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E pensare che c’era il pensiero: i testi di Giorgio Gaber

«E voi credete ancora che contino le idee? Ma quali idee?» recita Giorgio Gaber rassegnato all’interno del suo monologo intitolato “Mi fa male il mondo”, presente nell’album “E pensare che c’era il pesiero” realizzato a cavallo tra il 1995 e il 1996. Questa frase racchiude la stanchezza di un uomo che analizza con fare critico la società di quel tempo e le sue complesse dinamiche e ne esce rassegnato, a causa della totale assenza di pensiero, che è proprio uno dei temi più dibattuti dal cantautore. Se si da una breve scorsatina alle sue canzoni, possiamo capire quanto l’intellettuale Gaber nei suoi testi, definisca il pensiero impegnato come l’unico mezzo per rivoluzionare davvero il mondo, un pensiero però, che si distacchi dalla vecchia morale e che non sia dettato dalle influenze della società di massa.

Giorgio Gaber nei suoi testi e monologhi evidenzia la sempre più imperante pigrizia della mente dell’uomo, dovuta a un problema di fondo che è caratterizzato dallo stato dell’individuo che perde la propria individualità e che inoltre non riconosce la condizione che sta vivendo perché assopito dalla massa, definita dall’artista come un’entità inesistente. Difatti, uno degli argomenti principali trattati dall’intellettuale dissidente Giorgio Gaber nel teatro-canzone, genere da lui inventato, è la contrapposizione tra la massa e l’individuo. L’uomo che è il punto centrale delle sue opere, viene analizzato dal punto di vista sociale e psicologico e nei suoi mutamenti di fronte ai rapidi cambiamenti della società consumistica della fine del ‘900.

Alla ricerca dell’uomo nei testi di Giorgio Gaber

Se queste analisi le paracadutassimo nei tempi nostri, potrebbero sembrare ancora attuali e proprio per questo Gaber viene definito, oltre che cantautore e intellettuale, anche profeta: infatti se si ascoltano bene le sue canzoni e i suoi monologhi, si comprende che molte delle tematiche da lui toccate, sono ancora vive e vegete.
Per quanto concerne la sua discografia, mi viene difficile elencare tutti i successi di Giorgio Gaber, perché le fasi della sua vita artistica e musicale sono state molteplici: ricordiamo il Gaber degli anni ’60 che è costantemente in televisione in famosi programmi di musica leggera, e dove canta i suoi allora più famosi successi come Geneviève, Non arrossire, Le strade di notte, Le nostre serate, La ballata del Cerutti, canzoni queste che in quegli anni riscuotono molto successo.

Successivamente già con le canzoni Come è bella la città, La chiesa si rinnova ed altre, Gaber inizia ad intraprendere la strada verso le canzoni più impegnate. Negli anni ’70 lascia definitivamente l’ambiente televisivo e trova la sua dimensione nel teatro ed è in questo periodo che nasce il teatro-canzone, un genere musicale di cui è egli stesso il padre e che era costituito da monologhi e canzoni. In questa fase cruciale, l’artista intraprende un sodalizio artistico, che continuerà fino alla fine, con Sandro Luporini con il quale scrive innumerevoli testi cosiddetti impegnati. Tra questi ricordiamo Dialogo fra un impegnato e un non so del 1972-1973, Far finta di essere sani del 1973-1974 e tanti altri ancora. E’ interessante notare che in questa fase artistica di Gaber i testi crescono in complessità.

Sono passati quindici anni da quando Gaber ci ha lasciati e si sente la mancanza di una figura che è capace di carpire in profondità i problemi dell’uomo e della società contemporanea trasformandoli in monologhi e canzoni, in una realtà in cui sembra che nessuna figura sia più capace di distinguersi dall’uguale e di risvegliare le menti dall’assopimento mentale.

Fonte Wikipedia: Pubblico dominio, https://it.wikipedia.org/w/index.php?curid=2029012

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A proposito di Lucia Maritato

Studentessa in Lettere Moderne alla Federico II, con una grande passione per la lettura di impegno, il teatro ed il cinema d'autore. Attenta osservatrice di tutto ciò che mi circonda ma di poche parole, motivo per cui utilizzo la scrittura come principale forma di espressione.

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