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Eroica Fenice

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3SOME di Tommaso Fermariello al Tram: storia di un menage à trois

3SOME di Tommaso Fermariello al TRAM il 18 maggio: fenomenologia di un menage à trois Questa è la storia di un menage à trois particolare, dai contorni vacillanti e dall’erotismo ambiguo e strisciante. 3SOME è la storia di una triangolazione erotica ed eretica, eretica perché inserisce tra i suoi protagonisti un’entità dall’odore malsano, nauseabondo e disperato, il cancro, e ciò porta ad uno strappo eretico e quasi scandaloso nella classica fenomenologia amorosa. La malattia è uno dei lati del triangolo erotico, ed entra in punta di piedi sul palco del TRAM il 18 maggio, incarnata nelle fattezze di una ragazza minuta, vestita di nero, cinica e dalla voce stridula e disturbante. 3SOME, di Tommaso Fermariello, regia di Martina Testa, e interpretato dallo stesso Tommaso Fermariello, Gianluca Bozzale e Sofia Pauly, è la fenomenologia pop di una malattia che si insinua tra le pieghe di un rapporto amoroso, facendolo avvizzire e rosicchiandolo dall’interno, come un tarlo che svuota progressivamente la vita e restituisce i due involucri vuoti degli innamorati protagonisti dello spettacolo. Pier, appassionato di libri e aspirante scrittore, allampanato, goffo, impacciato e alla ricerca della sua luce, e Diego, youtuber esuberante, dalla forte carica sensuale e dal carisma disarmante, sono una coppia innamorata. Pier e Diego sono affiatati, stanno per andare a vivere insieme e coltivano una quotidianità fatta di progetti e abitudini di coppia. Pier, ossessionato dalla paura delle malattie e del dolore, si ritrova faccia a faccia col suo terrore più grande: Diego, il suo compagno di vita, ha un cancro al cervello. La malattia comincia a strisciare pian piano nelle fessure e negli spiragli della coppia già dalla prima visita di Diego al pronto soccorso, presso cui si reca dopo uno svenimento: la malattia è una ragazza mora, “nera che non si vedeva da una vita intera, nera che porta via, nera che picchia forte, che butta già le porte”, come direbbe un certo De André; è nera, è livida, è cinica, ma è pop. Sì, la morte è cinica e strisciante, ma, nel suo turbinio di nero e di voragine, riesce a creare colori con la sua vocetta stridula, con il suo modo di porsi esuberante e vivace, con le sue battute goffamente macabre e il suo incedere svampito e drammatico. 3SOME: la Morte prende vita e si insinua nel rapporto di coppia “Sono io la morte, e porto corona. E son di tutti voi, signora e padrona”: Branduardi aveva organizzato una sorta di danza macabra, con la Morte a dettare le regoli del ballo e i passi da seguire. La ragazza nera, cinica e svampita, detta le regole del menage à trois: attrae Diego nelle sue spire, come una farfalla attirata dalla luce bruciante della lampada, secondo un gioco di equilibrio precario, in cui Pier rimane sempre ai margini, mai del tutto coinvolto nella fisicità del rapporto erotico tra Diego e la ragazza. Diego, fagocitato dall’influenza della ragazza nera, è restio a curarsi, a seguire un ciclo di chemioterapia, e getta sul tavolo da gioco […]

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Interviste

Intervista all’attore dei video di Liberato, Adam Jendoubi

Cade ‘ngopp”o golf’ ‘na stella/ Chiove ‘ngopp’a Procida/ E tu t’e scurdat’ ‘e me/ Guarda ‘e fuoche abbascio Furcell’/ Chiove ‘ngopp’a Nisida/ E tu t’e scurdat’ ‘e me… Una Napoli malinconica, mistica e un po’ barocca. Rovine, tramonti violacei e amori sfumati come la linea labile che trema all’orizzonte del mare. Un golfo che profuma di stelle e nostalgia, l’acqua  porta a riva salsedine e rimpianto. Scogli, onde, sprazzi di ricordi e memorie. Gli occhi profondi di un ragazzo, che scrutano l’orizzonte con espressività e profondità. Sono gli occhi di Adam Jendoubi, il protagonista di tre dei video di Liberato: Tu T’e Scurdat’ ‘e Me, IntoStreet e Je Te Voglio Bene Assaje. I suoi lineamenti così particolari, lo sguardo lucido e misterioso e l’espressività che ricorda i quadri degli scugnizzi di Vincenzo Gemito, hanno stampato Adam Jendoubi nella memoria degli ascoltatori e spettatori dei video di Liberato: Adam è la rappresentazione della gioventù verace, istintiva e libera, il ragazzo che vive il suo amore sullo sfondo di Marechiaro e Mergellina, che sfreccia per il grande corpo di Partenope col suo motorino, che ama in quel modo puro e senza riserve che crea una stretta allo stomaco anche agli adulti più disincantati, che forse hanno dimenticato le emozioni più violente dei primi amori, quando anche solo un bacio rubato alla ragazza amata o una delusione, bastavano a toglierti il sonno e a farti rigirare tutta la notte tra le coperte, guardando il soffitto con gli occhi sbarrati. Adam Jendoubi è riuscito, col suo corpo e  l’espressività autentica del suo viso, a dare una fisicità tangibile ai video di Liberato, a diventare simbolo inconsapevole dell’istintività e della bellezza giovanile, quella che ti porta a legare l’intimità del vissuto con la scenografia eterna di un teatro a cielo aperto come il grande corpo di Napoli. Abbiamo incontrato Adam Jendoubi, per ascoltare la sua storia. Ci si presenta: alto, sorriso luminoso, gentilezza ed educazione esemplari, simpatia e risate. Abbiamo trascorso un bel pomeriggio in sua compagnia, ascoltando la sua storia nel centro storico di Napoli, tra l’arte e la bellezza della città, e ne è scaturita  una piacevole e interessante chiacchierata. Intervista ad Adam Jendoubi: l’attore dei video di Liberato si racconta a Eroica Fenice Ciao Adam! Grazie di essere qui con noi! Innanzitutto, parlaci un po’ di te. Chi sei, cosa fai nella tua vita, quali sono le tue passioni. Sono nato a Forcella, ho quasi 18 anni, li compio tra un mese. Mi è sempre piaciuto recitare, ma ho sempre saputo della difficoltà dell’entrare in questo campo: nonostante ciò, ci ho sempre provato e ho sempre puntato al massimo. Per fortuna il regista Francesco Lettieri mi ha notato e mi ha permesso di fare questi tre video per Liberato. Come ti ha notato Lettieri? Parlaci dell’inizio della tua avventura con i video di Liberato. Direi che è stato per puro caso: Lettieri aveva contattato due miei amici, che sarebbero quei due gemelli che sono presenti anche nell’ultimo video, Intostreet, per vedere se potevano recitare […]

