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Eroica Fenice

Libri

Isola di Jacobsen, viaggio al Nord della Iperborea editore

Riappropriarsi dei ricordi della terra d’origine, dare un nome e una storia a tutto ciò che appartiene ad essa. È ciò che compie la giovane donna danese protagonista di Isola, il nuovo libro semi-autobiografico della scrittrice Siri Ranva Hjelm Jacobsen, pubblicato dalla Iperborea editore. In realtà protagonista di questo ennesimo splendido viaggio al Nord che ci propone Iperborea editore non è la ragazza, bensì la terra natia dei suoi nonni, genitori della mamma, che emigrarono agli inizi del Novecento in Danimarca per cercare di ritagliarsi uno spazio nel mondo, per trovare la felicità nel futuro, compromesso dai confini del mare, ostacolato dal tempo immobile delle isole Faroe. L’arcipelago delle Faroe (Fær Øer) si trova tra l’Islanda e la Scandinavia, nel bel mezzo dell’Oceano Atlantico; una terra radicata nella tradizione e nelle leggende più antiche, vichinghe e favolistiche, una terra indipendente ma politicamente legata ancora oggi alla Danimarca – infatti non fa tuttora parte dell’Unione Europea. Una terra che ha però combattuto, nell’isolamento, la guerra mondiale e contro un declino economico dovuto a pochi sostentamenti finanziari quali la pesca e lo scarso turismo…“Viene maggio, e finisce la guerra. Le uniformi tedesche spariscono dalla città. Marita compra pane bianco e due crostatine con la crema”. Un altro viaggio della Iperborea editore, tra memoria e storia Il romanzo, dopo un incipit narrativo di difficile collocazione ma poeticamente perfetto sin dalle prime pagine (nobile la traduzione in italiano di Maria Valeria D’Avino), si sviluppa su due linee parallele, quella del presente raccontate in prima persona dalla ragazza, e quella del passato, che ritorna attraverso dei flashback, che racconta invece i momenti più significativi della vita dei suoi nonni, Marita e Fritz. «Lei sopportava con pazienza. Era il vetro intorno alla nave in bottiglia su cui lui navigava, la prua sempre rivolta verso casa. Quando lei morì, io pensai: ecco, ora abbi andrà alla deriva». Marita e Fritz, omma e abbi, di cui l’autrice racconta tutta la loro vita insieme dopo e separati dal mare prima, a partire dal momento in cui Marita decide di ricongiungersi con il marito per vivere in Danimarca. Un inizio che acquista da subito i contorni del misterioso, si può dire del macabro, del fragile, anche nostalgico, come appunto sembra essere l’animo delle isole. La malinconia infatti è il sentimento che scorre per tutto il romanzo: la malinconia di Fritz per la sua terra, per non avere potuto scegliere un destino professionale corrispondente ai suoi desideri (non essendo il primo figlio tra i suoi fratelli, non ha potuto beneficiare del sostentamento di una ricca zia), adeguandosi al lavoro di pescatore e poi insegnante; e la malinconia per avere perso la sua metà, da anziano; mentre chiacchiera con la nipote ricorda spesso: «se non fosse stato per la tua omma». E poi la malinconia di Marita. Una figura che il lettore si immagina silenziosa, profonda, che accetta il da farsi e accoglie la solitudine. C’è poi la malinconia di Ragnar, probabilmente, ma mai accennato del tutto con chiarezza, vero amore di Marita. […]

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Libri

Yeruldelgger torna con La morte nomade, ultimo capitolo della saga

A quasi un anno di attesa dal secondo volume Tempi selvaggi (qui la nostra recensione), è finalmente arrivata la terza e ultima parte della saga noir/giallo di Yeruldelgger: La morte nomade, appena pubblicata dalla Fazi editore. Non più lo dzuud gelido, ma lo scenario con cui si apre il romanzo, ed in cui sono ambientate la maggior parte delle scene, è lo stesso, quello dell’immensa steppa mongola. Ormai ex poliziotto, Yeruldelgger si è ritirato lì, con la sua yurta, in solitudine, per ricordare ed applicare di nuovo tutto ciò che lo spirito dei monaci e quello di Shaolin gli ha insegnato lungo il suo percorso di vita. Lontano dalla frenesia di Ulan Bator, lontano dalla rabbia per una Mongolia che non può più tornare ad essere quella di prima, lontano dalla sua compagna Solongo. Avevamo lasciato Yeruldelgger affranto, indispettito da ciò che non è stato in grado di cambiare. Lo ritroviamo nomade, come vuole la tradizione, nella quale continua a credere ancora ciecamente, anche se con un po’ di tristezza e stanchezza, che conferisce al protagonista per tutto il corso del romanzo una strana e malinconica nostalgia. La trama prende forma quando la sua ricerca personale di pace interiore viene interrotta da una donna, Tsetseg, che chiede aiuto all’uomo per ritrovare sua figlia Yuna, scomparsa tempo addietro. Prima restio, ma sempre partecipe alla vicenda, Yeruldelgger inizia il viaggio, al quale si aggiungeranno Odval e il giovane Gambold, un cosiddetto “ninja”. Sono coloro i quali esplorano ossessivamente la steppa alla ricerca di rame, i cui scavi hanno cambiato completamente il profilo della natura e della Mongolia. Così come ci ha abituati Ian Manook, anche La morte nomade come i precedenti capitoli è ricca di storie che si sovrappongono, flashback e spostamenti di prospettiva che si ricongiungono, magnificamente, man mano che ci si avvicina al finale. Infatti, alla fantomatica carovana, faranno da appoggio tre stramboidi pittori mongoli, i quali durante il cammino alla ricerca di ispirazione sono incappati in un cadavere. Così come la risoluta tenente Guerlei, scelta per investigare sul caso di diverse morti accidentali, esattamente nella stessa steppa. Nel frattempo, l’autore ci porta in altri continenti, dall’Australia a New York, fino alla Francia nuovamente, dove ritroveremo il vecchio amico Zarza, ancora una volta pedina risolutrice dell’intrigo. Yeruldelgger, un protagonista da amare in ogni romanzo  “Non hai paura di fare una stupidaggine?”, gli domandò Tsetseg guardandolo allontanarsi senza dire niente. “Conosci il proverbio, vero?” “Sì, conosco il proverbio. -Se hai paura, non farlo, se lo hai fatto, non avere più paura-”. Yeruldelgeer è senza dubbio il protagonista assoluto della trilogia. E non è così ovvio come sembra, essendoci la moltitudine di vicende e di personaggi importanti. Anche nelle scene in cui non è presente, il suo sguardo persiste, la sua visione della Mongolia e dei cambiamenti della sua terra entrano a far parte del lettore, che vede e scruta ogni personaggio attraverso il filtro della sua prospettiva. Così come La morte nomade è un romanzo sulle difficoltà di accettare il cambiamento, […]

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Libri

Lorenzo Marone torna con “Un ragazzo normale”

