Seguici e condividi:

Eroica Fenice

Musica

Francesco Di Bella: “‘O Diavolo Tour” approda al Teatro Sannazaro il 12 dicembre

Francesco Di Bella, “‘O Diavolo Tour” : l’artista approda  al Teatro Sannazaro il 12 dicembre, per la presentazione del suo nuovo disco di inediti. Magrolino, dagli occhi vispi e con un timbro rauco, graffiato e inconfondibile. L’andatura sempre uguale, del resto lui non è mai cresciuto, come cantava in Vesto sempre uguale. La risata fresca da eterno guaglione del centro storico napoletano e di Piazza San Domenico: Francesco Di Bella si porta addosso, come un aroma delicato, una napoletanità malinconica e ombrosa, con negli occhi i fasti e la distruzione di un’epoca che non tornerà più. Francesco Di Bella, pietra miliare del sound napoletano ed ex leader della storica band 24 Grana, approda al Teatro Sannazaro di Napoli in via Chiaia 157, alle ore 21 del 12 dicembre. Di Bella, col suo gruppo, ha scritto la storia del sound di Partenope, tra dub, reggae, sonorità mediterranee, post-punk e rock elettronico, configurandosi come una delle stelle polari del panorama musicale della città. Dopo lo scioglimento dei 24 Grana, Francesco Di Bella aveva portato in giro, con il progetto “Francesco Di Bella & Ballads Café”, i successi dei 24 Grana in chiave acustica e intimistica, con Alfonso Fofò Bruno alla chitarra. Era stata poi la volta di “Nuova Gianturco“, nel 2016, album che accarezzava la Napoli di periferia, quella che dava le spalle al mare. Non la Napoli di mille colori di Pino Daniele, ma quella sofferta, periferica e dislocata dai colori più vividi. Ora, è la volta di “‘O Diavolo”. O Diavolo”, titolo che oltre all’intero album dà il nome anche al brano d’apertura, deriva dalla parola greca Διάβολος (diábolos),  che include tra i suoi significati innanzitutto quello di “colui che divide”. Il diavolo agita le acque, crea spaccature e perturbazioni e fascino proibito. Il diavolo è il leitmotiv di questo periodo storico, fatto di piacere miscelato col nichilismo: il piacere del godimento fine a se stesso, dell’edonismo, delle arti, del cibo e della musica, e il nichilismo, che sull’altare di quello stesso piacere, polverizza e annulla ogni responsabilità. Il diavolo è la torre di Babele, il caos atavico della nostra epoca che spinge le genti nel suo vortice,  seducendole col fascino distruttivo degli oggetti corruttibili e delle gioie materiali. Ma il diavolo non potrà mai prendersi pienamente l’anima di tutte le cose, e non potrà mai prendersi l’amore. Bisogna ripartire proprio dall’amore, non quello banalizzato e mercificato e sulla bocca di tutti, ma l’amore ancestrale che sgorga dalla musica, il mezzo di comunicazione più innocente e scandaloso che ci sia. L’unico a poter combattere “‘o diavolo”. Lo scorso 18 ottobre, è uscito, in anteprima su Fanpage, “’O Diavolo”, il video del singolo che ha anticipato l’album, la cui etichetta è “La Canzonetta Records”. La tracklist è la seguente: ‘O Diavolo Scinne Ambresso Stella nera Rivelazione Il giardino nascosto Rub-a-dub style Canzone ‘e carcerate Sulo pe’ te Notte senza luna Non rimane che lasciarsi sedurre dalla voce di Di Bella il 12 dicembre al Teatro Sannazaro, e farsi inebriare da una […]

... continua la lettura
Musica

Frances P., intervista ad una giovanissima musicista sarda col blues nel sangue

Intervista a Frances P., giovane musicista: dalla Sardegna ai sogni, da dietro le quinte fino al palcoscenico. Frances P. è un nuovo fresco germoglio di musica, sgorgato dalla realtà di un’isola misteriosa e misterica. Frances P. viene dalla Sardegna, il suo ep d’esordio, “No Regrets” è composto da quattro canzoni per voce e chitarra ed è semplice e istintivo come lei, una ragazza giovanissima che ha come stelle polari Ed Sheeran, Stevie Wonder e Paolo Nutini. Un po’ r’n’b, decisamente blues, questa ragazza farà sicuramente parlare molto di sé. Entriamo nel mondo di Frances P., dando la parola direttamente a lei e alla sua musica. Ciao Francesca. Grazie per la disponibilità. Innanzitutto, chi è Frances P.? Da brava amante dei Nirvana, il tuo nome mi fa pensare alla canzone “Frances Farmer Will have her revenge on Seattle”. Frances P. è un nomignolo che mi diede mia sorella quando iniziai a far sentire le mie canzoni alla famiglia. A dire il vero inizialmente era “Francis” ma poi il mio migliore amico proprio per quella canzone mi consigliò di mettere la “e” al posto della “i” ! Chi è Frances P. deve ancora scoprirlo appieno la stessa Frances! Sono una persona molto semplice e questa semplicità la porto anche nella mia musica, non sono una che usa paroloni o fa cose spaziali con la voce. Nei miei testi scrivo come vanno le cose e con la voce esprimo come mi sento, mi sfogo e quando mi esibisco lo racconto agli altri. Come hai capito di voler fare la musicista? Mi è sempre piaciuto il mondo della musica ma preferivo sempre stare dietro le quinte, non amavo mettermi in mostra perché è sempre stata una cosa molto personale. Dopo aver visto la reazione degli altri riguardo la mia voce e le mie canzoni sono rimasta spiazzata, non avrei mai creduto che sarei potuta piacere o che potessi essere “brava”, ma ciò mi ha fatto pensare che forse non era solo una pazzia o un qualcosa da sognare la notte, bensì una possibilità. Il tuo album come è nato? Quali sono le tue influenze maggiori? Le canzoni contenute nell’ep appartengono tutte a periodi diversi della mia vita, alcune canzoni son state scritte qualche anno fa, altre nel 2018, ho voluto racchiudere quelle in cui credo di più in questo cd. Sicuramente la canzone scatenante è stata “No regrets like mama”, la prima composta. Questa canzone mi ha fatto davvero credere che io ce la potessi fare, mi ha fatto credere nelle mie capacità; è sicuramente la mia preferita. Le influenze maggiori son date da Paolo Nutini e Stevie Wonder, i quali sono stati fondamentali per il primo brano, e Ed Sheeran. Parlaci della situazione culturale e musicale in Sardegna. La Sardegna è ricca di cultura e musica, purtroppo le possibilità per chi vuole sfondare nel mondo musicale non son troppe. Ogni cosa della mia terra mi aiuta a trovare ispirazione, fra tradizioni e paesaggi. Spesso quando compongo penso alla musica folk sarda, alle armonie […]

