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Eroica Fenice

Cucina e Salute

Ricette veloci per cena: quali sono le più gustose?

Ricette veloci per cena: quali sono le più gustose e semplici da realizzare? Lavoro, studio e impegni vari ci deprivano amaramente del tempo da dedicare ai fornelli. Ci prosciugano, ci trascinano estenuati ed esausti ad ora di cena e ci spingono a compiere quella malefica mossa: impugnare lo smartphone con la stessa velocità di un giaguaro e cliccare sull’icona di Just Eat per dare libero sfogo a tutta la lussuria (e la pigrizia!) culinaria del mondo, tra pizze super condite ed erotici panini talmente ripieni da far impallidire anche il celeberrimo Man vs Food. Se non c’è nulla di più piacevole e godurioso dell’atto dello scorgere il fattorino che si presenta col nostro tesoro proprio davanti alla  porta di casa, dall’app dello smartphone al divano, per poi fiondarci col nostro gustoso bottino di fronte a una puntata di Game of Thrones, sicuramente tutto ciò non è che sia proprio la quintessenza della salute. Molto più soddisfacente ritagliarsi un po’ di tempo per fare una bella spesa, magari dai negozianti di fiducia, nei mercatini o (per gli irriducibili) al supermercato sotto casa, toccare con mano gli ingredienti, giocare con i colori, i profumi e le spezie, concedersi il piacere di scegliere tra più prodotti, tagli di carne o varietà di pesce e mettersi alla prova con ricette veloci per cena, nuove e stuzzicanti. Ma di cosa parliamo quando pensiamo a delle ricette veloci per cena? Una carrellata di idee per la vostra cena, gustose e semplici da realizzare.   Scaloppine al limone, ai funghi o al vino bianco: sfumature di gusto. Veloci da realizzare e buone da gustare: basta procurarsi delle fettine sottili di carne di vitello (o, in alternativa, petto di pollo), condirle con sale e pepe, infarinarle abbondantemente, farle cuocere in una padella capiente con una noce di burro e sfumare il tutto con succo di limone, oppure vino bianco, a seconda di ciò che il nostro stomaco e i suoi borbottii ci suggeriscono. Molto gustosa anche la versione che vede dei funghi trifolati, preparati in precedenza, adagiarsi sulla nostra scaloppina.   Salmone al forno con patate: non lasciatevi ingannare dal nome altisonante, è tra le più facili ricette veloci per cena. Lo ricordate quel pescivendolo sotto casa? Forse è tempo di farci un salto, e acquistare i suoi tranci di salmone più belli, magari già sfilettati. Se quel pescivendolo non ce l’avete, andranno benissimo anche dei tranci surgelati da acquistare al supermercato (ce ne sono di buonissime marche). Non dimenticate di prendere anche delle patate novelle. Vi basterà poi sbucciare quelle patate, tagliarle a fette sottilissime e condirle con un po’ d’olio, sale, pepe e rosmarino (per i più golosi, c’è anche l’alternativa del pangrattato, per far formare poi la famosa crosticina): le patate bisogneranno cuocere un po’ prima del salmone, quindi andranno infornate a 200° prima del pesce, che invece richiede una cottura più veloce perché a nessuno piace il salmone stopposo, e questo fastidioso inconveniente è sempre dietro l’angolo, anche per i cuochi più esperti. Molto […]

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Teatro

13 assassine in scena al Teatro TRAM dal 2 al 14 aprile

13 assassine al Teatro Tram: viaggio nel torbido della mente 13 assassine, 13 autrici, 13 spettacoli al Teatro TRAM da scegliere e ricomporre come un puzzle dalle tinte fosche. 13 assassine, ognuna col suo identikit fatto di sangue, lame affilate, raptus repentini o omicidi pianificati freddamente, con la stessa lucidità meticolosa con cui si prepara la lista per la spesa. 13 assassine, da un’idea di Mirko Di Martino, analizza le storie al femminile che hanno macchiato la cronaca italiana con la loro sostanza vischiosa, con la loro ambivalenza e il loro alito di morte: Leonarda Cianciulli, la strage di Erba, Pia Bellentani, il delitto di Chiavenna,  Rina Fort, Erika De Nardo, Mascia Torelli, l’omicidio Nadia Roccia, Sonya Caleffi, Daniela Cecchin, Franca Bauso, Beatrice Cenci. E c’è anche uno spettacolo che si svincola dalle maglie della mera cronaca italiana, quello imperniato sulla figura di Lucrezia Borgia, rinascimentale dama dei veleni, dal fascino mortale e conturbante. La sera del 2 aprile sono andate in scena le storie di Daniela Cecchin, Erika De Nardo, Lucrezia Borgia e Franca Bauso, che si sono srotolate, come un lungo tappeto intarsiato di sangue, dalle 19:30 alle 22:20. Allo spettatore la scelta di seguire tutti e quattro gli spettacoli della serata oppure no.  13 assassine: quando oltrepassiamo il limite tra umanità e mostruosità? Le danze macabre partono il 2 aprile, alle 19:30, con la storia di Daniela Cecchin. Lo spettacolo, con la regia di Silvia Brandi, e il testo di Raimonda Maraviglia e Alessia  Thomas, ha visto come interpreti Sabrina Gallo e le stesse Maraviglia e Thomas. L’antefatto è questo: l’8 novembre 2003 Daniela Cecchin uccide con una coltellata alla gola Rossana D’Aniello nella sua casa a Firenze per “invidia”. Gli interrogativi che affastellano la mente dello spettatore di fronte a questo dramma, che riecheggia di invidia e denti digrignati, sono purulenti e cupi: quando si arriva a scorporarsi dalla propria mente, fino al punto di sdoppiarsi e saltare quel burrone che delimita i confini del lecito? Perché si arriva a fluttuare in quel confine drammatico, in quel limbo tra il pensiero omicida e l’azione che lo dispiega e concretizza? Gli interrogativi esplodono come petardi silenti nella sala del Tram, che si fa buia caverna per raccogliere i sussulti taciuti di ogni spettatore, che si chiede come si possa arrivare ad armare la propria mano caricandola col veleno giallo ed emaciato dell’invidia. Erika De Nardo: “Mia madre era una stupida e una bigotta” Daniela Cecchin, la prima delle assassine, esce di scena, e alle 20:15 il palcoscenico del TRAM si incupisce ancor di più. S’incupisce di un buio smorto, mellifluo e senza spessore. Una ragazza dai capelli legati e tirati indietro, dalle braccia muscolose e dal volto spigoloso calca la scena portando con sé un pallone da basket, che fa rimbalzare sul palco con una violenza repressa e una rabbia che si sprigiona dalla pelle del pallone. Ogni rimbalzo del pallone tradisce scatti d’ira inconsueti, che ogni spettatore sente sulla propria guancia con la forza di uno […]

