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Eroica Fenice

Libri

Raffaele Riba e La custodia dei cieli profondi (Recensione)

Intenso, malinconico e vero fin dalle fondamenta, quella di un rapporto umano o della casa della propria infanzia. La custodia dei cieli profondi è il terzo e nuovo romanzo del piemontese Raffaele Riba, edito dalla 66th and 2nd. Costruita da suo nonno nel settembre del 1936, Cascina Odessa è per Gabriele molto più della propria casa di infanzia, come lo sono i luoghi in cui cresciamo e che ci tengono legati ad un passato pieno di ricordi intensi. Cascina Odessa è il posto dell’anima, dove Gabriele ne diventa il Custode, ma dove ne diventa anche succube, travolto dal susseguirsi delle stagioni, del tempo, che lo lasciano incollato, con la mente e poi con la presenza fisica, ad una vecchia vita in cui è stato davvero felice, ma che non esiste più. Ed è in quel momento che Gabriele ha iniziato a guardare il cielo, o forse è sempre stata una conseguenza già prestabilita. Anche Cascina Odessa vive nel ricordo di Emanuele: il punto di osservazione del protagonista de La custodia dei cieli profondi Il romanzo di Raffaele Riba parte proprio da una consapevolezza profonda, già radicata in Gabriele, che, unico osservatore della realtà che lo circonda, inizia a raccontare al lettore la propria storia, piano piano. Una narrazione piena di indeterminatezza, misteriosa e oscura da principio proprio come l’universo, che ha imparato sin da piccolo a conoscere grazie ai libri illustrati regalati dal padre che lui e suo fratello Emanuele leggevano con grande entusiasmo e meraviglia. Infatti, è Emanuele ad essere centro nevralgico della storia, anche se quasi mai presente, ma vivo in tutti i ricordi di Gabriele, anche se il ricordo è nostalgico e amaro. Anche Cascina Odessa vive nel protagonista con Emanuele: “tutto è contemporaneamente mio e suo. Le stanze, il corridoio, il locale caldaia, l’erba e la terra […]. Avere Emanuele mi ha permesso di provare tutte le gradazioni di un legame. […] non ho mai amato nessuno con tutta quella forza e mai odiato nessuno con la brutalità che ho dedicato ad Emanuele”. Sempre con dei piccoli spunti dati al lettore, scopriamo che dopo avere vissuto in città per parte dell’università, Gabriele decide di tornare a casa, e dedicarsi alla cura di Cascina Odessa e della campagna che ha imparato anch’essa a conoscere da piccolo, dove con Emanuele giocava e ascoltava gli insegnamenti maldestri del padre, un altro grande ruolo nella storia, passata e presente. Uno degli aspetti volutamente paralleli raccontati da Raffaele Riba è la descrizione dei momenti di infanzia insieme alle persone più importanti per Gabriele plasmata dal presente e dal momento psicologico in cui si trova il protagonista. Un padre assente con la mente che ha inconsapevolmente allontanato per questo suo figlio, il quale per molto tempo ha tentato di rincorrere i suoi desideri. E poi una madre “paziente, silenziosa, apparentemente ben inserita nell’esistenza”, che vivrà, men che meno degli altri, il disfacimento e il vuoto che tutta la famiglia sembra vivere ognuno a modo proprio. Tranne Emanuele, che una volta lasciato casa […]

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Nerd zone

Lavorare online: come i social hanno trasformato le opportunità di guadagno

Avete mai sentito parlare di “smart working”? Secondo il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, «lo Smart Working (o Lavoro Agile) è una modalità di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato caratterizzato dall’assenza di vincoli orari o spaziali e un’organizzazione per fasi, cicli e obiettivi, stabilita mediante accordo tra dipendente e datore di lavoro; una modalità che aiuta il lavoratore a conciliare i tempi di vita e lavoro e, al contempo, favorire la crescita della sua produttività». In poche parole, un nuovo modo di lavorare, che riduce la rigidità dei tempi imposti da un lavoro ordinario, in un ufficio fisico ad esempio, e che aumenta il rendimento. Un concetto che oggi sembra sposarsi benissimo con tutte le possibili opportunità che offre il lavorare online: alti profitti e gestione della propria professione senza obblighi di spazio e tempo. Ma è davvero così facile come sembra? Cosa vuol dire lavorare online? Il business ai tempi dei social network Molto è cambiato da quando il web ci ha dato la possibilità di sfruttare al meglio i vantaggio offerti dal lavoro online; le grandi aziende come le piccole e medie imprese hanno rivoluzionato il concetto di “farsi pubblicità”, crearsi visibilità, grazie alla velocità e ai canali che ci propone la rete, in particolare i social network. E non è esagerato affermare che proprio l’evoluzione culturale ha stravolto, in qualche maniera, l’utilizzo dei social da mero mezzo di comunicazione di massa a strumento di marketing. Questo perché esattamente come un qualsiasi utente può esternare senza mezzi termini la propria opinione – o giudizio senza avere alcuna arte né parte? – in maniera diretta su un fatto di cronaca o attualità (Mentana lo chiamerebbe “webete”), così i social sono diventati il mezzo di marketing, digital marketing, più efficace. Non per questo lavorare online significa riuscire a creare una personale figura professionale dal nulla, nel senso che non è alla portata di tutti: come ogni nuova branca professionale che si rispetti, più il settore cresce, più c’è la necessità di un ruolo che sia altamente competente. Dai blogger agli instagrammers e youtubers passando per i web influencer: cosa significa lavorare online con i social media Per quanto possa sembrare un gioco da ragazzi, non è facile creare una propria identità professionale sul web, Chiara Ferragni e simili insegnano che costruire un impero imprenditoriale partendo da zero non è roba da poco. Se ci si sofferma però su quello che è il content marketing, c’è molta differenza tra i diversi canali social che si scelgono per avviare la propria attività online; infatti, partire iniziando dalla creazione di un blog (che sia di moda, lifestyle, cucina o viaggi) e quindi dare un taglio editoriale al brand che si rappresenta (o se parliamo di personal branding), è diverso dal prediligere un canale di marketing quale Facebook o Twitter per la propria awareness. Generare contatti utili alla crescita, o aumentare i followers LinkedIn e Instagram – che secondo le statistiche 2018 di Vincos è il social che è cresciuto maggiormente, con 800 […]

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Libri

Ciò che stringi nella mano destra ti appartiene, 66thand2nd editore (Recensione)