... continua la lettura
Teatro

Riapre il Teatro Instabile: la parola a Giancarlo Del Grosso

Riapertura del Teatro Instabile nel cuore di Napoli: la parola a Giancarlo Del Grosso, nipote di Michele Il Teatro Instabile di Napoli riapre, con tutta la sua coltre di storia, aneddoti e vivacità culturale. Questo teatro è uno scrigno che contiene la Napoli più verace, quella intrisa di magia e arte, e tornerà a palpitare nel cuore del centro storico, in memoria del suo fondatore Michele Del Grosso. Abbiamo dato la parola a suo nipote Giancarlo, fautore e attivo promotore della riapertura del teatro, e tra pensieri sparsi, ricordi e progetti, abbiamo intessuto un interessante discorso sulla situazione culturale a Napoli e in Campania. Buongiorno Giancarlo, innanzitutto grazie per la disponibilità. Di te sappiamo che sei il nipote di Michele Del Grosso, fondatore del Teatro Instabile, ma distaccandoci per un attimo da ciò, chi è Giancarlo Del Grosso? Bella domanda, posso prendermi qualche annetto di tempo prima di rispondere? Questa è una domanda difficile, che andrebbe fatta alle persone che mi vogliono bene, sarebbe molto bello poterla rivolgere a mio zio Michele. È difficile non inciampare cercando di rispondere: Giancarlo è un uomo di trentaquattro anni venuto su praticamente da solo, Napoletano con la N maiuscola che ama ed a volte odia la sua città, un timido estroverso, un fragile insensibile, brusco e sincero, tenace al limite della testardaggine, molto vicino al mondo femminile che ama a prescindere dalla sua comprensione, una persona animata dalla passione e dalla curiosità e dalla voglia di sapere. Un gran ignorante in senso strettamente Socratico. Rileggendo questa breve descrizione mi sembra di descrivere mio zio Michele, più passa il tempo e più scopro tante affinità e tanti lati del carattere da lui ereditati e o condizionati. Come e quanto ha influito il teatro e l’arte in generale sulla tua vita e la tua formazione? Dire tantissimo sarebbe poco! Sono cresciuto a pane e cultura. Non passava un giorno che in casa non si vedesse un film di Totò, una commedia di Eduardo o che, con Michele e sua sorella Tina (mia madre), non si accendesse una discussione al limiti della filosofia. In casa c’erano più libri che mobili, con Michele andavo in giro per librerie, monumenti, scavi archeologici, circhi, teatri e cinema! A proposito del cinema, quando andavamo a vedere qualche film restavamo sempre fino all’inizio dello spettacolo successivo anche se lo avevamo appena visto, perché Michele si divertiva ad infrangere le regole ed andare controcorrente. Il 21 ottobre il TIN (Teatro Instabile di Napoli) è stato riaperto. Ti andrebbe di narrarci la storia di questo teatro? Per farlo credo che bisognerebbe scrivere un libro. Il TIN nasce ufficialmente sul finire degli anni 60 (per la precisione nel 1967) a via Martucci, e in quello spazio che brulicava di arte ed artisti sono passati nomi illustri dello spettacolo italiano ed internazionale, e da lì hanno preso nome gli altri teatri instabili. Michele ha voluto poi far evolvere la sua esperienza artistica con il teatro tenda fondendo l’idea di circo e di teatro, ed infine […]

... continua la lettura
Cucina & Salute

La pizzetta fritta, scrigno di sapori napoletani

La pizzetta fritta napoletana: non esiste solo la classica pizza, ma anche questa gustosissimo tesoro dello street food amato proprio da tutti. Tutti conosciamo la classica pizza napoletana, vera e propria Mecca dei sapori e dei piaceri presso cui andare in pellegrinaggio sempre e ovunque, e non c’è nulla da aggiungere a qualcosa che sprigiona la propria poesia autonomamente, soltanto al primo morso e al primo contatto con le papille gustative. Nell’Olimpo dello street food, sono però molti gli astri a brillare, molte sono le divinità che rifulgono in tutta la loro lucentezza dorata: frittatine, crocché di patate, fritture miste di mare e di terra, ma anche lei. Sì, lei la pizzetta fritta, da non confondere con la pizza fritta, altro pezzo di storia incastonato nel museo napoletano. C’è quasi  da confondersi in questa specie di tassonomia culinaria, ma il cuore (o lo stomaco) riuscirà sempre a ricondurci alle varie differenze tra le pietanze, per gustarle tutte al meglio e rispettandone l’unicità. Spesso messa in secondo piano rispetto alla più conosciuta e rassicurante pizza napoletana, la pizzetta fritta si ritaglia comunque il suo angolo di autonomia e gloria: assaporata in piedi, tra le viuzze lastricate del centro storico, seduti sulle scale, da soli o in condivisione con chi si ama, la pizzetta fritta è come una perla intrisa di olio, pomodoro e mozzarella. Soltanto in formato più piccolo della classica pizza, e con una cottura diversa. La storia della pizzetta fritta napoletana, chiamata anche “montanara”: da Antonio Valeriani passando per L’Oro di Napoli di Vittorio De Sica. Le pizzette fritte, come tante perle ammucchiate in uno scrigno, fanno davvero gola e si lasciano mangiare prima, ed innanzitutto, con lo sguardo. Chiamata anche “montanara”, la pizzetta fritta si presenta come un succulento e verace disco di impasto di pizza, e ha delle origini davvero antiche: secondo alcuni, comparirebbe in un testo tradizionale di Antonio Valeriani, risalente al 1600, e in cui verrebbe descritta come una pietanza irrinunciabile della domenica, mentre secondo altri sarebbe stata portata a Napoli da forestieri. Non conosciamo la verità, ma sappiamo quando è avvenuta la sua consacrazione: nel film di Vittorio De Sica, L’Oro di Napoli,  la pizzetta fritta è preparata da una verace e sensualissima Sofia Loren, e ciò ha proiettato questo pezzo di street food nell’immaginario collettivo come un fotogramma indelebile. E, a proposito di Sofia Loren, è proprio presso la pizzeria “Donna Sophia”, nel cuore di Via dei Tribunali, che si può gustare un’ottima pizzetta fritta trasudante gusto, amore e tradizioni. Ma perché alcuni chiamano la pizzetta fritta napoletana “montanara”? Questo inusuale nome deriverebbe da una credenza che vede la pizzetta fritta come un’invenzione dei “montanari”, i contadini che vivevano nelle zone montuose e che erano soliti mangiare, durante le pause dalle fatiche quotidiane, panini farciti con pomodoro, basilico e formaggio. La ricetta della pizzetta fritta: come farla in casa e concedersi una cena veloce e sostanziosa! Con l’autunno e l’arrivo dell’inverno, si sa, la pigrizia dilaga, e anche solo affrontare il freddo sferzante per assicurarsi un ricco […]

