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India: l’altra storia di Tomaso ed Elisabetta

Oggi vogliamo raccontarvi una storia ambientata in India, una di quelle storie dall’incipit classico perché questa è la storia di due ragazzi che, come tanti, partono per un viaggio insieme.

Tomaso Bruno, ventinovenne di Albenga, Elisabetta Boncompagni, trentottenne torinese, e Francesco Montis, trentenne di Terralba, si conoscono a Londra; i tre lavorano a lungo nella capitale inglese  e, un giorno,  decidono di partire per l’India.

La vacanza procede tranquilla sino a quando un giorno, il 4 febbraio del 2010, Francesco si sente male. Gli altri due ragazzi se ne accorgono e dall’hotel di Varanasi chiamano i soccorsi e l’ambasciata italiana. Purtroppo, c’è ben poco da fare. Francesco muore poche ore dopo. A quanto pare, il ragazzo ha sempre avuto problemi di salute e a testimoniarlo è una lettera della madre convinta della morte per cause naturali del figlio. Ma non basta il dolore di un genitore né è sufficiente la mancanza di prove: i due ragazzi vengono condannati per omicidio. L’autopsia parla chiaro: morto per strangolamento. Poco importa che l’esame sia stato eseguito da un oculista. Meglio una condanna all’ergastolo basata su pregiudizi che un’indagine trasparente e dignitosa. Bastano un grammo di droga e l’idea di una ragazza che dorme con due ragazzi per stabilire il movente: omicidio passionale. Elisabetta e Tommaso avrebbero deciso di eliminare Francesco per poter vivere felicemente la loro storia d’amore. Non contano le condizioni pessime dell’ospedale indiano, i morsi di animali sulla salma di Francesco e la conseguente cremazione che ha provocato l’impossibilità di eseguire una seconda perizia.

La difesa dei due ragazzi italiani ha provato a dimostrare che la contusione della trachea non può significare automaticamente che la morte sia avvenuta per strangolamento e che Elisabetta e Tomaso avevano passato la notte fuori scoprendo le gravi condizioni dell’amico solo al loro rientro. La condanna all’ergastolo resta. 

Detenuti ormai dal 10 febbraio 2010, questi due ragazzi ancora non conoscono la loro sorte. La sentenza definitiva doveva arrivare il 9 settembre, è stata poi rinviata al 16, ma, a causa dell’assenza del legale dei due, Haren Rawal, la data è slittata ancora. In India, a breve, ci saranno delle importanti festività che con molta probabilità posticiperanno ancora il sopraggiungere della sentenza definitiva.

La sentenza, qualsiasi essa sia, riporterebbe Elisabetta e Tomaso a casa: se saranno assolti, saranno liberi di tornare in Italia ma se saranno condannati, sarà richiesta l’applicazione di un accordo per il trasferimento dei condannati in patria.

Per una storia così bisognerebbe indignarsi o almeno fermarsi un secondo a riflettere. Quanto rilievo acquisisce una vicenda se legata a dei sistemi politici internazionali e quanto poco può valere la vita di due ragazzi qualsiasi? Perché bombardarci ogni giorno di ogni mancato sviluppo sulla questione dei Marò e perché non raccontarci dei quattro anni di reclusione trascorsi in condizioni disumane da due ragazzi che aspettano ancora di sapere cosa sarà della loro vita?

Qui non si  vuole sminuire la vicenda dei Marò ma le risposte a queste domande sono semplici e purtroppo ovvie.

Siamo soli e il diritto alla vita è un lusso che non è concesso a tutti.

-India: l’altra storia-