Seguici e condividi:

Eroica Fenice

Napoli & Dintorni

Frida Kahlo, l’omaggio del Teatro alla Deriva VII edizione

Tanto si è detto, tanto si è costruito su Frida Kahlo, un personaggio del ‘900 di così grande spessore. Tante canzoni, tanti film (impossibile dimenticare la Frida interpretata da Salma Hayek), tanti adattamenti sulla sua vita di artista ma anche di donna: trasgressiva, irriverente, passionale, caparbia, una vincente pur nel suo immenso dolore e la sua lotta personale contro i numerosi ostacoli che il destino le ha purtroppo inferto. Più di tutto ciò che riguarda la sua pittura, o la sua terra, il Messico, si è raccontato moltissimo del suo grande amore, perché si sa che non c’è Frida senza Diego. E questo vale anche per l’adattamento del Teatro alla Deriva al “teatro sulla zattera” delle terme Stufe di Nerone a Bacoli, dove ieri è andato in scena Frida Kahlo, testo e regia di Mirko De Martino e presentato dal Teatro dell’Osso. I due soli attori sul palcoscenico/zattera, che hanno impersonato Frida (Titti Nuzzolese) e Diego Rivera (Peppe Romano), iniziano a esporre la loro storia d’amore fin dal principio, presentando prima brevemente ed eloquentemente il corso di eventi principali, come l’incidente sull’autobus della pittrice messicana o la collaborazione di Diego al partito comunista. Storie quasi rivissute anche a mo’ ricordo, ogni volta che l’interlocutore diventa lo spettatore, a partire dalla narrazione del loro primo incontro – tramite una specie di discorso indiretto che si alterna per tutta la rappresentazione con i dialoghi tra i due. Un espediente che aiuta sia chi non conosce il vissuto di Frida sia per chi invece vuole rivivere ancora una volta i ricordi di un’artista, e donna, così straordinaria. Lo spettacolo si dimostra convincente per prima cosa soprattutto per la capacità di aver raccontato nel breve tempo di una rappresentazione, non solo il susseguirsi degli accadimenti tra Frida e Diego, ma anche per essere stati capaci nel delineare il profilo dei due senza tralasciare nessun aspetto che abbia influito in questa grande e tormentata storia d’amore. E in special modo, avere dato più spazio alla figura di Diego: anch’egli pittore messicano, pittore del popolo, attraverso la sua arte riuscì ad ottenere un grande successo anche all’estero, soprattutto negli Stati Uniti, dove ottenne importanti commissioni come quella al Rockfeller center di New York, ma viene ricordato proprio per avere dato una forte impronta sociale alle sue opere. Frida Kahlo, tra arte e vita Di racconto in racconto, i due protagonisti prendono forma insieme, e facilmente i due attori riescono a trasmettere quello che fu il loro legame, così travagliato a causa dell’infedeltà cronica di lui e del grande temperamento di Frida, una donna nel suo essere rivoluzionaria e controcorrente. Perché ogni quadro di Frida è indissolubilmente legato ai momenti più importanti della sua vita, come molti a Diego, e la regia ha sapientemente sottolineato questo aspetto permettendo a Frida di descrivere in prima persona, attraverso le parole, ogni quadro, al momento giusto: un tassello di vita che va ad intersecarsi con un tassello della sua arte. Un esempio è la descrizione di uno dei quadri più famosi […]

... continua la lettura
Libri

The Passenger – Islanda, il primo volume del nuovo progetto Iperborea (Recensione)

A metà tra una guida di viaggi e una raccolta di report che testimoniano le bellezze e le curiosità di un paese: The Passenger, il nuovo progetto editoriale della Iperborea, in realtà è molto di più. È un percorso, originale e sui generis, alla scoperta di una cultura che non è la nostra. Ecco perché viene definito dalla casa editrice un “libro-magazine”, in cui letteratura e inchiesta si fondono, arricchiti da reportage fotografici (in collaborazione con l’Agenzia Prospekt), infografiche (progetto grafico a cura dello studio milanese TomoTomo e da Pietro Buffa), consigli utili, curiosità e speciali illustrazioni (di Edoardo Massa). The Passenger, la guida letteraria per gli “esploratori del mondo” Il primo volume di The Passenger, accompagnato dalle foto  realizzate da Elena Chernyshova, fotoreporter siberiana, è dedicato all’Islanda. Letteralmente, il nome deriva dal norreno e significa “terra ghiacciata”, come viene spesso identificato il paese, il meno popolato al mondo. Appena sotto il circolo polare artico, in cui alba e tramonto hanno uno scenario tutto particolare in cui manifestarsi (d’estate il sole tramonta a mezzanotte per risorgere solo dopo poche ore). Proprio per questo, anni fa l’Islanda venne statisticamente considerata uno dei paesi con il più alto tasso di suicidi al mondo, un dato che fu valutato come un paradosso, quando prima della crisi economica era chiaramente anche un paese con un alto tasso di benessere. Terra dominata per la maggior parte della sua vita da stranieri. Terra dei vichinghi, delle divina germaniche, una forte tradizione ancora tramandata, e di Odino, delle leggende sugli elfi e i miti nordici, la terra desolata dell’aurora boreale, che per gli islandesi non desta così tanto scalpore come per un turista incuriosito ed invadente. Proprio con questa immagine irriverente si apre la rivista, con il saggio dello scrittore Hallgrìmur Helgason: “com’è è possibile che gente che viene da Hong Kong, dal Giappone, dalla Russia, dalla Francia o dagli Stati Uniti sia disposta a svegliarsi alle sette per assistere alla cosa più tetra del mondo: una squallida mattina di inverno a Reykjavík?”. The Passenger – Islanda: il turismo, l’emergenza ambientale e la politica “punk” Oggi il turismo costituisce per l’Islanda un fattore importante per l’economia nazionale; il boom degli inizi Duemila è stato fondamentale soprattutto per avere risanato parte del territorio dopo la crisi, quando in città si viveva prettamente grazie ad attività commerciali e bancarie. Nonostante sia un paese “pazzo e vulcanico”, è proprio il paesaggio bianco dalle forme spigolose che affascina lo straniero, pronto ad affrontare le temperature glaciali verso l’esplorazione, muniti di smartphone, soprattutto se c’è qualche luogo da visitare che ha fatto da set a “Games of Thrones” o dove si può facilmente assaporare la vera tradizione islandese e vivere nelle tradizionali abitazioni, visto che adesso quasi tutte sono adibite ad affittacamere su Airbnb, e la città si è andata a “spersonalizzare” per essere più vicino all’ideale del turista. Addentrandosi negli originali reportage, è chiaro come The Passenger sia piuttosto un’esplorazione all’interno di aspetti poco conosciuti al di fuori del paese protagonista: […]

... continua la lettura
Libri

Appunti di cinema, riflessioni sulla Settima arte a cura di Francesco Grano | Ferrari editore