... continua la lettura
Cinema & Serie tv

Animali fantastici 2 – I crimini di Grindelwald: la recensione del film

Animali fantastici 2 – I crimini di Grindelwald sbarca finalmente nei cinema italiani dal 15 novembre 2018: una luce per tutti gli amanti del mondo magico orfani della saga di Harry Potter. Il secondo spin-off della serie cinematografica di Harry Potter, Animali fantastici 2 – I crimini di Grindelwald, è sbarcato in Italia il 15 novembre 2018, due anni dopo l’uscita di Animali fantastici e dove trovarli nel novembre del 2016, portando con sé la magia, il mistero e il sapore di casa di cui tutti gli amanti del mondo magico si sentivano orfani. Chi è cresciuto impiastricciandosi le mani e i pensieri con l’inchiostro della saga di Harry Potter, sa che certe storie ti rimangono appiccicate addosso per tutta una vita come una cicatrice a forma di saetta, e che ti fanno ricordare che sei rimasto con Harry fin proprio alla fine. Chi è cresciuto con Harry, da ragazzino non ha costruito case sugli alberi o rifugi di cuscini e plastica, ma ha edificato il proprio personale rifugio tra quelle pagine piene di magie, Strillettere, mantelli dell’invisibilità, Cioccorane, bacchette di sambuco, creature fantastiche e personaggi dai nomi parlanti e dalle storie sempiterne, e continuerà sempre a cercare quelle pagine anche da adulto, quando gli occhi si saranno fatti meno limpidi e il maghetto di undici anni sembrerà solo un ricordo sbiadito e scomparso dopo un incantesimo Oblivion. Quel maghetto che avrebbero conosciuto tutti i bambini, come profetizzava J.K. Rowling, quel maghetto che ha salvato vite, recuperato infanzie e squarciato adolescenze solitarie e che avevano, come unica scintilla di luce, un Lumos sprigionato da una pagina ingiallita o dallo schermo di un pc nel perimetro di una cameretta. Perché anche nei momenti bui, è importante ricordarsi di accendere la luce, come diceva Albus Silente. Dopo la conclusione dei libri della saga di Harry Potter e della serie cinematografica, una flebile luce si è accesa per tutti gli amanti del mondo magico: una nuova serie di film spin-off ambientati prima delle vicende di Harry e dei suoi amici a Hogwarts (a partire dal 1926 e destinata a ricoprire circa un ventennio) e incentrata sulla figura del magizoologo Newton “Newt” Artemis Fido Scamander, autore del libro (menzionato nei libri di Harry Potter e utilizzato dagli allievi di Hogwarts per studiare le creature magiche) Gli animali fantastici: dove trovarli. Animali fantastici 2 – I crimini di Grindelwald: un rapporto molto più stretto col mondo di Hogwarts, rimandi continui e approfondimenti Newt Scamander e Harry Potter sono due protagonisti apparentemente agli antipodi, eppure con molti più punti in comune di quanto non sembrerebbe ad un primo sguardo veloce. Harry era impulsivo, sanguigno, scisso tra luci e ombre, tra la lingua umana e il serpentese,  reso incosciente dalla giovane età e dalle continue voci che lo laceravano dall’interno e con una certa dose di disprezzo per le regole (non dimentichiamo che era pur sempre figlio di un Malandrino!), mentre Newt, interpretato da un magistrale e camaleontico Eddie Redmayne, ha una psiche molto più delicata, sfumata e rarefatta. Come Harry, […]

... continua la lettura
Culturalmente

Pomona, dea romana della frutta: la storia del suo culto e della sua fortuna

Chi è Pomona, l’antica dea romana della frutta? Il nome di Pomona sembra quasi parlare, esprimersi e richiamare la visione di un frutto rubicondo, che rotola via da un banchetto di divinità fino a scivolare tra i comuni mortali. Patrona pomorum, signora dei frutti, Pomona è l’antichissima divinità romana protettrice non solo dei frutti da raccogliere sugli alberi, ma anche delle due coltivazioni simbolo della macchia mediterranea, la vite e l’olivo. Frutti e schiere di viti e olivi argentati sono i gioielli di Pomona, dea che è spesso raffigurata con i frutti e foglie intrecciate tra i capelli come una corona bucolica, mentre Ovidio   la immagina con una falce ben salda nella mano destra. Il poeta Ausonio, invece, la raffigura come fiera protettrice del mese di settembre, quello in cui i frutti giungono a maturazione e in cui l’atmosfera è placida, tersa e non minata dall’eccessiva calura estiva. Patrona di una stagione mitigata, così come mitigato e tiepido è stato il suo culto, secondo le fonti letterarie, filologiche e storiografiche. Per lei non vi è mai stato nessun culto viscerale in grado di toccare l’apice del Pantheon, ma solo piccoli sprazzi di devozione e gratitudine, quasi a richiamare quella stessa devozione verso la natura che fruttifica. Il culto di Pomona: il bosco sacro e il flàmine pomonale. Al culto di Pomona era consacrato un vero e proprio locus amoenus, un bosco frondoso ricco di frescura e spiritualità, chiamato Pomonal, nei pressi dell’odierno Castel Porziano (oggi nei pressi della ventinovesima zona di Roma nell’Agro Romano, all’epoca ubicato a sud del XII miglio della via Ostiense): i suoi adepti, tra il silenzio e la pace di quel bosco mistico, omaggiavano la fertilità del corpo di Pomona che si esprimeva germogliando attraverso ogni gemma e ogni frutto succoso. Al culto della dea Pomona era preposto anche un flàmine. Che cosa era un flàmine? Vi è da premettere che, nella società dell’antica Roma, vi era una fitta gerarchia di istituti religiosi, dal pontefice massimo fino ad altre cariche minori, ognuna con un proprio compito e una specifica utilità, e ognuna di esse era irrinunciabile e necessaria come tanti piccoli ingranaggi di un meccanismo sociale ben oliato e perfettamente funzionante. Vi erano gli aruspici e gli àuguri, il cui compito era quello di interpretare la volontà delle divinità ispezionando le interiora degli animali o scrutando meticolosamente il volo degli uccelli, e poi c’era la figura del flàmine. Come si potrebbe evincere dal nome, (dal latino flamen, cioè accenditore del fuoco sull’ara dei sacrifici), il flàmine era un sacerdote che aveva il compito di prestarsi al culto di una specifica divinità, di cui celebrava la festività e i riti. Per Pomona era previsto un flàmine minore, chiamato flàmine pomonale, che era purtroppo il meno importante di tutti nell’ambito nell’ordo sacerdotum. Non molti altari avranno bruciato per Pomona, e nemmeno molte feste avranno allietato i suoi fedeli, perché non ci sono giunte notizie di Pomonalia, feste in suo onore, né dalle fonti classiche né dai calendari antichi. Il filologo classico tedesco Georg Wissowa , in merito […]

