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Eroica Fenice

Libri

Jacaranda di Nini Sanna, un’avventura oceanica (Recensione)

Paolo Ferrante è un abile uomo di mare, e come tale ha un forte spirito libertino e non conforme a quella stabilità che può offrire la terraferma. Per questo, sempre in viaggio, diventa se stesso solo quando è il richiamo della navigazione a coordinare la sua traiettoria di vita. Un giorno accetta l’incarico come primo ufficiale a bordo dello Jacaranda, desideroso di riprendere la via in mare e di lasciare Singapore. Su questo scapestrato mezzo di trasporto, però, ben presto capirà di essere incappato in un intrigo, che metterà a dura prova la sua moralità e il suo senso del dovere. Jacaranda è il nuovo romanzo di Nini Sanna, un giallo interessante e marinaresco, pubblicato da Il Frangente edizioni. Siamo negli anni Sessanta, quando la guerra in Vietnam è sulla bocca di tutti. D’altronde, un evento storico che viene ricordato da lontano, poiché è il mare a dominare sulla narrazione, fulcro principale delle pubblicazioni di questa casa editrice. Lo è anche per l’autore Nini Sanna, nome d’arte di Salvatore Sanna Cherchi, marinaio e scrittore. Marinaresca, poi, è anche la terminologia usata durante tutto il corso del romanzo e della navigazione, che rende molto più reali i personaggi e sorprendenti i fatti avvenuti. La storia prosegue quando Paolo, preso l’incarico sul cargo Jacaranda, impara a conoscere i colleghi a bordo: l’attraente Veronica Cowen, che scoprirà essere la figlia dell’armatore che ha ordinato la missione per il trasporto di alcune casse dal contenuto sospetto; un incompetente comandante, che sembra essere lì solo per un caso fortuito, o magari spinto da qualche aspirazione nascosta; il surveyor, un supervisore che da subito Paolo ritiene non necessario e che, proprio per questa presenza ingiustificata, sarà il primo elemento che lo inizia ad insospettire; e infine Manuel, suo compagno di bevute che determinerà lo svolgersi degli eventi successivi, e il personaggio che rispecchia più di tutti lo spirito più libertino di quel lavoro. Jacaranda di Nini Sanna, un giallo a bordo di una nave Accanto agli intrighi che alcuni componenti a bordo sembrano orchestrare, Nini Sanna ingaggia una narrazione degna di un avventuroso viaggio in mare: quando la nave salpa, tutto è nelle mani di questo elemento, e l’uomo non può nulla, soprattutto se tenta di dominarlo e di vincerlo. Dopo avere scoperto che il comandante, in accordo con altri membri dell’equipaggio, governa il buonumore dei marinai attraverso un mercato illecito di oppio, Paolo si troverà a dover prendere la situazione in mano quando la nave si ritroverà sulla traiettoria di un ciclone. La natura, forte, possente, che tutto può decidere, sarà una congiura tanto grande quanto quella che si sta consumando a bordo. Cosa succederà allo Jacaranda? All’autore Nini Sanna non sfugge qui la necessità di un deus ex machina, che sta proprio nell’esperienza del primo ufficiale, ben presto in combutta con se stesso, alle prese con la sua coscienza e a mettere sul tavolo da gioco tutte le immagini e i ricordi della sua vita oltre alle decisioni prese. Parallelamente al ricordo di una […]

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Teatro

Al Teatro Diana la presentazione della nuova stagione 2019/2020

Ieri, sabato 8 giugno, presso il foyer del teatro, è stata presentata la stagione teatrale 2019/2020 del Diana.  La stagione appena conclusa al Teatro Diana di Napoli saluta i 200.000 spettatori accorsi in questa lunga programmazione con numeri importanti: 280 aperture di sipario e 9.500 abbonati, che portano il Diana ancora una volta ad essere primo tra i teatri privati per numero di spettatori in Italia. E la nuova stagione, promettono, non sarà da meno, grazie ad una attenzione particolare alla comunicazione, anche social, con un sito rinnovato e una app dedicata alla programmazione. Per questa 40esima stagione, il Teatro Diana così cambia veste e si rinnova, lasciando però intatta la ricchezza degli spettacoli e il grande calibro attoriale. Ad inaugurare la stagione 2019/2020 sarà ad ottobre Pensieri all’improvviso, diretto e recitato da Lina Sastri accompagnata da alcuni musicisti, che ancora una volta da grande attrice prende il palco da solista. “Si tratta di poesia in musica” spiega l’attrice alla conferenza stampa: Leopardi, Matilde Serao, Alda Merini saranno recitati a suon di note, insieme a De Gregori, Pino Daniele, Lucio Dalla, artisti che hanno attraversato con grande emozione e speranza la vita dell’attrice, uno spettacolo in cui il mare e la sua Napoli non mancheranno. Dopo il debutto, andrà in scena al Teatro Diana un attesissimo spettacolo scritto da Maurizio De Giovanni per la regia di Alessandro Gassmann, con Massimiliano Gallo, Stefania Rocca e Monica Nappo, Il silenzio grande. Gli attori e De Giovanni ci hanno svelato il particolare momento in cui nacque l’idea, durante le riprese de “I bastardi di Pizzofalcone”, su proposta dello stesso Gassmann, che racconta: “questo spettacolo parla di sentimenti, del tempo che passa, delle cose non dette, da cui appunto il titolo. Da spettatore, sto attento anche al momento in cui l’attore ascolta l’altro”, continua, ed è proprio questo ascoltare e allo stesso tempo cacciare fuori ciò che non è stato mai espresso che si concentra lo spettacolo, sostiene il personaggio interpretato dalla Rocca. L’attrice sottolinea: “mi fa piacere fare questo spettacolo a Napoli, perché è una città così sanguigna” come ciò che sottende la pièce, e Massimiliano Gallo aggiunge: “è uno spettacolo molto personale, fortemente napoletano, ma ha in sé tematiche che prendono tutti, ha un carattere universale”. Presenti anche i giovani attori Paola Senatore e Jacopo Sorbini. La stagione 2019/2020 al Teatro Diana continuerà con Ditegli sempre di sì tratto dalla celebre commedia di Eduardo De Filippo, con Carolina Rosi e Gianfelice Imparato, che ci avverte quanta empatia e affinità ci sia in tutta la compagnia, quella di Teatro di Luca De Filippo. Un carattere aggiunto che darà qualcosa in più e si spera maggiore divertimento per il pubblico. Un grande ritorno al Diana sarà quello di Carlo Buccirosso con la nuova commedia La rottamazione di un italiano perbene, il cui contenuto, l’attore sottolinea, saranno le tasse italiane, un argomento che non smette mai di essere attuale. Proprio la necessità di attualità ha spinto Buccirosso ha riscrivere la sua commedia, per creare qualcosa […]