Mimì crede nei supereroi, è un divoratore di libri e un accanito sostenitore della giustizia. Ha un linguaggio forbito, il classico “nerd” al giorno d’oggi, e la sua ingenuità lo porta ad imbarazzarsi di fronte alla spontaneità dei coetanei. È il 1985 e Mimì ha solo dodici anni. Una famiglia numerosa e tipicamente napoletana, con la quale condivide una casa troppo piccola per contenere tutti i sogni che confeziona la sua fantasia e la sua curiosità; ma soprattutto Mimì ha un “mito”, il venticinquenne Giancarlo, un giornalista occhialuto che vive nel suo palazzo al Vomero e combatte a colpi di penna la criminalità organizzata. In tutte le librerie da domani 22 febbraio Un ragazzo normale dello scrittore napoletano Lorenzo Marone, edito da La Feltrinelli. In una saletta del PAN, Palazzo delle Arti di Napoli, in un freddo pomeriggio di inverno (proprio in un freddo inverno inizia il romanzo), noi di Eroica Fenice abbiamo potuto scambiare due chiacchiere in anteprima con l’autore Lorenzo Marone (qui una nostra intervista fattagli lo scorso settembre); alle spalle di noi ospiti dell’incontro, una riproduzione fedele e a grandezza naturale della mitica Mehari verde di Giancarlo Siani, a ricordare l’indelebile tragedia del suo assassinio, avvenuto il 23 settembre 1985 proprio nella sua auto mentre rientrava a casa. Un fatto realmente accaduto, ma marginale nella storia (anzi, nelle storie) che Lorenzo Marone ha magistralmente orchestrato, dando – a tratti con autobiografismo – spazio alla sua fantasia e alla sua capacità di raccontare la vita quotidiana. E “un ragazzo normale”, come egli stesso più volte ha sottolineato, non è solo Mimì, ma anche lo stesso Giancarlo. A tu per tu con Lorenzo Marone, i suoi romanzi, la sua Napoli e le sue molteplici storie Un ragazzo normale, infatti, “non è un romanzo su Giancarlo, ma con Giancarlo”. Al centro di esso c’è la vita del protagonista; ma l’accenno non tende a far dimenticare che Siani, nonostante la sua “normalità”, ha compiuto atti eroici. Un giornalista precario de “Il Mattino” sempre sorridente e dedito al suo lavoro di cronista; così infatti appare agli occhi del piccolo Mimì (e come era realmente, come racconta Marone, il quale ha ricevuto da Paolo, il fratello di Siani, un riscontro positivo sul personaggio), che decide di eleggerlo a supereroe senza neanche comprendere fino in fondo cosa stesse a significare per lui e per Napoli la camorra. Un ambiente ovattato quello di Mimì, un micro-mondo dal quale però si sente estraneo, non solo per l’omertà latente della sua famiglia (che poi rappresenta quella di tutto il macro-mondo esterno), ma anche per quella superficialità, “leggerezza” la chiama Marone, che corrisponde alla bonaria ignoranza del suo nucleo familiare. Un nucleo familiare della società medio-bassa di Napoli: la mamma e la nonna da vere donne di casa passano la giornata a dedicarsi alle faccende domestiche, il nonno dai proverbi facili che guarda la tv solo per sentirsi un po’ più vicino ai fatti che stravolgono il Paese e tifoso sfegatato ovviamente del Napoli (un giovane e talentuoso calciatore […]

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Recensioni

L’amico perduto, uno sguardo sincero sull’Indonesia | Iperborea

Un romanzo di formazione, con un pizzico di autobiografismo, un vero capolavoro della letteratura olandese, pubblicato per la prima volta nel 1948, L’amico perduto della scrittrice Hella Haasse è stato finalmente edito in Italia da Iperborea, per la traduzione di Fulvio Ferrari. Due ragazzi, uno figlio di un proprietario di piantagioni olandese, l’altro figlio di uno dei servi indigeni, crescono insieme nella tropicale Giava, attualmente una delle isole più popolose al mondo e dove si trova Giacarta, capitale dell’Indonesia.  Siamo durante il colonialismo olandese, un periodo storico che durò ben tre secoli fino a quando l’Indonesia riuscì ad ottenere l’indipendenza, solo dopo la Seconda guerra mondiale. In realtà tutto ciò viene ne L’amico perduto visto di traverso, riflesso attraverso l’amicizia dei due, in forma di memoriale: il ricordo rivive, potente, con una nostalgia e un’incomprensione verso un destino che era, nel momento in cui Haasse scrisse il romanzo, completamente attuale. “Urug era il mio amico. Quando ripenso alla mia infanzia e agli anni della giovinezza, inevitabilmente sorge dentro di me l’immagine di Urug”. I giochi nella natura incontaminata, il rudjak comprato in attesa del treno che li portasse a scuola, le confidenze in sondanese, la spensieratezza delle mille avventure immaginate insieme. Fino a che inevitabilmente, l’innocenza dei due amici viene interrotta da un episodio funesto, la morte per annegamento del padre di Urug; da quel momento, con l’incombenza dell’età adulta e la forza del colonialismo alle spalle, il destino dei due amici è destinato a separarsi. Pagina dopo pagina, il lettore si accorge che ricordare il passato per il protagonista, di cui non viene mai detto il nome, è anche un modo per comprendere il presente, per cercare di dare risposte ai suoi quesiti irrisolti: cosa ha portato la loro amicizia a spegnersi, cosa li ha portati appunto a perdersi? Ma soprattutto, come ci si può sentire stranieri nella terra dove si è nati? L’amico perduto (edito da Iperborea), un dialogo tra due mondi diversi Ciò che Hella Haasse è riuscita a raccontare nel suo romanzo più importante è, ancora oggi, la sintesi di molti aspetti che condizionano la società odierna; una modernità che trova una perfetta dimora nelle pubblicazioni di Iperborea: non solo attenzione alla trama, ma quanto in essa influisca il periodo storico che ne fa da cornice e il luogo dove viene svelata, in questo caso l’Indonesia, la cui bellezza esisteva anche molto prima dell’arrivo del colonialismo. La discriminazione, il disprezzo per la diversità, il pregiudizio, la stupida ed immotivata superiorità, sono aspetti che così come la stessa Haasse visse probabilmente ed inconsapevolmente in prima persona (figlia di un olandese, trascorse la sua infanzia nelle Indie dove studiò, finchè a vent’anni decise di trasferirsi ad Amsterdam), vivono nella quotidianità dei due piccoli amici. Alla ricerca di un posto nel mondo, Urug riesce a suo modo a trovare un’identità, cosa sulla quale il protagonista si interroga fino alla fine, e che sembra essere l’espediente delle sue evocazioni; tra i ricordi – così vividi e particolareggiati, che servono alla Haasse […]

