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Eroica Fenice

Libri

Il vincolo cieco di Luigi Salerno, un romanzo di potenza e riflessione

Da poco pubblicato dalla Ferrari editore, Il vincolo cieco è la terza opera di Luigi Salerno, scrittore e sceneggiatore. Il vincolo cieco è di una potenza riflessiva disarmante: pensieri corroborati da una moltitudine di parole che ad un primo momento disturbano, ma in un secondo si comprende come, invece, siano state incastrate secondo una logica scrittoria, da Luigi Salerno, sceneggiatore e scrittore alla sua terza opera. Strano, quindi, come si possa credere che questa infinità di input e riflessioni che provengono da un unico narratore senza nome, che scandaglia la sua vita quanto le persone che la popolano utilizzando una vorticosa e sempre nuova valutazione, possa essere condensata in sole seicento e più pagine. Troppe per i pochi fatti raccontati, scarse azioni che nel loro dinamismo permettono solo un cambio di scena (molte volte in realtà riproposte, ma con sensazioni diverse): poche per i continui disfacimenti interiori del protagonista, poche per i monologhi che lascia che i suoi personaggi utilizzino per parlare in prima persona e, il più delle volte, per svelare qualcosa di inatteso. Più che monologhi sono sfoghi, eruttazioni vulcaniche che scandagliano la successiva, impercettibile e forse impassibile, reazione del narratore senza nome. Più che impassibile appunto cieca: il protagonista si strugge per la maggior parte di questo lungo romanzo/riflessione, alla ricerca, o alla non ricerca, di qualcosa che sfugge sempre al lettore, o che a tratti sembra cambiare direzione, con la speranza perenne che il nostro protagonista possa trovare una pace interiore forse mai agognata. Lupo solitario, gli fa da dimora un semplice appartamento così tanto confortevole nell’abitudine, sia degli oggetti come un macinino di caffè, sia nelle prospettive visive che appaiono sempre le stesse da tutti gli angoli della casa, come il balcone dei vicini dirimpettai Goslin con la metodica donna che innaffia instancabilmente le sue piante. Scrittore fallito per sua scelta, abitudinario nei suo lavoro di bigliettaio al cinema Napoleone, si corrobora in un cervellotico continuum di prove e preoccupazioni, condita da una estenuante insonnia, nella possibilità di creare un nuovo format scrittorio che si sintetizza in una serie di file su una cartella del computer dal nome “Logbook”. Qui, il protagonista racconta di se stesso, ma anche di personaggi inventati, o persone che abbiano un vincolo con la sua esistenza, tra fatti reali e immaginari. Una di queste persone è Aris, la moglie del caro amico Paul, una donna affascinante nella sua fragilità, dalla bellezza erotica nelle sue calze quando indossa una ridondante gonna scozzese. Soggetto del desiderio, e per questo uno dei centri verso il quale il protagonista oscilla continuamente, tra essere e non essere, volere e non volere, immaginare e non vivere insieme a lei i due figli, David e la piccola Vic, un animo sensibile e forse proprio per questo sentito più vicino. Il narratore così ne dipinge una figura innocente, spezzata nella sua tristezza e nel suo silenzio da un contorno molto più violento e pesante per poter essere sopportato nella sua purezza. Piegata alle ingiustizie del mondo se vediamo […]

