Negli ultimi mesi il semestre filtro è diventato uno dei temi più discussi quando si parla di accesso ai corsi di laurea più richiesti, in particolare in ambito sanitario. La riforma è stata introdotta dal governo Meloni e voluta dalla ministra dell’Università e della Ricerca, Anna Maria Bernini, con l’obiettivo dichiarato di superare il tradizionale test d’ingresso e rendere la selezione meno legata a una singola prova. Al posto del quiz, mesi di lezioni ed esami universitari che dovrebbero permettere agli studenti di dimostrare il proprio valore nel tempo.
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Analisi del semestre filtro: dati e opinioni
| Elemento di analisi | Dettagli e riscontro |
|---|---|
| Rapporto iscritti/posti | 54.000 iscritti per 17.000 posti |
| Obiettivo della riforma | Superare il test singolo a favore di una valutazione nel tempo |
| Criticità rilevata (Alfonso) | Spaesamento e distacco dovuto alla DAD |
| Criticità rilevata (Gennaro) | Esami troppo concentrati in poco tempo |
Numeri e posti disponibili: la competizione resta
A pesare, però, resta il dato centrale dei posti limitati. Nell’anno accademico in corso si sono iscritti al semestre filtro oltre 54mila studenti, a fronte di poco più di 17mila posti disponibili per proseguire il percorso in medicina. Numeri che spiegano perché, al di là delle intenzioni della riforma, il clima resti fortemente competitivo. C’è chi vede nel semestre filtro un’alternativa più equa rispetto al test tradizionale e chi, invece, lo considera una selezione semplicemente più lunga, che sposta in avanti lo stesso problema. Per capire cosa significhi davvero attraversare questo sistema, abbiamo messo a confronto due esperienze diverse.
Semestre filtro: le esperienze degli studenti a confronto
A raccontare cosa significhi vivere il semestre filtro dall’interno è Alfonso Barletta, uno degli studenti che ha affrontato questo percorso. Il suo primo impatto con l’università è stato segnato da una sensazione diffusa tra molti studenti nella sua stessa condizione: lo spaesamento. In diverse sedi, compresa la sua, chi ha seguito il semestre filtro è stato infatti collocato in didattica a distanza, una scelta organizzativa che ha finito per accentuare il distacco dall’esperienza universitaria tradizionale.
Le lezioni seguite da casa, l’assenza di una vita di ateneo e il rapporto mediato con docenti e colleghi hanno contribuito a rendere il percorso ancora più astratto, quasi sospeso. Nonostante gli esami sostenuti, Alfonso racconta di non sentirsi davvero parte dell’università: “non so com’è l’università, io non mi sento ancora un universitario nonostante io abbia fatto degli esami”. Una percezione che solleva interrogativi più ampi sul semestre filtro e su quanto questo modello riesca davvero a integrare gli studenti nel mondo accademico che, almeno sulla carta, dovrebbero già aver iniziato a vivere. Per lui, quel periodo ha comunque rappresentato un primo contatto concreto con lo studio universitario, un’occasione per mettersi alla prova. Come racconta lui stesso, “ho potuto comunque studiare e cimentarmi nell’esperienza degli esami”.
A dare un punto di vista diverso è Gennaro Napolitano, entrato all’università con il test tradizionale. Proprio per questo, guardando dall’esterno al semestre filtro, tende a valutarlo come un’opzione potenzialmente migliore rispetto alla selezione in un’unica prova. L’idea di avere più tempo per dimostrare il proprio valore, secondo lui, può fare la differenza, soprattutto per chi vive male la pressione del test.
Questo non significa che il sistema funzioni senza intoppi. Anche Gennaro ne vede chiaramente i limiti, in particolare per quanto riguarda i tempi. Il semestre filtro, racconta, rischia di comprimere troppo le valutazioni: “gli esami sono troppi concentrati in poco tempo”. Un problema che, pur non cancellando gli aspetti positivi, resta una delle criticità più evidenti del modello.
Messe insieme, le due testimonianze raccontano un sistema che cambia struttura, ma non davvero direzione. Il semestre filtro prende le distanze dal test tradizionale solo in apparenza: la selezione resta, la competizione pure, così come la sensazione di essere costantemente sotto esame. A cambiare sono i tempi, non la logica di fondo, che da una prova singola si estende lungo mesi di lezioni ed esami.
Nel racconto degli studenti emerge una sorta di accettazione silenziosa. Le difficoltà vengono messe in conto, quasi fossero parte naturale del percorso, qualcosa da attraversare senza troppe domande. L’idea che per arrivare a medicina si debba passare per forza attraverso una prova di resistenza sembra ormai interiorizzata. Non una garanzia di successo, ma una fatica necessaria per potersi, almeno, giocare la possibilità di farcela.
fonte immagine: ufficio stampa
Articolo aggiornato il: 15 Gennaio 2026