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Teatro

Le serve, Genet al Teatro Nuovo di Napoli

Le Serve Genet. Dal 25 al 29 ottobre è in scena al Teatro Nuovo di Napoli Le serve di Jean Genet, tradotto da Gioia Costa e presentato da “Teatro e Società”, dal Teatro Biondo di Palermo e dal Teatro Stabile di Catania, per la regia di Giovanni Anfuso.  Le serve (Les bonnes) è considerato il capolavoro di Jean Genet, scritto nel 1946. Per elaborare la pièce, Genet si ispirò liberamente ad un fatto di cronaca realmente accaduto nel 1933 in Francia: senza alcun apparente motivazione, due giovani donne uccidono brutalmente una nobildonna e sua figlia, presso le quali lavorano come domestiche. Molte le riproposizioni nel teatro moderno, delle quali in Italia ricordiamo quella del 1968 per la regia di Maurizio Scaparro, in cui una delle tre protagoniste era interpretata da Piera Degli Esposti. Da un omicidio in realtà, l’opera di Genet prende soltanto spunto; si tratta infatti di una tragicommedia, magistralmente interpretata nella riproposizione di Anfuso da Anna Bonaiuto e Manuela Mandracchia nel ruolo appunto delle “serve” Claire e Solange, e Vanessa Gravina, la “Signora”, che entra in scena solo in un secondo momento. Sul palcoscenico del Teatro Nuovo Le serve Genet: da Genet a Giovanni Anfuso La prima scena de Le serve si apre durante quello che presto si scoprirà essere un rituale quotidiano (quella che viene chiamata dalle due una “cerimonia“, piuttosto che pronunciare la parola “messinscena”, quella che poi è davvero): Claire e Solange sopraffatte dal desiderio di evasione, inscenano quello che sembra un confronto tipico tra loro e la nobildonna. Indossano i suoi vestiti, assumono movenze caricaturali, oltrepassano piano piano il confine che c’è tra finzione e realtà. La loro contentezza, che durante tutta l’opera si alterna in maniera angosciante con una non tanto latente rabbia e frustrazione, viene però smorzata dalla notizia che il loro “Signore” è appena uscito di galera, incarcerato a causa di alcune lettere, finte ed anonime, scritte proprio da Claire per incastrare senza motivo l’uomo. Da quel momento non solo il folle gioco di immedesimazione diventa pericoloso, ma tutto acquista, in un crescendo, l’apice di un delirante sconvolgimento. Un’unica scenografia, la sontuosa stanza da letto della Signora, fa da ambientazione, fulcro del quale sono pochi elementi sul palcoscenico: un telefono, una finestra, uno specchio, ma soprattutto l’armadio e i vestiti, ossessione delle due donne, oggetto di ricchezza e di desiderio materiale, simbolo di tutto quello che la nobildonna ha, e che le serve non potrebbero mai avere, rinchiuse nella loro mansarda, imprigionate da un continuo ticchettio dell’orologio (quando la Signora regala in un atto di pseudo gentilezza e finta umiltà due abiti a Claire e Solange, esilarante è una battuta della Gravina: beate voi che questi vestiti non avete dovuto comprarli come ho fatto io). Ne Le serve di Genet e ora di Anfuso, ciò che prende più risalto è l’esternazione del proprio io interiore, del proprio essere, che segue la psicologia profonda dei tre personaggi, come il confronto perenne tra amore e odio – quello tra le domestiche e la padrona, che cercano di avvelenare per non essere […]

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Libri

Bagliori a San Pietroburgo, tra le memorie di Jan Brokken

Leggere Jan Brokken è come viaggiare. Significa perdersi in un mondo che ti appartiene solo da lontano, se non sei un fervido appassionato della civiltà nordeuropea, quella che egli stesso tanto ama. Già da “Anime Baltiche” e “Il giardino dei cosacchi”, Brokken immerge il lettore in quella così problematica ma intensa cultura, spaziando dalla letteratura alla musica, che da olandese sente fortemente propria, tanto da farne il protagonista assoluto dei suoi racconti. E ritorna con il nuovo libro Bagliori a San Pietroburgo, anche questo edito in Italia da Iperborea e tradotto da Claudia Cozzi e Claudia Di Palermo. “È strano, a nessuna città mi sento tanto legato quanto a San Pietroburgo, e al tempo stesso nessuna mi incute altrettanto timore”. La San Pietroburgo di Jan Brokken, tra arte, letteratura e musica Ogni ricordo, ogni incipit di Bagliori a San Pietroburgo parte da un unico viaggio che Brokken fece nel 1975 appunto a San Pietroburgo, allora chiamata Leningrado. Anche se dalla Rivoluzione Russa sono passati decenni, l’autore sottolinea come la città fosse ancora fortemente influenzata, anche implicitamente, dagli strascichi che comportò il governo di Lenin e i successivi stravolgimenti storici. Un Paese duro, omertoso e corrotto in quei lunghi anni, violento, e allo stesso tempo così profondamente malinconico e sentimentale: Bagliori a San Pietroburgo è un’opera evocativa, perché attraverso gli occhi di uno “straniero” come Jan Brokken, possiamo comprendere quanto poco conosciamo una cultura che non è la nostra, così intimamente bella come ce la descrivono due occhi, ed un cuore, innamorati. Leggere Brokken è anche viaggiare nel tempo. Con attenzione quasi filologica, l’autore racconta degli artisti che hanno reso San Pietroburgo una città splendente, toccando persino il periodo storico zarista. Folli geni, musicisti ribelli, anime controcorrente che hanno nella propria arte espresso l’amore/odio verso la propria terra. Così, non dimenticando di coinvolgere il lettore nelle sensazioni personali che l’arte di questi personaggi gli hanno suscitato per tutta la sua vita e continuano a farlo, Brokken ci trasporta nel passato, insieme ad Anna Achmatova (“ero innamorato della sua raffinatezza. […] Niente era comune in lei”), Gogol’, alla pittura di Malevič, alla musica tormentata di Čajkovskij, Marija Judina, Stravinskij e Šostakovič, poi Brodskij, Esenin, Rachmaninov. Fino ad arrivare a due poli opposti ma della stessa medaglia letteraria, Nabokov e Dostoevskij, per cui l’olandese non nasconde una profonda e dolce ammirazione, sia come scrittore che come uomo (“Dostoevskij scriveva, forse per primo nella letteratura mondiale, dal punto di vista dei suoi personaggi, […] esprimeva la loro grettezza, collera, malvagità, il loro disprezzo, i loro piaceri ed espedienti e la loro piccola ed esitante poesia”). Sembra che Jan Brokken rifletta e racconti attraverso una lente da obiettivo biografo – curiosissimo è il racconto dell’assassinio di Rasputin per mano del principe Jusupov, che fuggì dalla Russia con “un Rembrandt sottobraccio” – ma lo fa da scrittore, quindi ricco di sentimentalismi e sensazioni, che rendono Bagliori a San Pietroburgo un libro personale, prospettico, poetico se vogliamo, appassionante. “Se San Pietroburgo non fosse esistita, avrei inventato io questa città […]