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Libri

Jesmyn Ward, con Canta, spirito, canta continua la trilogia di Bois Sauvage

In questo secondo capitolo della trilogia di Bois Sauvage, Canta, spirito, canta, Jesmyn Ward ci regala un altro romanzo intenso e vivido, che le ha permesso di vincere il suo secondo National Book Award dopo Salvare le ossa, pubblicato ancora una volta in Italia dalla NN editore. Siamo di nuovo a Bois Sauvage, Mississippi. Qui il giovane Jojo vive insieme alla sua famiglia. La sorellina Michaela, Kayla, la quale ne è completamente dipendente in tutto, prolungamento del suo corpo come della sua anima; la madre Leonie, tossicodipendente ed incapace di qualsiasi forma di istinto materno, e per questo si sente continuamente colpevole e arrabbiata. Anche nei confronti dei genitori, i nonni di Jojo e Kayla: Mam, malata di cancro che la costringe a letto sofferente, e infine Pop, che gli insegna a diventare l’uomo di casa, a sgozzare le capre per farne uno stufato con la carne e a tagliare la legna consumata dalle termiti. Jojo però ha un dono speciale, che non gli permette completamente di raggiungere il traguardo dell’adolescenza per essere un passo più vicino all’età adulta, qualcosa di magico che lo tiene ancorato all’infanzia nonostante il suo corpo asciutto e alto che cresce. Il diventare grandi si complica ancora di più quando Michael, suo padre e compagno di Leonie, esce di prigione, e a farlo visita sarà lo spirito di una vecchia conoscenza di Pop, Richie. Jesmyn Ward dà voce agli innocenti in Canta, spirito, canta Canta, spirito, canta non delude nessuna aspettativa. La potenza comunicativa di Jesmyn Ward è tanto vivida, tattile, quanto quella del piccolo protagonista che ha il dono, ereditario, di comunicare con i morti, con gli animali, in un modo ancora un poco acerbo, disturbante, ma che è sentito ed impossibile da evitare. Jojo, così come Leonie, fa i conti con qualcosa che probabilmente rifiuta; aspira ad essere come il nonno, la sola figura paterna, e sente il peso della responsabilità nei confronti della piccola sorellina che non riesce neanche a mangiare senza di lui, perché allo stesso tempo sa che lui è l’unica ancora di salvezza. Capitolo dopo capitolo, Jesmyn Ward ci offre la prospettiva di madre e figlio sui pochi ma importanti avvenimenti che accadono, mostrandoci i due punti di vista più contrastanti del romanzo. Durante il viaggio verso la prigione un tempo schiavista di Parchman e ritorno, una volta che Michael si è unito a loro, scopriamo nuove sfaccettature di Leonie. Piegata dall’amore che prova per il suo compagno, ostacolata da tutti non solo perché lei è nera e lui bianco, ma anche perché la famiglia di lui ha partecipato alla morte del fratello Given, che Leonie vede solo quando è fatta. La sua rabbia e frustrazione nel sapere di non potere dare ai figli l’attenzione che cercano, l’affetto che desiderano, un difetto che legge apertamente negli occhi risentiti e pieni di amarezza di Jojo, uno sguardo che la colpisce più forte di una lama ma che, anche in questo caso, non può evitare. Consapevole di non essere all’altezza, consapevole […]

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Libri

Nadeem Aslam e Il libro dell’acqua e di altri specchi

Atti di terrorismo, corruzione e paura del diverso, ma anche tolleranza e profondo amore verso la propria terra e il prossimo. Tra verità e immaginario, nel suo nuovo romanzo Il libro dell’acqua e di altri specchi – pubblicato in Italia dalla Add editore – Nadeem Aslam presenta un Pakistan inedito ai più, afflitto dai turbamenti interni e che conserva una lunga e intima tradizione. Nargis e il compagno Massud vivono a Zamana, una città fittizia del Pakistan. Sono architetti, personalità prestigiose e abbienti che condividono anche la passione per la cultura e il rispetto per l’altro, indipendentemente dalla razza o dalla religione. Una premessa essenziale, perché il Pakistan è purtroppo affranto da una perenne lotta civile tra i musulmani estremisti e i cristiani, una piccola minoranza, in un’atmosfera di intolleranza violenta e atti di persecuzione. Membri della famiglia ma non di sangue sono Helen e il padre Lily, proprietario di un consumato risciò, suo mezzo di sostentamento, rimasti soli a causa della morte di Grace, mamma di Helen. Il tranquillo equilibrio sullo sfondo di un Pakistan sempre in guerra viene interrotto quando Massud muore, vittima inconsapevole di uno scontro a fuoco  in strada. Cosi Nargis si troverà a dover fare i conti con la solitudine, ma anche con il suo passato e il suo segreto più grande: infatti, il vero nome di Nargis è Margaret, e si è finta musulmana da quando era ragazza, molto prima di conoscere Massud, credendo di poter vivere un’esistenza in pace lontano dalle oppressioni. Il Pakistan visto da Nadeem Aslam Ciò che ci regala Nadeem Aslam in questo ultimo denso e ricco romanzo è il racconto di uno stato in perenne conflitto, chiuso in una morsa di cui è vittima e carnefice. Si percepisce, tra realtà e intrecci romanzati, probabilmente la vera essenza di essa, un Paese costernato e in affanno a causa della brutalità, ma in cerca di pace e in attesa di riprendere in mano le glorie di una forte tradizione, dove l’intolleranza non è contemplata: «A un pennone davanti alla scuola sull’angolo era appesa la bandiera pachistana, verde con la mezzaluna e la stella. Una parte della bandiera era bianca per ricordare e onorare i cittadini non musulmani della regione». E lo fa creando un dipinto, pieno di richiami, dove traspaiono dolcezza, nostalgia, parole avvolte da una bravura profonda sia nel narrare gli avvenimenti che nel descrivere i personaggi e gli intrecci. L’autore lascia il tempo che tutto si riveli, anche quando i colpi di scena sono più tristi e violenti o più amorevoli e teneri. Un esempio è il rapporto che Nadeem Aslam crea tra Helen e Imran, un giovane proveniente dalle terre del Kashmir, con un passato travagliato e testimone anch’esso delle persecuzioni del Paese natio, che si ritroverà ad aiutare le donne a vivere in incognito quando inizierà la persecuzione di Lily, proprio a causa dell’intolleranza religiosa. «Non alzò gli occhi mentre lui si avvicinava e si fermava al suo fianco, i loro corpi che quasi si toccavano, il […]

