Cara mamma,
non so bene quando sia successo. Forse il giorno in cui hai aperto quella mail, o quello in cui hai cercato di sorridere mentre piegavi i vestiti nella valigia. So solo che, da allora, la nostra casa non è più la stessa.
Ti hanno chiamata “assunzione”. Una parola che dovrebbe suonare come una conquista, come un traguardo. E invece, per noi, è diventata distanza. Centinaia di chilometri. Ore di treno. Telefonate la sera, sempre troppo brevi, sempre con qualcosa di non detto.
Io resto qui. Con i miei libri, la scuola, le giornate che scorrono tutte uguali. Tu sei diventata un’assenza organizzata: rientri programmati, abbracci a tempo, domeniche che finiscono troppo in fretta. La tua voce ora arriva spesso attraverso uno schermo, a volte stanca, a volte colpevole, come se fossi tu ad aver scelto tutto questo.
Mi hanno spiegato che è il sistema. Che è la riforma. Che “bisogna sacrificarsi”. Ma nessuno ci ha chiesto se eravamo pronti. Nessuno ha domandato a una figlia cosa significhi crescere senza la madre nei giorni importanti, o a una madre cosa voglia dire perdersi pezzi di vita che non tornano.
A scuola ci parlano di futuro, di merito, di opportunità. Io penso al presente. Penso alle mattine in cui non sento più il rumore della moka. Penso alle volte in cui avrei voluto raccontarti una paura, una vittoria, una delusione, e ho rimandato perché “ne parliamo quando torni”. Come se le emozioni potessero aspettare.
So che ami il tuo lavoro. So che insegnare è sempre stata la tua vocazione. Ed è proprio questo che fa più male: vedere una passione trasformarsi in una punizione. Come se per essere una buona insegnante tu dovessi rinunciare a essere madre ogni giorno.
Non scrivo per accusarti. Non scrivo nemmeno per accusare qualcuno in particolare. Scrivo perché dietro le statistiche, i decreti, le graduatorie, ci siamo noi. Famiglie spezzate a metà, affetti messi in pausa, figli che imparano troppo presto che “normale” non significa “giusto”.
Forse un giorno questa distanza avrà un senso. Forse racconteremo tutto come una prova superata. Per ora, però, è solo fatica. È nostalgia. È imparare a diventare grandi senza volerlo davvero.
Ti aspetto. Sempre.
Tua figlia

