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Eroica Fenice

Caravaggio

Caravaggio parla napoletano

Un uomo fugge, è febbricitante e spaventato a morte. Più volte condannato e più volte imprigionato. Assassinato, il suo cadavere viene ritrovato vicino ad una spiaggia al nord di Roma, al pari di Pasolini, sembrerebbe. Si tratta di un noto pittore morto a trentanove anni: Michelangelo Merisi, conosciuto solo come il Caravaggio.

Ripercorriamo gli ultimi anni della sua breve ma straordinaria ed unica vita.

Siamo a Campo Marzio, è una fresca serata di maggio del 1606. Un gruppo di giovani sta giocando a pallacorda, tra questi c’è anche il pittore. Ha una fisicità robusta, capelli neri e occhi scuri come la pece. Le sue mani sono callose e ruvide. È una testa calda, filo-francese, ed ha molti nemici nel suo ambiente, ma anche amici potenti come il cardinal del Monte. A pallacorda, quella sera, gioca anche un altro giovane, si chiama Ranuccio Tommasoni: è alto, magro e biondo. È un filo-spagnolo ed ha una passione per le donne e per le carte. I due giovani hanno qualcosa che li lega l’uno all’altro: una donna, Fillide Melandroni. Una ragazza conosciuta in tutta Roma. Il gioco si fa duro, il risentimento e la gelosia spingono Ranuccio a far fallo nel gioco al suo rivale in amore. Volano insulti e scoppia la rissa. Michelangelo ha la peggio, prende allora un coltello dallo stivale e colpisce a morte Tommasoni. La fa grossa questa volta, i suoi protettori non possono salvarlo da una condanna alla decapitazione. Deve darsi alla fuga e anche in fretta.

La permanenza in città non è più possibile, si sente braccato e chiede aiuto al principe Filippo I Colonna che lo ospita nei suoi feudi laziali e poi copre la sua fuga per Napoli.

Caravaggio trova un’accoglienza calorosa nell’ambiente artistico napoletano, anche la nobiltà locale è ansiosa di acquistare prestigio attraverso il possesso di un’opera di Michelangelo Merisi.

È il 6 ottobre del 1606, fa ancora molto caldo a Napoli quando sette nobili di una età compresa tra i venti e i trent’anni chiedono a Caravaggio di realizzare la pala d’altare del Pio Monte della Misericordia. Una sua opera avrebbe di sicuro dato lustro alla casata dei suoi membri e prestigio all’Istituzione sorta nel 1601.

Michelangelo, per la realizzazione dell’opera, viene pagato 400 ducati. Ha soldi in tasca per vivere e nuovi protettori, ma il suo sonno è disturbato dagli incubi. Lavora incessantemente alla tela: Le Sette opere della Misericordia. L’opera s’inquadra nello spirito controriformistico, in opposizione alla dottrina protestante, in quanto ricorda l’importanza delle buone azioni per la salvezza dell’anima.

L’artista combina insieme i soggetti della Madonna della Misericordia e quelli delle sette opere della misericordia corporale in modo originale, non considerando le prescrizioni dello statuto del Pio Monte; come un buon regista gioca con le luci e con le ombre, con la realtà, con i personaggi che sembrano usciti da un presepio napoletano. L’opera è un autentico concentrato di genio e sregolatezza: un successo. Nell’ambiente artistico non si fa altro che parlare di lui, c’è già chi lo prende a modello; Tommaso de’ Franchis gli commissiona La Flagellazione di Cristo ispirata a quella di Sebastiano del Piombo in San Pietro in Montorio a Roma.

Caravaggio, dalle tenebre alla luce

Caravaggio stupisce ancora. Nel giugno del 1607, otto mesi dopo il suo arrivo, lascia Napoli per recarsi a Malta, strategico avamposto militare sotto il controllo dei cavalieri di san Giovanni. Quali sono i motivi di questo nuovo trasferimento? Diventare Cavaliere di Malta? Gli incubi lo perseguitano o è la legge a perseguitarlo? Una cosa è certa, Merisi, a luglio del 1607, sbarca a Malta. Ancora una volta aiutato dai Colonna. Il periodo maltese e la sua produzione artistica è un’altra storia. Dopo meno di un anno ha nuovi problemi con la giustizia, è di nuovo in fuga prima per la Sicilia e poi di nuovo per Napoli, dove gli viene commissionato il Martirio di Sant’Orsola da Marcantonio Doria. La tela da Napoli, nel maggio del 1610, viene spedita a Genova al suo committente. La storia del dipinto segue varie peripezie ma infine torna a Napoli, oggi collezione Intesa san Paolo.

È da considerarsi, forse, l’ ultima opera di Michelangelo Merisi.

L’episodio raffigurato deriva dalla Legenda Aurea di Jacopo da Varagine. Attila, il re unno, invaghitosi di Orsola ma da lei rifiutato, la uccide con una freccia del suo arco.
Il volto che sporge dalle spalle della santa è l’autoritratto dell’autore.

Caravaggio è inquieto. Dorme poco e male nel suo letto, forse è malato o forse sono i demoni che lo tengono sveglio. Confonde i sogni con la realtà. Ha ricevuto una lettera da Roma, è di un potente. Lo invita a tornare. Lui non desidera altro. I suoi nemici lo tengono d’occhio, prende la sua roba e arrotola qualche tela da portare con sè. La sua arte, ancora una volta, è il suo lasciapassare per la libertà.

Si mette in viaggio, è febbricitante e spaventato. Il suo cadavere viene ritrovato su una spiaggia. E la sua morte è tuttora piena di enigmi e di circostanze avvolte, inesorabilmente, dal mistero.