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Eroica Fenice

Recensioni

“Regine Sorelle” con Titti Nuzzolese: Maria Antonietta e Maria Carolina approdano al TRAM

Regine Sorelle: Maria Antonietta e Maria Carolina approdano al TRAM, negli svariati volti cangianti e multiformi di Titti Nuzzolese. Dal 7 al 10 febbraio 2019, in scena al TRAM c’è “Regine Sorelle”, monologo orchestrato e gestito dalla brillante verve di Titti Nuzzolese, scritto e diretto da Mirko di Martino, con alla produzione il Teatro dell’Osso. Regine Sorelle, rigorosamente in maiuscolo, a sottolineare il rapporto di disperata sorellanza, alleanza e amore di due fulgide personalità della storia, Maria Antonietta e Maria Carolina D’Asburgo, le figlie di Maria Teresa D’Austria, rispettivamente mogli del re di Francia Luigi XVI e del re di Napoli Ferdinando di Borbone. Le due regine si spogliano della maschera polverosa e giudicante della Storia, che tutto raccoglie e travolge come una fiumana inarrestabile, e si imprimono nel buio del palco del TRAM, squarciato da lampi di luce accecante: una luce guizzante e colorata come un caleidoscopio e inebriante come zucchero filato, che si fissa su due grandi quadri che recano l’ effigie “ufficiale” delle due regine, quella tramandata dai libri di storia e dai documentari, ma che forse non rende giustizia all’urlo di Antonia e Carolina.   Regine Sorelle: la storia di Antonia e Carolina, narrata magistralmente da Titti Nuzzolese al TRAM. All’inizio prima della Storia, ci furono Antonia e Carolina. Antonia e Carolina, due nudi nomi femminili che furono nomi di bambine vispe e allegre, visceralmente unite tra loro, che amavano suonare per i loro genitori davanti al fuoco scoppiettante, che giocavano, giocavano, giocavano, come se la vita fosse un eterno gioco che si stiracchiava all’infinito, come se il futuro fosse un gomitolo che rimbalzava ai confini del tempo. Come se i giochi non dovessero finire mai. Antonia e Carolina furono nomi di bimbe. Ma Antonia e Carolina non furono mai bimbe come le altre, perché ogni singulto di palazzo, ogni patto, ogni intesa, ogni alleanza sancita sulla loro pelle infantile e sui loro denti da latte, altro non era che finalizzato alla stipula di un contratto matrimoniale: un contratto che le avrebbe portate via dall’Austria, per spedirle una a Parigi e una a Napoli. Un contratto che avrebbe fatto perdere loro la verginità di bambine e sorelle coccolate dalla bambagia del loro stesso affetto, che le avrebbe fatte stramazzare al suolo arido delle responsabilità, dei doveri di mogli, madri e regine. Un contratto che le avrebbe divise. Titti Nuzzolese, col volto dipinto di due metà differenti e con un vestito pomposo e bicolore, incarna le due metà di una stessa pelle lacerata: Carolina, dall’abito ocra e dal trucco sobrio, e Maria Antonietta, in abito azzurro e in una raffigurazione che strizza l’occhio all’immaginario collettivo che la vuole pop, bizzarra, dal rossetto esuberante e quasi personaggio erotico. La Nuzzolese, come se fosse animata da un’enfasi da ventriloquo, si mette di profilo per mostrare i due volti delle sorelle, presta loro la voce e il corpo flessuoso, in una performance stakanovista che mette in risalto la sua bravura e rapidità nel passare da un registro all’altro, interpretando i […]

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Musica

Riccardo Ceres, “Spaghetti Southern”: nelle viscere del Sud

“Spaghetti Southern”, il nuovo disco di Riccardo Ceres: nelle viscere del Sud “A L. Ai nostri dialoghi di sventurate notti/ di insensato e tormentato/ per quanto, comunque, definibile amore”. Inizia così la catàbasi nel mondo di Riccardo Ceres, inizia da una manciata di parole che sono lapidarie come un’epigrafe e che sanno di notte, segreti e scambi di umori. Ma è solo un attimo, un fruscio d’ali, perché dal gelsomino notturno si viene catapultati, in modo violento e quasi allucinato, in Sud violaceo e assolato come una visione sotto oppiacei, delicato come un fiore carnoso rubicondo, e puro come il mare che regala gemme ai viandanti. Un Sud, rigorosamente con la lettera maiuscola, quello dipinto dal cantautore campano, che non ha bisogno di fronzoli, luoghi comuni o descrizione icastiche: il suo Sud è iconoclastia che sgorga prepotentemente dalle note, che riparte dalle fondamenta stessa del luogo comune per accarezzarlo e rivoltarlo, che giunge a sublimare il vuoto del suo ventre per catapultare l’ascoltatore in una campagna riarsa rosicchiata dal sole, o in un’autostrada afosa tra i cumuli di polvere secca. Una forchetta con dei cavi attorcigliati attorno troneggia sulla copertina, che invita l’ascoltatore a cibarsi, a saziarsi di calura, di granelli di afa e di voce, la voce di Riccardo Ceres che è possente ed evocativa, e ha il misticismo e la fermezza dell’ululato di un coyote nel deserto. “Spaghetti Southern”, in contrapposizione al Western: “The west is the best” avrebbe detto un certo Lizard King nel suo mantra alla fine di “The end”, ma in questo caso è dal Sud che si riparte, un Sud che si tinge di psichedelia e atmosfere oniriche che rievocano quasi le highways americane dove Morrison vide gli indiani. Riccardo Ceres: un viaggio tra le tracce più interessanti di “Spaghetti Southern”, perfetto connubio di testi e musica, in un intreccio e incastro magnetico e seducente. Una donna tesse i fili dell’album di Riccardo Ceres, quasi come una Gorgone, ed è presente come una baccante che stende il proprio tappeto rosso al cospetto di Dioniso: a cominciare dalla prima traccia, Tu vai con altri uomini. Un sapore blues, un respiro di Coltrane, un’armonica, un sussulto che ricorda A horse with no name degli America, e una donna che danza nel cerchio di fuoco creato dalla voce di Riccardo Ceres. La donna volteggia nell’autostrada afosa e affonda i piedi nudi nel deserto, mentre Ceres intreccia con maestria voce e armonia, creando anelli di fumo e suggestioni che si sprigionano direttamente dalla parola piena ed utilizzata in tutta la sua potenza evocativa. “Tu vai con gli altri uomini ed il resto è solamente storia, sapore amaro, carta straccia, bagno le mani con la faccia di un uomo che in realtà potendo non t’ha mai amata mai. […] Tu vai con gli altri uomini per la proliferazione della specie credo, tra ciò che credo e quel che vedo ci passa un gran palmo di naso, ma d’altro canto si trova sempre qualcosina per cui fingere”. La donna di Riccardo Ceres è quasi demoniaca […]

