La storia di Monsanto è paradigmatica di un conflitto strutturale che attraversa oltre un secolo di industrializzazione: quello tra produttività economica e tutela della salute umana e ambientale. Fondata il 26 settembre 1901 a St. Louis, nel Missouri, da John Francis Queeny, Monsanto nacque come azienda chimica specializzata nella produzione di saccarina.
Fin dalle origini, la sua crescita fu intrecciata allo sviluppo della chimica industriale statunitense e al consolidarsi di un sistema economico che privilegiava l’innovazione tecnologica e l’espansione dei mercati rispetto alla valutazione preventiva dei rischi sanitari. Nel corso del Novecento, l’azienda divenne uno degli attori centrali del complesso chimico-industriale nordamericano, beneficiando di contratti governativi, collaborazioni con il settore militare e di un quadro regolatorio spesso favorevole.
Cronologia essenziale e controversie Monsanto
| Periodo | Evento o Prodotto Chiave | Impatto e Conseguenze |
|---|---|---|
| 1961-1971 | Produzione di Agente Arancio (contenente TCDD). | Utilizzato in Vietnam; associato a tumori, malformazioni e danni neurobiologici. |
| 1974 | Introduzione del glifosato (Roundup). | Rivoluzione agricola globale, ma emersione di dubbi sulla sicurezza tossicologica. |
| 2015 | Classificazione IARC. | Il glifosato viene classificato come “probabilmente cancerogeno per l’uomo” (Gruppo 2A). |
| 2018 | Acquisizione da parte di Bayer. | Condanne giudiziarie e risarcimenti miliardari per casi di linfoma non Hodgkin. |
Indice dei contenuti
La guerra del Vietnam e l’Agente Arancio
Il punto di svolta più drammatico di questa relazione tra industria, Stato e salute pubblica si colloca durante la guerra del Vietnam. Tra il 1961 e il 1971, Monsanto fu uno dei principali produttori dell’Agente Arancio, un erbicida-defoliante utilizzato dall’esercito degli Stati Uniti per distruggere foreste e coltivazioni. La miscela conteneva la 2,3,7,8-tetrachlorodibenzo-p-dioxin (TCDD), una diossina classificata successivamente dall’International Agency for Research on Cancer (IARC) come cancerogena certa per l’uomo (Gruppo 1).
La letteratura scientifica, a partire dagli anni Ottanta, ha documentato come l’esposizione alla TCDD sia associata a tumori, disfunzioni del sistema immunitario, alterazioni endocrine e, in particolare, a danni neurobiologici. Studi epidemiologici e clinici condotti su popolazioni vietnamite esposte hanno evidenziato un aumento di malformazioni congenite, deficit cognitivi, disturbi del neurosviluppo e danni genetici trasmessi alle generazioni successive, confermando che la neurotossicità della diossina agisce soprattutto nelle fasi precoci dello sviluppo cerebrale.
L’era del glifosato e l’agricoltura industriale
Terminata la guerra, Monsanto riorientò il proprio modello di business verso l’agricoltura industriale globale. Nel 1974 l’azienda introdusse sul mercato il glifosato, principio attivo dell’erbicida Roundup, presentato come una soluzione efficace e relativamente sicura per aumentare le rese agricole. Tuttavia, già negli anni Ottanta emersero all’interno delle agenzie regolatorie statunitensi dubbi sulla sua sicurezza.
Nel 1985, un gruppo di tossicologi dell’Environmental Protection Agency (EPA) propose di classificare il glifosato come “possibile cancerogeno” sulla base di studi animali che mostravano un aumento di tumori. Questa valutazione venne successivamente attenuata, in un contesto che numerosi studi di policy e sociologia della scienza hanno descritto come un caso emblematico di influenza industriale sui processi regolatori.
La classificazione IARC e i rischi per la salute
Nel corso dei decenni successivi, un crescente numero di ricerche indipendenti ha analizzato non solo il potenziale cancerogeno del glifosato, ma anche i suoi effetti neurobiologici ed endocrini. Studi sperimentali e osservazionali hanno evidenziato che il glifosato e, soprattutto, le formulazioni commerciali che lo contengono possono:
- Interferire con il sistema endocrino;
- Alterare la trasmissione sinaptica;
- Indurre stress ossidativo nel tessuto nervoso;
- Compromettere lo sviluppo neurologico.
Tali effetti risultano particolarmente rilevanti in caso di esposizione cronica a basse dosi, tipica delle popolazioni rurali e agricole in America Latina, dove l’uso intensivo e talvolta aereo dell’erbicida ha contaminato suoli, acque superficiali e falde.
Un passaggio cruciale avvenne nel 2015, quando lo IARC classificò il glifosato come “probabilmente cancerogeno per l’uomo” (Gruppo 2A), basandosi su evidenze epidemiologiche limitate ma coerenti e su prove sufficienti di cancerogenicità negli animali da laboratorio. Questa valutazione mise in luce una frattura tra la comunità scientifica indipendente e le autorità regolatorie di alcuni Paesi, accentuando il dibattito sul principio di precauzione e sulla protezione della salute pubblica.
L’acquisizione Bayer e il riconoscimento giudiziario
A questo quadro si aggiunge il controllo esercitato da Monsanto sul mercato globale delle sementi geneticamente modificate, protette da brevetti che impedivano agli agricoltori di riutilizzare il raccolto come seme. La letteratura accademica sullo sviluppo rurale ha mostrato come questo modello abbia prodotto dipendenza economica, indebitamento e perdita di biodiversità agricola, mentre l’esposizione combinata a erbicidi, insetticidi e fertilizzanti ha generato un carico chimico cumulativo i cui effetti a lungo termine sulla salute umana non sono stati pienamente valutati in modo indipendente.
Il riconoscimento giudiziario dei danni legati al glifosato arrivò solo dopo l’acquisizione di Monsanto da parte di Bayer, completata il 7 giugno 2018. Negli anni successivi, tribunali statunitensi condannarono l’azienda al pagamento di risarcimenti miliardari a favore di persone affette da linfoma non Hodgkin dopo un’esposizione prolungata a Roundup. Tuttavia, questo riconoscimento rimase circoscritto ai cittadini degli Stati Uniti, mentre le vittime del Vietnam e delle regioni agricole dell’America Latina continuarono a essere escluse da qualsiasi forma di giustizia internazionale.
Il caso Monsanto dimostra come il progresso tecnologico, quando non è accompagnato da un controllo indipendente e da una reale priorità alla salute pubblica, possa trasformarsi in una fonte sistemica di danno. Le molecole incriminate, dalla TCDD al glifosato, non rappresentano solo singoli errori industriali, ma il prodotto di un modello economico che ha storicamente considerato accettabile sacrificare la salute di intere popolazioni in nome dell’efficienza e del profitto. È un fenomeno antico, documentato da decenni di ricerca scientifica, eppure ancora attuale, spesso marginalizzato o reso invisibile. La vicenda di Monsanto non si chiude con la scomparsa del marchio, ma resta aperta nei corpi, negli ecosistemi e nei sistemi sanitari che continuano a pagare il prezzo di decisioni prese molto tempo fa, in cui la produttività ha avuto la meglio sulla vita.
(Di Yuleisy Cruz Lezcano)