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Libri

Luciano Tronchin, Soldi di legno. Tra appartenenza e terre lontane

Appena pubblicato dalla casa editrice Il Frangente, Soldi di legno di Luciano Tronchin è un romanzo che racconta la perdita e il ritrovamento di se stessi, come su una barca in attesa del bel tempo ma in balia del mare in tempesta. Leo Venier è un imprenditore veneziano che decide di vendere, di punto in bianco, la propria casa in centro, dagli arredi lussuosi e situata in una zona maestosa di una delle città più romantiche del mondo. Artefice di questa decisione e propulsore di pensieri negativi che gli attanagliano la mente da lungo tempo, il tormento di avere fatto carriera ai danni del pianeta, essendo stato per anni un commerciante di leak e molto prima un dipendente di un fiorente cantiere navale. Accanto a lui una giovane donna, Angela, che gli ricorda ogni giorno la spensieratezza degli anni insegnandogli a godere dei piccoli e gioiosi momenti, nonostante la differenza di età, quanto i suoi pensieri cupi, non gli permettano di vivere serenamente una tranquilla esistenza. Ad appoggiarlo costantemente c’è anche Saverio, il miglior amico di sempre, così diverso dalla sua personalità ma per questo confidente e dispensatore di buoni consigli, che cerca di limare i tormenti del suo animo ad ogni richiesta. Uno squilibrio mentale e un disagio cinico verso gli altri che si mostra subito nel primo incontro del romanzo, quello con l’affascinante agente immobiliare Licia, la cui bellezza spaventa ed intimorisce Leo, in balia delle sue più tormentate emozioni e riflessioni. In Soldi di legno di Luciano Tronchin, ciò che emerge già dalle prime pagine è l’interrogativo esistenziale per eccellenza: un uomo adulto da una apparente appagata vita che improvvisamente non riesce più a sentirsi parte del mondo che lo circonda, proprio come una barca che, in mancanza di una bussola che gli indichi la via, perde la giusta direzione, vittima dei tumultuosi affanni del mare in tempesta. Se il suo cuore è la tempesta, Leo è la barca, che naviga alla ricerca di una terra perduta, o forse provando a scoprire nuovi orizzonti, guardando oltre la linea di demarcazione; infatti, il protagonista, stanco di una quotidianità agiata e avendo la volontà di fare qualcosa per migliorare la natura che lo circonda, anche per lasciare ai posteri un futuro ecologico migliore, incappa nell’incontro fortuito con un vecchio marinaio, che sta vendendo il suo centenario trabaccolo, il Cornelio. Da qui oltre ad avere stretto una bellissima amicizia, Leo ha trovato anche casa, un posto che possa davvero chiamare così, non più sulla terraferma, ma con la possibilità di poter navigare alla ricerca di mete nuove e di una nuova vita. Da questo punto Luciano Tronchin sembra mostrarci un romanzo in via di conclusione, con il protagonista che affronta e vince le sue paure più grandi, speranzoso questa volta di riuscire a trovare le risposte ai mille interrogativi. Ma il pericolo è dietro l’angolo, così come sono gli ostacoli che bruscamente ci bloccano quando ognuno di noi prova a migliorare un’esistenza che, così com’è, non si accetta e non […]