Karim, un giovane montatore per la tv algerino che vive a Parigi, sta per avere un bambino con la sua compagna Charlotte, di origini armene. Karim si definisce un musulmano “non praticante”, anche se la religione islamica, come altre, non prevede questa definizione, fin troppo cristiana: se sei musulmano non puoi non praticare la fede. Eppure, cresciuto con le dottrine tramandategli dal padre insieme a tanti versi del Corano – che il protagonista ricorderà nel corso della storia – Karim, almeno all’inizio del racconto, non si sente così vicino alla religione per definirsi tale. Uomo del proprio tempo, Karim è più di tutto una brava persona, che persegue più che i dettami di una religione quelli di una vita  semplice, serena e alla ricerca della felicità: crede nella bontà, e nell’amore che ogni giorno riceve e condivide con Charlotte. Cosa succede però quando inaspettatamente e senza libero arbitrio questo equilibrio viene irrimediabilmente rotto? Un equilibrio ucciso dalla cattiveria e dalla violenza umana, in cui non ha mai creduto? Ce lo racconta Pascal Manoukian, scrittore e reporter di guerra francese, nel suo splendido romanzo Ciò che stringi nella mano destra ti appartiene, edito in Italia dalla 66thand2nd, tradotto da Francesca Bononi. È proprio nel momento in cui l’equilibrio di Karim viene per sempre devastato, quando Charlotte, durante una delle tante serate spensierate con le amiche in un bar parigino, diventa vittima di un attentato terroristico, che il romanzo parte: Karim ha perso tutto e dentro di sé non riesce a trovare più niente. La desolazione, la tristezza, e la rabbia quando prende consapevolezza del motivo di quella perdita, così atroce, porteranno Karim ad una scelta estrema: quella di arruolarsi nelle milizie dell’Isis, per scoprire fino in fondo la verità e guardare in faccia l’artefice di quello sterminio. Tra la realtà dell’integralismo islamico contemporaneo e il racconto umano, il nuovo romanzo di Pascal Manoukian edito della 66thand2nd Attraverso un ben miscelato parallelo tra il racconto romanzato del protagonista, a partire dalla scoperta del kamikaze che si è lasciato esplodere e ha ucciso Charlotte – Aurélien, un suo vecchio amico di infanzia cresciuto nel suo stesso quartiere ad Aubervilliers – e i racconti sull’organizzazione dello Stato Islamico che attraverseranno le terre della Siria, Pascal Manoukian (che nel 2016 ha pubblicato con la 66thand2nd anche Derive) riesce a coinvolgere il lettore e renderlo partecipe dei sentimenti di Karim, al quale lascia la facoltà di giudizio su ogni personaggio che incontra sul cammino; a partire dalle e-mail scambiate con Abu Walid, il reclutatore jihaista che accalappia nuovi adepti su Facebook, fino al viaggio in Belgio dove incontrerà altri “apprendisti soldati” dell’Isis come lui, pronti per affrontare la jihad ma senza sapere cosa c’è in realtà dietro. Una famiglia musulmana, Sarah, Anthony e il piccolo Adam, che ha scelto di farne parte credendo alle promesse propagandistiche sulla sicurezza di un futuro migliore, e poi l’adolescente e ribelle Lila, scappata di casa lontano dai suoi genitori, e che avrà un ruolo determinante nella storia. Un viaggio che terminerà […]

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Libri

Cambio di rotta, un altro trascinante romanzo di Elizabeth Jane Howard (Recensione)

Emmanuel e Lillian, Mr e Mrs Joyce, sono una vecchia coppia sposata nata in Inghilterra ma da sempre girovaga. Lui è un ricco drammaturgo, lei una donna fragile, di salute e nello spirito, e sempre rivolta al passato. A chiudere un platonico e in bilico ménage à trois c’è Jimmy, il trentatreenne aiutante di Emmanuel ma da tempo presente anche nella vita privata e affettiva dei coniugi Joyce. Il loro equilibrio cambia quando la necessità di una segretaria che aiuti tutti negli affari domestici e lavorativi mette in scena un quarto personaggio, così chiamata Alberta, una giovane e bella ragazza, la cui ingenuità e risoluta purezza porterà la storia a evolversi radicalmente, sullo sfondo di una esotica isola greca. Cambio di rotta (“The sea change”) è un romanzo  di Elizabeth Jane Howard pubblicato per la prima volta nel 1959, che torna oggi nelle librerie grazie alla Fazi editore (con la traduzione di Manuela Francescon), che dopo All’ombra di Julius e la saga dei Cazalet ripropone un altro avvincente capolavoro della britannica. Una nuova pubblicazione di Elizabeth Jane Howard edita dalla Fazi Il romanzo di Elizabeth Jane Howard si apre con un evento che appare inaspettato, ma che fa capire sin da subito il sottofondo dei successivi: una giovane donna di nome Gloria Williams viene trovata dai coniugi Joyce e da Jimmy svenuta in una vasca dopo aver ingerito dei barbiturici. Questa non è solo l’unica scena in cui viene spostato l’obiettivo su un personaggio che non fa parte dei quattro principali, ma aiuta anche a spiegare, prima che parta la vera storia, il carattere di ognuno. Emmanuel così si definisce subito un donnaiolo dall’amore facile, e fugace, per le giovani ragazze che a causa del suo lavoro lo circondano e gli sono ammiratrici (infatti Gloria fa parte di questa cerchia, che per l’impossibilità di stargli accanto ancora a lungo sceglie di inscenare lo svenimento); Lillian, la quale è lei a trovare per primo la donna nel bagno, sviene a sua volta: da ciò sappiamo della sua salute cagionevole e della profonda amarezza e tristezza che prova essendo a conoscenza, o ipotizzando, delle numerose amanti del marito, che vive costantemente nel ricordo della figlia Sarah morta da piccola; e poi Jimmy, che non è solo l’aiutante di Emmanuel, ma parte integrante delle dinamiche familiari e colui che in poche parole si occupa di sbrigare intrighi, fastidi e problematiche. In realtà con l’evoluzione della storia, e l’entrata in scena di Alberta, ogni personaggio (tra l’altro ogni avvenimento viene raccontato, che sia in prima persona o in terza, da ognuno di loro) assume una profondità nuova rispetto all’evento precedente, tutto sotto un sentimentalismo e una psicologia che vengono dipanati brillantemente dall’autrice. Oltre a saper con bravura dispiegare ogni angolo dei caratteri dei quattro, Elizabeth Jane Howard riesce a descrivere con grande bellezza i luoghi e le ambientazioni, anche nei ricordi dei protagonisti, come quando Lillian racconta della sua infanzia felice in campagna prima della morte dei genitori, o quando arriviamo al punto in cui […]

