispirate alla storia di Emily Rose o alla bambina dell’Esorcista che ha rischiato di bloccare le nostre crescite, troveremmo i testi al contrario dei Led Zeppelin o “The Number of the beast” degli Iron Maiden, qualche sprazzo di “Paradise Lost” di John Milton, loschi figuri che parlano in greco antico e aramaico e anche l’ultimo sketch sanremese di Virginia Raffaele. Una volta riemersi da questo tragico e multiforme pantano, avremmo ingerito abbastanza informazioni per tenere una conferenza su Satana e i suoi luoghi comuni e forse, ci saremmo anche accollati l’odio di quella simpatica vecchietta che era in fila al supermercato, ormai pronta a sfoderare un crocifisso contro di noi e a pronunciare le ultime parole famose: “Noli me tangere”.   Oltre la superficie Invece, al di là di questi succulenti luoghi comuni, il satanismo spirituale è tutt’altra cosa. Le sue parole d’ordine sono bellezza, libertà, scienza e politica. Il satanismo spirituale è il fratello progressista del satanismo dalle corna ricurve e intrecciate, quello che sale sul pulpito e cerca di far dimenticare ai suoi ipotetici elettori i casini combinati in passato dal suo scellerato predecessore. Nell’ambito del satanismo spirituale, esistono varie correnti e scuole di pensiero: una di queste è Joy […]

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Cucina e Salute

Ricette veloci per cena: quali sono le più gustose?

Ricette veloci per cena: quali sono le più gustose e semplici da realizzare? Lavoro, studio e impegni vari ci deprivano amaramente del tempo da dedicare ai fornelli. Ci prosciugano, ci trascinano estenuati ed esausti ad ora di cena e ci spingono a compiere quella malefica mossa: impugnare lo smartphone con la stessa velocità di un giaguaro e cliccare sull’icona di Just Eat per dare libero sfogo a tutta la lussuria (e la pigrizia!) culinaria del mondo, tra pizze super condite ed erotici panini talmente ripieni da far impallidire anche il celeberrimo Man vs Food. Se non c’è nulla di più piacevole e godurioso dell’atto dello scorgere il fattorino che si presenta col nostro tesoro proprio davanti alla  porta di casa, dall’app dello smartphone al divano, per poi fiondarci col nostro gustoso bottino di fronte a una puntata di Game of Thrones, sicuramente tutto ciò non è che sia proprio la quintessenza della salute. Molto più soddisfacente ritagliarsi un po’ di tempo per fare una bella spesa, magari dai negozianti di fiducia, nei mercatini o (per gli irriducibili) al supermercato sotto casa, toccare con mano gli ingredienti, giocare con i colori, i profumi e le spezie, concedersi il piacere di scegliere tra più prodotti, tagli di carne o varietà di pesce e mettersi alla prova con ricette veloci per cena, nuove e stuzzicanti. Ma di cosa parliamo quando pensiamo a delle ricette veloci per cena? Una carrellata di idee per la vostra cena, gustose e semplici da realizzare.   Scaloppine al limone, ai funghi o al vino bianco: sfumature di gusto. Veloci da realizzare e buone da gustare: basta procurarsi delle fettine sottili di carne di vitello (o, in alternativa, petto di pollo), condirle con sale e pepe, infarinarle abbondantemente, farle cuocere in una padella capiente con una noce di burro e sfumare il tutto con succo di limone, oppure vino bianco, a seconda di ciò che il nostro stomaco e i suoi borbottii ci suggeriscono. Molto gustosa anche la versione che vede dei funghi trifolati, preparati in precedenza, adagiarsi sulla nostra scaloppina.   Salmone al forno con patate: non lasciatevi ingannare dal nome altisonante, è tra le più facili ricette veloci per cena. Lo ricordate quel pescivendolo sotto casa? Forse è tempo di farci un salto, e acquistare i suoi tranci di salmone più belli, magari già sfilettati. Se quel pescivendolo non ce l’avete, andranno benissimo anche dei tranci surgelati da acquistare al supermercato (ce ne sono di buonissime marche). Non dimenticate di prendere anche delle patate novelle. Vi basterà poi sbucciare quelle patate, tagliarle a fette sottilissime e condirle con un po’ d’olio, sale, pepe e rosmarino (per i più golosi, c’è anche l’alternativa del pangrattato, per far formare poi la famosa crosticina): le patate bisogneranno cuocere un po’ prima del salmone, quindi andranno infornate a 200° prima del pesce, che invece richiede una cottura più veloce perché a nessuno piace il salmone stopposo, e questo fastidioso inconveniente è sempre dietro l’angolo, anche per i cuochi più esperti. Molto […]