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Teatro

Ritratto di donna araba che guarda il mare di Davide Carnevali

Ritratto di donna araba che guarda il mare: culture diverse e popoli che si sfiorano tra amore e odio Quello di Davide Carnevali, autore di “Ritratto di una donna araba che guarda il mare”, è un testo che ti colpisce dritto sulla bocca dello stomaco come una scarica mortale di mitragliatrice, e ti lascia agonizzante sul bagnasciuga di una spiaggia che costeggia i lembi di qualche città vecchia, una città che esiste soltanto nelle fantasie più allucinate. “Ritratto di donna araba che guarda il mare”, in scena al Teatro Piccolo Bellini dal 26 al 31 marzo, interpretato da Alice Conti, Michele Di Giacomo, Giacomo Ferraù e Giulia Viana,  vincitore nel 2013 del Premio Riccione per il Teatro, e scritto da Davide Carnevali, è un’elegia che si stempera nell’acquerello di un ritratto, un bozzetto che ha le tinte espressionistiche di un tramonto violaceo, e che ritrae il volto di una donna araba che offre il volto e gli occhi all’acqua, nutrice immemore di vita. L’acqua contiene e plasma la parola essenziale, minimale e levigata, come il fluire di un rivolo o di un rigagnolo, e si tramuta poi in onda anomala che si scaglia nelle pupille degli spettatori che osservano questo placido dramma di acqua e di vita. Ritratto di donna araba che guarda il mare di Davide Carnevali : la parola, essenziale e densa di possibilità La parola, calibrata e fremente di venature, è il terreno di incontro e scontro tra due culture differenti, tra due storie di vita dai colori tremendamente opposti, eppure combacianti. Vi è lei, la giovane donna araba, rannicchiata nel suo buio angolo di palcoscenico, vestita di contraddizioni, fragilità e interpretata magistralmente da una Alice Conti composta nella sua ponderata drammaticità, inquieta nel suo caos ben misurato: la donna araba non è solo rannicchiata, ma a tratti si staglia sul palcoscenico, giganteggia e narra la sua storia, come se respirasse da quello stesso mare della città vecchia, quel mare di cui i suoi occhi sono pieni. C’è poi il suo contraltare maschile, un misterioso straniero, un uomo europeo in viaggio per lavoro e approdato in quel lembo di Nordafrica: dalle sue mani si sprigiona un bozzetto idilliaco ed elegiaco, un taccuino su cui è tratteggiato il volto di ossidiana della donna araba. Il loro incontro è giocato sul filo dell’alfabeto, che compone parole che costruiscono una geometria dell’incontro, dell’amplesso, dello sfiorarsi e del ritrarsi. La giovane donna lancia la sua porzione di parole dalla sua metà del palco, e le fanno eco le parole di forma uguale e contraria, dell’uomo europeo, insieme creano un accordo dissonante di sinonimi e contrari che si toccano prepotentemente e costruiscono l’integrità della storia. Geometria delle parole, geometria dell’incontro e geometria della diversità. Geometria e geografia, come la geografia del plastico di una città vecchia formata da pagine sgualcite e ingiallite, che girano vorticosamente e sono accarezzate da una cinepresa, e che fabbricano l’architettura di un locus virtuale, proiettato nell’alterità della mente, che ricrea spazi di ombre, luci e chiaroscuri. La città […]

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Recensioni

Yerma. ‘A Yetteca: l’opera di Federico Garcìa Lorca approda al TRAM

Yerma. ‘A Jetteca approda al teatro TRAM, tra le suggestioni di Federico Garcìa Lorca e il viscerale linguaggio napoletano, roco e sensuale Dal 14 al 17 marzo 2019 al TRAM, Teatro di Ricerca, Arte e Musica di Port’alba, è in scena “Yerma. ‘A Yetteca”, cerebrale e palpitante rivisitazione dell’opera “Yerma” dello spagnolo Federico Garcìa Lorca, con la regia di Silvio Fornacetti e Fabio Di Gesto e le interpretazioni di Chiara Vitiello, Diego Sommaripa, Francesca Morgante, Maria-Grazia Di Rosa e Gennaro Davide Niglio. “Yerma” è la seconda delle tre grandi tragedie lorchiane, e si inserisce tra “Nozze di sangue” (1933) e “La casa di Bernarda Alba”. Yerma, parola ruvida che rimane annidata sulle papille gustative senza sciogliersi in zucchero, significa “sterile”: un tronco su cui non s’innesta fiore, frutto che non germoglia, polline che non si diffonde nell’aria. Le immagini evocate dalla penna lorchiana, inzuppata nel sangue torbido degli incubi visionari del poeta, vengono stemperate sul palco del TRAM in uno sfondo nero come il velluto del dramma. Dal nero si parte, e nel nero si sprofonda come in una tragedia che smorza le lingue e buca i fiati. E di nero sono tinti gli occhi e il grembo della protagonista, interpretata da una convulsa e febbricitante Chiara Vitiello che penetra violentemente il vuoto onirico con le sue vesti bianchi e drappeggiate, che la fanno somigliare ad una vestale riemersa dalle cavità del proprio personale Ade. Chiara Vitiello è delicata come un giunco ma scalmanata come una baccante, e le sue visioni prendono corpo in napoletano, lingua impastata di sangue e calcestruzzo, di sale e di terrore, di vita e salsedine: lo spagnolo lorchiano si trasfigura nella lingua delle piazze e dei vasci, nella lingua dei popoli, degli scugnizzi e dei femminielli, regalando a Yerma l’intensità sguaiata di una vaiassa e la regalità di una dea con le ali sgualcite e annerite. Il dramma coniugale di Yerma, le pressioni della gente e le sue visioni folli e sfrenate: un modo estremo di raccontare il dramma della sterilità Il microcosmo di Yerma si nutre in primis del rapporto ambivalente, contraddittorio e quasi formale con suo marito Juan che qui diventa Giovanni, interpretato intensamente da Diego Sommaripa, che veste la scena in modo mimetico e arguto, muovendosi in modo camaleontico e dando corpo e voce a un contraltare maschile di grande spessore. L’intimità del microcosmo coniugale di Yerma è continuamente stuprata dalle lingue della gente, la gente pettegola dei vasci che aspetta ossessivamente la nascita del bambino, che si chiedono come e perché una donna non sia ancora in attesa, giocando al lotto le sorti di un grembo che diviene proprietà comune e popolare. Il grembo di Yerma diviene spazio comune e democratico, spartito gelosamente dalle manacce del popolo, interpretato da tre visioni che si stagliano con prepotenza sul palco, che sembrano demoni linguacciuti, avidi e sadici. Tre sono le visioni del popolo, tre sono le Grazie di Canova e sono anche le Marie, tre sono le proiezioni della gente che solleticano con punte acuminate il […]