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Napoli & Dintorni

Frida Kahlo, l’omaggio del Teatro alla Deriva VII edizione

Tanto si è detto, tanto si è costruito su Frida Kahlo, un personaggio del ‘900 di così grande spessore. Tante canzoni, tanti film (impossibile dimenticare la Frida interpretata da Salma Hayek), tanti adattamenti sulla sua vita di artista ma anche di donna: trasgressiva, irriverente, passionale, caparbia, una vincente pur nel suo immenso dolore e la sua lotta personale contro i numerosi ostacoli che il destino le ha purtroppo inferto. Più di tutto ciò che riguarda la sua pittura, o la sua terra, il Messico, si è raccontato moltissimo del suo grande amore, perché si sa che non c’è Frida senza Diego. E questo vale anche per l’adattamento del Teatro alla Deriva al “teatro sulla zattera” delle terme Stufe di Nerone a Bacoli, dove ieri è andato in scena Frida Kahlo, testo e regia di Mirko De Martino e presentato dal Teatro dell’Osso. I due soli attori sul palcoscenico/zattera, che hanno impersonato Frida (Titti Nuzzolese) e Diego Rivera (Peppe Romano), iniziano a esporre la loro storia d’amore fin dal principio, presentando prima brevemente ed eloquentemente il corso di eventi principali, come l’incidente sull’autobus della pittrice messicana o la collaborazione di Diego al partito comunista. Storie quasi rivissute anche a mo’ ricordo, ogni volta che l’interlocutore diventa lo spettatore, a partire dalla narrazione del loro primo incontro – tramite una specie di discorso indiretto che si alterna per tutta la rappresentazione con i dialoghi tra i due. Un espediente che aiuta sia chi non conosce il vissuto di Frida sia per chi invece vuole rivivere ancora una volta i ricordi di un’artista, e donna, così straordinaria. Lo spettacolo si dimostra convincente per prima cosa soprattutto per la capacità di aver raccontato nel breve tempo di una rappresentazione, non solo il susseguirsi degli accadimenti tra Frida e Diego, ma anche per essere stati capaci nel delineare il profilo dei due senza tralasciare nessun aspetto che abbia influito in questa grande e tormentata storia d’amore. E in special modo, avere dato più spazio alla figura di Diego: anch’egli pittore messicano, pittore del popolo, attraverso la sua arte riuscì ad ottenere un grande successo anche all’estero, soprattutto negli Stati Uniti, dove ottenne importanti commissioni come quella al Rockfeller center di New York, ma viene ricordato proprio per avere dato una forte impronta sociale alle sue opere. Frida Kahlo, tra arte e vita Di racconto in racconto, i due protagonisti prendono forma insieme, e facilmente i due attori riescono a trasmettere quello che fu il loro legame, così travagliato a causa dell’infedeltà cronica di lui e del grande temperamento di Frida, una donna nel suo essere rivoluzionaria e controcorrente. Perché ogni quadro di Frida è indissolubilmente legato ai momenti più importanti della sua vita, come molti a Diego, e la regia ha sapientemente sottolineato questo aspetto permettendo a Frida di descrivere in prima persona, attraverso le parole, ogni quadro, al momento giusto: un tassello di vita che va ad intersecarsi con un tassello della sua arte. Un esempio è la descrizione di uno dei quadri più famosi […]

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Libri

The Passenger – Islanda, il primo volume del nuovo progetto Iperborea (Recensione)

A metà tra una guida di viaggi e una raccolta di report che testimoniano le bellezze e le curiosità di un paese: The Passenger, il nuovo progetto editoriale della Iperborea, in realtà è molto di più. È un percorso, originale e sui generis, alla scoperta di una cultura che non è la nostra. Ecco perché viene definito dalla casa editrice un “libro-magazine”, in cui letteratura e inchiesta si fondono, arricchiti da reportage fotografici (in collaborazione con l’Agenzia Prospekt), infografiche (progetto grafico a cura dello studio milanese TomoTomo e da Pietro Buffa), consigli utili, curiosità e speciali illustrazioni (di Edoardo Massa). The Passenger, la guida letteraria per gli “esploratori del mondo” Il primo volume di The Passenger, accompagnato dalle foto  realizzate da Elena Chernyshova, fotoreporter siberiana, è dedicato all’Islanda. Letteralmente, il nome deriva dal norreno e significa “terra ghiacciata”, come viene spesso identificato il paese, il meno popolato al mondo. Appena sotto il circolo polare artico, in cui alba e tramonto hanno uno scenario tutto particolare in cui manifestarsi (d’estate il sole tramonta a mezzanotte per risorgere solo dopo poche ore). Proprio per questo, anni fa l’Islanda venne statisticamente considerata uno dei paesi con il più alto tasso di suicidi al mondo, un dato che fu valutato come un paradosso, quando prima della crisi economica era chiaramente anche un paese con un alto tasso di benessere. Terra dominata per la maggior parte della sua vita da stranieri. Terra dei vichinghi, delle divina germaniche, una forte tradizione ancora tramandata, e di Odino, delle leggende sugli elfi e i miti nordici, la terra desolata dell’aurora boreale, che per gli islandesi non desta così tanto scalpore come per un turista incuriosito ed invadente. Proprio con questa immagine irriverente si apre la rivista, con il saggio dello scrittore Hallgrìmur Helgason: “com’è è possibile che gente che viene da Hong Kong, dal Giappone, dalla Russia, dalla Francia o dagli Stati Uniti sia disposta a svegliarsi alle sette per assistere alla cosa più tetra del mondo: una squallida mattina di inverno a Reykjavík?”. The Passenger – Islanda: il turismo, l’emergenza ambientale e la politica “punk” Oggi il turismo costituisce per l’Islanda un fattore importante per l’economia nazionale; il boom degli inizi Duemila è stato fondamentale soprattutto per avere risanato parte del territorio dopo la crisi, quando in città si viveva prettamente grazie ad attività commerciali e bancarie. Nonostante sia un paese “pazzo e vulcanico”, è proprio il paesaggio bianco dalle forme spigolose che affascina lo straniero, pronto ad affrontare le temperature glaciali verso l’esplorazione, muniti di smartphone, soprattutto se c’è qualche luogo da visitare che ha fatto da set a “Games of Thrones” o dove si può facilmente assaporare la vera tradizione islandese e vivere nelle tradizionali abitazioni, visto che adesso quasi tutte sono adibite ad affittacamere su Airbnb, e la città si è andata a “spersonalizzare” per essere più vicino all’ideale del turista. Addentrandosi negli originali reportage, è chiaro come The Passenger sia piuttosto un’esplorazione all’interno di aspetti poco conosciuti al di fuori del paese protagonista: […]

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Libri

Appunti di cinema, riflessioni sulla Settima arte a cura di Francesco Grano | Ferrari editore