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Cinema e Serie tv

Cos’è lo split screen? 7 esempi nella storia del cinema

Lo split screen (letteralmente “schermo diviso”) è una tecnica che consiste nel suddividere appunto lo schermo in due o più inquadrature al momento del montaggio o girando con un’inquadratura multipla. Scopriamo alcuni film che si sono resi celebri proprio per l’utilizzo  dello split screen. Dalle applicazioni più classiche a quelle più elaborate nate a seguito dell’avvento nel mondo cinematografico dell’uso del digitale, lo split screen è stato ed è un intelligente espediente per mostrare allo spettatore in un film uno stesso momento ma in diverse scene, così che si abbia un quadro completo della narrazione e dell’immagine. Ad esempio, è spesso utilizzata nella versione più classica ed immediata, quando l’inquadratura multipla è applicata alla scena di una telefonata, tra due o più interlocutori. Soprattutto se il momento filmico è lungo, o se contemporaneamente accade qualcosa di più sullo sfondo, lo spettatore ha così la possibilità di non perdersi nulla e la scena, sincronizzata con tutti gli eventi anche distanti nel luogo, è di conseguenza più ricca. Oppure può accadere di dover utilizzare tale tecnica proprio per mostrare più scene insieme ma a distanza di tempo (ad esempio cosa accade a diversi personaggi, e all’ambiente, se si trovano nello stesso luogo ma in epoche diverse). Un effetto che è tipico dei videogiochi multiplayer, o ancora meglio nelle strisce dei fumetti, quando con forme diverse si vuole esprimere un’unica sensazione del momento vista da più prospettive. 5 film che hanno utilizzato la tecnica dello split screen: Il letto racconta… (1959) Numerosi sarebbero gli esempi, ma pensiamo a film come la simpatica commedia americana Il letto racconta… (Pillow talk) diretto da Michael Gordon, che proprio la trama permette un utilizzo sagace dello split screen. Jan e Brad sono costretti ad avere a che fare l’uno con l’altra perché hanno la linea telefonica in duplex, in comune: l’uomo allora decide di spacciarsi per un corteggiatore della ragazza, e da lì si susseguono tante scene in cui i due protagonisti Doris Day e Rock Hudson chiacchierando al telefono, al letto, nella vasca da bagno, finiscono per innamorarsi. Grazie alla creatività e originalità delle scene con lo split screen e i dialoghi spiritosi, il film ottenne un grande successo, anche per il sottotesto equivoco ed erotico, e un Oscar come migliore sceneggiatura. Napoléon (1927) Uno dei primi lungometraggi che utilizza lo split screen è il francese Napoléon del visionario e avanguardista Abel Gance. Si tratta di una biografia dell’imperatore (interpretato da Albert Dieudonné) che va dall’adolescenza fino alla campagna in Italia del 1796, un film che ebbe tantissima risonanza e che viene ricordato come un’innovazione nella storia del cinema proprio per le diverse sperimentazioni che compì come appunto lo split screen e il sistema “Polyvision”, che consisteva nel girare con tre schermi divisi che allargavano la visione. Il caso di Thomas Crown (1968) Uno dei lungometraggi invece che utilizza quasi esclusivamente la tecnica dello split screen è il giallo/commedia Il caso di Thomas Crown di Norman Jewison. Un ricchissimo imprenditore (Steve McQueen) viene scoperto da una […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Sincronia Fiabesca, al via la Serata d’Autore dedicata al mondo delle fiabe

Dalla tradizione letteraria alle suggestioni artistiche della fiaba moderna: venerdì 17 maggio alla Feltrinelli Point Distilleria di Pomigliano d’Arco a Napoli, al via alla XII edizione di Serata d’Autore Sincronia Fiabesca, un evento a cura dell’Associazione Luna di Seta e dello scrittore Massimo Piccolo, dedicato alla fiaba e alla tradizione fiabesca. Tra arte, sogni, immaginazione, fantasia, magia. Cosa può regalare una fiaba? Non si tratta solo del raccontare una storia, ma passare anche attraverso suggestioni e riviverla in tutte le forme d’arte, e perché no, anche nel cibo. La serata Sincronia Fiabesca tenterà di esprimere proprio ciò al pubblico questo venerdì, una serata dedicata ai libri e alla musica e all’importanza che le fiabe ricoprono nell’immaginario collettivo contemporaneo: ad aprire l’evento, la proiezione del book trailer dell’opera di Massimo Piccolo “Estelle – storia di una principessa e di un suonatore di accordìon”, girato nelle sale del Palazzo Reale di Napoli con protagonista Giorgia Gianetiempo – la giovane attrice che interpreta Rossella Saviani nella soap “Un posto al sole” – con le musiche del Maestro Claudio Passilongo. La fiaba tra tradizione e Sincronia Fiabesca La lunga tradizione orale della fiaba affascina da sempre grandi e piccini che si ritrovano improvvisamente catapultati in un mondo fantastico fatto di castelli, principesse, maghi, orchi e principi azzurri. Le storie dei protagonisti di questo genere valicano i confini del tempo e dello spazio, abbracciando in maniera trasversale varie culture, da quella tedesca con i Fratelli Grimm, fino a Italo Calvino e Giambattista Basile, autore della raccolta di fiabe in lingua napoletana “Lo Cunto de li Cunti”. Così come i giganti della Letteratura anche grandi musicisti si sono ispirati a questo genere per i loro capolavori. Basti pensare al pianista Bill Evans, a Stravinsky, Armstrong e alle numerose colonne sonore targate Disney che ognuno di noi ha ascoltato almeno una volta nella vita. Ma qual è il vero significato della fiaba? In molti casi l’elementarità dei meccanismi di narrazione nasconde strutture tematiche che diventano sempre più complesse durante l’analisi verticale della storia. Le molteplici chiavi di lettura donano alla fiaba una sorta di “Elisir di lunga vita”, la straordinaria capacità di sopravvivere nel tempo, rinnovandosi continuamente agli occhi del lettore. Ad accompagnare Massimo Piccolo in questa magica avventura lunga una sera, saranno le musiche della bassista Sara Di Maio, la giovane Mirea Flavia Stellato che viene da esperienze cinematografiche e teatrali insieme a Vincenzo Salemme, le cantanti Sara Piccolo e Adriana Cardinale, il chitarrista Antonio De Falco e il pianista jazz Franco Piccinno. Inoltre, a completamento dell’atmosfera suggestiva di Sincronia fiabesca ci sarà anche un percorso gastronomico dai richiami fiabeschi, reso possibile grazie alla cucina dello chef Enzo Santaniello. “[…] Il fatto di poter essere a contatto diretto ci permette di solleticare anche il gusto e l’olfatto del pubblico. Lo chef Enzo Santaniello con Giorgia Scuotto de la Distilleria, sta preparando una degustazione ispirata ai profumi dei dolci della principessa Estelle, crema di latte e cannella, così da passare dal libro alla realtà in un attimo” […]

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Libri

Come diventai monaca di César Aira torna con Fazi editore (Recensione)