“Il cinema è un occhio aperto sul mondo”. E a dirlo è stato un filologo come Joseph Bédier, che mise in crisi il metodo Lachmann considerato strumento obbligatorio per lo studio di un testo; proprio come fu Bédier, anche il cinema è controcorrente e rivoluzionario talvolta, davvero uno spazio sconfinato tra verità ed invenzione. Il cinema è immaginazione, una delle poche cose che avvicina i nostri sogni più belli alla realtà, e lo sa bene Francesco Grano che per la Ferrari editore ha curato “Appunti di cinema”, una nuova raccolta, più che altro saggistica, sul mondo della Settima arte. A contribuire alla stesura del testo pubblicato dalla Ferrari editore – primo tomo di due – ci sono altrettanti cinefili ed appassionati, che senza nessun filtro propongono al lettore alcuni film considerati cult o entrati a far parte della loro personale top ten, sia per un attaccamento sentimentale sia perché valutati come i migliori della storia del cinema, per presa registica o attoriale, o perché hanno significato qualcosa proprio perché diventati emblema di una generazione o manifesto di una corrente di pensiero. “Appunti di cinema” a cura di Francesco Grano, un viaggio emozionante della Ferrari editore Così tra riflessioni e ricordi, Nicolò Barison, Susanna Camoli, Edoardo Graziani, Bruno Manfredi, Mariagiulia Miraglia e Francesco Spadafora (alias Freddy Xabaras) confessano i film ai quali sono più legati, dando senza riserve il loro personale punto di vista senza necessità di trovare un filo conduttore o talvolta una tematica comune tra i prescelti, ma sicuramente rispecchiando i gusti e le preferenze di molti altri cinefili al di fuori di queste pagine, come tutti i fan di Star Wars, il kolossal fantascientifico di George Lucas che sin dal primo episodio negli anni Settanta è entrato a far parte di un immaginario collettivo mondiale. C’è chi ovviamente non dimentica Blade Runner di Ridley Scott, che all’interno, sia nella trama che nella bravura degli attori, ha così tanto di profetico e spinge a migliaia di riflessioni e a tanto stupore. Altro film cult anni Ottanta è I Goonies di Richard Donner, un classico d’avventura per ragazzi che vede dei giovanissimi Sean Astin e Josh Brolin, ricavato da un soggetto scritto da Steven Spielberg. Molti appunto sono i riferimenti a questo grande regista americano in Appunti di cinema, milestone hollywoodiano insieme a Woody Allen, che ha precisamente delineato una vera e propria ideologia alleniana, se così si può dire. Con Io e Annie, Hannah e le sue sorelle o il meno conosciuto Stardust Memories (strano come nessuno abbia scelto Manhattan), Allen ha fatto della commedia americana moderna un cinema raffinato, sensibile, splendidamente nevrotico, mettendo in luce, con ironia, i lati più stridenti e contraddittori dell’animo umano. Gli autori ricordano anche Tim Burton, che con Edward mani di forbice o Ed Wood ha creato un nuovo modo di fare cinema, unico e inimitabile, trasponendo in maniera assoluta fantasia e creatività, che è quello che il cinema tutto dovrebbe insegnare. Oltre a percorrere la scia del ricordo, da non dimenticare sono […]

... continua la lettura
Libri

Neri Pozza presenta “Tredici canti” di Anna Marchitelli, la voce dei reclusi

“Tredici canti” di Anna Marchitelli, recensione del romanzo edito da Neri Pozza Un viaggio tra le vite ingiustamente dimenticate quello di Anna Marchitelli in Tredici canti (12+1), nuovo libro edito dalla Neri Pozza della scrittrice napoletana e piccolo scrigno di preziosi racconti (qui la nostra recensione di Certe stanze per la Manni editori). Si tratta di tredici storie, tra il vero e l’invenzione, ricavate dall’archivio tra circa sessantamila cartelle cliniche dell’ex ospedale psichiatrico Leonardo Bianchi di Napoli, una solitaria “fortezza” ormai nascosta dietro pochi filari di alberi nel bel mezzo della Calata Capodichino. A fargli da contorno alti muri di tufo che a loro volta nascondevano le atrocità del manicomio, dal 1874 fino al giorno della chiusura nel 1999 – quasi dieci anni dopo l’approvazione della legge Basaglia. Il cosiddetto “manicomio moderno” nato nel 1793 con Philippe Pinel, spesso accreditato come il primo in Europa ad aver introdotto metodi più umani nel trattamento e nella possibile cura dei malati di mente, verrà nel 1978 chiuso per regolamentare l’organizzazione del trattamento sanitario anche per questi ospedali. “Ho preso un impegno con le donne e gli uomini reclusi in questo luogo” afferma l’autrice, “prestare la mia voce per sottrarli all’invisibilità in cui, ancora prima di morire, erano stati relegati”. E lo fa splendidamente, senza indugi, con intensità, lasciando intendere, per ogni storia, non solo il dolore e la sofferenza dei pazienti, ma anche la sensazione di emarginazione e desolazione in cui riversavano; i “pazzi”, i “matti”, schedati e dimenticati. Anna Marchitelli riesce a creare nel lettore un interrogativo importante per ognuno dei tredici racconti: se davvero l’isolamento forzato di ogni donna e uomo condannato a quella prigionia, fisica e purtroppo mentale, sia stata o meno necessaria. Tredici canti edito da Neri Pozza, la voce dei reclusi tra realtà e creazione  Tutte le tredici storie, con maestria e delicatezza, donando rispetto per ognuna di esse, sono raccontate dalla Marchitelli in prima persona, quando già la loro vita si è conclusa, donando ancora più pathos e bellezza alla narrazione: ad esempio quella del famoso matematico Renato Caccioppoli, allora docente, ammesso a 34 anni perché “neuropatico con tendenza all’eccentricità, alla melanconia e alla contraddizione, io che la contraddizione la usavo nei ragionamenti di logica” sottolinea con mestizia la voce dell’autrice – e quindi di Caccioppoli. O quella del pentito Gennaro Abbatemaggio: “sono stato camorrista e ho collaborato con la giustizia, ho accusato altri delinquenti e poi ho ritrattato, ho confuso le carte in tavola dicendo che mi ero sbagliato […], ho giocato d’azzardo senza mai esitare”. Intensa è poi la storia di Mario Travia, recluso nel 1922 a soli vent’anni perché affetto da mutismo. Condannato ad una intera vita di sofferenze e a peggiorare psicologicamente sotto gli occhi della madre, che ha dedicato se stessa per permettere al figlio un destino migliore, ma impossibile da avverarsi: la psichiatria sociale, così come l’assistenza sanitaria di questi ospedali, non credeva nel processo riabilitativo né in un intervento terapeutico adeguato, bensì nell’accettazione di una presunta follia. Oppure quella della violinista Enrica Rogliano, […]

... continua la lettura
Libri

Eldo Yoshimizu e la sua “Ryuko”, secondo ed ultimo volume (Recensione)