“Il cinema è un occhio aperto sul mondo”. E a dirlo è stato un filologo come Joseph Bédier, che mise in crisi il metodo Lachmann considerato strumento obbligatorio per lo studio di un testo; proprio come fu Bédier, anche il cinema è controcorrente e rivoluzionario talvolta, davvero uno spazio sconfinato tra verità ed invenzione. Il cinema è immaginazione, una delle poche cose che avvicina i nostri sogni più belli alla realtà, e lo sa bene Francesco Grano che per la Ferrari editore ha curato “Appunti di cinema”, una nuova raccolta, più che altro saggistica, sul mondo della Settima arte. A contribuire alla stesura del testo pubblicato dalla Ferrari editore – primo tomo di due – ci sono altrettanti cinefili ed appassionati, che senza nessun filtro propongono al lettore alcuni film considerati cult o entrati a far parte della loro personale top ten, sia per un attaccamento sentimentale sia perché valutati come i migliori della storia del cinema, per presa registica o attoriale, o perché hanno significato qualcosa proprio perché diventati emblema di una generazione o manifesto di una corrente di pensiero. “Appunti di cinema” a cura di Francesco Grano, un viaggio emozionante della Ferrari editore Così tra riflessioni e ricordi, Nicolò Barison, Susanna Camoli, Edoardo Graziani, Bruno Manfredi, Mariagiulia Miraglia e Francesco Spadafora (alias Freddy Xabaras) confessano i film ai quali sono più legati, dando senza riserve il loro personale punto di vista senza necessità di trovare un filo conduttore o talvolta una tematica comune tra i prescelti, ma sicuramente rispecchiando i gusti e le preferenze di molti altri cinefili al di fuori di queste pagine, come tutti i fan di Star Wars, il kolossal fantascientifico di George Lucas che sin dal primo episodio negli anni Settanta è entrato a far parte di un immaginario collettivo mondiale. C’è chi ovviamente non dimentica Blade Runner di Ridley Scott, che all’interno, sia nella trama che nella bravura degli attori, ha così tanto di profetico e spinge a migliaia di riflessioni e a tanto stupore. Altro film cult anni Ottanta è I Goonies di Richard Donner, un classico d’avventura per ragazzi che vede dei giovanissimi Sean Astin e Josh Brolin, ricavato da un soggetto scritto da Steven Spielberg. Molti appunto sono i riferimenti a questo grande regista americano in Appunti di cinema, milestone hollywoodiano insieme a Woody Allen, che ha precisamente delineato una vera e propria ideologia alleniana, se così si può dire. Con Io e Annie, Hannah e le sue sorelle o il meno conosciuto Stardust Memories (strano come nessuno abbia scelto Manhattan), Allen ha fatto della commedia americana moderna un cinema raffinato, sensibile, splendidamente nevrotico, mettendo in luce, con ironia, i lati più stridenti e contraddittori dell’animo umano. Gli autori ricordano anche Tim Burton, che con Edward mani di forbice o Ed Wood ha creato un nuovo modo di fare cinema, unico e inimitabile, trasponendo in maniera assoluta fantasia e creatività, che è quello che il cinema tutto dovrebbe insegnare. Oltre a percorrere la scia del ricordo, da non dimenticare sono […]

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Libri

Neri Pozza presenta “Tredici canti” di Anna Marchitelli, la voce dei reclusi

“Tredici canti” di Anna Marchitelli, recensione del romanzo edito da Neri Pozza Un viaggio tra le vite ingiustamente dimenticate quello di Anna Marchitelli in Tredici canti (12+1), nuovo libro edito dalla Neri Pozza della scrittrice napoletana e piccolo scrigno di preziosi racconti (qui la nostra recensione di Certe stanze per la Manni editori). Si tratta di tredici storie, tra il vero e l’invenzione, ricavate dall’archivio tra circa sessantamila cartelle cliniche dell’ex ospedale psichiatrico Leonardo Bianchi di Napoli, una solitaria “fortezza” ormai nascosta dietro pochi filari di alberi nel bel mezzo della Calata Capodichino. A fargli da contorno alti muri di tufo che a loro volta nascondevano le atrocità del manicomio, dal 1874 fino al giorno della chiusura nel 1999 – quasi dieci anni dopo l’approvazione della legge Basaglia. Il cosiddetto “manicomio moderno” nato nel 1793 con Philippe Pinel, spesso accreditato come il primo in Europa ad aver introdotto metodi più umani nel trattamento e nella possibile cura dei malati di mente, verrà nel 1978 chiuso per regolamentare l’organizzazione del trattamento sanitario anche per questi ospedali. “Ho preso un impegno con le donne e gli uomini reclusi in questo luogo” afferma l’autrice, “prestare la mia voce per sottrarli all’invisibilità in cui, ancora prima di morire, erano stati relegati”. E lo fa splendidamente, senza indugi, con intensità, lasciando intendere, per ogni storia, non solo il dolore e la sofferenza dei pazienti, ma anche la sensazione di emarginazione e desolazione in cui riversavano; i “pazzi”, i “matti”, schedati e dimenticati. Anna Marchitelli riesce a creare nel lettore un interrogativo importante per ognuno dei tredici racconti: se davvero l’isolamento forzato di ogni donna e uomo condannato a quella prigionia, fisica e purtroppo mentale, sia stata o meno necessaria. Tredici canti edito da Neri Pozza, la voce dei reclusi tra realtà e creazione  Tutte le tredici storie, con maestria e delicatezza, donando rispetto per ognuna di esse, sono raccontate dalla Marchitelli in prima persona, quando già la loro vita si è conclusa, donando ancora più pathos e bellezza alla narrazione: ad esempio quella del famoso matematico Renato Caccioppoli, allora docente, ammesso a 34 anni perché “neuropatico con tendenza all’eccentricità, alla melanconia e alla contraddizione, io che la contraddizione la usavo nei ragionamenti di logica” sottolinea con mestizia la voce dell’autrice – e quindi di Caccioppoli. O quella del pentito Gennaro Abbatemaggio: “sono stato camorrista e ho collaborato con la giustizia, ho accusato altri delinquenti e poi ho ritrattato, ho confuso le carte in tavola dicendo che mi ero sbagliato […], ho giocato d’azzardo senza mai esitare”. Intensa è poi la storia di Mario Travia, recluso nel 1922 a soli vent’anni perché affetto da mutismo. Condannato ad una intera vita di sofferenze e a peggiorare psicologicamente sotto gli occhi della madre, che ha dedicato se stessa per permettere al figlio un destino migliore, ma impossibile da avverarsi: la psichiatria sociale, così come l’assistenza sanitaria di questi ospedali, non credeva nel processo riabilitativo né in un intervento terapeutico adeguato, bensì nell’accettazione di una presunta follia. Oppure quella della violinista Enrica Rogliano, […]

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Libri

Eldo Yoshimizu e la sua “Ryuko”, secondo ed ultimo volume (Recensione)

