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Eroica Fenice

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Giovanni Toro e la Storia degli effetti speciali: dai fratelli Lumière ad Avatar (Recensione)

Che cos’è l’effetto speciale? Quando nasce e come riconoscerlo in un film? Giovanni Toro, generalist della comunicazione visiva, ce lo spiega nel saggio Storia degli effetti speciali edito dalla Nicola Pesce. La magia che il cinema crea ci rapisce per la storia di un film o l’immedesimazione che regista, attori, sceneggiatura e ambientazione riescono a farci sentire da spettatori; l’azione di una trama avvincente, l’emozione che suscita una scena sentimentale o la crudezza e il palpito che ci trasmette la drammaticità di un momento scenico; ma molti, soprattutto chi non è avvezzo a quelli che sono i tecnicismi di un prodotto cinematografico, il dietro le quinte o making of, non riescono a percepire che tutto ciò può essere dovuto a quelli che vengono chiamati effetti speciali, inizialmente chiamato in gergo “trick”. L’autore di Storia degli effetti speciali, breve saggio ma pieno di contenuti che attraversa lo sviluppo di questo settore del cinema, è Giovanni Toro: laureatosi in Scienze della Comunicazione, Media e Pubblicità con una tesi sugli effetti speciali, ha creato diversi lavori audiovisivi e multimediali come documentari, reportage, video promozionali, videoclip, motion graphic, piccoli videogames didattici, siti web e cortometraggi. Dal 1895 al giorno d’oggi: Storia degli effetti speciali di Giovanni Toro Partendo dai fratelli Lumière che nel 1895 allestirono a Parigi il primo spettacolo cinematografico, ai quali quindi si deve la nascita ufficiale del cinema (o ancor prima dal teatro delle ombre, dalla “lanterna magica”, il fenatoscopio e simili, che solitamente vengono annoverati nella categoria del protocinema), Toro attraversa i vari decenni e i film più significativi che hanno decretato lo sviluppo della tecnica cinematografica, un percorso parallelo, necessariamente, con la crescita del settore, grazie alle nuove tecnologie e alle innovazioni in questo campo che hanno portato il cinema ai livelli di intrattenimento attuali. Ma fu solo qualche tempo dopo che l’illusionista Georges Méliès, comprendendo il potenziale di tale scoperta, inventò quelli che furono definiti i primi trucchi cinematografici; certo si trattarono più che altro di esperimenti dovuti la maggior parte dei casi a scoperte fortuite ed accidentali, ma che diedero le basi per quello che noi oggi definiamo cinema. Infatti il prolifico cinemago, così definito, fu il padre di alcune tecniche cinematografiche tra le più note, come il mascherino: “si tratta di impressionare la pellicola in due momenti distinti: nella prima fase si occulterà una parte di nastro con un mascherino di colore nero (un cartoncino, un pezzo di stoffa, una parte dipinta, ecc.), in modo che la luce non raggiunga mai la superficie della pellicola; […] nella seconda fase, la pellicola viene riportata indietro esponendo adesso la parte non impressionata, mentre si protegge, con un altro mascherino, quella appena registrata”. Da questo espediente usato ne Le portait Mysterieux (1889) l’illusionista abbandona l’illusione teatrale per inserirsi a pieno titolo nel cinema, quello che è ai primordi del cinema attuale e diverso invece dalle rappresentazioni dei Lumière, i quali si concentrarono esclusivamente sulla registrazione di scene di vita vissuta. Fecero seguito la dissolvenza, la stop motion, il travelling […]

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Libri

Chiara Marchelli torna in libreria con La memoria della cenere (Recensione)

Chiara Marchelli, scrittrice e insegnante alla New York University, candidata Premio Strega nel 2017, torna in libreria per la NN Editore con La memoria della cenere. Se si riflette sul romanzo interamente, a lettura completata, si può dire che le pagine de La memoria di cenere di Chiara Marchelli nascano da un tentativo di guarigione, superficialmente fisica, necessariamente d’animo. E allo stesso tempo, è la guarigione, come meccanismo involontario quanto essenziale, che ha spinto a trovare tutti gli elementi giusti che, incastrati insieme, hanno dato vita ad un romanzo pieno ed intenso. Il primo passo che introduce il lettore nella storia corrisponde con il primo avvenimento che la Marchelli descrive: un aneurisma colpisce la protagonista narrante, Elena, scrittrice valdostana che vive a New York. Per rimettere in sesto la sua salute, insieme al compagno Patrick decide di trasferirsi in Francia, proprio nel paesino natale di lui, alle pendici del vulcano Puy de Lùg. È sorprendente il modo in cui la narrazione dell’autrice, lineare, asciutta, apparentemente estranea, piena di contenuti e ciclica nella sua esposizione dei fatti, soprattutto dei gesti più semplici, a poco a poco chiarisca tante sfaccettature della protagonista; una donna appassionata, coscienziosa, energica e forte prima dell’aneurisma, fragile, ostinata, vulnerabile dopo, in realtà debolezze che finalmente vengono a galla a causa degli avvenimenti, e che Elena cerca nel corso del romanzo di domare e comprendere, ma anche perdonare, per rimettere in sesto prima di tutto se stessa. Chiara Marchelli e quel personaggio nel romanzo chiamato “famiglia” Fondamentale è il secondo elemento che mette in moto la storia: l’arrivo dei genitori di Elena, che perennemente preoccupati per la sua salute e contrari alla lontananza della figlia, decidono di passare una settimana lì, proprio alle falde di un vulcano, inesploso, mite, indecifrabile. Così accade lo scatto, la molla che, necessaria alla rinascita e incontrovertibile, avviene. Il mite Puy de Lùg erutta, con vigore, costringendo Patrick, Elena e i suoi genitori a rimanere chiusi in casa. Il tranquillo Puy de Lùg che chiede scusa per il fuoco e la vischiosità dei lapilli, delle crepe intorno, delle fiamme che esplodono in aria e del fumo nero che annebbia il paese e brucia gli occhi, della cenere che poi sarà il simbolo di quel “ricominciare” che Elena tanto desidera, senza saperlo. Proprio come un imbarazzato e rabbioso vulcano deve fare i conti con la parte peggiore di se stesso, quella che colpisce e fa del male agli altri, così sembra essere esattamente Elena; ha sempre creduto di aver voluto vivere lontano dalla sua famiglia, dalle tradizioni e dal classico nido circoscritto che i genitori ti impongono sin dalla nascita, e da quella sensazione di impaccio e malessere recondito che prova sotto lo sguardo apprensivo e dolce dei genitori; sentendo costantemente la paura e la frustrazione di non riuscire mai ad esprimere né l’amore che prova per loro né di spiegare la soffocante esigenza di libertà, anche emotiva, senza farli soffrire. Il padre, continuamente alla ricerca di appagamento degli altri, come fosse un innocuo senso […]

