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Eroica Fenice

Recensioni

Clitennestra, Agamennone e Cassandra: Geometrie della Passione al Maschio Angioino

Il cortile del Maschio Angioino, venerdì 14 settembre, è accarezzato da una luna flebile e muta che sembra voler urlare le colpe cucite sulla pelle di donne e uomini appartenenti alla notte dei tempi, colpe e traumi allucinanti intrappolati nel magma della storia e del mito come insetti custoditi nell’ambra. Intorno è buio, come se le spire dell’oscurità facessero calare un manto di velluto sugli occhi degli spettatori. Ma è un attimo, e il velo nero dell’oblio è subito strappato come una tela ingombrante, e le pupille sono libere di posarsi sulla figura di una donna che buca l’oblio, dai piedi nudi e dalla lunga tunica, appena uscita dalle pieghe di un incubo che s’incarna sulla sua stessa pelle rischiarata da quella luna soffocata. Lei è Clitennestra, interpretata da Cinzia Maccagnano. Lei addomestica le tavole del palcoscenico, ci si china, ci si prostra, e spalma la propria figura sinuosa e allucinata sul suolo, rendendo la sua macchina attoriale un corpo vivo e fremente: una tela immacolata dove proiettare fotogrammi di dolore, geometrie rigorose eppure spezzate proprio lì, in un punto di rottura che si annida tra il cuore e il basso ventre, tra lo stomaco e il grembo, dove vi è il gomitolo inestricabile e segreto del suo strazio. Alle spalle di Clitennestra, vi sono un uomo e una donna. Lui possente come la colonna dorica di un tempio, vestito elegantemente, dallo sguardo fiero e dalla lingua muta, lei esile e flessuosa come una sirena, dalla lunga chioma e dagli occhi vispi che inondano il palco di quelle parole che la sua bocca tace: sono Agamennone e Cassandra, interpretati da Aurelio Gatti e Luna Marongiu. Clitennestra,  Cassandra e Agamennone, formano un triangolo che diffonde i suoi spigoli geometrici tra i bastioni del Maschio Angioino e si interseca negli occhi degli spettatori, assorbiti dal monologo viscerale e torrentizio di Clitennestra. Il silenzio viene letteralmente incorporato dai passi di danza di Agamennone e Cassandra, che alle spalle di Clitennestra, continuano a tacere e si accingono in una coreografia serrata: i loro piedi danzanti disegnano schemi di colpa e dolore, rinnovando quella lacerazione che sfilaccia il ventre offeso di Clitennestra. Gli schemi liquidi e preziosi della coreografia sembrano fagocitare il silenzio e calpestarlo con i tacchi, mentre Clitennestra, l’unica a prendere la parola, rovescia sul pubblico il suo soliloquio fluviale, che sgorga dal midollo posto al centro esatto del suo dolore e che pulsa di intimità e viscere contorte. Il monologo di Clitennestra: centro nevralgico del dolore e della colpa Clitennestra si offre al pubblico con la sua nuda voce, dopo aver lacerato ogni velo della geometria e del silenzio: lei ha controllato il raccolto quando suo marito non c’era, lei ha infilzato sui pali le teste dei briganti, lei si è sostituita a lui durante le sue assenze, fino a identificarsi con la sua stessa carne e ad assumere il suo stesso occhio nel guardare il bianco collo delle serve. Clitennestra è la donna che aspetta, colei che trascina il suo bianco […]

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Fun & Tech

Fobie strane ed imbarazzanti: quali sono le più inusuali?

Nell’universo delle fobie strane ed imbarazzanti: non solo ragni e buio Non solo paura degli scarafaggi, del buio, degli scorpioni o dei più mainstream e classici ragni. Oltre al ragno c’è di più, insomma. Il sottobosco delle cosiddette fobie strane non ha limite, è sterminato come la vasta prateria della psiche umana, e si incarna in figure mutevoli e sempre diverse: è abbastanza comune sentir un amico o un parente parlare di fobia dell’acqua, del buio, o addirittura dei piccioni, ma vi sono paure in apparenza inspiegabili e condivise da una piccola minoranza di persone, che si ritrovano spesso a scontrarsi col muro dell’incomunicabilità e addirittura delle prese in giro. Fobie strane, spesso oggetto di prese in giro o condannate a scontrarsi col muro dell’incomunicabilità Nella classifica delle fobie strane, figura in bella vista la tripofobia. Tra le fobie strane, la tripofobia risulta essere molto “popolare” sul web, diversi utenti dichiarano di soffrirne e ne parlano in varie community o gruppi facebook, spalleggiandosi e dandosi consigli per conviverci. Il nome sembra un po’ pop e un po’ psichedelico, fa pensare vagamente a quei trip di acidi che si facevano a Woodstock nel ’69, e in effetti questa fobia è abbastanza social e “lisergica” a primo impatto, dato che ha a che fare con immagini geometriche, bucherellate, colorate e forate. Ma che cos’è la tripofobia? Più precisamente, è la paura irrazionale rivolta verso gruppi di buchi o protuberanze. Chi soffre di tripofobia prova capogiro, brividi e sensazione di ansia alla vista di bolle disposte in gruppo o buchi scavati da insetti, e non ne sopporta nemmeno la vista tramite un display o a distanza di sicurezza. I gruppi di buchi che fissano l’utente, sembrerebbero degli occhi pronti a scrutare il malcapitato con fare minaccioso, oppure prefigurerebbero delle malattie o farebbero immaginare delle forme di vita risiedenti all’interno delle protuberanze. Arance, melograni o fiori maculati, come in una sorta di allucinazione violenta e deforme, provocano nausea, tremore, pelle d’oca e affaticamento degli occhi di coloro che soffrono di questa paura dei buchi, inspiegabile ai più ma invalidante e proibitiva per coloro che la provano sulla propria pelle. Tra le fobie strane, figura anche la fobia del Papa, il mansueto e Francesco temuto ed evitato con solerzia e cura maniacale; la peladofobia, ossia fobia dei calvi (nessun calvo è stato osteggiato e ghettizzato nella stesura di quest’articolo), che si manifesta nella paura di rimanere calvi e di perdere la “potenza” data dai capelli.  Esiste anche il suo rovescio speculare, ossia la chaetofobia, la paura dei capelli propri e altrui, e la pogonofobia, ossia la paura delle barbe lunghe. A questi ultimi fobici è altresì sconsigliata la visione di serie tv come Vikings. Non può mancare, tra le fobie strane, anche l’anginofobia, ossia la paura di deglutire per paura di strozzarsi col cibo. Chi soffre di questa invalidante fobia, considerata strana e non compresa da molti, vive ogni pasto come un vero e proprio calvario, mastica più volte lo stesso boccone ed evita di ordinare […]

