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Eroica Fenice

Università: una narrazione sbagliata

Università: una narrazione sbagliata

Questo articolo nasce da alcune notizie sul mondo universitario degli ultimi mesi, o meglio della narrazione che ne è scaturita. Una narrazione sbagliata che esalta un estremo e minimizza l’altro.

La narrazione delle eccellenze

Il primo estremo è la narrazione delle eccellenze, intese come tutti gli studenti che hanno conseguito risultati straordinari, come:

  • Dario Campesan, laureato in giurisprudenza a 23 anni, in 3 anni e 8 mesi (Il Bo Live – UniPD)

  • Federica Lorenzetti, laureata in giurisprudenza a 21 anni, 110 e lode con menzione (Fanpage)

  • Francesco Di Carlo, laureato in giurisprudenza a 22 anni, in tre anni e sette mesi (La Repubblica)

  • Giulio Deangeli, quattro lauree a 25 anni, conseguite in quattro mesi consecutivi (Corriere della Sera, La Stampa)

  • Samuele Cannas, sei lauree a 25 anni, 150/160 esami in cinque anni (ANSA)

Per esser chiari, l’articolo non è una critica a questi ragazzi, cui facciamo i nostri migliori auguri per il prosieguo. Il problema è la narrazione tossica dell’Università che viene fatta a partire dai loro risultati.

L’Università è descritta come una gara, dove l’importante è tagliare un traguardo nel tempo più breve, dove non c’è spazio per il fallimento, l’imperfezione, la salute fisica e mentale, problemi personali, impedimenti economici, o qualsiasi cosa che possa essere “d’intralcio ad una carriera perfetta”.

Qualche esempio può rendere più chiaro a cosa ci stiamo riferendo:

  • Federica batte tutti: laurea lampo in Giurisprudenza in tre anni e sei mesi – In questa gara nata per caso che ha come obiettivo finire a tempo di record Giurisprudenza, alla fine la spunta una donna (titolo e articolo de La Repubblica su Federica Lorenzetti)

  • È (…) l’antibamboccione, un raro esemplare della meglio gioventù che si rimbocca le maniche e brucia i tempi invece che piangersi addosso aspettando il reddito di cittadinanza o altre provvidenze. (La Stampa su Dario Campesan)

  • Iscriversi sempre al primo appello, non rifiutare mai un voto e studiare l’estate per ottimizzare la sessione di settembre. La ricetta dello studente universitario perfetto la dà un futuro avvocato. (La Repubblica su Dario Campesan)

  • Giulio, lo studente dei record che prende quattro lauree insieme e tre borse di studio a Cambridge – C’è un’altra notizia destinata a proiettare Giulio Deangeli (…) nell’Olimpo degli studenti più eccellenti del mondo: (…) quattro lauree in un solo colpo. (…) Innamorato degli aerei, (…) riesce a studiare 18 ore di fila svegliandosi anche a mezzanotte. (Titolo e spezzoni dell’articolo de Il Corriere della Sera su Giulio De Angelis)

Di toni molto variabili invece le dichiarazioni degli studenti d’eccellenza:

  • Mi è sempre piaciuto organizzare il mio lavoro, per garantirmi gli spazi di tempo libero che ritengo irrinunciabili in ogni fase della vita. (…) Non rinunciate alle vostre passioni per studiare e basta. (Dario Campesan, articolo Il Bo Live)

  • Ho capitalizzato l’anno della pandemia: nel 2020, chiusa in casa, invece di deprimermi ho fatto ben 12 esami (Federica Lorenzetti, articolo La Repubblica, rilanciata su MSN)

  • Non è una gara (…). La vera sfida per me è stata farcela senza aver avuto problematiche di alcun tipo, che potessero distrarmi dall’obiettivo (Francesco Di Carlo, articolo Fanpage)

  • Penso che gli unici limiti siano quelli che ci diamo noi stessi. Ciascuno deve avere chiaro il proprio obiettivo e trovare il modo migliore per realizzarlo. (Samuele Cannas, articolo ANSA)

Gesti estremi

Sezione redatta secondo le linee guida della WHO Preventing suicide: a resource for media professionals, 2017 update. Pertanto le fonti e maggiori informazioni, in quanto non pertinenti strettamente all’articolo, sono disponibili su motivata richiesta.

All’estremo opposto, spesso minimizzato ed apparentemente scollegato da una certa narrazione, ci sono notizie di tutt’altro tenore: suicidi (tentati o compiuti) tra gli studenti.