Il romanzo si apre con una passeggiata insieme al papà in una giornata assolata a Rosario, Argentina. Da subito si percepisce che è un avvenimento particolare quello del piccolo César, che sta per assaggiare per la prima volta il gelato, nello specifico alla fragola. Questa precisa scelta dovuta solo all’ispirazione di un colore avrà delle conseguenze inaspettate ed incredibili: grazie alla Fazi editore, è di nuovo da oggi in libreria un romanzo di uno dei più celebri autori della letteratura argentina contemporanea, Come diventai monaca di César Aira. Pubblicato per la prima volta nel 1993, Come diventai monaca è più che un romanzo, una novella breve. Prolifico scrittore, che fa della sua narrazione ricca di parole e strabordante il suo segno di riconoscimento, César Aira qui stupisce per tanti motivi: prima di tutto, il protagonista è lui, un bimbo che trasferitosi da Coronel Pringles (sua città natia) affronta con grande immaginazione una realtà poco incline ai cambiamenti, o chissà, forse tanto eclettica da dare alla sua scrittura questo forte piglio creativo. César però è anche una bambina: l’io narrante è lui per gli altri, lei per se stesso. Così, César crea un mondo surreale dove realtà e fantasia si intrecciano in ogni parentesi della sua infanzia, grande o piccola. E tutto inizia con il gelato alla fragola: dopo aver superato la difficoltà di entrare nel suo modo di descrivere gli eventi, pieno e adulto, César Aira è in possesso della storia già dalla prima scena, quando il lettore subito comprende il senso di inadeguatezza del piccolo protagonista, troppo diverso per essere in pace con ciò che lo circonda. Questo prelibato cibo, freddo e dolce, a lui fa letteralmente “schifo”. A quale bambino non piace il gelato? Si ripete César, e anche il padre, che preso da un’ira funesta lo costringe ad ingurgitare altre cucchiaiate, non provando nessuna pietà guardando le sue lacrime e i conati di vomito. César si sente in colpa, continuamente, per essere quello che è, anche dopo quando si scopre che in effetti il gelato è avariato, e quando il padre collerico fa fuori il gelataio miscredente affogandolo nel corpo del reato. Va in prigione, e il senso di colpa tracima e durerà per tutto il romanzo. La storia prosegue in un letto d’ospedale, dove César è costretto per tre mesi a causa dell’intossicazione; però sembra quasi di essere in un posto senza tempo e senza luogo, dove le anime in pena, poveri bimbi statici o desiderosi di uscirne, sono traghettati dal via vai di un Caronte impersonato da una dura ma infaticabile crocerossina. Proprio con l’infermiera inizia il tipico “duello” dialogativo di César; incapace di provare buon senso e fermarsi, il protagonista mette in scena bugie e discorsi fuorvianti, confondendo e innervosendo il suo interlocutore, solo per il gusto di farlo. Ad esempio, chiaro è il momento di visita del medico: César, attraverso stratagemmi privi di logica (ma per lui sono il fondamento faticoso di una logica perversa), mente sui dolori, cambia il soggetto della conversazione, […]

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Culturalmente

Poesie barocche da ricordare, da Marino a Góngora

Il movimento barocco, sviluppatosi tra il Cinquecento e il Seicento, viene contraddistinto con le caratteristiche di bizzarro e anticlassicista, e così anche la letteratura che nacque in quei secoli. Quali sono le poesie barocche più rappresentative? Termini come estroso e ampolloso spesso tuttora vengono utilizzati per definire il Barocco, che a sua volta ha assunto simile accezione; già la parola “barocco” etimologicamente sembra derivi da qualcosa di irregolare e strano, e andò a racchiudere un vero e proprio movimento culturale che si estese dall’architettura alla filosofia. In letteratura racchiude in sé generi specifici, uno stile e tematiche che sono solite ripetersi, come l’esaltazione della donna (ma non da idolatrare come figura divina), l’amore, l’amore per le arti figurative e temi legati anche alle nuove scoperte scientifiche, verso il nuovo secolo illuminista. In Italia: le poesie barocche di Giambattista Marino In Italia il poeta barocco che godette di maggiore fama fu Giambattista Marino, che dette vita alla corrente letteraria del marinismo, scrivendo poesie barocche tra le più imitate in Europa. La lirica assurge a genere preferito, e le figure retoriche (come le metafore) abbondano. Una delle poesie barocche tratte dalla sua raccolta più nota, “Lira” (1614), è il Sonetto dedicato ai biondi capelli della sua donna in cui Marino, con arguzia barocca, gioca sui versi petrarcheschi dei “capei d’oro a l’aura sparsi”: A l’aura il crin ch’a l’auro il pregio ha tolto, sorgendo il mio bel sol del suo oriente, per doppiar forse luce al dì nascente, da’ suoi biondi volumi avea disciolto. Parte, scherzando in ricco nembo e folto, piovea sovra i begli omeri cadente, parte con globi d’or seri gìa serpente tra’ fiori, or del bel seno or del bel volto. Amor vid’io, che fra’ lucenti rami de l’aurea selva sua, pur come sòle, tendea mille al mio cor lacciuoli ed ami; e, nel sol de le luci uniche e sole, intento, e preso dagli aurati stami, volgersi quasi un girasole il sole. Il Barocco in Italia: Tommaso Stigliani Uno dei precursori del marinismo fu il materano Tommaso Stigliani; tra le poesie barocche del suo “Canzoniere”, ricordiamo Felice chi ti vede!, un componimento rinvenuto e apprezzato nella sua antologia da Benedetto Croce in cui immaginazione e gioco si fondono, un estro che segue le fila della corrente barocca: Felice chi ti vede! Più felice a cui è dato di parlarti! Felicissimo quel che può toccarti! Semidio che ti bacia il bel sembiante! Dio chi ti fa il restante! Góngora e Quevedo: la lirica spagnola Certezze ed ideali stavano mettendo in crisi anche il resto dell’Europa, e il Barocco prende strada anche in Spagna, dove la lirica fiorisce nel cosiddetto “Siglo de oro” e si sviluppa nel gongorismo (o culturanesimo) e in Luis de Góngora. Le poesie barocche di quest’ultimo, nonostante i suoi primi componimenti si avvicinino al concettismo barocco, si mostrano estranee a qualsiasi regola che domina la poesia. Tra i suoi componimenti, ricordiamo questa dedica alla sua città natale, A Córdoba: Oh mura eccelse, oh torri incoronate di onore, di […]

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Libri

Cuorineri – Il Direttore, il romanzo/inchiesta di Simona Pino d’Astore (Recensione)

In una Brindisi spezzata dall’inopia e dalle ingiustizie, la camorra fa il suo corso conducendo battaglie sanguinose e violente per ottenere il dominio sul territorio. Ma la speranza di riuscire a risorgere può, a volte, essere più forte di qualsiasi crimine. Nelle librerie il primo romanzo/inchiesta di Simona Pino d’Astore Cuorineri – Il Direttore, pubblicato dalla Graus Editore per la collana Black Line. Brindisi, come una qualsiasi città soggiogata dalla violenza incontrastata e senza scrupoli della malavita organizzata, è lo sfondo, e fulcro dominante, del romanzo di Simona Pino d’Astore. A raccontare la città sono in prima persona i tre camorristi Franco Altavilla, detto “14”, Luigi Narcisi “il Pazzo” e Luigi Patisso “il Direttore” (personaggi reali ai quali Simona Pino d’Astore ha chiesto di raccontare la loro storia). Storie personali alternate a capitoli in cui l’autrice narra, anche se in maniera romanzata per alcuni avvenimenti e personaggi inventati, meccanismi della criminalità brindisina ma estesa a tutto il territorio pugliese. Cuorineri – Il Direttore, il romanzo/inchiesta di Simona Pino d’Astore Simona Pino d’Astore nasce proprio a Brindisi, dove vive con la sua famiglia svolgendo la professione di giornalista e interessandosi alle dinamiche politiche e di criminologia legate a questa grossa fetta della società, che tutti tentiamo di nascondere e di mettere da parte ma che vive incontrastata nei nostri vicoli. Con questo romanzo però l’autrice tenta di dare una lettura che potrebbe essere definita della “speranza” e della giustizia, dove non è utopico affermare che cambiare è possibile. Infatti, alternando i momenti di inchiesta – condotti seguendo il focus di “Gomorra” di Saviano (diversi territori ma stessa criminalità) – a quelli della vita personale dei camorristi, Simona Pino d’Astore, lasciandosi ispirare da fatti realmente accaduti, prova a spiegare le motivazioni che possono spingere un criminale a diventare tale. La povertà in primis, un quartiere degradato che non offre sbocchi di divagazione ad un bambino solo che non è seguito dai propri genitori, i quali non tentano di salvare il proprio figlio da un’esistenza fatta di inopia e assenza, ma anzi infondono in lui odio e violenza. Così, rubare o fare del male al prossimo sembra essere l’unica via d’uscita, mentre il desiderio folle di ottenere tutto, soldi e potenza, diventa sempre più forte e sentito, trasforma la propria anima, ti spinge ad entrare nel mondo della camorra senza più poterne uscire, sperando e credendo davvero di poter avere protezione e una vita facile. In alcuni capitoli emergono invece storie di una quotidiana giornata di un aspirante camorrista che tenta di farsi strada ed essere accettato o solamente essere il primo su tutti, attraverso uno smercio di sigarette di contrabbando o compiendo una rapina in banca o chiedendo appoggio al sindaco o all’assessore corrotto di turno in cambio di favori politici. E quando la latitanza o la carcerazione è l’unica azione da compiere, nel romanzo emergono le sensazioni dei personaggi come quella di resa nei confronti di un destino già compiuto, che è al di sopra anche dell’amore verso la propria compagna […]

