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Eroica Fenice

Musica

Pandora dei Tristema: intervista alla band simbolo del Cilento

I Tristema: una band cilentana che si  è distinta sempre di più nel corso degli anni Se dovessimo scegliere una band cilentana che si è distinta sempre di più nel corso degli anni sceglieremmo senza esitazioni proprio i Tristema. Parlare di loro in terza persona significherebbe non farvi conoscere pienamente il loro universo, accontentarsi di tinte sbiadite, non rendere loro giustizia: è molto più efficace dare direttamente ai Tristema la parola, cogliere tutta l’esperienza dalla loro viva voce. Il loro nuovo album, “Pandora” è appena uscito, e questa è l’intervista ai Tristema, simbolo del Cilento che produce musica di qualità, originale e innovativa: una bandiera dei talenti nostrani. Buongiorno, grazie per aver accettato di rilasciare questa intervista. Iniziamo con la domanda più semplice, o forse la più difficile. Chi sono i Tristema e come si presenterebbero a chi non li conosce? Ciao Monica, grazie a te per questo spazio. I Tristema sono quattro ragazzi provenienti da diversi paesi del Cilento, accumunati dalla sconfinata passione verso la musica, soprattutto per quella Rock. Abbiamo deciso di mettere su questo progetto intorno al 2005, e fin da subito ci siamo catapultati nella creazioni di brani inediti, arrivando ad oggi con il terzo album tra le mani. Perché avete scelto la figura mitologica come ispirazione per il concept del vostro nuovo album? Come potete declinarla al periodo storico che stiamo vivendo? Un disco, se ci pensi, è come un contenitore, una sorta di “vaso” che al suo interno contiene infinite sensazioni, emozioni, storie, mesi di lavoro e di sacrifici. In “Pandora” si affrontano diverse tematiche che abbiamo deciso di associare alla storia mitologica greca, ma soprattutto, è un richiamo costante a quello che stiamo vivendo anche in questo periodo storico. Sembra quasi che tutti i mali di questo vaso siano usciti allo sbaraglio e abbiano invaso la nostra terra; ma fortunatamente, all’interno di questo vaso, c’è anche la Speranza. Non a caso il nostro primo singolo è “Pillole di felicità”, un vero e proprio inno all’ottimismo. La copertina del vostro album è molto particolare: cosa simboleggia? Il nostro intero Artwork è stato realizzato dall’artista Elisa Anfuso. Ognuno di noi può immergersi in questa dimensione surreale, abbracciando le sensazioni che queste opere trasmettono; sicuramente ascoltando l’album e ammirando il lavoro di Elisa, si percepisce fin da subito che si tratta di un viaggio onirico. Cosa ne pensate della situazione musicale in Cilento e che consigli dareste a un giovane che vuole intraprendere questa strada? Il Cilento, così come gran parte del sud Italia, è stracolmo di persone piene di talento con una forte voglia di esprimersi e di confrontarsi. Dovremmo forse stare tutti un po’ più attenti nel ricercare e supportare queste realtà che purtroppo, a causa delle poche opportunità che il nostro territorio offre, sono destinate a scomparire. L’unico consiglio che ci sentiamo di dare, sarà forse un po’ scontato, ma quando si decide di intraprendere la via della musica, bisogna avere determinazione, con la consapevolezza che bisogna investire molto tempo, soldi e tanta […]

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Musica

Mico Argirò: la sua maturazione con Hijab – Intervista

Mico Argirò: il suo nuovo singolo “Hijab”, con Pietra Montecorvino, un tema importante ma con ironia. Il giovane cantautore agropolese Mico Argirò è ormai una garanzia del Cilento. Quando si parla di lui, si ha la certezza che si aprirà sempre un ventaglio di cose belle e interessanti; dal suo cilindro, riesce a tirar fuori sempre un caleidoscopio di temi caldi e acuti. Non si limita mai a svolgere il compitino, Mico. Sovverte tutto, mescola le sue carte, le strappa e infine le ricompone. Sentiremo molto parlare di lui, ancora. Qualsiasi altra nozione o informazione sarebbe superflua: lasciamo parlare direttamente lui, in quest’intervista che è stata una chiacchierata tra vecchi amici. L’intervista a Mico Argirò 1) Ciao Mico! Innanzitutto, grazie per aver accettato di rilasciare questa intervista. Il tuo ultimo singolo “Hijab” (realizzato insieme a Pietra Montecorvino, registrata da Eugenio Bennato, e con la partecipazione di Alvaro Vitali nel videoclip) parla di una notte di sesso con una ragazza islamica. Innanzitutto, partiamo con una domanda bomba (per rompere il ghiaccio): dicci quali sono stati i complimenti più originali che hai ricevuto e le critiche più fantasiose e che ti hanno colpito di più. 1) Quando ho deciso di pubblicare questa canzone sapevo che si sarebbe scatenato un po’ di caos per il tema: parlare di sesso, in un contesto poi come quello islamico, è già una polveriera; poi la canzone è uscita l’11 settembre… mi hanno scritto in tantissimi, se ne è parlato tanto e questo sicuramente mi ha fatto piacere. La maggior parte delle persone che ho intercettato ha apprezzato, i complimenti più belli sono due: un blog molto importante ha rapportato Hijab a “La prova del miele” di Salwa al Neimi (libro che tratta proprio di sesso nel mondo islamico e lo fa in maniera altamente erotica) e quelli di alcune ragazze islamiche che mi hanno scritto in privato. Per quanto riguarda le critiche invece si sono scatenati gruppi di imbecilli che hanno definito il pezzo “Sessista, Comunista, Fascista, Razzista”. La canzone ha diviso tanto, ma voleva solo raccontare una storia di unione e libertà. Oggi è difficile esprimere una propria idea senza attirare queste orde di odiatori, bisognerebbe essere medi e politicamente corretti, ma non sarà mai il mio caso. 2) Come ti è venuta l’ispirazione per scrivere “Hijab”? 2) Io racconto storie e, in genere, racconto storie che vivo in prima persona. Così nasce Hijab, come le altre. Il tutto poi però l’ho elaborato in un clima multiculturale che ho sempre vissuto a Milano, tra via Padova e Quarto Oggiaro. Avevo voglia di fare qualcosa di diverso rispetto al solito me, di sperimentare, di mettermi in posizione scomoda, di osare, di far uscire fuori parti diverse di me; così ho scelto di mischiare l’elettronica all’acustico, di sperimentare un sound non convenzionale, di mischiare lingue e dialetto. 3) E l’ispirazione per il videoclip? In cui parti vestito da prete e poi ti ritrovi in tutt’altro modo? 3) Inizio il video vestito da prete e lo concludo con […]

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Attualità

Basta con la morale ridicola del buon esempio: la morte di Maradona l’ha dimostrato