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Fun e Tech

Professione influencer: intervista ad Alessio Mattarese

Professione influencer: la parola ad Alessio Mattarese. Che cosa è davvero questa figura mitologica, che si aggira tra i meandri della rete, soprattutto su Instagram, e che cattura, a macchia d’olio l’attenzione dei più? Se dovessimo trovare una parola che rimbomba miracolosamente sulla bocca di tutti, nella nostra epoca, è proprio “influencer“. Quella parola che si agita tra le labbra di tutti, e che in pochi riescono a definire. Tutti vogliono diventarlo: c’è chi li idolatra, chi vede in loro il male del secolo come quando, ai tempi della caduta dell’Impero Romano d’Occidente, si guardava alle invasioni barbariche, e c’è anche a chi serenamente non frega nulla di loro e continua la loro esistenza ignorandoli. C’è chi li guarda con diffidenza, chi crede che il loro non sia un lavoro, chi invece dà dei vecchi bacucchi a chi li stigmatizza e afferma fieramente che tra le loro mani risplende il fuoco dei mestieri futuri. Quei mestieri con quei nomi inglesi, altisonanti, che dieci anni fa non esistevano e che passano sul filo del rasoio degli hashtag, delle sponsorizzazioni, dei likes, delle views e dei followers. In quest’orda barbarica di concorrenza, in cui praticamente chiunque è portato ad aprirsi un profilo Instagram, comprarsi una manciata di migliaia di followers e mettere in mostra presunti (spesso inesistenti) talenti, c’è chi invece ha saputo sfruttare questo sistema ed è riuscito a costruirsi un vero e proprio mestiere di imprenditore digitale, con studio e passione: stiamo parlando di Alessio Mattarese. Con Alessio Mattarese abbiamo parlato di questo mondo, a tutto tondo. La verità è soltanto una, ed è sacrosanta: non ci si può improvvisare nulla, deve sempre esserci una discreta dose di lavoro dietro le quinte, perché è anche vero che gli influencer ormai sono trilioni, ma soltanto in pochi spiccano. Per fortuna. Alessio Mattarese, intervista 1) Come è iniziato il tuo percorso nel mondo dei social? Sapevi già che sarebbe diventato un lavoro o lo hai deciso in itinere? Ciao Monica buon pomeriggio, il mio percorso sui social è nato nel lontano 2016 con il mio primo blog su Blogspot. In quel periodo mi trovavo a Positano, una delle zone più belle della costiera amalfitana, ricordo ancora che scherzavo con i miei amici sugli influencer in generale al bar. Non ti nego che sono sempre stato attratto da questo mondo e piano piano sono riuscito ad entrarci. Ho capito che poteva diventare un lavoro durante questo percorso poichè vedevo che giorno dopo giorno ricevevo tantissimi feedback positivi e tantissime richieste di collaborazioni in tutt’Italia. 2) Molti faticano a capire, quindi ti chiedo: cosa è un influencer? L’influencer è un individuo con un ampio seguito. Viene pagato dalle aziende, che a loro volta guadagnano le interazioni dell’influencer in questione, con la speranza che queste interazioni che guadagnano possano trasformarsi in potenziali clienti. L’influencer ha la capacità di spostare l’attenzione da una cosa ad un’altra. Nel mio campo entrando nello specifico posso influenzare la tua scelta ad esempio da una giacca ad un’altra. 3) Come […]

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Recensioni

“Regine Sorelle” con Titti Nuzzolese: Maria Antonietta e Maria Carolina approdano al TRAM

Regine Sorelle: Maria Antonietta e Maria Carolina approdano al TRAM, negli svariati volti cangianti e multiformi di Titti Nuzzolese. Dal 7 al 10 febbraio 2019, in scena al TRAM c’è “Regine Sorelle”, monologo orchestrato e gestito dalla brillante verve di Titti Nuzzolese, scritto e diretto da Mirko di Martino, con alla produzione il Teatro dell’Osso. Regine Sorelle, rigorosamente in maiuscolo, a sottolineare il rapporto di disperata sorellanza, alleanza e amore di due fulgide personalità della storia, Maria Antonietta e Maria Carolina D’Asburgo, le figlie di Maria Teresa D’Austria, rispettivamente mogli del re di Francia Luigi XVI e del re di Napoli Ferdinando di Borbone. Le due regine si spogliano della maschera polverosa e giudicante della Storia, che tutto raccoglie e travolge come una fiumana inarrestabile, e si imprimono nel buio del palco del TRAM, squarciato da lampi di luce accecante: una luce guizzante e colorata come un caleidoscopio e inebriante come zucchero filato, che si fissa su due grandi quadri che recano l’ effigie “ufficiale” delle due regine, quella tramandata dai libri di storia e dai documentari, ma che forse non rende giustizia all’urlo di Antonia e Carolina.   Regine Sorelle: la storia di Antonia e Carolina, narrata magistralmente da Titti Nuzzolese al TRAM. All’inizio prima della Storia, ci furono Antonia e Carolina. Antonia e Carolina, due nudi nomi femminili che furono nomi di bambine vispe e allegre, visceralmente unite tra loro, che amavano suonare per i loro genitori davanti al fuoco scoppiettante, che giocavano, giocavano, giocavano, come se la vita fosse un eterno gioco che si stiracchiava all’infinito, come se il futuro fosse un gomitolo che rimbalzava ai confini del tempo. Come se i giochi non dovessero finire mai. Antonia e Carolina furono nomi di bimbe. Ma Antonia e Carolina non furono mai bimbe come le altre, perché ogni singulto di palazzo, ogni patto, ogni intesa, ogni alleanza sancita sulla loro pelle infantile e sui loro denti da latte, altro non era che finalizzato alla stipula di un contratto matrimoniale: un contratto che le avrebbe portate via dall’Austria, per spedirle una a Parigi e una a Napoli. Un contratto che avrebbe fatto perdere loro la verginità di bambine e sorelle coccolate dalla bambagia del loro stesso affetto, che le avrebbe fatte stramazzare al suolo arido delle responsabilità, dei doveri di mogli, madri e regine. Un contratto che le avrebbe divise. Titti Nuzzolese, col volto dipinto di due metà differenti e con un vestito pomposo e bicolore, incarna le due metà di una stessa pelle lacerata: Carolina, dall’abito ocra e dal trucco sobrio, e Maria Antonietta, in abito azzurro e in una raffigurazione che strizza l’occhio all’immaginario collettivo che la vuole pop, bizzarra, dal rossetto esuberante e quasi personaggio erotico. La Nuzzolese, come se fosse animata da un’enfasi da ventriloquo, si mette di profilo per mostrare i due volti delle sorelle, presta loro la voce e il corpo flessuoso, in una performance stakanovista che mette in risalto la sua bravura e rapidità nel passare da un registro all’altro, interpretando i […]