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Cucina & Salute

La frittata di maccheroni, il gusto “leggero” dell’estate

La frittata di maccheroni: il gusto “leggero” dell’estate. Che estate sarebbe senza? Ormai è risaputo. La frittata di maccheroni è un po’ come la Nutella, ma in versione balneare: che estate sarebbe senza? Già risuona l’eco della voce di Tony Tammaro, che rievoca perfettamente uno scenario marittimo in cui proprio lei, la somma  frittata di maccheroni, è pomposamente assisa sul trono di regina dell’estate. Immancabile nelle cucine campane (e non solo!), la frittata di maccheroni troneggia in modo tronfio e regale, sancendo in maniera inequivocabile l’inizio della “staggione”. Nonostante non sia un piatto propriamente light e preveda il sacrificio della frittura, pratica proibita tassativamente in estate sia da Studio Aperto che dai gironi infernali di Dante, il fascino della frittata di maccheroni continua ad inebriare i palati da anni, confermandosi come un grande classico estivo. Un po’ come la versione estiva del panettone, ma senza l’inconveniente dell’uvetta. Come preparare una frittata di maccheroni (quasi) perfetta? Ma come preparare una frittata di maccheroni quasi perfetta? Di quelle che brillano non appena sguainate durante i pranzi luculliani in spiaggia, gli spuntini in riva al lago o in fiume o durante i pic-nic in montagna? Il primo ingrediente è la pazienza: tanta pazienza, che renderà il piatto più appetitoso e gradito agli ospiti, pazienza nel friggere ad agosto e nel mettersi ai fornelli nonostante la temperatura bollente. Il secondo ingrediente è ovviamente la pasta, di tutti i formati, anche se si consiglia di utilizzare gli spaghetti: bisogna, innanzitutto, procedere a cuocere gli spaghetti in abbondante acqua salata, e poi lasciarli riposare in un ampio recipiente con un filo d’olio (in alternativa è possibile utilizzare anche spaghetti avanzati, e mamme e nonne gradiranno l’iniziativa, perché così, si sa, la frittata di maccheroni sarà ancora più buona). Bisogna poi procedere a tagliare la mozzarella e la scamorza in piccoli cubetti, grossolanamente, così la pancetta, il salame e, se si desidera, il prosciutto cotto e altri salumi a piacere. Sarà poi il turno delle uova: si consiglia di sbatterle in una ciotola capiente in modo da integrare i formaggi e i salumi precedentemente tagliati, assieme al sale, al pepe e a un po’ di latte per rendere tutto il composto più morbido e cremoso. Ora è il turno dei fornelli: si consiglia di irrorare una capiente padella con abbondante olio, far riscaldare per bene e tuffarvi gli spaghetti precedentemente messi a riposare. Dopo aver fatto sfrigolare e soffriggere per un po’ gli spaghetti con l’olio bollente, versare in padella il composto con le uova, i salumi e i formaggi, fino a coprire il diametro del disco di spaghetti. Coprire con un coperchio e lasciar gonfiare e dorare la nostra frittata, che cuocerà per una decina di minuti o poco più. C’è chi fa cuocere per un po’ e poi aggiunge il formaggio grattugiato, c’è chi invece sceglie di non metterlo, ma l’importante è seguire il proprio gusto ed essere celeri nel girare la frittata prima che si bruci. Dopo averla girata, bisognerà aspettare che cuocia anche […]

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Cucina & Salute

I fiori di zucchina: il gusto emblematico dell’estate

Fiori di zucchina (o fiori di zucca): un dogma culinario Se c’è un dogma imprescindibile, è che i fiori di zucca non possono mancare sulle tavole estive: il loro gusto delicato, leggero e saporito non ha eguali e li rende amatissimi da grandi e piccini. I bambini sono affascinati dalla loro forma sinuosa e delicata, dal loro aspetto da fiori e dai loro colori sgargianti, giallo e arancione vivo, e li mangiano con gusto e piacere, contravvenendo alla regola secondo cui i bambini non amerebbero particolarmente cibarsi dei prodotti dell’orto. Nulla di più sbagliato, perché i fiori di zucchina sono irresistibili e trovare qualcuno a cui non piacciono è difficile quasi come scovare un ago in un pagliaio. Come potrebbe essere il contrario? Versatili più del classico vestitino nero onnipresente in qualsiasi armadio femminile, i fiori di zucca sono il jolly della cucina. Rispondono egregiamente a tutte le esigenze e sono perfetti in ogni versione, sono un grande classico come la Coppa del Nonno mangiata sul lido in riva al mare quando eravamo bambini, e non c’è casa in estate che non contempli l’omaggio floreale preferito dalle donne in questo periodo: il mazzolin di fiori di zucca. I fiori di zucchina: un jolly della cucina. Versatili e gustosi, possono essere declinati in una miriade di ricette diverse   Ci si può completamente sbizzarrire coi fiori di zucca. La prima declinazione dei fiori di zucca che viene in mente, è quella più peccaminosa e goduriosa, quella legata direttamente a qualche tasto del piacere e alle nostre papille gustative: i fiori di zucca fritti e in pastella. La leggenda narri che leggere “fiori di zucca fritti e in pastella” causi riti di esaltazione collettiva, per via della bontà intrinseca del suddetto piatto, nonché una voglia improvvisa di procurarseli e farne una scorpacciata epica. Si può scegliere di prepararli ripieni (generalmente ripieni di mozzarella e acciughe, oppure ricotta e prosciutto cotto), oppure avvolgerli in pastella e friggerli  senza riempirli; saranno comunque ottimi e capaci di stuzzicare e soddisfare praticamente chiunque. Si consiglia di utilizzare, per la frittura, olio di semi (girasole, mais o arachidi) e di realizzare la pastella con farina, acqua fredda e frizzante e un po’ di sale a piacere, scegliendo con sapienza la consistenza ideale per avvolgere i petali dei nostri fiori di zucca, rendendoli croccanti all’esterno e morbidi e fondenti all’interno. I fiori di zucchina sono perfetti anche nei primi piatti, specie quelli a base di pesce: è il periodo perfetto per coccolarsi con un ottimo piatto di trofie al salmone e ai fiori di zucca, oppure con gamberetti e fiori di zucca o con vongole e fiori di zucca. Si sposano con la pasta, specie quella fresca, per via della loro dolcezza, e possono prestarsi anche ad alcune varianti light. Basta farli bollire in abbondante acqua salata e condirli con un po’ di sale e olio a crudo, dopo averli scolati e raffreddati, oppure possono essere cotti in padella con un po’ d’olio, magari abbinati alle zucchine tagliate […]