... continua la lettura
Recensioni

Fronte del porto di Alessandro Gassman approda al Teatro Bellini

Fronte del porto di Alessandro Gassman approda al Teatro Bellini di Napoli. Fronte del porto, diretto da Alessandro Gassman, approda al Teatro Bellini di Napoli dal 6 al 25 novembre, incastonandosi in una stagione ricca di grandi nomi, spettacoli originali e riscritture di grandi classici. Dopo il successo straordinario di “Qualcuno volò sul nido del cuculo”, Gassman dirige ancora una volta Daniele Russo, in una storia di contaminazioni, riadattamenti e fusione tra cinema e teatro. L’opera, riadattata per il teatro da Enrico Ianniello, ha il proprio impasto originario in una storia dell’americano Budd Schulberg, a sua volta ispirata da un’inchiesta giornalistica su cui si imperniò la sceneggiatura del film di Elia Kazan, chiamato appunto Fronte del porto (On the waterfront), che vinse otto Oscar nel 1954. Un lavoro certosino di scatole cinesi, di matrioske e continui rimandi, che affonda le radici in America e che arriva a toccare le coste di una Napoli di quasi quarant’anni fa, battuta dal vento e dalla miseria. Il porto di Napoli consanguineo del porto di New York, in un legame sotterraneo che attraversa l’oceano e arriva fino al nucleo pulsante e intimo di un’umanità in apnea di giustizia e libertà. L’apnea di un’umanità che si affastella in una selva oscura di capannoni, magazzini, container e grosse navi, in cui l’inferno ha la puzza del sudore dei lavoratori con le mani spellate e il respiro mozzato. Dalla condizione dei lavoratori americani fino al dramma di figure napoletane che sembrano riaffiorare da un bestiario medievale o da un passo biblico, perché l’eccellenza degli attori -Daniele Russo in primis- ha qualcosa di spirituale, disperato e animalesco che colpisce lo spettatore nel nervo più scoperto tra il cuore e l’ombelico. Sì, Fronte del porto approda al Teatro Bellini, e mai verbo fu più indicato, perché la prima sensazione che si prova, confondendosi in platea, è quella di trovarsi esposti al freddo e alla durezza delle banchine di un porto, più che seduti comodamente su poltrone di velluto. E gli effetti scenici e i giochi di luci rendono la scenografia una vera e propria succursale di un porto: onde che increspano il palco, l’orizzonte del mare mattutino, il grigiore dei capannoni per il rimessaggio, i piazzali di cemento. Non manca anche la riproduzione fedele dei vicoli napoletani, delle insenature che si aprono a ogni traversa della città, del perimetro delimitato tra un vascio e un balcone coi panni stesi: tutti gli habitat dove brulica il bestiario sono riprodotti fedelmente, in un connubio tra cinema e teatro che regala, a volte, la curiosa e alienante sensazione di trovarsi di fronte a uno schermo. Fronte del porto, la condizione dei lavoratori del porto della Napoli degli anni Ottanta, vessati e ingoiati da un sistema malavitoso: i personaggi e le dinamiche dello spettacolo Il tocco della regia di Gassman è tangibile e vivido fin dall’inizio, e si ha il conforto di una narrazione lineare, ordinata e coerente: la condizione dei lavoratori del porto della Napoli degli anni ’80 è introdotta dalla storia di Giuseppe Caruso, […]

... continua la lettura
Libri

Donato Zoppo e il suo “Il nostro caro Lucio”, un omaggio a Lucio Battisti

9 settembre 1998 – 9 settembre 2018: a vent’anni dalla scomparsa di Lucio Battisti, Hoepli pubblica Il nostro caro Lucio-Storia, canzoni e segreti di un gigante della musica italiana, libro di Donato Zoppo, giornalista e conduttore radiofonico. Leggere Il nostro caro Lucio-Storia, canzoni e segreti di un gigante della musica italiana, è come intrufolarsi piano nelle fessure di una porta che si spalanca su un mondo di provincia emblematica e rurale, quella rietina da cui nacque Lucio, e osservare la genealogia, le radici e la carne di un personaggio che ha tinto la musica italiana col suo caleidoscopio multiforme di tonalità. Leggere questo libro edito da Hoepli, vuol dire affacciarsi in punta di piedi sulla soglia di quell’uscio, e scrutare i retroscena e l’intimità di un personaggio che ha giganteggiato nel panorama della nostra musica leggera dal 1968 al 1998: non c’era mai stata occasione così vivida di esplorare il suo luogo natale, i suoi giardini di marzo e la sua collina dei ciliegi, che hanno preso forma e sono divenute compagne di carta e inchiostro, fino a proiettarsi nelle celeberrime melodie. L’autore, Donato Zoppo, giornalista e conduttore radiofonico, scrive per “Jam” e “Audio Review”, e dal 2007 conduce sulle frequenze di Radio Città BN il programma Rock City Nights; è autore di vari libri su altrettanti giganti della musica, come gli Area di Demetrio Stratos, i King Crimson, la PFM e i Genesis (dimostrando una predilezione per il rock progressivo, infatti ha curato per Cramps “L’Anthologia Progressive”). Un cultore, che ha saputo tratteggiare con maestria e sapienza il profilo di un personaggio dai mille segreti e silenzi. I grandi artisti non nascono solo a Roma o Milano: Lucio Battisti, da Poggio Bustone all’iniziazione con la musica Silenzi, appunto. Quello di Lucio Battisti è un mondo che parte dal silenzio mistico di Poggio Bustone, spazio geografico collocato tra piccoli centri punteggiati nelle campagne e alture che riecheggiano di solitudine. No, i grandi cantanti non nascono soltanto a Milano e Roma: del resto Paolo Conte è di Asti, Modugno è nato a Polignano a Mare, Morandi a Monghidoro, De André bambino è nelle campagne di Revignano D’Asti. Poggio Bustone è nella Piana Reatina, nota anche come Valle Santa: nel 1208 San Francesco fondò quattro santuari proprio lì, di cui uno anche a Poggio. Nel parco del borgo medievale, chiamato “I Giardini di Marzo”, oggi troneggia una statua che raffigura proprio Lucio. Zoppo procede a introdurci nel piccolo retrobottega familiare dell’artista: Battisti nasce il 5 marzo 1943, poco dopo la perdita del primo figlio (anche lui chiamato Lucio) di Alfiero Battisti, agente daziario in un paese di braccianti, e Dea Battisti. Il paesino agricolo di Poggio Bustone è come una ruga sul volto rurale d’Italia, tagliato fuori dalle principali vie di comunicazione, in cui l’orrore del fascismo è sempre presente e strisciante, mitigato però dal reticolo di conoscenze personali. Alfiero aveva avuto rapporti con la Resistenza (vi aveva collaborato segretamente): era stato fascista per prassi e non per viva volontà e adesione […]

... continua la lettura
Eventi/Mostre/Convegni

Bataclan, la mostra fotografica: intervista a Renato Aiello

Bataclan, la mostra fotografica di Renato Aiello dal 2 al 15 ottobre presso il Complesso Monumentale di San Severo al Pendino. Un viaggio, o forse un altare, della memoria. Una mostra intitolata Bataclan non ha bisogno di presentazioni eccessive e orpelli. Si mostra e si rivela tragicamente da sé, solleticando l’abisso dell’orrore e della degenerazione umana. Questa parola, ormai un agglomerato di lettere che rende livide le labbra, dà il titolo alla prima personale fotografica di Renato Aiello, che era, quasi per caso, sul Boulevard Voltaire il 13 novembre 2016, un anno dopo gli attentati terroristici di Parigi. Osservare gli sguardi terrorizzati, le folle e i teatri della tragedia tramite i pixel di uno smartphone ci protegge dall’incubo, ci regala un timore ben protetto dalla cortina della tecnologia, ma trovarsi proiettati nei luoghi dove c’è stata la puzza della morte, del terrore e degli ultimi istanti di vite ignare e spezzate senza un motivo mentre si trovavano ad un concerto, è un vero e proprio bagno nel liquido amniotico di quella paura sorda. Renato Aiello ha osservato le scene di quel lutto assurdo e insensato, e ha restituito quello stesso lutto in una miriade di fotogrammi celati in quel dolore così vero e assurdo. E lì non c’è pixel che tenga. Tanti sono stati i parallelismi, di cronaca e cinematografici, che hanno accompagnato l’allestimento della mostra e che hanno suscitato l’attenzione di Renato Aiello, in particolare la scena dell’orrore al concerto del Bataclan, che ricorda quella delle Nozze Rosse della serie tv Game of Thrones. La musica è filo rosso che lega saldamente i respiri delle vittime al terrore: “Red Devil” al Bataclan e “Le piogge di Castamere” (inno della casa Lannister, che aveva ordito l’inganno) nella serie, melodie dal sapore tetro e quasi tragicamente profetico, un preludio alla morte. In “Game of Thrones”, a cadere sono stati Robb Stark, sua moglie e sua madre, assieme a molti altri giovani, così come nel Bataclan ad essere recisi furono i fiori più promettenti della gioventù europea e non solo, i virgulti che avrebbero germogliato nel mondo di domani. I Lannister mandano i loro saluti agli Stark, ma “il Nord non dimentica”. Chi è che invece manda i suoi saluti al Bataclan e all’Europa? Abbiamo cercato di dare voce a questo, e molto altro, con Renato Aiello. Il Nord non dimentica. E nemmeno l’Europa lo farà. Intervista a Renato Aiello: il Bataclan visto attraverso i suoi occhi 1) Buongiorno Renato, innanzitutto grazie della disponibilità. Iniziamo con la prima domanda, la più banale o forse la più pirandelliana: chi è Renato Aiello e come si definirebbe? Uno, nessuno e centomila. Scherzi a parte, sono un giornalista, addetto stampa e comunicatore a 360° (fotoamatore, videomaker, mi occupo di scrittura critica, narrativa, argomentativa e cronachistica). Mi definisco e sento di essere un grande appassionato d’arte, cinema (aspirante regista e film maker), letteratura e, ovviamente, fotografia, che ho riscoperto e cominciato a studiare più seriamente negli ultimi anni, conservando sempre l’occhio attento e preciso con cui […]