Smettiamola con la morale retrograda e buonista del “buon esempio”. Perché abbiamo questo bisogno spasmodico di cercare exempla in qualsiasi cosa? La morte di Diego Armando Maradona lo dimostra chiaramente Il copione è sempre lo stesso, praticamente immutato. Ogni volta che un personaggio più o meno famoso esala l’ultimo respiro, inizia sempre lo stesso valzer, puntuale come un orologio svizzero. Il valzer del “Era un grande artista/ un grande sportivo/ un grande scrittore ma…”, seguito poi da una sequela di giudizi finalizzati a effettuare la vivisezione della vita privata dei suddetti personaggi. Perché la folla è un animale strano, intrisa di ferinità e fame, che non ci mette nulla a creare un altare su misura per i propri idoli, e quell’altare lo ricopre d’oro, argento e diamanti. Al tempo stesso, la folla pretende che i suoi idoli siano perfetti, immacolati e capaci di riproporre, anche nella propria sfera intima, quegli stessi ideali di perfezione aurea presenti nell’arte da loro plasmata. La morte di Diego Armando Maradona, leggenda indiscussa del calcio, ha scoperchiato questo meccanismo. Non sono mancati pareri e Twitter autorevoli, che ci hanno tenuto a sottolineare quanto El Pibe De Oro fosse stato sì un grandissimo calciatore, ma anche quanti chiaroscuri avesse avuto in vita, quante storture e quanti vizi non proprio da “mito”. E questi chiaroscuri sono stati incarnati, per inciso, dalla dipendenza dalla cocaina, dai problemi con la giustizia, magagne con figli e compagne. Qualsiasi mito, edificato in maniera più o meno consapevole, non dovrebbe mai essere idealizzato. Maradona era un uomo fatto di carne e di sangue, ed è stato capace di ispirare, con la sua parabola di vita, anche chi di chi calcio non capiva nulla e non sapeva nemmeno che forma avesse una palla. Maradona è stato il perfetto prototipo dello scugnizzo: partito dal nulla, dai campi di calcio polverosi del Sudamerica, è riuscito a incorporare nella sua vita tutti gli elementi tipici di un romanzo di formazione, di cui non è stato per niente il protagonista perfetto o l’eroe ideale. Il Bildungsroman di cui si è reso protagonista, non ha pennellate oniriche o fatate: si tratta di sudore, miseria e povertà, che poi sono state convertite in mito da un talento unico, straordinario e quasi demoniaco, a dimostrazione del fatto che il talento, quando sceglie di baciarti, non ti guarda in faccia, non guarda da dove vieni. Maradona, quando è morto, ha compiuto un miracolo degno di San Gennaro: è riuscito a far commuovere e piangere uomini di cinquanta, sessanta, sessant’anni, che magari non piangevano mai, uomini granitici che non erano riusciti a piangere nemmeno alla morte dei propri parenti; è riuscito a far disperare persone che il calcio nemmeno lo seguivano. Perché è stato possibile tutto questo? Perché Maradona non si è mai, mai, proposto come un esempio da seguire. Ogni mito è potente proprio perché proiettiamo, nelle sue fitte intelaiature, qualcosa di noi. Un pallone non è solo un pallone, così come una penna non è solo una penna e un pennello non è solo […]

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Libri

Gennarino Di Gennaro e la scoperta delle trame tenebrose di Giovanni Fusco

Gennarino Di Gennaro e la scoperta delle trame tenebrose: Giovanni Fusco ci accompagna vico vico insieme a una guida d’eccezione, un orfano di dodici anni molto speciale Esistono storie napoletane che brillano di luce propria, e di cui non ci ricordiamo. Certe storie sono come piccoli gioielli scovati alle bancarelle, o monetine raccolte per terra e una volta che le afferri non riesci a lasciarle più, perché ti entrano in un vuoto del cuore che sembrava aspettare solo loro. Giovanni Fusco sembra aver trovato quell’apertura presente nel muscolo cardiaco di tutti noi, dove si annidano i ricordi più docili dell’infanzia e il respiro di qualcosa di più grande e conturbante. In Gennarino Di Gennaro e la scoperta delle trame tenebrose,  edito da GM Press, c’è tutto. O meglio, c’è tutto ciò che si potrebbe trovare in una classica storia napoletana, ma c’è anche molto di più. Al di là dell’impianto narrativo e degli elementi che la costituiscono, la storia di Gennarino Di Gennaro ha una magia intrinseca, che rimane appiccicata sulle palpebre dei lettori come la polvere sui mobili delle case antiche. Nelle viscere di Napoli con Gennarino Di Gennaro: un viaggio nei meandri della città (e anche di noi stessi) Prima di essere un libro, questo è un viaggio. Un viaggio iniziatico, quasi rituale, nel mistero dell’infanzia che cresce e si snoda in un luogo misterioso come Napoli. I vicoli di Napoli diventano teatro di questo estroso romanzo di formazione, che ci prende per mano e ci fa osservare la realtà con gli occhi lucidi di Gennarino. Gennarino di Gennaro non è un ragazzino normale. Lui ha dei poteri speciali. «Piccirì […] Qualunque cosa succederà, non ti scoraggiare e non abbandonare mai questi doni, perché sarebbe come sputare in faccia a Dio. Hai capito? Non fare come me che ho dovuto sciupare tante cose per l’ignoranza e l’imbecillità della gente. È capit’?» Sua nonna glielo ripete: i suoi poteri sono speciali, e non bisogna sprecarli. Per non darla vinta all’ignoranza e all’imbecillità della gente, per non scivolare nel baratro della mediocrità, per conoscere meglio se stessi. Giovanni Fusco, insegnante in una scuola superiore sotto il Vesuvio, ad Ercolano (dopo vent’anni a insegnare nella periferia est di Napoli), ci affida una sorta di pedagogia dell’esistenza, innestata su uno sfondo che va dal meraviglioso al fantasy, passando anche quasi per il giallo. Tutto innestato tra le pietre e la salsedine dei vicoli napoletani. Il vicolo è uno dei protagonisti del romanzo, al pari di Gennarino. Ma non è il vicolo di Eduardo De Filippo o di Totò: è un contenitore di crescita, di estro e rivoluzione. Tutto sembra normale e anormale al tempo stesso, possibile e impossibile, come in un caleidoscopio in cui i colori sono continuamente cangianti e mai fissi. Gennarino vive, fino ai suoi dodici anni, in un orfanotrofio gestito dalle “Suore delle piaghe del Santissimo Beato Cristobaldo del deserto”: la sua vita in collegio scorre in modo più o meno placido, fin quando non viene restituito al “mittente” o […]