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Teatro

13 assassine in scena al Teatro TRAM dal 2 al 14 aprile

13 assassine al Teatro Tram: viaggio nel torbido della mente 13 assassine, 13 autrici, 13 spettacoli al Teatro TRAM da scegliere e ricomporre come un puzzle dalle tinte fosche. 13 assassine, ognuna col suo identikit fatto di sangue, lame affilate, raptus repentini o omicidi pianificati freddamente, con la stessa lucidità meticolosa con cui si prepara la lista per la spesa. 13 assassine, da un’idea di Mirko Di Martino, analizza le storie al femminile che hanno macchiato la cronaca italiana con la loro sostanza vischiosa, con la loro ambivalenza e il loro alito di morte: Leonarda Cianciulli, la strage di Erba, Pia Bellentani, il delitto di Chiavenna,  Rina Fort, Erika De Nardo, Mascia Torelli, l’omicidio Nadia Roccia, Sonya Caleffi, Daniela Cecchin, Franca Bauso, Beatrice Cenci. E c’è anche uno spettacolo che si svincola dalle maglie della mera cronaca italiana, quello imperniato sulla figura di Lucrezia Borgia, rinascimentale dama dei veleni, dal fascino mortale e conturbante. La sera del 2 aprile sono andate in scena le storie di Daniela Cecchin, Erika De Nardo, Lucrezia Borgia e Franca Bauso, che si sono srotolate, come un lungo tappeto intarsiato di sangue, dalle 19:30 alle 22:20. Allo spettatore la scelta di seguire tutti e quattro gli spettacoli della serata oppure no.  13 assassine: quando oltrepassiamo il limite tra umanità e mostruosità? Le danze macabre partono il 2 aprile, alle 19:30, con la storia di Daniela Cecchin. Lo spettacolo, con la regia di Silvia Brandi, e il testo di Raimonda Maraviglia e Alessia  Thomas, ha visto come interpreti Sabrina Gallo e le stesse Maraviglia e Thomas. L’antefatto è questo: l’8 novembre 2003 Daniela Cecchin uccide con una coltellata alla gola Rossana D’Aniello nella sua casa a Firenze per “invidia”. Gli interrogativi che affastellano la mente dello spettatore di fronte a questo dramma, che riecheggia di invidia e denti digrignati, sono purulenti e cupi: quando si arriva a scorporarsi dalla propria mente, fino al punto di sdoppiarsi e saltare quel burrone che delimita i confini del lecito? Perché si arriva a fluttuare in quel confine drammatico, in quel limbo tra il pensiero omicida e l’azione che lo dispiega e concretizza? Gli interrogativi esplodono come petardi silenti nella sala del Tram, che si fa buia caverna per raccogliere i sussulti taciuti di ogni spettatore, che si chiede come si possa arrivare ad armare la propria mano caricandola col veleno giallo ed emaciato dell’invidia. Erika De Nardo: “Mia madre era una stupida e una bigotta” Daniela Cecchin, la prima delle assassine, esce di scena, e alle 20:15 il palcoscenico del TRAM si incupisce ancor di più. S’incupisce di un buio smorto, mellifluo e senza spessore. Una ragazza dai capelli legati e tirati indietro, dalle braccia muscolose e dal volto spigoloso calca la scena portando con sé un pallone da basket, che fa rimbalzare sul palco con una violenza repressa e una rabbia che si sprigiona dalla pelle del pallone. Ogni rimbalzo del pallone tradisce scatti d’ira inconsueti, che ogni spettatore sente sulla propria guancia con la forza di uno […]

