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Eroica Fenice

olio di palma

La campagna sospetta sull’olio di palma Sostenibile

L’attenzione dei consumatori sul mercato dell’olio di palma è ormai altissima, la lettura delle etichette dei vari prodotti si è inserita stabilmente nelle pratiche quotidiane, il boicottaggio procede: tutto ciò fa impennare la preoccupazione delle aziende, che perseverano nell’utilizzo di questo alimento. Nasce, così, l’“Unione Italiana per l’Olio di Palma Sostenibile” che, dal 28 febbraio, ha dato il via ad una campagna di comunicazione istituzionale costosissima, considerando che è stata pianificata per apparire per tre settimane su reti televisive, quotidiani, periodici e testate online. Il numero di aziende sostenitrici e di gruppi industriali è considerevole: Ferrero, Unilever, Nestlé, Unigrà, Aidepi, Assitol, Aiipa. Tuttavia, basta leggere il comunicato di presentazione della campagna per comprendere che la decantata sostenibilità fa riferimento alla Roundtable on Sustainable Palm Oil (RSPO), uno standard per la certificazione della produzione, creato dalle aziende stesse. «All’interno della RSPO ci sono aziende non in grado di garantire che, nella propria filiera produttiva, non si verifichino fenomeni come deforestazione e incendio delle torbiere. Greenpeace è sempre stata molto critica nei confronti degli standard di certificazione della RSPO e da anni, ormai, lavora per spezzare il legame tra la produzione dell’olio di palma e la deforestazione, l’accaparramento delle terre e la negazione dei diritti di lavoratori e comunità locali», spiega Martina Borghi, Forest Campaigner di Greenpeace.

Olio di palma sostenibile e possibili rischi per la salute

Le aziende di RSPO si battono affinché questo alimento sia riconosciuto come privo di caratteristiche che possano renderlo meno raccomandabile di un qualunque altro ingrediente, che apporti grassi saturi; attenzione, meno raccomandabile” , non “salutare”! L’Istituto Superiore di Sanità sostiene che l’olio di palma, come altri alimenti ricchi di grassi saturi, rappresenta un rischio per la salute per le fasce deboli di popolazione, quali bambini, anziani, dislipidemici, obesi, pazienti con pregressi eventi cardiovascolari e ipertesi. Stiamo parlando di grassi aterogeni, che devono essere assunti in quantità il più possibile ridotta: tutte informazioni che, ovviamente, dalla campagna di comunicazione a favore dell’olio di palma sostenibile non emergono. Mypersonaltrainer, un progetto editoriale molto attivo su più versanti riguardanti la salute e il benessere, fa luce sulla questione: «Nonostante l’enorme successo commerciale, la composizione chimica dell’olio di palma, al contrario di molti altri oli vegetali, come ad esempio l’olio di oliva, consta per quasi il 50% di acidi grassi saturi, per il 39% di acidi grassi monoinsaturi, per l’11% di acidi grassi polinsaturi e per meno dell’1% di elementi biologicamente attivi. Indiscutibili i benefici di una dieta più attenta nel preservare lo stato di salute cardiovascolare. Malgrado ciò, la letteratura scientifica sembra molto più cauta nell’esprimersi». Infatti, aggiunge Alice, Food Blogger di Mypersonaltrainer: «Sono fortemente convinta che sia sempre la dose a fare il veleno! Che dire della solanina nelle melanzane e nei pomodori? E dei fitati ed ossalati nella crusca e negli spinaci? Per non parlare dei nitrati, presenti nelle carni conservate. Se, poi, consideriamo tutti gli alimenti potenzialmente gozzigeni, non si dovrebbero più consumare soia, miglio, rape, rucola, rafano, crescione? E l’avidina, contenuta nell’albume crudo? E l’acido cianidrico, presente nei semi di mela, pera ed uva? Insomma, se si mette un qualsiasi alimento sotto la lente d’ingrandimento, si scopre che spesso vi si nasconde qualcosa di negativo. Ovviamente, io consiglio sempre di preferire alimenti di qualità, per avere una maggior sicurezza dal punto di vista nutrizionale e microbiologico». Insomma, nutrizionalmente parlando, non bisogna “demonizzare” il solo olio di palma; certo il suo abuso va ridimensionato nella nostra dieta.

La “diseticità” dell’olio di palma

Da un punto di vista etico, molteplici sono le problematiche connesse all’argomento. La palma da olio è la coltura più efficiente, in termini di rendimento per unità di superficie coltivata. Per questo: «Mentre le multinazionali dell’olio di palma giocano sporco, proseguono gli incendi e gli abbattimenti di alberi millenari, per fare spazio alla coltivazione di palme da olio. Purtroppo, c’è chi si affanna a difendere l’olio di palma con una campagna pubblicitaria martellante. A pagarne le spese, però, siamo noi ed il nostro Pianeta», chiarisce Marta Albè, Web editor di GreenMe. Merita menzione, a tal proposito, la campagna STOP OdP30 promossa da Earth Riot (Convivenza Pacifica), un’iniziativa mirata a fornire una controinformazione, affinché le persone conoscano i danni connessi alla produzione ed al consumo dell’olio di palma. Spiegano i promotori: «La palma africana, dalla fine degli anni ’70, è stata monopolizzata dalle multinazionali, che hanno visto in essa grandi e facili opportunità di profitto ed hanno installato monocolture intensive nelle zone tropicali del Pianeta, sacrificando intere foreste, appiccando incendi, mutilando ed alimentando l’estinzione di numerose specie animali (le tigri di Sumatra, gli elefanti, gli orango, i rinoceronti di Giava) e tribù indigene (i Penan e i Dayak).

Indubbiamente, fa rabbia l’illogicità di una valutazione a scapito della salute e dell’ambiente: come si può optare per l’investimento di milioni di euro in una campagna pubblicitaria, piuttosto che per una scelta più salutare ed etica? Basterebbe sostituire l’olio di palma con altri oli più ricchi di mono e poli-insaturi (oliva, mais, girasole, meglio se spremuti a freddo), per normalizzare l’assunzione di saturi nella dieta. Dunque, prima di compiere qualsiasi scelta, cerchiamo d’informarci in modo approfondito e non sulla base di messaggi che certe campagne pubblicitarie, decisamente sospette, ci propinano.