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Libri

Il professore di John Katzenbach, maestro del thriller psicologico

Il protagonista de Il professore di John Katzenbach, riedito in Italia dalla Fazi Editore, è Adrian Thomas, insegnante di psicologia del New England in pensione e che ha da poco scoperto di soffrire di una malattia degenerativa, sia fisica che mentale. Avvolto dalle conseguenze repentine della demenza e convinto di un futuro ormai buio, è pronto a suicidarsi quando assiste vicino casa a quello che sembra essere il rapimento di una ragazzina, Jennifer Riggins: il suo obiettivo da quel momento sarà ritrovarla. Con questo giallo che si veste da splendido thriller psicologico, John Katzenbach, autore di importantissimi bestseller tra il quali “L’analista”, “La giusta causa” e “Corte marziale” (dagli ultimi due sono stati tratti film di successo), riesce ancora una volta a creare una suspense narrativa e allo stesso tempo a delinearne alacremente ogni caratteristica psicologica ed emotiva. Infatti, attraverso l’alternanza da capitolo a capitolo – ma anche da paragrafo a paragrafo – del punto di vista di tutti i personaggi, il lettore non solo viene a conoscenza ed approfondisce l’evoluzione degli avvenimenti, ma è testimone anche di una precisa analisi di tutti. Sicuramente maggiore spazio è dato a Adrian; lo troviamo subito ad inizio libro di fronte ad una triste consapevolezza: la scoperta di una grave malattia che è poi in effetti un grande paradosso, uno smacco piuttosto evidente. Un professore universitario che ha dedicato tutta la sua carriera allo studio della mente e alle dinamiche psicologiche altrui, si ritroverà a non avere più presa sui suoi ricordi, sulle sue azioni, su ciò che è nel presente e come lo è diventato. John Katzenbach e le dinamiche psicologiche dei personaggi in Il professore Vivide sono le allucinazioni che accompagnano il protagonista sin dall’inizio e che, in un certo senso, Katzenbach trasforma in veri personaggi; infatti, ad affollare la mente di Adrian sono sua moglie Cassie, suo fratello Brian e suo figlio Tommy, le persone che ha amato di più e che ha perso, per circostanze, in tutti e tre i casi, terribili. Abituato alla solitudine, Adrian sa cos’è il dolore, e si può dire che è stato da sempre alla base della sua esistenza; forse è proprio per questo che, anche se con tanta amarezza, sembra accettare quest’ultimo ostacolo che la vita gli ha dato, ma non accetta che venga tolto futuro ad una ragazza innocente: Adrian sa che Jennifer, quella dal cappellino rosa dei Red Sox e uno zaino in spalla al quale è appeso il suo orsacchiotto, non può inspiegabilmente essere obbligata a perdere tutto quello che ha e che potrà avere di meraviglioso. Potenti ed emozionanti in alcuni casi, sono i lunghi momenti dedicati alla lotta interiore del professore: sente di vacillare e di vagare con la mente sempre più velocemente, ma in alcuni attimi di lucidità cerca con tutte le sue forze di appigliarsi alla memoria, con l’aiuto di questi suoi “fantasmi del passato”, di cui sente la voce, le carezze, il respiro, ne vede l’aspetto, e i consigli durante la ricerca di Jennifer, che […]

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Libri

Intervista a Mariarosaria Conte, dal primo romanzo a “Bianca come la neve”

Scrittrice, insegnante, ma prima di tutto madre, o forse tutte accezioni che si combinano insieme per poter delineare il profilo di una donna come Mariarosaria Conte. Napoletana, laureata in Giurisprudenza, Mariarosaria Conte scopre che la sua vocazione è quella di insegnare, perché proprio di passione si tratta per decidere di intraprendere questa professione con consapevolezza ed impegno. Inizia a scrivere storie, anche di un poco di se stessa come ogni autore che si rispetti, pubblica nel 2015 “Mare nell’anima”, l’anno successivo “Io, te e la dislessia” e da pochissimo per Ateneapoli “Bianca come la neve”. Partendo da quest’ultimo, abbiamo chiesto a Mariarosaria di parlarci di tutte queste sue sfaccettature. Con questo tuo nuovo romanzo, “Bianca come la neve” edito da Ateneapoli (qui la nostra recensione), siamo in realtà al secondo capitolo di una storia che vede protagonista una giovane donna, Morena. Ci sarà un terzo libro a chiudere una sorta di trilogia? No. Non credo. Come lettrice non amo le storie che si protraggono  a lungo. Tra l’altro ho  trovato sempre i secondi capitoli di quasi tutte le saghe che ho letto i migliori. Dopo il secondo volume,  in genere,  ho provato sempre un po’ di delusione. Ma non si può mai dire, a volte capita che siano i lettori stessi a spingere affinché le storie continuino. Per il momento,  non è in programma  un terzo capitolo e quindi  Bianca come la neve è un romanzo conclusivo. I romanzi dell’autrice napoletana: intervista a Mariarosaria Conte Cosa ti ha spinto a dedicarti nel racconto della vita di un adolescente, sottolineandone tutti i disagi e i sentimenti vissuti al quadrato durante questa età? L’idea nasce nell’estate del 2013 quando con le mie figlie (ancora molto piccole) affrontammo la lettura della saga di Twilight. Sulla spiaggia leggevo loro i passaggi più emozionanti e suggestivi del romanzo della Mayer. Le ragazze, però, volevano di più,  avrebbero voluto essere in grado di passare ad una lettura in solitaria godendo della magia delle parole scritte, in completa autonomia. Tuttavia, erano scoraggiate dalla mole delle pagine. Così,  sapendo  quanto adoro leggere e scrivere, e che avevo tanti manoscritti incompleti nel cassetto, mi chiesero di raccontare in un libro una storia che parlasse di  ragazzi e ragazze, di  storie di giovani  alle  prese con le prime ansie, le prime  palpitazioni, le prima cotte, con quelle sensazioni così intense proprio perché vissute in  un momento  delicato come quello dell’adolescenza.  Emozioni che  erano state vere   anche per me e che  stavo rivisitando con gli occhi di una madre, così venne fuori questa storia in un tempo ‘non tempo’ a metà strada tra la mia generazione e quella delle mie ragazze. Hai pubblicato nel 2016 con la 13Lab editore “Io, te e la dislessia” (qui la nostra recensione), un libro che ho avuto modo di leggere e che mi colpì molto soprattutto per l’intensità con la quale una madre difende la propria figlia contro la società che non capisce, ma con rispetto e bontà. Credi che le battaglie sociali di oggi nella […]