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Teatro

Ritratto di donna araba che guarda il mare di Davide Carnevali

Ritratto di donna araba che guarda il mare: culture diverse e popoli che si sfiorano tra amore e odio Quello di Davide Carnevali, autore di “Ritratto di una donna araba che guarda il mare”, è un testo che ti colpisce dritto sulla bocca dello stomaco come una scarica mortale di mitragliatrice, e ti lascia agonizzante sul bagnasciuga di una spiaggia che costeggia i lembi di qualche città vecchia, una città che esiste soltanto nelle fantasie più allucinate. “Ritratto di donna araba che guarda il mare”, in scena al Teatro Piccolo Bellini dal 26 al 31 marzo, interpretato da Alice Conti, Michele Di Giacomo, Giacomo Ferraù e Giulia Viana,  vincitore nel 2013 del Premio Riccione per il Teatro, e scritto da Davide Carnevali, è un’elegia che si stempera nell’acquerello di un ritratto, un bozzetto che ha le tinte espressionistiche di un tramonto violaceo, e che ritrae il volto di una donna araba che offre il volto e gli occhi all’acqua, nutrice immemore di vita. L’acqua contiene e plasma la parola essenziale, minimale e levigata, come il fluire di un rivolo o di un rigagnolo, e si tramuta poi in onda anomala che si scaglia nelle pupille degli spettatori che osservano questo placido dramma di acqua e di vita. Ritratto di donna araba che guarda il mare di Davide Carnevali : la parola, essenziale e densa di possibilità La parola, calibrata e fremente di venature, è il terreno di incontro e scontro tra due culture differenti, tra due storie di vita dai colori tremendamente opposti, eppure combacianti. Vi è lei, la giovane donna araba, rannicchiata nel suo buio angolo di palcoscenico, vestita di contraddizioni, fragilità e interpretata magistralmente da una Alice Conti composta nella sua ponderata drammaticità, inquieta nel suo caos ben misurato: la donna araba non è solo rannicchiata, ma a tratti si staglia sul palcoscenico, giganteggia e narra la sua storia, come se respirasse da quello stesso mare della città vecchia, quel mare di cui i suoi occhi sono pieni. C’è poi il suo contraltare maschile, un misterioso straniero, un uomo europeo in viaggio per lavoro e approdato in quel lembo di Nordafrica: dalle sue mani si sprigiona un bozzetto idilliaco ed elegiaco, un taccuino su cui è tratteggiato il volto di ossidiana della donna araba. Il loro incontro è giocato sul filo dell’alfabeto, che compone parole che costruiscono una geometria dell’incontro, dell’amplesso, dello sfiorarsi e del ritrarsi. La giovane donna lancia la sua porzione di parole dalla sua metà del palco, e le fanno eco le parole di forma uguale e contraria, dell’uomo europeo, insieme creano un accordo dissonante di sinonimi e contrari che si toccano prepotentemente e costruiscono l’integrità della storia. Geometria delle parole, geometria dell’incontro e geometria della diversità. Geometria e geografia, come la geografia del plastico di una città vecchia formata da pagine sgualcite e ingiallite, che girano vorticosamente e sono accarezzate da una cinepresa, e che fabbricano l’architettura di un locus virtuale, proiettato nell’alterità della mente, che ricrea spazi di ombre, luci e chiaroscuri. La città […]