... continua la lettura
Musica

Torna “Balconica”, resistenza culturale tutta cilentana

Sabato 6 ottobre, dalle ore 10, torna “Balconica” a Futani nel Cilento. Giunto alla sua quinta edizione, il festival colorerà i balconi delle case di musica, teatro e letteratura. Balconica si conferma come un vero e proprio baluardo di resistenza culturale innovativa nel Cilento. Il balcone, solido spartiacque che divide la sfera intima e domestica da quella pubblica, è il protagonista del festival “Balconica”, che torna il 6 ottobre a Futani e giunge alla sua quinta edizione. Se i borghi cilentani potessero parlare, i balconi sarebbero le sue lingue, impastate di casa, aria domestica, di domenica e di vasi di gerani e di frescura estiva. I balconi, come antri della Sibilla, si schiudono per spalancare al pubblico il mondo verace, genuino e istintivo da essi evocato, un po’ come il mondo rurale richiamato da Pasolini nei suoi “Comizi D’Amore”: la musica si svincola dai luoghi tradizionali, il teatro riemerge e straripa dai palchi per immettersi nel circuito popolare e penetrare nel centro del paese. Come tanti occhi e fessure scavati nella pietra viva del borgo antico di Futani, i balconi diventeranno veri e propri simulacri di arte, istinto e vita, un coro di luci affacciate sul sacro teatro dell’esistenza. “Balconica” ha i tratti di una vera e propria resistenza culturale cilentana, condotta sul filo della ringhiera: ogni pietra, viuzza e vicoletto di Futani è il riflesso di una cultura rurale che si impregna generosamente delle diversità, delle contaminazioni lontane e che riaffiora nello specchio dell’arte e della creatività. Gli artisti, ciascuno appartenente ad ambiti diversi, come musica, teatro e letteratura, si esibiranno affacciati ai vari balconi, creando un caleidoscopio brillante di sinfonie, esperienze e storie multiformi che si intrecceranno nell’atmosfera di Futani, dando vita ad una teatralità ardente e palpitante. Tra loro vi saranno Alessandro e Walter Valletta e Carmine Ruggiero Acoustic Trio, Atomoon, Faderica, Frank Against the Machine, Vibrazione Positiva, e avranno luogo tre spettacoli teatrali: “Giro Tondo”, “Il Carnevale degli Insetti” (con Biancarosa Di Ruocco, Mico Argirò e Letizia Bavuso” e “Legger|mente” (regia di Alessandro Calabrese con Francesca Schiavo Rappo). Sarà  possibile anche visitare  un mercatino con stand di associazioni e prodotti artigianali locali.  Da quest’anno “Balconica” però non rimarrà soltanto sui balconi ma, insieme alla kermesse di eventi “Menevavo Festival” organizzata dal comune di Futani, realizzerà anche picninc sociali, kermesse e laboratori (come quello di cianotipia, condotto dal fotografo Giacomo Fierro). Dopo aver illustrato le generalità del festival e aver provato a richiamarne lo spirito, è doveroso chiamare in causa i suoi volti, dall’organizzazione all’aspetto artistico, dando loro la possibilità di raccontare e di raccontarsi. Abbiamo intervistato i protagonisti di “Balconica”, seguendo quest’ordine: organizzazione (dando la parola Mariagrazia Merola), musica (Walter Di Bello del progetto “Vibrazione Positiva”) e teatro e letteratura (Biancarosa Di Ruocco e Francesca Schiavo Rappo). Buon viaggio tra i balconi del Cilento! Nell’organizzazione di “Balconica”: la parola a Mariagrazia Merola (con la collaborazione di Raffaella Ruocco) 1) Ciao Mariagrazia, grazie per la disponibilità! Innanzitutto, mi piacerebbe iniziare questa chiacchierata con una piccola presentazione. Fingiamo di […]

... continua la lettura
Eventi/Mostre/Convegni

Le opere di Lucio Salzano a San Martino: “Le dimensioni dell’arte”

“Le dimensioni dell’arte: Segni nella Certosa”: le opere dell’artista Lucio Salzano al Museo Nazionale di San Martino dal 23 settembre al 7 ottobre 2018 San Martino s’illumina di evanescenze: Lucio Salzano, regista, autore di format di successo, artista e pittore dallo stile originale, porta “Le dimensioni dell’arte- Segni nella Certosa” al Museo Nazionale di San Martino dal 23 settembre al 7 ottobre, in collaborazione con il Polo Museale della Campania e con il coordinamento scientifico della dottoressa Rita Pastorelli. L’opera di Lucio Salzano è variegata e poliedrica, e definirla sarebbe come cercare di ingabbiare il mare entro stretti argini: quello stesso mare che circonda il Museo Nazionale di San Martino che contiene i suoi quadri, e che si presta a diventare una sublime e sfumata cornice per la sua arte. Non si può non pensare al mare, osservando i quadri di Lucio Salzano, perché l’azzurro fluisce in tutte le sue opere, in tutte le sue declinazioni più mistiche e violente: azzurro calmo e rasserenante, ma anche cobalto elettrico e blu impetuoso e dalla forte carica espressionistica. Lo stile di Lucio Salzano: il blu onirico abbracciato dal Mar Mediterraneo Osservando i quadri di Lucio Salzano viene naturale immaginarli come oggetti di scena: alcuni sono circondati da drappi blu, che li ornano come se fossero attori pronti a godersi le luci della ribalta, e si stagliano nel corpo del Ninfeo della Certosa uno dopo l’altro, raccontando una storia che sa d’azzurro e sogni stratificati in una memoria sepolta chissà dove, forse tra le luci e le penombre di un’infanzia dimenticata. I suoi quadri sembrano essere stati partoriti per essere esposti proprio intorno al blu calmo del mare che circonda il Museo di San Martino, ed è difficile pensare ad una loro concezione al buio di una stanza. Viene più spontaneo pensare ad un en plen air, se solo dall’Impressionismo non fosse trascorso tutto il Novecento. La luce del mare li inonda, e regala ai quadri una tinta onirica e drammatica al tempo stesso, un chiarore metafisico che permette allo spettatore di spaziare e navigare tra i colori e le tonalità. L’arte si nutre della contaminatio, dello scambio tra linguaggi diversi, e il sincretismo è il filo conduttore dell’opera di Lucio Salzano. Musica e teatro sono parte integrante della sua arte: la breath guitar di Antonio Onorato ha accompagnato dal vivo i quadri dell’artista durante la performance di inaugurazione del 23 settembre, creando un sapiente amalgama e superando i paletti che l’immaginario collettivo attribuisce  a ciascuna delle diverse arti. Cosa vuole intendere Lucio Salzano col titolo “Le dimensioni dell’arte”? “Le dimensioni dell’arte” è un titolo audace e provocatorio, perché è il ritratto di un’arte che si interroga, che scava in se stessa e che ragiona criticamente sulle proprie “dimensioni”. Il mercato tende a catalogare, attribuire dimensioni, schedare e assegnare valori a qualsiasi opera d’arte, snaturando l’essenza stessa del suo significato che per statuto, non risiede in una rigida cifra o in una misura impersonale. Lucio Salzano, intitolando il suo progetto “Le dimensioni dell’arte”, semplifica la questione e […]