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Musica

Aléxein Mégas e il suo primo album: The White Bird

L’artista cilentano Aléxein Mégas rilascia The White Bird, il suo primo album da solista Il Cilento è una terra pullulante, quasi straripante, di talenti musicali spesso inespressi o che non vengono valorizzati adeguatamente. Nelle lande del Cilento, sopravvive ancora quella pasoliniana purezza dell’arte, non fagocitata dai meccanismi cannibali della città. Si suona e ci si esprime per esigenza, per aggregazione e per esprimere il morso che ribolle dentro, o per comporre, con ogni mezzo, quella tela del proprio pensiero che non si smette mai di tessere. L’ascoltatore, però,  è il più delle volte mediocre e non educato, ma il materiale c’è, basta soltanto riuscire ad avere la curiosità di scoprirlo, l’intelligenza di scorgerlo e la genuinità di riconoscerlo. Artisti di ogni genere affollano quella terra ibrida e selvaggia che è il Cilento, e si auspica una lucidità comune che non permetta di ignorare tutto ciò. Questo e altro è Aléxein Mégas. Antonio Alessandro Pinto, in arte Aléxein Mégas, è un artista fortemente ispirato, dalle motivazioni eterogenee e quasi edonistiche: il suo stesso nome d’arte sgorga dalla bellezza dell’arte, e il suo primo album solista, The White Bird, ha molto a che fare con gabbie, scoperta di sé e peregrinazione interiore. Con lui abbiamo parlato di arte, missioni nella vita, situazione musicale in Cilento e di tanto altro. Intervista ad Aléxein Mégas Innanzitutto, la domanda più banale (o forse la più scomoda): chi è Antonio? E chi è Aléxein Mégas? Per quanto banale possa sembrare, nasconde dietro un significato importante che prende vita attraverso le mie composizioni. Fondamentalmente, ho voluto dare un’identità al mio personaggio artistico, che si ispira fortemente alla bellezza dell’arte. Affianco il mio spirito musicale ad Alessandro Magno. Sento un forte legame tra le ragioni per cui compongo musica e il conquistatore dell’impero persiano. Non tanto per la sua intelligenza militare e diplomatica, ma per la passione, il coraggio ed il carisma dai quali era motivato. Il modo di spronare i propri soldati essendo egli stesso parte della battaglia, il modo in cui ha lottato per amalgamare diverse etnie facendole convivere sotto lo stesso tetto. Innumerevoli conquiste che diedero al suo impero un sapore universale. Questo è ciò che attraverso la mia musica vorrei trasmettere: un messaggio universale che possa motivare ogni persona a cercare il proprio posto nella realtà, sentendosi libera di vivere secondo le proprie emozioni, condividendole attraverso l’arte che gli appartiene. Ogni essere umano, se educato all’arte ha la capacità di esprimere sé stesso attraverso di essa. Purtroppo la società ci insegna altro, ovvero di formarci e strutturarci al fine di diventare uno dei milioni di ingranaggi che fanno girare l’immenso meccanismo del lavoro. Questo spesso diventa alienante per molti che trovano nella propria vita l’unico scopo di dedicarsi a questo grosso sistema, annullandosi inevitabilmente. Sarebbe meraviglioso se ognuno di noi aprisse gli occhi e desse il giusto peso a questa parte sicuramente importante, ma che se mal gestita, ti annulla senza modo di tornare indietro. L’arte è bellezza che svanisce nella meccanicità dalla quale siamo […]

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Musica

I migliori gruppi metal di sempre: un viaggio nella musica che ha scritto la storia

I migliori gruppi metal di sempre: un viaggio nei meandri della musica che ha fatto la storia Siamo tutti d’accordo nel dire che il metal è un genere musicale che si inserisce nell’alveo della musica rock. Figlio naturale dell’hard rock, è quasi una vera e propria religione che eleva la musica allo stato della spiritualità e della catarsi collettiva, realizzata attraverso ritmi martellanti, aggressivi e insistenti, che spesso si sciolgono in momenti più melodici e godibili, in distorsioni di bassi e chitarre, e in amplificazioni che rendono tutto surreale e quasi appartenente ad un’altra dimensione, all’oltretomba o al paradiso. Tracciare una geografia dei migliori gruppi metal di sempre non è un’impresa semplicissima, dal momento che tante sono le diramazioni, i sottogeneri e i chiaroscuri che questo genere assume, in biforcazioni sempre più sottili e multiformi. Ma, nel mare magnum delle varie tonalità di cui questo genere può fregiarsi, quali sono i migliori gruppi metal di sempre? Muniamoci di buone carte nautiche ed esploriamo le varie sfumature e gradazioni del metal, suddividendo grossomodo il tutto, per praticità e rapidità, nei vari sottogeneri, pur ricordando che non bisogna ragionare assolutamente per compartimenti stagni e che spesso uno o più sottogeneri possono felicemente fondersi e sparire l’uno nell’altro. I migliori gruppi metal di sempre: il sottogenere del thrash metal. Metallica, Megadeth, Slayer. Il thrash metal è un sottogenere dell’heavy metal classico, ed è anche quello più popolare, anche tra i neofiti del metal o tra le cerchie di coloro che non sono proprio espertissimi. Basti pensare alla popolarità di un gruppo come i Metallica, penetrato ormai nell’immaginario collettivo.  Il thrash metal deriva dal verbo “to thrash”, percuotere, battere, e caratterizza bene il sound di questi gruppi, dalle sonorità molto violente e veementi, come martelli pneumatici iperveloci, ma che spesso si stemperano in veri e propri momenti armoniosi e melodici. Il thrash metal ha raggiunto il picco di popolarità tra gli anni Ottanta e i Novanta, fino ad arrivare agli anni Duemila. Tra i migliori gruppi metal di sempre ve ne sono alcuni che appartengono a questo sottogenere: in primis i Metallica, fondati nel 1981 dal cantante James Hetfield e da Lars Ulrich. Si potrebbe dire che i Metallica siano una delle migliori manifestazioni del metal, poiché riuscirono a diffondere in tutto il mondo la cultura del thrash da cui nacque ogni derivazione metal possibile degli anni Ottanta e Novanta. Alcuni album dei Metallica assumono quasi il carattere di un reliquiario per ogni appassionato di metal che si rispetti, da “Master of Puppets” , fino a “…And justice for all”,  passando per il “Black album” e “Ride the lightning”. La storia dei Metallica è densa di avvenimenti funesti, tragici e inusuali, come la cacciata di Dave Mustaine dal gruppo (che andò poi a fondare i Megadeth) e sostituito dal chitarrista Kirk Hammett, e la morte di Cliff Burton, bassista del gruppo, deceduto il 27 settembre del 1986 nei pressi di Ljungby in Svezia, dove i Metallica si erano recati per promuovere proprio “Master of […]