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Interviste

I Fiori di Mandy e la loro creatura, Carne

Nell’universo dei Fiori Di Mandy, dalle origini al loro disco, Carne Quella de I Fiori Di Mandy è una storia che sa di Sardegna, di terre ancestrali, di sincretismo e radici che si discostano dai luoghi natii per abbracciare la globalità del mondo. La loro è una storia che sa anche di Irlanda, del volto di una ragazza, Mandy, e della sensibilità che porta a dischiudere l’animo al cambiamento, che è l’unica vera costante dell’esistenza. Questa è la loro storia, per aggiungere un altro tassello al dettato della musica italiana emergente, ricco di sfaccettature da esplorare con curiosità. La parola a I Fiori Di Mandy. 1) Buongiorno! Innanzitutto grazie per la disponibilità. Vorrei iniziare con la domanda più banale, o forse più difficile: cosa significa il nome I Fiori di Mandy? Da dove deriva? Sembra molto baudeleriano. 1) Il nome deriva da un’importante conoscenza fatta durante un viaggio a Dublino. Mandy, ragazza particolare, una personalità che colpisce, che lascia il segno. Fu un incontro come tanti altri e come nessuno prima. Il suo carattere rispecchiava esattamente ciò che noi volevamo ricreare in musica, una mancanza di punti fermi, e una sensibilità disposta ai cambiamenti. I fiori non hanno un vero e proprio significato, si tratta solo di una scelta in funzione del suono delle parole e del loro semplice potere evocativo. 2) Quali sono i rapporti con le vostre radici, con la Sardegna? Cosa pensate quando andate con la mente alla vostra terra? Come è la tradizione musicale lì? 2) C’è sicuramente una bella e variegata scena musicale, ci sono differenti realtà di diversi generi, con cui è sempre piacevole confrontarsi. Siamo legati alla Sardegna, senza dubbio la sentiamo “casa” pur consapevoli della grande necessità di doverla lasciare, in un modo o nell’altro. 3) Le vostre maggiori influenze musicali, artistiche, letterarie? 3) Veniamo tutti da differenti influenze musicali, ma ritroviamo in noi dei punti comuni, che si rifanno alla scena underground italiana, ma allo stesso tempo anche la scuola del punk anni settanta. 4) Qual è la storia della vostra creatura, Carne? 4) Carne è un disco che nasce un po’ di tempo fa, le registrazioni son state fatte nel dicembre del 2016, e dal nostro punto di vista appartengono al nostro primo periodo artistico. E’ stato registrato a Sinnai (CA) da Christian Mandas e Mattia Cuccu, amati e fondamentali fonici, che ci hanno permesso di trovare le soluzioni migliori per definire il nostro suono e le nostre idee. Dopo qualche peripezia abbiamo deciso di pubblicare il disco, autoprodotto e indipendente, accompagnato da un’opera di Tonino Mattu, apprezzabile in copertina. Ringraziamo molto Tonino, per averci prestato questa sua bellissima opera, siamo particolarmente felici di questa collaborazione. 5) Progetti futuri? 5) Abbiamo iniziato da poco tempo una campagna crowdfunding su MusicRaiser, per finanziare il nostro tour che avverrà questo inverno. Sarà la nostra prima esperienza fuori dalla Sardegna e faremo circa una decina di tappe nella penisola. Inoltre quest’estate saremo di nuovo in studio, per registrare qualcosa di nuovo, nuovi pezzi, nuovi […]

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Interviste

Nella scena musicale napoletana: intervista ai Babël

Addentrarsi nella scena musicale napoletana vuol dire cogliere diverse sfumature, prestare attenzione a realtà emergenti e allenare l’animo a scorgere la bellezza nei meandri dei vicoli e del cuore pulsante del centro storico di una città multiforme. A farlo sono i Babël, gruppo musicale della scena napoletana, tra torri di Babele, progetti futuri e sogni. Abbiamo scambiato due parole con loro, raccogliendo la loro storia di vita, di scambi e di espressione poliedrica. Nella scena musicale napoletana: intervista ai Babël Grazie per la disponibilità. Mi piacerebbe cominciare con una domanda forse banale ma a tratti difficile: cosa vuol dire il nome del vostro gruppo, Babël? Il nome nasce in seguito a diversi eventi, tra cui la visione dell’ omonimo film di Iñarritu, che tratta il tema della vicinanza e della connessione tra le persone, al di là della distanza e delle barriere linguistiche. Evidenzia, inoltre, l’eventualità dell’esistenza di un invisibile filo che ci collega tutti per chissà quale motivo. Un’altra ragione risiede nel fatto che ognuno di noi proviene da realtà personali e musicali diverse, che però convergono e trovano ragione di essere ed esistere nello sviluppo di un’estetica il più possibile corale nella forma, ma unica nella sostanza e nell’obiettivo comune. Babël, in primo luogo, è un chiaro riferimento alla leggenda della torre di Babele, struttura imponente che fu costruita dagli uomini stessi per avvicinarsi a Dio e in secondo luogo come rappresentazione del caos che ne seguì. Il mito infatti parla proprio di una confusione linguistica vera e propria, di un misto di lingue che permette a ognuno di avere una propria identità. Non a caso, i nostri testi sono spesso in diverse lingue, proprio per rendere concreto il nostro concetto. Come è nato il vostro gruppo? Il nucleo dei Babël, ha origine dalle ceneri di un vecchio progetto in cui figuravano Andrea e Luigi, rispettivamente chitarrista/compositore e voce/paroliere. Babël ha quindi ereditati vecchi inediti riarrangiati in seguito, grazie a Luca (batteria e percussioni) e Gabriele (bassista/producer). L’attuale formazione, prevede anche Daniele, il nostro manager e responsabile della Comunicazione. Cosa ne pensate della realtà musicale napoletana? E quanto ha influito Napoli sul vostro sound? Parlare di una sola realtà musicale a Napoli è sbagliato e riduttivo, in quanto questa città sta vivendo una forte attenzione mediatica ed un ricambio generazionale sotto qualsiasi aspetto. D’altronde, la realtà musicale napoletana è estremamente complessa. Per quanto ci riguarda, non consideriamo minimamente l’aspetto “neomelodico” del termine e di ciò che può essere considerato il “lato oscuro” di Partenope. La musica oltre che essere intrattenimento è anche una forma d’espressione, ma vi è l’impressione che in alcuni ambienti si presti attenzione solo alla seconda, dalla serie “Suoni se porti gente e se fai guadagnare il locale”, spesso non avendo nemmeno un compenso, o percependone uno assolutamente minimo. Dal canto nostro, ci siamo sempre allontanati da questi personaggi e da chi c’è dietro. Di contro, ammiriamo e siamo estremamente affascinati da tutti i nostri colleghi “emergenti” e dalle varie organizzazioni musicali, in primis il […]