... continua la lettura
Libri

Domenico J. Esposito e la sua ultima creatura: “Il Romanziere”

Domenico J. Esposito è uno scrittore di Cervinara (AV), con all’attivo numerose pubblicazioni. Ha esordito con “La Città dei Matti” nel 2009, proseguendo poi con “Sia fatta la mia volontà-Qui nel mondo” nel 2011. Dopo la sua opera del 2016 “Mad World- Il Mondo Malato”, (da cui è stata tratta l’omonima canzone scritta da Domenico e interpretata dal cantautore Ivan Romano), l’autore ci presenta la sua ultima creatura “Il Romanziere”, un metaromanzo che sviscera le difficoltà e gli ostacoli che uno scrittore incontra nel suo cammino lastricato di arte, sogni e sassi aguzzi. Follia, interiorità e mutamenti dello psiche sono gli ingredienti de “Il Romanziere”, un romanzo da leggere tutto d’un fiato per accompagnare il protagonista nel suo vortice di emozioni e stati di agitazione, vortice evocato sapientemente dalla penna di Domenico che ha fornito ai suoi lettori un ritratto calzante e veritiero del ruolo dell’artista e dei suoi affanni, ma anche delle soddisfazioni e della felicità che scaturiscono dal fare ciò che si ama. Lasciamo la parola allo scrittore Domenico J. Esposito, che ci narra del suo ultimo libro Ciao Domenico, grazie per la tua disponibilità. Parlaci un po’ del tuo nuovo libro “Il Romanziere”. Com’è nato e cosa ti ha ispirato? Ho messo insieme due idee. Una che avevo da tempo, da quando è iniziato il mio percorso da scrittore: quella di parlare del mondo dell’editoria, delle difficoltà nell’ambiente della scrittura. L’altra è stata un’idea più nuova, forse un po’ inquietante, ma che grazie a questo libro ho razionalizzato: a volte, dopo aver scritto dei libri, si verificavano degli avvenimenti che avevo narrato nei miei romanzi, non in maniera identica, ma molto simile. Nei momenti di tristezza, quando avveniva qualcosa di brutto che avevo scritto, ovviamente la malinconia e lo sconforto aumentavano, soprattutto quando quei momenti erano alternati a piccoli attimi di felicità e soddisfazioni. Nacque l’ispirazione. Inizialmente volevo scriverci un racconto, ma i racconti non mi soddisfano, quindi optai per il romanzo cogliendo l’occasione per mettere insieme le due idee. Lo scrissi in soli due mesi (poi ovviamente ho revisionato). Il protagonista del libro, Donato Bratti, è un mio alter-ego molto più “fragile” e più credulone rispetto a Domenico J. Esposito e pur essendo scettico e razionale, Donato comincia a credere davvero che questo potere soprannaturale esista. Altre volte, lo sperimenta e non funziona, per cui torna scettico. L’oscillare tra scetticismo e credulità lo confonde conducendolo alla follia. Attenzione, però! Il libro non è solo malinconia e sconforto, ma anche un percorso verso la speranza. Inoltre, nei miei libri, non manca mai l’ironia. Seguendoti sui vari social, si evince che il romanzo parli, tra le altre cose dell’atto dello scrivere. Quanto la scrittura può modificare la realtà? È quasi una metafora. Faccio molti paragoni, giochi di parole e ironia sul “modificare la realtà”. Nel senso che, a prescindere dai presunti poteri soprannaturali di Donato Bratti, uno scrittore, in generale, “modifica la realtà”. C’è una citazione ne “Il Romanziere” che dice “Chi non fa lo scrittore non ha ancora capito […]

... continua la lettura
Recensioni

Clitennestra, Agamennone e Cassandra: Geometrie della Passione al Maschio Angioino

Il cortile del Maschio Angioino, venerdì 14 settembre, è accarezzato da una luna flebile e muta che sembra voler urlare le colpe cucite sulla pelle di donne e uomini appartenenti alla notte dei tempi, colpe e traumi allucinanti intrappolati nel magma della storia e del mito come insetti custoditi nell’ambra. Intorno è buio, come se le spire dell’oscurità facessero calare un manto di velluto sugli occhi degli spettatori. Ma è un attimo, e il velo nero dell’oblio è subito strappato come una tela ingombrante, e le pupille sono libere di posarsi sulla figura di una donna che buca l’oblio, dai piedi nudi e dalla lunga tunica, appena uscita dalle pieghe di un incubo che s’incarna sulla sua stessa pelle rischiarata da quella luna soffocata. Lei è Clitennestra, interpretata da Cinzia Maccagnano. Lei addomestica le tavole del palcoscenico, ci si china, ci si prostra, e spalma la propria figura sinuosa e allucinata sul suolo, rendendo la sua macchina attoriale un corpo vivo e fremente: una tela immacolata dove proiettare fotogrammi di dolore, geometrie rigorose eppure spezzate proprio lì, in un punto di rottura che si annida tra il cuore e il basso ventre, tra lo stomaco e il grembo, dove vi è il gomitolo inestricabile e segreto del suo strazio. Alle spalle di Clitennestra, vi sono un uomo e una donna. Lui possente come la colonna dorica di un tempio, vestito elegantemente, dallo sguardo fiero e dalla lingua muta, lei esile e flessuosa come una sirena, dalla lunga chioma e dagli occhi vispi che inondano il palco di quelle parole che la sua bocca tace: sono Agamennone e Cassandra, interpretati da Aurelio Gatti e Luna Marongiu. Clitennestra,  Cassandra e Agamennone, formano un triangolo che diffonde i suoi spigoli geometrici tra i bastioni del Maschio Angioino e si interseca negli occhi degli spettatori, assorbiti dal monologo viscerale e torrentizio di Clitennestra. Il silenzio viene letteralmente incorporato dai passi di danza di Agamennone e Cassandra, che alle spalle di Clitennestra, continuano a tacere e si accingono in una coreografia serrata: i loro piedi danzanti disegnano schemi di colpa e dolore, rinnovando quella lacerazione che sfilaccia il ventre offeso di Clitennestra. Gli schemi liquidi e preziosi della coreografia sembrano fagocitare il silenzio e calpestarlo con i tacchi, mentre Clitennestra, l’unica a prendere la parola, rovescia sul pubblico il suo soliloquio fluviale, che sgorga dal midollo posto al centro esatto del suo dolore e che pulsa di intimità e viscere contorte. Il monologo di Clitennestra: centro nevralgico del dolore e della colpa Clitennestra si offre al pubblico con la sua nuda voce, dopo aver lacerato ogni velo della geometria e del silenzio: lei ha controllato il raccolto quando suo marito non c’era, lei ha infilzato sui pali le teste dei briganti, lei si è sostituita a lui durante le sue assenze, fino a identificarsi con la sua stessa carne e ad assumere il suo stesso occhio nel guardare il bianco collo delle serve. Clitennestra è la donna che aspetta, colei che trascina il suo bianco […]