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Recensioni

BeQuiet Talent Show Christmas Edition al Teatro Bellini

BeQuiet Talent Show Christmas Edition è approdato al Teatro Bellini di Napoli il 19 dicembre Siamo alle soglie dell’allucinazione e della follia visionaria: la società futura sarà composta da vip e personaggi dalla fama mordi e fuggi di warholiana memoria, di incapaci famosi per aver comprato cifre mirabolanti di follower su Instagram e da fantocci senza un’anima e senza talento, ma desiderosi di guadagnarsi famelicamente un posticino all’ombra dello showbusiness, come cannibali pronti a sbranare i corpi dei loro simili per accaparrarsi un soffio di celebrità in più del proprio vicino. Stiamo parlando della sinossi di un nuovo romanzo distopico? Di una profezia dell’oracolo di Delfi o dei Libri Sibillini? Di un pamphlet concepito dall’erede di George Orwell? No, ci stiamo addentrando nel sottobosco, ampio e frondoso, degli effetti della mercificazione dell’arte, della società di consumo che aveva profetizzato un certo Pier Paolo Pasolini, che se fosse stato vivo forse avrebbe storto il naso e stropicciato gli occhietti di fronte ai vari talent show, ormai veri e propri tritacarne pronti a maciullare i presunti talenti dei partecipanti, che soltanto raramente riescono ad emergere a far rimanere impressi i propri volti nella memoria dello spettatore per un lungo periodo. Il tempo di qualche mese, di un inedito confezionato ad hoc con autotune e via alla prossima edizione, via a nuovi nomi e a nuovi volti da cannibalizzare, in un’avvicendamento vorticoso che ricorda i ritmi di una danza tribale e mortale. Dello stato dell’arte come merce di scambio e consumo, ci si potrebbe disquisire per ore e chiamare in causa una bibliografia sterminata, ma basti pensare al “saltimbanco” Aldo Palazzeschi, poeta incendiario e futurista, che, con occhio mobile e lucido, aveva intuito lo stridore delle lacrime del poeta, incrostate sotto la maschera che mette a nudo le sue contraddizioni dell’arte ridotta a mercato.  Ci troviamo al cospetto della deriva dell’arte, degli effetti del successo e delle drammatiche conseguenze che essa potrebbe avere a discapito degli artigiani dell’arte, di coloro che respirano l’odore e la fragranza della musica da sempre, che hanno risalito la china del sacrificio e che hanno scelto la strada meno battuta, come recita la poesia di Frost: Con un sospiro mi capiterà di poterlo raccontare/ chissà dove tra molti e molti anni a venire: due strade divergevano in un bosco, e io/ io ho preso quella meno battuta, /e da qui tutta la differenza è venuta. Tentando di mostrare le sterpaglie, i ciottoli e i cespugli irti di quella strada meno battuta, il BeQuiet ha calcato le tavole del palcoscenico del Teatro Bellini il 19 dicembre, riversandosi sul pubblico col suo talent show parodico, l’unico in Italia che ti rende meno famoso di prima. Come una fiumana, condotta dal timoniere Giovanni Block, le onde del BeQuiet si sono infrante sulla platea, sgretolandosi in risate, frizzi, lazzi e momenti di musica, rendendo tutto ciò un enorme gioco da offrire al pubblico e alla sua sensibilità. Ingabbiare un concetto nei codici retorici o nelle gabbie della parola è un’operazione ardua, specie se si tenta […]

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Culturalmente

Cartoni animati anni ’80: risate, lacrime e nostalgia

I cartoni animati anni ’80: l’apoteosi della nostalgia e il trionfo delle emozioni più nascoste e pure. Come tornare improvvisamente bambini  ascoltando una sigla!   Il potere dei ricordi, appeso al filo della sigla di un cartone animato e appiccicato al timbro di voce di un personaggio o alle sue battute ben riconoscibili, è disarmante e magico, e accarezza la parte più innocente e pura del nostro essere. Quella che ha bisogno di rassicurazioni, di rifugiarsi nel confortevole giaciglio dei ricordi e di polverizzare gli affanni della noiosa vita da adulti, anche solo per lo spazio limitato di una puntata. Una soltanto. Come le madeleines di Proust, i cartoni animati anni ’80 imprimono nelle papille gustative un sapore ben delineato, scrigno inconfondibile di emozioni passate, di antiche risate e di sensazioni, sempre più complesse, che cominciavano a fiorire pian piano nelle nostre menti di bambini. Basta ascoltare una sigla o sentir parlare un personaggio per tornare a essere quei bambini che il pomeriggio facevano merenda con pane e marmellata sul tavolo della cucina dei nonni, che si impiastricciavano di Nutella e succo di frutta, e che si affaccendavano con impazienza a finire i compiti per potersi dedicare alla puntata del proprio cartone preferito. Senza pensieri, senza grandi struggimenti, perché il piccolo cancello dell’infanzia non ha sbarre, non ha catene, ma soltanto orizzonti limpidissimi e di cristallo, che tornano ad aprirsi ogni volta che una Magica Emi, una Kiss Me Licia o una Georgie ricompaiono sul piccolo schermo, bloccando il tempo e facendoci sentire di nuovo come nella casa antica e accogliente dei nonni. I cartoni animati anni ’80 sono una vera e propria istituzione perché, come abili levatrici, hanno tirato su anche generazioni che sono nate anche un bel po’ dopo i fantomatici anni di uscita di suddette serie animate. Complici i palinsesti televisivi, i cartoni animati anni ’80 sono stati riproposti per decenni, a ora di colazione o durante il primo pomeriggio, divenendo presenza fissa, familiare e domestica per praticamente qualsiasi ragazzo nato anche dagli anni ’90 in poi, tant’è che sarebbe impossibile riuscire a scovare qualcuno completamente a digiuno di Holly e Benji o Mila e Shiro! Chi di noi non ha gustato latte e biscotti al mattino senza cartoni animati, mentre ci si preparava per andare a scuola? E chi, dopo pranzo, non ha mai cominciato il conto alla rovescia per l’inizio dell’immancabile fascia pomeridiana di cartoni animati? Rivedere i propri cartoni animati anni ’80, in questo periodo, è senz’altro un’idea allettante: piumone, tazza di tisana fumante, un bel camino acceso, divano e luci natalizie a decorare casa, suggeriscono uno scenario perfetto in cui rilassarsi, accoccolarsi e salire su quel treno incantato, di cui non varcavamo i vagoni dai tempi della nostra fantasia. I cartoni animati anni ’80 più celebri: una carrellata di titoli per varcare la soglia della nostra infanzia I cartoni animati anni ’80 costituiscono un fitto sottobosco di generi diversi, da quelli più sentimentali a quelli più avventurosi, fino ad arrivare a quelli incentrati sulla scienza, […]