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Recensioni

Yerma. ‘A Yetteca: l’opera di Federico Garcìa Lorca approda al TRAM

Yerma. ‘A Jetteca approda al teatro TRAM, tra le suggestioni di Federico Garcìa Lorca e il viscerale linguaggio napoletano, roco e sensuale Dal 14 al 17 marzo 2019 al TRAM, Teatro di Ricerca, Arte e Musica di Port’alba, è in scena “Yerma. ‘A Yetteca”, cerebrale e palpitante rivisitazione dell’opera “Yerma” dello spagnolo Federico Garcìa Lorca, con la regia di Silvio Fornacetti e Fabio Di Gesto e le interpretazioni di Chiara Vitiello, Diego Sommaripa, Francesca Morgante, Maria-Grazia Di Rosa e Gennaro Davide Niglio. “Yerma” è la seconda delle tre grandi tragedie lorchiane, e si inserisce tra “Nozze di sangue” (1933) e “La casa di Bernarda Alba”. Yerma, parola ruvida che rimane annidata sulle papille gustative senza sciogliersi in zucchero, significa “sterile”: un tronco su cui non s’innesta fiore, frutto che non germoglia, polline che non si diffonde nell’aria. Le immagini evocate dalla penna lorchiana, inzuppata nel sangue torbido degli incubi visionari del poeta, vengono stemperate sul palco del TRAM in uno sfondo nero come il velluto del dramma. Dal nero si parte, e nel nero si sprofonda come in una tragedia che smorza le lingue e buca i fiati. E di nero sono tinti gli occhi e il grembo della protagonista, interpretata da una convulsa e febbricitante Chiara Vitiello che penetra violentemente il vuoto onirico con le sue vesti bianchi e drappeggiate, che la fanno somigliare ad una vestale riemersa dalle cavità del proprio personale Ade. Chiara Vitiello è delicata come un giunco ma scalmanata come una baccante, e le sue visioni prendono corpo in napoletano, lingua impastata di sangue e calcestruzzo, di sale e di terrore, di vita e salsedine: lo spagnolo lorchiano si trasfigura nella lingua delle piazze e dei vasci, nella lingua dei popoli, degli scugnizzi e dei femminielli, regalando a Yerma l’intensità sguaiata di una vaiassa e la regalità di una dea con le ali sgualcite e annerite. Il dramma coniugale di Yerma, le pressioni della gente e le sue visioni folli e sfrenate: un modo estremo di raccontare il dramma della sterilità Il microcosmo di Yerma si nutre in primis del rapporto ambivalente, contraddittorio e quasi formale con suo marito Juan che qui diventa Giovanni, interpretato intensamente da Diego Sommaripa, che veste la scena in modo mimetico e arguto, muovendosi in modo camaleontico e dando corpo e voce a un contraltare maschile di grande spessore. L’intimità del microcosmo coniugale di Yerma è continuamente stuprata dalle lingue della gente, la gente pettegola dei vasci che aspetta ossessivamente la nascita del bambino, che si chiedono come e perché una donna non sia ancora in attesa, giocando al lotto le sorti di un grembo che diviene proprietà comune e popolare. Il grembo di Yerma diviene spazio comune e democratico, spartito gelosamente dalle manacce del popolo, interpretato da tre visioni che si stagliano con prepotenza sul palco, che sembrano demoni linguacciuti, avidi e sadici. Tre sono le visioni del popolo, tre sono le Grazie di Canova e sono anche le Marie, tre sono le proiezioni della gente che solleticano con punte acuminate il […]

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Fun e Tech

Professione influencer: intervista ad Alessio Mattarese

Professione influencer: la parola ad Alessio Mattarese. Che cosa è davvero questa figura mitologica, che si aggira tra i meandri della rete, soprattutto su Instagram, e che cattura, a macchia d’olio l’attenzione dei più? Se dovessimo trovare una parola che rimbomba miracolosamente sulla bocca di tutti, nella nostra epoca, è proprio “influencer“. Quella parola che si agita tra le labbra di tutti, e che in pochi riescono a definire. Tutti vogliono diventarlo: c’è chi li idolatra, chi vede in loro il male del secolo come quando, ai tempi della caduta dell’Impero Romano d’Occidente, si guardava alle invasioni barbariche, e c’è anche a chi serenamente non frega nulla di loro e continua la loro esistenza ignorandoli. C’è chi li guarda con diffidenza, chi crede che il loro non sia un lavoro, chi invece dà dei vecchi bacucchi a chi li stigmatizza e afferma fieramente che tra le loro mani risplende il fuoco dei mestieri futuri. Quei mestieri con quei nomi inglesi, altisonanti, che dieci anni fa non esistevano e che passano sul filo del rasoio degli hashtag, delle sponsorizzazioni, dei likes, delle views e dei followers. In quest’orda barbarica di concorrenza, in cui praticamente chiunque è portato ad aprirsi un profilo Instagram, comprarsi una manciata di migliaia di followers e mettere in mostra presunti (spesso inesistenti) talenti, c’è chi invece ha saputo sfruttare questo sistema ed è riuscito a costruirsi un vero e proprio mestiere di imprenditore digitale, con studio e passione: stiamo parlando di Alessio Mattarese. Con Alessio Mattarese abbiamo parlato di questo mondo, a tutto tondo. La verità è soltanto una, ed è sacrosanta: non ci si può improvvisare nulla, deve sempre esserci una discreta dose di lavoro dietro le quinte, perché è anche vero che gli influencer ormai sono trilioni, ma soltanto in pochi spiccano. Per fortuna. Alessio Mattarese, intervista 1) Come è iniziato il tuo percorso nel mondo dei social? Sapevi già che sarebbe diventato un lavoro o lo hai deciso in itinere? Ciao Monica buon pomeriggio, il mio percorso sui social è nato nel lontano 2016 con il mio primo blog su Blogspot. In quel periodo mi trovavo a Positano, una delle zone più belle della costiera amalfitana, ricordo ancora che scherzavo con i miei amici sugli influencer in generale al bar. Non ti nego che sono sempre stato attratto da questo mondo e piano piano sono riuscito ad entrarci. Ho capito che poteva diventare un lavoro durante questo percorso poichè vedevo che giorno dopo giorno ricevevo tantissimi feedback positivi e tantissime richieste di collaborazioni in tutt’Italia. 2) Molti faticano a capire, quindi ti chiedo: cosa è un influencer? L’influencer è un individuo con un ampio seguito. Viene pagato dalle aziende, che a loro volta guadagnano le interazioni dell’influencer in questione, con la speranza che queste interazioni che guadagnano possano trasformarsi in potenziali clienti. L’influencer ha la capacità di spostare l’attenzione da una cosa ad un’altra. Nel mio campo entrando nello specifico posso influenzare la tua scelta ad esempio da una giacca ad un’altra. 3) Come […]