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Food

L’hamburger di Simmental protagonista da ‘Zzambù sul lungomare di Napoli

Martedì 3 luglio, alla pizzeria ‘Zzambù sul lungomare di Napoli, si è tenuta la presentazione dell’hamburger di Simmental creato da Trippicella Martedì 3 luglio, alla pizzeria ‘Zzambù, in un’incantevole cornice bagnata dal tramonto sul lungomare di Napoli, si è tenuto un evento food davvero particolare che ha visto un protagonista insolito e interessante. Il protagonista della serata è stato un sapiente connubio tutto da gustare: la Pizzeria Burgeria ‘Zzambù e la carne Simmental si sono incontrate a metà strada in una miscela innovativa e che porta la firma di Antonio Di Sieno, patron della macelleria Trippicella nonché istituzione della carne di qualità. La parola Simmental evoca nella cultura pop, quasi come in una sorta di equazione o di logica consequenziale, l’immagine liofilizzata di un particolare tipo di carne in scatola, e non suscita certo immediate e spontanee reazioni di acquolina in bocca o di curiosità verace nelle menti dell’affamata clientela. E invece no, vi stupirete nello scoprire che la Simmental è una razza di bovino proveniente dalla valle Simme in Svizzera, e che l’hamburger di Simmental ideato da Antonio Di Sieno è stato creato con ben otto tagli anatomici di tre razze di animali. Di Sieno ha illustrato le sue associazioni scientifiche, quasi alchemiche, al pubblico presente da ‘Zzambù, e ha narrato la storia di un viaggio che affonda le sue radici nel pascolo degli animali in Svizzera e che arriva direttamente sul piatto del lungomare di Napoli, fumante e succoso. L’hamburger di Simmental ideato dal macellaio è composto in maniera molto precisa e quasi chirurgica da quattro tagli coscia della Simmental, dalla pancia della manzetta prussiana e dal lardo affumicato di maiale nero: ovviamente la maggior percentuale, circa un 75%, è composta dai tagli della Simmental, ed è tutto bilanciato in modo da modellare un hamburger che sia degno di chiamarsi tale e che rispetti determinati criteri organolettici e di composizione. L’hamburger ideale non deve assolutamente restringersi in cottura, preservare al suo interno liquidi e succhi e non sfaldarsi sulla piastra; l’armonia e l’equilibrio tra le parti diverse delle tre razze animali adoperate è fondamentale, e conferisce all’hamburger di Simmental delle specificità che lo rendono particolare nel gusto. La stampa è stata condotta in un Menù Degustazione a base di carne di Simmental, dalle polpettine fino ad arrivare al famoso hamburger, passando per la tagliata Di Sieno ha spiegato alla stampa che la razza di Simmental fornisce una carne matura, produce latte nel corso dell’esistenza e viene poi accompagnata dolcemente verso la fine della vita, in modo naturale. Non vi è assolutamente traccia di allevamento intensivo, e la sua carne, sottoposta alle apposite pratiche post macellazione, ha un gusto e una qualità inusuali e superiori. La stampa ha avuto modo di continuare la perlustrazione nel mondo della Simmental con una sorta di viaggio iniziatico tra i sapori della carne, in un Menù Degustazione tutto a base di carne di Simmental. Di Sieno ha voluto mostrare le varie consistenze della carne al pubblico neofita di questa tipologia di carne, offrendo […]

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Recensioni

Peppe Lanzetta e Pasquale De Cristofaro, “Sotto il Vesuvio niente” al Napoli Teatro Festival

Sotto il Vesuvio niente di Peppe Lanzetta e Pasquale De Cristofaro: un bestiario napoletano   Un bestiario napoletano, un magma di creature che si affastellano come formiche e che si muovono vorticosamente tra il sole e la lava del Vesuvio: “Sotto il Vesuvio niente” è una storia di mosaici, di tessere che danzano tra il fuoco e la salsedine e che urlano e sussurrano ai passanti, e agli spettatori, la loro storia. Storia comune per gente speciale, avrebbe detto Fabrizio De André, e quella delle creature del Vesuvio è una storia maledettamente e scandalosamente comune, normale nelle sue sfumature e speciale nei suoi risvolti che sanno di sangue e di morte. Il bestiario che si apre a ventaglio sotto il Vesuvio vede sfilare un caleidoscopio di tipi umani, uno zoo che si agita dietro le sbarre dello sguardo degli spettatori, che osservano il contorcersi animalesco delle figure del sottosuolo napoletano. Come bestie sgorgate dalla lava e dalla cenere, i personaggi del catalogo del Vesuvio si offrono alla platea: le lacrime napulitane vengono sublimate dalla voce dei menestrelli e dei cantori, che urlano a gran voce il loro dolore e la loro voglia di rivalsa, con il ritmo ancestrale e primitivo di percussioni che sanno di altri tempi e altre epoche. Peppe Lanzetta e Pasquale De Cristofaro, tra teatro, danza e canto La voce possente e straziante delle cantate napoletane scandisce lo spettacolo come un mantra ossessivo, che commuove punti dell’animo che il pubblico non ricordava di possedere: è leitmotiv dello spettacolo progetto di Peppe Lanzetta e Pasquale De Cristofaro, e come un filo rosso guida gli spettatori tra marinai, mandolini, vulcani dalle bocche fumanti e personaggi che urlano al pubblico la propria colpa e il proprio legittimo diritto di redenzione. I personaggi di “Sotto il Vesuvio niente”, la colpa se la portano addosso come un odore, come un peccato originale o un tatuaggio sotto gli strati dell’epidermide: le donne del bestiario del Vesuvio, nate dal mare come Veneri botticelliane, ma nate non da una conchiglia, ma dal tufo e dalla lava, donne napoletane sante e sgualdrine in cerca di un battesimo di redenzione. Le donne del bestiario vesuviano vogliono tutto, vogliono estrarre l’inverno dall’inferno, il sole dai vicoli bui e fitti, la schiuma dalle onde e la tempesta dal mare, sono sante e sono cristalline, e sembra che tra le loro cosce si annidi il segreto della vita e dei secoli. Accanto a loro, sfilano i femminielli, figure androgine e fluide, che stemperano l’emozione e la commozione piazzando qua e là, come fiori dalle spine pungenti, le loro battute a sfondo sessuale, i loro doppi sensi e giochi di parole, strappando al pubblico risate amare come l’aria che si respira nei vicoli certi giorni di agosto. Le baby gang irrompono sul palco: c’è posto anche per loro, in un bestiario vorticoso e incessante, e coi loro pugnali inscenano una danza scandita dalle urla degli adulti che usano aggettivi come “irrecuperabili” e che vestono di negazione il loro destino. Per le baby gang non esiste recupero, […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Paola Fiorentino, “I colori dell’anima” alla Fondazione Vico

Paola Fiorentino, chef e non solo! Giovedì 7 giugno, nella suggestiva ed eterna cornice del centro storico di Napoli, si è parlato di colori dell’anima. Lì, dove San Gregorio Armeno incrocia San Biagio dei Librai, in un abbraccio fatto di viuzze, pietruzze e odori intrecciati sapientemente,  sorge la sede napoletana della Fondazione Giambattista Vico, Complesso Monumentale costituito dalle chiese di San Gennaro all’Olmo e di San Biagio Maggiore. L’atmosfera sacra e mistica ha accarezzato i marmi e i ricami dei luoghi spirituali, e ha accolto le delicate e vivaci sfumature dell’anima di Paola Fiorentino, che, vestita di un rosso energico e positivo e con un sorriso dipinto sul volto, ha guidato il pubblico in un viaggio nei meandri della sua anima. L’anima di Paola Fiorentino è un’anima poliedrica, complessa e vivacemente inquieta, poiché sono tanti gli interessi che prendono corpo e forma nella girandola delle sue passioni: donna di carne e sangue, artista figlia di Positano, chef d’eccellenza di matrice mediterranea, maestra di formaggi ONAF, sommelier a Bordeaux e AIS, sciabolatrice a Reims, avvocato e imprenditrice di successo. Tutte le sfumature dell’anima di Paola Fiorentino si miscelano e si confondono come colori di una tavolozza, colori che gocciolano e si diluiscono l’uno nell’altro, creando un caleidoscopio di tonalità che si completano, senza che l’una cancelli o escluda l’altra. Paola Fiorentino è una artista poliedrica Coltivare le proprie passioni è il vero sale della vita, dare loro spazio è la ricetta per neutralizzare qualsiasi tipo di negatività e trovare il proprio baricentro in un’epoca mordi e fuggi, fatta di gigabyte, pixel, social network e umanità liquida. E se si provasse a instaurare un vero contatto umano, qualcosa di tangibile da toccare con mano e da sentire nelle corde dell’anima? Paola Fiorentino ha provato a farlo partendo dai fili dorati della propria anima, la parte più pura e libera da ogni preconcetto, la parte che corre selvaggiamente nella libertà del nostro essere e che ci spinge ad esprimere adeguatamente il nostro Io più recondito e autentico. Paola Fiorentino ha spiegato al pubblico la storia delle sue opere, della sua “natura viva”, fatta di limoni profumati della Costiera, di alici di Cetara che respirano sott’acqua con il loro piccolo ventre traslucido, di fuochi d’artificio folkloristici e scintillanti, che si riflettono sul pelo dell’acqua durante le feste dei santi a Positano. E, soprattutto, di colori. Colori pieni, campiture decise e forti, tonalità che trascendono la sfumatura e si rivelano in tutta la loro pienezza cromatica e sensistica: osservare le tonalità, ben miscelate e diluite, di Paola Fiorentino, è una terapia rilassante, e viene naturale immaginarle affisse al muro di una camera da letto, magari di una stanzetta per bambini. I piccoli occhi dei bimbi amano osservare i colori, i contorni netti e decisi, magari dopo aver fatto un incubo. Il potere cromatico e illuminante dei colori, può rilassare e rendere placida anche un’anima adulta, magari dopo una delusione, una brutta notizia e una giornata difficile. Paola Fiorentino, e la giornalista Teresa Lucianelli, hanno ricordato […]