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Attualità

Salone del Libro 2019, tra polemiche antifasciste e la cultura come antidoto

Da domani, fino al 13 maggio, al via il trentaduesimo Salone del Libro 2019, che si terrà anche questa volta al Lingotto Fiere di Torino: quest’anno però il Salone, luogo d’incontro culturale più atteso dal mondo editoriale e dagli avventori che giungono da ogni punto del Paese per partecipare all’evento, si è purtroppo tinto di polemiche, che hanno in questi giorni coinvolto politica ed istituzioni. Che cosa è successo? Il Salone Internazionale del Libro di Torino è un progetto di Associazione Torino, la Città del Libro e Fondazione Circolo dei lettori, con il sostegno di Regione Piemonte, Città di Torino, Compagnia di San Paolo e Fondazione CRT, e di MiBAC Centro per il libro e la lettura, Associazione delle Fondazioni di origine bancaria del Piemonte, Italian Trade Agency ICE – Agenzia per la promozione all’estero e l’internazionalizzazione delle imprese italiane, Fondazione Sicilia e Fondazione con il Sud. Con il riconoscimento della Direzione Generale Cinema del Ministero dei beni e delle attività culturali. Da sempre fulcro importantissimo per la difesa culturale e del sapere, la maggiore manifestazione letteraria italiana quest’anno si è ampliata ulteriormente nell’organizzazione e negli spazi espositivi del Lingotto. Quest’anno il tema centrale del Salone è “Il gioco del mondo”, tributo e celebrazione della lingua spagnola e di uno degli intellettuali e scrittori del Novecento più rappresentativi, Julio Cortázar. La cultura è un gioco proprio perché libera, priva di confini e capace, nella possibile mescolanza di più saperi, di espandere la mente e l’anima, e la lettura ne è la sua più grande artefice. Il Salone del Libro 2019: il caso della Altaforte Edizioni Una celebrazione che ogni anno il Salone del Libro regala ai suoi avventori, ma che in questa edizione purtroppo sembra essere compromessa a seguito della presenza tra gli stand, che ospiteranno gli espositori, della Altaforte Edizioni, casa editrice considerata sostenitrice della politica neofascista e di Casa Pound, anche nelle sua linea editoriale (tra le sue prossime uscite ci sarà il libro-intervista Io sono Salvini, quest’ultimo, secondo una notizia che sembrerebbe essere falsa, invitato alla kermesse proprio dalla casa editrice. Un incontro non ufficializzato tra gli eventi del festival). Le critiche al Salone del Libro 2019 non si sono fatte attendere, soprattutto contro l’organizzazione del festival e contro il direttore Nicola Lagioia; la situazione si inasprisce quando sabato il consulente Christian Raimo si dimette, con un lungo post su Facebook in cui difendeva il Salone come luogo di dibattito culturale e di incontro tutt’altro che di estrema destra e tutt’altro che politico. Da quella notizia, sono nei giorni scorsi seguite polemiche e defezioni da parte di alcuni autori e partecipanti, come la direttrice dell’Anpi Carla Nespolo, il museo-memoriale di Auschwitz-Birkenau, la casa editrice People, il collettivo di scrittori Wu Ming, Carlo Ginzburg  e la giornalista Francesca Mannocchi la quale scrive sui social: “Non sarò al Salone di Torino a parlare del mio libro e di migrazioni, dell’oblio dei morti nel Mediterraneo e delle politiche che l’hanno generata […].Continuerò a fare il lavoro che faccio, come lo faccio. Che è la mia resistenza, il mio privato e politico antifascismo”. Al Salone del Libro […]

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Cinema e Serie tv

Stanlio e Ollio, la storia vera di un’amicizia irresistibile

Una storia di amicizia “dietro le quinte” quella del commuovente e dolce biopic di Jon S. Baird, Stanlio e Ollio, che, attraverso i retroscena dell’ultima tournée teatrale del due comico più amato, ci racconta il profondo legame tra i due e le incomprensioni nella vita reale di Stan Laurel e Oliver Hardy. Da pochissimo nelle sale italiane. Nel 1937 i comici attori Stan Laurel e Oliver Hardy, in arte Stanlio e Ollio, sono all’apice del successo quando stanno per girare “I fanciulli del West” (conosciuto in Italia anche come “Allegri vagabondi”) e registrare il loro celeberrimo balletto, che utilizzeranno per tantissimi futuri sketch, “At the ball, that’s all” sulle note degli Avalon Boys. Subito però il lungometraggio di Baird vuole trasportarci nella vita dei due comici, di cui finora poco, e da fonte non affidabile, si conosceva. Infatti, vediamo Stan e Ollie (soprannominato “Babe”) che chiacchierano amichevolmente dei loro numerosi precedenti matrimoni, in un camerino mentre ripassano una parte. Il film suscita da subito un’allegria e una dolcezza nel rivivere le gag e l’empatia consolidata del duo comico, soprattutto grazie alla bravura e all’assoluta somiglianza con i veri Stanlio e Ollio dei due attori principali, il britannico Steve Coogan e John C. Reilly, entrambi conosciutissimi nel mondo del cinema ma che prima di questa brillante interpretazione non avevo avuto mai un ruolo così importante. Una prova attoriale anche di responsabilità, che viene superata a pieni voti grazie alla bravura con la quale riescono a far rivivere le caratteristiche dei veri Stanlio e Ollio, sopra e fuori dal palco. Il film biografico, che in realtà è l’adattamento cinematografico del libro “Laurel & Hardy – The British Tours” di A. J. Marriot, racconta dell’ultimo periodo della carriera del duo, quando intorno al 1953 i comici decisero di partire per un tour europeo e mettere in scena i loro più famosi sketch sui palcoscenici teatrali, seguiti in Europa da un pubblico che ancora li amava molto, in attesa che un produttore con il quale aveva contatti Stan decidesse di dare l’okay definitivo al loro nuovo film tratto dalle avventure di Robin Hood (nonostante la pellicola non fu mai girata e, come si vede in Stanlio e Ollio, Laurel da vero stakanovista, come lo ricordano, davvero lavorava alacremente alla stesura della sceneggiatura e ne discuteva con il collega Hardy). L’era d’oro era per la loro lunga e prolifica carriera terminata, e gli anni di screzi tra Stan e il produttore cinematografico Hal Roach ormai passati. Dopo un flashback che sarà determinante per comprendere la crisi che la loro amicizia affrontò a causa di un abbandono e di una incomprensione conseguente durata nel tempo, passano sedici anni e Stanlio e Ollio si trovano in Inghilterra per cominciare il tour, stanchi per l’età e una vita difficile tra gli spettacoli senza sosta e pubblicità, che sono costretti ad affrontare a causa di un inizio sottotono della tournée. Un bellissimo biopic che ci fa rivivere le avventure di Stanlio e Ollio, tra risate e lacrime In quel […]