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Recensioni

Cadenze d’inganno, il giallo di Alessandro Sbrogiò | Diastema Editrice

Un giallo che prende le pieghe di un thriller all’italiana, in cui tra le fila di un’orchestra si insinua il sospetto che uno dei musicisti abbia a che fare con la scomparsa di un violoncellista che ha abbandonato misteriosamente i compagni prima di un importante tourneé. Cadenze d’inganno è il primo romanzo di Alessandro Sbrogiò, pubblicato da Diastema editrice. Sauro Parisi, violoncellista con alle spalle un fallito matrimonio, viene ingaggiato dall’illustre direttore dell’Orchestra di Musica Antica di Venezia, Arthur Weller, per sostituire all’ultimo minuto un membro dell’ensemble, Franco Ferrari, che misteriosamente e senza preavviso ha abbandonato i musicisti alle porte della prima, seguita da un’importante tourneé all’estero. E c’è di più: ad essere suonata sarà la musica di un certo Venanzio Storioni, un gesuita che secoli addietro pare compose un capolavoro della storia della musica e che ora, per la prima volta, potrà ricevere il giusto riconoscimento e la fama meritata. Il nostro protagonista, convinto da una situazione economica in quel momento precaria e dallo stimolo di ricominciare e prendere in mano la sua vita dopo che la moglie Elisa lo ha lasciato per un “vanesio flautista”, suo malgrado accetta, senza però sospettare in alcun modo che quella particolare telefonata è stata solo l’inizio di una serie di accadimenti che, tra sospetti e convinzioni, lo porteranno ad essere la chiave di un’indagine che cambierà tutto. I titoli di Diastema editrice e l’opera prima di Alessandro Sbrogiò Così come tutti i titoli di Diastema editrice, editore che con le sue pubblicazioni ha da sempre l’obiettivo di divulgare la cultura musicale anche attraverso la narrativa, anche Cadenze d’inganno è ricco di accenni, che si intersecano sia nella storia che nello svolgimento di essa, alla musica, la vera forza motrice che spinge l’autore Sbrogiò – anch’egli nella realtà musicista – a disfare i fitti intrighi degli eventi e a chiarirli al lettore attraverso proprio Sauro, il risolutore dell’intrigo. Infatti, Sauro nonostante si presenti come un disilluso uomo medio, un po’ mammone, affascinato in più occasioni dalla bellezza delle donne ma inibito a causa della sua passata ma ancora viva relazione finita male, scalfito da una bassa autostima anche nella sua professione di violoncellista, quasi si sentisse incastrato in ciò che la vita lo ha trascinato con passività, riuscirà a riscattare se stesso. Ciò viene nel libro dimostrato anche da come piano piano la storia prende una diversa piega, cominciando dall’incontro con Lisa, bella bibliotecaria, che lo aiuterà sia nelle indagini per scoprire a cosa è legata la scomparsa di Franco e chi in realtà è Storioni, sia a riaffacciarsi con più fiducia verso l’amore. Lo stesso vale per il rapporto con gli altri personaggi, come i membri dell’orchestra, Weller e i suoi figli Cosimo e Biagio, la giovane e riluttante Fatima, particolarmente scottata dalla scomparsa del violoncellista; o nel rapporto, lontano ma determinante, con la baronessa, una cara amica del direttore e personaggio molto influente nella ricca società veneziana. In Cadenze d’inganno quindi, il giallo e la vita privata del protagonista si alternano […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Più libri più liberi 2018, il racconto di questa 17° edizione

Più libri più liberi, la Fiera Nazionale della piccola e media editoria che si è svolta a Roma dal 5 al 9 dicembre, tiene alto anche quest’anno l’intento che nasce nel nome che porta. Promuovere la cultura e il sapere attraverso la lettura è l’obiettivo che la manifestazione ha cercato in questa diciassettesima edizione, con successo, a raggiungere; informazione e divulgazione al servizio dei cittadini, che insieme a tutti i 545 editori, agli autori e all’organizzazione stessa, ha permesso ancora una volta a credere con fermezza all’importanza della conoscenza, nell’atto più semplice che si possa: riscoprendo un libro. La fiera, appuntamento culturale più importante della Capitale dedicato esclusivamente all’editoria indipendente, promossa ed organizzata dall’Associazione Italiana Editori (AIE), nella sede del Roma Convention Center La Nuvola, il centro congressuale progettato da Massimiliano e Doriana Fuksas e gestito da Roma Convention Group, si è messa anche quest’anno a sostegno della cultura, permettendo ai ragazzi di vivere un’esperienza edificante grazie ai numerosi eventi dedicati; inoltre, tante le iniziative internazionali, che hanno permesso il confronto con tutte le editorie europee – grazie a ALDUS e al Right Centre – volta a comprendere non solo la realtà di altri mercati (presentati i risultati di una indagine che ha rivelato che l’editoria italiana continua a guadagnare spazio all’estero: tra il 2014 e il 2018, infatti, i titoli venduti all’estero sono aumentati del +36,5%), ma anche quanto sia importante proprio il confronto culturale di più ampio respiro. Tanti gli ospiti a Più libri più liberi 2018, che anche quest’anno ha attirato tanti visitatori (100 mila presenze) bissando quasi quelli dell’anno precedente, tra i quali Joe Lansdale, che ha affrontato nella sua intervista temi toccanti, dal razzismo, alla paura, alla situazione politica americana, tutti interventi sotto il filo dell’umanesimo, grande tematica della fiera, per un messaggio importante, che i libri possano avvicinare e mai dividere. Ancora, importante la presenza della scrittrice e premio Pulitzer Jhumpa Lahiri, che ha raccontato dell’importanza delle lingue come strumento per oltrepassare i confini. Michael Dobbs, il creatore di House of cards ha invece affrontato la tematica politica; e ancora autori come Pinar Selek, Abraham Yehoshua, Patrice Nganang, hanno permesso di avvalorare il successo che anno dopo anno sta conquistando la manifestazione. Più libri più liberi 2018, uno sguardo verso il futuro A Più libri più liberi uno sguardo anche al futuro, quello dell’editoria e della distribuzione, ma anche in un certo senso uno sguardo sociale, idee e eventualità che potrebbero avvicinare gli italiani ancora di più alla lettura, sfruttando le dinamiche attuali, dove ci si sposta sempre di più sul web e sulla divulgazione e la comunicazione digitale. E si lavora già per la prossima edizione: «grande festa del libro e del mondo della cultura – dichiara Anna Maria Malato Presidente di Più libri più liberi – che ha visto la partecipazione di un pubblico attento, colto e interessato, proveniente non solo da Roma ma da ogni parte dell’Italia. Siamo molto soddisfatti per l’attenzione che tramite la nostra manifestazione siamo riusciti a dare ad un tema complesso come […]

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Libri

Kevin Wilson e il suo Piccolo mondo perfetto (Recensione)