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Musica

Riccardo Ceres, “Spaghetti Southern”: nelle viscere del Sud

“Spaghetti Southern”, il nuovo disco di Riccardo Ceres: nelle viscere del Sud “A L. Ai nostri dialoghi di sventurate notti/ di insensato e tormentato/ per quanto, comunque, definibile amore”. Inizia così la catàbasi nel mondo di Riccardo Ceres, inizia da una manciata di parole che sono lapidarie come un’epigrafe e che sanno di notte, segreti e scambi di umori. Ma è solo un attimo, un fruscio d’ali, perché dal gelsomino notturno si viene catapultati, in modo violento e quasi allucinato, in Sud violaceo e assolato come una visione sotto oppiacei, delicato come un fiore carnoso rubicondo, e puro come il mare che regala gemme ai viandanti. Un Sud, rigorosamente con la lettera maiuscola, quello dipinto dal cantautore campano, che non ha bisogno di fronzoli, luoghi comuni o descrizione icastiche: il suo Sud è iconoclastia che sgorga prepotentemente dalle note, che riparte dalle fondamenta stessa del luogo comune per accarezzarlo e rivoltarlo, che giunge a sublimare il vuoto del suo ventre per catapultare l’ascoltatore in una campagna riarsa rosicchiata dal sole, o in un’autostrada afosa tra i cumuli di polvere secca. Una forchetta con dei cavi attorcigliati attorno troneggia sulla copertina, che invita l’ascoltatore a cibarsi, a saziarsi di calura, di granelli di afa e di voce, la voce di Riccardo Ceres che è possente ed evocativa, e ha il misticismo e la fermezza dell’ululato di un coyote nel deserto. “Spaghetti Southern”, in contrapposizione al Western: “The west is the best” avrebbe detto un certo Lizard King nel suo mantra alla fine di “The end”, ma in questo caso è dal Sud che si riparte, un Sud che si tinge di psichedelia e atmosfere oniriche che rievocano quasi le highways americane dove Morrison vide gli indiani. Riccardo Ceres: un viaggio tra le tracce più interessanti di “Spaghetti Southern”, perfetto connubio di testi e musica, in un intreccio e incastro magnetico e seducente. Una donna tesse i fili dell’album di Riccardo Ceres, quasi come una Gorgone, ed è presente come una baccante che stende il proprio tappeto rosso al cospetto di Dioniso: a cominciare dalla prima traccia, Tu vai con altri uomini. Un sapore blues, un respiro di Coltrane, un’armonica, un sussulto che ricorda A horse with no name degli America, e una donna che danza nel cerchio di fuoco creato dalla voce di Riccardo Ceres. La donna volteggia nell’autostrada afosa e affonda i piedi nudi nel deserto, mentre Ceres intreccia con maestria voce e armonia, creando anelli di fumo e suggestioni che si sprigionano direttamente dalla parola piena ed utilizzata in tutta la sua potenza evocativa. “Tu vai con gli altri uomini ed il resto è solamente storia, sapore amaro, carta straccia, bagno le mani con la faccia di un uomo che in realtà potendo non t’ha mai amata mai. […] Tu vai con gli altri uomini per la proliferazione della specie credo, tra ciò che credo e quel che vedo ci passa un gran palmo di naso, ma d’altro canto si trova sempre qualcosina per cui fingere”. La donna di Riccardo Ceres è quasi demoniaca […]

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Musica

Aléxein Mégas e il suo primo album: The White Bird

L’artista cilentano Aléxein Mégas rilascia The White Bird, il suo primo album da solista Il Cilento è una terra pullulante, quasi straripante, di talenti musicali spesso inespressi o che non vengono valorizzati adeguatamente. Nelle lande del Cilento, sopravvive ancora quella pasoliniana purezza dell’arte, non fagocitata dai meccanismi cannibali della città. Si suona e ci si esprime per esigenza, per aggregazione e per esprimere il morso che ribolle dentro, o per comporre, con ogni mezzo, quella tela del proprio pensiero che non si smette mai di tessere. L’ascoltatore, però,  è il più delle volte mediocre e non educato, ma il materiale c’è, basta soltanto riuscire ad avere la curiosità di scoprirlo, l’intelligenza di scorgerlo e la genuinità di riconoscerlo. Artisti di ogni genere affollano quella terra ibrida e selvaggia che è il Cilento, e si auspica una lucidità comune che non permetta di ignorare tutto ciò. Questo e altro è Aléxein Mégas. Antonio Alessandro Pinto, in arte Aléxein Mégas, è un artista fortemente ispirato, dalle motivazioni eterogenee e quasi edonistiche: il suo stesso nome d’arte sgorga dalla bellezza dell’arte, e il suo primo album solista, The White Bird, ha molto a che fare con gabbie, scoperta di sé e peregrinazione interiore. Con lui abbiamo parlato di arte, missioni nella vita, situazione musicale in Cilento e di tanto altro. Intervista ad Aléxein Mégas Innanzitutto, la domanda più banale (o forse la più scomoda): chi è Antonio? E chi è Aléxein Mégas? Per quanto banale possa sembrare, nasconde dietro un significato importante che prende vita attraverso le mie composizioni. Fondamentalmente, ho voluto dare un’identità al mio personaggio artistico, che si ispira fortemente alla bellezza dell’arte. Affianco il mio spirito musicale ad Alessandro Magno. Sento un forte legame tra le ragioni per cui compongo musica e il conquistatore dell’impero persiano. Non tanto per la sua intelligenza militare e diplomatica, ma per la passione, il coraggio ed il carisma dai quali era motivato. Il modo di spronare i propri soldati essendo egli stesso parte della battaglia, il modo in cui ha lottato per amalgamare diverse etnie facendole convivere sotto lo stesso tetto. Innumerevoli conquiste che diedero al suo impero un sapore universale. Questo è ciò che attraverso la mia musica vorrei trasmettere: un messaggio universale che possa motivare ogni persona a cercare il proprio posto nella realtà, sentendosi libera di vivere secondo le proprie emozioni, condividendole attraverso l’arte che gli appartiene. Ogni essere umano, se educato all’arte ha la capacità di esprimere sé stesso attraverso di essa. Purtroppo la società ci insegna altro, ovvero di formarci e strutturarci al fine di diventare uno dei milioni di ingranaggi che fanno girare l’immenso meccanismo del lavoro. Questo spesso diventa alienante per molti che trovano nella propria vita l’unico scopo di dedicarsi a questo grosso sistema, annullandosi inevitabilmente. Sarebbe meraviglioso se ognuno di noi aprisse gli occhi e desse il giusto peso a questa parte sicuramente importante, ma che se mal gestita, ti annulla senza modo di tornare indietro. L’arte è bellezza che svanisce nella meccanicità dalla quale siamo […]

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Musica

I migliori gruppi metal di sempre: un viaggio nella musica che ha scritto la storia