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Food

Incontro culinario a La Stanza del Gusto, tra tradizione ed innovazione

Organizzata dalla Gargiulo srl, azienda leader nel settore Aspirazioni, mercoledì 11 ottobre ha avuto luogo un’esclusiva cena-evento presso il magnifico ristorante La Stanza del Gusto di Mario Avallone, a via Costantinopoli nel cuore della movida napoletana. Un incontro tra due tradizioni culinarie solidissime e in un certo modo simili, quella partenopea e quella pugliese, che ha visto nello speciale menù creato appositamente per la serata l’unione di due “sapori”, quelli degli chef Avallone e Gianvito Matarrese, vincitore del programma 4 Ristoranti di Alessandro Borghese con il suo ristorante Evo ad Alberobello. Più che un incontro, un “abbraccio”: e i commensali lo intuiscono già dal nome della prima portata, Abbracciami meglio, una mozzarella di bufala con alice e pomodorini secchi. Accanto alla tradizione presente in ogni piatto, grazie all’ingrediente principale che affonda le sue radici nel Sud Italia e nel Mediterraneo, gli chef hanno sperimentato il “gusto” dell’innovazione. Sorprendente al palato la maionese al caffè e pomodori che ha accompagnato le tipiche bombette alberobellesi. Il cuore della cucina pugliese è stata raccontata anche attraverso la cialledda, una ricetta antichissima con base di pane, rivisitata con una stracciatella e la sgagliozza, seguita nel piatto da un assaggio di friarielli, un must della cucina napoletana, e dal secondo equilibrato di zucchina tonda leggermente cotta – che lo chef Avallone ci assicura provenire dalle terre di Taormina –  servita con un carpaccio di ricciola. A La Stanza del Gusto piatti del territorio rivisitati dai due chef Semplicità quindi, profonda appartenenza al territorio, con un tocco di novità che ha dato ad ogni piatto il giusto equilibrio tra tradizione e rivisitazione, e i primi piatti ne sono stati testimonianza: i Fagioli carbonari (un tuorlo d’uovo cotto con una base di crema di fagioli e pomodorini) e le Orecchiette XXL dello che Matarrese, con un pesto di pistacchio delicato e una grattata di cacio-ricotta che ne ha rafforzato il sapore. A concludere la cena a quattro mani, un dessert al bicchiere con una delicata mousse alla menta e crumble al caffè per dare croccantezza, e un assaggio gustosissimo di gelato al cioccolato fondente. Una serata vissuta nella splendida cornice del ristorante La stanza del Gusto, dove nell’essenza del locale si respira ogni giorno il connubio tra passato e presente, tra arte culinaria e radicata esperienza nel mondo della cucina gourmet. Ogni portata è stata pazientemente introdotta dallo chef Avallone e dalla spontaneità e simpatia dello chef Matarrese. Inoltre ad accompagnare i piatti passo passo, la qualità dei vini biologici  dell’azienda marchigiana CIÙ CIÙ e i prodotti del Panificio D’Auria.

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Libri

Il segreto dell’ultimo figlio. La maledizione dei Palmisano

3 novembre 1918. Le truppe italiane, stremate da una guerra infinita, si scontrano un’ultima volta con l’esercito austro-ungarico in quella che viene ricordata la battaglia di Vittorio Veneto, o terza battaglia del Piave. Tra le trincee ci sono Vito Oronzo Palmisano e Antonio Convertini, due giovani amici originari di Bellorotondo, un paesino  rurale pugliese; aspettano di tornare finalmente a casa, stravolti dalla nostalgia e dall’insensatezza per quella guerra che, come per molti soldati al fronte, non sentivano propria. Il destino però non concede sconti, e per un caso sfortunato le loro vite si spengono il giorno prima che gli austriaci firmino l’armistizio, quello che decretò l’inizio della fine della prima guerra mondiale. È questo infelice evento è il primo dei tanti colpi di scena che corredano Il segreto dell’ultimo figlio. La maledizione dei Palmisano, terzo romanzo del catalano Rafel Nadal, un caso letterario in patria e che è stato da poco pubblicato e tradotto per la prima volta in Italia dalla Salani. La maledizione dei Palmisano: una saga familiare A cosa si riferisce la “maledizione” dei Palmisano? Il prologo del romanzo, che fa da apertura al racconto, ci svela subito il mistero: due turisti dei giorni nostri si accorgono che, su un monumento dedicato ai caduti in guerra di Bellorotondo, quasi tutti i nomi incisi sono dei Palmisano. A partire da una apparente leggenda, che lo scrittore trasformerà in filo conduttore, Il segreto dell’ultimo figlio è una storia corale, e come molte storie che raccontano gli avvenimenti della guerra, è anche una storia familiare; così parafrasando quei grandi romanzi in cui si dà risalto alla quotidianità di un piccolo paese del Sud d’Italia – la letteratura ci fa forzatamente ricordare I Malavoglia – l’opera di Nadal ci immerge nella quotidianità di Bellorotondo e dei suoi contadini, la povera gente che per prime furono vittime degli stravolgimenti bellici. Così accade per Vito Oronzo e Antonio, e per le rispettive mogli, Donata e Francesca, da cui parte il racconto: entrambe vedove, entrambe aspettano un figlio. Anch’esse inspiegabilmente vittime della guerra, si ritroveranno a dover sostenere il peso della mancanza e a tenere un segreto per tutta la vita. Infatti Donata, credendo di evitare a suo figlio Vitantonio l’amara sorte del padre e della sua intera stirpe, fa promettere alla cara amica Francesca di crescere anche Vitantonio come suo figlio. Così Vitantonio diventa adulto, accanto a Giovanna, come un Convertini, un’antica famiglia nobile di Bellorotondo. Ma nessuno poteva mai immaginare che “solo 25 anni dopo” la seconda guerra mondiale sarebbe arrivata con tutto il suo orrore, ad incombere sul destino di Vitantonio e di tutti. Inoltre, “il segreto dell’ultimo figlio” sarà mantenuto? I protagonisti de Il segreto dell’ultimo figlio. La maledizione dei Palmisano Sembra dissonante come un romanzo sulla guerra, che attraversa cronologicamente più della metà del Novecento, per buona parte non si interessi alla guerra in sé, ma si limiti a guardarla da lontano: l’autore riesce allo stesso tempo sia a descrivere l’infanzia e l’adolescenza di Vitantonio e Giovanna, che i cambiamenti […]

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Attualità

Lo “scivolone” di Carpisa: sono questi i metodi del new business?