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Recensioni

“Regine Sorelle” con Titti Nuzzolese: Maria Antonietta e Maria Carolina approdano al TRAM

Regine Sorelle: Maria Antonietta e Maria Carolina approdano al TRAM, negli svariati volti cangianti e multiformi di Titti Nuzzolese. Dal 7 al 10 febbraio 2019, in scena al TRAM c’è “Regine Sorelle”, monologo orchestrato e gestito dalla brillante verve di Titti Nuzzolese, scritto e diretto da Mirko di Martino, con alla produzione il Teatro dell’Osso. Regine Sorelle, rigorosamente in maiuscolo, a sottolineare il rapporto di disperata sorellanza, alleanza e amore di due fulgide personalità della storia, Maria Antonietta e Maria Carolina D’Asburgo, le figlie di Maria Teresa D’Austria, rispettivamente mogli del re di Francia Luigi XVI e del re di Napoli Ferdinando di Borbone. Le due regine si spogliano della maschera polverosa e giudicante della Storia, che tutto raccoglie e travolge come una fiumana inarrestabile, e si imprimono nel buio del palco del TRAM, squarciato da lampi di luce accecante: una luce guizzante e colorata come un caleidoscopio e inebriante come zucchero filato, che si fissa su due grandi quadri che recano l’ effigie “ufficiale” delle due regine, quella tramandata dai libri di storia e dai documentari, ma che forse non rende giustizia all’urlo di Antonia e Carolina.   Regine Sorelle: la storia di Antonia e Carolina, narrata magistralmente da Titti Nuzzolese al TRAM. All’inizio prima della Storia, ci furono Antonia e Carolina. Antonia e Carolina, due nudi nomi femminili che furono nomi di bambine vispe e allegre, visceralmente unite tra loro, che amavano suonare per i loro genitori davanti al fuoco scoppiettante, che giocavano, giocavano, giocavano, come se la vita fosse un eterno gioco che si stiracchiava all’infinito, come se il futuro fosse un gomitolo che rimbalzava ai confini del tempo. Come se i giochi non dovessero finire mai. Antonia e Carolina furono nomi di bimbe. Ma Antonia e Carolina non furono mai bimbe come le altre, perché ogni singulto di palazzo, ogni patto, ogni intesa, ogni alleanza sancita sulla loro pelle infantile e sui loro denti da latte, altro non era che finalizzato alla stipula di un contratto matrimoniale: un contratto che le avrebbe portate via dall’Austria, per spedirle una a Parigi e una a Napoli. Un contratto che avrebbe fatto perdere loro la verginità di bambine e sorelle coccolate dalla bambagia del loro stesso affetto, che le avrebbe fatte stramazzare al suolo arido delle responsabilità, dei doveri di mogli, madri e regine. Un contratto che le avrebbe divise. Titti Nuzzolese, col volto dipinto di due metà differenti e con un vestito pomposo e bicolore, incarna le due metà di una stessa pelle lacerata: Carolina, dall’abito ocra e dal trucco sobrio, e Maria Antonietta, in abito azzurro e in una raffigurazione che strizza l’occhio all’immaginario collettivo che la vuole pop, bizzarra, dal rossetto esuberante e quasi personaggio erotico. La Nuzzolese, come se fosse animata da un’enfasi da ventriloquo, si mette di profilo per mostrare i due volti delle sorelle, presta loro la voce e il corpo flessuoso, in una performance stakanovista che mette in risalto la sua bravura e rapidità nel passare da un registro all’altro, interpretando i […]

