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Eroica Fenice

Inaugurazione Artecinema

Artecinema: l’arte contemporanea parte al San Carlo

È nella magnifica atmosfera di uno dei teatri lirici più prestigiosi al mondo, il Teatro San Carlo, che è stata inaugurata – giovedì 11 ottobre – la 23esima edizione di Artecinema. Ecco cosa abbiamo visto. 

Artecinema, il Festival Internazionale di Film sull’Arte contemporanea  a cura della gallerista Laura Trisorio, è ormai da tempo un appuntamento imperdibile per napoletani e non solo.

Cinefili e appassionati d’arte di tutt’Italia arrivano a Napoli in questo periodo per una rassegna di film che – proiettati in lingua originale con traduzione simultanea – non si limitano ad essere classici documentari ma – come riporta Vincenzo Trione nell’ultimo numero de La lettura utilizzando un termine coniato dal critico d’arte Carlo Ludovico Ragghianti –  aspirano piuttosto ad essere «critofim». Pellicole, cioè, in cui il regista diventa critico e romanziere e che – sebbene abbiano come modello di riferimento il saggio letterario – sono capaci di far entrare lo spettatore nel processo artistico con mezzi cinematografici, con «parole-concetto» e con «parole-azione».

Il programma di Artecinema 

Artecinema

La locandina della 23esima edizione di Artecinema

35 sono i film-saggi che saranno proiettati ad accesso gratuito presso il Teatro Augusteo per Artecinema dal 12 al 14 ottobre, ma il festival sarà arricchito anche da workshop e dibattiti in altre sedi: dai carceri di Nisida e Secondigliano alle scuole superiori di Anacapri e all’Accademia di Belle Arti dell’Università Suor Orsola Benicancasa.

Il programma completo è consultabile qui e tanti sarebbero gli eventi da non perdere: come Frida Kahlo, Diego Rivera, une passion dévorante (di Catherine Aventurier, Francia, 2017),  Maurizio Cattelan: Be Right Back (di Maura Axelrod, USA, 2016) o ancora Renato Mambor (di Gianna Mazzini, Italia, 2017).

Intanto all’inaugurazione, nella cornice del San Carlo, di ciò che significa Artecinema  sono stati forniti due esempi per cui vale la pena spendere qualche parola.

All’inaugurazione di Artecinema 

Soundings 2018-Lucia Romualdi & Francesco De Gregori (di Paolo Pittoni e Lucia Romualdi )

Il primo, un cortometraggio diretto da Paolo Pittoni e Lucia Romualdi, è un adattamento dell’istallazione presentata prima allo Studio Trisorio di Napoli (nel 2014) e poi al Maxxi di Roma (nel 2016).

L’opera è nata dall’incontro dell’artista con Francesco De Gregori che ha rivisto la canzone Cardiologia in vista di un dialogo con le creazioni di Lucia Romualdi, con le sue “partiture di luce” e con i suoi suoni di meccanica analogica, quelli dei proiettori Kodak in movimento continuo che ricordano il rumore del mare.

Ciò che si vuole restituire è dunque l’idea del viaggio, il concetto di lontananza, ma anche di comunicazione e rapporto tra due codici linguistici – quello della musica e quello dell’arte – apparentemente lontani ma compenetrabili. Del resto, il termine inglese “soundings” – scelto per il titolo –  ha un doppio significato: al plurale “fondali” e “misurazione del mare”; al singolare “cassa armonica” e “sonorità”.

Basquiat: Rage to Riches (di David Shulman) 

Bansquiat per Artecinema

Jean Michel Bansquiat

Ci sposta, invece, dall’altro lato dell’oceano, nella febbricitante New York degli anni 70-80, con Basquiat: Rage to Riches. Il film, diretto dal regista David Shulman, ripercorre la vita di Jean-Michel Basquiat, writer e pittore statunitense, tra i più importanti esponenti – insieme a Keith Haring – del graffitismo americano.