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Libri

“La magia della farfalla”: Gennaro Vitiello riadatta Federico Garçía Lorca

La collana Teatro Oltremodo: si parte col primo adattamento della rassegna teatrale, “La magia della farfalla”, traduzione e riadattamento di Gennaro Vitiello a “El maleficio de la mariposa” di Federico Garçía Lorca. Una collana di teatro che ama, svela e accarezza le contraddizioni, Teatro Oltremodo. Il nome ne suggerisce le asperità che si risolvono e si sciolgono spontaneamente, partendo dal volto cangiante di Partenope, alveo e porto franco del teatro più smodato, incondizionato e poliedrico. Una collana che, come suggerisce lo scritto del direttore Egidio Carbone Lucifero, parte dai sampietrini della città tentacolare e quasi famelica, dallo stridore della metropolitana e da quel viaggio sulle sedie del teatro, iniziato ai tempi di un’infanzia piena di luci e giostre che avevano l’odore dei luoghi del San Ferdinando. Una collana, edita da GM Press, che nell’idea di chi l’ha concepita è una lotta contro la polvere del silenzio dell’oblio e del deserto. Il primo appuntamento porta il nome di Gennaro Vitiello, regista e attore teatrale, nato a Torre del Greco, e depositario quasi illuminato di una vera e propria biblioteca teatrale, sconfinata e senza orizzonti. Il suo nome è legato a doppio filo con quello del Teatro Esse in via Martucci, dove il 27 dicembre 1966 ha portato in scena “La magia della farfalla”, testo inedito in Italia, traduzione e riadattamento di “El maleficio de la mariposa” del poeta, drammaturgo e regista teatrale spagnolo Federico Garçía Lorca. “El maleficio de la mariposa”, risalente al 1920, è la prima opera teatrale di quest’ultimo; non ebbe un buon successo di pubblico, e venne cancellata dopo essere stata rappresentata solo quattro volte al Teatro Eslava di Madrid. Di cosa parla l’opera? Di una farfalla ferita, fragile e palpitante simulacro della caducità della vita terrena, che sceglie di volar via nonostante l’amore che uno scarafaggio nutre per lei. I temi della farfalla, della vita sottile come un soffio di vento e dell’amore castrato e mai pienamente realizzato, sono i poli del Garçía Lorca maturo, sviluppati attraverso la fusione e la contaminatio tra forme artistiche diverse. Il bagaglio vivo e in fieri di quest’opera trasognata e che non ebbe il successo che avrebbe forse meritato, è stato accolto dalle larghe spalle di artigiano e maniscalco del teatro che era Gennaro Vitiello, che ne ha dato una traduzione e un riadattamento dai toni impressionistici e onirici, eppure saldamente lucidi e definiti. Dal marmo del poeta spagnolo, Gennaro Vitiello ha scolpito “La magia della farfalla”, commedia in due atti e un prologo, sgorgata direttamente dal magma delle “Obras completas” ma rivitalizzata con linfa nuova. Già dal prologo, il lettore viene informato circa ciò che i suoi occhi accarezzeranno: maneggerà una commedia umile e inquietante, i cui personaggi provengono dal sottobosco degli insetti. Gli insetti vivevano in una sorta di Eden puro e atavico, dove l’amore era uno smeraldo vecchio e prezioso, da cui scrostare la polvere e da lucidare con mansuetudine e discrezione. Si bevevano gocce di rugiada, in una sorta di Saturnia tellus, e l’amore veniva goduto placidamente sull’erba umida e baciata da sole […]

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Musica

Francesco Di Bella: “‘O Diavolo Tour” approda al Teatro Sannazaro il 12 dicembre

Francesco Di Bella, “‘O Diavolo Tour” : l’artista approda  al Teatro Sannazaro il 12 dicembre, per la presentazione del suo nuovo disco di inediti. Magrolino, dagli occhi vispi e con un timbro rauco, graffiato e inconfondibile. L’andatura sempre uguale, del resto lui non è mai cresciuto, come cantava in Vesto sempre uguale. La risata fresca da eterno guaglione del centro storico napoletano e di Piazza San Domenico: Francesco Di Bella si porta addosso, come un aroma delicato, una napoletanità malinconica e ombrosa, con negli occhi i fasti e la distruzione di un’epoca che non tornerà più. Francesco Di Bella, pietra miliare del sound napoletano ed ex leader della storica band 24 Grana, approda al Teatro Sannazaro di Napoli in via Chiaia 157, alle ore 21 del 12 dicembre. Di Bella, col suo gruppo, ha scritto la storia del sound di Partenope, tra dub, reggae, sonorità mediterranee, post-punk e rock elettronico, configurandosi come una delle stelle polari del panorama musicale della città. Dopo lo scioglimento dei 24 Grana, Francesco Di Bella aveva portato in giro, con il progetto “Francesco Di Bella & Ballads Café”, i successi dei 24 Grana in chiave acustica e intimistica, con Alfonso Fofò Bruno alla chitarra. Era stata poi la volta di “Nuova Gianturco“, nel 2016, album che accarezzava la Napoli di periferia, quella che dava le spalle al mare. Non la Napoli di mille colori di Pino Daniele, ma quella sofferta, periferica e dislocata dai colori più vividi. Ora, è la volta di “‘O Diavolo”. O Diavolo”, titolo che oltre all’intero album dà il nome anche al brano d’apertura, deriva dalla parola greca Διάβολος (diábolos),  che include tra i suoi significati innanzitutto quello di “colui che divide”. Il diavolo agita le acque, crea spaccature e perturbazioni e fascino proibito. Il diavolo è il leitmotiv di questo periodo storico, fatto di piacere miscelato col nichilismo: il piacere del godimento fine a se stesso, dell’edonismo, delle arti, del cibo e della musica, e il nichilismo, che sull’altare di quello stesso piacere, polverizza e annulla ogni responsabilità. Il diavolo è la torre di Babele, il caos atavico della nostra epoca che spinge le genti nel suo vortice,  seducendole col fascino distruttivo degli oggetti corruttibili e delle gioie materiali. Ma il diavolo non potrà mai prendersi pienamente l’anima di tutte le cose, e non potrà mai prendersi l’amore. Bisogna ripartire proprio dall’amore, non quello banalizzato e mercificato e sulla bocca di tutti, ma l’amore ancestrale che sgorga dalla musica, il mezzo di comunicazione più innocente e scandaloso che ci sia. L’unico a poter combattere “‘o diavolo”. Lo scorso 18 ottobre, è uscito, in anteprima su Fanpage, “’O Diavolo”, il video del singolo che ha anticipato l’album, la cui etichetta è “La Canzonetta Records”. La tracklist è la seguente: ‘O Diavolo Scinne Ambresso Stella nera Rivelazione Il giardino nascosto Rub-a-dub style Canzone ‘e carcerate Sulo pe’ te Notte senza luna Non rimane che lasciarsi sedurre dalla voce di Di Bella il 12 dicembre al Teatro Sannazaro, e farsi inebriare da una […]

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Musica

Frances P., intervista ad una giovanissima musicista sarda col blues nel sangue

Intervista a Frances P., giovane musicista: dalla Sardegna ai sogni, da dietro le quinte fino al palcoscenico. Frances P. è un nuovo fresco germoglio di musica, sgorgato dalla realtà di un’isola misteriosa e misterica. Frances P. viene dalla Sardegna, il suo ep d’esordio, “No Regrets” è composto da quattro canzoni per voce e chitarra ed è semplice e istintivo come lei, una ragazza giovanissima che ha come stelle polari Ed Sheeran, Stevie Wonder e Paolo Nutini. Un po’ r’n’b, decisamente blues, questa ragazza farà sicuramente parlare molto di sé. Entriamo nel mondo di Frances P., dando la parola direttamente a lei e alla sua musica. Ciao Francesca. Grazie per la disponibilità. Innanzitutto, chi è Frances P.? Da brava amante dei Nirvana, il tuo nome mi fa pensare alla canzone “Frances Farmer Will have her revenge on Seattle”. Frances P. è un nomignolo che mi diede mia sorella quando iniziai a far sentire le mie canzoni alla famiglia. A dire il vero inizialmente era “Francis” ma poi il mio migliore amico proprio per quella canzone mi consigliò di mettere la “e” al posto della “i” ! Chi è Frances P. deve ancora scoprirlo appieno la stessa Frances! Sono una persona molto semplice e questa semplicità la porto anche nella mia musica, non sono una che usa paroloni o fa cose spaziali con la voce. Nei miei testi scrivo come vanno le cose e con la voce esprimo come mi sento, mi sfogo e quando mi esibisco lo racconto agli altri. Come hai capito di voler fare la musicista? Mi è sempre piaciuto il mondo della musica ma preferivo sempre stare dietro le quinte, non amavo mettermi in mostra perché è sempre stata una cosa molto personale. Dopo aver visto la reazione degli altri riguardo la mia voce e le mie canzoni sono rimasta spiazzata, non avrei mai creduto che sarei potuta piacere o che potessi essere “brava”, ma ciò mi ha fatto pensare che forse non era solo una pazzia o un qualcosa da sognare la notte, bensì una possibilità. Il tuo album come è nato? Quali sono le tue influenze maggiori? Le canzoni contenute nell’ep appartengono tutte a periodi diversi della mia vita, alcune canzoni son state scritte qualche anno fa, altre nel 2018, ho voluto racchiudere quelle in cui credo di più in questo cd. Sicuramente la canzone scatenante è stata “No regrets like mama”, la prima composta. Questa canzone mi ha fatto davvero credere che io ce la potessi fare, mi ha fatto credere nelle mie capacità; è sicuramente la mia preferita. Le influenze maggiori son date da Paolo Nutini e Stevie Wonder, i quali sono stati fondamentali per il primo brano, e Ed Sheeran. Parlaci della situazione culturale e musicale in Sardegna. La Sardegna è ricca di cultura e musica, purtroppo le possibilità per chi vuole sfondare nel mondo musicale non son troppe. Ogni cosa della mia terra mi aiuta a trovare ispirazione, fra tradizioni e paesaggi. Spesso quando compongo penso alla musica folk sarda, alle armonie […]