“Vergognati, Carpisa. Hai sputato sulle ferite della dignità professionale”. Da questo post pubblicato su LinkedIn solo l’altro ieri da Carlotta Silvestrini, un’esperta di digital rebranding bolognese, è partita sul web l’indignazione tra i social network e gli internauti (che ha scomodato persino la Cgil) contro Carpisa, il famoso brand di accessori. Tutto ciò perché l’azienda ha, a fine agosto, indetto una campagna, presumibilmente per il lancio della nuova collezione autunno/inverno 2017-18, aperta a chiunque acquisti una borsa in un qualsiasi punto vendita. Segue una registrazione sul sito ufficiale grazie ad un codice applicato allo scontrino. Ah, chi partecipa non deve dimenticare di allegare un piano marketing per una futura campagna, che sia aderente all’ideologia dell’azienda ed efficiente per target e comunicazione esterna. Al vincitore spetterebbe uno stage di un mese all’interno dell’ufficio marketing ed advertising di Carpisa con sede a Napoli. La retribuzione? Un celebre e conosciuto ai più, precari e non, “rimborso spese” di 500 euro.  Sorvoliamo sulla discutibile regola del concorso, seppur non tanto grave – se l’intento di Carpisa fosse stato quello di puntare sui giovani -, che afferma che la partecipazione è valida solo per chi abbia tra i 20 e i 30 anni. Un cavillo che assomiglia più ad una presa in giro se consideriamo che per attuare un produttivo e strategico piano marketing servano quantomeno esperienza e competenze. Sorvoliamo anche sulla regola che dice che l’ipotetico partecipante deve acquistare una borsa della nuova collezione, ossia per intenderci un prodotto a prezzo pieno e non nei saldi, ancora per poco in corso. Anche in questo senso se il fine era la mera promozione, viene da chiedere: Carpisa ha in realtà bisogno di una mossa del genere per spingere i compratori ad acquistare? No, poco presumibile considerando il fatturato e Penelope Cruz come attuale testimonial. “Compra una borsa e (forse) ti regaliamo un mese di lavoro gratis”: l’ironia del web contro Carpisa Cosa porta allora una azienda come quella di Carpisa ad affrontare un suicidio mediatico e, probabilmente, commerciale? Una propria strategia marketing, e qui sta il paradosso della cosa, completamente fallimentare dal nascere. Più che di marketing, in realtà, di comunicazione: “compra una borsa e (forse) ti regaliamo un mese di lavoro gratis” non sarà stato sicuramente il messaggio che Carpisa voleva trasmettere, ma “compra una borsa e (forse) ti regaliamo un mese di lavoro gratis” è stato il messaggio, denigratorio nelle sue fattezze, che è arrivato a tutti. Dopo le polemiche, le scuse non si sono fatte attendere da parte di Carpisa, che ha così motivato in un comunicato la caduta di stile: “l’azienda si scusa per la superficialità con la quale è stato affrontato un tema così delicato come quello del lavoro, in completa antitesi con una realtà imprenditoriale fatta invece di occupazione ed opportunità offerte in particolare al mondo giovanile”. Ai tempi di questa epoca così sensibile a tematiche come l’occupazione giovanile, il precariato e dove il lavoro sottopagato ai minimi termini sta diventando la normalità, Carpisa ha toppato alla grande, nulla da dire […]

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Cinema & Serie tv

Mary Poppins returns, e non è un remake

Proprio così. Anche se dovremo purtroppo aspettare fino a Natale del 2018, Mary Poppins ritorna, uno dei musical barra commedia barra fantasy più apprezzato longevo tra quelli disneyani, e se ti viene subito da canticchiare “Supercalifragilistichespiralidoso” e ricordi perfettamente la medesima musichetta da sottofondo, sei un vero fan addicted. O quantomeno sai benissimo che grazie a questi grandi classici della Disney la tua infanzia è stata un po’ più magica, quando un film per ragazzi e bambini una volta era più simile ad una favola o ad un sogno realizzabile che a quelle distopiche realtà a cui la nuovissima generazione oggi è legata. Fan-allert: Mary Poppins returns non è un remake È partita la consueta campagna pubblicitaria di uno dei film prossimamente più attesi. Dalle prime indiscrezioni trapelate sul ritorno di Mary Poppins, emerse durante la D23 Expo – un evento annuale in cui la Disney rilascia tutte le novità del prossimo futuro – il regista Rob Marshall e l’attrice Emily Blunt, il nuovo volto di Mary Poppins, hanno rivelato che la storia non sarà un remake della inimitabile pellicola del 1964, bensì un sequel, che riprenderà la trama ben 25 anni dal primo capitolo (infatti la storia della bambinaia più famosa del mondo è tratta da una serie di romanzi per ragazzi della scrittrice australiana Pamela Lyndon Travers). Ci troviamo sempre a Londra, sempre in Viale dei Ciliegi numero 17 e sempre a casa Banks, ma questa volta anni dopo, durante la Grande Depressione. Jane (che sarà interpretata da Emily Mortimer) e Michael (Ben Wishaw), ormai adulti, stanno attraversando un periodo di lutto: per questo c’è ancora una volta bisogno della gioia e spontaneità della loro vecchia bambinaia, che ancora una volta busserà alla loro porta, forse dopo essere arrivata dal cielo con il suo magico ombrello e la sua borsa incantata? Essendo una storia impossibile da immaginare senza la spensieratezza dei bambini e allo stesso tempo dovendo avere un filo conduttore con quella precedente, ad aggiungersi ai personaggi sono i tre figli di Michael: Annabel, Georgie e John. Mary Poppins returns, il cast A cercare di eguagliare la brillante e probabilmente unica interpretazione di Julie Andrews, la quale dicono figurerà con un piccolo cameo (interessante notare come fu proprio Mary Poppins ad aprirle le porte del cinema e a assegnarle di conseguenza diversi ruoli simili della sua carriera, basti pensare alla regina di Genovia nel film Pretty Princess e seguito, con Anne Hathaway – diversamente da quelle interpretazioni quali in Victor/Victoria), sarà quindi Emily Blunt, ricordata dai più per avere recitato ne Il diavolo veste Prada. Proprio in questa nuova pellicola ritroverà Meryl Streep, che interpreterà il ruolo di Topsy, cugina della bambinaia. Nel cast anche Colin Firth, un cattivo banchiere che infierirà sulla situazione economica dei Banks, Angela Lansbury che per l’occasione svestirà i panni della Signora in giallo, e tra le vecchie reclute ci sarà Dick Van Dyke nel ruolo di Mr Dawes Jr. Come ben si ricorda, Van Dyke in Mary Poppins del ’64 interpretò […]