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Libri

Ian Manook ritorna con un altro thriller poliziesco: Heimaey

Dopo l’avvincente saga di Yeruldelgger, lo scrittore Ian Manook ritorna con un’altra entusiasmante avventura, sempre tra il thriller e il poliziesco, dalle tinte dark: Heimaey, appena pubblicato in Italia dalla Fazi editore per la collana “Darkside”. Dalle distese incontaminate della Mongolia ai paesaggi unici dell’Islanda cambia la prospettiva, ma non l’intento di narrazione di Ian Manook: dopo la fortunata trilogia di Yeruldelgger, un cinico commissario in crisi interiore perenne, lo scrittore ritorna a parlarci di avventure poliziesche, tra investigazioni e colpi di scena, sotto lo sguardo protagonista di un’altra meravigliosa ambientazione, quella delle terre islandesi.  Gli intrecci tra una storia e l’altra, come il sottotitolo di un capitolo che inizia con l’ultima frase, non mancano neanche in Heimaey, un romanzo carico di nuove sfide e nuovi personaggi in giro per il mondo. Un giornalista francese, Soulniz, decide di portare con sé sua figlia Beckie, dalla quale si è allontanata, in un viaggio a ritroso nel tempo lungo tutta l’Islanda, patria della sua giovinezza che lo accolse come volontario per la ricostruzione della cittadina di Heimaey quando nel 1973 l’eruzione violenta di un vulcano la distrusse. Parallelamente, Manook ci racconta la storia di Kornelius, un maturo poliziotto innamorato della sua collega di medicina legale Ida ma stuzzicato dalle provocazioni e dal carattere di una sua sottoposta molto sagace, Botty. Come ci ha abituati la consequenzialità del romanzo in Ian Manook però, a “dare il la” agli eventi successivi sono due casi verificatisi quasi contemporaneamente: un’esplosione di un lotto misterioso sulla nave da cargo Loki al largo dell’oceano, e il ritrovamento in un incandescente geyser del cadavere di uno sconosciuto, scuoiato dalla cintola in giù, ucciso secondo, si scoprirà, una superstizione islandese che risale ad una macabra leggenda. Come si intrecciano tutti questi personaggi? Come trovano il giusto percorso e la corrispondente conclusione ogni singolo evento innescato nel romanzo? Ancora una volta, l’autore in Heimaey risolve, come un abile prestigiatore, più piccoli puzzle per farli convergere in un unico grande e sorprendente quadro, fatto di azione e caratterizzato dalla psicologia di ogni personaggio. Come fu per Yeruldelgger, primeggia comunque la personalità, molto simile al commissario mongolo, sia di Soulniz che di Kornelius. Entrambi, uomini tutti di un pezzo affranti dagli ostacoli della vita quotidiana, lottano contro i propri demoni, e i propri errori. Errori commessi in passato per il primo e a cui, con questo viaggio con la figlia diciottenne, tenta di rimediare; mentre il secondo in conflitto continuo tra ciò che vorrebbe essere (un gigante dall’aspetto mastodontico che per hobby canta in un coro il krummavisur folkloristico) e ciò che irrimediabilmente finisce per apparire agli occhi degli altri, un uomo-bambino confuso dai suoi sentimenti contrastanti e da un “tallone d’Achille” che tutte le donne della sua vita sembrano additargli. E poi c’è questa interiorità, questo doppio essere, che sopravvive cercando di restare a galla senza perdere; c’è il buon investigatore Kornelius, intuitivo, pratico, un generoso amante con commuoventi e tragiche doti canore, e c’è di contro il Kornelius corrotto, che per estinguere […]

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Recensioni

Festa al celeste e nubile santuario di Enzo Moscato, la prima nazionale al San Ferdinando

Giovedì sera è andata in scena la prima nazionale del nuovo spettacolo di Enzo Moscato, per i testi e la regia, al Teatro San Ferdinando di Napoli fino all’8 dicembre: Festa al celeste e nubile santuario, con Cristina Donadio, Lalla Esposito, Anita Mosca e Giuseppe Affinito.  Un vascio disgraziato addobbato con qualche festone natalizio alla vigilia del giorno dell’Immacolata, lenzuola ammapusciate su un letto e una dispensa scarna, sotto il cui mobile si nasconde una bottiglia di anice simbolo materiale di una già perpetuata incrinatura nel nucleo familiare. All’apertura del sipario c’è, di spalle seduta, Elisabetta, la sorella maggiore, ai cui lamenti per un dolore intollerabile agli occhi fanno eco le visionarie preghiere di Anna, sorella “di mezzo”, che sogna di vedere lo Spirito Santo scendere in terra e recare in quella disgraziata triade un bagliore di divinità. A completare il tutto c’è infatti Maria, la sorella minore, muta e dal nome profetico, bisognosa secondo le maggiori delle più piccole attenzioni, che si trasformano in doveri e poi in obblighi. Nella pièce di Enzo Moscato sacro e profano si alternano continuamente; tra il mantenere viva la speranza del miracolo che risulterà troppo accecante per poter essere definita fede, e una miscredenza terrena, ancorata ai vincoli radicati della realtà. Queste due forze contrastanti si rappresentano sul palco da Elisabetta e Annina, una divertente Lalla Esposito nella sua bigotta serietà insieme ad una raggiante Cristina Donadio, un personaggio ingenuo, bonario, ma sornione e alla fine machiavellico. Anna è una donna sognatrice, ma rarefatta nella credenza cristiana, in attesa di un miracolo che deve per forza illuminare la vita piatta e routinaria di tre misere sorelle. In lei si nasconde il desiderio di una svolta, come l’incontro con un uomo che possa porre fine al nomignolo dispregiativo di “signorina”, come fosse lettera scarlatta, ma mascherato da profezia e misericordia, un desiderio nascosto da finta carità e il soccorso in favore dello sventurato e stupido Toritore. Di contro i dogmi severi di Elisabetta, una sorprendente Lalla Esposito che scandisce frasi e canzonette con un accento solido, duro, senza sfumature, proprio come il suo personaggio. Infatti è lei a fare sì che il loro piccolo mondo sia intatto, lontano sia da provocazioni che da falsi miti, è lei che spegne le continue grida al miracolo di Annina. Ma niente può, però, quando Maria scopre di aspettare un bambino nella sua interezza da vergine: la presunta e agognata grazia si è compiuta. Celeste e nubile verginità, Enzo Moscato in scena al San Ferdinando di Napoli: buona la prima Così questo parallelismo tra Maria e la Vergine si è definito, e nel secondo atto a distanza di mesi la festa tinta di celeste assume i connotati tanto desiderati da Annina. Adesso è lei a tenere i cardini della famiglia, è lei che dispone del futuro delle sorelle, anche di Elisabetta, ammansita da una celere cecità. Vestite da sposa, le due sorelle ora non hanno più nulla di nubile, nulla più di vergine, almeno nello spirito, ma sempre […]