Shulman nel presentare la sua pellicola al pubblico del San Carlo ha affermato: «Ho visto tutto quello che si poteva vedere su Basquiat e mi sono accorto che c’erano delle cose palesemente assenti. Mancava un’attenzione precisa alla sua opera, alle sue lotte, alla sua famiglia e anche al suo rapporto con Andy Wharol».  Elementi che sono invece tutti presenti in Basquiat: Rage to Riches e che ci restituiscono il ritratto di un artista a 360°.

Dall’infanzia semplice al Park Slope (quartiere a nord ovest di Brooklyn) insieme alle due sorelle minori e alla madre che lo portava spesso in giro per musei, a quella meno felice del divorzio dei genitori e dell’incidente automobilistico in cui viene coinvolto. Incidente che gli causerà diversi giorni di degenza al King’s County ma anche un primo interesse per gli elementi anatomici presenti in tutta la sua opera e scoperti grazie a Gray’s Anatomy di Henry Gray, testo di anatomia regalatogli dalla madre per renderlo consapevole del suo corpo e delle ferite che aveva riportato.

Il regista insiste sulle consapevolezze di Jean-Michel Basquiat anche quando non era ancora Basquiat, ma “soloSAMO©, acronimo di SamOld Shit”  (“solita vecchia merda”) con cui insieme al writer Al Diaz firmerà alcune scritte (e domande a risposta multipla) colpendo tutta la la downtown newyorkese per la propria irriverenza e leggera profondità. Dal 1978 al 1980 SAMO© si sparge tra i quartieri di SoHo e TriBeCa quasi come una religione, come un’alternativa a Dio di cui però, ben presto, il suo stesso messia annuncerà la fine.

Quando Jean-Michel annuncia che “SAMO is dead” inizia, così, il suo percorso artistico indipendente. Un percorso che lo porterà dall’essere costretto ad utilizzare vecchie porte di edifici abbandonati al posto delle troppo costose tele ad organizzare feste a base di champagne, caviale e cocaina ma soprattutto ad entrare nella “Factory” del re della Pop art Andy Warhol.

I due si conoscono nel 1978, quando Jean-Michel felicissimo gli riuscirà a vendere un paio delle sue cartoline per una manciata di dollari, ma stringono realmente amicizia solo nel 1983. È all’inizio degli anni 80 che Basquiat ha già oltrepassato i confini della Grande Mela con alcune retrospettive di successo ed è nel 1984 che è pronto a lavorare con il suo vecchio idolo.

Con Warhol esegue oltre cento quadri nei quali è riconoscibile l’apporto di entrambi ma – come ben sottolinea David Shulman nel documentario– non si tratterà di una collaborazione pacifica tra due artisti ma di una ben più articolata competizione tra due generazioni: classe 1928 Andy, classe 1960 Jean-Michel.

La competizione, vissuta in maniera creativa da “padre” e “figlio”, verrà presentata eloquentemente già dal manifesto della loro mostra (un ritratto in cui due artisti vengono dipinti come protagonisti di un incontro di boxe) ma schiaccerà il più giovane. Una critica comparsa sul New York Times definirà Basquiat “la mascotte di Warhol” e questo fatto – unito all’eccesso nell’uso delle droghe e alla sua progressiva tossicodipendenza da eroina che Warhol non riesce ad arrestare, porta Jean-Michel a richiudersi sempre di più nei suoi “paradisi artificiali”, non rivolgendo mai più la parola all’amico.

Il film restituisce così allo spettatore le paure del suo ultimo periodo: l’incubo di dover essere sempre considerato – con latente e manifesto razzismo – sempre e solo come un artista nero, la dicotomia tra il desiderio di successo e l’odio per la mercificazione delle sue opere e la tossicodipendenza, aggravata dal dolore per la perdita dello stesso Warhol (morto nel 1987 in seguito ad un’operazione malriuscita). Vani saranno i tentativi di disintossicazione: Jean-Michel Bansquiat morirà, per overdose di eroina, a soli a ventisette anni