Recensione del nuovo libro di Kevin Wilson, Piccolo mondo perfetto Un grande complesso residenziale ospita diverse coppie di neo genitori, insieme ai loro primogeniti appena nati, che accettano di partecipare ad un progetto di educazione infantile, della durata di dieci anni. Un esperimento scientifico, ma più che altro sociologico, che tenta di rivoluzionare il concetto di “famiglia allargata”, è la chiave di volta del nuovo romanzo di Kevin Wilson, Piccolo mondo perfetto, appena pubblicato in Italia dalla Fazi editore. Izzy è una ragazzina che nasconde la propria fragilità, sopraffatta dai ricordi di una triste infanzia, il cui presente è scandito dalla solitudine e da un padre non curante ed alcolizzato. Finché una mattina come tante durante una lezione di arte a scuola, Izzy si innamora del suo professore, Hal, un uomo fragile quanto lei e oscurato da una altalenante e rabbiosa nevrosi, oltre a un senso di profonda tristezza che purtroppo condizionerà irrimediabilmente il suo futuro. Personalità fragili ma per questo compatibili che, a discapito della differenza di età e dei problemi portati dalle loro rispettive esistenze, iniziano a credere ad un piccolo barlume di speranza quando scoprono di aspettare un bambino. Purtroppo, l’abisso di Hal è troppo grande per essere colmato e cade nella viscosa rete del suicidio durante il suo ricovero in una clinica psichiatrica a seguito di un incidente. Kevin Wilson e le disfunzioni di una famiglia Questo è solo il preambolo di Piccolo mondo perfetto, un’altra opera visionaria (ma non così tanto) di Kevin Wilson, dopo la raccolta Scavare fino al centro della Terra e La famiglia Fang (sempre pubblicati dalla Fazi), da cui nel 2015 fu tratto un film prodotto, diretto e recitato da Nicole Kidman e Jason Bateman. Si tratta ancora una volta di un’opera che pone al centro la famiglia, nella sua disfunzionalità, arrivando a creare scenari che sembrano essere all’apparenza irreali, ma che si scoprono essere, man mano che la narrazione si sviluppa, non tanto distanti dalla possibilità di accadimento. In Piccolo mondo perfetto infatti, Wilson procede con razionalità, nonostante racconti e situazioni non convenzionali. A partire dal momento in cui i partecipanti al progetto vengono ingaggiati e “scelti”, perchè tutti accomunati da una scarsa speranza di vita al di fuori del complesso, per alcuni affettiva, per alcuni economica: il fautore è Preston Grind, psicologo e sociologo che avvalendosi dell’aiuto di tre esperti ricercatori e con quello economico della magnate Brenda Acklen, dà il via alla “Famiglia Infinita”, con l’obiettivo di arrivare a creare una comunità di persone, non legate da parentela, che si amino e che crescano i propri figli anche come figli degli altri: fratelli, sorelle, figli e genitori l’uno dell’altro. Un progetto fondato su un’idealità che si trasformerà, almeno verso metà romanzo, in un’utopia: quali meccanismi, sentimentali e sociali, può creare il mettere insieme persone che non si sono scelti l’un l’altra? Un progetto pedagogico creato per soddisfare al meglio le esigenze dei bimbi facendoli crescere in una realtà protetta e piena che non avrebbe avuto modo di compiersi […]

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Libri

Contro il “self help” di Svend Brinkmann | Raffaello Cortina editore

Come resistere alla mania di migliorarsi al giorno d’oggi, nel mondo dell’accelerazione, dove si guarda solo al progresso e si privilegia la mobilità piuttosto che la stabilità? Come placare la nostra sete ossessiva di fare sempre meglio e di non essere mai soddisfatti di noi stessi? Prova a spiegarlo lo svedese Svend Brinkmann, professore di psicologia, nel suo nuovo interessante libro, che egli stesso chiama “anti-autoaiuto”, Contro il self help edito dalla Raffaello Cortina. La mania di migliorarsi è una condizione predominante nella società odierna: esigere sempre di più da se stessi senza mai essere soddisfatti, che sia al lavoro o nei rapporti interpersonali. Un po’ come quando si riesce a raggiungere i propri desideri: se si avvera un sogno nel cassetto ci sarà sempre qualcos’altro più in là da rincorrere, ci sarà sempre qualcos’altro a cui aspirare senza sosta. Ecco perché l’essere umano è alla continua ricerca di qualcosa, all’infuori, ma soprattutto all’interno, di se stessi. Ecco perché, sottolinea Brinkmann più volte, sono stati scritti una marea di testi di autoaiuto e la professione di life-coaching è sempre più dilagante. Nel suo “anti manuale” di autoaiuto costruito ad hoc Contro il self help, edito in Italia dalla Raffaello Cortina, l’autore rivela tante debolezze dell’uomo, quanto una costante negatività con cui dovremo rapportarci e che paradossalmente evitiamo, piuttosto che ripeterci ossessivamente di “pensare positivo”, “niente è impossibile” o frasi del tipo “la felicità inizia da noi stessi”; insomma piuttosto che seguire con costanza tutti i motti e gli slogan motivazionali che riempiono la testa e gli scaffali in libreria. Come sopravvivere allora alla mania di migliorarsi? Cosa fare? Svend Brinkmann ce lo spiega in sette “passaggi”, che ovviamente si pongono in antitesi con i classici consigli del self-help. Smetti di guardarti l’ombelico Smettila di autoanalizzarti e inizia a guardare all’infuori di te. Questo è il fondamento sul quale Brinkmann si sofferma maggiormente, stravolgendo – probabilmente ponendosi volutamente agli estremi – ciò che sta alla base non solo della psicologia moderna ma anche di quella che viene chiamata mindfulness: che è in poche parole il passaggio da uno stato di sofferenza a quello di benessere, passando per una approfondita, quanto profonda, conoscenza di se stessi. L’eccesso di autoanalisi inoltre, sottolinea il professor Svend Brinkmann , potrebbe portare paradossalmente a… non trovare un bel niente: “se, come continuano a dirci, il significato della vita va cercato dentro di noi, non trovarci nulla rende inutile l’intera operazione. Passando un tempo interminabile a contemplare il tuo ombelico, rischi alla fine di restare deluso”. Concentrati sul negativo Anche da una situazione sgradevole o che ci ha provocato dolore, possiamo ricavarne il meglio. Non c’è, afferma l’autore, una certezza di guarigione nello slogan per eccellenza dei life coach: pensa positivo. Proprio a questo punto del libro si percepisce il pensiero sul quale il professore si è soffermato maggiormente, provando a considerare l’idea di una filosofia che potrebbe, dopo migliaia di anni, ancora essere a buona ragione alla base dell’esistenza odierna, ossia la filosofia stoica. Il famoso […]

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Libri

Raffaele Riba e La custodia dei cieli profondi (Recensione)