I migliori gruppi metal di sempre: un viaggio nei meandri della musica che ha fatto la storia Siamo tutti d’accordo nel dire che il metal è un genere musicale che si inserisce nell’alveo della musica rock. Figlio naturale dell’hard rock, è quasi una vera e propria religione che eleva la musica allo stato della spiritualità e della catarsi collettiva, realizzata attraverso ritmi martellanti, aggressivi e insistenti, che spesso si sciolgono in momenti più melodici e godibili, in distorsioni di bassi e chitarre, e in amplificazioni che rendono tutto surreale e quasi appartenente ad un’altra dimensione, all’oltretomba o al paradiso. Tracciare una geografia dei migliori gruppi metal di sempre non è un’impresa semplicissima, dal momento che tante sono le diramazioni, i sottogeneri e i chiaroscuri che questo genere assume, in biforcazioni sempre più sottili e multiformi. Ma, nel mare magnum delle varie tonalità di cui questo genere può fregiarsi, quali sono i migliori gruppi metal di sempre? Muniamoci di buone carte nautiche ed esploriamo le varie sfumature e gradazioni del metal, suddividendo grossomodo il tutto, per praticità e rapidità, nei vari sottogeneri, pur ricordando che non bisogna ragionare assolutamente per compartimenti stagni e che spesso uno o più sottogeneri possono felicemente fondersi e sparire l’uno nell’altro. I migliori gruppi metal di sempre: il sottogenere del thrash metal. Metallica, Megadeth, Slayer. Il thrash metal è un sottogenere dell’heavy metal classico, ed è anche quello più popolare, anche tra i neofiti del metal o tra le cerchie di coloro che non sono proprio espertissimi. Basti pensare alla popolarità di un gruppo come i Metallica, penetrato ormai nell’immaginario collettivo.  Il thrash metal deriva dal verbo “to thrash”, percuotere, battere, e caratterizza bene il sound di questi gruppi, dalle sonorità molto violente e veementi, come martelli pneumatici iperveloci, ma che spesso si stemperano in veri e propri momenti armoniosi e melodici. Il thrash metal ha raggiunto il picco di popolarità tra gli anni Ottanta e i Novanta, fino ad arrivare agli anni Duemila. Tra i migliori gruppi metal di sempre ve ne sono alcuni che appartengono a questo sottogenere: in primis i Metallica, fondati nel 1981 dal cantante James Hetfield e da Lars Ulrich. Si potrebbe dire che i Metallica siano una delle migliori manifestazioni del metal, poiché riuscirono a diffondere in tutto il mondo la cultura del thrash da cui nacque ogni derivazione metal possibile degli anni Ottanta e Novanta. Alcuni album dei Metallica assumono quasi il carattere di un reliquiario per ogni appassionato di metal che si rispetti, da “Master of Puppets” , fino a “…And justice for all”,  passando per il “Black album” e “Ride the lightning”. La storia dei Metallica è densa di avvenimenti funesti, tragici e inusuali, come la cacciata di Dave Mustaine dal gruppo (che andò poi a fondare i Megadeth) e sostituito dal chitarrista Kirk Hammett, e la morte di Cliff Burton, bassista del gruppo, deceduto il 27 settembre del 1986 nei pressi di Ljungby in Svezia, dove i Metallica si erano recati per promuovere proprio “Master of […]

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Recensioni

BeQuiet Talent Show Christmas Edition al Teatro Bellini

BeQuiet Talent Show Christmas Edition è approdato al Teatro Bellini di Napoli il 19 dicembre Siamo alle soglie dell’allucinazione e della follia visionaria: la società futura sarà composta da vip e personaggi dalla fama mordi e fuggi di warholiana memoria, di incapaci famosi per aver comprato cifre mirabolanti di follower su Instagram e da fantocci senza un’anima e senza talento, ma desiderosi di guadagnarsi famelicamente un posticino all’ombra dello showbusiness, come cannibali pronti a sbranare i corpi dei loro simili per accaparrarsi un soffio di celebrità in più del proprio vicino. Stiamo parlando della sinossi di un nuovo romanzo distopico? Di una profezia dell’oracolo di Delfi o dei Libri Sibillini? Di un pamphlet concepito dall’erede di George Orwell? No, ci stiamo addentrando nel sottobosco, ampio e frondoso, degli effetti della mercificazione dell’arte, della società di consumo che aveva profetizzato un certo Pier Paolo Pasolini, che se fosse stato vivo forse avrebbe storto il naso e stropicciato gli occhietti di fronte ai vari talent show, ormai veri e propri tritacarne pronti a maciullare i presunti talenti dei partecipanti, che soltanto raramente riescono ad emergere a far rimanere impressi i propri volti nella memoria dello spettatore per un lungo periodo. Il tempo di qualche mese, di un inedito confezionato ad hoc con autotune e via alla prossima edizione, via a nuovi nomi e a nuovi volti da cannibalizzare, in un’avvicendamento vorticoso che ricorda i ritmi di una danza tribale e mortale. Dello stato dell’arte come merce di scambio e consumo, ci si potrebbe disquisire per ore e chiamare in causa una bibliografia sterminata, ma basti pensare al “saltimbanco” Aldo Palazzeschi, poeta incendiario e futurista, che, con occhio mobile e lucido, aveva intuito lo stridore delle lacrime del poeta, incrostate sotto la maschera che mette a nudo le sue contraddizioni dell’arte ridotta a mercato.  Ci troviamo al cospetto della deriva dell’arte, degli effetti del successo e delle drammatiche conseguenze che essa potrebbe avere a discapito degli artigiani dell’arte, di coloro che respirano l’odore e la fragranza della musica da sempre, che hanno risalito la china del sacrificio e che hanno scelto la strada meno battuta, come recita la poesia di Frost: Con un sospiro mi capiterà di poterlo raccontare/ chissà dove tra molti e molti anni a venire: due strade divergevano in un bosco, e io/ io ho preso quella meno battuta, /e da qui tutta la differenza è venuta. Tentando di mostrare le sterpaglie, i ciottoli e i cespugli irti di quella strada meno battuta, il BeQuiet ha calcato le tavole del palcoscenico del Teatro Bellini il 19 dicembre, riversandosi sul pubblico col suo talent show parodico, l’unico in Italia che ti rende meno famoso di prima. Come una fiumana, condotta dal timoniere Giovanni Block, le onde del BeQuiet si sono infrante sulla platea, sgretolandosi in risate, frizzi, lazzi e momenti di musica, rendendo tutto ciò un enorme gioco da offrire al pubblico e alla sua sensibilità. Ingabbiare un concetto nei codici retorici o nelle gabbie della parola è un’operazione ardua, specie se si tenta […]

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Culturalmente

Cartoni animati anni ’80: risate, lacrime e nostalgia

I cartoni animati anni ’80: l’apoteosi della nostalgia e il trionfo delle emozioni più nascoste e pure. Come tornare improvvisamente bambini  ascoltando una sigla!   Il potere dei ricordi, appeso al filo della sigla di un cartone animato e appiccicato al timbro di voce di un personaggio o alle sue battute ben riconoscibili, è disarmante e magico, e accarezza la parte più innocente e pura del nostro essere. Quella che ha bisogno di rassicurazioni, di rifugiarsi nel confortevole giaciglio dei ricordi e di polverizzare gli affanni della noiosa vita da adulti, anche solo per lo spazio limitato di una puntata. Una soltanto. Come le madeleines di Proust, i cartoni animati anni ’80 imprimono nelle papille gustative un sapore ben delineato, scrigno inconfondibile di emozioni passate, di antiche risate e di sensazioni, sempre più complesse, che cominciavano a fiorire pian piano nelle nostre menti di bambini. Basta ascoltare una sigla o sentir parlare un personaggio per tornare a essere quei bambini che il pomeriggio facevano merenda con pane e marmellata sul tavolo della cucina dei nonni, che si impiastricciavano di Nutella e succo di frutta, e che si affaccendavano con impazienza a finire i compiti per potersi dedicare alla puntata del proprio cartone preferito. Senza pensieri, senza grandi struggimenti, perché il piccolo cancello dell’infanzia non ha sbarre, non ha catene, ma soltanto orizzonti limpidissimi e di cristallo, che tornano ad aprirsi ogni volta che una Magica Emi, una Kiss Me Licia o una Georgie ricompaiono sul piccolo schermo, bloccando il tempo e facendoci sentire di nuovo come nella casa antica e accogliente dei nonni. I cartoni animati anni ’80 sono una vera e propria istituzione perché, come abili levatrici, hanno tirato su anche generazioni che sono nate anche un bel po’ dopo i fantomatici anni di uscita di suddette serie animate. Complici i palinsesti televisivi, i cartoni animati anni ’80 sono stati riproposti per decenni, a ora di colazione o durante il primo pomeriggio, divenendo presenza fissa, familiare e domestica per praticamente qualsiasi ragazzo nato anche dagli anni ’90 in poi, tant’è che sarebbe impossibile riuscire a scovare qualcuno completamente a digiuno di Holly e Benji o Mila e Shiro! Chi di noi non ha gustato latte e biscotti al mattino senza cartoni animati, mentre ci si preparava per andare a scuola? E chi, dopo pranzo, non ha mai cominciato il conto alla rovescia per l’inizio dell’immancabile fascia pomeridiana di cartoni animati? Rivedere i propri cartoni animati anni ’80, in questo periodo, è senz’altro un’idea allettante: piumone, tazza di tisana fumante, un bel camino acceso, divano e luci natalizie a decorare casa, suggeriscono uno scenario perfetto in cui rilassarsi, accoccolarsi e salire su quel treno incantato, di cui non varcavamo i vagoni dai tempi della nostra fantasia. I cartoni animati anni ’80 più celebri: una carrellata di titoli per varcare la soglia della nostra infanzia I cartoni animati anni ’80 costituiscono un fitto sottobosco di generi diversi, da quelli più sentimentali a quelli più avventurosi, fino ad arrivare a quelli incentrati sulla scienza, […]