Il secondo e conclusivo volume di Ryuko, edito anch’esso dalla Bao Publishing e tradotto da Valentina Vignola, si conferma nuovamente un manga intricato e dinamico, in cui la storia dei personaggi si intreccia con assoluto parallelismo ai disegni in bianco e nero e agli effetti che il mangaka Eldo Yoshimizu ci propone ancora una volta con maestria. Azione e momenti drammatici si alternano in un mix che arriva forte al lettore, desideroso e consapevole di una storia giapponese di criminalità e onore. In realtà per i più appassionati del fumetto, è inesatto considerare Ryuko semplicemente un manga; infatti, quest’ultimo termine indica piuttosto un racconto per immagini “disimpegnato”, leggero, tutt’altro invece è Ryuko: ecco perché può essere considerato più un gekiga, termine coniato da Yoshihiro Tatsumi ad indicare un fumetto con più maturità nel racconto e destinato anche ad un pubblico adulto. Ryuko volume 2 di Eldo Yoshimizu: ma dove eravamo rimasti? La storia riprende dal rapimento di Sasori (qui la nostra recensione del volume 1), una ragazza del clan di Ryuko, e della comparsa in scena, già nel primo capitolo, di Harim, un sorgente dei servizi segreti americani e uomo che viene dal lontano passato di Ryuko. L’azione quindi insieme al primo colpo di scena non manca mai: gli scatti frenetici del corpo dei personaggi, come gli spari o gli innumerevoli inseguimenti tra auto e moto, i continui combattimenti, vengono con vigore rappresentati da Eldo Yoshimizu attraverso disegni volutamente imprecisi ma di impatto. I riquadri delle vignette non sono mai identici tra di loro, e l’alternanza tra il bianco (sublime le immagini di giorno o del paesaggio innevato) e il nero (protagonista della notte oscura e dei combattimenti più sfrenati) conferisce realtà e stupore, lo stesso che l’autore delinea sul viso dei personaggi nei momenti di pathos, soprattutto quando è presente Tsu Suto. Tsu Suto, nemesi (apparentemente) di Ryuko, descrive appropriatamente la definizione di gekiga; nemica inizialmente, vuole appropriarsi del sigillo d’oro di Ryuko per diventare la nuova longtou, “il vertice della hei hua, la figura che detiene il poter assoluto sulla società”. Ma i progressi nella storia, che viaggiano paralleli alla scoperta delle vicende personali di Ryuko – che vive più di tutti un lungo e travagliato percorso verso le proprie verità – porteranno lei, e tutti, a trovarsi di fronte alla propria coscienza, alle proprie debolezze, alla propria moralità, a chiedersi cosa sia bene e cosa male e come le azioni che compiamo possono determinare il nostro destino. Ilaria Casertano  

... continua la lettura
Libri

Antonella Ragosta ci racconta “Cuorebello e Miss P”

Una scrittura fluida, intensa. Parole d’amore che si rincorrono una dietro l’altra senza perdere vigore, quasi come fosse una confessione a cuore aperto. Il racconto autobiografico di questo romanzo è immerso completamente nelle braccia, e nella voce narrante, di Antonella Ragosta, letterata ed insegnante, scrittrice e lettrice appassionata. Nessun aggettivo può essere, infatti, migliore di questo per descrivere l’autrice di Cuorebello e Miss P, edito dalla GM Press e presentato con uno speciale book party lo scorso 19 maggio allo Studio Gnosis Progetti di Napoli. Tutto inizia (o si può dire che tutto ricomincia con una nuova prospettiva?) quando a Cuorebello, un medico affascinante e dalle mille passioni anch’egli, viene diagnosticato un tumore alla prostata. Da lì, la voce narrante della donna che gli è affianco comincia, attraverso la scrittura, a scandire ogni momento e passaggio della malattia; dalla scoperta che la lascia impaurita e confusa, dalle continue domande su questo male così poco conosciuto, dall’operazione a Bordeaux presso uno dei guru della chirurgia in questo campo, fino al processo successivo, all’attesa lunghissima, agli attimi di felicità che devono essere rubati a “Miss P”, colei che ha infranto (ma non spezzato) i sogni di una coppia felice. Infatti, già prima della metà del romanzo, la voce narrante inizia una fantomatica conversazione con Miss P, il centro della storia: una conversazione fatta di dubbi, incertezze, stanchezza, odio, tenerezza, amore. “Vorrei essere come il vento d’estate: poter asciugare tutto in pochi minuti, asciugare il dolore. Chissà com’è un dolore asciutto. Il dolore, lo so, non invecchia. È un ragazzo per tutta la vita” (p. 86). La voce che però risuona forte per tutto il racconto è quella passionale di Antonella Ragosta, che ringraziamo per l’intervista concessa ad Eroica Fenice. Il dolore, la rinascita e la passione per la scrittura. Intervista ad Antonella Ragosta Scrivere della sua storia, di come ha affrontato un periodo difficile della sua vita, le è stato d’aiuto? È d’accordo nel dire che la scrittura aiuta ad affrontare il dolore? Credo nel potere catartico della scrittura e ciò può dare conforto ma nel mio caso scrivere  Cuorebello e Miss P  è stato per dar voce ad un’esperienza che pensavo potesse servire anche ad altri. Cuorebello e Miss P è un romanzo che attraversa tutte le diverse fasi del tumore, dalla scoperta di esso passando attraverso l’accettazione. In che momento ha deciso di volerne raccontare? La storia vera è fusa con la dimensione onirica proprio con l’intento di divulgare i contenuti di un percorso che ha molteplici sfaccettature. E tutto ciò è venuto naturale da subito. Future pubblicazioni? Progetti in cantiere? Sto lavorando ad un nuovo romanzo: i personaggi sono buoni con me e mi aspettano, capiscono che in questo momento il loro fratello Cuorebello e Miss P ha bisogno di me per farsi strada nella magnifica giungla dei libri.  

... continua la lettura
Libri

Daniele Amitrano ritorna con “La bambina che urlava nel silenzio” | 13Lab editore

Samuele Lorenzi è un giovane ispettore trasferitosi dal suo piccolo paese in Piemonte a Sant’Agata dei Liri; di bella presenza, gentile, fortemente dedito al suo lavoro come uomo di Stato e imprescindibilmente legato al concetto vero di giustizia. Proprio quel senso di giustizia il motore della storia, quando si troverà ad indagare sul presunto suicidio del brigadiere Santino Pinna. Si tratta davvero solo di un suicidio e quindi di un caso da archiviare? E quel sogno? Quella bambina? Così ha inizio La bambina che urlava nel silenzio, il nuovo romanzo di Daniele Amitrano tornato alla narrativa dopo “Figli dello stesso fango”(qui la nostra recensione), pubblicati entrambi dalla 13Lab editore. Daniele Amitrano torna con un nuovo giallo, pubblicato con la 13Lab editore in tutte le librerie Un bosco immenso e una bambina, così inizia il sogno di Samuele – e il romanzo. Tutto è sfocato, ma così nitido, così come la corsa per raggiungerla, come il pozzo in cui precipita, e il suo sguardo che chiede aiuto. A lui, proprio a Samuele. Il cui intuito lo porterà a comprendere che il sogno è legato all’indagine di cui si sta occupando e alla decisione di dover approfondire nella vita del brigadiere, a partire dal motivo per cui avrebbe posto fine alla sua vita. Così mentre scava nella vita del collega (l’ex moglie, che ora con un nuovo compagno, o la figlia Federica, che amava tantissimo), si trova a dover fare i conti anche con la sua, con i sentimenti che prova e che non è mai riuscito ad esprimere davvero a Cinzia, la donna della sua vita. Ne La bambina che urlava nel silenzio, Daniele Amitrano non riesce fino in fondo a delineare una perfetta descrizione dei personaggi; la personalità e la sagoma di ognuno fanno fatica ad emergere, ma la storia si concentra soprattutto sul prosieguo delle indagini, e una determinante svolta nella ricerca di Lorenzi. Proprio quest’ultima svolta è l’oggetto di cambiamento nel romanzo; anzi, piuttosto fa riflettere sulla possibilità di cambiamento. Samuele riflette su di sè, sulla necessità di essere se stessi, sulle motivazioni che lo hanno spinto ad aiutare gli altri, a scegliere un lavoro così di responsabilità ma che lo rende orgoglioso; riflette sulla possibilità di migliorarsi. Tassello dopo tassello, il protagonista riuscirà così a sbrogliare la matassa e a riportare nella direzione giusta non solo l’indagine, ma anche se stesso. Ilaria Casertano Acquista i libri di Daniele Amitrano e della 13Lab editore