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Libri

Yeruldelgger e i Tempi selvaggi: un’altra Mongolia

Un genere da riscoprire, una letteratura rinvigorita dall’originalità dell’ambientazione. È così che Ian Manook, pseudonimo del francese di origini armene Patrick Manoukian, riscrive il poliziesco, sulla scia della letteratura americana prima e quella svedese poi. Ci riesce raccontando la trilogia di Yeruldelgger, il cui secondo volume Tempi selvaggi è stato recentemente pubblicato in Italia dalla Fazi Editore. Lo riscrive sapientemente, poeticamente, incastrando senza difficoltà un elemento con un altro, tutto circoscritto in un unico, lodevole, romanzo noir. Il romanzo si apre in pieno dzüüd, un inverno nevoso e terribilmente freddo, durante il quale nel bel mezzo della steppa viene ritrovato un cumulo di cadaveri umani e di una dzum, femmina di yak; ad indagare sul misterioso evento c’è ancora una volta l’ispettrice Oyun, accompagnata da un giovane soldato appena conosciuto, Gourian, che detterà sorprendentemente lo sviluppo della successiva trama. Contemporaneamente , si rivela un’altra scena del crimine agli occhi del commissario Yeruldelgger, squadra omicidi: a chi appartengono le ossa umane e quel corpo rinvenuto sulle alture dell’Otgontenger? Ma L’inchiesta non è neanche iniziata, che Yeruldelgger viene accusato dell’omicidio della prostituta Colette, una sua vecchia conoscenza che l’aiutò in passato a chiudere un importante caso. Insieme all’assassinio, l’uomo tenterà di scoprire che fine abbia fatto Ganshu, il figlio adottivo della donna, scomparso nello stesso frangente. Molti altri sviluppi si intrecceranno agli accadimenti della trama centrale: Manook costruisce un thriller mediato da veri e propri momenti da “action movie”, descrivendo minuziosamente, e c’è da dire con calore appassionato, il sottofondo della storia, l’indefinita Mongolia. Yeruldelgger e la sua Mongolia dalle fattezze noir e poliziesche Terra del glorioso impero di Gengis Khan, alla Mongolia venne, nel corso della repressiva dominazione sovietica, imposto implicitamente di cancellare la propria identità, una soffocante condizione che Manook riesce a raccontare attraverso i personaggi. Da una parte l’orgoglioso Yeruldelgger, stretto nella sua morale, impetuoso e risolutivo, che sente con malinconia come la tradizione mongola non appartenga più a quei luoghi (“la Mongolia era una democrazia balbuziente”, recita il commissario). Dall’altra c’è Oyun, una donna che riscopre la voglia di lasciarsi andare dopo un doloroso passato (approfondito nel primo volume della trilogia già caso letterario in Francia, Morte nella steppa) che osserva la capitale chiassosa ed urbana di Ulan Bator rifiorire e aprirsi al futuro. Una sciamanica Mongolia che grazie a Manook il lettore occidentale probabilmente scopre per la prima volta: così fantastica sugli scenari immensi della steppa, il caldo accogliente della yurta, la città metropolitana piena del caos ma anche dei profumi della cucina mongola… facile immaginare la prelibatezza dei khuusuur e il tè al burro con latte di yak ingurgitati dal goloso protagonista.  È Yeruldelgger che risulta l’anima pregnante del romanzo, e il percorso di crescita e di crisi che sviluppa nella trilogia è abbastanza evidente. In Tempi selvaggi, l’uomo arriverà ad un punto di rottura con se stesso: “aveva camminato per le strade arrabbiato con se stesso. Non gli piaceva come stava diventando. Un capo collerico. […] Il suo mestiere gli faceva vedere soltanto il lato oscuro […]

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Cinema & Serie tv

Sense8 ritorna nell’attesa seconda stagione su Netflix

Otto sconosciuti provenienti da diverse parti del mondo, attraverso una sorta di affinità elettiva, iniziano ad avere una particolare connessione mentale, che permette ad ognuno di loro  di vivere, e sentire, la realtà dell’altro. Una premessa che sembra creare le basi giuste per una perfetta serie tv di fantascienza, in cui cresce parallelamente la giusta dose di azione ed interesse che può creare lo sviluppo dei rapporti tra i vari personaggi. Stiamo parlando di Sense8, serie trasmessa su Netflix, sceneggiata e diretta da Lana e Lilly Wachowski (le sorelle adesso transgender che rivoluzionarono il cinema alla fine degli anni Novanta con la trilogia di Matrix). Dopo uno speciale andato in onda a Natale in cui si scopriva finalmente che fine avessero fatto i nostri protagonisti al termine dell’ultima puntata, tra pochi giorni, il 5 maggio, verrà rilasciata la seconda attesissima stagione (qui il trailer). Perché attesissima? Cosa rende diversa questa serie tv? Tutto. A partire dall’originalità dell’espediente, e come viene resa sullo schermo, di questa connessione tra gli otto personaggi, che sono tutti protagonisti, anche se pare primeggiare il ruolo di Will, un poliziotto di Chicago che è probabilmente il primo ad accorgersi realmente di questo speciale dono. Un dono che assume, anche nel corso dei cambiamenti della storia, una sofferenza che appartiene già a tutti i “sensate” (come vengono chiamati coloro che ereditano questa unione telepatica da un precedente gruppo). È il suicidio di una donna chiamata Angelica (interpretata da Daryl Hannah), che si scopre nel corso della prima stagione appartenere ad un vecchio gruppo di sensate, ad attivare questo legame tra i neofiti telepatici, la “madre” che apparirà ad ogni personaggio e che grazie all’aiuto di Jonas (Naveen Andrews) proverà a salvare le sorti di tutti, i quali intanto provano a sfuggire dal misterioso Whispers, la nemesi, il lato oscuro, il Lucifero di Sense8, preciso come ogni lotta tra bene e male che si rispetti. Punti in comune e diversità dei protagonisti di Sense8 La diversità dei personaggi permette a Sense8 di dare allo sviluppo della trama una forza emotiva intensa e con risvolti molteplici, sempre sul filo della scoperta e del cambiamento, una diversità che però implicitamente tende ad uniformarsi, proprio quando i personaggi si relazionano tra di loro, si conoscono a poco a poco, e si ritrovano a capire di avere avuto una mancanza interiore, uno spazio vuoto che alla fine li accomuna e li avvicina. Accade così tra Will e Riley, una dj islandese che a Londra tenta di sopravvivere a questa sensazione di smarrimento, che in fondo la vita un po’ concede ad ogni essere umano. C’è poi Nomi, blogger ed hacker transessuale che vive a San Francisco e sarà la prima ad essere vittima del lato oscuro. Sun, una donna d’affari coreana, la più coraggiosa ma anche la più sofferente di tutti. Lito, un attore messicano, che fa di tutto per nascondere la sua relazione omosessuale che potrebbe compromettere la sua carriera e la visione che gli altri hanno di lui. Capheus, un […]

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Libri

Il cuore degli uomini di Nickolas Butler. L’America, i boyscout e la metafora della vita

Immerso nel verde del Wisconsin c’è il campo di Chippewa, dove il piccolo Nelson cerca di diventare Aquila, il grado più alto per un boyscout. Siamo agli inizi degli anni Sessanta nel Midwest degli Stati Uniti – il “cuore dell’America” perché di animo rurale e primordiale, una zona che tuttora mantiene questo sapore originario. Senza dubbio un perfetto prologo per quella che è una storia americana dall’inizio alla fine: il nuovo romanzo di Nickolas Butler, pubblicato in Italia dalla Marsilio editori, Il cuore degli uomini. Non è facile scrivere una storia che sappia in ogni dettaglio identificare con chiarezza la cultura in cui si ambientano gli episodi narrati, cucire addosso ad ogni singolo personaggio un passato di appartenenza. E allo stesso tempo avere come obbiettivo quello di raccontare il “mondo”, nel senso più universale che si voglia concedere al termine; nel caso de Il cuore degli uomini, si parte da una realtà fortemente americana, che la tradizione letteraria contemporanea vede già sapientemente e abbondantemente definita da grandi autori. Leggendo alcuni degli episodi del libro che Butler racconta in un arco di tempo piuttosto esteso, è automatico associare a questi momenti diverse dinamiche dei racconti di Raymond Carver, o anche alcune ambientazioni descritte da Stephen King, solo per fare qualche esempio. Anche se Il cuore degli uomini presenta un grande ventaglio di personaggi, il protagonista risulta essere Nelson e il suo personale percorso di vita: dall’infanzia vissuta il solitudine, protetto dal suo mentore capo scout Wilbur e da una madre che subisce le oppressioni domestiche di un padre aggressivo, che poi come ci viene ricordato da Butler è il quadro di una tipica famiglia americana di quegli anni, un nucleo sociale che attraversa in lontananza (ricordiamo che ci troviamo in un piccolo paesino del Midwest) importanti cambiamenti storici. Primo fra tutti la guerra in Vietnam, che viene descritta solo secondariamente da Nelson attraverso incubi e ricordi che non fanno che arricchire la descrizione che l’autore fa di lui e della sua storia, simile a quella di tanti altri americani. Ma con una differenza sostanziale, che sta nel fatto che Nelson ancora prima di farsi testimone di quella guerra è un uomo se si può dire sconfitto dalle sofferenze della vita, un dolore interiore che probabilmente riuscirà a superare solo alla fine del suo percorso, e del romanzo. Nickolas Butler, la coralità di un romanzo come microcosmo della società È proprio da questo personaggio che si irradiano tutti gli altri, a partire dal suo unico amico Jonathan, che scopriremo poi, quando entrambi sono adulti, essere stato il solo a conoscere l’animo di Nelson e la sua malinconia. Entrambi adulti quindi, entrambi consapevoli della vera faccia della realtà, non più ovattata dalla genuinità e dalla leggerezza della gioventù, hanno affrontato il mondo in maniera diversa. Un giovane Nelson che nonostante la timidezza e il disagio riesce a diventare un eroe, fisicamente potente, abile; dall’altra uno spensierato Jonathan, che si trasforma in un uomo disilluso e disincantato, pronto ad adeguarsi alla crudezza che lo circonda. Tutto […]