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Musica

Riccardo Ceres, “Spaghetti Southern”: nelle viscere del Sud

“Spaghetti Southern”, il nuovo disco di Riccardo Ceres: nelle viscere del Sud “A L. Ai nostri dialoghi di sventurate notti/ di insensato e tormentato/ per quanto, comunque, definibile amore”. Inizia così la catàbasi nel mondo di Riccardo Ceres, inizia da una manciata di parole che sono lapidarie come un’epigrafe e che sanno di notte, segreti e scambi di umori. Ma è solo un attimo, un fruscio d’ali, perché dal gelsomino notturno si viene catapultati, in modo violento e quasi allucinato, in Sud violaceo e assolato come una visione sotto oppiacei, delicato come un fiore carnoso rubicondo, e puro come il mare che regala gemme ai viandanti. Un Sud, rigorosamente con la lettera maiuscola, quello dipinto dal cantautore campano, che non ha bisogno di fronzoli, luoghi comuni o descrizione icastiche: il suo Sud è iconoclastia che sgorga prepotentemente dalle note, che riparte dalle fondamenta stessa del luogo comune per accarezzarlo e rivoltarlo, che giunge a sublimare il vuoto del suo ventre per catapultare l’ascoltatore in una campagna riarsa rosicchiata dal sole, o in un’autostrada afosa tra i cumuli di polvere secca. Una forchetta con dei cavi attorcigliati attorno troneggia sulla copertina, che invita l’ascoltatore a cibarsi, a saziarsi di calura, di granelli di afa e di voce, la voce di Riccardo Ceres che è possente ed evocativa, e ha il misticismo e la fermezza dell’ululato di un coyote nel deserto. “Spaghetti Southern”, in contrapposizione al Western: “The west is the best” avrebbe detto un certo Lizard King nel suo mantra alla fine di “The end”, ma in questo caso è dal Sud che si riparte, un Sud che si tinge di psichedelia e atmosfere oniriche che rievocano quasi le highways americane dove Morrison vide gli indiani. Riccardo Ceres: un viaggio tra le tracce più interessanti di “Spaghetti Southern”, perfetto connubio di testi e musica, in un intreccio e incastro magnetico e seducente. Una donna tesse i fili dell’album di Riccardo Ceres, quasi come una Gorgone, ed è presente come una baccante che stende il proprio tappeto rosso al cospetto di Dioniso: a cominciare dalla prima traccia, Tu vai con altri uomini. Un sapore blues, un respiro di Coltrane, un’armonica, un sussulto che ricorda A horse with no name degli America, e una donna che danza nel cerchio di fuoco creato dalla voce di Riccardo Ceres. La donna volteggia nell’autostrada afosa e affonda i piedi nudi nel deserto, mentre Ceres intreccia con maestria voce e armonia, creando anelli di fumo e suggestioni che si sprigionano direttamente dalla parola piena ed utilizzata in tutta la sua potenza evocativa. “Tu vai con gli altri uomini ed il resto è solamente storia, sapore amaro, carta straccia, bagno le mani con la faccia di un uomo che in realtà potendo non t’ha mai amata mai. […] Tu vai con gli altri uomini per la proliferazione della specie credo, tra ciò che credo e quel che vedo ci passa un gran palmo di naso, ma d’altro canto si trova sempre qualcosina per cui fingere”. La donna di Riccardo Ceres è quasi demoniaca […]

