Si accendono i riflettori su Sant’Antonio Abate, comune della città metropolitana di Napoli situato alle pendici dei Monti Lattari. A partire da oggi, 16 gennaio 2026, prende il via la 48^ edizione della Sagra della Porchetta. L’evento animerà il paese in due momenti distinti: dal 16 al 19 gennaio e successivamente dal 22 al 25 gennaio. Non si tratta di una semplice fiera gastronomica, bensì di un vero e proprio rito collettivo che celebra l’identità profonda del territorio, intrecciando la devozione al Santo Patrono con l’eccellenza dei prodotti locali.
La cittadina e la sua storia
Sebbene Sant’Antonio Abate sia un comune giovane dal punto di vista amministrativo (divenne autonomo da Lettere solo nel 1925), le sue radici affondano in un passato antico. Il territorio, reso fertilissimo dalla sua posizione strategica nell’Agro Nocerino-Sarnese, è stato abitato sin dall’epoca romana e osca.
Il nome stesso del paese deriva dall’antica chiesetta dedicata a Sant’Antonio Abate, il monaco eremita egiziano considerato il fondatore del monachesimo cristiano. Nella tradizione popolare, il santo è venerato come il protettore degli animali domestici e del bestiame, un legame viscerale che si riflette nell’iconografia classica, dove Antonio è spesso raffigurato con un maialino e il fuoco. Proprio questi due simboli costituiscono il cuore pulsante della festa cittadina:
- Il fuoco: La notte tra il 16 e il 17 gennaio si accende il “Cippo”, o “Fucarazzo”. Questo grande falò simboleggia la purificazione, la cacciata del male e la fine dell’inverno, segnando tradizionalmente l’inizio del Carnevale.
- Il maiale: Simbolo di abbondanza nella cultura contadina, il maiale è il protagonista assoluto della tavola abatese, declinato nella sua forma più nobile e gustosa: la porchetta.
Il piatto tipico: sua maestà la porchetta
A Sant’Antonio Abate, la lavorazione della porchetta è un’arte sapiente tramandata di padre in figlio. Rispetto alla celebre variante di Ariccia, quella locale si distingue per una speziatura particolare — spesso ricca di rosmarino, aglio, pepe e finocchietto — e per la consistenza: la crosta esterna deve essere rigorosamente croccante e dorata, a contrasto con un interno che rimane morbido e succoso. È il cibo di strada per eccellenza della zona, solitamente servito nel classico “panino cafone”.
L’innovazione nella tradizione: il “tegliuccio chieno”
È in questo contesto di celebrazione che la Forneria Agricola Caccioppoli ha deciso di omaggiare il Patrono rivisitando la tradizione con un prodotto d’eccellenza: il Tegliuccio Chieno. Questa creazione rappresenta un’evoluzione rustica e raffinata della classica focaccia, pensata per esaltare i sapori della festa.
La base è un impasto ad alta digeribilità, ottenuto tramite “proteasi controllata”, che garantisce una struttura croccante fuori e scioglievole al cuore (grazie a una cottura interna che raggiunge i 99°C). La farcitura è un vero inno al territorio:
- Porchetta: La regina indiscussa della sagra.
- Provola: Il latticino affumicato tipico dei Monti Lattari.
- Maionese al limone: Il tocco di classe. Una salsa preparata in loco con uova biologiche, olio EVO monocultivar Rotondella (di produzione propria) e i limoni dell’agrumeto locale della famiglia Caccioppoli. L’acidità e la freschezza del limone “sgrassano” il palato dalla ricchezza della porchetta, creando un equilibrio perfetto.
La filosofia della filiera corta
Alla base di questa eccellenza gastronomica troviamo la visione dei fratelli Caccioppoli, che hanno fatto della filiera corta e dell’autosostenibilità la loro missione imprenditoriale. Il grano utilizzato per i loro pani (dal Palatone al Pane Reginella) proviene dai loro campi in Puglia, a Candela, mentre l’olio e gli ortaggi arrivano direttamente dalle terre campane, tra il Cilento e la zona vesuviana.
Coltivare con metodo “Minimum Tillage” significa per loro rispettare il suolo e riportare in tavola i profumi dimenticati del grano vero. Per chi si trova in zona nei prossimi giorni, la tappa a Sant’Antonio Abate diventa quindi obbligatoria: per il calore dei fuochi, per la devozione al Santo e per assaporare come la tradizione possa rinnovarsi in un morso di Tegliuccio.