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Recensioni

La Capinera di Rosy Bonfiglio al TRAM

La Capinera di Rosy Bonfiglio è al TRAM per la terza serata del TrentaTram Festival. Buio. Una figura femminile avanza sul palcoscenico, offrendosi al pubblico come in una cerimonia iniziatica. Il suo corpo è vestito di fogli di carta, intrisi di parole smorzate e di inchiostro nero come il volo sinistro degli uccelli, predetto da qualche oracolo tra i monti della Grecia. La figura femminile mastica e contiene il vuoto delle sue stesse viscere, è una baccante che flette il suo corpo come un ramo sconquassato dai venti, è l’Arianna che si dimena sulla spiaggia di Nasso, tra la battigia e le conchiglie, è l’Edipo, femminile e virile al tempo stesso, che accarezza la sua colpa come una bestia da addomesticare. È la lupa di Verga, dall’ombelico fremente, è l’alito dei monti boschivi della Grecia ed è la salsedine cocente della Sicilia, è l’androgino che non ha sessualità ma che contiene tutte le sensualità possibili. È la Capinera, delicatissimo uccello che si abbevera di carta e inchiostro, la Capinera che ha esalato l’ultimo respiro non per fame o per sete, ma per qualcosa di ignoto e più grande del suo corpicino. Rosy Bonfiglio è la Capinera, al TRAM il 12 maggio Rosy Bonfiglio porta in scena al TRAM, il 12 maggio, la sua Capinera di aria e di inchiostro. Figlia della Sicilia, donna di carne, di battito e di polvere, conterranea di Verga, Pirandello e Rosa Balistreri, dopo aver studiato all’Accademia Nazionale D’Arte Drammatica di Silvio D’Amico e aver maturato esperienze con Luca Ronconi e Gabriele Lavia, decide di approdare alla sua prima esperienza autoriale. Sceglie di partire dalla fisicità e dalla carnosità della terra e del linguaggio di Verga, da una delle sue opere forse più sofferte e imbevute di Sicilia, grecità e femminilità: Storia di una Capinera. Sceglie di farsi Capinera, di prestare il suo corpo al piumaggio e alle ali di un uccello rinchiuso tra le sbarre di una gabbietta, e di condurre il pubblico in una catàbasi, in una discesa verso l’Ade della follia più autentica. Rosy Bonfiglio, come un Enea nell’Oltretomba, prende per mano il pubblico e sussurra con voce docile ed iniziatica, il famoso incipit dell’opera verghiana, narrando della piccola capinera trovata stecchita nella sua gabbietta: è l’inizio della storia di Maria, diciannovenne orfana di madre, rinchiusa in un convento a Catania dall’età di sette anni e destinata a diventare monaca di clausura. Per via di un’epidemia di colera, Maria ha la possibilità di trascorrere un periodo a Monte Ilice, presso la casa di suo padre, assieme a quella donna che ha difficoltà a chiamare “madre” (la seconda moglie di suo padre) e ai suoi fratellastri Giuditta e Gigi. Proprio a Monte Ilice, comincia un lungo scambio epistolare con Marianna, confidente, amica ed educanda come lei, e Rosy Bonfiglio sceglie di vestire la sua Capinera di quelle stesse lettere del romanzo epistolare di Verga, senza stravolgerle ma facendo soltanto un lavoro di fino, da abile cesellatrice capace di restituire il succo più delizioso e aspro di quelle […]

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Recensioni

“6 maggio 1938”: Guglielmo Lipari dà il via il Festival Trentatram al TRAM di Napoli

Al via il Trentatram Festival 2018, con 6 maggio 1938 di Guglielmo Lipari, liberamente ispirato a “Una giornata particolare” di Costanzo, Maccari e Scola Buio.  Sprazzi di luce arancione di fiamme che ribollono, forse in un’altra dimensione. Poi ancora buio. E infine tavola, fornelli, letto, piatti, libri, lenzuola, bucato, biancheria, brocche d’acqua e bottiglie di vino, affastellati come in un formicaio scenografico brulicante di correlativi oggettivi. Ogni oggetto è un correlativo oggettivo, è un feticcio, ogni singolo piatto, cuscino o lenzuola è una proiezione del corpo fascista che riverbera sulla carnalità della donna, disumanizzata, diserotizzata e relegata a puro mammifero dalle finalità di procreazione. Con questo imbuto scenografico di oggetti, riversati al cospetto del pubblico nella loro pienezza vorticosa, e con l’immagine di una donna che riaffiora dal buio, inizia 6  Maggio 1938, con Anna Rapoli e Marco Abate, drammaturgia e regia di Guglielmo Lipari, 28 anni, di formazione cinematografica (come dal regista affermato nel corso della serata) e proveniente da Cava de’ Tirreni. 6 maggio 1938 è lo spettacolo inaugurale del Trentatram Festival, alla sua prima edizione: il festival è iniziato giovedì 10 maggio e si concluderà il 27. La peculiarità del festival è quella di ospitare compagnie teatrali formate da attori e registi con meno di trent’anni. Saranno undici le compagnie a prendere parte alla rassegna, selezionate tra le più promettenti e interessanti del panorama nazionale; saranno giudicate da una giuria, composta da due gruppi: il gruppo degli Analitici, formato da addetti ai lavori, critici e operatori teatrali, e il gruppo dei Visionari, ossia di appassionati, studenti e amatori del teatro. Verrà proclamato un unico vincitore a cui andranno tre giorni di messa in scena presso il teatro TRAM nel corso della stagione 2018/2019. “6 maggio 1938” di Guglielmo Lipari: nell’universo dello spettacolo Entrare nel ventre, nello stomaco dello spettacolo non è assolutamente semplice: è essenziale approcciarsi a 6 maggio 1938 con uno sguardo libero e cristallino, con la mente ridotta a mo’ di tabula rasa nel dimenticare, volontariamente, il film a cui lo spettacolo è liberamente ispirato, ossia “Una giornata particolare”, o almeno provare a mitigarne il ricordo. Giudicare e recensire lo spettacolo seguendo la linea di confronto con il proprio antecedente cinematografico, sarebbe un’operazione sterile e infruttuosa: meglio provare ad addentrarsi nella pancia di questo piccolo spettacolo, esplorandone luci e ombre. Roma, 6 maggio 1938: Luciana, (interpretata da Anna Rapoli) si trova nel proprio altare domestico, eretto per lei da  marito, virile padrone fascista che muove i fili della vita di sua moglie, come un burattinaio intriso di sacro orgoglio romano. L’altare domestico in cui è relegata Luciana, quasi come una Didone nella propria roccaforte cartaginese, è composto da oggetti feticcio che, ammassati sulla scena come tanti ciottoli di una spiaggi abbandonata, le ricordano la propria sterilità emotiva e bulimia sentimentale. Il 6 maggio 1938 è il giorno della storica visita del grande alleato tedesco, Adolf Hitler, giunto in Italia per visitare Mussolini e accolto dallo strepito entusiasta di uomini, donne e bambini, tra cui il marito e […]