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Libri

“La magia della farfalla”: Gennaro Vitiello riadatta Federico Garçía Lorca

La collana Teatro Oltremodo: si parte col primo adattamento della rassegna teatrale, “La magia della farfalla”, traduzione e riadattamento di Gennaro Vitiello a “El maleficio de la mariposa” di Federico Garçía Lorca. Una collana di teatro che ama, svela e accarezza le contraddizioni, Teatro Oltremodo. Il nome ne suggerisce le asperità che si risolvono e si sciolgono spontaneamente, partendo dal volto cangiante di Partenope, alveo e porto franco del teatro più smodato, incondizionato e poliedrico. Una collana che, come suggerisce lo scritto del direttore Egidio Carbone Lucifero, parte dai sampietrini della città tentacolare e quasi famelica, dallo stridore della metropolitana e da quel viaggio sulle sedie del teatro, iniziato ai tempi di un’infanzia piena di luci e giostre che avevano l’odore dei luoghi del San Ferdinando. Una collana, edita da GM Press, che nell’idea di chi l’ha concepita è una lotta contro la polvere del silenzio dell’oblio e del deserto. Il primo appuntamento porta il nome di Gennaro Vitiello, regista e attore teatrale, nato a Torre del Greco, e depositario quasi illuminato di una vera e propria biblioteca teatrale, sconfinata e senza orizzonti. Il suo nome è legato a doppio filo con quello del Teatro Esse in via Martucci, dove il 27 dicembre 1966 ha portato in scena “La magia della farfalla”, testo inedito in Italia, traduzione e riadattamento di “El maleficio de la mariposa” del poeta, drammaturgo e regista teatrale spagnolo Federico Garçía Lorca. “El maleficio de la mariposa”, risalente al 1920, è la prima opera teatrale di quest’ultimo; non ebbe un buon successo di pubblico, e venne cancellata dopo essere stata rappresentata solo quattro volte al Teatro Eslava di Madrid. Di cosa parla l’opera? Di una farfalla ferita, fragile e palpitante simulacro della caducità della vita terrena, che sceglie di volar via nonostante l’amore che uno scarafaggio nutre per lei. I temi della farfalla, della vita sottile come un soffio di vento e dell’amore castrato e mai pienamente realizzato, sono i poli del Garçía Lorca maturo, sviluppati attraverso la fusione e la contaminatio tra forme artistiche diverse. Il bagaglio vivo e in fieri di quest’opera trasognata e che non ebbe il successo che avrebbe forse meritato, è stato accolto dalle larghe spalle di artigiano e maniscalco del teatro che era Gennaro Vitiello, che ne ha dato una traduzione e un riadattamento dai toni impressionistici e onirici, eppure saldamente lucidi e definiti. Dal marmo del poeta spagnolo, Gennaro Vitiello ha scolpito “La magia della farfalla”, commedia in due atti e un prologo, sgorgata direttamente dal magma delle “Obras completas” ma rivitalizzata con linfa nuova. Già dal prologo, il lettore viene informato circa ciò che i suoi occhi accarezzeranno: maneggerà una commedia umile e inquietante, i cui personaggi provengono dal sottobosco degli insetti. Gli insetti vivevano in una sorta di Eden puro e atavico, dove l’amore era uno smeraldo vecchio e prezioso, da cui scrostare la polvere e da lucidare con mansuetudine e discrezione. Si bevevano gocce di rugiada, in una sorta di Saturnia tellus, e l’amore veniva goduto placidamente sull’erba umida e baciata da sole […]

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Musica

Francesco Di Bella: “‘O Diavolo Tour” approda al Teatro Sannazaro il 12 dicembre

Francesco Di Bella, “‘O Diavolo Tour” : l’artista approda  al Teatro Sannazaro il 12 dicembre, per la presentazione del suo nuovo disco di inediti. Magrolino, dagli occhi vispi e con un timbro rauco, graffiato e inconfondibile. L’andatura sempre uguale, del resto lui non è mai cresciuto, come cantava in Vesto sempre uguale. La risata fresca da eterno guaglione del centro storico napoletano e di Piazza San Domenico: Francesco Di Bella si porta addosso, come un aroma delicato, una napoletanità malinconica e ombrosa, con negli occhi i fasti e la distruzione di un’epoca che non tornerà più. Francesco Di Bella, pietra miliare del sound napoletano ed ex leader della storica band 24 Grana, approda al Teatro Sannazaro di Napoli in via Chiaia 157, alle ore 21 del 12 dicembre. Di Bella, col suo gruppo, ha scritto la storia del sound di Partenope, tra dub, reggae, sonorità mediterranee, post-punk e rock elettronico, configurandosi come una delle stelle polari del panorama musicale della città. Dopo lo scioglimento dei 24 Grana, Francesco Di Bella aveva portato in giro, con il progetto “Francesco Di Bella & Ballads Café”, i successi dei 24 Grana in chiave acustica e intimistica, con Alfonso Fofò Bruno alla chitarra. Era stata poi la volta di “Nuova Gianturco“, nel 2016, album che accarezzava la Napoli di periferia, quella che dava le spalle al mare. Non la Napoli di mille colori di Pino Daniele, ma quella sofferta, periferica e dislocata dai colori più vividi. Ora, è la volta di “‘O Diavolo”. O Diavolo”, titolo che oltre all’intero album dà il nome anche al brano d’apertura, deriva dalla parola greca Διάβολος (diábolos),  che include tra i suoi significati innanzitutto quello di “colui che divide”. Il diavolo agita le acque, crea spaccature e perturbazioni e fascino proibito. Il diavolo è il leitmotiv di questo periodo storico, fatto di piacere miscelato col nichilismo: il piacere del godimento fine a se stesso, dell’edonismo, delle arti, del cibo e della musica, e il nichilismo, che sull’altare di quello stesso piacere, polverizza e annulla ogni responsabilità. Il diavolo è la torre di Babele, il caos atavico della nostra epoca che spinge le genti nel suo vortice,  seducendole col fascino distruttivo degli oggetti corruttibili e delle gioie materiali. Ma il diavolo non potrà mai prendersi pienamente l’anima di tutte le cose, e non potrà mai prendersi l’amore. Bisogna ripartire proprio dall’amore, non quello banalizzato e mercificato e sulla bocca di tutti, ma l’amore ancestrale che sgorga dalla musica, il mezzo di comunicazione più innocente e scandaloso che ci sia. L’unico a poter combattere “‘o diavolo”. Lo scorso 18 ottobre, è uscito, in anteprima su Fanpage, “’O Diavolo”, il video del singolo che ha anticipato l’album, la cui etichetta è “La Canzonetta Records”. La tracklist è la seguente: ‘O Diavolo Scinne Ambresso Stella nera Rivelazione Il giardino nascosto Rub-a-dub style Canzone ‘e carcerate Sulo pe’ te Notte senza luna Non rimane che lasciarsi sedurre dalla voce di Di Bella il 12 dicembre al Teatro Sannazaro, e farsi inebriare da una […]