Intenso, malinconico e vero fin dalle fondamenta, quella di un rapporto umano o della casa della propria infanzia. La custodia dei cieli profondi è il terzo e nuovo romanzo del piemontese Raffaele Riba, edito dalla 66th and 2nd. Costruita da suo nonno nel settembre del 1936, Cascina Odessa è per Gabriele molto più della propria casa di infanzia, come lo sono i luoghi in cui cresciamo e che ci tengono legati ad un passato pieno di ricordi intensi. Cascina Odessa è il posto dell’anima, dove Gabriele ne diventa il Custode, ma dove ne diventa anche succube, travolto dal susseguirsi delle stagioni, del tempo, che lo lasciano incollato, con la mente e poi con la presenza fisica, ad una vecchia vita in cui è stato davvero felice, ma che non esiste più. Ed è in quel momento che Gabriele ha iniziato a guardare il cielo, o forse è sempre stata una conseguenza già prestabilita. Anche Cascina Odessa vive nel ricordo di Emanuele: il punto di osservazione del protagonista de La custodia dei cieli profondi Il romanzo di Raffaele Riba parte proprio da una consapevolezza profonda, già radicata in Gabriele, che, unico osservatore della realtà che lo circonda, inizia a raccontare al lettore la propria storia, piano piano. Una narrazione piena di indeterminatezza, misteriosa e oscura da principio proprio come l’universo, che ha imparato sin da piccolo a conoscere grazie ai libri illustrati regalati dal padre che lui e suo fratello Emanuele leggevano con grande entusiasmo e meraviglia. Infatti, è Emanuele ad essere centro nevralgico della storia, anche se quasi mai presente, ma vivo in tutti i ricordi di Gabriele, anche se il ricordo è nostalgico e amaro. Anche Cascina Odessa vive nel protagonista con Emanuele: “tutto è contemporaneamente mio e suo. Le stanze, il corridoio, il locale caldaia, l’erba e la terra […]. Avere Emanuele mi ha permesso di provare tutte le gradazioni di un legame. […] non ho mai amato nessuno con tutta quella forza e mai odiato nessuno con la brutalità che ho dedicato ad Emanuele”. Sempre con dei piccoli spunti dati al lettore, scopriamo che dopo avere vissuto in città per parte dell’università, Gabriele decide di tornare a casa, e dedicarsi alla cura di Cascina Odessa e della campagna che ha imparato anch’essa a conoscere da piccolo, dove con Emanuele giocava e ascoltava gli insegnamenti maldestri del padre, un altro grande ruolo nella storia, passata e presente. Uno degli aspetti volutamente paralleli raccontati da Raffaele Riba è la descrizione dei momenti di infanzia insieme alle persone più importanti per Gabriele plasmata dal presente e dal momento psicologico in cui si trova il protagonista. Un padre assente con la mente che ha inconsapevolmente allontanato per questo suo figlio, il quale per molto tempo ha tentato di rincorrere i suoi desideri. E poi una madre “paziente, silenziosa, apparentemente ben inserita nell’esistenza”, che vivrà, men che meno degli altri, il disfacimento e il vuoto che tutta la famiglia sembra vivere ognuno a modo proprio. Tranne Emanuele, che una volta lasciato casa […]

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Nerd zone

Lavorare online: come i social hanno trasformato le opportunità di guadagno

Avete mai sentito parlare di “smart working”? Secondo il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, «lo Smart Working (o Lavoro Agile) è una modalità di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato caratterizzato dall’assenza di vincoli orari o spaziali e un’organizzazione per fasi, cicli e obiettivi, stabilita mediante accordo tra dipendente e datore di lavoro; una modalità che aiuta il lavoratore a conciliare i tempi di vita e lavoro e, al contempo, favorire la crescita della sua produttività». In poche parole, un nuovo modo di lavorare, che riduce la rigidità dei tempi imposti da un lavoro ordinario, in un ufficio fisico ad esempio, e che aumenta il rendimento. Un concetto che oggi sembra sposarsi benissimo con tutte le possibili opportunità che offre il lavorare online: alti profitti e gestione della propria professione senza obblighi di spazio e tempo. Ma è davvero così facile come sembra? Cosa vuol dire lavorare online? Il business ai tempi dei social network Molto è cambiato da quando il web ci ha dato la possibilità di sfruttare al meglio i vantaggio offerti dal lavoro online; le grandi aziende come le piccole e medie imprese hanno rivoluzionato il concetto di “farsi pubblicità”, crearsi visibilità, grazie alla velocità e ai canali che ci propone la rete, in particolare i social network. E non è esagerato affermare che proprio l’evoluzione culturale ha stravolto, in qualche maniera, l’utilizzo dei social da mero mezzo di comunicazione di massa a strumento di marketing. Questo perché esattamente come un qualsiasi utente può esternare senza mezzi termini la propria opinione – o giudizio senza avere alcuna arte né parte? – in maniera diretta su un fatto di cronaca o attualità (Mentana lo chiamerebbe “webete”), così i social sono diventati il mezzo di marketing, digital marketing, più efficace. Non per questo lavorare online significa riuscire a creare una personale figura professionale dal nulla, nel senso che non è alla portata di tutti: come ogni nuova branca professionale che si rispetti, più il settore cresce, più c’è la necessità di un ruolo che sia altamente competente. Dai blogger agli instagrammers e youtubers passando per i web influencer: cosa significa lavorare online con i social media Per quanto possa sembrare un gioco da ragazzi, non è facile creare una propria identità professionale sul web, Chiara Ferragni e simili insegnano che costruire un impero imprenditoriale partendo da zero non è roba da poco. Se ci si sofferma però su quello che è il content marketing, c’è molta differenza tra i diversi canali social che si scelgono per avviare la propria attività online; infatti, partire iniziando dalla creazione di un blog (che sia di moda, lifestyle, cucina o viaggi) e quindi dare un taglio editoriale al brand che si rappresenta (o se parliamo di personal branding), è diverso dal prediligere un canale di marketing quale Facebook o Twitter per la propria awareness. Generare contatti utili alla crescita, o aumentare i followers LinkedIn e Instagram – che secondo le statistiche 2018 di Vincos è il social che è cresciuto maggiormente, con 800 […]

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Libri

Ciò che stringi nella mano destra ti appartiene, 66thand2nd editore (Recensione)

Karim, un giovane montatore per la tv algerino che vive a Parigi, sta per avere un bambino con la sua compagna Charlotte, di origini armene. Karim si definisce un musulmano “non praticante”, anche se la religione islamica, come altre, non prevede questa definizione, fin troppo cristiana: se sei musulmano non puoi non praticare la fede. Eppure, cresciuto con le dottrine tramandategli dal padre insieme a tanti versi del Corano – che il protagonista ricorderà nel corso della storia – Karim, almeno all’inizio del racconto, non si sente così vicino alla religione per definirsi tale. Uomo del proprio tempo, Karim è più di tutto una brava persona, che persegue più che i dettami di una religione quelli di una vita  semplice, serena e alla ricerca della felicità: crede nella bontà, e nell’amore che ogni giorno riceve e condivide con Charlotte. Cosa succede però quando inaspettatamente e senza libero arbitrio questo equilibrio viene irrimediabilmente rotto? Un equilibrio ucciso dalla cattiveria e dalla violenza umana, in cui non ha mai creduto? Ce lo racconta Pascal Manoukian, scrittore e reporter di guerra francese, nel suo splendido romanzo Ciò che stringi nella mano destra ti appartiene, edito in Italia dalla 66thand2nd, tradotto da Francesca Bononi. È proprio nel momento in cui l’equilibrio di Karim viene per sempre devastato, quando Charlotte, durante una delle tante serate spensierate con le amiche in un bar parigino, diventa vittima di un attentato terroristico, che il romanzo parte: Karim ha perso tutto e dentro di sé non riesce a trovare più niente. La desolazione, la tristezza, e la rabbia quando prende consapevolezza del motivo di quella perdita, così atroce, porteranno Karim ad una scelta estrema: quella di arruolarsi nelle milizie dell’Isis, per scoprire fino in fondo la verità e guardare in faccia l’artefice di quello sterminio. Tra la realtà dell’integralismo islamico contemporaneo e il racconto umano, il nuovo romanzo di Pascal Manoukian edito della 66thand2nd Attraverso un ben miscelato parallelo tra il racconto romanzato del protagonista, a partire dalla scoperta del kamikaze che si è lasciato esplodere e ha ucciso Charlotte – Aurélien, un suo vecchio amico di infanzia cresciuto nel suo stesso quartiere ad Aubervilliers – e i racconti sull’organizzazione dello Stato Islamico che attraverseranno le terre della Siria, Pascal Manoukian (che nel 2016 ha pubblicato con la 66thand2nd anche Derive) riesce a coinvolgere il lettore e renderlo partecipe dei sentimenti di Karim, al quale lascia la facoltà di giudizio su ogni personaggio che incontra sul cammino; a partire dalle e-mail scambiate con Abu Walid, il reclutatore jihaista che accalappia nuovi adepti su Facebook, fino al viaggio in Belgio dove incontrerà altri “apprendisti soldati” dell’Isis come lui, pronti per affrontare la jihad ma senza sapere cosa c’è in realtà dietro. Una famiglia musulmana, Sarah, Anthony e il piccolo Adam, che ha scelto di farne parte credendo alle promesse propagandistiche sulla sicurezza di un futuro migliore, e poi l’adolescente e ribelle Lila, scappata di casa lontano dai suoi genitori, e che avrà un ruolo determinante nella storia. Un viaggio che terminerà […]