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Interviste

Elogio del vuoto: intervista a Sergio Bertolino degli Enjoy The Void

Godersi il vuoto, Enjoy The Void. Accarezzare il vuoto e addomesticarlo, senza temerlo. Ogni slancio creativo nasce da un vuoto, da un buco ben piantato sulla bocca dello stomaco e l’arte è da sempre il modo migliore per anestetizzare le fessure dell’animo, conviverci più o meno placidamente e superarle. Lo sa bene Sergio Bertolino degli Enjoy the Void, gruppo alternative rock con base in provincia di Salerno, nel Cilento. Dalla Calabria fino a Manchester, passando per il non luogo che è posizionato nel centro del vuoto di ciascuno di noi, Sergio ci ha raccontato la storia avvincente di questo gruppo, le sue sfaccettature e i suoi riflessi, portandoci ad esplorarli in tutta la loro pienezza: è un viaggio dal respiro universale, che parla un linguaggio comune a chiunque abbia mai provato a sublimare i propri grovigli per mezzo dell’arte. Intervista a Sergio Bertolino degli Enjoy the Void: il vuoto come condizione necessaria per cercare incessantemente l’arte 1) Buongiorno Sergio, grazie per aver accettato il nostro invito. Innanzitutto, chi sono gli Enjoy the Void? Come lo spiegheresti a un tuo amico se foste seduti davanti a un caffè? E perché questo nome? Buongiorno, grazie a voi per l’invito. Enjoy the Void è un gruppo alternative rock con base a Sapri. Comincia come progetto solista: ho scritto ed arrangiato personalmente tutte le canzoni. La BAM! (bottega artistico-musicale) di Sapri mi ha proposto d’inciderle nel loro studio; poi con i musicisti coinvolti nella registrazione dell’album si è creato un gran feeling musicale e un’amicizia da cui è venuta fuori l’idea di formare una band. Il nostro sound attuale combina strutture pop-rock e influenze disparate: elettronica, blues, jazz, psichedelia, hip hop, funky, ecc. Per quanto la nostra proposta musicale sia eclettica, variegata, c’è una coerenza di fondo, sia a livello sonoro che testuale. Scrivo i testi in inglese, perché son cresciuto con la musica anglofona; mi viene naturale farlo. Trattiamo tematiche complesse, molte delle quali hanno a che vedere con la dimensione interiore… Pensieri, paure, emozioni, desideri in cui certi tipi di sensibilità possono facilmente riconoscersi. Il nome Enjoy the Void (Goditi il Vuoto) nasce dal pensiero seguente: credo che una vita senza slanci, desideri sia impossibile, oltre che inutile. Il desiderio scaturisce sempre da una mancanza, da un vuoto appunto. Bisogna apprezzare, godersi il vuoto, conviverci positivamente (benché sempre in un’ottica di superamento) in quanto rappresenta il presupposto creativo senza il quale non ricercheremmo né realizzeremmo alcunché. 2) Hai vissuto a Manchester. La musica inglese ha sfornato il meglio: Beatles, Led Zeppelin, Pink Floyd, The Who, Cream, Genesis, Queen, Bowie, The Clash, The Animals, Jethro Tull, fino ad arrivare agli Smiths, Editors, The Cure, Kasabian. La domanda sulle influenze è un po’ banale, ne sono consapevole, ma credo che mi tocchi proprio chiedertelo. Cosa hai carpito maggiormente da una città come Manchester e com’è stato viverci? In senso musicale Manchester è fantastica. Ha una storia pazzesca, avendo sfornato band come Smiths, Stone Roses, Joy Division, Oasis, Chemical Brothers e tante altre. La musica […]

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Cronaca locale

Pasqualino Esposito, da testimonial a Seiano a ospite alla mostra di Venezia

Pasqualino Esposito e le sue nuove avventure: testimonial al Grand Hotel Angiolieri di Seiano fino alla Mostra Cinematografica di Venezia Lui si chiama Pasqualino Esposito, vive a Casavatore vicino Napoli ed ha una simpatia travolgente ed una purezza d’animo, ed è appassionato di cinema, di arte, ama guardare film e incontrare i suoi idoli in carne ed ossa. Pasqualino è affetto da osteogenesi imperfetta, detta anche malattia delle ossa di vetro: la sua malattia gli porta grave fragilità alle ossa, malformazione degli arti, difficoltà respiratorie a causa della gabbia toracica malformata e gli è quindi essenziale l’aiuto della ventilazione meccanica. Il cinema è la stella polare della sua quotidianità, la sua scappatoia ed isola felice, e questa passione lo ha portato a divenire una stella del sorriso che ha incontrato stelle in carne ed ossa: i suoi idoli cinematografici. Pasqualino può infatti vantare tantissimi incontri con svariate stelle del cinema, attori di fiction e nomi di spicco della scena nostrana e internazionale, nonché la partecipazione a numerosi eventi e festival. Il suo festival preferito è La Festa del Cinema di Roma, a cui ha partecipato due volte: ha anche instaurato un forte legame con il direttore Antonia Monda e con Valeria Allegritti. La passione può salvare una vita e renderla degna di essere vissuta, può dare respiro e leggerezza alla sofferenza, e Pasqualino ci affida un grande messaggio: la realtà non è quella che si vede. Ci eravamo già occupati di Pasqualino, per narrare la sua storia e la sua travolgente passione per il cinema. Ci sono delle novità, perché Pasqualino ha dei nuovi progetti in cantiere e che si aggiungono al racconto della sua storia: è stato chiamato a fare da testimonial, col suo sorriso, al Grand Hotel Angiolieri di Seiano ed è stato invitato dal direttore Alberto Barbera in persona alla Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia, per coronare ulteriormente la sua smodata passione per il cinema. Due chiacchiere con Pasqualino Esposito, tra cinema, nuovi progetti e desideri Ciao Pasqualino, ti andrebbe di raccontarci della tua esperienza come testimonial al Grand Hotel Angiolieri di Seiano? Come è iniziata quest’avventura e come sei diventato il volto di questo hotel? Quest’esperienza è nata tramite i social network. La proprietaria del Grand Hotel Angiolieri mi ha contattato su Facebook, abbiamo molti amici in comune. Abbiamo fatto una bellissima chiacchierata e lei mi ha chiesto se mi andasse di prendere parte a quest’esperienza, e quindi sono stato testimonial di questa bellissima location, che io consiglio a tutti di andare a visitare almeno una volta, anche per un week end. Ti andrebbe di raccontarci anche della tua prossima avventura a Venezia? Per quanto riguarda l’esperienza della Mostra d’arte Cinematografica di Venezia, è nata sempre tramite i social network, Qualche tempo ho pubblicato su Facebook un post, un amico ha letto il mio post e, notando la mia passione per il cinema e per i festival, mi ha chiesto se mi andasse di partecipare alla mostra di Venezia, dal momento che si occupa dell’organizzazione. Io […]