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Teatro

Riapre il Teatro Instabile: la parola a Giancarlo Del Grosso

Riapertura del Teatro Instabile nel cuore di Napoli: la parola a Giancarlo Del Grosso, nipote di Michele Il Teatro Instabile di Napoli riapre, con tutta la sua coltre di storia, aneddoti e vivacità culturale. Questo teatro è uno scrigno che contiene la Napoli più verace, quella intrisa di magia e arte, e tornerà a palpitare nel cuore del centro storico, in memoria del suo fondatore Michele Del Grosso. Abbiamo dato la parola a suo nipote Giancarlo, fautore e attivo promotore della riapertura del teatro, e tra pensieri sparsi, ricordi e progetti, abbiamo intessuto un interessante discorso sulla situazione culturale a Napoli e in Campania. Buongiorno Giancarlo, innanzitutto grazie per la disponibilità. Di te sappiamo che sei il nipote di Michele Del Grosso, fondatore del Teatro Instabile, ma distaccandoci per un attimo da ciò, chi è Giancarlo Del Grosso? Bella domanda, posso prendermi qualche annetto di tempo prima di rispondere? Questa è una domanda difficile, che andrebbe fatta alle persone che mi vogliono bene, sarebbe molto bello poterla rivolgere a mio zio Michele. È difficile non inciampare cercando di rispondere: Giancarlo è un uomo di trentaquattro anni venuto su praticamente da solo, Napoletano con la N maiuscola che ama ed a volte odia la sua città, un timido estroverso, un fragile insensibile, brusco e sincero, tenace al limite della testardaggine, molto vicino al mondo femminile che ama a prescindere dalla sua comprensione, una persona animata dalla passione e dalla curiosità e dalla voglia di sapere. Un gran ignorante in senso strettamente Socratico. Rileggendo questa breve descrizione mi sembra di descrivere mio zio Michele, più passa il tempo e più scopro tante affinità e tanti lati del carattere da lui ereditati e o condizionati. Come e quanto ha influito il teatro e l’arte in generale sulla tua vita e la tua formazione? Dire tantissimo sarebbe poco! Sono cresciuto a pane e cultura. Non passava un giorno che in casa non si vedesse un film di Totò, una commedia di Eduardo o che, con Michele e sua sorella Tina (mia madre), non si accendesse una discussione al limiti della filosofia. In casa c’erano più libri che mobili, con Michele andavo in giro per librerie, monumenti, scavi archeologici, circhi, teatri e cinema! A proposito del cinema, quando andavamo a vedere qualche film restavamo sempre fino all’inizio dello spettacolo successivo anche se lo avevamo appena visto, perché Michele si divertiva ad infrangere le regole ed andare controcorrente. Il 21 ottobre il TIN (Teatro Instabile di Napoli) è stato riaperto. Ti andrebbe di narrarci la storia di questo teatro? Per farlo credo che bisognerebbe scrivere un libro. Il TIN nasce ufficialmente sul finire degli anni 60 (per la precisione nel 1967) a via Martucci, e in quello spazio che brulicava di arte ed artisti sono passati nomi illustri dello spettacolo italiano ed internazionale, e da lì hanno preso nome gli altri teatri instabili. Michele ha voluto poi far evolvere la sua esperienza artistica con il teatro tenda fondendo l’idea di circo e di teatro, ed infine […]

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Cucina & Salute

La pizzetta fritta, scrigno di sapori napoletani

La pizzetta fritta napoletana: non esiste solo la classica pizza, ma anche questa gustosissimo tesoro dello street food amato proprio da tutti. Tutti conosciamo la classica pizza napoletana, vera e propria Mecca dei sapori e dei piaceri presso cui andare in pellegrinaggio sempre e ovunque, e non c’è nulla da aggiungere a qualcosa che sprigiona la propria poesia autonomamente, soltanto al primo morso e al primo contatto con le papille gustative. Nell’Olimpo dello street food, sono però molti gli astri a brillare, molte sono le divinità che rifulgono in tutta la loro lucentezza dorata: frittatine, crocché di patate, fritture miste di mare e di terra, ma anche lei. Sì, lei la pizzetta fritta, da non confondere con la pizza fritta, altro pezzo di storia incastonato nel museo napoletano. C’è quasi  da confondersi in questa specie di tassonomia culinaria, ma il cuore (o lo stomaco) riuscirà sempre a ricondurci alle varie differenze tra le pietanze, per gustarle tutte al meglio e rispettandone l’unicità. Spesso messa in secondo piano rispetto alla più conosciuta e rassicurante pizza napoletana, la pizzetta fritta si ritaglia comunque il suo angolo di autonomia e gloria: assaporata in piedi, tra le viuzze lastricate del centro storico, seduti sulle scale, da soli o in condivisione con chi si ama, la pizzetta fritta è come una perla intrisa di olio, pomodoro e mozzarella. Soltanto in formato più piccolo della classica pizza, e con una cottura diversa. La storia della pizzetta fritta napoletana, chiamata anche “montanara”: da Antonio Valeriani passando per L’Oro di Napoli di Vittorio De Sica. Le pizzette fritte, come tante perle ammucchiate in uno scrigno, fanno davvero gola e si lasciano mangiare prima, ed innanzitutto, con lo sguardo. Chiamata anche “montanara”, la pizzetta fritta si presenta come un succulento e verace disco di impasto di pizza, e ha delle origini davvero antiche: secondo alcuni, comparirebbe in un testo tradizionale di Antonio Valeriani, risalente al 1600, e in cui verrebbe descritta come una pietanza irrinunciabile della domenica, mentre secondo altri sarebbe stata portata a Napoli da forestieri. Non conosciamo la verità, ma sappiamo quando è avvenuta la sua consacrazione: nel film di Vittorio De Sica, L’Oro di Napoli,  la pizzetta fritta è preparata da una verace e sensualissima Sofia Loren, e ciò ha proiettato questo pezzo di street food nell’immaginario collettivo come un fotogramma indelebile. E, a proposito di Sofia Loren, è proprio presso la pizzeria “Donna Sophia”, nel cuore di Via dei Tribunali, che si può gustare un’ottima pizzetta fritta trasudante gusto, amore e tradizioni. Ma perché alcuni chiamano la pizzetta fritta napoletana “montanara”? Questo inusuale nome deriverebbe da una credenza che vede la pizzetta fritta come un’invenzione dei “montanari”, i contadini che vivevano nelle zone montuose e che erano soliti mangiare, durante le pause dalle fatiche quotidiane, panini farciti con pomodoro, basilico e formaggio. La ricetta della pizzetta fritta: come farla in casa e concedersi una cena veloce e sostanziosa! Con l’autunno e l’arrivo dell’inverno, si sa, la pigrizia dilaga, e anche solo affrontare il freddo sferzante per assicurarsi un ricco […]