Il secondo e conclusivo volume di Ryuko, edito anch’esso dalla Bao Publishing e tradotto da Valentina Vignola, si conferma nuovamente un manga intricato e dinamico, in cui la storia dei personaggi si intreccia con assoluto parallelismo ai disegni in bianco e nero e agli effetti che il mangaka Eldo Yoshimizu ci propone ancora una volta con maestria. Azione e momenti drammatici si alternano in un mix che arriva forte al lettore, desideroso e consapevole di una storia giapponese di criminalità e onore. In realtà per i più appassionati del fumetto, è inesatto considerare Ryuko semplicemente un manga; infatti, quest’ultimo termine indica piuttosto un racconto per immagini “disimpegnato”, leggero, tutt’altro invece è Ryuko: ecco perché può essere considerato più un gekiga, termine coniato da Yoshihiro Tatsumi ad indicare un fumetto con più maturità nel racconto e destinato anche ad un pubblico adulto. Ryuko volume 2 di Eldo Yoshimizu: ma dove eravamo rimasti? La storia riprende dal rapimento di Sasori (qui la nostra recensione del volume 1), una ragazza del clan di Ryuko, e della comparsa in scena, già nel primo capitolo, di Harim, un sorgente dei servizi segreti americani e uomo che viene dal lontano passato di Ryuko. L’azione quindi insieme al primo colpo di scena non manca mai: gli scatti frenetici del corpo dei personaggi, come gli spari o gli innumerevoli inseguimenti tra auto e moto, i continui combattimenti, vengono con vigore rappresentati da Eldo Yoshimizu attraverso disegni volutamente imprecisi ma di impatto. I riquadri delle vignette non sono mai identici tra di loro, e l’alternanza tra il bianco (sublime le immagini di giorno o del paesaggio innevato) e il nero (protagonista della notte oscura e dei combattimenti più sfrenati) conferisce realtà e stupore, lo stesso che l’autore delinea sul viso dei personaggi nei momenti di pathos, soprattutto quando è presente Tsu Suto. Tsu Suto, nemesi (apparentemente) di Ryuko, descrive appropriatamente la definizione di gekiga; nemica inizialmente, vuole appropriarsi del sigillo d’oro di Ryuko per diventare la nuova longtou, “il vertice della hei hua, la figura che detiene il poter assoluto sulla società”. Ma i progressi nella storia, che viaggiano paralleli alla scoperta delle vicende personali di Ryuko – che vive più di tutti un lungo e travagliato percorso verso le proprie verità – porteranno lei, e tutti, a trovarsi di fronte alla propria coscienza, alle proprie debolezze, alla propria moralità, a chiedersi cosa sia bene e cosa male e come le azioni che compiamo possono determinare il nostro destino. Ilaria Casertano  

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Libri

Antonella Ragosta ci racconta “Cuorebello e Miss P”

Una scrittura fluida, intensa. Parole d’amore che si rincorrono una dietro l’altra senza perdere vigore, quasi come fosse una confessione a cuore aperto. Il racconto autobiografico di questo romanzo è immerso completamente nelle braccia, e nella voce narrante, di Antonella Ragosta, letterata ed insegnante, scrittrice e lettrice appassionata. Nessun aggettivo può essere, infatti, migliore di questo per descrivere l’autrice di Cuorebello e Miss P, edito dalla GM Press e presentato con uno speciale book party lo scorso 19 maggio allo Studio Gnosis Progetti di Napoli. Tutto inizia (o si può dire che tutto ricomincia con una nuova prospettiva?) quando a Cuorebello, un medico affascinante e dalle mille passioni anch’egli, viene diagnosticato un tumore alla prostata. Da lì, la voce narrante della donna che gli è affianco comincia, attraverso la scrittura, a scandire ogni momento e passaggio della malattia; dalla scoperta che la lascia impaurita e confusa, dalle continue domande su questo male così poco conosciuto, dall’operazione a Bordeaux presso uno dei guru della chirurgia in questo campo, fino al processo successivo, all’attesa lunghissima, agli attimi di felicità che devono essere rubati a “Miss P”, colei che ha infranto (ma non spezzato) i sogni di una coppia felice. Infatti, già prima della metà del romanzo, la voce narrante inizia una fantomatica conversazione con Miss P, il centro della storia: una conversazione fatta di dubbi, incertezze, stanchezza, odio, tenerezza, amore. “Vorrei essere come il vento d’estate: poter asciugare tutto in pochi minuti, asciugare il dolore. Chissà com’è un dolore asciutto. Il dolore, lo so, non invecchia. È un ragazzo per tutta la vita” (p. 86). La voce che però risuona forte per tutto il racconto è quella passionale di Antonella Ragosta, che ringraziamo per l’intervista concessa ad Eroica Fenice. Il dolore, la rinascita e la passione per la scrittura. Intervista ad Antonella Ragosta Scrivere della sua storia, di come ha affrontato un periodo difficile della sua vita, le è stato d’aiuto? È d’accordo nel dire che la scrittura aiuta ad affrontare il dolore? Credo nel potere catartico della scrittura e ciò può dare conforto ma nel mio caso scrivere  Cuorebello e Miss P  è stato per dar voce ad un’esperienza che pensavo potesse servire anche ad altri. Cuorebello e Miss P è un romanzo che attraversa tutte le diverse fasi del tumore, dalla scoperta di esso passando attraverso l’accettazione. In che momento ha deciso di volerne raccontare? La storia vera è fusa con la dimensione onirica proprio con l’intento di divulgare i contenuti di un percorso che ha molteplici sfaccettature. E tutto ciò è venuto naturale da subito. Future pubblicazioni? Progetti in cantiere? Sto lavorando ad un nuovo romanzo: i personaggi sono buoni con me e mi aspettano, capiscono che in questo momento il loro fratello Cuorebello e Miss P ha bisogno di me per farsi strada nella magnifica giungla dei libri.  

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Libri

Daniele Amitrano ritorna con “La bambina che urlava nel silenzio” | 13Lab editore

Samuele Lorenzi è un giovane ispettore trasferitosi dal suo piccolo paese in Piemonte a Sant’Agata dei Liri; di bella presenza, gentile, fortemente dedito al suo lavoro come uomo di Stato e imprescindibilmente legato al concetto vero di giustizia. Proprio quel senso di giustizia il motore della storia, quando si troverà ad indagare sul presunto suicidio del brigadiere Santino Pinna. Si tratta davvero solo di un suicidio e quindi di un caso da archiviare? E quel sogno? Quella bambina? Così ha inizio La bambina che urlava nel silenzio, il nuovo romanzo di Daniele Amitrano tornato alla narrativa dopo “Figli dello stesso fango”(qui la nostra recensione), pubblicati entrambi dalla 13Lab editore. Daniele Amitrano torna con un nuovo giallo, pubblicato con la 13Lab editore in tutte le librerie Un bosco immenso e una bambina, così inizia il sogno di Samuele – e il romanzo. Tutto è sfocato, ma così nitido, così come la corsa per raggiungerla, come il pozzo in cui precipita, e il suo sguardo che chiede aiuto. A lui, proprio a Samuele. Il cui intuito lo porterà a comprendere che il sogno è legato all’indagine di cui si sta occupando e alla decisione di dover approfondire nella vita del brigadiere, a partire dal motivo per cui avrebbe posto fine alla sua vita. Così mentre scava nella vita del collega (l’ex moglie, che ora con un nuovo compagno, o la figlia Federica, che amava tantissimo), si trova a dover fare i conti anche con la sua, con i sentimenti che prova e che non è mai riuscito ad esprimere davvero a Cinzia, la donna della sua vita. Ne La bambina che urlava nel silenzio, Daniele Amitrano non riesce fino in fondo a delineare una perfetta descrizione dei personaggi; la personalità e la sagoma di ognuno fanno fatica ad emergere, ma la storia si concentra soprattutto sul prosieguo delle indagini, e una determinante svolta nella ricerca di Lorenzi. Proprio quest’ultima svolta è l’oggetto di cambiamento nel romanzo; anzi, piuttosto fa riflettere sulla possibilità di cambiamento. Samuele riflette su di sè, sulla necessità di essere se stessi, sulle motivazioni che lo hanno spinto ad aiutare gli altri, a scegliere un lavoro così di responsabilità ma che lo rende orgoglioso; riflette sulla possibilità di migliorarsi. Tassello dopo tassello, il protagonista riuscirà così a sbrogliare la matassa e a riportare nella direzione giusta non solo l’indagine, ma anche se stesso. Ilaria Casertano Acquista i libri di Daniele Amitrano e della 13Lab editore