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Recensioni

Dentro i secondi: Antonello Cossia e le sue storie al TRAM

Dentro i secondi: racconti di sport e di vita Dentro i secondi è una storia di respiri smorzati, di valori umani e di commozione, quella genuina e pura che ti investe a tradimento, facendoti ricordare quanto siano rare e preziose le persone che scelgono di vivere questa vita in punti di piedi. Dentro i secondi è una storia di equilibrismo e quasi di funambolismo, di protagonisti che hanno scelto di abdicare allo stesso ruolo di protagonisti e volteggiare in punta di piedi sull’equilibrio della vita e dello sport: Dentro i secondi sono le voci che salgono dalla macchina turbinosa dello sport e la rinfrescano col loro candore quasi infantile, il candore e la bontà dei gregari che scelsero di lottare per dare consistenza e materia ai sogni altrui: Dentro i secondi sono le storie dei secondi, quelle tenute sempre in soffitta e mai riesumate, di coloro che rimasero sempre nel gradino  basso nel podio, accecati dal fulgore dei primi, e che scelsero di sorridere nonostante quella luce così intensa. E che non era la loro luce. Lodetti, Corrieri e Milano, Ellis: storie di secondi che aiutarono i primi a diventare primi Dentro i secondi è storie di luce, di luce dei primi che hanno sfavillato nel corso della storia dello sport, riempiendo le colonne dei giornali e occupando gli schermi delle case degli italiani. Ma quella luce non sarebbe stata così sfavillante senza il sapiente e intelligente lavoro sotterraneo dei secondi, che, nell’ombra e nella polvere, decisero di aiutare i primi a realizzare i loro sogni: dietro una grande luce ci sono sempre particelle di sacrificio e di respiri sincopati che rimangono nell’ombra, ed è proprio di questi respiri segreti che è intessuto lo spettacolo Dentro i secondi- storie di sport e protagonisti nell’ombra, diretto e interpretato da Antonello Cossia  e in scena al Teatro TRAM di Port’alba dal 12 al 15 aprile 2018. Antonello Cossia, sullo sfondo nero della piccola sala e vestito solo della sua plasticità e del suo volto cangiante, si è fatto tela per allestire i respiri segreti di tutti i secondi che hanno costellato la storia, al grido di battaglia di: “Dentro i secondi!”, come se ci fosse un plotone di esecuzione immaginario con tutti i secondi dello sport, pronti a ricevere quell’applauso scrosciante che in vita forse gli fu negato o non gli venne elargito con l’attenzione necessaria. L’applauso di rito, negli anni dedicato ai Coppi, ai Bartali, ai Rivera e ai Muhammad Alì della storia, il 12 aprile (sera della prima dello spettacolo) è stato tutto per i secondi, tratteggiati nella loro trionfale fisionomia di gregari; Cossia ha cominciato raccontando al pubblico del TRAM la storia di Giovanni Corrieri, tracciandone un profilo che ricorda quasi i personaggi di una novella di Verga: siciliano, classe 1920, riccioluto e cattolico quanto basta, ligio, votato al dovere, infaticabile e disciplinato, una perfetta ombra aderente al corpo del suo capitano. Corrieri è stato il gregario più fedele e devoto di Gino Bartali, quel Bartali  toscanaccio di ferro e brontolone, dal fisico calcareo che non aveva bisogno di sonno per […]

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Interviste emergenti

Intervista a Giuseppe Galato, autore di “Breve Guida al Suicidio”: seconda parte

L’intervista a Giuseppe Galato, autore di “Breve Guida al Suicidio”: la seconda parte Dopo la prima parte, continua qui l’intervista a Giuseppe Galato, autore del libro “Breve Guida al Suicidio”. Qualche avvenimento curioso delle presentazioni? Che tipo è il Galato pubblico che deve parlare dei suoi lavori? Mi piace miscelare l’italiano al dialetto: l’uso del dialetto a mio avviso è fondamentale, in determinati contesti, perché aiuta a sottolineare determinati concetti, oltre ad aiutare a stemperare la tensione che si può creare in un dibattito o in una semplice discussione. E, ad ogni modo, le radici sono importanti, per quanto bisogna cercare di distaccarsene quanto più possibile in modo da crearsi un proprio sé, individualista, fuori dalla massa. Avvenimenti curiosi… non saprei… La cosa più curiosa che capita alle mi presentazioni è che si avvicinano a comprare il libro e io glielo regalo, perché non so vendere; già il fatto che qualcuno si sia interessato al mio lavoro è per me un grandissimo guadagno. Hai in progetto di scrivere altri libri? Pensi di mantenerti sullo stesso genere o di cambiare registro? Ho lì, parcheggiati, un po’ di progetti, in realtà… uno, sulla falsariga di “Breve guida al suicidio”, dal titolo “Breve guida etologica alle classi sociali”; un altro, realistico, con racconti tutti autoconclusivi ma interconnessi fra loro,”Le cronache di Liaccasati”; e un altro fantascientifico, “Cronache di passati futuri”. Ma sono tutti fermi, per mancanza di voglia: dovrei riprenderli… chissà! Cosa porti con te della scrittura di “Breve guida al suicidio”? Di “Breve guida al suicidio” mi porto i tanti bei apprezzamenti che mi sono stati fatti, sia da critica che da pubblico, ma, soprattutto, mi porto dietro il fatto che scrivere questo libro mi ha aiutato a superare un periodo, uno dei tanti periodi, “di merda” della mia vita. E, naturalmente, la soddisfazione di essere stato scelto da una casa editrice, La Gru, che ha creduto nel mio lavoro senza chiedermi un euro, cosa che non capita tutti i giorni: lode a loro, una delle poche realtà editoriali ancora con un’etica. Parliamo di realtà editoriali. Dalla tua risposta si evince una certa visione. Che consiglio daresti a un giovane scrittore che si accinge a pubblicare un’opera di esordio? Prima di tutto di evitare in qualsiasi modo proposte editoriali a pagamento: se la casa editrice attinge già a una fonte economica (i tuoi soldi) che interesse dovrebbe avere nel promuovere (quindi dare visibilità per vendere per guadagnare) la tua opera? Potei consigliare di seguire il mio esempio, e cioè mettere in download l’ebook (magari appoggiandosi a un ufficio stampa), in modo da creare curiosità attorno all’opera. Una mia conoscente mi diceva che ora Amazon sta offrendo un servizio del genere, ma ancora non mi sono informato di preciso in merito: da come me ne parlava però sembra una buona alternativa all’editoria classica. E del crowdfunding invece cosa pensi? Ma sai che pure sul crowdfunding non ho un’idea ben precisa? Più che altro, non so quanto un emergente possa riuscire a portare avanti […]

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Interviste emergenti

Intervista a a Giuseppe Galato, autore di “Breve Guida al Suicidio”