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Libri

Mauro Giancaspro, la nuova edizione de Il vecchio che parlava alle piante (Recensione)

La vita di alcuni monaci immersa nella tranquillità della natura incontaminata, lontana dal caos del presente, viene sconvolta dall’arrivo di un architetto e di un funzionario, con al seguito l’idea di un progetto che rivoluzionerà la quiete dell’abbazia e la sua antica tradizione. Appena pubblicato dalla Alessandro Polidoro Editore, ecco la nuova edizione de Il vecchio che parlava alle piante di Mauro Giancaspro, un altro titolo che va ad aggiungersi alla collana Perkins dedicata alla narrativa contemporanea. Padre Gregorio, un anziano e benevolo monaco che fa dell’antica arte della spezieria la sua ragione di vita, ama essere circondato dalla natura e perdersi in essa; nell’abbazia di Massombrosa, infatti, passa la maggior parte delle sue giornate ad occuparsi del giardino dei semplici e a curare le amiche di sempre, le sue erbe, a coltivare piante medicinali per farne sciroppi, pomate e medicamenti, seguendo rituali antichi nel placido silenzio del verde. In realtà, a fargli compagnia oltre ai suoi tre giovani novizi Giacinto, Marcello e Vincenzo, sono proprio le stesse rose, i cespugli di rosmarino, la lavanda, il basilico, che inebriano l’aria di odori e sono capaci di una piccola e misteriosa magia. Tutti, infatti, sono a conoscenza della bonaria stramberia di padre Gregorio, presa in eredità dal suo predecessore, padre Timoteo: quella di riuscire a comunicare con le piante. Insieme a padre Gregorio, ci sono altri monaci, immersi nella contemplazione dell’abbazia e delle faccende quotidiane che si alternano alle preghiere di tutti i giorni, come Chiaffredo, custode di una maestosa e antica biblioteca, o l’abate, che cerca con la sua saggezza di organizzare la comunità e placare i dissapori nei momenti opportuni. Uno di questi è proprio l’arrivo a Massombrosa dell’architetto Mafalda Manganetto con il suo assistente Pasquale Basso e di Marzio Osvaldo Rossi dal Ministero, che comunicano ai monaci la notizia di un nuovo progetto di ristrutturazione che coinvolgerà l’abbazia, perfetta per la costruzione di una sede museale destinata ai turisti e di un ambiente che, secondo soprattutto le intenzioni dell’architetto, non lascerà spazio al recupero della tradizione di quell’antico luogo fermo nel tempo. Tradizione e modernità, due forze contrapposte nel romanzo di Mauro Giancaspro Da questa notizia confessata già nelle prime pagine del libro, Mauro Giancaspro dà il via ad una alternanza di situazioni diverse, tra antico e moderno, tra l’esigenza di cambiamento e la paura di cancellare tracce di un passato glorioso. Così, attraverso l’ambientazione monastica, l’autore prende spunto per discutere, implicitamente, di temi come la caducità della vita, l’importanza della tradizione come quella del ricordo (molti, soprattutto per bocca di padre Gregorio, sono gli aneddoti della vecchia vita in abbazia che vengono raccontati al lettore, come l’organo abbandonato o il grammofono ritrovato in una cella disabitata), le difficoltà nel lasciare spazio al presente e far ripartire l’orologio, soprattutto se questo scorre ad una velocità disarmante. Per questa frenetica corsa verso il futuro, infatti, l’uomo potrebbe dimenticarsi da dove è partito, potrebbe dimenticarsi delle sue origini, della bellezza delle cose prime, essenziali, un meccanismo che non appartiene alla […]