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Notizie curiose

Folletto irlandese, tra folklore e mitologia

Abito e cappello verde agrifoglio, capelli e barba rossiccia, scarpette con fibbie d’argento e pantaloni alla zuava, una pentola d’oro splendente, la cui immagine è talvolta affiancata da un arcobaleno e/o da una pipa fumante: sono le caratteristiche generiche che nell’immaginario moderno accompagnano la figura mitologica del folletto irlandese, un essere fastidioso, dispettoso e combina guai, che vive nella natura incontaminata e vigorosa, proprio come sono i territori più maestosi dell’Irlanda. Ma da dove nasce il mito? E cosa significa? Il lepricano (o leprechaun, forma inglesizzata dall’irlandese leipreachán), detto più comunemente gnomo o folletto irlandese, è una tipica figura mitologica e folkloristica che viene dall’Irlanda. Il nome, secondo le versioni più accreditate, deriva dal gaelico leipreachán apparso per la prima volta nell’opera letteraria del 1604 “The honest whore” dei drammaturghi britannici Thomas Middleton e Thomas Dekker, e che significa “piccolo spirito”, a sua volta derivato da luchorpán, cioè “spiritello acquatico”. Secondo invece l’Oxford English Dictionary (OED), il dizionario storico della lingua inglese antica e moderna, la parola deriverebbe da leath bhrógan, cioè “ciabattino”, perché queste piccole creature sono spesso rappresentate nell’atto di riparare scarpe. Un’altra versione etimologica farebbe derivare il lepricano da luch-chromain, ossia “piccolo storpio Lugh” (Lùg era una divinità celtica, dio della luce, a capo di uno dei primi popoli preistorici che colonizzarono le terre irlandesi). Il folletto irlandese: uno dei simboli della festa di San Patrizio Nonostante molte leggende sul folletto irlandese siano storie di tradizione pagana, la sua figura iconografica viene associata ogni 17 marzo alla celebrazione di San Patrizio (St. Patrick’s Day o Paddy’s Day), una festa di origine cristiana in onore del patrono d’Irlanda. La festa è la commemorazione dell’arrivo del cristianesimo nel V secolo d.C. grazie al patrono, allora vescovo. San Patrizio infatti viene ricordato anche come il portatore del cristianesimo celtico, in cui il culto cristiano si mescola con alcune credenze celtiche: ad esempio egli introdusse nella croce solare, il simbolo che rappresenta la ruota di un carro, quella latina, dando vita alla celebre croce celtica. Un’altra leggenda irlandese curiosa spiega che San Patrizio è legato anche all’emblema della nazionalità irlandese, il trifoglio (shamrock), con il quale raccontò ai suoi seguaci il significato della Trinità. Si dice, secondo la mitologia celtica, che i lepricani vivessero nel mondo immaginario, tra boschi e foreste, insieme ad altre figure leggendarie come le fate, prima dell’arrivo dei celti: in luoghi magici e misteriosi, i folletti irlandesi giocano, hanno personalità bizzarre, talvolta solitari ma subdoli, e si dicono a volte benevoli a volte no – tanto da, in alcuni casi, confessare dove si trovino le loro immense ricchezze, che sono soliti nascondere con molta scaltrezza in luoghi inaccessibili. Da questa storia, nasce una curiosa leggenda irlandese sull’origine dell’arcobaleno: si narra che un arcobaleno nasca da una pentola d’oro di uno dei folletti, a guardia del tesoro. La leggenda dice che un contadino di nome Barry un giorno incontrò un folletto che si lamentava di essere troppo vecchio per salire sulla cima del monte dov’era appunto custodita la pentola d’oro. […]

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Notizie curiose

Il gatto di Schrödinger, le interpretazioni del paradosso

Il paradosso del gatto di Schrödinger fu ideato, attraverso l’ipotesi di un’applicazione reale e praticamente spiegabile, per dimostrare i limiti della fisica quantistica. Oltre all’interpretazione di Copenaghen che venne messa in discussione proprio con questo paradosso, nel corso del tempo gli furono affiancate diverse altre interpretazioni, che affermano l’applicabilità o meno dell’esperimento. Il gatto di Schrödinger, dall’interpretazione di Copenaghen a quella “a molti mondi” Quante volte abbiamo sentito parlare di questo paradosso, in alcuni casi per spiegare la probabilità degli eventi (ricordate il divertente battibecco tra Sheldon e Penny nella serie tv The Big Bang Theory?), senza sapere cosa sia davvero? Il paradosso del gatto di Schrödinger nasce come esperimento mentale del tutto immaginario nel 1935 dal fisico austriaco da cui prende il nome, Erwin Rudolf Josef Alexander Schrödinger. Famoso soprattutto per i grandi apporti che dette alla meccanica quantistica e all’equazione a lui intitolata (che determina l’evoluzione temporale dello stato di un sistema, ossia una parte dell’universo soggetta ad indagine) e per la quale vinse il premio Nobel per la fisica nel 1933, Schrödinger formula il paradosso del gatto di Schrödinger per illustrare come l’interpretazione di Copenaghen della meccanica quantistica, definita “ortodossa”, fornisca risultati paradossali se applicata ad un sistema fisico macroscopico (il paradosso venne annunciato nel saggio del fisico dal titolo “La situazione attuale della fisica quantistica”, in cui l’autore argomenta anche come alla luce dei nuovi risultati della meccanica, la fisica non costituisce una rappresentazione oggettiva di essa). L’esperimento chiamato il paradosso del gatto di Schrödinger immaginato dallo scienziato prevede un gatto chiuso all’interno di una scatola: non possiamo sapere se sopravvive o muore – uno stato noto come sovrapposizione quantistica. Dal saggio: “Si rinchiuda un gatto in una scatola d’acciaio insieme alla seguente macchina infernale (che occorre proteggere dalla possibilità d’essere afferrata direttamente dal gatto): in un contatore Geiger (un misuratore di radiazioni che rileva l’avvenuto decadimento della sostanza) si trova una minuscola porzione di sostanza radioattiva, così poca che nel corso di un’ora forse uno dei suoi atomi si disintegrerà, ma anche, in modo parimenti probabile, nessuno; se l’evento si verifica il contatore lo segnala e aziona un relais di un martelletto che rompe una fiala con del cianuro. Dopo avere lasciato indisturbato questo intero sistema per un’ora, si direbbe che il gatto è ancora vivo se nel frattempo nessun atomo si fosse disintegrato, mentre la prima disintegrazione atomica lo avrebbe avvelenato. […] in essa il gatto vivo e il gatto morto non sono degli stati puri, ma miscelati con uguale peso”. La quantistica è la parte della fisica moderna che studia le leggi valide per le particelle elementari, come neutroni, elettroni, protoni e fotoni. Secondo la fisica quantistica, il comportamento di una particella elementare non è infatti prevedibile con esattezza, ma solo in modo probabilistico: si può dire cosa accadrà alla particella ma non quando. Si diceva che tale incertezza non è presente invece per i sistemi macroscopici, cioè se si analizza una parte dell’universo composta da milioni di atomi riuniti: una volta conosciuti alcuni dati, si può sapere con esattezza che cosa […]