Intervista a Giuseppe Galato, autore del libro “Breve Guida al Suicidio” edito da La Gru  Non aspettatevi seriamente un libro sul suicidio, che vi illustri in modo dettagliato come tirare le cuoia con la stessa metodicità di un tutorial per preparare la torta di mele. Sul serio, non fatelo. Se avete iniziato a storcere già il naso, ricomponetevi: è difficile definire questa creatura letteraria di Giuseppe Galato, classe 1983, cilentano purosangue di Licusati e multitasking. Scrittore, musicista militante nella The Bordello Rock’n’Roll Band, responsabile d’ufficio stampa (dopo un passato da giornalista e il conseguimento del tesserino da pubblicista), nonché sex symbol (giuro che non mi ha pagata per scrivere una cosa del genere), Giuseppe Galato è una figura eclettica, poliedrica, costantemente scisso tra un’aura scapigliata e fumosa di malinconia e un’ironia scanzonata e amara. Probabilmente uno degli ultimi alfieri della cultura in una terra come il Cilento, ma non di quella accademica, polverosa e libresca, ma di quella viva e intelligente che illumina vari ambiti col filtro della criticità.  Forse lui non sa di esserlo, ed è meglio così. Lasciamogli la parola, in questa intervista torrenziale a metà strada tra l’epistola e la psicanalisi. Giuseppe Galato, perché hai voluto scrivere un libro sul suicidio? Non tirerò in ballo I dolori del giovane Werther o Foscolo, voglio sapere cosa ti è saltato in mente. Un’aura di malinconia, chiamiamola “depressione”, mi ha sempre accompagnato, sin da quando ero adolescente, per non dire bambino. E il pensiero del suicidio mi è spesso balenato alla mente. Per fortuna ho dalla mia una forte carica di ironia (e autoironia) che si trasforma in sarcasmo dai forti toni cinici, con cui riesco a riformulare e contenere i pensieri negativi su cui tendo a concentrarmi. L’idea del libro nacque da un’idea (poi diventata parte di un capitolo) che mi venne una sera, in un locale di un mio amico a Marina di Camerota. Quella sera cercavamo di capire come poter coinvolgere maggiore pubblico, ipotizzando quale tipologia di evento potessimo organizzare. E, mai come quella sera, con chi parlassi, aleggiava nell’aria una carica di negatività incredibile: ognuno in quel bar con le proprie depressioni. Quindi, ironizzando, proposi a Gerardo di organizzare dei “Suicide party”: sono feste in cui gli organizzatori forniscono ai propri clienti metodi svariati per poter farla finita. L’ironia aveva di nuovo vinto sulla depressione. L’idea mi piacque e, tornato a casa, buttai giù qualche riga: di lì poi è venuta l’idea di continuare ad “analizzare” il concetto di suicidio, prendendo ad esempio dei “casi” (fittizi), come fosse un saggio sul suicidio, appunto. Quali sono stati i modelli da cui hai attinto nel redigere questo saggio autoironico? Ti è mai capitato che qualcuno fraintendesse il concetto su cui si regge la tua opera? Non fra chi ha letto il libro. Più che altro è capitato sulla pagina Facebook, gente che, senza informarsi, non aveva capito che la pagina rimandasse prima di tutto a un libro e, in secondo luogo, al fatto che il modo in cui il tutto […]

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Cinema & Serie tv

Concluse le riprese del film “Vittima della mia libertà” di Davide Guida

Si sono concluse le riprese del film Vittima della mia libertà di Davide Guida, una produzione indipendente a sfondo sociale realizzata da DGPhotoArt Cinema in collaborazione con la “Artisti Sotto il Vesuvio”, una associazione non riconosciuta che riunisce scrittori, sceneggiatori, registi, tecnici e artisti di varia formazione (dilettanti, amatori o professionisti) che investono le loro qualità in progetti cinematografici paragonabili a quelli delle grandi produzioni, anche se, a differenza di queste ultime, non esiste alcun tipo di finanziamento né pubblico né privato. Noi di “Eroica Fenice” ne avevamo già parlato qui, annunciando l’idea del regista napoletano di realizzare un lavoro su un tema scottante come il bullismo, fenomeno sulla bocca di tutti eppure spesso trattato con molta superficialità e con un appiattimento di contenuti niente indifferente. Addentriamoci nelle viscere dell’opera, in modo da illuminarne i contorni. Vittima della mia libertà di Davide Guida: addentriamoci nei dettagli dell’opera “Vittima della mia libertà” è un lungometraggio della durata di circa 80 minuti, scritto e diretto appunto da Davide Guida che si è distinto negli ultimi anni nella realizzazione di progetti cinematografici di denuncia sociale (“Noi, oltre il tramonto” sulla droga adolescenziale e “Disinganno”, sulla violenza psicologica alle donne, sono solo due dei diversi lavori realizzati). Il tema trattato in questo ultimo lavoro è il bullismo, ma visto da un punto di vista originale e non banale. La protagonista, la diciassettenne Simonetta Fiorillo (interpretata dall’attrice teatrale Elisabetta Mercadante), non è una ragazza fragile come avviene nei casi più tristemente noti di bullismo, ma anzi ha un carattere piuttosto forte con principi di vita ideologici dotati di un eccessivo senso di libertà, che la porta a scontrarsi non solo con i suoi compagni di classe (in particolare con Mariangela Bianchi, sua nemesi), ma anche con i professori, i bidelli e perfino con la dirigente scolastica della sua scuola, interessata più che altro a che la scuola tenga alto il suo lignaggio e non si faccia cattiva pubblicità. La poca presenza dei genitori nella educazione della ragazza farà sì che si consumi presto un dramma difficilmente riparabile. Sulla base di quanto dichiara il regista, dal film traspare che avere una forte sensazione di libertà è certamente sacrosanto, ma purchè non si trasformi in anarchia e non si invada, con la propria libertà, quella degli altri. Nel numeroso cast (circa 60 persone fra protagonisti, figurazioni speciali e comparse) si distinguono, oltre alla stessa Elisabetta Mercadante, le figure dei due genitori, interpretati da Flora Febraro e Benito Gaudino Raimo, della preside (Lina La Mura), del professore di italiano (Vincenzo Frattini), della perfida Mariangela (interpretata da Laura Frattini), compagna di classe di Simonetta coadiuvata da Chiara (Taisia Fiore) e Lorenzo (Christian Maglione). Fra gli altri componenti del cast citiamo Carla Gentile, giovanissima vicina di casa di Simonetta e sua amica del cuore, Rosaria Romano, Aleandra Caiazza, Salvatore Varriale, Michele D’Onofrio, Gianni Capezzuto, Ciro Andolfo, Bruno Bonfiglio, Maryann Marrazzo, Marianna Montariello, Concetta Anatriello, Alfonso Russo, Orlando Puoti, Michele Ippolito, Carmine Capece, Angela Iovane, Felice Arcidiacono, Michelina Fabozzi, Daniele Guarino, […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Algeria, Terra Infinita di Giuseppe Ussani approda a Napoli

Algeria, Terra infinita a cura di Giuseppe Ussani approda a Napoli tra Castel dell’Ovo, Maschio Angioino, Pan e Palazzo della Borsa Napoli, ventre dalle mille fragranze bagnato dal Mediterraneo, diventa la cornice per una mostra dedicata all’Algeria: “Algeria Terra Infinita, Nomadismo di Pensiero e di Cuore” a cura di Giuseppe Ussani è il titolo della mostra, alla cui inaugurazione, venerdì 2 marzo, hanno partecipato l’ambasciatore della Repubblica d’Algeria in Italia Abdelhamid Senouci Bereksi, il sindaco Luigi de Magistris e il presidente del Consiglio comunale Alessandro Fucito. Napoli, consanguinea con il Nordafrica lambito dal Mediterraneo, ospiterà  i colori e i sussulti dell’Algeria tra Castel dell’Ovo, Maschio Angioino, Pan e Palazzo della Borsa, e ne illustrerà a tutto tondo le zone d’ombra, le luci e le contraddizioni. Gli eventi che costelleranno questo progetto sono molteplici, e tutti da non perdere. Si inizierà con un seminario sul Sahara algerino, un’interessante conferenza sui luoghi patrimonio Unesco e la visione del film Profumi d’Algeri di Rachid Benhadj. Tanti gli eventi legati alla mostra a cura di Giuseppe Ussani In seguito, sabato 10 marzo al Palazzo della Borsa di Napoli Camera di Commercio sarà la volta del business summit “Algeria Mediterraneo Italia un ponte di amicizia a Napoli”. Giovedì 15 marzo, invece, alle 16 il Maschio Angioino ospiterà l’interessante seminario dell’architetto Pietro Laureano (consulente UNESCO per gli ecosistemi in pericolo) intitolato “Il Sahara algerino: Patrimoni rupestri e oasi”. Venerdì 16 marzo si parlerà di Agostino d’Ippona, figlio del Nordafrica, che con le sue Confessiones ha segnato in modo indelebile la nostra civiltà: alle 17 al Palazzo delle Arti di Napoli con Vittorino Grossi (Istituto Patristico Agustinianum Roma); non bisognerà perdere “L’anima dell’Algeria: il berbero Agostino d’Ippona”; seguirà, subito dopo, la conferenza della professoressa Nadjia Kebour (Alma Studiorum Ravenna) sui motivi di “L’aspirazione alla perfezione dell’uomo in Agostino”. Sabato 17 marzo alle 11, ancora al Maschio Angioino, vi sarà conferenza di Riccardo Nicolai autore de “Alì Piccinin. Un Mortegiano Pascià di Algeri” e alle 16.30 un concerto di musiche, inni e canti del Mediterraneo del Beyond Borders Ensemble.