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Musica

Frances P., intervista ad una giovanissima musicista sarda col blues nel sangue

Intervista a Frances P., giovane musicista: dalla Sardegna ai sogni, da dietro le quinte fino al palcoscenico. Frances P. è un nuovo fresco germoglio di musica, sgorgato dalla realtà di un’isola misteriosa e misterica. Frances P. viene dalla Sardegna, il suo ep d’esordio, “No Regrets” è composto da quattro canzoni per voce e chitarra ed è semplice e istintivo come lei, una ragazza giovanissima che ha come stelle polari Ed Sheeran, Stevie Wonder e Paolo Nutini. Un po’ r’n’b, decisamente blues, questa ragazza farà sicuramente parlare molto di sé. Entriamo nel mondo di Frances P., dando la parola direttamente a lei e alla sua musica. Ciao Francesca. Grazie per la disponibilità. Innanzitutto, chi è Frances P.? Da brava amante dei Nirvana, il tuo nome mi fa pensare alla canzone “Frances Farmer Will have her revenge on Seattle”. Frances P. è un nomignolo che mi diede mia sorella quando iniziai a far sentire le mie canzoni alla famiglia. A dire il vero inizialmente era “Francis” ma poi il mio migliore amico proprio per quella canzone mi consigliò di mettere la “e” al posto della “i” ! Chi è Frances P. deve ancora scoprirlo appieno la stessa Frances! Sono una persona molto semplice e questa semplicità la porto anche nella mia musica, non sono una che usa paroloni o fa cose spaziali con la voce. Nei miei testi scrivo come vanno le cose e con la voce esprimo come mi sento, mi sfogo e quando mi esibisco lo racconto agli altri. Come hai capito di voler fare la musicista? Mi è sempre piaciuto il mondo della musica ma preferivo sempre stare dietro le quinte, non amavo mettermi in mostra perché è sempre stata una cosa molto personale. Dopo aver visto la reazione degli altri riguardo la mia voce e le mie canzoni sono rimasta spiazzata, non avrei mai creduto che sarei potuta piacere o che potessi essere “brava”, ma ciò mi ha fatto pensare che forse non era solo una pazzia o un qualcosa da sognare la notte, bensì una possibilità. Il tuo album come è nato? Quali sono le tue influenze maggiori? Le canzoni contenute nell’ep appartengono tutte a periodi diversi della mia vita, alcune canzoni son state scritte qualche anno fa, altre nel 2018, ho voluto racchiudere quelle in cui credo di più in questo cd. Sicuramente la canzone scatenante è stata “No regrets like mama”, la prima composta. Questa canzone mi ha fatto davvero credere che io ce la potessi fare, mi ha fatto credere nelle mie capacità; è sicuramente la mia preferita. Le influenze maggiori son date da Paolo Nutini e Stevie Wonder, i quali sono stati fondamentali per il primo brano, e Ed Sheeran. Parlaci della situazione culturale e musicale in Sardegna. La Sardegna è ricca di cultura e musica, purtroppo le possibilità per chi vuole sfondare nel mondo musicale non son troppe. Ogni cosa della mia terra mi aiuta a trovare ispirazione, fra tradizioni e paesaggi. Spesso quando compongo penso alla musica folk sarda, alle armonie […]

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Teatro

Riapre il Teatro Instabile: la parola a Giancarlo Del Grosso

Riapertura del Teatro Instabile nel cuore di Napoli: la parola a Giancarlo Del Grosso, nipote di Michele Il Teatro Instabile di Napoli riapre, con tutta la sua coltre di storia, aneddoti e vivacità culturale. Questo teatro è uno scrigno che contiene la Napoli più verace, quella intrisa di magia e arte, e tornerà a palpitare nel cuore del centro storico, in memoria del suo fondatore Michele Del Grosso. Abbiamo dato la parola a suo nipote Giancarlo, fautore e attivo promotore della riapertura del teatro, e tra pensieri sparsi, ricordi e progetti, abbiamo intessuto un interessante discorso sulla situazione culturale a Napoli e in Campania. Buongiorno Giancarlo, innanzitutto grazie per la disponibilità. Di te sappiamo che sei il nipote di Michele Del Grosso, fondatore del Teatro Instabile, ma distaccandoci per un attimo da ciò, chi è Giancarlo Del Grosso? Bella domanda, posso prendermi qualche annetto di tempo prima di rispondere? Questa è una domanda difficile, che andrebbe fatta alle persone che mi vogliono bene, sarebbe molto bello poterla rivolgere a mio zio Michele. È difficile non inciampare cercando di rispondere: Giancarlo è un uomo di trentaquattro anni venuto su praticamente da solo, Napoletano con la N maiuscola che ama ed a volte odia la sua città, un timido estroverso, un fragile insensibile, brusco e sincero, tenace al limite della testardaggine, molto vicino al mondo femminile che ama a prescindere dalla sua comprensione, una persona animata dalla passione e dalla curiosità e dalla voglia di sapere. Un gran ignorante in senso strettamente Socratico. Rileggendo questa breve descrizione mi sembra di descrivere mio zio Michele, più passa il tempo e più scopro tante affinità e tanti lati del carattere da lui ereditati e o condizionati. Come e quanto ha influito il teatro e l’arte in generale sulla tua vita e la tua formazione? Dire tantissimo sarebbe poco! Sono cresciuto a pane e cultura. Non passava un giorno che in casa non si vedesse un film di Totò, una commedia di Eduardo o che, con Michele e sua sorella Tina (mia madre), non si accendesse una discussione al limiti della filosofia. In casa c’erano più libri che mobili, con Michele andavo in giro per librerie, monumenti, scavi archeologici, circhi, teatri e cinema! A proposito del cinema, quando andavamo a vedere qualche film restavamo sempre fino all’inizio dello spettacolo successivo anche se lo avevamo appena visto, perché Michele si divertiva ad infrangere le regole ed andare controcorrente. Il 21 ottobre il TIN (Teatro Instabile di Napoli) è stato riaperto. Ti andrebbe di narrarci la storia di questo teatro? Per farlo credo che bisognerebbe scrivere un libro. Il TIN nasce ufficialmente sul finire degli anni 60 (per la precisione nel 1967) a via Martucci, e in quello spazio che brulicava di arte ed artisti sono passati nomi illustri dello spettacolo italiano ed internazionale, e da lì hanno preso nome gli altri teatri instabili. Michele ha voluto poi far evolvere la sua esperienza artistica con il teatro tenda fondendo l’idea di circo e di teatro, ed infine […]

