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Eroica Fenice

Legge 40 sulla procreazione assistita: gli interessi di chi stiamo facendo?

Legge 40. Cos’è stata per l’Italia la sua abrogazione? Sarà davvero finita?
Sono questi gli interrogativi che molte coppie oggi si pongono dopo ricorsi e ricorsi, aule di tribunali e colonne di giornali

12-13 giugno 2005.

Legge 40 del 19 febbraio 2004, “Norme in materia di procreazione medicalmente assistita”: gli italiani furono chiamati a decidere per l’abrogazione.

9 aprile 2014.

La Consulta dichiara incostituzionale il divieto di ricorrere alla fecondazione eterologa prevista dalla stessa Legge 40/2004.

Quasi dieci anni. Dieci anni di ricorsi in aule di tribunali sterili. Quelli sì che sono sterili. Eppure hanno avuto la sensibilità di saper decidere. Dieci anni in cui le coppie hanno cercato di diventare genitori. Dieci anni, e il processo di abrogazione della Legge 40 risulta essere non ancora definitivo in tutte le sue parti.

2005. Cosa fu chiesto agli italiani? Furono chiamati per decidere cosa? Semplice. Per dare la possibilità ad altri di essere genitori. Fallirono, non riuscirono a far fronte all’accanimento mediatico che voleva, ed ottenne, l’astensionismo. Non fummo pronti ad abrogare 4 punti essenziali:

1. il divieto di crioconservazione degli embrioni che non consente di effettuare ricerche sulle cellule staminali embrionali (ad oggi, in attesa di udienza in Corte Costituzionale);

2. la norma che garantiva il ricorso alle tecniche di procreazione medicalmente assistita solo alle coppie con problemi di sterilità, escludendo, in questo modo, le coppie portatrici di malattie genetiche. E, in questo quesito, furono proposte anche l’abrogazione del divieto, per la donna, di “revocare il consenso” all’impianto dell’embrione dopo la fecondazione dell’ovulo; e dell’obbligo di un impianto unico e contemporaneo dei tre embrioni previsti dalla Legge n°40 (rimosso con sentenza della Corte Costituzionale 151/2009);

3. le frasi riguardo: l’articolo 1, comma 1, “che assicura i diritti di tutti i soggetti coinvolti, compreso il concepito“; l’articolo 13, comma 3, lettera b), “e terapeutiche”. In modo tale, si cercava di sbarrare la strada ad una possibile messa in discussione della Legge n°194/78; e di consentire la sperimentazione sugli embrioni a scopo terapeutico;

4. il divieto di fecondazione eterologa (rimosso con sentenza del 9 aprile 2014 della Corte Costituzionale).

2014. È stato un processo di destrutturazione molto lungo che non ha di certo ingrigito l’azione di molti potenziali genitori. L’unico rammarico di chi scrive è l’amara consapevolezza che, se in quel lontano 2005 ci fossero stati più italiani con le idee chiare e che non avessero temuto per l’abrogazione, ad oggi, in dieci anni, avremmo garantito la genitorialità a molte coppie. Questo è accaduto: l’astensionismo ha negato un diritto.

Con il referendum sulla Legge 40 avevamo la possibilità di decidere direttamente e senza filtri quello che era più giusto per noi. Ci dissero che queste problematiche andavano affrontate in altre sedi, con gli “addetti ai lavori” e che la chiamata al voto non era la scelta più felice. Come se loro potessero conoscere meglio di un uomo il desiderio di essere padre. Gridarono all’astensionismo come se una donna avesse potuto astenersi dalle estenuanti pratiche di fecondazione medicalmente assistita allora in atto. Ci convinsero che un figlio è tale solo per genitori biologici (per le adozioni si parla di consaguineità sociale). Gli italiani non erano pronti ad un cambiamento e, soprattutto, quelli che lo erano non riuscirono ad essere abbastanza convincenti. Non riuscirono a sussurrare al vicino le proprie ragioni. Chi aveva bisogno di quell’abrogazione fu lasciato solo dalla maggioranza degli italiani. Si parlò di doppio NO. No all’abrogazione. No al referendum. Di cosa si ebbe timore? Del fatto, forse, che saremmo stati capaci di decidere cosa fosse più giusto per noi?

Nel 2005 si vide il fallimento di uno Stato civile; osservai il ghigno dei “vittoriosi” e gli occhi dei “vinti”. Ho provato vergogna. Avevo fatto quello che mi era stato chiesto, ma non era stato abbastanza. Avevo perso io, aveva perso l’Italia. Aveva perso l’abrogazione della Legge 40. Bastava poco per avere un figlio. Bastava un aereo e tanti soldi, e un italiano poteva sottoporsi allo stesso trattamento che noi gli avevamo negato. Soldi. Merce di scambio. Decisioni. Bastavano i soldi e tutto era possibile. Bastavano i soldi e la Legge 40 non esisteva più.
Cosa accadrà con questa sentenza?

La sentenza della Corte costituzionale rende impossibile legiferare in futuro una norma di divieto della fecondazione eterologa e, soprattutto, rende immediata la possibilità da parte delle coppie di richiedere presso i centri specializzati tale servizio. Immediata. (E le richieste, secondo i dati forniti da M. Elisabetta Coccia, presidente dell’Associazione che riunisce i centri di studio e conservazione di ovociti e sperma umano, sono arrivate a 3.500 in data 30 aprile). Ed ecco che l’abrogazione forzata della Legge 40 da parte dei giudici della Consulta ha trovato le riserve del mondo politico che ritiene opportuno aprire un dibattito in Parlamento, con la nostra speranza che non duri troppo.

Se già in sé la fecondazione eterologa faceva sorgere dei dubbi, bisogna adesso considerare che ad essa sonno annessi altri aspetti non certo secondari, come la possibilità per alcune “categorie” di persone di diventare genitori: donne single, coppie omosessuali e donne in età non più fertile. Appare chiaro come si apra un abisso nella discussione per tutte quelle società fortemente legate all’idea di famiglia tradizionale: un matrimonio contratto da due membri di sesso diverso. Ecco cosa, in realtà, si celava dietro la campagna astensionista sul referendum per l’abrogazione della Legge 40! Matrimonio. Sesso. Diverso. Nascondendo questa condizione per loro imprescindibile dietro la necessità di garantire gli interessi del nascituro. Ragioniamo un attimo in termini molto semplici, immedesimatevi in una coppia sterile (ma che sterile di sentimenti non è): vi sembra mai possibile che, dopo aver desiderato tanto un figlio, aver fatto analisi di ogni sorta, aver letto la dura realtà su un foglio ed essersi sottoposta a pratiche invasive, possa non fare “gli interessi del nascituro”? Si tratta di ridefinire, cosa ovviamente non facile, i concetti di concepimento e filiazione. Allora mi chiedo: gli interessi di chi stiamo facendo? Che debba cambiare qualcosa è indubbio. Che con la sentenza della Consulta sulla Legge 40 si sia fatto un passo verso il cambiamento è da sperare. Che le convinzioni personali non debbano in alcun modo limitare la possibilità, lecita, di tutti di diventare genitori è un imperativo.

Mai più una Legge 40 è ora possibile. Che si aprano adesso nuove strade per garantire ai soggetti interessati tutta l’assistenza sanitaria e, anche, psicologica che uno Stato può e, deve, assicurare. Facciamo qualcosa. Facciamolo in fretta e facciamolo bene.

 – Legge 40 del 2004: j’accuse – Eroica Fenice