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Recensioni

Toni Servillo legge Napoli al Trianon

Toni Servillo al Teatro Trianon, tra carne, sangue ed emozione Una luce azzura inonda la penombra del Trianon, uno sfondo turchese come il mare impetuoso che bagna il grembo di Partenope. La schiuma e le onde del mare, la lava e il tufo sono tutte concentrate tra le poltrone e la forma del buio, sedimentate proprio lì, sotto il chiacchiericcio. La platea applaude leggermente, come se le mani del pubblico potessero evocare la figura di Toni Servillo da quello sfondo turchese, plasmarlo e riempire il vuoto, in quel lieve applauso iniziale c’è la violenta richiesta della sua presenza, della sua voce e della sua figura. Un attimo, e Servillo emerge dallo sfondo turchese, lo riempie con la sua sagoma e s’inchina al suo pubblico, chinando il capo come la ginestra che affronta la cenere e i lapilli: nella figura di Servillo c’è la plasticità del fiore del deserto, c’è il corpo di Partenope e l’espressività di chi riesce a possedere la scena ed essere posseduto da essa, allo stesso tempo.  Pantaloni e camicia, Servillo si staglia verso il suo pubblico come una colonna dorica che osserva, dall’alto delle sue scanalature, le onde che si infrangono contro la città e restituiscono alla costa perle di poesia, oggetti e schiuma di parole immortali: prende per mano i naviganti della penombra del Trianon e li conduce in un viaggio dantesco al contrario, che parte dall’ineffabile visione e dal trasumanar del Paradiso fino alla violenza verbale, colorita ed espressiva dell’Inferno, e lo fa servendosi solo di uno strumento, la sua voce. Servillo e il suo viaggio dantesco al contrario, dal Paradiso fino all’espressività verbale dell’Inferno, toccando i più grandi poeti napoletani, da Viviani a Borrelli, in una vera e propria scenografia verbale La voce di Toni Servillo s’è fatta carne nel buio, e ha svelato la bussola ai naviganti: la voce s’è fatta nocchiero ed è diventata musica, urlo strozzato, sospiro, respiro affannoso, fragore e sussurro. Il suo volto una maschera che ha dipinto mille identità in una sola fisionomia, il suo corpo è diventato il terreno dove osservare le mille metamorfosi di Partenope e dove toccarne la pelle cangiante. La parola evocata dai testi, presenza viva e umana, è diventata scenografia: l’inchiostro della parola teatrale ha creato una scenografia verbale, un’architettura costruita con le voci di Raffaele Viviani, Mimmo Borelli, Maurizio De Giovanni, Salvatore di Giacomo, Eduardo de Filippo, Totò e Michele Sovente, tutti compresenti nel fluido della voce di Servillo, che li ha inglobati nella propria lingua e li ha restituiti alla folla, come il mare che lascia conchiglie preziose sulla sabbia del litorale. Il viaggio è partito dal Paradiso con una lirica di Salvatore di Giacomo, poeta napoletano nato nel 1860, conosciuta ai più col nome di ‘A Mappata, con cui Servillo ha riempito l’atmosfera del teatro, dandole una veste nuova e sorprendente e modulandone i toni e gli accenti con una maestria elegante e raffinata; è stata poi la volta di Vincenzo De Pretore di Eduardo De Filippo, che narra di un figlio di padre ignoto che […]

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Cinema & Serie tv

Intervista a Davide Guida, regista di un originale lavoro sul bullismo

Il bullismo: un tema scottante e attuale, ma mai trattato abbastanza. Il regista Davide Guida ne parla in modo non convenzionale Il bullismo è un tema sulla bocca di tutti, in tutte le sfumature semantiche e giornaliere. Bullismo scolastico, fisico, cyberbullismo. Logoramento quotidiano in tutte le sue declinazioni, fino a sconfinare nella più becera e sottile violenza psicologica che svuota la vittima di ogni scampolo di autostima e fiducia in se stessa, fino a renderla un involucro incolore e privo di spessore, suono e odore. Un cadavere che si aggira nei corridoi scolastici e nei meandri della vita comune, convinto, grazie all’erosione lenta e progressiva dei bulli, di non meritare amore, affetto e successo nella vita, arrivando a guardarsi con gli stessi occhi dei suoi carnefici. Davide Guida, regista napoletano, esperto tecno-informatico, consulente in comunicazione, operatore audiovideo, scrittore ed event planner, tratta il tema del bullismo nella sua opera “Vittima della mia Libertà”, con tinte originali e alquanto anticonformiste: non ripropone il cliché (purtroppo frequente nella realtà delle cronache attuali) della vittima svuotata, ma quello della vittima forte e orgogliosa, desiderosa di rivalsa. Diamo direttamente la parola a lui, per farci raccontare come ha trattato, a modo suo, il bullismo. Un progetto quasi totalmente no-budget, realizzato col supporto di artisti locali, per tratteggiare un ritratto insolito e originale di un tema spesso inflazionato. Per non cadere nella banalità, in cui spesso si incespica, quando si parla di problematiche del genere. Una vittima di bullismo che non soccombe, ma si ribella la protagonista del lavoro di Davide Guida. Addentriamoci nell’anima del suo lavoro L’intervista Come è nata l’idea di sviluppare un lavoro attorno a un tema così scottante e attuale come quello del bullismo? Qualche fatto di cronaca ha inciso su questa scelta? Direi che “Vittima della mia libertà” va oltre il classico tema del bullismo così come la cronaca lo riporta giornalmente. La vittima infatti, protagonista della trama, non è una adolescente debole, anzi è troppo forte e orgogliosa, desiderosa di un senso di libertà alquanto anticonformista e per quello risulterà scomoda e sarà malvista dalla società in cui vive, ambiente scolastico in primis. Come è articolato “Vittima della mia libertà” e quali sono i principi che muovono questo lavoro? “Vittima della mia libertà” è nato da un soggetto originale scritto da me in forma di breve novella una decina d’anni fa. Da tempo pensavo di trasformarlo in un cortometraggio ma, nel realizzarlo, è diventato un vero e proprio film della durata di circa 80 minuti. Grazie a un gruppo di amici artisti, la maggior parte dei quali professionisti a livello locale, ma volenterosi e desiderosi di impegnarsi in un tema sociale, abbiamo realizzato questo lavoro nell’arco di pochi giorni e pochissimi mezzi: parliamo infatti di un lavoro quasi totalmente no-budget. Definiresti il tuo lavoro un’opera di narrazione sociale o di denuncia? Da dove hai attinto per rappresentare il mondo contorto e difficile degli adolescenti? I miei lavori in genere sono di denuncia, ma questo forse è più di narrazione sociale, […]