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Musica

Aléxein Mégas e il suo primo album: The White Bird

L’artista cilentano Aléxein Mégas rilascia The White Bird, il suo primo album da solista Il Cilento è una terra pullulante, quasi straripante, di talenti musicali spesso inespressi o che non vengono valorizzati adeguatamente. Nelle lande del Cilento, sopravvive ancora quella pasoliniana purezza dell’arte, non fagocitata dai meccanismi cannibali della città. Si suona e ci si esprime per esigenza, per aggregazione e per esprimere il morso che ribolle dentro, o per comporre, con ogni mezzo, quella tela del proprio pensiero che non si smette mai di tessere. L’ascoltatore, però,  è il più delle volte mediocre e non educato, ma il materiale c’è, basta soltanto riuscire ad avere la curiosità di scoprirlo, l’intelligenza di scorgerlo e la genuinità di riconoscerlo. Artisti di ogni genere affollano quella terra ibrida e selvaggia che è il Cilento, e si auspica una lucidità comune che non permetta di ignorare tutto ciò. Questo e altro è Aléxein Mégas. Antonio Alessandro Pinto, in arte Aléxein Mégas, è un artista fortemente ispirato, dalle motivazioni eterogenee e quasi edonistiche: il suo stesso nome d’arte sgorga dalla bellezza dell’arte, e il suo primo album solista, The White Bird, ha molto a che fare con gabbie, scoperta di sé e peregrinazione interiore. Con lui abbiamo parlato di arte, missioni nella vita, situazione musicale in Cilento e di tanto altro. Intervista ad Aléxein Mégas Innanzitutto, la domanda più banale (o forse la più scomoda): chi è Antonio? E chi è Aléxein Mégas? Per quanto banale possa sembrare, nasconde dietro un significato importante che prende vita attraverso le mie composizioni. Fondamentalmente, ho voluto dare un’identità al mio personaggio artistico, che si ispira fortemente alla bellezza dell’arte. Affianco il mio spirito musicale ad Alessandro Magno. Sento un forte legame tra le ragioni per cui compongo musica e il conquistatore dell’impero persiano. Non tanto per la sua intelligenza militare e diplomatica, ma per la passione, il coraggio ed il carisma dai quali era motivato. Il modo di spronare i propri soldati essendo egli stesso parte della battaglia, il modo in cui ha lottato per amalgamare diverse etnie facendole convivere sotto lo stesso tetto. Innumerevoli conquiste che diedero al suo impero un sapore universale. Questo è ciò che attraverso la mia musica vorrei trasmettere: un messaggio universale che possa motivare ogni persona a cercare il proprio posto nella realtà, sentendosi libera di vivere secondo le proprie emozioni, condividendole attraverso l’arte che gli appartiene. Ogni essere umano, se educato all’arte ha la capacità di esprimere sé stesso attraverso di essa. Purtroppo la società ci insegna altro, ovvero di formarci e strutturarci al fine di diventare uno dei milioni di ingranaggi che fanno girare l’immenso meccanismo del lavoro. Questo spesso diventa alienante per molti che trovano nella propria vita l’unico scopo di dedicarsi a questo grosso sistema, annullandosi inevitabilmente. Sarebbe meraviglioso se ognuno di noi aprisse gli occhi e desse il giusto peso a questa parte sicuramente importante, ma che se mal gestita, ti annulla senza modo di tornare indietro. L’arte è bellezza che svanisce nella meccanicità dalla quale siamo […]

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Musica

I migliori gruppi metal di sempre: un viaggio nella musica che ha scritto la storia

I migliori gruppi metal di sempre: un viaggio nei meandri della musica che ha fatto la storia Siamo tutti d’accordo nel dire che il metal è un genere musicale che si inserisce nell’alveo della musica rock. Figlio naturale dell’hard rock, è quasi una vera e propria religione che eleva la musica allo stato della spiritualità e della catarsi collettiva, realizzata attraverso ritmi martellanti, aggressivi e insistenti, che spesso si sciolgono in momenti più melodici e godibili, in distorsioni di bassi e chitarre, e in amplificazioni che rendono tutto surreale e quasi appartenente ad un’altra dimensione, all’oltretomba o al paradiso. Tracciare una geografia dei migliori gruppi metal di sempre non è un’impresa semplicissima, dal momento che tante sono le diramazioni, i sottogeneri e i chiaroscuri che questo genere assume, in biforcazioni sempre più sottili e multiformi. Ma, nel mare magnum delle varie tonalità di cui questo genere può fregiarsi, quali sono i migliori gruppi metal di sempre? Muniamoci di buone carte nautiche ed esploriamo le varie sfumature e gradazioni del metal, suddividendo grossomodo il tutto, per praticità e rapidità, nei vari sottogeneri, pur ricordando che non bisogna ragionare assolutamente per compartimenti stagni e che spesso uno o più sottogeneri possono felicemente fondersi e sparire l’uno nell’altro. I migliori gruppi metal di sempre: il sottogenere del thrash metal. Metallica, Megadeth, Slayer. Il thrash metal è un sottogenere dell’heavy metal classico, ed è anche quello più popolare, anche tra i neofiti del metal o tra le cerchie di coloro che non sono proprio espertissimi. Basti pensare alla popolarità di un gruppo come i Metallica, penetrato ormai nell’immaginario collettivo.  Il thrash metal deriva dal verbo “to thrash”, percuotere, battere, e caratterizza bene il sound di questi gruppi, dalle sonorità molto violente e veementi, come martelli pneumatici iperveloci, ma che spesso si stemperano in veri e propri momenti armoniosi e melodici. Il thrash metal ha raggiunto il picco di popolarità tra gli anni Ottanta e i Novanta, fino ad arrivare agli anni Duemila. Tra i migliori gruppi metal di sempre ve ne sono alcuni che appartengono a questo sottogenere: in primis i Metallica, fondati nel 1981 dal cantante James Hetfield e da Lars Ulrich. Si potrebbe dire che i Metallica siano una delle migliori manifestazioni del metal, poiché riuscirono a diffondere in tutto il mondo la cultura del thrash da cui nacque ogni derivazione metal possibile degli anni Ottanta e Novanta. Alcuni album dei Metallica assumono quasi il carattere di un reliquiario per ogni appassionato di metal che si rispetti, da “Master of Puppets” , fino a “…And justice for all”,  passando per il “Black album” e “Ride the lightning”. La storia dei Metallica è densa di avvenimenti funesti, tragici e inusuali, come la cacciata di Dave Mustaine dal gruppo (che andò poi a fondare i Megadeth) e sostituito dal chitarrista Kirk Hammett, e la morte di Cliff Burton, bassista del gruppo, deceduto il 27 settembre del 1986 nei pressi di Ljungby in Svezia, dove i Metallica si erano recati per promuovere proprio “Master of […]