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Libri

Le librerie indipendenti ai tempi del Covid-19: il reportage di Benedetta Iezzi

Benedetta Iezzi, giovane scrittrice abruzzese, nel suo reportage si chiede che cosa vuol dire essere una libreria indipendente ai tempi di una pandemia? E che cos’è una farmacia letteraria? Questi quesiti sono molto delicati, e non esiste un modo giusto o sbagliato per affrontarli, ma solo tanta sensibilità e voglia di approfondire, magari con dati alla mano. Sensibilità e documentazione sono stati gli strumenti di cui Benedetta Iezzi si è armata per realizzare il suo reportage che ha poi pubblicato sul suo blog personale, “Dear Salinger“. Benedetta è una giovane scrittrice abruzzese, studia alla Scuola Holden di Torino e quello delle librerie indipendenti è un tema che le sta a molto cuore. Che cosa vuol dire essere una libreria indipendente ai tempi del Covid-19? Lo abbiamo chiesto direttamente a lei  1) Ciao Benedetta, grazie mille per la tua disponibilità. Partiamo dalla domanda più semplice (o forse, la più difficile, pirandellianamente parlando). Chi è Benedetta Iezzi? Questa sì che è una domanda difficile! Non sono molto brava a parlare di me, mi trovo sempre in difficoltà. Ho 22 anni, sono abruzzese ma attualmente studio alla Scuola Holden di Torino. Da qualche mese ho aperto un blog “Dear Salinger” per parlare di libri e degli argomenti che più mi interessano, senza limitazioni. 2) Come mai hai deciso di fare questo reportage sulle librerie indipendenti? Vivo a Chieti, una città comunque piuttosto piccola. Da qualche anno le attività del centro non fanno che chiudere, questo sta portando a una perdita della nostra identità territoriale. Ho un rapporto particolare con le librerie della mia città e volevo capire che cosa stesse accadendo. Credo che in generale nel nostro Paese ci sia poca consapevolezza sul lavoro delle librerie indipendenti. Volevo provare l’esperienza del reportage e il mio territorio mi offriva l’opportunità di fare un po’ di informazione sull’argomento. Quindi ho tentato. 3) Cosa è una farmacia letteraria e cosa ne pensi di questa idea? Quella della farmacia letteraria è un’idea originale nata per rilanciare il mondo del libro e della lettura in generale. Sostanzialmente l’idea è questa: se invece di scegliere un libro in base alla trama o al titolo lo scegliessimo per “curare” delle nostre mancanze? Penso che sia un’idea molto carina, che avvicina il lettore comune al mondo della biblioterapia. Può essere un’occasione per riscoprire il potere che le storie esercitano su di noi. È vero che alcuni libri possono fare la differenza se letti nel momento giusto, per curare certe ferite. In generale, credo che ogni iniziativa che renda la libreria indipendente un’esperienza sia vincente, poiché permette ai librai di offrire qualcosa che l’e-commerce non può dare. Puntare sull’intraprendenza è l’originalità è sempre una buona idea. 4) Cosa ne pensi della situazione che il mondo dell’editoria ha dovuto vivere durante il lockdown? Purtroppo, i dati dimostrano che le vendite di libri siano molto calate durante il lockdown. È vero che la pandemia ha portato a uno stallo in tutti i settori economici, ma quello dell’editoria era già agonizzante. Molte uscite sono state […]

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Libri

Next Stop Rogoredo, l’Inferno sulla Terra: intervista a Micaela Palmieri, giornalista del Tg1

“Next stop Rogoredo”: intervista a Micaela Palmieri, giornalista del Tg1. Storie di dolore e solitudine: agire per non aspettare l’inevitabile. Ci sono storie che vengono a bussare alla tua porta, ed è inutile aspettarle o porgere l’orecchio al buio. Quelle storie arrivano, prorompenti e vive, e ti trascinano nella vita che pulsa, nella vita che non fa domande e che merita di essere impressa su carta, come se l’inchiostro potesse restituire nuova linfa e dignità a un marasma che giace lì, con tutte le sue contraddizioni. Questo è il caso di “Next Stop Rogoredo”, il libro della giornalista del Tg1 Micaela Palmieri che scandaglia, accarezza ed esplora uno dei tanti Inferni sulla Terra, il bosco di Rogoredo, a poche fermate dalle vetrine patinate e dai grattacieli sfavillanti di Milano. Aggiungere altro non servirebbe a molto: a Micaela la parola. Buongiorno Micaela, grazie mille per aver accettato di rilasciare questa intervista. Innanzitutto, partiamo con la domanda più semplice (o più difficile, a seconda dei punti di vista). Chi è Micaela Palmieri e come si presenterebbe? Come nasce in lei l’esigenza della scrittura e della comunicazione? La domanda è quasi esistenziale. Chi sono? Una persona che cerca sempre di non dire ‘sono fatta così’ ma che prova a fare un passo in più o in meno, a seconda delle situazioni, e prova anche a essere migliore, a lasciare un segno nelle persone e nelle vicende della vita. Prima che scrivere ho sempre amato visceralmente leggere. Poi da lì si è rafforzata la mia passione per la scrittura, per le storie, per le narrazioni e ci ho provato. Parliamo del libro, “Next Stop Rogoredo”: come ti è venuta l’ispirazione che ti ha portato a scriverlo? Next stop Rogoredo è stato per me un libro molto sofferto. Racconta vicende che ho vissuto e che mi hanno cambiato. Conoscere storie di dolore e solitudine come quelle che racconto nel libro mi hanno spinto a farle conoscere di più anche agli altri. Non credo si abbia la vera percezione di quanto la droga sia presente soprattutto tra i ragazzi e i giovanissimi. Ho scritto e raccontato tramite un’inchiesta che ho fatto negli anni per il Tg1 perché bisogna agire, aiutare le persone, non aspettare l’inevitabile. La droga sta distruggendo tanti ragazzi in gamba, tante giovani coraggiose vittime della solitudine e dell’indifferenza. Non possiamo stare a guardare. Per scrivere questo libro, hai passato una notte nel bosco della droga: a livello umano, emotivo, come descriveresti questa esperienza? Il bosco di Rogoredo è un luogo impossibile da descrivere con il mezzo limitato che sono talvolta le parole. Ho sintetizzato con ‘l’Inferno’. Ma non so se sia esauriente. È un luogo di dolore, solitudine, violenza, un posto in cui i sentimenti non ci sono più, le sensazioni neppure, c’è solo il vuoto. Ci sono solo vite piene di niente. Adesso la situazione a Rogoredo è migliorata grazie all’intervento di una task force di Istituzioni, forze dell’ordine e comunità ma il mostro della droga non è sconfitto, anzi è ancora […]

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Napoli e Dintorni

Intervista a Nicola Dragotto, musicista che respira Napoli (e non solo)