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Libri

Cambio di rotta, un altro trascinante romanzo di Elizabeth Jane Howard (Recensione)

Emmanuel e Lillian, Mr e Mrs Joyce, sono una vecchia coppia sposata nata in Inghilterra ma da sempre girovaga. Lui è un ricco drammaturgo, lei una donna fragile, di salute e nello spirito, e sempre rivolta al passato. A chiudere un platonico e in bilico ménage à trois c’è Jimmy, il trentatreenne aiutante di Emmanuel ma da tempo presente anche nella vita privata e affettiva dei coniugi Joyce. Il loro equilibrio cambia quando la necessità di una segretaria che aiuti tutti negli affari domestici e lavorativi mette in scena un quarto personaggio, così chiamata Alberta, una giovane e bella ragazza, la cui ingenuità e risoluta purezza porterà la storia a evolversi radicalmente, sullo sfondo di una esotica isola greca. Cambio di rotta (“The sea change”) è un romanzo  di Elizabeth Jane Howard pubblicato per la prima volta nel 1959, che torna oggi nelle librerie grazie alla Fazi editore (con la traduzione di Manuela Francescon), che dopo All’ombra di Julius e la saga dei Cazalet ripropone un altro avvincente capolavoro della britannica. Una nuova pubblicazione di Elizabeth Jane Howard edita dalla Fazi Il romanzo di Elizabeth Jane Howard si apre con un evento che appare inaspettato, ma che fa capire sin da subito il sottofondo dei successivi: una giovane donna di nome Gloria Williams viene trovata dai coniugi Joyce e da Jimmy svenuta in una vasca dopo aver ingerito dei barbiturici. Questa non è solo l’unica scena in cui viene spostato l’obiettivo su un personaggio che non fa parte dei quattro principali, ma aiuta anche a spiegare, prima che parta la vera storia, il carattere di ognuno. Emmanuel così si definisce subito un donnaiolo dall’amore facile, e fugace, per le giovani ragazze che a causa del suo lavoro lo circondano e gli sono ammiratrici (infatti Gloria fa parte di questa cerchia, che per l’impossibilità di stargli accanto ancora a lungo sceglie di inscenare lo svenimento); Lillian, la quale è lei a trovare per primo la donna nel bagno, sviene a sua volta: da ciò sappiamo della sua salute cagionevole e della profonda amarezza e tristezza che prova essendo a conoscenza, o ipotizzando, delle numerose amanti del marito, che vive costantemente nel ricordo della figlia Sarah morta da piccola; e poi Jimmy, che non è solo l’aiutante di Emmanuel, ma parte integrante delle dinamiche familiari e colui che in poche parole si occupa di sbrigare intrighi, fastidi e problematiche. In realtà con l’evoluzione della storia, e l’entrata in scena di Alberta, ogni personaggio (tra l’altro ogni avvenimento viene raccontato, che sia in prima persona o in terza, da ognuno di loro) assume una profondità nuova rispetto all’evento precedente, tutto sotto un sentimentalismo e una psicologia che vengono dipanati brillantemente dall’autrice. Oltre a saper con bravura dispiegare ogni angolo dei caratteri dei quattro, Elizabeth Jane Howard riesce a descrivere con grande bellezza i luoghi e le ambientazioni, anche nei ricordi dei protagonisti, come quando Lillian racconta della sua infanzia felice in campagna prima della morte dei genitori, o quando arriviamo al punto in cui […]

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Napoli & Dintorni

Frida Kahlo, l’omaggio del Teatro alla Deriva VII edizione

Tanto si è detto, tanto si è costruito su Frida Kahlo, un personaggio del ‘900 di così grande spessore. Tante canzoni, tanti film (impossibile dimenticare la Frida interpretata da Salma Hayek), tanti adattamenti sulla sua vita di artista ma anche di donna: trasgressiva, irriverente, passionale, caparbia, una vincente pur nel suo immenso dolore e la sua lotta personale contro i numerosi ostacoli che il destino le ha purtroppo inferto. Più di tutto ciò che riguarda la sua pittura, o la sua terra, il Messico, si è raccontato moltissimo del suo grande amore, perché si sa che non c’è Frida senza Diego. E questo vale anche per l’adattamento del Teatro alla Deriva al “teatro sulla zattera” delle terme Stufe di Nerone a Bacoli, dove ieri è andato in scena Frida Kahlo, testo e regia di Mirko De Martino e presentato dal Teatro dell’Osso. I due soli attori sul palcoscenico/zattera, che hanno impersonato Frida (Titti Nuzzolese) e Diego Rivera (Peppe Romano), iniziano a esporre la loro storia d’amore fin dal principio, presentando prima brevemente ed eloquentemente il corso di eventi principali, come l’incidente sull’autobus della pittrice messicana o la collaborazione di Diego al partito comunista. Storie quasi rivissute anche a mo’ ricordo, ogni volta che l’interlocutore diventa lo spettatore, a partire dalla narrazione del loro primo incontro – tramite una specie di discorso indiretto che si alterna per tutta la rappresentazione con i dialoghi tra i due. Un espediente che aiuta sia chi non conosce il vissuto di Frida sia per chi invece vuole rivivere ancora una volta i ricordi di un’artista, e donna, così straordinaria. Lo spettacolo si dimostra convincente per prima cosa soprattutto per la capacità di aver raccontato nel breve tempo di una rappresentazione, non solo il susseguirsi degli accadimenti tra Frida e Diego, ma anche per essere stati capaci nel delineare il profilo dei due senza tralasciare nessun aspetto che abbia influito in questa grande e tormentata storia d’amore. E in special modo, avere dato più spazio alla figura di Diego: anch’egli pittore messicano, pittore del popolo, attraverso la sua arte riuscì ad ottenere un grande successo anche all’estero, soprattutto negli Stati Uniti, dove ottenne importanti commissioni come quella al Rockfeller center di New York, ma viene ricordato proprio per avere dato una forte impronta sociale alle sue opere. Frida Kahlo, tra arte e vita Di racconto in racconto, i due protagonisti prendono forma insieme, e facilmente i due attori riescono a trasmettere quello che fu il loro legame, così travagliato a causa dell’infedeltà cronica di lui e del grande temperamento di Frida, una donna nel suo essere rivoluzionaria e controcorrente. Perché ogni quadro di Frida è indissolubilmente legato ai momenti più importanti della sua vita, come molti a Diego, e la regia ha sapientemente sottolineato questo aspetto permettendo a Frida di descrivere in prima persona, attraverso le parole, ogni quadro, al momento giusto: un tassello di vita che va ad intersecarsi con un tassello della sua arte. Un esempio è la descrizione di uno dei quadri più famosi […]