In generale in Italia il suicidio è la terza causa di morte più frequente per i giovani tra i 15 e i 29 anni (Fonte ISS). Dalle nostre ricerche non sono emerse statistiche incentrate in particolare sugli studenti universitari, citiamo solamente alcuni casi degli ultimi cinque anni (sì, la lista non è esaustiva):

  • M.M. Roma Tre, Aprile 2016

  • F.C. Federico II, Novembre 2016

  • A.D. Unife, Febbraio 2017

  • G.C. Unisa, Maggio 2017

  • S.P. Unipv, Maggio 2017

  • A.N. Unisa, Dicembre 2017

  • G.D.F. Unina, Aprile 2018

  • P.C. Uniurb, Novembre 2018

  • E.D.C. Unisa, Maggio 2019

  • N.N. Unige Settembre 2019

  • M.A. Unipv, Novembre 2019

  • D.P. Unisa, Gennaio 2020

  • A.C. Unict, Novembre 2020

  • A.C. Federico II, Luglio 2021

Anni, luoghi e situazioni diversi, tranne per un dettaglio: secondo le testimonianze e gli articoli, seppur in modi diversi, tutti avevano (anche) problematiche relative all’Università. Sotto pressione per “essere indietro”, stressati dalla (dis)organizzazione dell’ambiente, studi abbandonati per problemi personali, sensazione di inadeguatezza rispetto ad una “carriera ideale”…

Ragazzi se vi riconoscete in questo e vi stanno venendo brutte idee, fermatevi. Non sono una soluzione. La vostra situazione è la stessa di molti altri studenti, fermatevi e chiedete aiuto.

In una situazione di emergenza chiamate il 112 (numero unico di emergenza europeo). Se si è in una situazione di difficoltà e si vuole parlarne con qualcuno, si possono contattare Telefono Amico allo 0223272327 (tutti i giorni dalle 10 alle 24) o via WhatsApp al 3240117252 (tutti i giorni dalle 18 alle 21); Telefono Speciale allo 800510510 (h24, 7 su 7, 365 giorni l’anno); Samaritans OdV allo 0677208977 (tutti i giorni dalle 13 alle 22).

La situazione reale: i numeri

Fonti

I dati seguenti sono relativi ai laureati nel 2019, in modo da poter escludere effetti relativi alla pandemia, ad ora non stimati con precisione. Ad ogni modo, seppur con delle piccole differenze, le stesse conclusioni si possono trarre per gli anni precedenti e successivi.

I dati sono a cura del consorzio AlmaLaurea, per una facile consultazione sono disponibili gli strumenti “Che profilo ha il laureato del tuo corso di laurea?” e Profilo dei laureati (Collettivo 2019) . Per maggiori dettagli è possibile consultare il rapporto (disponibile anche sintesi) XXII Indagine (2020) – Profilo dei Laureati 2019.

Essere fuori corso è normale

Uno dei dati su cui più insiste una certa narrazione dell’Università è la durata degli studi. Andare oltre i tempi previsti, “essere indietro” è visto come un’eccezione, qualcosa di anormale. Ma è veramente così?

La risposta può essere sintetizzata in due citazioni del profilo laureati, “Il principale responsabile dell’elevata età alla laurea di cui ha sofferto – e tuttora soffre – il nostro sistema universitario è il ritardo negli studi universitari” e “(…) il fatto che un anno di formazione “normale” comporti in media 1,41 anni di permanenza all’Università non può essere considerato soddisfacente”.

Nota: si definisce fuori corso lo studente che si laurea in tempi maggiori della durata “normale” del corso.

In totale il 44.3% dei laureati nel 2019 è fuori corso. Scomponendo per tipo di corso, sempre nel 2019, in ordine crescente:

  • il 39.0% dei laureati magistrali biennali è fuori corso.

  • il 43.9% dei laureati di primo livello è fuori corso.

  • il 56.6% dei laureati magistrali a ciclo unico è fuori corso.

Questo dato non è “omogeneo”, la percentuale varia molto tra i differenti gruppi disciplinari e i differenti Atenei.

Prendendo solamente gli estremi, nel 2019:

  • tra i differenti gruppi disciplinari si va dal minimo di 31.3% di fuori corso del gruppo disciplinare “psicologico” al massimo di 68.3% di fuori corso del gruppo disciplinare “architettura e ingegneria civile”.

  • Tra gli Atenei statali si va da un minimo del 29.0% di fuoricorso dell’Università degli Studi di Roma Foro Italico al massimo del 68.7% di fuoricorso all’Università degli Studi della Basilicata.

Altro dato interessante è l’indice di ritardo alla laurea, definito come il rapporto tra il ritardo e la durata normale del corso. In parole povere, quanto tempo “in più del previsto” viene impiegato per arrivare alla laurea.

In media l’indice è 0.41, cioè mediamente un anno “teorico” in realtà richiede agli studenti un tempo di 1.41 anni (praticamente un anno e cinque mesi).