Intervista a Nicola Dragotto, musicista che respira Napoli (e non solo) Ci sono musicisti che sai che non scompariranno dopo una canzone, dopo un album. Perché l’urgenza che li muove è pura e cristallina come l’acqua, come la pioggia d’estate: e proprio torrenziali sono le interviste che questi artisti rilasciano. Aggiungere qualcosa alle parole di Nicola Dragotto, così autentiche e pulsanti di vita, significherebbe snaturarle. Lasciamo quindi la parola a lui, un figlio di Napoli che respira la città (e non solo). La nostra intervista al poliedrico Nicola Dragotto 1) Ciao Nicola! Innanzitutto grazie di aver accettato di rilasciare questa intervista. Iniziamo con la domanda più banale (o forse la più interessante). Chi è Nicola Dragotto e come si presenterebbe a chi non lo conosce? 1)Innanzi tutto ringrazio Eroica Fenice per essersi ancora una volta interessata a me. Come mi presenterei? Nicola Dragotto è un artista imprestato all’avvocatura e comunque un privilegiato, presente ma non invadente, geloso della sua casetta in pietra viva sul fiume, mai a corto di pensieri in un mondo di… masterchef. 2) Come è stato il tuo esordio nel mondo della musica? Cosa ti ha spinto a lanciarti in quest’avventura? Hai qualche aneddoto da raccontarci? 2)Nonostante non sia “commercialmente famoso”, di aneddoti ce ne sarebbero davvero tanti da potere scrivere un libro. Il mio esordio nella musica è iniziato presto. A 10 anni, dopo avere passato anni prima una selezione per lo Zecchino d’oro, mio padre per la promozione in seconda media, mi pose davanti ad una scelta, da un lato bella e dall’altro dolorosa: la bicicletta o la chitarra. Inutile dire quale fu la vittima sacrificale. Purtroppo di lì a poco mio padre morì e la chitarra, quella che il prossimo agosto compirà 53 anni, la misi da parte per sette lunghi anni. Ma lei seppe aspettarmi. Avevo 18 anni e devo riconoscere, a detta di tutti, in possesso di una voce molto bella, ma non era sufficiente. Era sempre il chitarrista ad essere attorniato dalle ragazze. Fu così che proprio quando esordì Edoardo Bennato, feci anche io il mio esordio. La passione, ragazze a parte, era fortissima tanto da farmi cominciare a scrivere i primi testi e farmi cantare e suonare nelle feste dell’Unità, armato anche io di armonica e chitarra e durante i viaggi all’estero con gli amici per le strade e le piazze delle capitali europee che visitavamo. Devo dire che si guadagnava quel tanto da pagarsi il viaggio. Niente male. Ricordo una volta a Parigi, suonammo per un paio d’ore ed un Giapponese aveva posato nel fodero un pezzo da dieci franchi. La sorpresa grande fu quando stavamo per posare le chitarre ed andare via e lui, rimasto a guardarci, ci chiese di suonare nuovamente Yesterday, poggiando con delicatezza un altro pezzo da dieci franchi. Credimi, fu un’emozione che mi porto ancora dentro. Chissà cosa gli doveva ricordare. Poi la vita mi ha portato a scelte più borghesi e soprattutto ad un matrimonio troppo giovane. Poi la Laurea, l’esame di avvocato, […]

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Libri

Alessio Forgione autore di Giovanissimi: letteratura e boccate d’aria

Intervista ad Alessio Forgione: “Giovanissimi”, letteratura e boccate d’aria Alessio Forgione, napoletano e autore di “Napoli Mon Amour” e “Giovanissimi” editi da NN Editore, è stato così gentile da rispondere alle nostre domande. L’originalità e la sagacia delle risposte hanno reso quest’intervista molto piacevole, ed è molto bello notare la ricorrenza dell’invito alla lettura: quanti leggono davvero, anche tra gli scrittori? Leggere è amore e necessità, e anche la scrittura si fa, per forza di cose, necessaria. La lettura è una boccata d’aria, soprattutto in questo periodo storico, e un buon libro in questo momento ha un potere più che mai salvifico. Da Alessio abbiamo appreso delle importanti lezione da portare a casa: abbiamo imparato che la letteratura salva, che la vergogna è la misura dell’urgenza di raccontare e che naso e orecchie crescono per tutto il corso della vita. Giuro, io non lo sapevo. A lui la parola! Ciao Alessio! Innanzitutto grazie di aver accettato di rilasciare questa intervista: partiamo dalla domanda più banale, o forse più difficile (insomma, dipende dai punti di vista!) Chi è Alessio Forgione e come lo racconteresti a chi non lo conosce? No, a chi non conosco non racconto nulla di me, eccetto le cose piuttosto evidenti, ovvero che ho più di trent’anni, sono calvo, napoletano, non troppo alto ma nemmeno basso, che mi piace leggere e da un certo un punto in poi ho incominciato a scrivere. Come è nato il tuo amore per la scrittura e che rapporto hai con essa? In realtà, non amo scrivere. Amo leggere, ma sono due giochi molto diversi tra loro. È che le cose si ammucchiano e scrivere mi sembra un modo per fare ordine, più o meno come lavare i piatti, che pure non è una cosa troppo piacevole, ma pur sempre necessaria. Ci racconteresti come è stata la gestazione di “Napoli Mon Amour” e “Giovanissimi”? Quando ho scritto “Napoli mon amour” ero un disoccupato di trent’anni e mi venne di scrivere di un trentenne disoccupato perché non riuscivo a guardare oltre la punta del mio naso. Con “Giovanissimi”, che si svolge sul finire degli anni ’90, ho pensato di voler provare a spiegarmi com’è che sono diventato la persona che sono, forse perché il mio naso continua a crescere – e d’altronde naso e orecchie crescono per tutto il corso della vita di un essere umano. Finirò per assomigliare ad un elefante, già lo so. Quando inizi a lavorare a una storia, come capisci che è quella la storia giusta su cui investire tempo ed energie? Se mi vergogno abbastanza delle cose che sto scrivendo, dell’argomento e non della forma, allora sono la cosa giusta su cui lavorare. Come stai vivendo l’entrata di “Giovanissimi” nella dozzina dello Strega? Benissimo, ne sono davvero molto soddisfatto. Mi sembra una cosa bella da qualsiasi prospettiva la si guardi. Che libri ci consiglieresti per questo periodo storico così particolare che stiamo vivendo? Sto leggendo “2666” di Roberto Bolaño ed è un libro enorme, in più è molto voluminoso […]

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Fun e Tech

Intervista ad Alice Avallone: il coronavirus e il mondo digitale

Quale impatto ha avuto la pandemia sul mondo dei social? Com’è cambiata la nostra comunicazione quotidiana? E quali sono le domande giuste da porci per il post-pandemia? Proviamo a scoprirlo in quest’intervista ad Alice Avallone, fondatrice di Be Unsocial: Alice ricerca trend, insight e small data, e insegna strategia e narrazione digitale alla Scuola Holden di Torino La pandemia di covid-19 ha lasciato un solco profondo nelle nostre abitudini, trasfigurando la nostra quotidianità e il modo di comunicare: anche la nostra fisionomia sui social network risulta senz’altro mutata. ll trauma collettivo che stiamo vivendo ha indubbiamente determinato una metamorfosi irreversibile anche nel nostro modo di approcciarci agli altri e di presentarci agli occhi della comunità digitale. Nel marasma di questo periodo, tante sono le domande che si affastellano nella nostra mente: che società ci consegnerà la fine di questa pandemia? Che persone saremo? Cosa avremo imparato? Si potrebbe continuare all’infinito, ma ci stiamo davvero ponendo le domande corrette? Abbiamo provato a capirlo nella chiacchierata con Alice Avallone, agitatrice culturale, fondatrice di Be Unsocial, ricercatrice di small data, trend e insight, nonché docente di strategia e narrazione digitale alla Scuola Holden di Torino. Alice ha lanciato, appena decretato il lockdown, la sfida social #25Giorniacasa che ha ottenuto ottimi risultati e che ha ricevuto moltissime adesioni e contenuti; proprio in questi giorni, invece, è uscito l’e-book gratuito “Back to the future”, in cui un gruppo di 44 umanisti, giornalisti ed esperti della comunicazione, analizzano la dimensione collettiva del post-pandemia, cercando di fornire risposte alle domande più in voga. La pandemia e il mondo digitale è un tòpos che, nella narrazione della Storia con la S maiuscola che l’umanità sta scrivendo, diventerà paradigmatico; con Alice abbiamo esplorato l’argomento in ogni sua sfumatura: dall’impatto della pandemia sui social fino ai nuovi concetti di condivisione e intimità, passando per il tema della disuguaglianza sociale e della reazione dei brand. Infine, la tanto inflazionata similitudine della pandemia di covid-19 con la guerra, sempre più presente nei post sui social: vi spieghiamo perché è una semplificazione che rischia di essere riduttiva e limitante. Ora, lasciamo la parola ad Alice Avallone, che ringraziamo per la sua disponibilità. L’intervista alla docente Alice Avallone 1) Buongiorno Alice, innanzitutto grazie per aver accettato di rilasciare quest’intervista. Iniziamo con una domanda molto neutra: come hai preso l’inizio del lockdown e che cambiamenti ha avuto sulla tua attività di ricercatrice digitale? 1) È curioso, perché questa quarantena era quello che desideravo da tanto tempo. Non l’emergenza sanitaria globale, ovviamente, ma i suoi risvolti quotidiani. Mi ero ripromessa di prendermi una pausa da viaggi e trasferte, per dedicarmi alle mie ricerche senza distrazioni. Dunque, per me il lockdown è stato un toccasana, nonostante tutto. Inoltre, queste settimane per la mia professione sono di grande ispirazione, e infatti tutta la mia attività si è spostata nell’interpretare cosa sta succedendo e proporre chiavi di lettura su quello che sarà il post Coronavirus. 2) Che impatto ha avuto, in generale, la pandemia di covid-19 sul mondo del […]