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Recensioni

BeQuiet Talent Show Christmas Edition al Teatro Bellini

BeQuiet Talent Show Christmas Edition è approdato al Teatro Bellini di Napoli il 19 dicembre Siamo alle soglie dell’allucinazione e della follia visionaria: la società futura sarà composta da vip e personaggi dalla fama mordi e fuggi di warholiana memoria, di incapaci famosi per aver comprato cifre mirabolanti di follower su Instagram e da fantocci senza un’anima e senza talento, ma desiderosi di guadagnarsi famelicamente un posticino all’ombra dello showbusiness, come cannibali pronti a sbranare i corpi dei loro simili per accaparrarsi un soffio di celebrità in più del proprio vicino. Stiamo parlando della sinossi di un nuovo romanzo distopico? Di una profezia dell’oracolo di Delfi o dei Libri Sibillini? Di un pamphlet concepito dall’erede di George Orwell? No, ci stiamo addentrando nel sottobosco, ampio e frondoso, degli effetti della mercificazione dell’arte, della società di consumo che aveva profetizzato un certo Pier Paolo Pasolini, che se fosse stato vivo forse avrebbe storto il naso e stropicciato gli occhietti di fronte ai vari talent show, ormai veri e propri tritacarne pronti a maciullare i presunti talenti dei partecipanti, che soltanto raramente riescono ad emergere a far rimanere impressi i propri volti nella memoria dello spettatore per un lungo periodo. Il tempo di qualche mese, di un inedito confezionato ad hoc con autotune e via alla prossima edizione, via a nuovi nomi e a nuovi volti da cannibalizzare, in un’avvicendamento vorticoso che ricorda i ritmi di una danza tribale e mortale. Dello stato dell’arte come merce di scambio e consumo, ci si potrebbe disquisire per ore e chiamare in causa una bibliografia sterminata, ma basti pensare al “saltimbanco” Aldo Palazzeschi, poeta incendiario e futurista, che, con occhio mobile e lucido, aveva intuito lo stridore delle lacrime del poeta, incrostate sotto la maschera che mette a nudo le sue contraddizioni dell’arte ridotta a mercato.  Ci troviamo al cospetto della deriva dell’arte, degli effetti del successo e delle drammatiche conseguenze che essa potrebbe avere a discapito degli artigiani dell’arte, di coloro che respirano l’odore e la fragranza della musica da sempre, che hanno risalito la china del sacrificio e che hanno scelto la strada meno battuta, come recita la poesia di Frost: Con un sospiro mi capiterà di poterlo raccontare/ chissà dove tra molti e molti anni a venire: due strade divergevano in un bosco, e io/ io ho preso quella meno battuta, /e da qui tutta la differenza è venuta. Tentando di mostrare le sterpaglie, i ciottoli e i cespugli irti di quella strada meno battuta, il BeQuiet ha calcato le tavole del palcoscenico del Teatro Bellini il 19 dicembre, riversandosi sul pubblico col suo talent show parodico, l’unico in Italia che ti rende meno famoso di prima. Come una fiumana, condotta dal timoniere Giovanni Block, le onde del BeQuiet si sono infrante sulla platea, sgretolandosi in risate, frizzi, lazzi e momenti di musica, rendendo tutto ciò un enorme gioco da offrire al pubblico e alla sua sensibilità. Ingabbiare un concetto nei codici retorici o nelle gabbie della parola è un’operazione ardua, specie se si tenta […]

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