... continua la lettura
Libri

Isola di Jacobsen, viaggio al Nord della Iperborea editore

Riappropriarsi dei ricordi della terra d’origine, dare un nome e una storia a tutto ciò che appartiene ad essa. È ciò che compie la giovane donna danese protagonista di Isola, il nuovo libro semi-autobiografico della scrittrice Siri Ranva Hjelm Jacobsen, pubblicato dalla Iperborea editore. In realtà protagonista di questo ennesimo splendido viaggio al Nord che ci propone Iperborea editore non è la ragazza, bensì la terra natia dei suoi nonni, genitori della mamma, che emigrarono agli inizi del Novecento in Danimarca per cercare di ritagliarsi uno spazio nel mondo, per trovare la felicità nel futuro, compromesso dai confini del mare, ostacolato dal tempo immobile delle isole Faroe. L’arcipelago delle Faroe (Fær Øer) si trova tra l’Islanda e la Scandinavia, nel bel mezzo dell’Oceano Atlantico; una terra radicata nella tradizione e nelle leggende più antiche, vichinghe e favolistiche, una terra indipendente ma politicamente legata ancora oggi alla Danimarca – infatti non fa tuttora parte dell’Unione Europea. Una terra che ha però combattuto, nell’isolamento, la guerra mondiale e contro un declino economico dovuto a pochi sostentamenti finanziari quali la pesca e lo scarso turismo…“Viene maggio, e finisce la guerra. Le uniformi tedesche spariscono dalla città. Marita compra pane bianco e due crostatine con la crema”. Un altro viaggio della Iperborea editore, tra memoria e storia Il romanzo, dopo un incipit narrativo di difficile collocazione ma poeticamente perfetto sin dalle prime pagine (nobile la traduzione in italiano di Maria Valeria D’Avino), si sviluppa su due linee parallele, quella del presente raccontate in prima persona dalla ragazza, e quella del passato, che ritorna attraverso dei flashback, che racconta invece i momenti più significativi della vita dei suoi nonni, Marita e Fritz. «Lei sopportava con pazienza. Era il vetro intorno alla nave in bottiglia su cui lui navigava, la prua sempre rivolta verso casa. Quando lei morì, io pensai: ecco, ora abbi andrà alla deriva». Marita e Fritz, omma e abbi, di cui l’autrice racconta tutta la loro vita insieme dopo e separati dal mare prima, a partire dal momento in cui Marita decide di ricongiungersi con il marito per vivere in Danimarca. Un inizio che acquista da subito i contorni del misterioso, si può dire del macabro, del fragile, anche nostalgico, come appunto sembra essere l’animo delle isole. La malinconia infatti è il sentimento che scorre per tutto il romanzo: la malinconia di Fritz per la sua terra, per non avere potuto scegliere un destino professionale corrispondente ai suoi desideri (non essendo il primo figlio tra i suoi fratelli, non ha potuto beneficiare del sostentamento di una ricca zia), adeguandosi al lavoro di pescatore e poi insegnante; e la malinconia per avere perso la sua metà, da anziano; mentre chiacchiera con la nipote ricorda spesso: «se non fosse stato per la tua omma». E poi la malinconia di Marita. Una figura che il lettore si immagina silenziosa, profonda, che accetta il da farsi e accoglie la solitudine. C’è poi la malinconia di Ragnar, probabilmente, ma mai accennato del tutto con chiarezza, vero amore di Marita. […]

... continua la lettura
Libri

Yeruldelgger torna con La morte nomade, ultimo capitolo della saga

A quasi un anno di attesa dal secondo volume Tempi selvaggi (qui la nostra recensione), è finalmente arrivata la terza e ultima parte della saga noir/giallo di Yeruldelgger: La morte nomade, appena pubblicata dalla Fazi editore. Non più lo dzuud gelido, ma lo scenario con cui si apre il romanzo, ed in cui sono ambientate la maggior parte delle scene, è lo stesso, quello dell’immensa steppa mongola. Ormai ex poliziotto, Yeruldelgger si è ritirato lì, con la sua yurta, in solitudine, per ricordare ed applicare di nuovo tutto ciò che lo spirito dei monaci e quello di Shaolin gli ha insegnato lungo il suo percorso di vita. Lontano dalla frenesia di Ulan Bator, lontano dalla rabbia per una Mongolia che non può più tornare ad essere quella di prima, lontano dalla sua compagna Solongo. Avevamo lasciato Yeruldelgger affranto, indispettito da ciò che non è stato in grado di cambiare. Lo ritroviamo nomade, come vuole la tradizione, nella quale continua a credere ancora ciecamente, anche se con un po’ di tristezza e stanchezza, che conferisce al protagonista per tutto il corso del romanzo una strana e malinconica nostalgia. La trama prende forma quando la sua ricerca personale di pace interiore viene interrotta da una donna, Tsetseg, che chiede aiuto all’uomo per ritrovare sua figlia Yuna, scomparsa tempo addietro. Prima restio, ma sempre partecipe alla vicenda, Yeruldelgger inizia il viaggio, al quale si aggiungeranno Odval e il giovane Gambold, un cosiddetto “ninja”. Sono coloro i quali esplorano ossessivamente la steppa alla ricerca di rame, i cui scavi hanno cambiato completamente il profilo della natura e della Mongolia. Così come ci ha abituati Ian Manook, anche La morte nomade come i precedenti capitoli è ricca di storie che si sovrappongono, flashback e spostamenti di prospettiva che si ricongiungono, magnificamente, man mano che ci si avvicina al finale. Infatti, alla fantomatica carovana, faranno da appoggio tre stramboidi pittori mongoli, i quali durante il cammino alla ricerca di ispirazione sono incappati in un cadavere. Così come la risoluta tenente Guerlei, scelta per investigare sul caso di diverse morti accidentali, esattamente nella stessa steppa. Nel frattempo, l’autore ci porta in altri continenti, dall’Australia a New York, fino alla Francia nuovamente, dove ritroveremo il vecchio amico Zarza, ancora una volta pedina risolutrice dell’intrigo. Yeruldelgger, un protagonista da amare in ogni romanzo  “Non hai paura di fare una stupidaggine?”, gli domandò Tsetseg guardandolo allontanarsi senza dire niente. “Conosci il proverbio, vero?” “Sì, conosco il proverbio. -Se hai paura, non farlo, se lo hai fatto, non avere più paura-”. Yeruldelgeer è senza dubbio il protagonista assoluto della trilogia. E non è così ovvio come sembra, essendoci la moltitudine di vicende e di personaggi importanti. Anche nelle scene in cui non è presente, il suo sguardo persiste, la sua visione della Mongolia e dei cambiamenti della sua terra entrano a far parte del lettore, che vede e scruta ogni personaggio attraverso il filtro della sua prospettiva. Così come La morte nomade è un romanzo sulle difficoltà di accettare il cambiamento, […]