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Attualità

Intervista al dottor Paolo Ascierto: cauto ottimismo per il Tocilizumab

Intervista all’oncologo e ricercatore del Pascale di Napoli, Paolo Ascierto: per il Tocilizumab cauto ottimismo; investire in ricerca e in sanità è il miglior regalo per i nostri figli Grazie all’oncologo e ricercatore del Pascale di Napoli Paolo Ascierto è stata avviata in Italia la sperimentazione del farmaco Tocilizumab, che ha già ottenuto dei risultati ottimi contro i sintomi del Coronavirus. Si è parlato spesso delle storie dei pazienti che, dopo essere stati trattati con il farmaco, sono stati estubati e hanno ripreso a respirare senza aiuti esterni. Abbiamo intervistato il dottore Ascierto per parlare del Tocilizumab e farci spiegare il suo funzionamento con chiarezza, per illustrare le condizioni dei pazienti a cui è stato somministrato il farmaco e per parlare anche dell’Avigan. Non sono mancati discorsi di più ampio respiro, dalla questione dei tamponi fino alla gestione dell’emergenza da parte della Campania, passando per i tagli alla ricerca e alla sanità e le controversie sull’origine del virus. Il dottore ha chiarito una volta per tutte che non bisogna dare adito ai complotti, ma fidarsi con serenità della scienza. L’intervista al dottor Paolo Ascierto sviscera tutte le sfumature della questione e ci aiuta a capire sempre di più che soltanto collaborando e affidandoci alla ragione, si potrà uscire da questa situazione. La nostra intervista al dottor Paolo Ascierto 1) Buonasera dottor Ascierto, La ringrazio per aver accettato di rilasciare questa intervista. Può spiegarci qual è il meccanismo di azione del Tocilizumab e in quali casi viene utilizzato? 1) É un farmaco usato da noi oncologi nell’immunoterapia che va ad agire sull’infiammazione del polmone. Da qui l’idea, condivisa con i medici del Cotugno e con i ricercatori cinesi, di sperimentarla nei pazienti affetti da Covid 19. Il Toci funziona lì dove c’è la famosa tempesta di citochine, questa è tipica di una condizione che si verifica quando si utilizzano le famose car-t e questa tempesta si presenta nel polmone in seguito all’infezione da Coronavirus. Pertanto la tempesta citochinica è tipica sia degli effetti collaterali dell’immunoterapia che del Covid 19. 2) Quali sono le condizioni attuali dei pazienti che sono stati trattati con il Tocilizumab? 2) Questa parte della sperimentazione viene svolta dall’Unità Sperimentale Clinica del Pascale, diretta da Franco Perrone. Dopo l’ok dell’Aifa e del comitato etico dello Spallanzani, il gruppo di Perrone si muove su una piattaforma informatica dove vengono raccolti i dati di tutti i pazienti degli ospedali italiani che verranno trattati con il farmaco. I centri si iscrivono via internet e possono registrare i pazienti da trattare nelle ore successive. Sempre tramite la piattaforma partono gli ordini per il farmaco che la casa farmaceutica che lo produce spedisce direttamente alle farmacie dei centri ospedalieri. Nel giro di poche ore sono stati arruolati i primi 330 pazienti della sperimentazione anche se con il farmaco finora sono stati trattati oltre duemila pazienti. I risultati scientifici verranno divulgati direttamente da Aifa e ci vorranno ancora un paio di settimane. Quello che posso darvi è un’impressione su quello che noi abbiamo osservato al Cotugno, […]

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Musica

Da L’Isola a Benvenuto, l’intervista: la quarantena di Luciano Tarullo

Intervista al cantautore Luciano Tarullo, originario di Agropoli: è passato ormai un anno dall’uscita del suo album “L’Isola” e ora è uscito il singolo “Benvenuto“. Come la staranno passando la quarantena, gli artisti? Questo è un quesito che ronza nella testa di tutti i “non addetti ai lavori”: spesso capita che gli artisti, in quarantena, si trovino a festeggiare il compleanno di un fortunato album e, addirittura, a sfornare un nuovo singolo. Questo è il caso di Luciano Tarullo, originario di Agropoli e uno degli artisti di spicco della scena cilentana. Con lui abbiamo fatto un’interessante chiacchierata e abbiamo toccato vari temi: la musica, la situazione musicale odierna, la quarantena, la creatività e l’isolamento, spaziando da un argomento all’altro come si farebbe tra buoni amici. Lasciamo la parola direttamente a lui, per immergerci nel suo universo. Luciano Tarullo, intervista Buonasera Luciano. Innanzitutto grazie di aver accettato questa intervista. È ormai passato un anno dal tuo album “L’Isola”: come hai festeggiato questo compleanno particolare? Ciao Monica, grazie a te per l’invito. È vero è passato già un anno dall’uscita del disco, anche se per me sembra passato molto più tempo dato che la sua produzione è iniziata qualche anno prima. Purtroppo non ho potuto festeggiare questo traguardo importante come avrei voluto date le circostanze. C’era in programma di organizzare un concerto con tutti i musicisti che hanno lavorato all’album e con vari ospiti ma non è stato possibile. Quando tutto questo sarà finito, probabilmente sarà la prima cosa che inizierò a programmare. Intanto però in questi giorni sono andato a guardare tutte le foto, i video, ho riletto le recensioni e tutti gli articoli che sono stati scritti sul mio album nell’arco di quest’anno. È stato un bel modo per rinfrescarmi la memoria e per prendere ancora più coscienza del fatto che è stato senza dubbio uno dei periodi più belli della mia vita. Le più grandi soddisfazioni che l’avventura di questo album ti ha dato? Senza dubbio le parole che mi sono arrivate da chi ha ascoltato l’album. Sai, di solito noi artisti diciamo sempre che questo lavoro lo facciamo prima di tutto per noi stessi, per esorcizzare qualcosa piuttosto che per dare espressione alla nostra anima. Questo è tutto vero. Ma non dobbiamo mai dimenticarci che l’Arte è comunicazione e la comunicazione ha bisogno di un interlocutore attivo, di un pubblico presente. Scrivo sempre per me stesso, ma consapevole del fatto che ciò che scrivo raggiunge un piena realizzazione di sé quando riesce ad arrivare con immediatezza alle persone. Per questo cerco di essere sempre sincero in quello che faccio, e la mia più grande soddisfazione è stata proprio che questo aspetto è stato largamente percepito. Parlaci ora del videoclip di “Benvenuto”: come è nato questo brano e cosa c’è di te, dentro. Il brano è nato come una lettera. Una lettera che scrivo a me stesso e che ho immaginato di spedire ad un Luciano appena nato, un Luciano che non ha ancora vissuto tutte le esperienze e […]