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Teatro

Don Quijote di Petrillo al Piccolo Bellini, danza e coraggio

Nessun oggetto di riempimento sul palcoscenico. Solo tre attori, anzi tre ballerini, perché non si è attori se non si finge, e la danza è l’espressione della verità che usa il corpo come mezzo di comunicazione. È ciò che fanno Nicola Simone Cisternino, Yoris Petrillo e Sara Sguotti in Don Quijote, testi, regia e coreografia di Loris Petrillo, un balletto “semi recitato”, in scena dal 3 al 5 marzo al Piccolo Bellini di Napoli. Prodotto da AcT/Cie Twain 2015 e con il sostegno del MiBACT Ministero per i Beni e le Attività Culturali e del Turismo e il contributo di OfficinaTwain 14/16 – Centro di Promozione Culturale del Territorio (Regione Lazio), in collaborazione con La Fabbrica dell’Attore/Teatro Vascello di Roma, lo spettacolo è realizzato dalla compagnia Cie Twain physical dance theatre. L’espediente al quale si rifà Petrillo per costruire la sua opera artistica è l’essenza, più che l’intera storia, del capolavoro seicentesco di Cervantes, un caposaldo della letteratura spagnola e mondiale, il Don Chisciotte della Mancia; infatti, ad insinuarsi sul palcoscenico ciò che si manifesta è non solo la famosa follia del personaggio cervantiano, ma anche il coraggio e la preponderanza a rincorrere qualcosa che, anche se in alcuni casi utopico ed indefinito, si desidera infinitamente. Così il Don Chisciotte di Petrillo vive attraverso i movimenti dei tre, che si vestono e si spogliano continuamente, che si fanno male continuamente, che si consolano ogni tanto. Petrillo e il Don Chisciotte che è in ognuno di noi Il dinamismo dei loro passi una volta è frenetico e pazzo, accompagnato da versi, urla e gargarismi che non sono parole, mentre l’altra è lento, piena di affanni e sudore, quasi ad indicare lo sfinimento e la delusione mista ad un pizzico di frustrazione che molte volte durante il suo percorso alla ricerca di Dulcinea (e della felicità) l’hidalgo vive nell’opera. Accompagnato dal suo fedele Ronzinante e l’indisponente Sancho Panza, la cui golosità e famelica necessità è espressa con semplicità sulla scena, Don Chisciotte si trasforma in ognuno di noi, nella inadeguata follia e incomprensibile resistenza che viviamo tutti i giorni nel nostro nucleo sociale. E il messaggio che un tale capolavoro cercò di raccontare allora viene riutilizzato da Petrillo soprattutto negli unici momenti parlati, messaggi chiari, forse un po’ ordinari per uno spettacolo che tende ad essere concettuale, in cui c’è una diretta denuncia delle oppressioni e delle ingiustizie di una realtà capitalista e attaccata alla materialità delle cose, che distoglie lo sguardo dalle vere atrocità che l’essere umano compie. Don Quijote Ilaria Casertano

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Libri

Il bottone rosso di Francesca Sassano, un torbido giallo

Il giornalista Luca Forte si imbatte per caso in una bellissima donna incrociata in redazione, l’architetto Irene Piano. Una donna bellissima e fragile, consumata dalla precoce morte del suo fratellino Carlo tanti anni fa, deceduto accidentalmente in una chiesa durante il corso di catechismo. Sarà l’esigenza di fare luce su alcuni risvolti di questa storia torbida e poco chiara a spingere Luca, e il suo avvocato Giulia Ferri, a scoprire cosa si è tenuto nascosto. Il bottone rosso, edito da Aracne editrice per la collana Tarantole, è un romanzo dell’avvocatessa Francesca Sassano e si muove, non a caso, proprio sull’evoluzione di un evento costruito piano piano sui momenti più significativi di un’indagine che, per motivi insoluti, venne chiusa poco dopo quello che è stato definito un incidente. Il giallo di Francesca Sassano si sviluppa però alternando questi episodi alle relazioni, di amicizia o d’amore, che i vari personaggi hanno tra di loro. Da una parte infatti troviamo Maurizio Nicotera, il pubblico ministero che si occupa di riaprire il caso, invaghito fin dai tempi della scuola di Giulia, dal forte carattere ma che nasconde una scottante delusione. Dall’altra Luca, dallo spirito intraprendente e sempre a “caccia della notizia”, il quale si ritrova in una breve relazione adultera con Irene, anch’essa vinta dagli ostacoli della vita, il più grande non avere mai saputo davvero cosa abbia provocato la morte del fratellino, un episodio che ha distrutto negli anni la sua intera famiglia. Giocando con i personaggi, il thriller sembra invertire i classici stereotipi letterari uomo donna, soprattutto in un romanzo di questo genere: mentre ad esempio Giulia e Irene primeggiano nella loro carriera come è dato ad intendersi grazie al loro carattere risoluto, Maurizio e Luca in più occasioni dimostrano di possedere una femminile sensibilità di fronte a risvolti interiori. Lo stesso si può dire di Massimiliano, il prete attuale della chiesa in cui è avvenuto il fantomatico incidente, la cui storia familiare lo ha costretto contro sua volontà al seminario e a vivere una condizione di forzata passività, anche emotiva. Il torbido caso sul quale, in forma romanzesca, indaga Francesca Sassano Durante la storia, quasi verso la fine della risoluzione dell’indagine, il lettore viene a conoscenza di una vicenda parallela, quella di Enrico, ormai adulto e allora migliore amico di Carlo, che a causa di ciò che accadeva tra le mura silenziose di quella chiesa ha subito danni mentali irreparabili. Il dolore che tutti i personaggi provano per la medesima condizione, espresso in modo diverso in ognuno di loro, per quel senso di ingiustizia e omertà di fronte a ciò che la società ci ha imposto che sia un muro insormontabile, Francesca Sassano dà attraverso l’invenzione della letteratura un esito positivo e speranzoso. La lettura de Il bottone rosso porta inevitabilmente alla memoria ciò che è stato il caso più clamoroso di pedofilia da parte di personalità religiose, in Irlanda, il famoso caso Spotlight venuto alla luce grazie ad alcuni giornalisti del “The Boston Globe” agli inizi del Duemila. Infatti, poco a poco […]