... continua la lettura
Libri

Lorenzo Marone torna con “Un ragazzo normale”

Mimì crede nei supereroi, è un divoratore di libri e un accanito sostenitore della giustizia. Ha un linguaggio forbito, il classico “nerd” al giorno d’oggi, e la sua ingenuità lo porta ad imbarazzarsi di fronte alla spontaneità dei coetanei. È il 1985 e Mimì ha solo dodici anni. Una famiglia numerosa e tipicamente napoletana, con la quale condivide una casa troppo piccola per contenere tutti i sogni che confeziona la sua fantasia e la sua curiosità; ma soprattutto Mimì ha un “mito”, il venticinquenne Giancarlo, un giornalista occhialuto che vive nel suo palazzo al Vomero e combatte a colpi di penna la criminalità organizzata. In tutte le librerie da domani 22 febbraio Un ragazzo normale dello scrittore napoletano Lorenzo Marone, edito da La Feltrinelli. In una saletta del PAN, Palazzo delle Arti di Napoli, in un freddo pomeriggio di inverno (proprio in un freddo inverno inizia il romanzo), noi di Eroica Fenice abbiamo potuto scambiare due chiacchiere in anteprima con l’autore Lorenzo Marone (qui una nostra intervista fattagli lo scorso settembre); alle spalle di noi ospiti dell’incontro, una riproduzione fedele e a grandezza naturale della mitica Mehari verde di Giancarlo Siani, a ricordare l’indelebile tragedia del suo assassinio, avvenuto il 23 settembre 1985 proprio nella sua auto mentre rientrava a casa. Un fatto realmente accaduto, ma marginale nella storia (anzi, nelle storie) che Lorenzo Marone ha magistralmente orchestrato, dando – a tratti con autobiografismo – spazio alla sua fantasia e alla sua capacità di raccontare la vita quotidiana. E “un ragazzo normale”, come egli stesso più volte ha sottolineato, non è solo Mimì, ma anche lo stesso Giancarlo. A tu per tu con Lorenzo Marone, i suoi romanzi, la sua Napoli e le sue molteplici storie Un ragazzo normale, infatti, “non è un romanzo su Giancarlo, ma con Giancarlo”. Al centro di esso c’è la vita del protagonista; ma l’accenno non tende a far dimenticare che Siani, nonostante la sua “normalità”, ha compiuto atti eroici. Un giornalista precario de “Il Mattino” sempre sorridente e dedito al suo lavoro di cronista; così infatti appare agli occhi del piccolo Mimì (e come era realmente, come racconta Marone, il quale ha ricevuto da Paolo, il fratello di Siani, un riscontro positivo sul personaggio), che decide di eleggerlo a supereroe senza neanche comprendere fino in fondo cosa stesse a significare per lui e per Napoli la camorra. Un ambiente ovattato quello di Mimì, un micro-mondo dal quale però si sente estraneo, non solo per l’omertà latente della sua famiglia (che poi rappresenta quella di tutto il macro-mondo esterno), ma anche per quella superficialità, “leggerezza” la chiama Marone, che corrisponde alla bonaria ignoranza del suo nucleo familiare. Un nucleo familiare della società medio-bassa di Napoli: la mamma e la nonna da vere donne di casa passano la giornata a dedicarsi alle faccende domestiche, il nonno dai proverbi facili che guarda la tv solo per sentirsi un po’ più vicino ai fatti che stravolgono il Paese e tifoso sfegatato ovviamente del Napoli (un giovane e talentuoso calciatore […]

... continua la lettura
Recensioni

L’amico perduto, uno sguardo sincero sull’Indonesia | Iperborea

Un romanzo di formazione, con un pizzico di autobiografismo, un vero capolavoro della letteratura olandese, pubblicato per la prima volta nel 1948, L’amico perduto della scrittrice Hella Haasse è stato finalmente edito in Italia da Iperborea, per la traduzione di Fulvio Ferrari. Due ragazzi, uno figlio di un proprietario di piantagioni olandese, l’altro figlio di uno dei servi indigeni, crescono insieme nella tropicale Giava, attualmente una delle isole più popolose al mondo e dove si trova Giacarta, capitale dell’Indonesia.  Siamo durante il colonialismo olandese, un periodo storico che durò ben tre secoli fino a quando l’Indonesia riuscì ad ottenere l’indipendenza, solo dopo la Seconda guerra mondiale. In realtà tutto ciò viene ne L’amico perduto visto di traverso, riflesso attraverso l’amicizia dei due, in forma di memoriale: il ricordo rivive, potente, con una nostalgia e un’incomprensione verso un destino che era, nel momento in cui Haasse scrisse il romanzo, completamente attuale. “Urug era il mio amico. Quando ripenso alla mia infanzia e agli anni della giovinezza, inevitabilmente sorge dentro di me l’immagine di Urug”. I giochi nella natura incontaminata, il rudjak comprato in attesa del treno che li portasse a scuola, le confidenze in sondanese, la spensieratezza delle mille avventure immaginate insieme. Fino a che inevitabilmente, l’innocenza dei due amici viene interrotta da un episodio funesto, la morte per annegamento del padre di Urug; da quel momento, con l’incombenza dell’età adulta e la forza del colonialismo alle spalle, il destino dei due amici è destinato a separarsi. Pagina dopo pagina, il lettore si accorge che ricordare il passato per il protagonista, di cui non viene mai detto il nome, è anche un modo per comprendere il presente, per cercare di dare risposte ai suoi quesiti irrisolti: cosa ha portato la loro amicizia a spegnersi, cosa li ha portati appunto a perdersi? Ma soprattutto, come ci si può sentire stranieri nella terra dove si è nati? L’amico perduto (edito da Iperborea), un dialogo tra due mondi diversi Ciò che Hella Haasse è riuscita a raccontare nel suo romanzo più importante è, ancora oggi, la sintesi di molti aspetti che condizionano la società odierna; una modernità che trova una perfetta dimora nelle pubblicazioni di Iperborea: non solo attenzione alla trama, ma quanto in essa influisca il periodo storico che ne fa da cornice e il luogo dove viene svelata, in questo caso l’Indonesia, la cui bellezza esisteva anche molto prima dell’arrivo del colonialismo. La discriminazione, il disprezzo per la diversità, il pregiudizio, la stupida ed immotivata superiorità, sono aspetti che così come la stessa Haasse visse probabilmente ed inconsapevolmente in prima persona (figlia di un olandese, trascorse la sua infanzia nelle Indie dove studiò, finchè a vent’anni decise di trasferirsi ad Amsterdam), vivono nella quotidianità dei due piccoli amici. Alla ricerca di un posto nel mondo, Urug riesce a suo modo a trovare un’identità, cosa sulla quale il protagonista si interroga fino alla fine, e che sembra essere l’espediente delle sue evocazioni; tra i ricordi – così vividi e particolareggiati, che servono alla Haasse […]