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Teatro

Radio Baule: audioracconti per bambini e genitori in tempo di quarantena| Intervista

Radio Baule, la nuova rubrica di audioracconti per bambini e genitori realizzata da “La lanterna magica del Nuovo Teatro Sancarluccio” ai tempi della quarantena. Intervista a Simona Di Maio, Sebastiano Coticelli e Luca Di Tommaso A Napoli, anche quando tutto sembra fermo, si rischia di essere ingannati. Sotto il silenzio, sotto le pietre del centro storico ormai mute, ribolle l’arte, quella che proviene dal bisogno primordiale di fare di necessità virtù. “La lanterna magica del Nuovo Teatro Sancarluccio” ha pensato ai bambini e ai loro genitori, e ci ha pensato donando loro ciò che di più bello e nobile ci sia: le storie. E si sa, con delle buone storie in casa nessuno è mai davvero solo! Tanti sono le storie, i mondi e le suggestioni evocate dai ragazzi di Radio Baule, e le rubriche sono stimolanti e creative. Si passa da “Favole al Telefono“, ispirate a Gianni Rodari, a “Cose a Caso“, per esplorare insieme l’universo degli indovinelli e delle barzellette, passando per l’appuntamento domenicale condotto da Sara Missaglia, “La domenica di Oz“. I conduttori d’eccezione di Rabio Baule? Nonno Gianni e Nonna Gianna, due simpatici e arzilli vecchietti pronti a incuriosire e stimolare bambini e genitori. Ora però lasciamo parlare Simona Di Maio, Sebastiano Coticelli e Luca Di Tommaso, per immergerci nell’universo di Radio Baule, direttamente dalle loro parole. O dal loro baule! Ciao! Grazie per aver accettato quest’intervista! Vi andrebbe di dirci in cosa consiste l’iniziativa “Radio Baule”? Che possibilità e potenzialità ha, secondo voi, l’audioracconto rispetto alla forma semplicemente scritta? Radio Baule è nata non appena abbiamo sospeso tutte le nostre attività, quindi la scuola di teatro, la stagione di teatro per l’infanzia e da subito abbiamo sentito l’esigenza di recuperare questi legami con il nostro pubblico, con i nostri allievi, di ricucire questo rapporto che si era interrotto bruscamente. Quindi è nata Radio Baule, è nata l’idea di raccontare storie, è un modo per sentirci vicini mantenendo il contatto, facendo arrivare le nostre voci a tutte le orecchie che hanno voglia di ascoltare. Ormai tutto ciò che si ascolta spesso si vede, a partire dai video, con gli audioracconti ritorniamo ad un ascolto essenziale, attivando solo il nostro udito e immaginando tutto quello che viene raccontato. Abbiamo scelto il potere del racconto orale per favorire e stimolare l’immaginazione e la fantasia dei bambini e perché no anche degli adulti. L’audioracconto ha una grande potenza, espressiva e immaginativa, perché chi l’ascolta completa con le proprie conoscenze e i propri pensieri quello che viene raccontato oralmente. Inoltre, considerando che molti bambini non sanno ancora leggere, diventa uno strumento universale. Come mai avete scelto un target di bambini e genitori? Ascoltare un racconto è un momento di gioco comune, significa concedersi uno spazio tra adulto e bambino per ritrovarsi uno accanto all’altro e poter condividere pensieri, idee, commenti o inventarsi dei giochi a partire da quello che hanno ascoltato. Trovare cose da fare tutti i giorni non è facile, quindi con le nostre rubriche vogliamo offrire la possibilità […]

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Libri

Le peggiori paure di Fay Weldon: tra i fantasmi nostri e degli altri | Recensione

Le peggiori paure di Fay Weldon, pubblicato da Fazi Editore e con traduzione di Maurizio Bartocci: viaggio tra i nostri demoni e quelli delle persone che amiamo “Le peggiori paure” di Fay Weldon, edito da Fazi Editore e con traduzione di Maurizio Bartocci, è come uno di quei respiri quando fuori l’aria è gelida ed è tutto ghiacciato; quei respiri che formano una nube talmente fitta che sembra un tiro di sigaretta. La nube evocata da questo libro è greve, vaporosa e dai contorni cupi, e avviluppa il lettore per non lasciarlo andare, tenendolo stretto per i calcagni e ancorandolo alle pagine con forza. Il tema della perdita del proprio compagno, della vedovanza, è stato affrontato molte volte in letteratura: basti pensare al modo magistrale con cui Gabriel Garcìa Màrquez ne parla in “L’amore ai tempi del colera”, quando descrive la prima notte di Fermina Daza senza il contrappeso del marito Juvenal Urbino dall’altro lato del letto. In modo analogo, ma allo stesso tempo antitetico, Le peggiori paure si apre con quest’immagine: Alexandra Ludd, celebre attrice, ha appena assunto lo status di vedova. Alexandra è stata abituata, per dodici anni, a sdraiarsi nuda accanto a Ned, in quel letto striminzito che a lei nemmeno piaceva, perché lei amava i letti grandi e spaziosi; si sdraiavano e dormivano intrecciati fino al mattino, fino a confondere e mescolare le temperature – fredda quella di Alexandra, rovente quella di Ned – e a raggiungere, il mattino dopo, lo stesso grado di calore. Alexandra non si era mai chiesta dove finisse il suo corpo e dove cominciasse quello del marito: un’unica entità, un’unica pelle, un unico amalgama di destini. Un po’ come la Fermina Daza di màrqueziana memoria. Il libro si apre anche con immagini secche, decise e appuntite come spilli; il lettore è infatti catapultato nel freddo asfissiante di un obitorio: All’obitorio, Abbie e Vilna fissavano la salma di Ned. «All’Ospedale di St James andai», cantava Vilna con la sua voce roca, «e il mio amor lì vi trovai. Terreo, gelido e spogliato su una bianca lastra abbandonato». Si erano fermate poco distanti dal morto. Fuori c’era un sole accecante ma l’obitorio, che era una semplice struttura di cemento, non aveva finestre, era molto freddo e illuminato con luce artificiale. «A Ned piaceva sentirmi cantare», osservò Vilna. «Ho una voce bellissima, non trovi?». «Bellissima», rispose Abbie. «Da morto sembra più giovane», disse Vilna. La morte non smette mai di essere compagna antica e nuova, contraltare perfetto della vita: si annida nelle pieghe delle lenzuola a righe del talamo rifatto ad arte, nella gioventù irreale dei volti dei cadaveri, nel vuoto fissato da Alexandra seduta sul letto del marito inerme. Ned muore di infarto mentre Alexandra è via per recitare in Casa di bambola di Ibsen; Ned muore mentre lei è intenta a trasfigurarsi nella “lodoletta” delicata e palpitante che le rimarrà sempre sul volto come una maschera digrignata, quella “lodoletta” che dovrà continuare a impersonare anche dopo il trauma della vedovanza, nella finzione più […]