... continua la lettura
Fun & Tech

Fobie strane ed imbarazzanti: quali sono le più inusuali?

Nell’universo delle fobie strane ed imbarazzanti: non solo ragni e buio Non solo paura degli scarafaggi, del buio, degli scorpioni o dei più mainstream e classici ragni. Oltre al ragno c’è di più, insomma. Il sottobosco delle cosiddette fobie strane non ha limite, è sterminato come la vasta prateria della psiche umana, e si incarna in figure mutevoli e sempre diverse: è abbastanza comune sentir un amico o un parente parlare di fobia dell’acqua, del buio, o addirittura dei piccioni, ma vi sono paure in apparenza inspiegabili e condivise da una piccola minoranza di persone, che si ritrovano spesso a scontrarsi col muro dell’incomunicabilità e addirittura delle prese in giro. Fobie strane, spesso oggetto di prese in giro o condannate a scontrarsi col muro dell’incomunicabilità Nella classifica delle fobie strane, figura in bella vista la tripofobia. Tra le fobie strane, la tripofobia risulta essere molto “popolare” sul web, diversi utenti dichiarano di soffrirne e ne parlano in varie community o gruppi facebook, spalleggiandosi e dandosi consigli per conviverci. Il nome sembra un po’ pop e un po’ psichedelico, fa pensare vagamente a quei trip di acidi che si facevano a Woodstock nel ’69, e in effetti questa fobia è abbastanza social e “lisergica” a primo impatto, dato che ha a che fare con immagini geometriche, bucherellate, colorate e forate. Ma che cos’è la tripofobia? Più precisamente, è la fobia dei buchi, un irrazionale timore rivolto verso gruppi di buchi o protuberanze. Chi soffre di tripofobia prova capogiro, brividi e sensazione di ansia alla vista di bolle disposte in gruppo o buchi scavati da insetti, e non ne sopporta nemmeno la vista tramite un display o a distanza di sicurezza. I gruppi di buchi che fissano l’utente, sembrerebbero degli occhi pronti a scrutare il malcapitato con fare minaccioso, oppure prefigurerebbero delle malattie o farebbero immaginare delle forme di vita risiedenti all’interno delle protuberanze. Arance, melograni o fiori maculati, come in una sorta di allucinazione violenta e deforme, provocano nausea, tremore, pelle d’oca e affaticamento degli occhi di coloro che soffrono di questa paura dei buchi, inspiegabile ai più ma invalidante e proibitiva per coloro che la provano sulla propria pelle. Tra le fobie strane, figura anche la fobia del Papa, il mansueto e Francesco temuto ed evitato con solerzia e cura maniacale; la peladofobia, ossia fobia dei calvi (nessun calvo è stato osteggiato e ghettizzato nella stesura di quest’articolo), che si manifesta nella paura di rimanere calvi e di perdere la “potenza” data dai capelli.  Esiste anche il suo rovescio speculare, ossia la chaetofobia, la paura dei capelli propri e altrui, e la pogonofobia, ossia la paura delle barbe lunghe. A questi ultimi fobici è altresì sconsigliata la visione di serie tv come Vikings. Non può mancare, tra le fobie strane, anche l’anginofobia, ossia la paura di deglutire per paura di strozzarsi col cibo. Chi soffre di questa invalidante fobia, considerata strana e non compresa da molti, vive ogni pasto come un vero e proprio calvario, mastica più volte lo stesso boccone […]

... continua la lettura
Cucina & Salute

La frittata di maccheroni, il gusto “leggero” dell’estate

La frittata di maccheroni: il gusto “leggero” dell’estate. Che estate sarebbe senza? Ormai è risaputo. La frittata di maccheroni è un po’ come la Nutella, ma in versione balneare: che estate sarebbe senza? Già risuona l’eco della voce di Tony Tammaro, che rievoca perfettamente uno scenario marittimo in cui proprio lei, la somma  frittata di maccheroni, è pomposamente assisa sul trono di regina dell’estate. Immancabile nelle cucine campane (e non solo!), la frittata di maccheroni troneggia in modo tronfio e regale, sancendo in maniera inequivocabile l’inizio della “staggione”. Nonostante non sia un piatto propriamente light e preveda il sacrificio della frittura, pratica proibita tassativamente in estate sia da Studio Aperto che dai gironi infernali di Dante, il fascino della frittata di maccheroni continua ad inebriare i palati da anni, confermandosi come un grande classico estivo. Un po’ come la versione estiva del panettone, ma senza l’inconveniente dell’uvetta. Come preparare una frittata di maccheroni (quasi) perfetta? Ma come preparare una frittata di maccheroni quasi perfetta? Di quelle che brillano non appena sguainate durante i pranzi luculliani in spiaggia, gli spuntini in riva al lago o in fiume o durante i pic-nic in montagna? Il primo ingrediente è la pazienza: tanta pazienza, che renderà il piatto più appetitoso e gradito agli ospiti, pazienza nel friggere ad agosto e nel mettersi ai fornelli nonostante la temperatura bollente. Il secondo ingrediente è ovviamente la pasta, di tutti i formati, anche se si consiglia di utilizzare gli spaghetti: bisogna, innanzitutto, procedere a cuocere gli spaghetti in abbondante acqua salata, e poi lasciarli riposare in un ampio recipiente con un filo d’olio (in alternativa è possibile utilizzare anche spaghetti avanzati, e mamme e nonne gradiranno l’iniziativa, perché così, si sa, la frittata di maccheroni sarà ancora più buona). Bisogna poi procedere a tagliare la mozzarella e la scamorza in piccoli cubetti, grossolanamente, così la pancetta, il salame e, se si desidera, il prosciutto cotto e altri salumi a piacere. Sarà poi il turno delle uova: si consiglia di sbatterle in una ciotola capiente in modo da integrare i formaggi e i salumi precedentemente tagliati, assieme al sale, al pepe e a un po’ di latte per rendere tutto il composto più morbido e cremoso. Ora è il turno dei fornelli: si consiglia di irrorare una capiente padella con abbondante olio, far riscaldare per bene e tuffarvi gli spaghetti precedentemente messi a riposare. Dopo aver fatto sfrigolare e soffriggere per un po’ gli spaghetti con l’olio bollente, versare in padella il composto con le uova, i salumi e i formaggi, fino a coprire il diametro del disco di spaghetti. Coprire con un coperchio e lasciar gonfiare e dorare la nostra frittata, che cuocerà per una decina di minuti o poco più. C’è chi fa cuocere per un po’ e poi aggiunge il formaggio grattugiato, c’è chi invece sceglie di non metterlo, ma l’importante è seguire il proprio gusto ed essere celeri nel girare la frittata prima che si bruci. Dopo averla girata, bisognerà aspettare che cuocia anche […]