... continua la lettura
Teatro

Le serve, Genet al Teatro Nuovo di Napoli

Le Serve Genet. Dal 25 al 29 ottobre è in scena al Teatro Nuovo di Napoli Le serve di Jean Genet, tradotto da Gioia Costa e presentato da “Teatro e Società”, dal Teatro Biondo di Palermo e dal Teatro Stabile di Catania, per la regia di Giovanni Anfuso.  Le serve (Les bonnes) è considerato il capolavoro di Jean Genet, scritto nel 1946. Per elaborare la pièce, Genet si ispirò liberamente ad un fatto di cronaca realmente accaduto nel 1933 in Francia: senza alcun apparente motivazione, due giovani donne uccidono brutalmente una nobildonna e sua figlia, presso le quali lavorano come domestiche. Molte le riproposizioni nel teatro moderno, delle quali in Italia ricordiamo quella del 1968 per la regia di Maurizio Scaparro, in cui una delle tre protagoniste era interpretata da Piera Degli Esposti. Da un omicidio in realtà, l’opera di Genet prende soltanto spunto; si tratta infatti di una tragicommedia, magistralmente interpretata nella riproposizione di Anfuso da Anna Bonaiuto e Manuela Mandracchia nel ruolo appunto delle “serve” Claire e Solange, e Vanessa Gravina, la “Signora”, che entra in scena solo in un secondo momento. Sul palcoscenico del Teatro Nuovo Le serve Genet: da Genet a Giovanni Anfuso La prima scena de Le serve si apre durante quello che presto si scoprirà essere un rituale quotidiano (quella che viene chiamata dalle due una “cerimonia“, piuttosto che pronunciare la parola “messinscena”, quella che poi è davvero): Claire e Solange sopraffatte dal desiderio di evasione, inscenano quello che sembra un confronto tipico tra loro e la nobildonna. Indossano i suoi vestiti, assumono movenze caricaturali, oltrepassano piano piano il confine che c’è tra finzione e realtà. La loro contentezza, che durante tutta l’opera si alterna in maniera angosciante con una non tanto latente rabbia e frustrazione, viene però smorzata dalla notizia che il loro “Signore” è appena uscito di galera, incarcerato a causa di alcune lettere, finte ed anonime, scritte proprio da Claire per incastrare senza motivo l’uomo. Da quel momento non solo il folle gioco di immedesimazione diventa pericoloso, ma tutto acquista, in un crescendo, l’apice di un delirante sconvolgimento. Un’unica scenografia, la sontuosa stanza da letto della Signora, fa da ambientazione, fulcro del quale sono pochi elementi sul palcoscenico: un telefono, una finestra, uno specchio, ma soprattutto l’armadio e i vestiti, ossessione delle due donne, oggetto di ricchezza e di desiderio materiale, simbolo di tutto quello che la nobildonna ha, e che le serve non potrebbero mai avere, rinchiuse nella loro mansarda, imprigionate da un continuo ticchettio dell’orologio (quando la Signora regala in un atto di pseudo gentilezza e finta umiltà due abiti a Claire e Solange, esilarante è una battuta della Gravina: beate voi che questi vestiti non avete dovuto comprarli come ho fatto io). Ne Le serve di Genet e ora di Anfuso, ciò che prende più risalto è l’esternazione del proprio io interiore, del proprio essere, che segue la psicologia profonda dei tre personaggi, come il confronto perenne tra amore e odio – quello tra le domestiche e la padrona, che cercano di avvelenare per non essere […]

... continua la lettura
Libri

Bagliori a San Pietroburgo, tra le memorie di Jan Brokken

Leggere Jan Brokken è come viaggiare. Significa perdersi in un mondo che ti appartiene solo da lontano, se non sei un fervido appassionato della civiltà nordeuropea, quella che egli stesso tanto ama. Già da “Anime Baltiche” e “Il giardino dei cosacchi”, Brokken immerge il lettore in quella così problematica ma intensa cultura, spaziando dalla letteratura alla musica, che da olandese sente fortemente propria, tanto da farne il protagonista assoluto dei suoi racconti. E ritorna con il nuovo libro Bagliori a San Pietroburgo, anche questo edito in Italia da Iperborea e tradotto da Claudia Cozzi e Claudia Di Palermo. “È strano, a nessuna città mi sento tanto legato quanto a San Pietroburgo, e al tempo stesso nessuna mi incute altrettanto timore”. La San Pietroburgo di Jan Brokken, tra arte, letteratura e musica Ogni ricordo, ogni incipit di Bagliori a San Pietroburgo parte da un unico viaggio che Brokken fece nel 1975 appunto a San Pietroburgo, allora chiamata Leningrado. Anche se dalla Rivoluzione Russa sono passati decenni, l’autore sottolinea come la città fosse ancora fortemente influenzata, anche implicitamente, dagli strascichi che comportò il governo di Lenin e i successivi stravolgimenti storici. Un Paese duro, omertoso e corrotto in quei lunghi anni, violento, e allo stesso tempo così profondamente malinconico e sentimentale: Bagliori a San Pietroburgo è un’opera evocativa, perché attraverso gli occhi di uno “straniero” come Jan Brokken, possiamo comprendere quanto poco conosciamo una cultura che non è la nostra, così intimamente bella come ce la descrivono due occhi, ed un cuore, innamorati. Leggere Brokken è anche viaggiare nel tempo. Con attenzione quasi filologica, l’autore racconta degli artisti che hanno reso San Pietroburgo una città splendente, toccando persino il periodo storico zarista. Folli geni, musicisti ribelli, anime controcorrente che hanno nella propria arte espresso l’amore/odio verso la propria terra. Così, non dimenticando di coinvolgere il lettore nelle sensazioni personali che l’arte di questi personaggi gli hanno suscitato per tutta la sua vita e continuano a farlo, Brokken ci trasporta nel passato, insieme ad Anna Achmatova (“ero innamorato della sua raffinatezza. […] Niente era comune in lei”), Gogol’, alla pittura di Malevič, alla musica tormentata di Čajkovskij, Marija Judina, Stravinskij e Šostakovič, poi Brodskij, Esenin, Rachmaninov. Fino ad arrivare a due poli opposti ma della stessa medaglia letteraria, Nabokov e Dostoevskij, per cui l’olandese non nasconde una profonda e dolce ammirazione, sia come scrittore che come uomo (“Dostoevskij scriveva, forse per primo nella letteratura mondiale, dal punto di vista dei suoi personaggi, […] esprimeva la loro grettezza, collera, malvagità, il loro disprezzo, i loro piaceri ed espedienti e la loro piccola ed esitante poesia”). Sembra che Jan Brokken rifletta e racconti attraverso una lente da obiettivo biografo – curiosissimo è il racconto dell’assassinio di Rasputin per mano del principe Jusupov, che fuggì dalla Russia con “un Rembrandt sottobraccio” – ma lo fa da scrittore, quindi ricco di sentimentalismi e sensazioni, che rendono Bagliori a San Pietroburgo un libro personale, prospettico, poetico se vogliamo, appassionante. “Se San Pietroburgo non fosse esistita, avrei inventato io questa città […]