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Teatro

“Giulio Cesare” di Àlex Rigola al Mercadante, un inedito Shakespeare

“Cesare, guardati da Bruto; sta’ attento a Cassio; non avvicinarti a Casca; tieni d’occhio Cinna; non fidarti di Trebonio; fa’ attenzione a Metello Cimbro; Decio Bruto non ti ama; hai fatto torto a Caio Ligario. Questi uomini han soltanto un proposito, ed è diretto contro Giulio Cesare”. È così che William Shakespeare nell’omonima tragedia profetizzò l’assassinio del più grande romano, Giulio Cesare, in scena al Teatro Mercadante di Napoli dall’8 al 19 febbraio. Prodotto dal Teatro Stabile del Veneto – Teatro Nazionale, adattato e diretto da Àlex Rigola alla sua prima regia italiana. Words. Parole, cita lo sfondo della messinscena e che farà da fulcro principale e rivelatore della storia, intorno alla quale si muoveranno gli attori, in un lento incedere prima e in una forsennata corsa poi. Parole, in questo caso la più sublime ars oratoria, che sorreggono da una parte i motivi dell’omicidio e dall’altra quello che è il più famoso monologo della tragedia, quello di Marco Antonio (Michele Riondino) a conclusione dei giochi, quando le carte saranno rimescolate nuovamente. Tutto sublimato dall’adulazione e dalla manipolazione, che in realtà nasconde la vera maschera di una tragedia storica come questa shakespeariana: la giustificazione della violenza per un bene maggiore. E poi ci sono le azioni, quelle che hanno mosso Bruto (interpretato da Stefano Scandaletti) a concretizzare la cospirazione già messa in atto per uccidere Cesare, aiutato del fedele Cassio (Michele Maccagno) e degli altri senatori, con l’intento di salvare la patria da quella che sarebbe stata una tirannia che ben presto avrebbe messo in ginocchio il futuro del popolo romano. Il Giulio Cesare pop ed energico di Àlex Rigola Così gli attori bravissimi a non calare nemmeno un secondo di intensità (tra i citati Margherita Mannino, Eleonora Panizzo, Pietro Quadrino, Riccardo Gamba, Raquel Gualtero, Beatrice Fedi e Andrea Fagarazzi) vestiti da lupi si azzannano e si scontrano, una violenza che è biasimata da il raggiungimento di un obbiettivo più grande. Il Giulio Cesare di Àlex Rigola è una tragedia che non stravolge gli schemi solo perché il personaggio principale, un Cesare nell’ultimo periodo della sua gloria già corroso da una possibile congiura, è interpretato da una donna (Maria Grazia Mandruzzato), ma anche perché è evidente il binomio, costruito a mo’ di denuncia, con l’attualità. Lo spettacolo infatti inizia con la foto del piccolo Aylan Kurdi riverso a faccia in giù su una spiaggia della Turchia, il simbolo dell’insensatezza umana e del sangue degli innocenti che viene riversato ingiustamente. Dopo un dialogo tra Bruto e Porzia (Silvia Costa) che è la scena più privata e che preannuncia il dolore e il cambiamento, quello della battaglia di Filippi è il momento più riuscito del Giulio Cesare di Àlex Rigola. Marco Antonio con l’alleanza tra Ottaviano e il terzo triumviro, Lepido, si schiera contro i traditori, ma anche questa profezia è già annunciata all’inizio. Più che attuale la scena assume caratteri pop, la musica è ritmata ma anche assordante, le immagini proiettate sullo sfondo sono vive e dirette, tutto sul filo della tensione, […]

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Musica

Brunori Sas ritorna con “A casa tutto bene”

“Ma non ti sembra un miracolo che in mezzo a questo dolore e tutto questo rumore, a volte basta una canzone, anche una stupida canzone?” C’è sempre un “ma” che capovolge il nostro punto di vista. Un “ma” compare inspiegabilmente anche in chi vive seguendo la filosofia di un disincantato cinismo. Che può farci credere in una speranza anche se non siamo più bambini. E c’è un ma in ogni canzone di “A casa tutto bene”, il nuovissimo disco di Brunori Sas. Un album, a cui seguirà un tour nei club di tutta Italia, annunciato dal singolo La verità, di una potenza espressiva che subito ha fatto comprendere il cambio di rotta del cantautore cosentino rispetto ai suoi tre dischi precedenti, permeati da un amore introspettivo, raccontato in prima persona attraverso storie divertenti, ironiche, leggere, piene di una profonda dolcezza. Che è poi il risultato di sapere cantare bene se stessi. Che è la bravura nel riuscire a far immedesimare gli altri nelle proprie canzoni. A casa tutto bene, Brunori Sas e la consapevolezza di essere adulti Adesso Brunori è cresciuto, e i personaggi delle sue storie diventano reali, attuali. Così la sua musica si apre verso il mondo esterno: i brani del disco raccontano i problemi della società, dove l’amore sembra essersi trasformato in paura, e i buoni propositi fanno spazio ad una condizione esistenziale che appartiene ad ogni singolo uomo, quella del dubbio, della confusione del perbenismo che non è poi così tanto perbene. L’immigrazione, il razzismo, l’omosessualità, l’ossessione per gli smartphone, il terrore del diverso (L’uomo nero), fanno da sfondo però ad un presupposto universale. “La realtà è una merda”, canta in Il costume da torero. Sabato bestiale è un inno alla superficialità e al finto moralismo. Don Abbondio indaga la pusillanimità che molto spesso ognuno di noi nasconde dietro il pregiudizio altrui. Colpo di pistola è la personificazione del femminicidio, dell’amore che tante volte si trasforma invece in odio. La vita liquida è il modus vivendi per eccellenza che appartiene a tutti, quello di essere troppo negligenti o fiacchi per poter cambiare se stessi e le cose intorno a noi. Lamezia Milano è il racconto tragicomico di un viaggio e della quotidianità, di un Sud e di un Nord, o probabilmente di un Occidente e di un Oriente se immaginiamo che il suo intento non sia fermarsi ai confini italiani, ancora così distanti nel duemiladiciassette. Eppure, Brunori Sas in alcuni punti non riesce a dimenticare la potenza della speranza, dei giorni migliori, non riesce a non comporre una Canzone contro la paura. La vita pensata, che in punta di piedi chiude il disco lasciandoci con numerosi interrogativi, è avvolta dalla malinconia della voce unica di Brunori e una chitarra lieve, che è invece il principio fondamentale della gioia di ascoltare la sua musica. La stessa sensazione lascia l’ascolto di Diego e io, che ci ricorda la bellezza del dolore. Ci si sente a fine disco bisognosi di saperne di più, tanto che non resta che ricominciare ad ascoltare. […]

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