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Libri

Isola di Jacobsen, viaggio al Nord della Iperborea editore

Riappropriarsi dei ricordi della terra d’origine, dare un nome e una storia a tutto ciò che appartiene ad essa. È ciò che compie la giovane donna danese protagonista di Isola, il nuovo libro semi-autobiografico della scrittrice Siri Ranva Hjelm Jacobsen, pubblicato dalla Iperborea editore. In realtà protagonista di questo ennesimo splendido viaggio al Nord che ci propone Iperborea editore non è la ragazza, bensì la terra natia dei suoi nonni, genitori della mamma, che emigrarono agli inizi del Novecento in Danimarca per cercare di ritagliarsi uno spazio nel mondo, per trovare la felicità nel futuro, compromesso dai confini del mare, ostacolato dal tempo immobile delle isole Faroe. L’arcipelago delle Faroe (Fær Øer) si trova tra l’Islanda e la Scandinavia, nel bel mezzo dell’Oceano Atlantico; una terra radicata nella tradizione e nelle leggende più antiche, vichinghe e favolistiche, una terra indipendente ma politicamente legata ancora oggi alla Danimarca – infatti non fa tuttora parte dell’Unione Europea. Una terra che ha però combattuto, nell’isolamento, la guerra mondiale e contro un declino economico dovuto a pochi sostentamenti finanziari quali la pesca e lo scarso turismo…“Viene maggio, e finisce la guerra. Le uniformi tedesche spariscono dalla città. Marita compra pane bianco e due crostatine con la crema”. Un altro viaggio della Iperborea editore, tra memoria e storia Il romanzo, dopo un incipit narrativo di difficile collocazione ma poeticamente perfetto sin dalle prime pagine (nobile la traduzione in italiano di Maria Valeria D’Avino), si sviluppa su due linee parallele, quella del presente raccontate in prima persona dalla ragazza, e quella del passato, che ritorna attraverso dei flashback, che racconta invece i momenti più significativi della vita dei suoi nonni, Marita e Fritz. «Lei sopportava con pazienza. Era il vetro intorno alla nave in bottiglia su cui lui navigava, la prua sempre rivolta verso casa. Quando lei morì, io pensai: ecco, ora abbi andrà alla deriva». Marita e Fritz, omma e abbi, di cui l’autrice racconta tutta la loro vita insieme dopo e separati dal mare prima, a partire dal momento in cui Marita decide di ricongiungersi con il marito per vivere in Danimarca. Un inizio che acquista da subito i contorni del misterioso, si può dire del macabro, del fragile, anche nostalgico, come appunto sembra essere l’animo delle isole. La malinconia infatti è il sentimento che scorre per tutto il romanzo: la malinconia di Fritz per la sua terra, per non avere potuto scegliere un destino professionale corrispondente ai suoi desideri (non essendo il primo figlio tra i suoi fratelli, non ha potuto beneficiare del sostentamento di una ricca zia), adeguandosi al lavoro di pescatore e poi insegnante; e la malinconia per avere perso la sua metà, da anziano; mentre chiacchiera con la nipote ricorda spesso: «se non fosse stato per la tua omma». E poi la malinconia di Marita. Una figura che il lettore si immagina silenziosa, profonda, che accetta il da farsi e accoglie la solitudine. C’è poi la malinconia di Ragnar, probabilmente, ma mai accennato del tutto con chiarezza, vero amore di Marita. […]

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Libri

Yeruldelgger torna con La morte nomade, ultimo capitolo della saga

A quasi un anno di attesa dal secondo volume Tempi selvaggi (qui la nostra recensione), è finalmente arrivata la terza e ultima parte della saga noir/giallo di Yeruldelgger: La morte nomade, appena pubblicata dalla Fazi editore. Non più lo dzuud gelido, ma lo scenario con cui si apre il romanzo, ed in cui sono ambientate la maggior parte delle scene, è lo stesso, quello dell’immensa steppa mongola. Ormai ex poliziotto, Yeruldelgger si è ritirato lì, con la sua yurta, in solitudine, per ricordare ed applicare di nuovo tutto ciò che lo spirito dei monaci e quello di Shaolin gli ha insegnato lungo il suo percorso di vita. Lontano dalla frenesia di Ulan Bator, lontano dalla rabbia per una Mongolia che non può più tornare ad essere quella di prima, lontano dalla sua compagna Solongo. Avevamo lasciato Yeruldelgger affranto, indispettito da ciò che non è stato in grado di cambiare. Lo ritroviamo nomade, come vuole la tradizione, nella quale continua a credere ancora ciecamente, anche se con un po’ di tristezza e stanchezza, che conferisce al protagonista per tutto il corso del romanzo una strana e malinconica nostalgia. La trama prende forma quando la sua ricerca personale di pace interiore viene interrotta da una donna, Tsetseg, che chiede aiuto all’uomo per ritrovare sua figlia Yuna, scomparsa tempo addietro. Prima restio, ma sempre partecipe alla vicenda, Yeruldelgger inizia il viaggio, al quale si aggiungeranno Odval e il giovane Gambold, un cosiddetto “ninja”. Sono coloro i quali esplorano ossessivamente la steppa alla ricerca di rame, i cui scavi hanno cambiato completamente il profilo della natura e della Mongolia. Così come ci ha abituati Ian Manook, anche La morte nomade come i precedenti capitoli è ricca di storie che si sovrappongono, flashback e spostamenti di prospettiva che si ricongiungono, magnificamente, man mano che ci si avvicina al finale. Infatti, alla fantomatica carovana, faranno da appoggio tre stramboidi pittori mongoli, i quali durante il cammino alla ricerca di ispirazione sono incappati in un cadavere. Così come la risoluta tenente Guerlei, scelta per investigare sul caso di diverse morti accidentali, esattamente nella stessa steppa. Nel frattempo, l’autore ci porta in altri continenti, dall’Australia a New York, fino alla Francia nuovamente, dove ritroveremo il vecchio amico Zarza, ancora una volta pedina risolutrice dell’intrigo. Yeruldelgger, un protagonista da amare in ogni romanzo  “Non hai paura di fare una stupidaggine?”, gli domandò Tsetseg guardandolo allontanarsi senza dire niente. “Conosci il proverbio, vero?” “Sì, conosco il proverbio. -Se hai paura, non farlo, se lo hai fatto, non avere più paura-”. Yeruldelgeer è senza dubbio il protagonista assoluto della trilogia. E non è così ovvio come sembra, essendoci la moltitudine di vicende e di personaggi importanti. Anche nelle scene in cui non è presente, il suo sguardo persiste, la sua visione della Mongolia e dei cambiamenti della sua terra entrano a far parte del lettore, che vede e scruta ogni personaggio attraverso il filtro della sua prospettiva. Così come La morte nomade è un romanzo sulle difficoltà di accettare il cambiamento, […]