... continua la lettura
Food

Incontro culinario a La Stanza del Gusto, tra tradizione ed innovazione

Organizzata dalla Gargiulo srl, azienda leader nel settore Aspirazioni, mercoledì 11 ottobre ha avuto luogo un’esclusiva cena-evento presso il magnifico ristorante La Stanza del Gusto di Mario Avallone, a via Costantinopoli nel cuore della movida napoletana. Un incontro tra due tradizioni culinarie solidissime e in un certo modo simili, quella partenopea e quella pugliese, che ha visto nello speciale menù creato appositamente per la serata l’unione di due “sapori”, quelli degli chef Avallone e Gianvito Matarrese, vincitore del programma 4 Ristoranti di Alessandro Borghese con il suo ristorante Evo ad Alberobello. Più che un incontro, un “abbraccio”: e i commensali lo intuiscono già dal nome della prima portata, Abbracciami meglio, una mozzarella di bufala con alice e pomodorini secchi. Accanto alla tradizione presente in ogni piatto, grazie all’ingrediente principale che affonda le sue radici nel Sud Italia e nel Mediterraneo, gli chef hanno sperimentato il “gusto” dell’innovazione. Sorprendente al palato la maionese al caffè e pomodori che ha accompagnato le tipiche bombette alberobellesi. Il cuore della cucina pugliese è stata raccontata anche attraverso la cialledda, una ricetta antichissima con base di pane, rivisitata con una stracciatella e la sgagliozza, seguita nel piatto da un assaggio di friarielli, un must della cucina napoletana, e dal secondo equilibrato di zucchina tonda leggermente cotta – che lo chef Avallone ci assicura provenire dalle terre di Taormina –  servita con un carpaccio di ricciola. A La Stanza del Gusto piatti del territorio rivisitati dai due chef Semplicità quindi, profonda appartenenza al territorio, con un tocco di novità che ha dato ad ogni piatto il giusto equilibrio tra tradizione e rivisitazione, e i primi piatti ne sono stati testimonianza: i Fagioli carbonari (un tuorlo d’uovo cotto con una base di crema di fagioli e pomodorini) e le Orecchiette XXL dello che Matarrese, con un pesto di pistacchio delicato e una grattata di cacio-ricotta che ne ha rafforzato il sapore. A concludere la cena a quattro mani, un dessert al bicchiere con una delicata mousse alla menta e crumble al caffè per dare croccantezza, e un assaggio gustosissimo di gelato al cioccolato fondente. Una serata vissuta nella splendida cornice del ristorante La stanza del Gusto, dove nell’essenza del locale si respira ogni giorno il connubio tra passato e presente, tra arte culinaria e radicata esperienza nel mondo della cucina gourmet. Ogni portata è stata pazientemente introdotta dallo chef Avallone e dalla spontaneità e simpatia dello chef Matarrese. Inoltre ad accompagnare i piatti passo passo, la qualità dei vini biologici  dell’azienda marchigiana CIÙ CIÙ e i prodotti del Panificio D’Auria.

... continua la lettura
Libri

Il segreto dell’ultimo figlio. La maledizione dei Palmisano

3 novembre 1918. Le truppe italiane, stremate da una guerra infinita, si scontrano un’ultima volta con l’esercito austro-ungarico in quella che viene ricordata la battaglia di Vittorio Veneto, o terza battaglia del Piave. Tra le trincee ci sono Vito Oronzo Palmisano e Antonio Convertini, due giovani amici originari di Bellorotondo, un paesino  rurale pugliese; aspettano di tornare finalmente a casa, stravolti dalla nostalgia e dall’insensatezza per quella guerra che, come per molti soldati al fronte, non sentivano propria. Il destino però non concede sconti, e per un caso sfortunato le loro vite si spengono il giorno prima che gli austriaci firmino l’armistizio, quello che decretò l’inizio della fine della prima guerra mondiale. È questo infelice evento è il primo dei tanti colpi di scena che corredano Il segreto dell’ultimo figlio. La maledizione dei Palmisano, terzo romanzo del catalano Rafel Nadal, un caso letterario in patria e che è stato da poco pubblicato e tradotto per la prima volta in Italia dalla Salani. La maledizione dei Palmisano: una saga familiare A cosa si riferisce la “maledizione” dei Palmisano? Il prologo del romanzo, che fa da apertura al racconto, ci svela subito il mistero: due turisti dei giorni nostri si accorgono che, su un monumento dedicato ai caduti in guerra di Bellorotondo, quasi tutti i nomi incisi sono dei Palmisano. A partire da una apparente leggenda, che lo scrittore trasformerà in filo conduttore, Il segreto dell’ultimo figlio è una storia corale, e come molte storie che raccontano gli avvenimenti della guerra, è anche una storia familiare; così parafrasando quei grandi romanzi in cui si dà risalto alla quotidianità di un piccolo paese del Sud d’Italia – la letteratura ci fa forzatamente ricordare I Malavoglia – l’opera di Nadal ci immerge nella quotidianità di Bellorotondo e dei suoi contadini, la povera gente che per prime furono vittime degli stravolgimenti bellici. Così accade per Vito Oronzo e Antonio, e per le rispettive mogli, Donata e Francesca, da cui parte il racconto: entrambe vedove, entrambe aspettano un figlio. Anch’esse inspiegabilmente vittime della guerra, si ritroveranno a dover sostenere il peso della mancanza e a tenere un segreto per tutta la vita. Infatti Donata, credendo di evitare a suo figlio Vitantonio l’amara sorte del padre e della sua intera stirpe, fa promettere alla cara amica Francesca di crescere anche Vitantonio come suo figlio. Così Vitantonio diventa adulto, accanto a Giovanna, come un Convertini, un’antica famiglia nobile di Bellorotondo. Ma nessuno poteva mai immaginare che “solo 25 anni dopo” la seconda guerra mondiale sarebbe arrivata con tutto il suo orrore, ad incombere sul destino di Vitantonio e di tutti. Inoltre, “il segreto dell’ultimo figlio” sarà mantenuto? I protagonisti de Il segreto dell’ultimo figlio. La maledizione dei Palmisano Sembra dissonante come un romanzo sulla guerra, che attraversa cronologicamente più della metà del Novecento, per buona parte non si interessi alla guerra in sé, ma si limiti a guardarla da lontano: l’autore riesce allo stesso tempo sia a descrivere l’infanzia e l’adolescenza di Vitantonio e Giovanna, che i cambiamenti […]

... continua la lettura
Attualità

Lo “scivolone” di Carpisa: sono questi i metodi del new business?