... continua la lettura
Cucina & Salute

I fiori di zucchina: il gusto emblematico dell’estate

Fiori di zucchina (o fiori di zucca): un dogma culinario Se c’è un dogma imprescindibile, è che i fiori di zucca non possono mancare sulle tavole estive: il loro gusto delicato, leggero e saporito non ha eguali e li rende amatissimi da grandi e piccini. I bambini sono affascinati dalla loro forma sinuosa e delicata, dal loro aspetto da fiori e dai loro colori sgargianti, giallo e arancione vivo, e li mangiano con gusto e piacere, contravvenendo alla regola secondo cui i bambini non amerebbero particolarmente cibarsi dei prodotti dell’orto. Nulla di più sbagliato, perché i fiori di zucchina sono irresistibili e trovare qualcuno a cui non piacciono è difficile quasi come scovare un ago in un pagliaio. Come potrebbe essere il contrario? Versatili più del classico vestitino nero onnipresente in qualsiasi armadio femminile, i fiori di zucca sono il jolly della cucina. Rispondono egregiamente a tutte le esigenze e sono perfetti in ogni versione, sono un grande classico come la Coppa del Nonno mangiata sul lido in riva al mare quando eravamo bambini, e non c’è casa in estate che non contempli l’omaggio floreale preferito dalle donne in questo periodo: il mazzolin di fiori di zucca. I fiori di zucchina: un jolly della cucina. Versatili e gustosi, possono essere declinati in una miriade di ricette diverse   Ci si può completamente sbizzarrire coi fiori di zucca. La prima declinazione dei fiori di zucca che viene in mente, è quella più peccaminosa e goduriosa, quella legata direttamente a qualche tasto del piacere e alle nostre papille gustative: i fiori di zucca fritti e in pastella. La leggenda narri che leggere “fiori di zucchina fritti e in pastella” causi riti di esaltazione collettiva, per via della bontà intrinseca del suddetto piatto, nonché una voglia improvvisa di procurarseli e farne una scorpacciata epica. Si può scegliere di prepararli ripieni (generalmente ripieni di mozzarella e acciughe, oppure ricotta e prosciutto cotto), oppure avvolgerli in pastella e friggerli  senza riempirli; saranno comunque ottimi e capaci di stuzzicare e soddisfare praticamente chiunque. Si consiglia di utilizzare, per la frittura, olio di semi (girasole, mais o arachidi) e di realizzare la pastella con farina, acqua fredda e frizzante e un po’ di sale a piacere, scegliendo con sapienza la consistenza ideale per avvolgere i petali dei nostri fiori di zucca, rendendoli croccanti all’esterno e morbidi e fondenti all’interno. I fiori di zucchina sono perfetti anche nei primi piatti, specie quelli a base di pesce: è il periodo perfetto per coccolarsi con un ottimo piatto di trofie al salmone e ai fiori di zucca, oppure con gamberetti e fiori di zucca o con vongole e fiori di zucca. Si sposano con la pasta, specie quella fresca, per via della loro dolcezza, e possono prestarsi anche ad alcune varianti light. Basta farli bollire in abbondante acqua salata e condirli con un po’ di sale e olio a crudo, dopo averli scolati e raffreddati, oppure possono essere cotti in padella con un po’ d’olio, magari abbinati alle zucchine tagliate […]

... continua la lettura
Musica

I Fiori di Mandy e la loro creatura, Carne

Nell’universo dei Fiori Di Mandy, dalle origini al loro disco, Carne Quella de I Fiori Di Mandy è una storia che sa di Sardegna, di terre ancestrali, di sincretismo e radici che si discostano dai luoghi natii per abbracciare la globalità del mondo. La loro è una storia che sa anche di Irlanda, del volto di una ragazza, Mandy, e della sensibilità che porta a dischiudere l’animo al cambiamento, che è l’unica vera costante dell’esistenza. Questa è la loro storia, per aggiungere un altro tassello al dettato della musica italiana emergente, ricco di sfaccettature da esplorare con curiosità. La parola a I Fiori Di Mandy. 1) Buongiorno! Innanzitutto grazie per la disponibilità. Vorrei iniziare con la domanda più banale, o forse più difficile: cosa significa il nome I Fiori di Mandy? Da dove deriva? Sembra molto baudeleriano. 1) Il nome deriva da un’importante conoscenza fatta durante un viaggio a Dublino. Mandy, ragazza particolare, una personalità che colpisce, che lascia il segno. Fu un incontro come tanti altri e come nessuno prima. Il suo carattere rispecchiava esattamente ciò che noi volevamo ricreare in musica, una mancanza di punti fermi, e una sensibilità disposta ai cambiamenti. I fiori non hanno un vero e proprio significato, si tratta solo di una scelta in funzione del suono delle parole e del loro semplice potere evocativo. 2) Quali sono i rapporti con le vostre radici, con la Sardegna? Cosa pensate quando andate con la mente alla vostra terra? Come è la tradizione musicale lì? 2) C’è sicuramente una bella e variegata scena musicale, ci sono differenti realtà di diversi generi, con cui è sempre piacevole confrontarsi. Siamo legati alla Sardegna, senza dubbio la sentiamo “casa” pur consapevoli della grande necessità di doverla lasciare, in un modo o nell’altro. 3) Le vostre maggiori influenze musicali, artistiche, letterarie? 3) Veniamo tutti da differenti influenze musicali, ma ritroviamo in noi dei punti comuni, che si rifanno alla scena underground italiana, ma allo stesso tempo anche la scuola del punk anni settanta. 4) Qual è la storia della vostra creatura, Carne? 4) Carne è un disco che nasce un po’ di tempo fa, le registrazioni son state fatte nel dicembre del 2016, e dal nostro punto di vista appartengono al nostro primo periodo artistico. E’ stato registrato a Sinnai (CA) da Christian Mandas e Mattia Cuccu, amati e fondamentali fonici, che ci hanno permesso di trovare le soluzioni migliori per definire il nostro suono e le nostre idee. Dopo qualche peripezia abbiamo deciso di pubblicare il disco, autoprodotto e indipendente, accompagnato da un’opera di Tonino Mattu, apprezzabile in copertina. Ringraziamo molto Tonino, per averci prestato questa sua bellissima opera, siamo particolarmente felici di questa collaborazione. 5) Progetti futuri? 5) Abbiamo iniziato da poco tempo una campagna crowdfunding su MusicRaiser, per finanziare il nostro tour che avverrà questo inverno. Sarà la nostra prima esperienza fuori dalla Sardegna e faremo circa una decina di tappe nella penisola. Inoltre quest’estate saremo di nuovo in studio, per registrare qualcosa di nuovo, nuovi pezzi, nuovi […]

... continua la lettura