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Recensioni

Bagarìa di Francesco Rivieccio al TRAM per la penultima serata

Bagarìa di e con Francesco Rivieccio è andato in scena al TRAM il 26 maggio, per la penultima serata del Trentatram Festival Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus. Bagarìa è un soprannome nudo. Nudo, scarnificato e colmo al tempo stesso, pienezza e vacuità in un solo respiro. Il suo significato non si può toccare, sentire tra le dita, ma si può assaporare nella sua assoluta libertà di interpretazione. Bagarìa è il soprannome che emerge da un fondale nero, come un abisso sgorgato direttamente dal buco nero che tutti noi ci portiamo dentro. E proprio da quel buco nero che affiora, come da una palude allucinata, la figura di Francesco Rivieccio, autore e unico attore del monologo, con regia di Vittorio Passaro, suo compagno di traversata nel suo folle volo oltre le colonne d’Ercole e della canoscenza. Oltrepassare i limina dei confini della vita corporea è un leitmotiv frequentissimo, e per affermarlo non serve scomodare la Commedia dantesca, né tentare di inerpicarsi in confronti e parallelismi che svilirebbero l’essenza piena di uno spettacolo che non si pone come riscrittura del divino poema, ma anzi, il viaggio ultraterreno è solo uno dei tanti ingredienti mescolati in quel calderone che porta il nome di Bagarìa. Un pentolone che vede agitarsi in modo convulso tanti ingredienti e sapori diversi, e che alla fine si svelano nelle loro fragranze uniche e peculiari. Bagarìa: la leggerezza, la malinconia, la profondità e le riflessioni di Francesco Rivieccio Bagarìa è un nudo nome, un calderone di gusti differenti: è il soprannome di un ex architetto napoletano di sessantadue anni, incarnato da Francesco Rivieccio, che in seguito a un fallimento, si trova a fare il barbone e vivere per strada, tra le scarpe rosicchiate dai topi, le carte di giornale e i cocci di bottiglia. Dopo la sua morte, tra l’indifferenza generale e per strada, Bagarìa si sdoppia, tra il corpo, esanime e ucciso dal freddo, riverso sul marciapiede, e la sua anima, che assume l’età a lui più cara, i ventitré anni. L’opera è un confronto, serrato e tratti lirico e dolcissimo, tra l’involucro terreno di Bagarìa, avvolto nella sua coperta che funge da sudario, e la sua anima giovane e ventitreenne: ci si aspetterebbe di provare angoscia violenta e opprimente finitudine, per via della materia trattata, ma a dispetto dell’orrido cominciamento, i toni si elevano in una visionaria leggerezza venata di malinconia sognante, a tratti clownesca e circense. Osservare Francesco Rivieccio che volteggia sul palco, fa pensare a dei versi di Aldo Palazzeschi: Chi sono?/ Il saltimbanco dell’anima mia. Anima, saltimbanco. Sono due parole che si stagliano come pietre sulla coscienza, ma che diventeranno leggere come granellini di sabbia impigliati tra le dita. Il Bagarìa di Rivieccio è un saltimbanco, l’acrobata della sua stessa anima, un artista circense e camaleontico che passa in rassegna il racconto della sua vita a cominciare dalla fine, tenendosi in equilibrio sui ricordi e le memorie più intime: il matrimonio di Bagarìa, la scoperta della sua omosessualità, gli anni universitari con gli amici, il fallimento, la bancarotta, […]

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Recensioni

3SOME di Tommaso Fermariello al Tram: storia di un menage à trois

3SOME di Tommaso Fermariello al TRAM il 18 maggio: fenomenologia di un menage à trois Questa è la storia di un menage à trois particolare, dai contorni vacillanti e dall’erotismo ambiguo e strisciante. 3SOME è la storia di una triangolazione erotica ed eretica, eretica perché inserisce tra i suoi protagonisti un’entità dall’odore malsano, nauseabondo e disperato, il cancro, e ciò porta ad uno strappo eretico e quasi scandaloso nella classica fenomenologia amorosa. La malattia è uno dei lati del triangolo erotico, ed entra in punta di piedi sul palco del TRAM il 18 maggio, incarnata nelle fattezze di una ragazza minuta, vestita di nero, cinica e dalla voce stridula e disturbante. 3SOME, di Tommaso Fermariello, regia di Martina Testa, e interpretato dallo stesso Tommaso Fermariello, Gianluca Bozzale e Sofia Pauly, è la fenomenologia pop di una malattia che si insinua tra le pieghe di un rapporto amoroso, facendolo avvizzire e rosicchiandolo dall’interno, come un tarlo che svuota progressivamente la vita e restituisce i due involucri vuoti degli innamorati protagonisti dello spettacolo. Pier, appassionato di libri e aspirante scrittore, allampanato, goffo, impacciato e alla ricerca della sua luce, e Diego, youtuber esuberante, dalla forte carica sensuale e dal carisma disarmante, sono una coppia innamorata. Pier e Diego sono affiatati, stanno per andare a vivere insieme e coltivano una quotidianità fatta di progetti e abitudini di coppia. Pier, ossessionato dalla paura delle malattie e del dolore, si ritrova faccia a faccia col suo terrore più grande: Diego, il suo compagno di vita, ha un cancro al cervello. La malattia comincia a strisciare pian piano nelle fessure e negli spiragli della coppia già dalla prima visita di Diego al pronto soccorso, presso cui si reca dopo uno svenimento: la malattia è una ragazza mora, “nera che non si vedeva da una vita intera, nera che porta via, nera che picchia forte, che butta già le porte”, come direbbe un certo De André; è nera, è livida, è cinica, ma è pop. Sì, la morte è cinica e strisciante, ma, nel suo turbinio di nero e di voragine, riesce a creare colori con la sua vocetta stridula, con il suo modo di porsi esuberante e vivace, con le sue battute goffamente macabre e il suo incedere svampito e drammatico. 3SOME: la Morte prende vita e si insinua nel rapporto di coppia “Sono io la morte, e porto corona. E son di tutti voi, signora e padrona”: Branduardi aveva organizzato una sorta di danza macabra, con la Morte a dettare le regoli del ballo e i passi da seguire. La ragazza nera, cinica e svampita, detta le regole del menage à trois: attrae Diego nelle sue spire, come una farfalla attirata dalla luce bruciante della lampada, secondo un gioco di equilibrio precario, in cui Pier rimane sempre ai margini, mai del tutto coinvolto nella fisicità del rapporto erotico tra Diego e la ragazza. Diego, fagocitato dall’influenza della ragazza nera, è restio a curarsi, a seguire un ciclo di chemioterapia, e getta sul tavolo da gioco […]