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Musica

Opus Ludere, l’intervista: tango siculo-argentino e contaminazioni

Una commistione raffinata e unica, quella tra Sicilia e Argentina; l’arcaicità di una terra che non smette di produrre suggestioni e l’America Latina: cosa c’è di più sensuale? Gli Opus Ludere ci restituiscono questo connubio rarefatto, con le loro sonorità sanguigne ed eleganti. A loro la parola. Opus Ludere, intervista La vostra musica è sanguigna, raffinata ed elegante: quanto affonda le radici nella Sicilia? Che rapporto di contaminazione c’è tra la Sicilia e l’Argentina e che lavoro avete fatto, per renderlo al meglio? Il rapporto tra Sicilia (Italia, in generale) ed Argentina fonda le sue radici nelle grandi migrazioni a cavallo tra XIX e XX secolo, nella dignitosa povertà nutrita di speranze e, sovente, successi futuri. Il tango è un calderone di stili non privati di unicità e fascino ove modellati da creatori geniali e originali. In Argentina il genere nacque con flauto e chitarra. Per noi tutto ebbe inizio con Histoire du Tango, tra i capolavori di Astor Piazzolla. I compositori che hanno accettato il nostro invito a scrivere per Opus Ludere hanno espresso ciò che abbiamo definito “eufonia creativa”, un insieme di scritture, esperienze e provenienze, derivazioni colte e popolari, tutto amalgamato per giungere “al cuore delle origini “polverose” e oscure del tango, simbolo dell’unica memoria che rimane del tempo che travolge tutto. La sicilianità è nel suono: caldo, non pesante. La domanda più banale, o forse la più difficile: chi sono gli Opus Ludere e come si racconterebbero a chi non li conosce affatto? Raccontateci brevemente la vostra storia, dagli albori ad ora. Il nome del duo nasce da due parole che ci rappresentano in egual modo: lavoro e divertimento. Proponiamo un approccio non rigido nei confronti della cosiddetta “musica colta”, avvicinandoci al pubblico in modo simpatico (si spera) e abbattendo la “quarta parete” senza scadere nella banalità. Ci siamo conosciuti circa 10 anni fa (all’epoca il nostro flautista Domenico vantava ancora una folta chioma) collaborando all’interno di svariate formazioni cameristiche. In seguito, decidemmo che era arrivato il momento di “mettersi in proprio” o, più semplicemente, rimanemmo soli. L’impostazione classica di Domenico, frutto di innumerevoli esperienze orchestrali e cameristiche, ha aiutato ad interpretare partiture il più delle volte complesse e articolate. L’interesse per i linguaggi contemporanei, coadiuvato da una provenienza borderline di Davide, ha reso evidenti gli elementi extra-colti del repertorio. Dunque, il nostro percorso comincia dalle ultime tendenze moderniste del tango europeo, riscoprendo composizioni mai o raramente incise, inseguendo non solo una solidità tecnico-performativa, bensì la lettura “duale” delle partiture canoniche. Non è semplice “dedicarci” del tempo per progettare, ricercare, stimolare (minacciare) i compositori, provare, scoprire et similia, a causa di impegni lavorativi e familiari o, sovente, il risiedere in luoghi diversi. Eppure, lo abbiamo sempre trovato, ritagliandolo con cura. Di che concezione gode il tango in Italia? Esiste una cultura del tango e in che modo andrebbe incentivata, secondo voi? Aujourd’hui, il termine Tango sembra riferirsi soltanto al ballo. Opus Ludere invece ne indaga aspetti esecutivi e compositivi. Il disco è una sequenza di composizioni […]

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Eventi nazionali

Guido Catalano: Poesie al megafono al Tempio Valdese

Guido Catalano: Poesie al Megafono al Tempio Valdese di Torino, il 10 e 11 dicembre Il 10 e l’11 dicembre il Tempio Valdese di Torino ha ospitato il Reading di Natale di Guido Catalano, che ha declamato i versi delle sue “Poesie al megafono“, il libro sonoro uscito il 19 novembre per Rizzoli. Come un antro della Sibilla Cumana, o come una grotta illuminata da una penombra mistica ed eccitante al tempo stesso, il Tempio Valdese ha offerto il suo corpo di marmi e chiaroscuri a Guido Catalano: l’acustica della chiesa ha sublimato ogni sbuffo di voce del poeta, ogni mutamento impercettibile del suo tono e ogni guizzo della sua erre moscia, che ha avvolto le sue liriche come un involucro scanzonato e compiaciuto. Leggere una poesia di Guido Catalano, dalla carta stampata o sui display di uno smartphone, non restituisce le pause sincopate, gli umori, il ritmo dei respiri e il fiato che vibra, si innalza e si modula fino a creare delle vere e proprie spirali ipnotiche e capaci di catturare l’ascoltatore come una mosca intrappolata nell’ambra. L’ascoltatore rimane ingabbiato nelle spire delle poesie, intrappolato nei sostantivi e imbalsamato negli aggettivi e nei finali a volte buffi, drammatici o liberatori. Poesie al megafono ha una natura duplice, poiché non è solo un audiolibro, ma un oggetto tangibile, fatto di carta e inchiostro, è un oggetto a metà strada tra il regalo di Natale e il feticcio: feticcio perché cristallizza, per sempre, la voce del poeta, da ascoltare e riascoltare a proprio piacimento, che regala qualcosa di sé a chi ne fruisce. Gli regala il suo fiato, l’impasto della sua lingua e la sua voce, gli dona la chiave di lettura ideale per godere al meglio della poesia. Perché la poesia, si sa, è di chi gli serve, ma anche di chi sa come leggerla e come ascoltarla, per far sì che sprigioni pienamente le sue fragranze e la sua forza, spesso dirompente. Guido Catalano e il suo reading di Natale: un universo natalizio atipico L’universo natalizio, che Catalano ha evocato con uno schiocco di dita al Tempio Valdese, rasenta i toni di un bestiario moderno, in cui si affastellano personaggi costruiti con drammaticità e anche con ironia. Guido Catalano, vero e proprio guru dell’amore degli anni Duemila, ci invita con fare sornione nel suo antro, per lasciarci ammaliare e piantare in asso dalle figure che vorticano attorno al suo ideale albero di Natale. Se dovessimo pensare all’universo da lui evocato, penseremmo a una sfilata di amori abortiti, sentimenti dichiarati candidamente e spudoratamente, ex fidanzate che come fantasmi del Natale passato continuano a tormentare i protagonisti e Barbapapà che si tramutano in Barbamerda: ognuna delle comparse di questa parata entra in scena velocemente, si aggrappa alla saliva dell’autore e sparisce non appena la parola si è consumata nel soffio di una candela. Lo spettatore osserva, stupito e incuriosito come un bambino la mattina di Natale, la “luccicanza” dei personaggi di Catalano, che lampeggiano, volteggiano nella penombra come tanti spiritelli perversi […]