Anche questo presenta notevoli variazioni tra i gruppi disciplinari e a livello geografico:

  • Tra i gruppi disciplinari si va da un minimo di 0.20 (un anno “teorico” richiede 1.20 anni “reali”, alias un anno e due mesi) per quello “Medico/medicina e odontoiatria”; ad un massimo di 0.57 per quello “Giuridico” (un anno “teorico” richiede 1.57 anni “reali”, alias un anno e sette mesi).

  • Geograficamente l’indice di ritardo è di 0.320 al Nord (un anno “teorico” equivale a circa un anno e quattro mesi “reali”), 0.451 al Centro (un anno “teorico” equivale a circa un anno e sei mesi “reali”), 0.522 al Sud (un anno “teorico” equivale a circa un anno e sette mesi “reali”).

In poche parole il numero di laureati fuoricorso/in ritardo è tutto tranne che basso. Al posto di “colpevolizzare” chi non resta nei tempi prestabiliti sarebbe il caso di capire quali siano le cause di questo risultato.

Tutti 110L?

Altro punto su cui insiste una certa narrazione sono i risultati accademici in termini di voti, sia come voto di laurea che come media durante gli studi.

Partiamo quindi dal dato sui voti di laurea (indipendentemente dal tipo di percorso). Nel 2019 il 74.9% dei laureati si è laureato con un voto diverso da 110 e lode. Il 50.0% si è laureato con un voto inferiore a 105.

Analizzando ulteriormente, il voto varia notevolmente tra i gruppi disciplinari. Nel gruppo disciplinare “Medico/medicina e odontoiatria” il 60.2% dei laureati ha ottenuto la lode, l’11.7% si è laureato con un voto inferiore a 105. All’opposto nel gruppo disciplinare “Giuridico” il 18.0% dei laureati ha ottenuto la lode, il 62.0% si è laureato con meno di 105.

Nota: per il punteggio degli esami sia 30 che 30 e lode sono stati valutati come 30. Per il voto di laurea il voto di 110 e lode è posto uguale a 113

Passando ai voti medi di laurea ed al voto medio degli esami:

  • per le lauree di primo livello sono rispettivamente 100.1 e 25.6

  • per le lauree magistrali a ciclo unico sono rispettivamente 105.3 e 26.5

  • per le lauree magistrali biennali sono rispettivamente 107.9 e 27.6

Andando a scomporre ulteriormente, anche qui si trovano oscillazioni notevoli:

  • per le lauree di primo livello, si va da 95.8 e 24.8 del gruppo disciplinare “giuridico” a 105.1 e 27.4 del gruppo disciplinare “letterario-umanistico”

  • per le lauree magistrali a ciclo unico, si va da 102.0 e 26.1 del gruppo disciplinare “giuridico” a 109.0 e 27.8 del gruppo disciplinare “letterario-umanistico”

  • per le lauree magistrali biennali si va da 99.1 e 25.8 per il gruppo disciplinare “giuridico” a 110.4 e 28.7 per il gruppo disciplinare “letterario-umanistico”

Insomma gli studenti “da lode” non sono certamente la maggioranza. È normale che ci siano degli studenti dai risultati “eccezionali”, ma proprio perché questi risultati sono un’eccezione, non si può pretendere che chiunque riesca ad arrivarvi, non importa quale sia il motivo.

Salute mentale: un problema sottovalutato

Forse vi chiederete perché una sezione separata rispetto ai suicidi. La risposta è che la salute mentale include numerose problematiche, che, anche senza arrivare a gesti estremi, sono molto più diffuse di quanto si pensi.

Dati pubblicati dall’ISS nel 2018 riportano che a livello europeo “(…) il 27% della popolazione adulta (18-65 anni) ha sperimentato almeno un episodio di disturbo mentali nell’ultimo anno (inclusi problemi derivanti dall’uso di sostanze, psicosi, depressione, ansia e disturbi alimentari. (…) È tuttavia probabile che questi numeri sottostimino la portata del problema.”. (Fonte ISS)

Ovviamente la pandemia COVID-19 non ha migliorato la situazione, con l’ISS che stima che “Benché in tutti i Paesi le conoscenze sull’impatto della pandemia sulla salute mentale siano ancora limitate (…) è verosimile che la domanda di interventi psicosociali aumenterà notevolmente nei prossimi mesi e anni.” (Fonte ISS)

I dati precedenti sono relativi alla popolazione generale, particolarmente interessanti i dati relativi ai soli studenti universitari, per quanto gli studi in merito non abbondino, soprattutto riferiti al panorama italiano.