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Libri

The Passenger – Islanda, il primo volume del nuovo progetto Iperborea (Recensione)

A metà tra una guida di viaggi e una raccolta di report che testimoniano le bellezze e le curiosità di un paese: The Passenger, il nuovo progetto editoriale della Iperborea, in realtà è molto di più. È un percorso, originale e sui generis, alla scoperta di una cultura che non è la nostra. Ecco perché viene definito dalla casa editrice un “libro-magazine”, in cui letteratura e inchiesta si fondono, arricchiti da reportage fotografici (in collaborazione con l’Agenzia Prospekt), infografiche (progetto grafico a cura dello studio milanese TomoTomo e da Pietro Buffa), consigli utili, curiosità e speciali illustrazioni (di Edoardo Massa). The Passenger, la guida letteraria per gli “esploratori del mondo” Il primo volume di The Passenger, accompagnato dalle foto  realizzate da Elena Chernyshova, fotoreporter siberiana, è dedicato all’Islanda. Letteralmente, il nome deriva dal norreno e significa “terra ghiacciata”, come viene spesso identificato il paese, il meno popolato al mondo. Appena sotto il circolo polare artico, in cui alba e tramonto hanno uno scenario tutto particolare in cui manifestarsi (d’estate il sole tramonta a mezzanotte per risorgere solo dopo poche ore). Proprio per questo, anni fa l’Islanda venne statisticamente considerata uno dei paesi con il più alto tasso di suicidi al mondo, un dato che fu valutato come un paradosso, quando prima della crisi economica era chiaramente anche un paese con un alto tasso di benessere. Terra dominata per la maggior parte della sua vita da stranieri. Terra dei vichinghi, delle divina germaniche, una forte tradizione ancora tramandata, e di Odino, delle leggende sugli elfi e i miti nordici, la terra desolata dell’aurora boreale, che per gli islandesi non desta così tanto scalpore come per un turista incuriosito ed invadente. Proprio con questa immagine irriverente si apre la rivista, con il saggio dello scrittore Hallgrìmur Helgason: “com’è è possibile che gente che viene da Hong Kong, dal Giappone, dalla Russia, dalla Francia o dagli Stati Uniti sia disposta a svegliarsi alle sette per assistere alla cosa più tetra del mondo: una squallida mattina di inverno a Reykjavík?”. The Passenger – Islanda: il turismo, l’emergenza ambientale e la politica “punk” Oggi il turismo costituisce per l’Islanda un fattore importante per l’economia nazionale; il boom degli inizi Duemila è stato fondamentale soprattutto per avere risanato parte del territorio dopo la crisi, quando in città si viveva prettamente grazie ad attività commerciali e bancarie. Nonostante sia un paese “pazzo e vulcanico”, è proprio il paesaggio bianco dalle forme spigolose che affascina lo straniero, pronto ad affrontare le temperature glaciali verso l’esplorazione, muniti di smartphone, soprattutto se c’è qualche luogo da visitare che ha fatto da set a “Games of Thrones” o dove si può facilmente assaporare la vera tradizione islandese e vivere nelle tradizionali abitazioni, visto che adesso quasi tutte sono adibite ad affittacamere su Airbnb, e la città si è andata a “spersonalizzare” per essere più vicino all’ideale del turista. Addentrandosi negli originali reportage, è chiaro come The Passenger sia piuttosto un’esplorazione all’interno di aspetti poco conosciuti al di fuori del paese protagonista: […]

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Libri

Appunti di cinema, riflessioni sulla Settima arte a cura di Francesco Grano | Ferrari editore

“Il cinema è un occhio aperto sul mondo”. E a dirlo è stato un filologo come Joseph Bédier, che mise in crisi il metodo Lachmann considerato strumento obbligatorio per lo studio di un testo; proprio come fu Bédier, anche il cinema è controcorrente e rivoluzionario talvolta, davvero uno spazio sconfinato tra verità ed invenzione. Il cinema è immaginazione, una delle poche cose che avvicina i nostri sogni più belli alla realtà, e lo sa bene Francesco Grano che per la Ferrari editore ha curato “Appunti di cinema”, una nuova raccolta, più che altro saggistica, sul mondo della Settima arte. A contribuire alla stesura del testo pubblicato dalla Ferrari editore – primo tomo di due – ci sono altrettanti cinefili ed appassionati, che senza nessun filtro propongono al lettore alcuni film considerati cult o entrati a far parte della loro personale top ten, sia per un attaccamento sentimentale sia perché valutati come i migliori della storia del cinema, per presa registica o attoriale, o perché hanno significato qualcosa proprio perché diventati emblema di una generazione o manifesto di una corrente di pensiero. “Appunti di cinema” a cura di Francesco Grano, un viaggio emozionante della Ferrari editore Così tra riflessioni e ricordi, Nicolò Barison, Susanna Camoli, Edoardo Graziani, Bruno Manfredi, Mariagiulia Miraglia e Francesco Spadafora (alias Freddy Xabaras) confessano i film ai quali sono più legati, dando senza riserve il loro personale punto di vista senza necessità di trovare un filo conduttore o talvolta una tematica comune tra i prescelti, ma sicuramente rispecchiando i gusti e le preferenze di molti altri cinefili al di fuori di queste pagine, come tutti i fan di Star Wars, il kolossal fantascientifico di George Lucas che sin dal primo episodio negli anni Settanta è entrato a far parte di un immaginario collettivo mondiale. C’è chi ovviamente non dimentica Blade Runner di Ridley Scott, che all’interno, sia nella trama che nella bravura degli attori, ha così tanto di profetico e spinge a migliaia di riflessioni e a tanto stupore. Altro film cult anni Ottanta è I Goonies di Richard Donner, un classico d’avventura per ragazzi che vede dei giovanissimi Sean Astin e Josh Brolin, ricavato da un soggetto scritto da Steven Spielberg. Molti appunto sono i riferimenti a questo grande regista americano in Appunti di cinema, milestone hollywoodiano insieme a Woody Allen, che ha precisamente delineato una vera e propria ideologia alleniana, se così si può dire. Con Io e Annie, Hannah e le sue sorelle o il meno conosciuto Stardust Memories (strano come nessuno abbia scelto Manhattan), Allen ha fatto della commedia americana moderna un cinema raffinato, sensibile, splendidamente nevrotico, mettendo in luce, con ironia, i lati più stridenti e contraddittori dell’animo umano. Gli autori ricordano anche Tim Burton, che con Edward mani di forbice o Ed Wood ha creato un nuovo modo di fare cinema, unico e inimitabile, trasponendo in maniera assoluta fantasia e creatività, che è quello che il cinema tutto dovrebbe insegnare. Oltre a percorrere la scia del ricordo, da non dimenticare sono […]