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Cinema & Serie tv

Animali fantastici 2 – I crimini di Grindelwald: la recensione del film

Animali fantastici 2 – I crimini di Grindelwald sbarca finalmente nei cinema italiani dal 15 novembre 2018: una luce per tutti gli amanti del mondo magico orfani della saga di Harry Potter. Il secondo spin-off della serie cinematografica di Harry Potter, Animali fantastici 2 – I crimini di Grindelwald, è sbarcato in Italia il 15 novembre 2018, due anni dopo l’uscita di Animali fantastici e dove trovarli nel novembre del 2016, portando con sé la magia, il mistero e il sapore di casa di cui tutti gli amanti del mondo magico si sentivano orfani. Chi è cresciuto impiastricciandosi le mani e i pensieri con l’inchiostro della saga di Harry Potter, sa che certe storie ti rimangono appiccicate addosso per tutta una vita come una cicatrice a forma di saetta, e che ti fanno ricordare che sei rimasto con Harry fin proprio alla fine. Chi è cresciuto con Harry, da ragazzino non ha costruito case sugli alberi o rifugi di cuscini e plastica, ma ha edificato il proprio personale rifugio tra quelle pagine piene di magie, Strillettere, mantelli dell’invisibilità, Cioccorane, bacchette di sambuco, creature fantastiche e personaggi dai nomi parlanti e dalle storie sempiterne, e continuerà sempre a cercare quelle pagine anche da adulto, quando gli occhi si saranno fatti meno limpidi e il maghetto di undici anni sembrerà solo un ricordo sbiadito e scomparso dopo un incantesimo Oblivion. Quel maghetto che avrebbero conosciuto tutti i bambini, come profetizzava J.K. Rowling, quel maghetto che ha salvato vite, recuperato infanzie e squarciato adolescenze solitarie e che avevano, come unica scintilla di luce, un Lumos sprigionato da una pagina ingiallita o dallo schermo di un pc nel perimetro di una cameretta. Perché anche nei momenti bui, è importante ricordarsi di accendere la luce, come diceva Albus Silente. Dopo la conclusione dei libri della saga di Harry Potter e della serie cinematografica, una flebile luce si è accesa per tutti gli amanti del mondo magico: una nuova serie di film spin-off ambientati prima delle vicende di Harry e dei suoi amici a Hogwarts (a partire dal 1926 e destinata a ricoprire circa un ventennio) e incentrata sulla figura del magizoologo Newton “Newt” Artemis Fido Scamander, autore del libro (menzionato nei libri di Harry Potter e utilizzato dagli allievi di Hogwarts per studiare le creature magiche) Gli animali fantastici: dove trovarli. Animali fantastici 2 – I crimini di Grindelwald: un rapporto molto più stretto col mondo di Hogwarts, rimandi continui e approfondimenti Newt Scamander e Harry Potter sono due protagonisti apparentemente agli antipodi, eppure con molti più punti in comune di quanto non sembrerebbe ad un primo sguardo veloce. Harry era impulsivo, sanguigno, scisso tra luci e ombre, tra la lingua umana e il serpentese,  reso incosciente dalla giovane età e dalle continue voci che lo laceravano dall’interno e con una certa dose di disprezzo per le regole (non dimentichiamo che era pur sempre figlio di un Malandrino!), mentre Newt, interpretato da un magistrale e camaleontico Eddie Redmayne, ha una psiche molto più delicata, sfumata e rarefatta. Come Harry, […]

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Culturalmente

Pomona, dea romana della frutta: la storia del suo culto e della sua fortuna

Chi è Pomona, l’antica dea romana della frutta? Il nome di Pomona sembra quasi parlare, esprimersi e richiamare la visione di un frutto rubicondo, che rotola via da un banchetto di divinità fino a scivolare tra i comuni mortali. Patrona pomorum, signora dei frutti, Pomona è l’antichissima divinità romana protettrice non solo dei frutti da raccogliere sugli alberi, ma anche delle due coltivazioni simbolo della macchia mediterranea, la vite e l’olivo. Frutti e schiere di viti e olivi argentati sono i gioielli di Pomona, dea che è spesso raffigurata con i frutti e foglie intrecciate tra i capelli come una corona bucolica, mentre Ovidio   la immagina con una falce ben salda nella mano destra. Il poeta Ausonio, invece, la raffigura come fiera protettrice del mese di settembre, quello in cui i frutti giungono a maturazione e in cui l’atmosfera è placida, tersa e non minata dall’eccessiva calura estiva. Patrona di una stagione mitigata, così come mitigato e tiepido è stato il suo culto, secondo le fonti letterarie, filologiche e storiografiche. Per lei non vi è mai stato nessun culto viscerale in grado di toccare l’apice del Pantheon, ma solo piccoli sprazzi di devozione e gratitudine, quasi a richiamare quella stessa devozione verso la natura che fruttifica. Il culto di Pomona: il bosco sacro e il flàmine pomonale. Al culto di Pomona era consacrato un vero e proprio locus amoenus, un bosco frondoso ricco di frescura e spiritualità, chiamato Pomonal, nei pressi dell’odierno Castel Porziano (oggi nei pressi della ventinovesima zona di Roma nell’Agro Romano, all’epoca ubicato a sud del XII miglio della via Ostiense): i suoi adepti, tra il silenzio e la pace di quel bosco mistico, omaggiavano la fertilità del corpo di Pomona che si esprimeva germogliando attraverso ogni gemma e ogni frutto succoso. Al culto della dea Pomona era preposto anche un flàmine. Che cosa era un flàmine? Vi è da premettere che, nella società dell’antica Roma, vi era una fitta gerarchia di istituti religiosi, dal pontefice massimo fino ad altre cariche minori, ognuna con un proprio compito e una specifica utilità, e ognuna di esse era irrinunciabile e necessaria come tanti piccoli ingranaggi di un meccanismo sociale ben oliato e perfettamente funzionante. Vi erano gli aruspici e gli àuguri, il cui compito era quello di interpretare la volontà delle divinità ispezionando le interiora degli animali o scrutando meticolosamente il volo degli uccelli, e poi c’era la figura del flàmine. Come si potrebbe evincere dal nome, (dal latino flamen, cioè accenditore del fuoco sull’ara dei sacrifici), il flàmine era un sacerdote che aveva il compito di prestarsi al culto di una specifica divinità, di cui celebrava la festività e i riti. Per Pomona era previsto un flàmine minore, chiamato flàmine pomonale, che era purtroppo il meno importante di tutti nell’ambito nell’ordo sacerdotum. Non molti altari avranno bruciato per Pomona, e nemmeno molte feste avranno allietato i suoi fedeli, perché non ci sono giunte notizie di Pomonalia, feste in suo onore, né dalle fonti classiche né dai calendari antichi. Il filologo classico tedesco Georg Wissowa , in merito […]