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Interviste

Intervista all’attore dei video di Liberato, Adam Jendoubi

Adam Jendoubi, abbiamo fatto due chiacchiere con lui sul fenomeno Liberato e su i suoi progetti futuri.  Cade ‘ngopp”o golf’ ‘na stella/ Chiove ‘ngopp’a Procida/ E tu t’e scurdat’ ‘e me/ Guarda ‘e fuoche abbascio Furcell’/ Chiove ‘ngopp’a Nisida/ E tu t’e scurdat’ ‘e me… Una Napoli malinconica, mistica e un po’ barocca. Rovine, tramonti violacei e amori sfumati come la linea labile che trema all’orizzonte del mare. Un golfo che profuma di stelle e nostalgia, l’acqua  porta a riva salsedine e rimpianto. Scogli, onde, sprazzi di ricordi e memorie. Gli occhi profondi di un ragazzo, che scrutano l’orizzonte con espressività e profondità. Sono gli occhi di Adam Jendoubi, il protagonista di tre dei video di Liberato: Tu T’e Scurdat’ ‘e Me, IntoStreet e Je Te Voglio Bene Assaje. I suoi lineamenti così particolari, lo sguardo lucido e misterioso e l’espressività che ricorda i quadri degli scugnizzi di Vincenzo Gemito, hanno stampato Adam Jendoubi nella memoria degli ascoltatori e spettatori dei video di Liberato: Adam è la rappresentazione della gioventù verace, istintiva e libera, il ragazzo che vive il suo amore sullo sfondo di Marechiaro e Mergellina, che sfreccia per il grande corpo di Partenope col suo motorino, che ama in quel modo puro e senza riserve che crea una stretta allo stomaco anche agli adulti più disincantati, che forse hanno dimenticato le emozioni più violente dei primi amori, quando anche solo un bacio rubato alla ragazza amata o una delusione, bastavano a toglierti il sonno e a farti rigirare tutta la notte tra le coperte, guardando il soffitto con gli occhi sbarrati. Adam Jendoubi è riuscito, col suo corpo e  l’espressività autentica del suo viso, a dare una fisicità tangibile ai video di Liberato, a diventare simbolo inconsapevole dell’istintività e della bellezza giovanile, quella che ti porta a legare l’intimità del vissuto con la scenografia eterna di un teatro a cielo aperto come il grande corpo di Napoli. Abbiamo incontrato Adam Jendoubi, per ascoltare la sua storia. Ci si presenta: alto, sorriso luminoso, gentilezza ed educazione esemplari, simpatia e risate. Abbiamo trascorso un bel pomeriggio in sua compagnia, ascoltando la sua storia nel centro storico di Napoli, tra l’arte e la bellezza della città, e ne è scaturita  una piacevole e interessante chiacchierata. Adam Jendoubi si racconta a Eroica Fenice Ciao Adam! Grazie di essere qui con noi! Innanzitutto, parlaci un po’ di te. Chi sei, cosa fai nella tua vita, quali sono le tue passioni. Sono nato a Forcella, ho quasi 18 anni, li compio tra un mese. Mi è sempre piaciuto recitare, ma ho sempre saputo della difficoltà dell’entrare in questo campo: nonostante ciò, ci ho sempre provato e ho sempre puntato al massimo. Per fortuna il regista Francesco Lettieri mi ha notato e mi ha permesso di fare questi tre video per Liberato. Come ti ha notato Lettieri? Parlaci dell’inizio della tua avventura con i video di Liberato. Direi che è stato per puro caso: Lettieri aveva contattato due miei amici, che sarebbero quei due gemelli […]

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Recensioni

La Capinera di Rosy Bonfiglio al TRAM

La Capinera di Rosy Bonfiglio è al TRAM per la terza serata del TrentaTram Festival. Buio. Una figura femminile avanza sul palcoscenico, offrendosi al pubblico come in una cerimonia iniziatica. Il suo corpo è vestito di fogli di carta, intrisi di parole smorzate e di inchiostro nero come il volo sinistro degli uccelli, predetto da qualche oracolo tra i monti della Grecia. La figura femminile mastica e contiene il vuoto delle sue stesse viscere, è una baccante che flette il suo corpo come un ramo sconquassato dai venti, è l’Arianna che si dimena sulla spiaggia di Nasso, tra la battigia e le conchiglie, è l’Edipo, femminile e virile al tempo stesso, che accarezza la sua colpa come una bestia da addomesticare. È la lupa di Verga, dall’ombelico fremente, è l’alito dei monti boschivi della Grecia ed è la salsedine cocente della Sicilia, è l’androgino che non ha sessualità ma che contiene tutte le sensualità possibili. È la Capinera, delicatissimo uccello che si abbevera di carta e inchiostro, la Capinera che ha esalato l’ultimo respiro non per fame o per sete, ma per qualcosa di ignoto e più grande del suo corpicino. Rosy Bonfiglio è la Capinera, al TRAM il 12 maggio Rosy Bonfiglio porta in scena al TRAM, il 12 maggio, la sua Capinera di aria e di inchiostro. Figlia della Sicilia, donna di carne, di battito e di polvere, conterranea di Verga, Pirandello e Rosa Balistreri, dopo aver studiato all’Accademia Nazionale D’Arte Drammatica di Silvio D’Amico e aver maturato esperienze con Luca Ronconi e Gabriele Lavia, decide di approdare alla sua prima esperienza autoriale. Sceglie di partire dalla fisicità e dalla carnosità della terra e del linguaggio di Verga, da una delle sue opere forse più sofferte e imbevute di Sicilia, grecità e femminilità: Storia di una Capinera. Sceglie di farsi Capinera, di prestare il suo corpo al piumaggio e alle ali di un uccello rinchiuso tra le sbarre di una gabbietta, e di condurre il pubblico in una catàbasi, in una discesa verso l’Ade della follia più autentica. Rosy Bonfiglio, come un Enea nell’Oltretomba, prende per mano il pubblico e sussurra con voce docile ed iniziatica, il famoso incipit dell’opera verghiana, narrando della piccola capinera trovata stecchita nella sua gabbietta: è l’inizio della storia di Maria, diciannovenne orfana di madre, rinchiusa in un convento a Catania dall’età di sette anni e destinata a diventare monaca di clausura. Per via di un’epidemia di colera, Maria ha la possibilità di trascorrere un periodo a Monte Ilice, presso la casa di suo padre, assieme a quella donna che ha difficoltà a chiamare “madre” (la seconda moglie di suo padre) e ai suoi fratellastri Giuditta e Gigi. Proprio a Monte Ilice, comincia un lungo scambio epistolare con Marianna, confidente, amica ed educanda come lei, e Rosy Bonfiglio sceglie di vestire la sua Capinera di quelle stesse lettere del romanzo epistolare di Verga, senza stravolgerle ma facendo soltanto un lavoro di fino, da abile cesellatrice capace di restituire il succo più delizioso e aspro di quelle […]