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Libri

Neri Pozza presenta “Tredici canti” di Anna Marchitelli, la voce dei reclusi

“Tredici canti” di Anna Marchitelli, recensione del romanzo edito da Neri Pozza Un viaggio tra le vite ingiustamente dimenticate quello di Anna Marchitelli in Tredici canti (12+1), nuovo libro edito dalla Neri Pozza della scrittrice napoletana e piccolo scrigno di preziosi racconti (qui la nostra recensione di Certe stanze per la Manni editori). Si tratta di tredici storie, tra il vero e l’invenzione, ricavate dall’archivio tra circa sessantamila cartelle cliniche dell’ex ospedale psichiatrico Leonardo Bianchi di Napoli, una solitaria “fortezza” ormai nascosta dietro pochi filari di alberi nel bel mezzo della Calata Capodichino. A fargli da contorno alti muri di tufo che a loro volta nascondevano le atrocità del manicomio, dal 1874 fino al giorno della chiusura nel 1999 – quasi dieci anni dopo l’approvazione della legge Basaglia. Il cosiddetto “manicomio moderno” nato nel 1793 con Philippe Pinel, spesso accreditato come il primo in Europa ad aver introdotto metodi più umani nel trattamento e nella possibile cura dei malati di mente, verrà nel 1978 chiuso per regolamentare l’organizzazione del trattamento sanitario anche per questi ospedali. “Ho preso un impegno con le donne e gli uomini reclusi in questo luogo” afferma l’autrice, “prestare la mia voce per sottrarli all’invisibilità in cui, ancora prima di morire, erano stati relegati”. E lo fa splendidamente, senza indugi, con intensità, lasciando intendere, per ogni storia, non solo il dolore e la sofferenza dei pazienti, ma anche la sensazione di emarginazione e desolazione in cui riversavano; i “pazzi”, i “matti”, schedati e dimenticati. Anna Marchitelli riesce a creare nel lettore un interrogativo importante per ognuno dei tredici racconti: se davvero l’isolamento forzato di ogni donna e uomo condannato a quella prigionia, fisica e purtroppo mentale, sia stata o meno necessaria. Tredici canti edito da Neri Pozza, la voce dei reclusi tra realtà e creazione  Tutte le tredici storie, con maestria e delicatezza, donando rispetto per ognuna di esse, sono raccontate dalla Marchitelli in prima persona, quando già la loro vita si è conclusa, donando ancora più pathos e bellezza alla narrazione: ad esempio quella del famoso matematico Renato Caccioppoli, allora docente, ammesso a 34 anni perché “neuropatico con tendenza all’eccentricità, alla melanconia e alla contraddizione, io che la contraddizione la usavo nei ragionamenti di logica” sottolinea con mestizia la voce dell’autrice – e quindi di Caccioppoli. O quella del pentito Gennaro Abbatemaggio: “sono stato camorrista e ho collaborato con la giustizia, ho accusato altri delinquenti e poi ho ritrattato, ho confuso le carte in tavola dicendo che mi ero sbagliato […], ho giocato d’azzardo senza mai esitare”. Intensa è poi la storia di Mario Travia, recluso nel 1922 a soli vent’anni perché affetto da mutismo. Condannato ad una intera vita di sofferenze e a peggiorare psicologicamente sotto gli occhi della madre, che ha dedicato se stessa per permettere al figlio un destino migliore, ma impossibile da avverarsi: la psichiatria sociale, così come l’assistenza sanitaria di questi ospedali, non credeva nel processo riabilitativo né in un intervento terapeutico adeguato, bensì nell’accettazione di una presunta follia. Oppure quella della violinista Enrica Rogliano, […]

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Libri

Eldo Yoshimizu e la sua “Ryuko”, secondo ed ultimo volume (Recensione)

Il secondo e conclusivo volume di Ryuko, edito anch’esso dalla Bao Publishing e tradotto da Valentina Vignola, si conferma nuovamente un manga intricato e dinamico, in cui la storia dei personaggi si intreccia con assoluto parallelismo ai disegni in bianco e nero e agli effetti che il mangaka Eldo Yoshimizu ci propone ancora una volta con maestria. Azione e momenti drammatici si alternano in un mix che arriva forte al lettore, desideroso e consapevole di una storia giapponese di criminalità e onore. In realtà per i più appassionati del fumetto, è inesatto considerare Ryuko semplicemente un manga; infatti, quest’ultimo termine indica piuttosto un racconto per immagini “disimpegnato”, leggero, tutt’altro invece è Ryuko: ecco perché può essere considerato più un gekiga, termine coniato da Yoshihiro Tatsumi ad indicare un fumetto con più maturità nel racconto e destinato anche ad un pubblico adulto. Ryuko volume 2 di Eldo Yoshimizu: ma dove eravamo rimasti? La storia riprende dal rapimento di Sasori (qui la nostra recensione del volume 1), una ragazza del clan di Ryuko, e della comparsa in scena, già nel primo capitolo, di Harim, un sorgente dei servizi segreti americani e uomo che viene dal lontano passato di Ryuko. L’azione quindi insieme al primo colpo di scena non manca mai: gli scatti frenetici del corpo dei personaggi, come gli spari o gli innumerevoli inseguimenti tra auto e moto, i continui combattimenti, vengono con vigore rappresentati da Eldo Yoshimizu attraverso disegni volutamente imprecisi ma di impatto. I riquadri delle vignette non sono mai identici tra di loro, e l’alternanza tra il bianco (sublime le immagini di giorno o del paesaggio innevato) e il nero (protagonista della notte oscura e dei combattimenti più sfrenati) conferisce realtà e stupore, lo stesso che l’autore delinea sul viso dei personaggi nei momenti di pathos, soprattutto quando è presente Tsu Suto. Tsu Suto, nemesi (apparentemente) di Ryuko, descrive appropriatamente la definizione di gekiga; nemica inizialmente, vuole appropriarsi del sigillo d’oro di Ryuko per diventare la nuova longtou, “il vertice della hei hua, la figura che detiene il poter assoluto sulla società”. Ma i progressi nella storia, che viaggiano paralleli alla scoperta delle vicende personali di Ryuko – che vive più di tutti un lungo e travagliato percorso verso le proprie verità – porteranno lei, e tutti, a trovarsi di fronte alla propria coscienza, alle proprie debolezze, alla propria moralità, a chiedersi cosa sia bene e cosa male e come le azioni che compiamo possono determinare il nostro destino. Ilaria Casertano  

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