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Eroica Fenice

Monsù, l'arte culinaria tra tradizione e innovazione

Monsù, l’arte culinaria tra tradizione e innovazione

Nella suggestiva cornice di Vico San Domenico Maggiore 1, uno dei vicoli che più caratterizzano la bellezza del centro storico napoletano, a due passi dal Cristo Velato e da Napoli Sotterranea, è stata inaugurata una nuova realtà dai tratti fortemente partenopei: Monsù, locale che vede le sue fondamenta nella sinergia lavorativa di Marco Funeroli e Ferdinando Vesi.

Monsù, o Monzù, è un espressione dalle origini ottocentesche, indicava il cuoco capace di cucinare prelibatezze anche partendo da ingredienti poveri.

Da quei cuochi generati sotto il regno di Ferdinando IV e la sua consorte Maria Carolina, come ci racconta pure l’esperto di cose napoletane Amedeo Colella,  si sono messe le profonde radici della tradizione culinaria napoletana e siciliana.


In occasione dell’apertura, abbiamo fatto qualche domanda a Marco Funeroli, sul progetto e sui suoi obiettivi:

Aprire un ristorante nella città e nel paese del buon cibo porta sempre con sé una sfida, secondo te Monsù cosa ha di diverso, o di speciale, da altre realtà?

Oltre la cucina, c’è un progetto, un’idea. 
Un riscoprire la capacità dei napoletani, e non solo, di essere ancora Monsù, di prendere ricette straniere, o comunque generate da incontri, e farne uscire qualcosa di nuovo. Tutta la cucina napoletana, anche quella delle nostre zie e nonne, ha origine da questa tradizione, perché qualcuno ci si è messo e ha generato una vera e propria rivoluzione culinaria. Monsù, da sola, non ha nulla di diverso o speciale, è il suo spirito, la sua volontà a promuovere una realtà per far si che altri ci puntino, a renderla quel che è. 

Ogni festa, ogni inaugurazione, porta sempre con sé una forma di augurio. Il tuo più personale per questo nascente Monsù?

Che quello che sento, che le mie percezioni su questo progetto vadano avanti, senza troppi ostacoli.

Se l’incontro con la cucina francese, in passato, ha generato capolavori gastronomici come il ragù, il patè, i souffle o il gateau, non si può far altro che appoggiare e sperare che un avvenire di contaminazioni e scontro di sapori e idee possa generare qualcos’altro di buono da vedere e da mangiare.

In ogni caso, buon appetito.