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“6 maggio 1938”: Guglielmo Lipari dà il via il Festival Trentatram al TRAM di Napoli

Al via il Trentatram Festival 2018, con 6 maggio 1938 di Guglielmo Lipari, liberamente ispirato a “Una giornata particolare” di Costanzo, Maccari e Scola Buio.  Sprazzi di luce arancione di fiamme che ribollono, forse in un’altra dimensione. Poi ancora buio. E infine tavola, fornelli, letto, piatti, libri, lenzuola, bucato, biancheria, brocche d’acqua e bottiglie di vino, affastellati come in un formicaio scenografico brulicante di correlativi oggettivi. Ogni oggetto è un correlativo oggettivo, è un feticcio, ogni singolo piatto, cuscino o lenzuola è una proiezione del corpo fascista che riverbera sulla carnalità della donna, disumanizzata, diserotizzata e relegata a puro mammifero dalle finalità di procreazione. Con questo imbuto scenografico di oggetti, riversati al cospetto del pubblico nella loro pienezza vorticosa, e con l’immagine di una donna che riaffiora dal buio, inizia 6  Maggio 1938, con Anna Rapoli e Marco Abate, drammaturgia e regia di Guglielmo Lipari, 28 anni, di formazione cinematografica (come dal regista affermato nel corso della serata) e proveniente da Cava de’ Tirreni. 6 maggio 1938 è lo spettacolo inaugurale del Trentatram Festival, alla sua prima edizione: il festival è iniziato giovedì 10 maggio e si concluderà il 27. La peculiarità del festival è quella di ospitare compagnie teatrali formate da attori e registi con meno di trent’anni. Saranno undici le compagnie a prendere parte alla rassegna, selezionate tra le più promettenti e interessanti del panorama nazionale; saranno giudicate da una giuria, composta da due gruppi: il gruppo degli Analitici, formato da addetti ai lavori, critici e operatori teatrali, e il gruppo dei Visionari, ossia di appassionati, studenti e amatori del teatro. Verrà proclamato un unico vincitore a cui andranno tre giorni di messa in scena presso il teatro TRAM nel corso della stagione 2018/2019. “6 maggio 1938” di Guglielmo Lipari: nell’universo dello spettacolo Entrare nel ventre, nello stomaco dello spettacolo non è assolutamente semplice: è essenziale approcciarsi a 6 maggio 1938 con uno sguardo libero e cristallino, con la mente ridotta a mo’ di tabula rasa nel dimenticare, volontariamente, il film a cui lo spettacolo è liberamente ispirato, ossia “Una giornata particolare”, o almeno provare a mitigarne il ricordo. Giudicare e recensire lo spettacolo seguendo la linea di confronto con il proprio antecedente cinematografico, sarebbe un’operazione sterile e infruttuosa: meglio provare ad addentrarsi nella pancia di questo piccolo spettacolo, esplorandone luci e ombre. Roma, 6 maggio 1938: Luciana, (interpretata da Anna Rapoli) si trova nel proprio altare domestico, eretto per lei da  marito, virile padrone fascista che muove i fili della vita di sua moglie, come un burattinaio intriso di sacro orgoglio romano. L’altare domestico in cui è relegata Luciana, quasi come una Didone nella propria roccaforte cartaginese, è composto da oggetti feticcio che, ammassati sulla scena come tanti ciottoli di una spiaggi abbandonata, le ricordano la propria sterilità emotiva e bulimia sentimentale. Il 6 maggio 1938 è il giorno della storica visita del grande alleato tedesco, Adolf Hitler, giunto in Italia per visitare Mussolini e accolto dallo strepito entusiasta di uomini, donne e bambini, tra cui il marito e […]

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Interviste

Elogio del vuoto: intervista a Sergio Bertolino degli Enjoy The Void

Godersi il vuoto, Enjoy The Void. Accarezzare il vuoto e addomesticarlo, senza temerlo. Ogni slancio creativo nasce da un vuoto, da un buco ben piantato sulla bocca dello stomaco e l’arte è da sempre il modo migliore per anestetizzare le fessure dell’animo, conviverci più o meno placidamente e superarle. Lo sa bene Sergio Bertolino degli Enjoy the Void, gruppo alternative rock con base in provincia di Salerno, nel Cilento. Dalla Calabria fino a Manchester, passando per il non luogo che è posizionato nel centro del vuoto di ciascuno di noi, Sergio ci ha raccontato la storia avvincente di questo gruppo, le sue sfaccettature e i suoi riflessi, portandoci ad esplorarli in tutta la loro pienezza: è un viaggio dal respiro universale, che parla un linguaggio comune a chiunque abbia mai provato a sublimare i propri grovigli per mezzo dell’arte. Intervista a Sergio Bertolino degli Enjoy the Void: il vuoto come condizione necessaria per cercare incessantemente l’arte 1) Buongiorno Sergio, grazie per aver accettato il nostro invito. Innanzitutto, chi sono gli Enjoy the Void? Come lo spiegheresti a un tuo amico se foste seduti davanti a un caffè? E perché questo nome? Buongiorno, grazie a voi per l’invito. Enjoy the Void è un gruppo alternative rock con base a Sapri. Comincia come progetto solista: ho scritto ed arrangiato personalmente tutte le canzoni. La BAM! (bottega artistico-musicale) di Sapri mi ha proposto d’inciderle nel loro studio; poi con i musicisti coinvolti nella registrazione dell’album si è creato un gran feeling musicale e un’amicizia da cui è venuta fuori l’idea di formare una band. Il nostro sound attuale combina strutture pop-rock e influenze disparate: elettronica, blues, jazz, psichedelia, hip hop, funky, ecc. Per quanto la nostra proposta musicale sia eclettica, variegata, c’è una coerenza di fondo, sia a livello sonoro che testuale. Scrivo i testi in inglese, perché son cresciuto con la musica anglofona; mi viene naturale farlo. Trattiamo tematiche complesse, molte delle quali hanno a che vedere con la dimensione interiore… Pensieri, paure, emozioni, desideri in cui certi tipi di sensibilità possono facilmente riconoscersi. Il nome Enjoy the Void (Goditi il Vuoto) nasce dal pensiero seguente: credo che una vita senza slanci, desideri sia impossibile, oltre che inutile. Il desiderio scaturisce sempre da una mancanza, da un vuoto appunto. Bisogna apprezzare, godersi il vuoto, conviverci positivamente (benché sempre in un’ottica di superamento) in quanto rappresenta il presupposto creativo senza il quale non ricercheremmo né realizzeremmo alcunché. 2) Hai vissuto a Manchester. La musica inglese ha sfornato il meglio: Beatles, Led Zeppelin, Pink Floyd, The Who, Cream, Genesis, Queen, Bowie, The Clash, The Animals, Jethro Tull, fino ad arrivare agli Smiths, Editors, The Cure, Kasabian. La domanda sulle influenze è un po’ banale, ne sono consapevole, ma credo che mi tocchi proprio chiedertelo. Cosa hai carpito maggiormente da una città come Manchester e com’è stato viverci? In senso musicale Manchester è fantastica. Ha una storia pazzesca, avendo sfornato band come Smiths, Stone Roses, Joy Division, Oasis, Chemical Brothers e tante altre. La musica […]