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Libri

Lorenzo Marone torna con “Un ragazzo normale”

Mimì crede nei supereroi, è un divoratore di libri e un accanito sostenitore della giustizia. Ha un linguaggio forbito, il classico “nerd” al giorno d’oggi, e la sua ingenuità lo porta ad imbarazzarsi di fronte alla spontaneità dei coetanei. È il 1985 e Mimì ha solo dodici anni. Una famiglia numerosa e tipicamente napoletana, con la quale condivide una casa troppo piccola per contenere tutti i sogni che confeziona la sua fantasia e la sua curiosità; ma soprattutto Mimì ha un “mito”, il venticinquenne Giancarlo, un giornalista occhialuto che vive nel suo palazzo al Vomero e combatte a colpi di penna la criminalità organizzata. In tutte le librerie da domani 22 febbraio Un ragazzo normale dello scrittore napoletano Lorenzo Marone, edito da La Feltrinelli. In una saletta del PAN, Palazzo delle Arti di Napoli, in un freddo pomeriggio di inverno (proprio in un freddo inverno inizia il romanzo), noi di Eroica Fenice abbiamo potuto scambiare due chiacchiere in anteprima con l’autore Lorenzo Marone (qui una nostra intervista fattagli lo scorso settembre); alle spalle di noi ospiti dell’incontro, una riproduzione fedele e a grandezza naturale della mitica Mehari verde di Giancarlo Siani, a ricordare l’indelebile tragedia del suo assassinio, avvenuto il 23 settembre 1985 proprio nella sua auto mentre rientrava a casa. Un fatto realmente accaduto, ma marginale nella storia (anzi, nelle storie) che Lorenzo Marone ha magistralmente orchestrato, dando – a tratti con autobiografismo – spazio alla sua fantasia e alla sua capacità di raccontare la vita quotidiana. E “un ragazzo normale”, come egli stesso più volte ha sottolineato, non è solo Mimì, ma anche lo stesso Giancarlo. A tu per tu con Lorenzo Marone, i suoi romanzi, la sua Napoli e le sue molteplici storie Un ragazzo normale, infatti, “non è un romanzo su Giancarlo, ma con Giancarlo”. Al centro di esso c’è la vita del protagonista; ma l’accenno non tende a far dimenticare che Siani, nonostante la sua “normalità”, ha compiuto atti eroici. Un giornalista precario de “Il Mattino” sempre sorridente e dedito al suo lavoro di cronista; così infatti appare agli occhi del piccolo Mimì (e come era realmente, come racconta Marone, il quale ha ricevuto da Paolo, il fratello di Siani, un riscontro positivo sul personaggio), che decide di eleggerlo a supereroe senza neanche comprendere fino in fondo cosa stesse a significare per lui e per Napoli la camorra. Un ambiente ovattato quello di Mimì, un micro-mondo dal quale però si sente estraneo, non solo per l’omertà latente della sua famiglia (che poi rappresenta quella di tutto il macro-mondo esterno), ma anche per quella superficialità, “leggerezza” la chiama Marone, che corrisponde alla bonaria ignoranza del suo nucleo familiare. Un nucleo familiare della società medio-bassa di Napoli: la mamma e la nonna da vere donne di casa passano la giornata a dedicarsi alle faccende domestiche, il nonno dai proverbi facili che guarda la tv solo per sentirsi un po’ più vicino ai fatti che stravolgono il Paese e tifoso sfegatato ovviamente del Napoli (un giovane e talentuoso calciatore […]

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Attualità

L’amico perduto, uno sguardo sincero sull’Indonesia | Iperborea

Un romanzo di formazione, con un pizzico di autobiografismo, un vero capolavoro della letteratura olandese, pubblicato per la prima volta nel 1948, L’amico perduto della scrittrice Hella Haasse è stato finalmente edito in Italia da Iperborea, per la traduzione di Fulvio Ferrari. Due ragazzi, uno figlio di un proprietario di piantagioni olandese, l’altro figlio di uno dei servi indigeni, crescono insieme nella tropicale Giava, attualmente una delle isole più popolose al mondo e dove si trova Giacarta, capitale dell’Indonesia.  Siamo durante il colonialismo olandese, un periodo storico che durò ben tre secoli fino a quando l’Indonesia riuscì ad ottenere l’indipendenza, solo dopo la Seconda guerra mondiale. In realtà tutto ciò viene ne L’amico perduto visto di traverso, riflesso attraverso l’amicizia dei due, in forma di memoriale: il ricordo rivive, potente, con una nostalgia e un’incomprensione verso un destino che era, nel momento in cui Haasse scrisse il romanzo, completamente attuale. “Urug era il mio amico. Quando ripenso alla mia infanzia e agli anni della giovinezza, inevitabilmente sorge dentro di me l’immagine di Urug”. I giochi nella natura incontaminata, il rudjak comprato in attesa del treno che li portasse a scuola, le confidenze in sondanese, la spensieratezza delle mille avventure immaginate insieme. Fino a che inevitabilmente, l’innocenza dei due amici viene interrotta da un episodio funesto, la morte per annegamento del padre di Urug; da quel momento, con l’incombenza dell’età adulta e la forza del colonialismo alle spalle, il destino dei due amici è destinato a separarsi. Pagina dopo pagina, il lettore si accorge che ricordare il passato per il protagonista, di cui non viene mai detto il nome, è anche un modo per comprendere il presente, per cercare di dare risposte ai suoi quesiti irrisolti: cosa ha portato la loro amicizia a spegnersi, cosa li ha portati appunto a perdersi? Ma soprattutto, come ci si può sentire stranieri nella terra dove si è nati? L’amico perduto (edito da Iperborea), un dialogo tra due mondi diversi Ciò che Hella Haasse è riuscita a raccontare nel suo romanzo più importante è, ancora oggi, la sintesi di molti aspetti che condizionano la società odierna; una modernità che trova una perfetta dimora nelle pubblicazioni di Iperborea: non solo attenzione alla trama, ma quanto in essa influisca il periodo storico che ne fa da cornice e il luogo dove viene svelata, in questo caso l’Indonesia, la cui bellezza esisteva anche molto prima dell’arrivo del colonialismo. La discriminazione, il disprezzo per la diversità, il pregiudizio, la stupida ed immotivata superiorità, sono aspetti che così come la stessa Haasse visse probabilmente ed inconsapevolmente in prima persona (figlia di un olandese, trascorse la sua infanzia nelle Indie dove studiò, finchè a vent’anni decise di trasferirsi ad Amsterdam), vivono nella quotidianità dei due piccoli amici. Alla ricerca di un posto nel mondo, Urug riesce a suo modo a trovare un’identità, cosa sulla quale il protagonista si interroga fino alla fine, e che sembra essere l’espediente delle sue evocazioni; tra i ricordi – così vividi e particolareggiati, che servono alla Haasse […]