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Recensioni

Fronte del porto di Alessandro Gassman approda al Teatro Bellini

Fronte del porto di Alessandro Gassman approda al Teatro Bellini di Napoli. Fronte del porto, diretto da Alessandro Gassman, approda al Teatro Bellini di Napoli dal 6 al 25 novembre, incastonandosi in una stagione ricca di grandi nomi, spettacoli originali e riscritture di grandi classici. Dopo il successo straordinario di “Qualcuno volò sul nido del cuculo”, Gassman dirige ancora una volta Daniele Russo, in una storia di contaminazioni, riadattamenti e fusione tra cinema e teatro. L’opera, riadattata per il teatro da Enrico Ianniello, ha il proprio impasto originario in una storia dell’americano Budd Schulberg, a sua volta ispirata da un’inchiesta giornalistica su cui si imperniò la sceneggiatura del film di Elia Kazan, chiamato appunto Fronte del porto (On the waterfront), che vinse otto Oscar nel 1954. Un lavoro certosino di scatole cinesi, di matrioske e continui rimandi, che affonda le radici in America e che arriva a toccare le coste di una Napoli di quasi quarant’anni fa, battuta dal vento e dalla miseria. Il porto di Napoli consanguineo del porto di New York, in un legame sotterraneo che attraversa l’oceano e arriva fino al nucleo pulsante e intimo di un’umanità in apnea di giustizia e libertà. L’apnea di un’umanità che si affastella in una selva oscura di capannoni, magazzini, container e grosse navi, in cui l’inferno ha la puzza del sudore dei lavoratori con le mani spellate e il respiro mozzato. Dalla condizione dei lavoratori americani fino al dramma di figure napoletane che sembrano riaffiorare da un bestiario medievale o da un passo biblico, perché l’eccellenza degli attori -Daniele Russo in primis- ha qualcosa di spirituale, disperato e animalesco che colpisce lo spettatore nel nervo più scoperto tra il cuore e l’ombelico. Sì, Fronte del porto approda al Teatro Bellini, e mai verbo fu più indicato, perché la prima sensazione che si prova, confondendosi in platea, è quella di trovarsi esposti al freddo e alla durezza delle banchine di un porto, più che seduti comodamente su poltrone di velluto. E gli effetti scenici e i giochi di luci rendono la scenografia una vera e propria succursale di un porto: onde che increspano il palco, l’orizzonte del mare mattutino, il grigiore dei capannoni per il rimessaggio, i piazzali di cemento. Non manca anche la riproduzione fedele dei vicoli napoletani, delle insenature che si aprono a ogni traversa della città, del perimetro delimitato tra un vascio e un balcone coi panni stesi: tutti gli habitat dove brulica il bestiario sono riprodotti fedelmente, in un connubio tra cinema e teatro che regala, a volte, la curiosa e alienante sensazione di trovarsi di fronte a uno schermo. Fronte del porto, la condizione dei lavoratori del porto della Napoli degli anni Ottanta, vessati e ingoiati da un sistema malavitoso: i personaggi e le dinamiche dello spettacolo Il tocco della regia di Gassman è tangibile e vivido fin dall’inizio, e si ha il conforto di una narrazione lineare, ordinata e coerente: la condizione dei lavoratori del porto della Napoli degli anni ’80 è introdotta dalla storia di Giuseppe Caruso, […]

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Libri

Donato Zoppo e il suo “Il nostro caro Lucio”, un omaggio a Lucio Battisti

9 settembre 1998 – 9 settembre 2018: a vent’anni dalla scomparsa di Lucio Battisti, Hoepli pubblica Il nostro caro Lucio-Storia, canzoni e segreti di un gigante della musica italiana, libro di Donato Zoppo, giornalista e conduttore radiofonico. Leggere Il nostro caro Lucio-Storia, canzoni e segreti di un gigante della musica italiana, è come intrufolarsi piano nelle fessure di una porta che si spalanca su un mondo di provincia emblematica e rurale, quella rietina da cui nacque Lucio, e osservare la genealogia, le radici e la carne di un personaggio che ha tinto la musica italiana col suo caleidoscopio multiforme di tonalità. Leggere questo libro edito da Hoepli, vuol dire affacciarsi in punta di piedi sulla soglia di quell’uscio, e scrutare i retroscena e l’intimità di un personaggio che ha giganteggiato nel panorama della nostra musica leggera dal 1968 al 1998: non c’era mai stata occasione così vivida di esplorare il suo luogo natale, i suoi giardini di marzo e la sua collina dei ciliegi, che hanno preso forma e sono divenute compagne di carta e inchiostro, fino a proiettarsi nelle celeberrime melodie. L’autore, Donato Zoppo, giornalista e conduttore radiofonico, scrive per “Jam” e “Audio Review”, e dal 2007 conduce sulle frequenze di Radio Città BN il programma Rock City Nights; è autore di vari libri su altrettanti giganti della musica, come gli Area di Demetrio Stratos, i King Crimson, la PFM e i Genesis (dimostrando una predilezione per il rock progressivo, infatti ha curato per Cramps “L’Anthologia Progressive”). Un cultore, che ha saputo tratteggiare con maestria e sapienza il profilo di un personaggio dai mille segreti e silenzi. I grandi artisti non nascono solo a Roma o Milano: Lucio Battisti, da Poggio Bustone all’iniziazione con la musica Silenzi, appunto. Quello di Lucio Battisti è un mondo che parte dal silenzio mistico di Poggio Bustone, spazio geografico collocato tra piccoli centri punteggiati nelle campagne e alture che riecheggiano di solitudine. No, i grandi cantanti non nascono soltanto a Milano e Roma: del resto Paolo Conte è di Asti, Modugno è nato a Polignano a Mare, Morandi a Monghidoro, De André bambino è nelle campagne di Revignano D’Asti. Poggio Bustone è nella Piana Reatina, nota anche come Valle Santa: nel 1208 San Francesco fondò quattro santuari proprio lì, di cui uno anche a Poggio. Nel parco del borgo medievale, chiamato “I Giardini di Marzo”, oggi troneggia una statua che raffigura proprio Lucio. Zoppo procede a introdurci nel piccolo retrobottega familiare dell’artista: Battisti nasce il 5 marzo 1943, poco dopo la perdita del primo figlio (anche lui chiamato Lucio) di Alfiero Battisti, agente daziario in un paese di braccianti, e Dea Battisti. Il paesino agricolo di Poggio Bustone è come una ruga sul volto rurale d’Italia, tagliato fuori dalle principali vie di comunicazione, in cui l’orrore del fascismo è sempre presente e strisciante, mitigato però dal reticolo di conoscenze personali. Alfiero aveva avuto rapporti con la Resistenza (vi aveva collaborato segretamente): era stato fascista per prassi e non per viva volontà e adesione […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Bataclan, la mostra fotografica: intervista a Renato Aiello