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Libri

Pinguini Tattici Nucleari a fumetti, intervista a Lorenzo La Neve

Se qualche fan dei Pinguini Tattici Nucleari particolarmente dedito alla causa si fosse mai chiesto come sarebbe stato entrare “letteralmente” in una delle sue canzoni preferite, eccolo accontentato: da oggi in libreria Pinguini Tattici Nucleari a fumetti pubblicato dalla BeccoGiallo editore. La graphic sarà presentata il 3 novembre al Lucca Comics & Games 2019 con una performance di live painting dei dieci fumettisti che hanno realizzato il libro, insieme ovviamente al gruppo. Mettete insieme dieci giovani fumettisti del panorama contemporaneo italiano e una delle indie band più ascoltate del momento (4 album, più di 8 milioni di views su YouTube e circa 60 milioni di streaming totali, oltre a un disco d’oro all’attivo), più dei protagonisti “coccolosi” già di per sé definiti dal nome (in realtà, il nome del gruppo è nato dal nome di una birra), oltre a 11 canzoni orecchiabilissime, di quelle dal sound leggero ma dal senso profondo, d’effetto ma che arrivano dritte al punto, e otterrete Pinguini Tattici Nucleari a fumetti. Un progetto artistico e di comunione di intenti che alterna colori e stili diversi ma sotto un unico denominatore, quello della musica. Già dall’intro il lettore si ritrova nel magico mondo dei Pinguini, con le fattezze da mammifero ma ognuno identificabile da piccoli dettagli: i sei amici sono a casa insieme ad alcuni personaggi immaginari, tratti dal loro immaginario, come l’orso Yoghi e Bubu sempre teneramente abbracciati, quando il Professore di “Le Gentil” (qui il video per i neofiti) a causa di uno strampalato esperimento catapulta i Pinguini nei testi, e negli universi, delle loro canzoni. Ognuna disegnata da un autore diverso: Quasirosso, Roberto D’Agnano, Federico Gaddi, Elisa 2B, Fumettibrutti, Leonardo Mazzoli, Giangioff, Ernesto Anderle, Francesco Guarnaccia e Matilde Simoni con Lorenzo La Neve, gli sceneggiatori e gli autori che hanno dato parola alle rappresentazioni oniriche dei fumettisti. Per l’uscita del libro Eroica Fenice ha intervistato Lorenzo La Neve, che ringraziamo. Pinguini Tattici Nucleari a fumetti, l’intervista a Lorenzo La Neve Ci racconti com’è nato questo progetto e da dove? Conosco i Pinguini di persona ormai da qualche anno. Riccardo l’ho incontrato ad un suo live acustico a Roma, a fine 2016 se non sbaglio, mentre con Elio sono diventato molto amico, è venuto anche a stare da me un paio di giorni in concomitanza del loro live a Villa Ada. Federico di BeccoGiallo, quando ha saputo di questa conoscenza, mi ha proposto di contattarli per fare qualcosa insieme. Hanno accettato di buon grado e, quando ho avuto il progetto da sviluppare, ho realizzato che i Pinguini hanno un universo narrativo suggestivo e vastissimo. Da qui l’idea della storia unica.  Da cosa sei partito, o da cosa ti sei lasciato ispirare per primo, per scrivere i testi di ogni capitolo? Dal diverso stile dei fumettisti o dalla personalità musicale dei Pinguini Tattici Nucleari? Da entrambe le cose e da altre ancora. La personalità musicale dei Pinguini è estremamente presente nella suggestione che il libro vuole trasmettere, ma non racconta passo passo ciò che raccontano le […]