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Musica

In The End, l’addio dei The Cranberries

Finisce così un’era musicale. Quando la rock band irlandese più celebre al mondo e che ha partecipato con successo alla storia della musica anni Novanta, chiamata The Cranberries, annuncia il suo scioglimento. E lo fa con un album, il loro ultimo, In The End, rilasciato il 26 aprile. Probabilmente il sogno durato tutta la vita, quello di fare buona musica amata dal pubblico ed entrare nella storia delle rock band europee, finisce molto prima di oggi: ossia il 15 gennaio 2018, quando Dolores O’ Riordan morì improvvisamente a 46 anni in un albergo a Londra. L’annuncio della scomparsa della leader e chitarrista del gruppo avvenne poco dopo la registrazione di una demo che sarebbe stato le fondamenta del loro ottavo album, successivo a Something Else del 2017. Il disco è stato ultimato e rifinito quando all’inizio di quest’anno, esattamente un anno dopo la morte di Dolores, esce il singolo di esordio All over now; passano i mesi, e il gruppo annuncia all’inizio di aprile che, con questo album, i The Cranberries si sarebbero sciolti, che la voce di Dolores non avrà più nuove canzoni da cantare e Mike e Noel Hogan e Feargal Lawler non l’accompagneranno più con i loro accordi e le loro note. In The End, l’addio ufficiale Una perfetta armonia durata trent’anni, se non si considera il periodo di pausa che la band si prese dal 2003 al 2009, appena dopo la pubblicazione di Stars con i loro più grandi successi. Allora, si pensò ad un’interruzione definitiva, ma molte band riescono a risalire a galla dopo aver attraversato un periodo di tempesta, capita ai grandi dopo anche tantissimi anni di idillio inframmezzati da incomprensioni o semplicemente la necessità di prendere strade diverse. E così accadde anche per i The Cranberries. Forse niente più poteva far pensare ad uno scioglimento dopo aver già vissuto una resa e aver ricominciato di nuovo, ma per il pubblico, e anche per i componenti della band, non c’è The Cranberries senza Dolores. C’è da dire che chiudono in grande stile: In The End è, senza dubbio, un bellissimo disco, che tiene le radici ben salde nel loro percorso artistico, non facendoci assolutamente rimpiangere le malinconiche melodie che si intrecciano alla voce unica di Dolores in capolavori come “Zombie” o “Linger” o “Ode to my family”, felici di poter ancora un’ultima volta ascoltarla, almeno in una canzone. Proprio quella che dà titolo all’album è commuovente, trascinante ed intensa, degna di qualsiasi altra canzone della band. In “Wake me when it’s over” aleggia un bel rock nostalgico, “A place i know” ha un ritmo cadenzato, la musica ricorda l’alternative e il loro folk irlandese storico, tutto avvolto nella leggera voce di Dolores che ripete, con lo stesso tono, più volte il ritornello. Lo stesso vale per “Got it”, “The pressure” e “Lost”, ma tutto, come se fosse parte di un continuum con i nostri ricordi, finisce per essere ascoltato pensando alla mancanza di Dolores e alla sua voce che ha regalato tante emozioni, che […]

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Fun e Tech

Videogiochi classici: 5 da riscoprire per browser online

Dai più celebri arcade fino ai giochi di ruolo, come riscoprire alcuni dei videogiochi classici giocando online in modo gratuito Una delle prime console ad utilizzo casalingo fu la Magnovox Odyssey, che venne progettata nel 1972 negli Stati Uniti da Ralph Baer ma messa in vendita in Italia solo 3 anni dopo nella sua versione Odissea. Conosciuta come la “Brown box” (la scatola marrone), la console non ottenne il successo commerciale sperato, ma oggi addirittura conservata nel National Museum of American History dello Smithsonian Institution a Washington e ricercata da tantissimi collezionisti di videogames. Cresce la tecnologia e anche l’entertainment digitale, anche se ancora ad una sola dimensione, e gli anni Ottanta sono stati il trampolino di lancio per molti videogiochi che oggi consideriamo dei grandi classici da giocare a tutte le età; giochi intramontabili nella loro semplicità, che hanno fatto la storia e, nonostante l’evoluzione dell’interattività e della tecnologia attuale, risultano essere i migliori proprio perché così d’impatto. Parole come Commodor 64 (home computer più venduta nella storia dell’informatica, che fu presentata in Italia nel 1982) e NES – acronimo di Nintendo Entertainment System – acquistano importanza in quella che sarà poi la storia dei videogiochi. I retro-games, quelli che chiamiamo ora “vintage”, che spopolavano rendendo la giusta fama mondiale a colossi del videogaming (come la Nintendo, Atari, SEGA console), acquistano maggiore virtualità e sviluppo a partire dalla quarta generazione di console, quando la grafica, la rappresentazione della storia e la giocabilità migliora e diviene più elaborata: la prima console firmata SEGA diventa mega drive e nasce il Super Nintendo, oltre ai primi videogiochi portatili, molto prima dell’immissione sul mercato della PlayStation o della più recente X-box. Grazie a piattaforme attuali di videogiochi per browser online gratuiti, molti videogiochi classici entrati nell’olimpo degli dei possono essere riscoperti in tante varianti, per ricordare (o provare per la prima volta) quella nostalgia che fa tornare la nostra mente ai pomeriggi passati a meravigliarci e divertirci da bambini… Le colonne portanti del videogaming di sempre: 5 grandi videogiochi classici Videogiochi classici Super Mario Bros Come non accennare in una qualsiasi classifica di videogiochi, classici o online, Super Mario? Sentendosi troppo stretto per poter spiccare nell’arcade game Donkey Kong, l’idraulico italo-americano più amato di tutti i tempi prende posto in prima fila per la prima volta in Giappone nel 1985, ovviamente per la Nintendo. Fu Shigeru Miyamoto che inserì nelle avventure di Mario tubi e tartarughe che da sempre popolano gli scenari del personaggio. Super Mario ancora oggi fa sognare i giocatori, e lo farà ancora per molto tempo. Pac-Man Ideato da Toru Iwatani e prodotto dalla Namco nel 1980 nel formato arcade da sala, è essenzialmente il videogioco classico per eccellenza. Chi non ha mai provato a mangiare tutti i puntini nel labirinto cercando di non farsi beccare dai quattro fantasmi? The Legend of Zelda Molto più di logica quanto di sviluppo della trama, Zelda e le sue successive saghe ebbero ed hanno un importantissimo successo nella storia dei videogiochi classici d’azione a tema fantasy. La principessa […]