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Cucina e Salute

La pizzetta fritta, scrigno di sapori napoletani

La pizzetta fritta napoletana: non esiste solo la classica pizza, ma anche questa gustosissimo tesoro dello street food amato proprio da tutti. Tutti conosciamo la classica pizza napoletana, vera e propria Mecca dei sapori e dei piaceri presso cui andare in pellegrinaggio sempre e ovunque, e non c’è nulla da aggiungere a qualcosa che sprigiona la propria poesia autonomamente, soltanto al primo morso e al primo contatto con le papille gustative. Nell’Olimpo dello street food, sono però molti gli astri a brillare, molte sono le divinità che rifulgono in tutta la loro lucentezza dorata: frittatine, crocché di patate, fritture miste di mare e di terra, ma anche lei. Sì, lei la pizzetta fritta, da non confondere con la pizza fritta, altro pezzo di storia incastonato nel museo napoletano. C’è quasi  da confondersi in questa specie di tassonomia culinaria, ma il cuore (o lo stomaco) riuscirà sempre a ricondurci alle varie differenze tra le pietanze, per gustarle tutte al meglio e rispettandone l’unicità. Spesso messa in secondo piano rispetto alla più conosciuta e rassicurante pizza napoletana, la pizzetta fritta si ritaglia comunque il suo angolo di autonomia e gloria: assaporata in piedi, tra le viuzze lastricate del centro storico, seduti sulle scale, da soli o in condivisione con chi si ama, la pizzetta fritta è come una perla intrisa di olio, pomodoro e mozzarella. Soltanto in formato più piccolo della classica pizza, e con una cottura diversa. La storia della pizzetta fritta napoletana, chiamata anche “montanara”: da Antonio Valeriani passando per L’Oro di Napoli di Vittorio De Sica. Le pizzette fritte, come tante perle ammucchiate in uno scrigno, fanno davvero gola e si lasciano mangiare prima, ed innanzitutto, con lo sguardo. Chiamata anche “montanara”, la pizzetta fritta si presenta come un succulento e verace disco di impasto di pizza, e ha delle origini davvero antiche: secondo alcuni, comparirebbe in un testo tradizionale di Antonio Valeriani, risalente al 1600, e in cui verrebbe descritta come una pietanza irrinunciabile della domenica, mentre secondo altri sarebbe stata portata a Napoli da forestieri. Non conosciamo la verità, ma sappiamo quando è avvenuta la sua consacrazione: nel film di Vittorio De Sica, L’Oro di Napoli,  la pizzetta fritta è preparata da una verace e sensualissima Sofia Loren, e ciò ha proiettato questo pezzo di street food nell’immaginario collettivo come un fotogramma indelebile. E, a proposito di Sofia Loren, è proprio presso la pizzeria “Donna Sophia”, nel cuore di Via dei Tribunali, che si può gustare un’ottima pizzetta fritta trasudante gusto, amore e tradizioni. Ma perché alcuni chiamano la pizzetta fritta napoletana “montanara”? Questo inusuale nome deriverebbe da una credenza che vede la pizzetta fritta come un’invenzione dei “montanari”, i contadini che vivevano nelle zone montuose e che erano soliti mangiare, durante le pause dalle fatiche quotidiane, panini farciti con pomodoro, basilico e formaggio. La ricetta della pizzetta fritta: come farla in casa e concedersi una cena veloce e sostanziosa! Con l’autunno e l’arrivo dell’inverno, si sa, la pigrizia dilaga, e anche solo affrontare il freddo sferzante per assicurarsi un ricco […]

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Cinema e Serie tv

Animali fantastici 2 – I crimini di Grindelwald: la recensione del film

Animali fantastici 2 – I crimini di Grindelwald sbarca finalmente nei cinema italiani dal 15 novembre 2018: una luce per tutti gli amanti del mondo magico orfani della saga di Harry Potter. Il secondo spin-off della serie cinematografica di Harry Potter, Animali fantastici 2 – I crimini di Grindelwald, è sbarcato in Italia il 15 novembre 2018, due anni dopo l’uscita di Animali fantastici e dove trovarli nel novembre del 2016, portando con sé la magia, il mistero e il sapore di casa di cui tutti gli amanti del mondo magico si sentivano orfani. Chi è cresciuto impiastricciandosi le mani e i pensieri con l’inchiostro della saga di Harry Potter, sa che certe storie ti rimangono appiccicate addosso per tutta una vita come una cicatrice a forma di saetta, e che ti fanno ricordare che sei rimasto con Harry fin proprio alla fine. Chi è cresciuto con Harry, da ragazzino non ha costruito case sugli alberi o rifugi di cuscini e plastica, ma ha edificato il proprio personale rifugio tra quelle pagine piene di magie, Strillettere, mantelli dell’invisibilità, Cioccorane, bacchette di sambuco, creature fantastiche e personaggi dai nomi parlanti e dalle storie sempiterne, e continuerà sempre a cercare quelle pagine anche da adulto, quando gli occhi si saranno fatti meno limpidi e il maghetto di undici anni sembrerà solo un ricordo sbiadito e scomparso dopo un incantesimo Oblivion. Quel maghetto che avrebbero conosciuto tutti i bambini, come profetizzava J.K. Rowling, quel maghetto che ha salvato vite, recuperato infanzie e squarciato adolescenze solitarie e che avevano, come unica scintilla di luce, un Lumos sprigionato da una pagina ingiallita o dallo schermo di un pc nel perimetro di una cameretta. Perché anche nei momenti bui, è importante ricordarsi di accendere la luce, come diceva Albus Silente. Dopo la conclusione dei libri della saga di Harry Potter e della serie cinematografica, una flebile luce si è accesa per tutti gli amanti del mondo magico: una nuova serie di film spin-off ambientati prima delle vicende di Harry e dei suoi amici a Hogwarts (a partire dal 1926 e destinata a ricoprire circa un ventennio) e incentrata sulla figura del magizoologo Newton “Newt” Artemis Fido Scamander, autore del libro (menzionato nei libri di Harry Potter e utilizzato dagli allievi di Hogwarts per studiare le creature magiche) Gli animali fantastici: dove trovarli. Animali fantastici 2 – I crimini di Grindelwald: un rapporto molto più stretto col mondo di Hogwarts, rimandi continui e approfondimenti Newt Scamander e Harry Potter sono due protagonisti apparentemente agli antipodi, eppure con molti più punti in comune di quanto non sembrerebbe ad un primo sguardo veloce. Harry era impulsivo, sanguigno, scisso tra luci e ombre, tra la lingua umana e il serpentese,  reso incosciente dalla giovane età e dalle continue voci che lo laceravano dall’interno e con una certa dose di disprezzo per le regole (non dimentichiamo che era pur sempre figlio di un Malandrino!), mentre Newt, interpretato da un magistrale e camaleontico Eddie Redmayne, ha una psiche molto più delicata, sfumata e rarefatta. Come Harry, […]

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