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Eventi nazionali

Sanremo, recensione della quarta serata

Sanremo, quarta serata: si dà il via alle danze con una versione un po’ particolare di Heidi, e si proclama la vittoria di Ultimo col suo Ballo delle Incertezze Tremate, tremate, le streghe son tornate! Ah no, nessuna storia horror degna del miglior Stephen King, ma soltanto una versione un po’ particolare dell’innocente cartone animato Heidi, eseguita sul palco del festival di Sanremo da Claudio Baglioni, Pierfrancesco Favino e Michelle Hunziker che, abbigliati con giubbotti di pelle e borchie da rockettari sfegatati dell’ultima ora, hanno fatto registrare il più alto tasso di traumi infantili della serata. Così è iniziata la penultima serata del Festival di Sanremo, quella che, da tradizione, è dedicata ai duetti e alla proclamazione del vincitore delle Nuove Proposte. E sono proprio loro che danno il via alle danze: hanno calcato il palco, nell’ordine, Leonardo Monteiro, Mirkoeilcane, Alice Caioli, Giulia Casieri, Mudimbi, Eva, Lorenzo Baglioni e, ultimo ma non ultimo, Ultimo. Si perdoni il (forse) troppo facile gioco di parole, dal momento che poi Ultimo è arrivato primo. Romano, ventidue anni, si è aggiudicato la vittoria con il suo Ballo delle incertezze, sbaragliando il favorito Baglioni, che già spopolava sui social da mesi con il suo inno alla grammatica e anche Mirkoeilcane, che ha però vinto il Premio della Critica “Mia Martini”. Minuto, visionario e quasi stralunato, Mirkoeilcane (anche se un po’ tutti ci siamo chiesti dove fosse il suo amico a quattro zampe, preannunciato dal suo nome) ha presentato la sua Stiamo tutti bene, una sorta di recital o monologo trasposto in musica. I duetti dei big: Piero Pelù e la Nannini la fanno da padrone a Sanremo Dopo aver incoronato il vincitore delle Nuove Proposte di Sanremo, è la volta dei big e dei loro duetti. Chi avranno scelto? Interpreteranno al meglio le canzoni insieme agli ospiti? Ci terranno inchiodati al divano fino all’alba, visto che Baglioni, col suo savoir faire da Zio Fester della Famiglia Addams, ha preannunciato 64 ospiti a inizio serata? Mentre proviamo a ricordare dove abbiamo messo il thermos di caffè per riuscire a sopportare una sfilza pantagruelica di ospiti, o mentre escogitiamo metodi per tenere aperti gli occhi che ricordano un po’ Arancia Meccanica, ecco che appare Renzo Rubino, ricordato dai più solo come “quello che prese il posto di Moro e Meta la sera in cui non li fecero esibire”, e apre le danze insieme all’attrice Serena Rossi, da lui definita la sua attrice preferita, forse in un impeto di captatio benevolentiae. Dopo Rubino, è la volta di Sarcina e compagni: Le Vibrazioni portano a Sanremo Skin, energica e pimpante come in un concerto degli Skunk Anansie. Skin è capace di farci mettere in discussione la pubblicità di Clinians con Valeria Mazza che viene riproposta a tamburo battente in tutte le pause, giacché, più che la Mazza, è proprio Skin a sembrare sempre uguale, sempre così perfetta, eterea, androgina e imbalsamata nel suo fantastico universo rock e figo. Tocca poi a Noemi, duetto tutto al femminile con Paola Turci; Mario Biondi porta sul palco Ana Carolina e Daniel Jobim e Annalisa si fa […]

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Culturalmente

Intervista a Federico Faccioli, fondatore di Aletheia editore

Eletheia editore, casa editrice no-profit Aletheia, in greco, è una parola che schiude un ventaglio di sfumature diverse e di concetti affascinanti ed emblematici. L’alfa privativa è una dichiarazione di sincerità, di rivelazione e di verità, ma anche di affrancamento dalle logiche vigenti, dal profitto e dalle dinamiche contingenti; è il disseppellimento di ciò che è nascosto e non è visibile ad un primo sguardo rapido. Aletheia è il nome di una casa editrice emergente e completamente no-profit, nata a Verona e fondata da Federico Faccioli. Il team di giovani che lavorano dietro le quinte di questo progetto è la vera forza di Aletheia editore, che ha il nobile scopo di valorizzare il talento e il reale merito di scrittori volenterosi di esprimersi in una società che è spesso vuota e disintegra le ambizioni covate nel fondo più intimo della propria anima. Abbiamo scambiato due parole con il fondatore Federico Faccioli, instancabile e poliedrica anima del progetto, che spende tutto se stesso e ogni fibra del suo essere 24 ore al giorno per amore dei libri, senza chiedere nessun utile in cambio se non la soddisfazione di essere uno degli ultimi alfieri rivoluzionari della cultura. Ma quella vera, fatta di sudore, sacrifici e intelligenza, e di una grande dose di amore (soltanto per amore si fanno i sacrifici più grandi, no?), non quella millantata per presunzione che sta sempre di più sulla bocca di molti, come inutile orpello del proprio ego. Con lui abbiamo parlato di editoria, crowdfunding e consigli per gli scrittori emergenti. Ma prima di addentrarci nello scambio di domande e risposte con Federico, leggiamo le parole di Laura, responsabile nazionale delle selezioni autori, che proprio di lui vuol parlare. “Devo parlare di Federico punk o del dott. Faccioli serio ed impegnato? Beh Fede è, appunto, una sorta di dottor Jekyll e mr. Hyde! Ma in entrambi trovo solo aspetti positivi (a parte supportarlo con le sue lagne alle due di notte, ma tale è la natura del genio). Ma Federico chi è? Editore scrittore skater artista cuoco punk filosofo poeta personaggio tv brand owner capo del marketing o…o…nessuno lo sa. Ma in tutto quello che fa e che è ci mette una passione disumana. Una passione che o te lo fa amare alla follia (come noi collaboratori di Aletheia) o odiare all’infinito (mai farlo incazzare). Lui dice spesso che pensa troppo e quindi deve usare la sua energia anche di notte…Fede relax! Il mondo ha bisogno di persone come lui. Persone che a quasi 40 anni tengono vivi i valori che noi, col passare del tempo, abbiamo dimenticato. Sei cocciuto sai e per questo ti prego di non cambiare mai”. Intervista al fondatore di Aletheia editore, Federico Faccioli Come nasce l’idea di fondare una casa editrice completamente no profit e che non chiede contributi agli autori emergenti? Parlaci un po’ dei principi che muovono Aletheia editore L’idea di fondare Aletheia editore è nata dopo l’estate 2015. Tantissime persone mi scrivevano per sapere le opinioni sui loro libri, […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Forcella Transit: oltre i decumani fino al 17 gennaio

