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Eroica Fenice

Reyhaneh: perchè mi uccidete?

Cara mamma, l’unica persona che mi è più cara della mia vita, io non voglio marcire sotto terra. Non voglio che i miei occhi o il mio giovane cuore diventi polvere. Implora questo: che non appena sarò impiccata, venga disposto che il mio cuore, i miei reni, gli occhi, le ossa, e qualsiasi altra cosa che sia possibile trapiantare, vengano separate dal mio corpo e date a qualcuno che ne ha bisogno come dono. Non voglio che il paziente conosca il mio nome, che mi compri un mazzo di fiori e persino che preghi per me. Te lo dico dal profondo del mio cuore: non voglio una bara su cui tu debba venire a piangere e a soffrire. Dammi al vento, che possa portarmi via.

25 ottobre 2014, prigione di Gohardasht, vieni impiccata una donna, si chiamava Reyhaneh Jabbari ed aveva 26 anni.

Avrebbe potuto continuare a vivere, avrebbe potuto metter su una famiglia o magari lavorare, invece questa donna ha scelto di morire per giustizia, ha scelto di non ritrattare quanto avvenuto, nel 2007, con Morteza Abdolali Sarbandi, che nel suo appartamento cercò di stuprarla.

Per difendersi prese un coltello e uccise quell’uomo, definito come “l’illustre” che lavorava per l’Intelligence iraniana. In giudizio dicono non le sia stata data la possibilità di avere un avvocato e che, quindi, non vi sia stato un giusto processo; d’altronde questo non è un caso isolato per Iran, dove la magistratura lascia decidere alla famiglia della vittima le tempistiche per l’esecuzione. Per Reyhaneh sarebbe bastato un “non è vero, ho mentito” per essere salva, mentire per restituire onore a quell’uomo che voleva segnare in negativo la vita della giovane, allora poco più che ventenne. A togliere lo sgabello dai suo piedi è stato il figlio del Sarbandi che, in questo modo, ha permesso alla tradizione iraniana di continuare a mettere fine alle tante vite innocenti che cercano soltanto giustizia.

Tutto questo avviene in Iran, un paese troppo lontano da noi, non tanto a livello geografico quanto a livello ideologico. si palesa oggi, di fronte agli occhi di noi donne occidentali uno scenario raccapricciante da un lato, ma un esempio di coraggio infinito dall’altro. e sì, perchè di questo si tratta: per Reyhaneh la strada era semplice, poteva continuare a vivere ed invece ha scelto il suo destino tenendo testa a tutti quegli uomini che della sua denuncia ne facevano soltanto parole. Ha scelto di morire per essere ascoltata. Ha scelto la via più difficile per fungere da monito nei confronti di quei milioni di donne che ogni anno vengono stuprate ed in silenzio pongono fine alla loro vita.

Cos’è un mondo nel quale una donna viene impiccata per essersi difesa? Dove risiede il rispetto di quest’ultima, se l’uomo si pone con indifferenza ai suoi occhi? E se Reyhanenh fosse nata in Italia? E se tutte le donne musulmane che subiscono abusi fossero nate in Occidente? Forse oggi sarebbero a capo di qualche fondazione che la donna la difende, la tutela.

Ma oggi Reyhaneh non c’è più, è morta perchè ha creduto che la sua fine sarebbe potuta essere un inizio di qualche cosa di più grande.

E sebbene lei non sia più tra noi, il suo coraggio e la sua tenacia non saranno dimenticati, perchè è di donne come lei che il mondo necessita.

Reyhaneh: Perchè mi uccidete?

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