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Libri

The Irishman, la mafia americana raccontata da Charles Brandt

In vista dell’uscita dell’adattamento cinematografico nelle sale italiane a novembre, e il 27 novembre su Netflix per la regia di Martin Scorsese, con Robert De Niro e Al Pacino, da oggi è in libreria The Irishman di Charles Brandt per la Fazi editore, una nuova edizione del libro inchiesta che ha rivelato molti e inediti retroscena della mafia di “Cosa Nostra” negli Stati Uniti. Charles Brandt, noto ex procuratore generale del Delaware e avvocato di successo famoso per la sua bravura nelle tecniche di interrogatorio, oggi investigatore privato ed insegnante, decise, negli anni 70, di aggiungere un altro pilastro alla bibliografia sulla mafia americana quando Frank Sheeran, criminale irlandese di Philadelphia, scelse lui come portavoce delle sue vecchie e tormentate confessioni. Così, per decenni, Brandt ha intervistato uno dei più importanti malavitosi di Cosa Nostra negli anni più ferventi, anni in cui finalmente l’esistenza della mafia divenne di dominio pubblico: ma soprattutto l’Irlandese fu uno degli artefici di un caso eclatante che nel luglio del 1975 interessò tutta la stampa e la giustizia americana, l’assassinio del famoso leader sindacale Jimmy Hoffa. The Irishman è un libro inchiesta che alterna momenti di confessione di Frank, e molti pezzi autobiografici, a quelli in prima persona dello stesso Brandt che racconta con precisione legale tutti i retroscena giudiziari della criminalità organizzata più o meno dagli anni Sessanta al 2000, in special modo avvenuti tra lo stato della Pennsylvania e New York. Frank Sheeran, vita e criminalità del The Irishman Frank Sheeran fu uno dei pochi mafiosi ad essere riuscito a salire quasi in cima alla piramide dei criminali più potenti degli Stati Uniti nonostante non fosse di origini italiane. Un uomo mastodontico, pratico, leale alla sua famiglia mafiosa, un sicario esperto, veterano della Seconda guerra mondiale, vittima delle conseguenze della Grande Depressione. Tornato in patria dopo tanti anni in battaglia dove non era dettata nessuna regola sociale se non quella di fare il proprio lavoro di soldato, ossia uccidere e svolgere i compiti assegnati dai superiori, Sheeran sarà per sempre inseguito da quei tremendi fantasmi; povero e in cerca della propria strada, la voglia di fare e non pensare a qualunque costo inizia a farsi spazio nella sua morale, fin quando comprende di non sapere più cosa è bene e cosa è male. La voglia di successo, l’esigenza fisica di dare potenza ulteriore al proprio corpo atletico e da killer, lo spingono piano piano, dopo mille e anche poco onesti lavori, ad entrare a far parte di Cosa Nostra, sotto l’ala protettiva del boss Russell “McGee” Bufalino. Nella grande citta di Philly, Filadelfia, inizia a frequentare i locali più malfamati e sede d’incontri dei malavitosi del territorio, a ognuno dei quali fa capo un boss, così come nelle vicine e città gemelle di Chicago e New York, tra traditori e clan affiliati. Uno dei momenti storici che viene ricordato negli annali della mafia italo-americana e di cui Brandt ci racconta in The Irishman è sicuramente la Conferenza di Apalachin, un incontro al vertice […]

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Libri

DeA Planeta in libreria con Il gioco del silenzio di Rob Keller (Recensione)