“Vergognati, Carpisa. Hai sputato sulle ferite della dignità professionale”. Da questo post pubblicato su LinkedIn solo l’altro ieri da Carlotta Silvestrini, un’esperta di digital rebranding bolognese, è partita sul web l’indignazione tra i social network e gli internauti (che ha scomodato persino la Cgil) contro Carpisa, il famoso brand di accessori. Tutto ciò perché l’azienda ha, a fine agosto, indetto una campagna, presumibilmente per il lancio della nuova collezione autunno/inverno 2017-18, aperta a chiunque acquisti una borsa in un qualsiasi punto vendita. Segue una registrazione sul sito ufficiale grazie ad un codice applicato allo scontrino. Ah, chi partecipa non deve dimenticare di allegare un piano marketing per una futura campagna, che sia aderente all’ideologia dell’azienda ed efficiente per target e comunicazione esterna. Al vincitore spetterebbe uno stage di un mese all’interno dell’ufficio marketing ed advertising di Carpisa con sede a Napoli. La retribuzione? Un celebre e conosciuto ai più, precari e non, “rimborso spese” di 500 euro.  Sorvoliamo sulla discutibile regola del concorso, seppur non tanto grave – se l’intento di Carpisa fosse stato quello di puntare sui giovani -, che afferma che la partecipazione è valida solo per chi abbia tra i 20 e i 30 anni. Un cavillo che assomiglia più ad una presa in giro se consideriamo che per attuare un produttivo e strategico piano marketing servano quantomeno esperienza e competenze. Sorvoliamo anche sulla regola che dice che l’ipotetico partecipante deve acquistare una borsa della nuova collezione, ossia per intenderci un prodotto a prezzo pieno e non nei saldi, ancora per poco in corso. Anche in questo senso se il fine era la mera promozione, viene da chiedere: Carpisa ha in realtà bisogno di una mossa del genere per spingere i compratori ad acquistare? No, poco presumibile considerando il fatturato e Penelope Cruz come attuale testimonial. “Compra una borsa e (forse) ti regaliamo un mese di lavoro gratis”: l’ironia del web contro Carpisa Cosa porta allora una azienda come quella di Carpisa ad affrontare un suicidio mediatico e, probabilmente, commerciale? Una propria strategia marketing, e qui sta il paradosso della cosa, completamente fallimentare dal nascere. Più che di marketing, in realtà, di comunicazione: “compra una borsa e (forse) ti regaliamo un mese di lavoro gratis” non sarà stato sicuramente il messaggio che Carpisa voleva trasmettere, ma “compra una borsa e (forse) ti regaliamo un mese di lavoro gratis” è stato il messaggio, denigratorio nelle sue fattezze, che è arrivato a tutti. Dopo le polemiche, le scuse non si sono fatte attendere da parte di Carpisa, che ha così motivato in un comunicato la caduta di stile: “l’azienda si scusa per la superficialità con la quale è stato affrontato un tema così delicato come quello del lavoro, in completa antitesi con una realtà imprenditoriale fatta invece di occupazione ed opportunità offerte in particolare al mondo giovanile”. Ai tempi di questa epoca così sensibile a tematiche come l’occupazione giovanile, il precariato e dove il lavoro sottopagato ai minimi termini sta diventando la normalità, Carpisa ha toppato alla grande, nulla da dire […]

... continua la lettura
Cinema & Serie tv

Mary Poppins returns, e non è un remake

Proprio così. Anche se dovremo purtroppo aspettare fino a Natale del 2018, Mary Poppins ritorna, uno dei musical barra commedia barra fantasy più apprezzato longevo tra quelli disneyani, e se ti viene subito da canticchiare “Supercalifragilistichespiralidoso” e ricordi perfettamente la medesima musichetta da sottofondo, sei un vero fan addicted. O quantomeno sai benissimo che grazie a questi grandi classici della Disney la tua infanzia è stata un po’ più magica, quando un film per ragazzi e bambini una volta era più simile ad una favola o ad un sogno realizzabile che a quelle distopiche realtà a cui la nuovissima generazione oggi è legata. Fan-allert: Mary Poppins returns non è un remake È partita la consueta campagna pubblicitaria di uno dei film prossimamente più attesi. Dalle prime indiscrezioni trapelate sul ritorno di Mary Poppins, emerse durante la D23 Expo – un evento annuale in cui la Disney rilascia tutte le novità del prossimo futuro – il regista Rob Marshall e l’attrice Emily Blunt, il nuovo volto di Mary Poppins, hanno rivelato che la storia non sarà un remake della inimitabile pellicola del 1964, bensì un sequel, che riprenderà la trama ben 25 anni dal primo capitolo (infatti la storia della bambinaia più famosa del mondo è tratta da una serie di romanzi per ragazzi della scrittrice australiana Pamela Lyndon Travers). Ci troviamo sempre a Londra, sempre in Viale dei Ciliegi numero 17 e sempre a casa Banks, ma questa volta anni dopo, durante la Grande Depressione. Jane (che sarà interpretata da Emily Mortimer) e Michael (Ben Wishaw), ormai adulti, stanno attraversando un periodo di lutto: per questo c’è ancora una volta bisogno della gioia e spontaneità della loro vecchia bambinaia, che ancora una volta busserà alla loro porta, forse dopo essere arrivata dal cielo con il suo magico ombrello e la sua borsa incantata? Essendo una storia impossibile da immaginare senza la spensieratezza dei bambini e allo stesso tempo dovendo avere un filo conduttore con quella precedente, ad aggiungersi ai personaggi sono i tre figli di Michael: Annabel, Georgie e John. Mary Poppins returns, il cast A cercare di eguagliare la brillante e probabilmente unica interpretazione di Julie Andrews, la quale dicono figurerà con un piccolo cameo (interessante notare come fu proprio Mary Poppins ad aprirle le porte del cinema e a assegnarle di conseguenza diversi ruoli simili della sua carriera, basti pensare alla regina di Genovia nel film Pretty Princess e seguito, con Anne Hathaway – diversamente da quelle interpretazioni quali in Victor/Victoria), sarà quindi Emily Blunt, ricordata dai più per avere recitato ne Il diavolo veste Prada. Proprio in questa nuova pellicola ritroverà Meryl Streep, che interpreterà il ruolo di Topsy, cugina della bambinaia. Nel cast anche Colin Firth, un cattivo banchiere che infierirà sulla situazione economica dei Banks, Angela Lansbury che per l’occasione svestirà i panni della Signora in giallo, e tra le vecchie reclute ci sarà Dick Van Dyke nel ruolo di Mr Dawes Jr. Come ben si ricorda, Van Dyke in Mary Poppins del ’64 interpretò […]

... continua la lettura