Al via Forcella Transit dal 4 gennaio: durerà fino al 17 gennaio Un’iniziativa che sa di vicoli, centro storico e “napoletanità” sanguigna ha aperto le danze del 2018: il Forcella Transit, che ha avuto inizio il 4 di gennaio e durerà fino al 17. La preposizione trans, che in latino sta a significare superamento, ha il rumore dei confini valicati e delle barriere scavalcate; la Furcell napoletana è un microcosmo a sé stante, custodito nell’involucro tra Corso Umberto, via Duomo e Spaccanapoli, delimitato da regole, strettoie, vicoli e vasci che sono universi che arrivano fino al centro della terra. Ma quali sono le bellezze di Forcella? Concedersi una passeggiata in questo lembo incastonato tra i sanpietrini del centro storico, significa respirare il magma di Napoli, penetrare i cliché da cartolina folkloristica e trasferirli sulla propria pelle, per ritrovarli uguali, diversi e  interiorizzarli, in un’esperienza che è davvero difficile descrivere a parole. Nemmeno la parola più chirurgica o affilata potrebbe restituire l’esperienza singolare e drammatica di trovarsi tra i vicoli e il Pio Monte della Misericordia, tra il Trianon e il Duomo di San Gennaro, mentre tutti gli stereotipi vengono fagocitati dal gusto di un’esperienza strettamente soggettiva e personale. Forcella è vita, non è immergersi nel ventre di Napoli, ma respirare da quello stesso ventre. Da Via Vicaria Vecchia è partita l’iniziativa di Forcella Transit- Destinazione Forcella- Percorsi D’arte oltre i Decumani, organizzata dall’ats di Percorsi D’Arte con la rete di Associazioni di Forcella, il Comune di Napoli (Assessorato alla Cultura e al Turismo) e l’EPT (Ente Provinciale Turismo Napoli) il 4 gennaio, ed è mirata a reintegrare il quartiere nei circuiti turistici. Tristemente nota per i trascorsi di cronaca, e portata recentemente alla ribalta per via dell’immagine iconica di un giovane San Gennaro incarnato in un murale, Forcella ha svariate perle nel suo microcosmo. Alla scoperta di Forcella, tra Santa Maria Egiziaca e il Trianon Si potrebbe stilare un lungo elenco di bellezze e attrattive culturali che punteggiano Forcella, e che saranno oggetto dell’iniziativa: innanzitutto la Chiesa di Santa Maria Egiziaca, esempio fulgido di architettura barocca napoletana, con annesso monastero. Non tutti sanno che venne fondata per accogliere le prostitute pentite nel 1342 per volere della Regina Sancha D’Aragona, e che raccoglie opere di importantissimi artisti tra cui Luca Giordano; vi è il Teatro Trianon e qui venne anche costruita la Real Casa dell’Annunziata, voluta dalla Regina Giovanna I, centro di cura per i neonati abbandonati. Chi si intende di toponomastica, saprà che qui è nato il cognome napoletano più diffuso, ossia Esposito:  a sinistra dell’arco cinquecentesco infatti è ancora visibile la ruota degli esposti, nel cui pertugio venivano inseriti i neonati abbandonati che le madri non potevano accudire, perché illegittimi o per povertà. E per quanto riguarda i luoghi di pregio gastronomico? In via Cesare Sersale c’è poi una delle istituzioni della pizza napoletana, L’Antica Pizzeria da Michele, in Via Pietro Colletta c’è Trianon da Ciro , e per la pizza fritta L’Antica Pizzeria Le Figliole in Via Giudecca Vecchia. Il programma del Forcella Transit: gli appuntamenti da non […]

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Teatro

Play Strindberg al Teatro Bellini dal 5 al 10 dicembre

Un buio netto, di quelli che tagliano l’atmosfera e coprono le palpebre di scuro e scintille. Un’atmosfera che sa di fiaba drammatica, di danza macabra e di tensioni stridenti come violini impazziti: Play Strindberg inizia così, con un titolo aspro che si frantuma in gola e che richiama qualche favola nordica o qualche danza dai contorni onirici, con una scenografia che sa di quadro fiammingo. Il perimetro della scena è recintato dal filo spinato di un ring familiare, che va a delineare i contorni di un microcosmo matrimoniale che sa di silenzi e sfoghi urlati a gran voce. A ogni atto, i protagonisti si avvicinano al ring, si pongono al cospetto del pubblico e scandiscono l’inizio di ogni sezione dello spettacolo: minimale e allucinata, la scenografia richiama, come già ribadito, quella di un quadro fiammingo. Play Strindberg, nata nel 1969 dalla penna dello svizzero-tedesco Friederich Dürrenmatt, in occasione della messinscena di “Danza Macabra” del drammaturgo svedese August Strindberg presso il Teatro di Basilea, si proponeva di essere una rielaborazione delle opere di quest’ultimo ed è poi divenuta, a sua volta, un classico sull’analisi spietata e sarcastica del microcosmo familiare. Play Strindberg: Franco Però dirige i magistrali Maria Paiato, Franco Castellano e Maurizio Donadoni Poltrone, divani, tavoli e pianoforte: non elementi di tappezzeria, ma veicoli su cui si annida il pulviscolo e la polverina dell’odio familiare, delle frasi urlate a gran voce da un marito e una moglie, che non si risparmiano nel vomitarsi copiosamente addosso le reciproche frustrazioni. La moglie Alice, capelli grigi ordinati in un geometrico caschetto e lungo vestito rosso di velluto, interpretata da una magistrale Maria Paiato, sembra uscita da una tela di Jan Van Eyck: minuziosa e tagliente nell’accusare suo marito, usa le sue dita affusolate non solo per tracciare a mezz’aria i fallimenti della propria vita coniugale, ma anche per pigiare furiosamente i tasti del pianoforte e modulare la sua Canzone di Solveig. Alice, attrice prima di sposarsi, accusa suo marito di averla rapita, di essersi mangiato la sua dote e averla catapultata in un inferno coniugale di infelicità chiaroscurale, così come suo marito Edgar,  austero, corpulento “scrittore di cose militari” ossessionato dal rigore guerresco e dalla disciplina, la accusa di non dargli più nemmeno uno spiraglio di affetto e di essersi inacidita e avvizzita come la tappezzeria della propria casa. Play Strindberg è il dramma della famiglia, del ping pong emotivo tra un’accusa che rimbalza di bocca in bocca: frequenti sono stati i momenti di tensione viscerale in cui i due coniugi si sono ritrovati a fronteggiarsi con rabbia millimetrica, l’uno di fronte alla bocca dell’altra, per sillabarsi vicendevolmente il proprio rivoltante disprezzo, vomitando l’uno nelle labbra dell’altro il torrente dell’infelicità coniugale, tra epiteti offensivi e scatti di ira pressoché incontrollabili. L’uomo, affetto da alcune crisi che lo portano a svenire e ad accasciarsi sulla sedia o sul divano come in catalessi nei momenti più inopportuni e imprevedibili, è tutto preso a simulare una parvenza di successo, salute, vigore e floridezza, in conformità al […]

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