Cristina, ex famosa criminologa, è una donna razionale, metodica, routinaria. Insieme a suo marito Lorenzo e al figlio Leone vivono a Milano, ma quando inaspettatamente riceve una telefonata dal padre Alessandro, tornerà nella sua città natia a Cadenabbia sul lago di Como, per fare i conti con il passato lasciato in sospeso troppo a lungo e a risolvere un’indagine misteriosa: tutto sotto gli occhi attenti di un orologio. Il gioco del silenzio è il primo romanzo di Rob Keller, appena pubblicato dalla DeA Planeta. Nato da padre e tedesco e madre italiana, Rob Keller ha per tanto tempo lavorato come mastro orologiaio. Cresciuto proprio sul lago di Como, scrive questo primo romanzo a tinte fosche partendo dalle sue origini, per trasformarle, come uno scrittore dall’estro creativo, in un thriller: dipingendo a tratti immagini quasi cinematografiche a tratti raccontando la storia di una famiglia e di una cittadina misteriosa. La protagonista Cristina, quando viene a conoscenza della morte improvvisa del caro zio Francesco, decide di tornare a casa, nonostante la decisione presa anni fa di voler chiudere con un brutto passato. Soprattutto tentando di dimenticare il presunto suicidio della madre, e per buttarsi alle spalle il ricordo della famiglia Radlach, la più potente della città, che ancora vive ai piedi del lago nella famosa Villa degli Orologi, per i quali quasi tutta la sua famiglia lavorava. L’impatto con i vecchi fantasmi fa riemergere tutto nella mente di Cristina, così come i soprusi dei due gemelli Radlach Odessa e Riccardo, e dei coniugi Stella e Martin. Ma in special modo tornano vividamente alla mente le leggende che era solita raccontarle Miriam, sorella del signor Radlach considerata pazza, e di Nicholas, probabilmente l’unica persona di questa pericolosa famiglia ad aver avuto un’anima buona. Sì perché solo qualche tempo prima, anche Nicholas è stato trovato tragicamente morto nelle acque tenebrose del lago, forse spinto dal dirupo da una entità misteriosa. Ma ovviamente queste morti sospette, che sono ricollegate ad un filo lunghissimo che arriva sino alla madre, faranno riaprire ferite antiche in Cristina, che si troverà anche a dover fare i conti con la sua professione e i ricordi della sua infanzia, per scoprire chi si trova dietro queste sinistre sparizioni. Il gioco del silenzio ha tanti elementi che si incastrano con l’evoluzione della trama, che vanno a chiudere il libro come si chiudesse una grossa indagine: tutto sullo sfondo tetro di un lago che nasconde in sé tanti misteri e mostri, tra verità e miti, come quello della Dama Bianca o il fantasma della piccola Ghita, che porterà il lettore finalmente a conoscere qual è stato il passato oscuro di Miriam. Il gioco del silenzio, DeA Planeta: i personaggi e il tempo come protagonista I personaggi delineati nel romanzo si fondono in quella che è la classica diatriba tra bene e male; da una parte Cristina e il suo curioso ed iperattivo Leone, che entrambi trovano, o ritrovano, l’amore verso Alessandro, il mastro orologiaio che per primo decide di non avere più paura […]

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Libri

Amy Bloom racconta Due donne alla casa bianca, storia di un amore (Recensione)