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Cinema e Serie tv

Santa Clarita Diet, quando l’horror ha incontrato il genere commedy

Sheila è una donna con una vita semplice, sposata con Joel, un bell’uomo con cui condivide anche la professione di agente immobiliare. Insieme alla loro figlia adolescente Abby, vivono a Santa Clarita in California, il tipico “american suburbs” dal clima mite con staccionate bianche e arredamento standard medio-borghese. La loro esistenza prende una piega inaspettata quando Sheila si trasforma in una zombie che non riesce più a cibarsi di frutta e verdura ma solo di carne umana. Questo è l’incipit di Santa Clarita Diet, una serie tv “dark commedy” di Victor Fresco in onda su Netflix alla sua terza stagione, e ultima, rilasciata a marzo. Purtroppo Netflix ha rilasciato poco tempo fa la notizia della cancellazione della serie; i motivi sono ancora incerti, ma non desta stupore visto le volte in cui la casa di produzione ha preso questa decisione, sconcertando fan e pubblico. Tra le serie prodotte da Netflix, Santa Clarita Diet non ha destato tanta attenzione, né ha ricevuto particolari menzioni, più esaltanti, rispetto a tv series attese come “Sex education” o la nuova stagione de “La casa di carta“; ma si è rivelata comunque un successo perchè si è subito presentata con una trama originale, e sicuramente con un cast all’altezza: nel ruolo della protagonista, Drew Barrymore è perfetta. Divertente e ironica, quando pian piano il corpo della protagonista sembra cadere in decadimento (come un occhio fuori dall’orbita o un dito che non vuole proprio stare al suo posto), capace di far intendere allo spettatore un pregresso, il cambiamento di personalità di Sheila tra il prima e il dopo la trasformazione, quando diventa più sicura di sé e irriverente, alla ricerca di carne umana appetitosa ma sempre amareggiata dalla scarsa morale che comporta uccidere un’altra persona per sopravvivere (spassose le prime scene in cui, insieme alle sue amiche durante un pomeriggio di jogging, beve sangue umano dal suo thermos come fosse un frullato proteico). Splatter, horror o dark commedy? Santa Clarita Diet Questo lato macabro e splatter, che è la horror side di Santa Clarita Diet insieme ai successivi sviluppi che porteranno la famiglia a sapere di più sulla trasformazione di Sheila, è con accondiscendenza e a tratti mista ad un pizzico di sana follia condiviso anche dal marito Joel, un Timothy Olyphant che per la prima volta interpreta un ruolo così vivace, che oscilla tra un ghigno e il baratro di una prossima pazzia. Infatti, l’amore dei due coniugi supera anche quest’ostacolo, perché Joel decide di aiutare la moglie a tenere nascosto il suo segreto al vicinato così come di procacciarle cibo, però decidendo di ammazzare solo chi se lo merita – vedremo i due in fantomatiche avventure, in stile cavaliere e il suo ronzino, dare la caccia ad un gruppo di nazisti. E se la carne dovesse finire ben presto, Sheila porta sempre con sé un frigo bar per mantenerla fresca. Accanto ai due Hammond, troviamo anche la figlia Abby, che scoprirà in seguito il segreto di Sheila ma che, il dna non mente, saprà […]

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Libri

Pierfranco Bruni e La leggenda nera | Recensione

Nato in Calabria, archeologo direttore del Ministero Beni Culturali, Pierfranco Bruni ricopre numerosi incarichi istituzionali riguardanti la cultura e la letteratura anche all’estero. Dopo la pubblicazione di saggi, racconti, raccolte di poesie e romanzi, occupandosi soprattutto di letteratura italiana ed europea del Novecento, è oggi in libreria con La leggenda nera. L’Inquisizione tra storia e cinema, pubblicato dalla Ferrari editore. Cos’è la leggenda nera? Il saggio breve di Pierfranco Bruni Un saggio breve ma pieno di parentesi e considerazioni storico-filosofiche quello del Professore Pierfranco Bruni, che si dipana attraverso i secoli alla ricerca dei momenti topici della “leggenda nera” dell’Inquisizione. Prima però di addentrarci nelle attente valutazioni di Pierfranco Bruni sull’Inquisizione tra storia e cinema, è utile ricordare cos’è la “leggenda nera” e cosa è stato detto a riguardo. Siamo nel Cinquecento quando contendendosi l’Atlantico, l’Inghilterra inizia una dura lotta propagandistica contro la nemica Spagna, allora centro nevralgico di grande potenza; al fine di limitarne sia la grandezza politica che la nomea di terra di conquistatori, secondo una recente teoria revisionista, la verità sull’Inquisizione – che secondo la documentazione storica funzionava come un qualsiasi tribunale – sarebbe stata distorta per infamare l’Impero spagnolo, che ben presto assunse le caratteristiche di una realtà terrificante e crudele. Al termine Inquisizione quindi venne ben presto affiancato quello di “leggenda nera”, a causa delle sue procedure di giudizio, dell’utilizzo indiscriminato della violenza e delle torture inferte agli imputati, privi di qualsivoglia possibilità di difesa. Una visione alla quale ha partecipato anche la Chiesa ufficiale, per stabilire l’ordine tra il giusto e lo sbagliato. Infatti, tuttora nei libri di storia ci viene insegnato che l’Inquisizione fu davvero così atroce e va considerata come un’eccezione. Passeggiando attraverso un percorso che va dai fatti storici, tra l’Inquisizione spagnola e poi cattolica, Pierfranco Bruni compie, senza dimenticare il rigore logico e accademico, un confronto con quella parte della cinematografia che si è occupata della “leggenda nera”; dando ovviamente risalto alle eclatanti condanne tra le più celebri come quella inferta a Giordano Bruno e Galileo Galilei, l’autore vi inserisce nell’excursus anche la caccia alle streghe, legata alla violenza e alla persecuzione proprie dell’Inquisizione. «C’è uno stretto legame tra Inquisizione e immaginario. […] È doveroso affidarsi ai fatti, alle storie, alle cronache, ma il più delle volte diventa necessario percepire, intuire e lasciarsi catturare dalle emozioni di una storia, di un vissuto, di un destino. Inquisire è accusare, ma non significa avere ragione». Piacere, innocenza e fuoco. Sono questi tre concetti che Pierfranco Bruni dice di ritrovare nella cinematografia dedicata alla “leggenda nera”; ciò sottintende come, alla luce di tutto il saggio, l’arte può imbellettare il tragico e rappresentarlo come il bello: ed è alla fine proprio ciò che fa un film o un libro, con l’immaginazione, la fantasia, la “spettacolarizzazione”. Come utile confronto tra Inquisizione e cinema, con lo zampino sempre presente della letteratura, nel saggio è citato Il nome della rosa di Jean-Jacques Annaud, il celebre film tratto – si deve assolutamente sottolineare  che fu liberamente tratto – […]

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