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Musica

The Niro si racconta, tra Jeff Buckley e originalità -Intervista

Intervista a The Niro: Davide Combusti dà la voce a Jeff Buckley, raccontandosi e rimanendo se stesso Davide Combusti, classe 1978, è la personalità che palpita dietro l’involucro di The Niro, anche se spesso i confini tra crisalide ed essenza si sfiorano e coincidono. Cantautore e polistrumentista dal respiro internazionale, ha iniziato la sua carriera con un’intensa e fortunata attività live, dividendo addirittura il palco con Amy Winehouse. Ha inoltre collaborato con Chris Hufford, manager dei Radiohead e l’artwork del suo omonimo album di debutto porta la prestigiosa firma di Mark Costabi, autore di cover dei Ramones e dei Guns’n’Roses. Il 4 ottobre è uscito un disco con cinque inediti di Jeff Buckley, “The Complete Jeff Buckley and Gary Lucas songbook”. Assieme al chitarrista Gary Lucas, c’è The Niro, che presta la voce a questa parte di repertorio di Buckley. Abbiamo provato a penetrare i confini del vasto e dissonante universo di Davide/The Niro. A lui la parola. Ciao Davide, grazie per aver accettato di rilasciare quest’intervista. Partiamo con la domanda più semplice, o forse la più difficile. Chi è The Niro e come lo descriveresti a chi lo incontra per la prima volta? The Niro è un cantautore e nasce a Roma. Sono da poco quarantunenne e ho sempre amato la musica. Il mio primo strumento è stato la batteria, perché mio papà era un batterista, e verso i sei anni ho cominciato a suonare la batteria. Verso i tredici ho cominciato con la chitarra, e verso i ventidue o ventitré anni ho cominciato a scrivere canzoni. Il primo progetto di band si chiamava appunto The Niro, poi la band si è disgregata e sono rimasto soltanto io, e siccome nel circuito indipendente romano mi chiamavano tutti The Niro, mi è rimasto appiccicato questo nome. E come mai questo nome? Da cosa è nato? Il nome nasce dalla passione per il cinema che ho sempre avuto, e dal fatto che, quando ho fatto ascoltare le prime composizioni agli amici, ho detto loro che sembrava musica da film. Mi sembrava simpatico fare un tributo al cinema: non avevamo pensato all’inizio a The Niro, ma a Bogart, però era stato già preso da una decina di band nel mondo, mentre The Niro, con questo gioco di parole, non esisteva. E poi comunque aveva un significato sia per gli italiani che per un pubblico internazionale. Spulciando un po’ il web, si evince che hai collaborato con un sacco di artisti, tra cui Amy Winehouse e il manager dei Radiohead. Qual è l’artista che più ti ha insegnato qualcosa e ti è rimasto nel cuore? Il manager dei Radiohead, Chris Hufford, mi chiese di partecipare a un suo progetto, e lì mi piacque molto il fatto che lui avesse avuto molto rispetto nei miei confronti, e questo mi fece pensare che, talvolta, delle situazioni “grandi” sanno essere molto più semplici e rilassate di situazioni più piccole. La cosa bella che ho imparato è che bisogna osare sempre e soprattutto, proprio perché la musica […]

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Libri

Ettore Zanca e Santa Muerte: l’umanità e la santità della morte

Santa Muerte di Ettore Zanca è una fiaba urbana che narra il lato umano, disperato e pietoso della morte. E se anche la morte diventasse un gioco? “Sono io la morte e porto corona, io son di tutti voi signora e padrona, e davanti alla mia falce il capo tu dovrai chinare e dell’oscura morte al passo andare”, cantava Angelo Branduardi nella sua “Ballo in Fa diesis minore“, prospettando l’idea di una morte antropizzata, incoronata e ornata con gioielli e monili scintillanti, che dà il via a un ballo in maschera in cui ognuno è chiamato a volteggiare con la propria croce in un’immaginaria danza giocosa e malinconica. La morte, insieme all’amore, suo doppio e suo contraltare, è stata la donna più cantata dalla letteratura, dal cinema e dalle arti figurative, più delle donne dello Stilnovo e più delle eroine celebrate dai poeti classici. La morte non è una donna angelicata e leggiadra, ma ha le guance livide delle donne di Baudelaire e Verlaine, che hanno perso la propria aureola nei meandri della città e delle sue pozzanghere. La morte ha una sacralità, un odore pungente che ricorda quello dell’incenso e degli altari: la morte  ha un crisma di santità. La morte è santa. Santa Muerte, come afferma Ettore Zanca nel suo libro edito da Ianieri Edizioni. L’eclettico scrittore palermitano che vive a Roma, dipinge la morte di santità, la rende sacra e la dissacra allo stesso tempo, in una fiaba urbana che ha il sapore delle memorie e dei giochi infantili che toccano le corde più profonde del lettore. La morte, un malinconico gioco infantile che esplora i meandri più intimi del lettore. “Facciamo finta che io ero…” Il libro di Ettore Zanca si apre così, creando un varco diretto e uno squarcio abissale nella memoria, che ci spedisce velocemente in quel mondo ovattato dove non risuonava nulla se non le voci delle nostri madri, il suono di un carillon e i ricordi di corse a perdifiato e giochi colmi di fantasia. Il “Facciamo finta che io ero” è un canale preferenziale che ci conduce negli interstizi della mente di ogni bambino, affannato a immaginare e tracciare i contorni del proprio mondo ideale. Cosa voglio essere oggi? Un cantante, un attore, un astronauta o un calciatore famoso? “Facciamo finta che io ero” è la porta girevole tra il mondo degli adulti e quello rarefatto e segreto dei bambini. Anche i grandi sono stati bambini, e farebbero bene a non dimenticarselo mai, a non dimenticare il profumo speziato di quel mondo inesplorato che aveva i suoi codici e i suoi schemi, e che sembra quasi dissolversi nel nulla non appena chiudiamo per sempre il piccolo cancello dell’infanzia. Ettore Zanca scopre il volto bambino della morte, la rende sacra e, come già detto, la dissacra. Come lo fa? Rendendola un correlativo oggettivo. Santa Muerte diviene il paradigmatico ed emblematico soprannome di Leonida, killer prezzolato dalla pistola color liquirizia che vaga tra le strade della città immaginaria di Labella: “è uno di quei […]

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