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Teatro

Le serve, Genet al Teatro Nuovo di Napoli

Le Serve Genet. Dal 25 al 29 ottobre è in scena al Teatro Nuovo di Napoli Le serve di Jean Genet, tradotto da Gioia Costa e presentato da “Teatro e Società”, dal Teatro Biondo di Palermo e dal Teatro Stabile di Catania, per la regia di Giovanni Anfuso.  Le serve (Les bonnes) è considerato il capolavoro di Jean Genet, scritto nel 1946. Per elaborare la pièce, Genet si ispirò liberamente ad un fatto di cronaca realmente accaduto nel 1933 in Francia: senza alcun apparente motivazione, due giovani donne uccidono brutalmente una nobildonna e sua figlia, presso le quali lavorano come domestiche. Molte le riproposizioni nel teatro moderno, delle quali in Italia ricordiamo quella del 1968 per la regia di Maurizio Scaparro, in cui una delle tre protagoniste era interpretata da Piera Degli Esposti. Da un omicidio in realtà, l’opera di Genet prende soltanto spunto; si tratta infatti di una tragicommedia, magistralmente interpretata nella riproposizione di Anfuso da Anna Bonaiuto e Manuela Mandracchia nel ruolo appunto delle “serve” Claire e Solange, e Vanessa Gravina, la “Signora”, che entra in scena solo in un secondo momento. Sul palcoscenico del Teatro Nuovo Le serve Genet: da Genet a Giovanni Anfuso La prima scena de Le serve si apre durante quello che presto si scoprirà essere un rituale quotidiano (quella che viene chiamata dalle due una “cerimonia“, piuttosto che pronunciare la parola “messinscena”, quella che poi è davvero): Claire e Solange sopraffatte dal desiderio di evasione, inscenano quello che sembra un confronto tipico tra loro e la nobildonna. Indossano i suoi vestiti, assumono movenze caricaturali, oltrepassano piano piano il confine che c’è tra finzione e realtà. La loro contentezza, che durante tutta l’opera si alterna in maniera angosciante con una non tanto latente rabbia e frustrazione, viene però smorzata dalla notizia che il loro “Signore” è appena uscito di galera, incarcerato a causa di alcune lettere, finte ed anonime, scritte proprio da Claire per incastrare senza motivo l’uomo. Da quel momento non solo il folle gioco di immedesimazione diventa pericoloso, ma tutto acquista, in un crescendo, l’apice di un delirante sconvolgimento. Un’unica scenografia, la sontuosa stanza da letto della Signora, fa da ambientazione, fulcro del quale sono pochi elementi sul palcoscenico: un telefono, una finestra, uno specchio, ma soprattutto l’armadio e i vestiti, ossessione delle due donne, oggetto di ricchezza e di desiderio materiale, simbolo di tutto quello che la nobildonna ha, e che le serve non potrebbero mai avere, rinchiuse nella loro mansarda, imprigionate da un continuo ticchettio dell’orologio (quando la Signora regala in un atto di pseudo gentilezza e finta umiltà due abiti a Claire e Solange, esilarante è una battuta della Gravina: beate voi che questi vestiti non avete dovuto comprarli come ho fatto io). Ne Le serve di Genet e ora di Anfuso, ciò che prende più risalto è l’esternazione del proprio io interiore, del proprio essere, che segue la psicologia profonda dei tre personaggi, come il confronto perenne tra amore e odio – quello tra le domestiche e la padrona, che cercano di avvelenare per non essere […]

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Libri

Bagliori a San Pietroburgo, tra le memorie di Jan Brokken

Leggere Jan Brokken è come viaggiare. Significa perdersi in un mondo che ti appartiene solo da lontano, se non sei un fervido appassionato della civiltà nordeuropea, quella che egli stesso tanto ama. Già da “Anime Baltiche” e “Il giardino dei cosacchi”, Brokken immerge il lettore in quella così problematica ma intensa cultura, spaziando dalla letteratura alla musica, che da olandese sente fortemente propria, tanto da farne il protagonista assoluto dei suoi racconti. E ritorna con il nuovo libro Bagliori a San Pietroburgo, anche questo edito in Italia da Iperborea e tradotto da Claudia Cozzi e Claudia Di Palermo. “È strano, a nessuna città mi sento tanto legato quanto a San Pietroburgo, e al tempo stesso nessuna mi incute altrettanto timore”. La San Pietroburgo di Jan Brokken, tra arte, letteratura e musica Ogni ricordo, ogni incipit di Bagliori a San Pietroburgo parte da un unico viaggio che Brokken fece nel 1975 appunto a San Pietroburgo, allora chiamata Leningrado. Anche se dalla Rivoluzione Russa sono passati decenni, l’autore sottolinea come la città fosse ancora fortemente influenzata, anche implicitamente, dagli strascichi che comportò il governo di Lenin e i successivi stravolgimenti storici. Un Paese duro, omertoso e corrotto in quei lunghi anni, violento, e allo stesso tempo così profondamente malinconico e sentimentale: Bagliori a San Pietroburgo è un’opera evocativa, perché attraverso gli occhi di uno “straniero” come Jan Brokken, possiamo comprendere quanto poco conosciamo una cultura che non è la nostra, così intimamente bella come ce la descrivono due occhi, ed un cuore, innamorati. Leggere Brokken è anche viaggiare nel tempo. Con attenzione quasi filologica, l’autore racconta degli artisti che hanno reso San Pietroburgo una città splendente, toccando persino il periodo storico zarista. Folli geni, musicisti ribelli, anime controcorrente che hanno nella propria arte espresso l’amore/odio verso la propria terra. Così, non dimenticando di coinvolgere il lettore nelle sensazioni personali che l’arte di questi personaggi gli hanno suscitato per tutta la sua vita e continuano a farlo, Brokken ci trasporta nel passato, insieme ad Anna Achmatova (“ero innamorato della sua raffinatezza. […] Niente era comune in lei”), Gogol’, alla pittura di Malevič, alla musica tormentata di Čajkovskij, Marija Judina, Stravinskij e Šostakovič, poi Brodskij, Esenin, Rachmaninov. Fino ad arrivare a due poli opposti ma della stessa medaglia letteraria, Nabokov e Dostoevskij, per cui l’olandese non nasconde una profonda e dolce ammirazione, sia come scrittore che come uomo (“Dostoevskij scriveva, forse per primo nella letteratura mondiale, dal punto di vista dei suoi personaggi, […] esprimeva la loro grettezza, collera, malvagità, il loro disprezzo, i loro piaceri ed espedienti e la loro piccola ed esitante poesia”). Sembra che Jan Brokken rifletta e racconti attraverso una lente da obiettivo biografo – curiosissimo è il racconto dell’assassinio di Rasputin per mano del principe Jusupov, che fuggì dalla Russia con “un Rembrandt sottobraccio” – ma lo fa da scrittore, quindi ricco di sentimentalismi e sensazioni, che rendono Bagliori a San Pietroburgo un libro personale, prospettico, poetico se vogliamo, appassionante. “Se San Pietroburgo non fosse esistita, avrei inventato io questa città […]

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