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Cronaca locale

Pasqualino Esposito, da testimonial a Seiano a ospite alla mostra di Venezia

Pasqualino Esposito e le sue nuove avventure: testimonial al Grand Hotel Angiolieri di Seiano fino alla Mostra Cinematografica di Venezia Lui si chiama Pasqualino Esposito, vive a Casavatore vicino Napoli ed ha una simpatia travolgente ed una purezza d’animo, ed è appassionato di cinema, di arte, ama guardare film e incontrare i suoi idoli in carne ed ossa. Pasqualino è affetto da osteogenesi imperfetta, detta anche malattia delle ossa di vetro: la sua malattia gli porta grave fragilità alle ossa, malformazione degli arti, difficoltà respiratorie a causa della gabbia toracica malformata e gli è quindi essenziale l’aiuto della ventilazione meccanica. Il cinema è la stella polare della sua quotidianità, la sua scappatoia ed isola felice, e questa passione lo ha portato a divenire una stella del sorriso che ha incontrato stelle in carne ed ossa: i suoi idoli cinematografici. Pasqualino può infatti vantare tantissimi incontri con svariate stelle del cinema, attori di fiction e nomi di spicco della scena nostrana e internazionale, nonché la partecipazione a numerosi eventi e festival. Il suo festival preferito è La Festa del Cinema di Roma, a cui ha partecipato due volte: ha anche instaurato un forte legame con il direttore Antonia Monda e con Valeria Allegritti. La passione può salvare una vita e renderla degna di essere vissuta, può dare respiro e leggerezza alla sofferenza, e Pasqualino ci affida un grande messaggio: la realtà non è quella che si vede. Ci eravamo già occupati di Pasqualino, per narrare la sua storia e la sua travolgente passione per il cinema. Ci sono delle novità, perché Pasqualino ha dei nuovi progetti in cantiere e che si aggiungono al racconto della sua storia: è stato chiamato a fare da testimonial, col suo sorriso, al Grand Hotel Angiolieri di Seiano ed è stato invitato dal direttore Alberto Barbera in persona alla Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia, per coronare ulteriormente la sua smodata passione per il cinema. Due chiacchiere con Pasqualino Esposito, tra cinema, nuovi progetti e desideri Ciao Pasqualino, ti andrebbe di raccontarci della tua esperienza come testimonial al Grand Hotel Angiolieri di Seiano? Come è iniziata quest’avventura e come sei diventato il volto di questo hotel? Quest’esperienza è nata tramite i social network. La proprietaria del Grand Hotel Angiolieri mi ha contattato su Facebook, abbiamo molti amici in comune. Abbiamo fatto una bellissima chiacchierata e lei mi ha chiesto se mi andasse di prendere parte a quest’esperienza, e quindi sono stato testimonial di questa bellissima location, che io consiglio a tutti di andare a visitare almeno una volta, anche per un week end. Ti andrebbe di raccontarci anche della tua prossima avventura a Venezia? Per quanto riguarda l’esperienza della Mostra d’arte Cinematografica di Venezia, è nata sempre tramite i social network, Qualche tempo ho pubblicato su Facebook un post, un amico ha letto il mio post e, notando la mia passione per il cinema e per i festival, mi ha chiesto se mi andasse di partecipare alla mostra di Venezia, dal momento che si occupa dell’organizzazione. Io […]

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Recensioni

Dentro i secondi: Antonello Cossia e le sue storie al TRAM

Dentro i secondi: racconti di sport e di vita Dentro i secondi è una storia di respiri smorzati, di valori umani e di commozione, quella genuina e pura che ti investe a tradimento, facendoti ricordare quanto siano rare e preziose le persone che scelgono di vivere questa vita in punti di piedi. Dentro i secondi è una storia di equilibrismo e quasi di funambolismo, di protagonisti che hanno scelto di abdicare allo stesso ruolo di protagonisti e volteggiare in punta di piedi sull’equilibrio della vita e dello sport: Dentro i secondi sono le voci che salgono dalla macchina turbinosa dello sport e la rinfrescano col loro candore quasi infantile, il candore e la bontà dei gregari che scelsero di lottare per dare consistenza e materia ai sogni altrui: Dentro i secondi sono le storie dei secondi, quelle tenute sempre in soffitta e mai riesumate, di coloro che rimasero sempre nel gradino  basso nel podio, accecati dal fulgore dei primi, e che scelsero di sorridere nonostante quella luce così intensa. E che non era la loro luce. Lodetti, Corrieri e Milano, Ellis: storie di secondi che aiutarono i primi a diventare primi Dentro i secondi è storie di luce, di luce dei primi che hanno sfavillato nel corso della storia dello sport, riempiendo le colonne dei giornali e occupando gli schermi delle case degli italiani. Ma quella luce non sarebbe stata così sfavillante senza il sapiente e intelligente lavoro sotterraneo dei secondi, che, nell’ombra e nella polvere, decisero di aiutare i primi a realizzare i loro sogni: dietro una grande luce ci sono sempre particelle di sacrificio e di respiri sincopati che rimangono nell’ombra, ed è proprio di questi respiri segreti che è intessuto lo spettacolo Dentro i secondi- storie di sport e protagonisti nell’ombra, diretto e interpretato da Antonello Cossia  e in scena al Teatro TRAM di Port’alba dal 12 al 15 aprile 2018. Antonello Cossia, sullo sfondo nero della piccola sala e vestito solo della sua plasticità e del suo volto cangiante, si è fatto tela per allestire i respiri segreti di tutti i secondi che hanno costellato la storia, al grido di battaglia di: “Dentro i secondi!”, come se ci fosse un plotone di esecuzione immaginario con tutti i secondi dello sport, pronti a ricevere quell’applauso scrosciante che in vita forse gli fu negato o non gli venne elargito con l’attenzione necessaria. L’applauso di rito, negli anni dedicato ai Coppi, ai Bartali, ai Rivera e ai Muhammad Alì della storia, il 12 aprile (sera della prima dello spettacolo) è stato tutto per i secondi, tratteggiati nella loro trionfale fisionomia di gregari; Cossia ha cominciato raccontando al pubblico del TRAM la storia di Giovanni Corrieri, tracciandone un profilo che ricorda quasi i personaggi di una novella di Verga: siciliano, classe 1920, riccioluto e cattolico quanto basta, ligio, votato al dovere, infaticabile e disciplinato, una perfetta ombra aderente al corpo del suo capitano. Corrieri è stato il gregario più fedele e devoto di Gino Bartali, quel Bartali  toscanaccio di ferro e brontolone, dal fisico calcareo che non aveva bisogno di sonno per […]

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