Figli di Nettuno al Complesso di San Domenico Maggiore

Figli di nettuno

Figli di Nettuno (e il mare che bagna Napoli), la performance art site specific di Mauro Maurizio Palumbo, in scena al Complesso Monumentale di San Domenico Maggiore di Napoli.

Nello straordinario spazio riccamente affrescato della Sala del Capitolo del Complesso Monumentale di San Domenico Maggiore di Napoli, si è svolta venerdì, 26 maggio, la performance art site specific Figli di Nettuno (e il mare che bagna Napoli), ideata dal performer partenopeo Mauro Maurizio Palumbo.

L’evento  (ad ingresso libero e gratuito), promosso dal Comune di Napoli – Ufficio Cultura Centro storico e dal Complesso di San Domenico Maggiore, è stato proposto con la finalità di sensibilizzare il pubblico alla salvaguardia del mare, far conoscere storie, leggende e aneddoti, che hanno arricchito il patrimonio culturale immateriale della città e  far riflettere sulla condizione umana e la sua precarietà.

La recensione

Ad affiancare sulla scena il poliedrico artista Mauro Maurizio Palumbo, un cast di talentuosissimi e giovani artisti: la pittrice Kong Qing Ping, il soprano drammatico Ilaria Tucci, l’attrice e drammaturga Martina Zaccaro, la coreografa e docente di tecnica classica  Maria Lucarelli, e il cantante Kevin Catone.

La leggenda di Cola Pesce: fonte di ispirazione della Performance

La performance art site specific, eseguita live dai sei artisti, trae spunto dalla figura leggendaria di Cola Pesce, ragazzo napoletano dalle incredibili abilità natatorie che, in seguito a una maledizione da parte della madre, finì per tramutarsi in uomo-pesce, ispirando poeti e filosofi. 

Di questo personaggio ha scritto, tra gli altri, Benedetto Croce in Storie e leggende napoletane, in cui fa riferimento al collegamento con la confraternita segreta de “E figli ‘e Nittuno”, il cui scopo era sottrarre al mare ricchezze e tesori conservati nelle grotte partenopee. 

A Cola Pesce, pure Raffaele Viviani dedicò una poesia e, pare, che anche i famosi Pescatorielli di Vincenzo Gemito fossero ispirati ai figli di Nettuno. 

Figli di Nettuno che, per assonanza e non solo, diventeranno figli di Nessuno, abbandonati e adottati dal mare, che diventa perciò padre e madre, offrendo loro aiuto e protezione. 

Figli di Nettuno o Figli di Nessuno? 

Nel corso della performance si comprende che il riferimento ai “Figli di Nettuno” è anche un pretesto per dar voce  a quei “Figli di Nessuno” che ogni giorno annegano nel Mare Nostrum: donne e uomini che scappano dalle proprie terre con la speranza di trovare un’alternativa al loro triste destino e che in mare, spesso, troppo spesso, trovano la morte.

Figli di Nettuno.

Figli di nessuno.

‘O mare.

L’acqua che è vita. 

L’acqua che accide.

Te ‘nfonne, te cresce, t’affoga.

Nun truove senso. Consenso.

Nun truove ‘a ciorta.

Te trova essa, ‘a morte.

(dal testo di Martina Zaccaro)

Il mare: il fil rouge della performance

«Nell’immaginario collettivo — spiega Mauro Maurizio Palumbo — il mare è segno e simbolo di libertà, è il luogo dove ritrovare pensieri e parole. A volte determina confini, altre volte diventa rifugio. Un mare, che diventa madre e padre cullando chi decide di farsi adottare da lui.
I figli di Nettuno, siano noi, nati dalle acque e ritornati alle acque. Un bisogno primordiale ma talvolta anche esigenza o forse unica salvezza. Riflettere ed emozionarsi per poter fare la propria parte, ognuno come può, se vuole».

È il  mare l’elemento che conferisce unità ai diversi momenti di danza, narrazione e canto che si alternano e talvolta si sovrappongono nel corso dell’azione performativa: il mare, blu come l’abito della danzatrice Maria Lucarelli che con le sue eleganti e sinuose coreografie ne richiama il moto ondoso; la voce del mare con i suoni delle sirene ammaliatrici evocati dal  bel canto di Ilaria Tucci e Kevin Catone; un mare di emozioni, quelle suscitate dall’interpretazione dell’attrice Martina Zaccaro (del testo drammatico, da lei stessa scritto) e  dalla sequenza delle suggestive  azioni eseguite da Palumbo, da solo e poi in coppia con l’artista Kong Qing Ping.

Azioni che vogliono essere momenti riflessivi che culminano in un momento finale drammatico: un’armoniosa composizione di corpi vibranti, che rimanda ai suggestivi tableaux vivants caravaggeschi, in contrasto con i fantocci di carta, accartocciati sul pavimento.

Tra il pubblico anche Pietro Vuolo, della Delegazione regionale Salerno e Costiera Amalfitana dell’Associazione Marevivo, che a fine spettacolo si è complimentato con l’artista per l’emozionante messa in scena e l’importante tema del  progetto artistico. «Di mare se ne parla tanto — afferma Vuolo — nei convegni, sui media, ma voi siete riusciti a farci vivere il mare e ad ascoltare la sua voce! Grazie!»

Clicca qui per il video 

Fonte immagine: In evidenza (Ufficio Stampa); altre foto (archivio personale Martina Coppola)

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A proposito di Martina Coppola

Appassionata fin da piccola di arte e cultura; le ritiene tuttora essenziali per la sua formazione personale e professionale, oltre che l'unica strada percorribile per salvare la società dall'individualismo e dall'omologazione.

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