Bataclan, la mostra fotografica di Renato Aiello dal 2 al 15 ottobre presso il Complesso Monumentale di San Severo al Pendino. Un viaggio, o forse un altare, della memoria. Una mostra intitolata Bataclan non ha bisogno di presentazioni eccessive e orpelli. Si mostra e si rivela tragicamente da sé, solleticando l’abisso dell’orrore e della degenerazione umana. Questa parola, ormai un agglomerato di lettere che rende livide le labbra, dà il titolo alla prima personale fotografica di Renato Aiello, che era, quasi per caso, sul Boulevard Voltaire il 13 novembre 2016, un anno dopo gli attentati terroristici di Parigi. Osservare gli sguardi terrorizzati, le folle e i teatri della tragedia tramite i pixel di uno smartphone ci protegge dall’incubo, ci regala un timore ben protetto dalla cortina della tecnologia, ma trovarsi proiettati nei luoghi dove c’è stata la puzza della morte, del terrore e degli ultimi istanti di vite ignare e spezzate senza un motivo mentre si trovavano ad un concerto, è un vero e proprio bagno nel liquido amniotico di quella paura sorda. Renato Aiello ha osservato le scene di quel lutto assurdo e insensato, e ha restituito quello stesso lutto in una miriade di fotogrammi celati in quel dolore così vero e assurdo. E lì non c’è pixel che tenga. Tanti sono stati i parallelismi, di cronaca e cinematografici, che hanno accompagnato l’allestimento della mostra e che hanno suscitato l’attenzione di Renato Aiello, in particolare la scena dell’orrore al concerto del Bataclan, che ricorda quella delle Nozze Rosse della serie tv Game of Thrones. La musica è filo rosso che lega saldamente i respiri delle vittime al terrore: “Red Devil” al Bataclan e “Le piogge di Castamere” (inno della casa Lannister, che aveva ordito l’inganno) nella serie, melodie dal sapore tetro e quasi tragicamente profetico, un preludio alla morte. In “Game of Thrones”, a cadere sono stati Robb Stark, sua moglie e sua madre, assieme a molti altri giovani, così come nel Bataclan ad essere recisi furono i fiori più promettenti della gioventù europea e non solo, i virgulti che avrebbero germogliato nel mondo di domani. I Lannister mandano i loro saluti agli Stark, ma “il Nord non dimentica”. Chi è che invece manda i suoi saluti al Bataclan e all’Europa? Abbiamo cercato di dare voce a questo, e molto altro, con Renato Aiello. Il Nord non dimentica. E nemmeno l’Europa lo farà. Intervista a Renato Aiello: il Bataclan visto attraverso i suoi occhi 1) Buongiorno Renato, innanzitutto grazie della disponibilità. Iniziamo con la prima domanda, la più banale o forse la più pirandelliana: chi è Renato Aiello e come si definirebbe? Uno, nessuno e centomila. Scherzi a parte, sono un giornalista, addetto stampa e comunicatore a 360° (fotoamatore, videomaker, mi occupo di scrittura critica, narrativa, argomentativa e cronachistica). Mi definisco e sento di essere un grande appassionato d’arte, cinema (aspirante regista e film maker), letteratura e, ovviamente, fotografia, che ho riscoperto e cominciato a studiare più seriamente negli ultimi anni, conservando sempre l’occhio attento e preciso con cui […]

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Musica

Torna “Balconica”, resistenza culturale tutta cilentana

Sabato 6 ottobre, dalle ore 10, torna “Balconica” a Futani nel Cilento. Giunto alla sua quinta edizione, il festival colorerà i balconi delle case di musica, teatro e letteratura. Balconica si conferma come un vero e proprio baluardo di resistenza culturale innovativa nel Cilento. Il balcone, solido spartiacque che divide la sfera intima e domestica da quella pubblica, è il protagonista del festival “Balconica”, che torna il 6 ottobre a Futani e giunge alla sua quinta edizione. Se i borghi cilentani potessero parlare, i balconi sarebbero le sue lingue, impastate di casa, aria domestica, di domenica e di vasi di gerani e di frescura estiva. I balconi, come antri della Sibilla, si schiudono per spalancare al pubblico il mondo verace, genuino e istintivo da essi evocato, un po’ come il mondo rurale richiamato da Pasolini nei suoi “Comizi D’Amore”: la musica si svincola dai luoghi tradizionali, il teatro riemerge e straripa dai palchi per immettersi nel circuito popolare e penetrare nel centro del paese. Come tanti occhi e fessure scavati nella pietra viva del borgo antico di Futani, i balconi diventeranno veri e propri simulacri di arte, istinto e vita, un coro di luci affacciate sul sacro teatro dell’esistenza. “Balconica” ha i tratti di una vera e propria resistenza culturale cilentana, condotta sul filo della ringhiera: ogni pietra, viuzza e vicoletto di Futani è il riflesso di una cultura rurale che si impregna generosamente delle diversità, delle contaminazioni lontane e che riaffiora nello specchio dell’arte e della creatività. Gli artisti, ciascuno appartenente ad ambiti diversi, come musica, teatro e letteratura, si esibiranno affacciati ai vari balconi, creando un caleidoscopio brillante di sinfonie, esperienze e storie multiformi che si intrecceranno nell’atmosfera di Futani, dando vita ad una teatralità ardente e palpitante. Tra loro vi saranno Alessandro e Walter Valletta e Carmine Ruggiero Acoustic Trio, Atomoon, Faderica, Frank Against the Machine, Vibrazione Positiva, e avranno luogo tre spettacoli teatrali: “Giro Tondo”, “Il Carnevale degli Insetti” (con Biancarosa Di Ruocco, Mico Argirò e Letizia Bavuso” e “Legger|mente” (regia di Alessandro Calabrese con Francesca Schiavo Rappo). Sarà  possibile anche visitare  un mercatino con stand di associazioni e prodotti artigianali locali.  Da quest’anno “Balconica” però non rimarrà soltanto sui balconi ma, insieme alla kermesse di eventi “Menevavo Festival” organizzata dal comune di Futani, realizzerà anche picninc sociali, kermesse e laboratori (come quello di cianotipia, condotto dal fotografo Giacomo Fierro). Dopo aver illustrato le generalità del festival e aver provato a richiamarne lo spirito, è doveroso chiamare in causa i suoi volti, dall’organizzazione all’aspetto artistico, dando loro la possibilità di raccontare e di raccontarsi. Abbiamo intervistato i protagonisti di “Balconica”, seguendo quest’ordine: organizzazione (dando la parola Mariagrazia Merola), musica (Walter Di Bello del progetto “Vibrazione Positiva”) e teatro e letteratura (Biancarosa Di Ruocco e Francesca Schiavo Rappo). Buon viaggio tra i balconi del Cilento! Nell’organizzazione di “Balconica”: la parola a Mariagrazia Merola (con la collaborazione di Raffaella Ruocco) 1) Ciao Mariagrazia, grazie per la disponibilità! Innanzitutto, mi piacerebbe iniziare questa chiacchierata con una piccola presentazione. Fingiamo di […]

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