Nel 2013 è stata pubblicata sulla Rivista di Psichiatria la ricerca “Disagio mentale in un campione comunitario di giovani adulti: l’help-seeking in un modello generalista di salute mentale”.

Su un campione di 3446 studenti universitari italiani, le conclusioni riportano che “Il 46,8% del campione preso in esame ha ottenuto punteggi alla GHQ-12 ≥4, indicativi della presenza di un disturbo mentale non psicotico (…). Ciò non significa che tutti questi studenti siano realmente affetti da un disturbo mentale, ma che quantomeno si trovano in circostanze in cui una certa vulnerabilità, associata a fattori di stress ambientale, ha determinato un notevole livello di disagio mentale. Infatti, il 45,8% di questo sottogruppo ha sviluppato l’esigenza di ricevere un supporto psicologico o psichiatrico”.

È invece del 2019 la tesi di laurea “Mental Health among Italian University Students: the UniCares Project”. Ad un campione di 4801 studenti universitari italiani è stato somministrato un questionario i cui dati sono stati visualizzati tramite diverse scale, per valutare il benessere mentale degli studenti e le possibili correlazioni con le presupposte cause. I risultati non sarebbero brevi da spiegare, se avete nozioni di statistica una lettura alla tesi è più che consigliata.

Riportiamo solamente un dato, quello legato alla Kessler Psychological Distress Scale (K10). Per il funzionamento, citiamo testualmente “The scale can be used with three cutoffs, dividing the sample into four groups: individuals likely to be fine (10-19) and individuals likely to have a mild (20-24), a moderate (25-29) or a severe mental problem (30-50)”. I risultati mostrano che in media le studentesse hanno ottenuto un punteggio medio di 27.4 (nell’intervallo “likely to have a moderate mental problem”), con una deviazione standard di 8.3, gli studenti di 24.6 (nell’intervallo “likely to have a mild mental problem”), con una deviazione standard di 8.1.

In altre parole, citando le conclusioni della tesi “Italian university students from our population experienced high level of psychological distress. The average score of psychological distress measured with the screening scale K10 was above the cut-off used for screening of mental disorders. In particular, 36.0% of respondents were likely to be experiencing a severe mental disorders.

Per chiudere, l’articolo del 2020 “La salute mentale negli studenti di medicina: il progetto del Servizio di Aiuto Psicologico (SAP) dell’Università degli Studi di Torino” riporta una serie di dati tratti da diversi studi. Tra questi:

  • Gli studenti universitari possono essere a maggior rischio di sviluppare dei problemi di salute mentale perché sono spesso sottoposti a stress significativo, si trovano in un periodo di transizione e rientrano nella fascia di età associata al massimo picco di insorgenza dei disturbi mentali

  • Nello specifico della scuola di medicina, l’esperienza universitaria può essere vissuta come un percorso senza fine, di fatica e frustrazione, che rende lo studente vulnerabile, esponendolo a vissuti di inadeguatezza e di solitudine

  • In una recente metanalisi che ha analizzato i dati di 69 studi comprendenti 40.438 studenti di medicina appartenenti a diversi continenti è stata riscontrata una prevalenza aggregata di ansia che varia dal 29% al 39%. Tassi di prevalenza del burnout risultano compresi tra il 27% e il 75%

  • La letteratura nel contesto italiano è ancora purtroppo scarsa. Da uno studio (…) che indagava la sintomatologia depressiva tra gli studenti di medicina italiani, sono emersi valori di prevalenza del 29,5%, dati (…) superiori a quella degli studenti europei (20,1%)”

Tutto questo non può non impattare sulla vita e sulla carriera degli studenti, insistere su una narrazione che non lascia spazio a carriere che non siano “perfette”, peggiora la situazione per tutti gli studenti in difficoltà.

La salute mentale non è una scelta. Non si sceglie di uscire improvvisamente dall’ansia, non si sceglie di non deprimersi, non si sceglie di non avere più un problema perché “è tutto nella propria testa”. Occorre rivolgersi a professionisti. Per uno sfogo, per un supporto in un periodo in cui si vede tutto nero, per un consiglio in un periodo di difficoltà ci si può rivolgere ai servizi di tutela della salute mentale dell’ASL di appartenenza, oppure se presenti ai servizi di counseling psicologico gratuito delle Università. In Campania tra gli altri hanno un servizio di counseling i seguenti Atenei: Federico II, L’Orientale, Suor Orsola Benincasa, UniSa, Vanvitelli.

Conclusione

Detto ciò, dopo aver letto i dati, provate a rileggere la sezione iniziale. A voi lettori il giudizio su una certa narrazione, a nostro parere faziosa e tossica.

Immagine: Gas Mask Contamination di TheDigitalArtist, licenza Pixabay License

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