La giornalista Lorena Hickok è all’apice della sua carriera quando viene incaricata di seguire da vicino l’ascesa alla presidenza di Franklin Delano Roosevelt: qui incontra la moglie Eleanor, e si innamora della futura “First Lady of the World”. Tra migliaia di lettere scambiate, il peso dei pettegolezzi e due vite tanto differenti, Amy Bloom con Due donne alla casa bianca racconta un grande amore probabilmente mai consumato e che divide tuttora gli storici. Appena pubblicato in Italia dalla Fazi editore con la traduzione di Giacomo Cuva. Nel 1933 ancora segnati dalle conseguenze della Grande Depressione, Roosevelt diventa il trentaduesimo Presidente degli Stati Uniti d’America e lo sarà fino alla sua morte nel 1945 per una probabile poliomelite di cui soffriva già da tanto, primo presidente ad essere stato eletto per ben quattro mandati. Grazie alla politica riformatrice del New Deal, il paese visse un forte cambiamento che contribuì alla potenza americana; ma si sa che accanto ad un grande uomo c’è sempre una grande donna, ed Eleanor lo fu senz’altro, non solo per essere rimasta sempre al fianco del suo presidente sostenendolo in tutto, ma anche perché fece tanto per la società più derelitta e ai margini, conquistandosi l’appellativo di “First Lady of the World” dal successore Truman. Pioniera, femminista, attivista, accentratrice, Eleanor Rooselvelt viene ricordata come una leader carismatica e gentile, che metteva in primo piano i diritti dell’uomo prima dei diritti di potere; un’indole che dimostrava anche nella vita privata, un carattere descritto con coerenza da Amy Bloom. La dolcezza e l’empatia mostrata in pubblico sono state caratteristiche che l’autrice ha voluto portare anche all’interno di questa storia mai raccontata sotto forma di romanzo: dove la First Lady è semplicemente Eleanor che, al di là delle apparenze e dei doveri, ama con maturità e per sempre un’altra donna, Lorena, o semplicemente Hick. Tra romanzo e realtà, Amy Bloom racconta una storia d’amore A seguito del ritrovamento di una fitta corrispondenza epistolare tra le due donne, la critica tuttora si divide ipotizzando la vera natura di questo amore. Chi crede che sia stata solo una forte amicizia nata da un sentimento platonico e di fantasia, o chi invece sostenendo il lato erotico delle tante lettere conferma il grande amore di una vita. In questo caso l’autrice (facendo parlare in prima persona Lorena) sceglie esclusivamente di parlare di un amore duraturo nel tempo, tra due donne ostacolate dalle apparenze ma unite da una vita differente: da una parte una donna dell’aristocrazia cresciuta tra gli agi newyorkesi, costretta a legarsi ad un cugino per mantenere l’alto lignaggio della sua famiglia e una futura vita tra la più importante sfera della società. Dall’altra una figlia di un contadino del Midwest, con un’infanzia difficile che la porta giovanissima a fuggire e trovare un posto migliore nel mondo. E ci riesce, diventando una famosa e capace giornalista, fino a ritrovarsi allo stesso tavolo da pranzo del Presidente degli Stati Uniti, Casa Bianca. Lesbica, scorbutica nel suo essere a causa di una vita che l’ha […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Dell’Orrore e di altri Demoni, la narrazione a tema dark al Napoli Horror Festival

In occasione di un’altra edizione del Napoli Horror Festival, domenica 15 settembre all’Ex Base Nato di Bagnoli a Napoli si terrà un nuovo incontro del format “Birdland: Suggestioni, suoni e sapori dalla parola scritta”, Dell’Orrore e di altri Demoni. Perché ci piace tanto avere paura? Quale suggestione suscita nel nostro inconscio il mondo pieno di rimembranze horror e tematiche dark? È ciò che ha spinto, attraverso performance di cosplay, spettacoli e mostre dedicate al tema, il Napoli Horror Festival (qui la nostra photogallery alla conferenza stampa) a organizzare una rassegna che ogni anno diverte i fan e terrorizza i passanti, nella città più solare ma anche più esoterica del mondo. Dell’Orrore e di altri Demoni, domenica 15 al Napoli Horror Festival E ha spinto anche il nuovo incontro letterario organizzato e presieduto da Massimo Piccolo proprio durante il Napoli Horror Festival: Dell’Orrore e di altri Demoni navigherà all’interno della narrazione scritta e parlata dedicato all’universo del terrore e a tutti i demoni che concorrono nella stesura di un genere costellato da personaggi immaginari e mostruosi, situazioni macabre e irrazionali. Tra letture di brani originali e analisi metaletterarie insieme a Sara Piccolo, Adriana Cardinale e Franco Piccinno, Massimo Piccolo racconterà i brani internazionali più famosi a tema horror, analizzandone i meccanismi letterari che hanno ispirato autori come Stephen King o Johnatan Lethem a destinare il loro fulcro narrativo ai lati più oscuri dell’animo. Non possono mancare rimembranze cinematografiche, senza citare registi che hanno fatto la storia del cinema thriller, come il “maestro del brivido” Alfred Hitchcock o George A. Romero, che ha fatto suo il genere horror dirigendo film diventati cult al cinema. Infine, anche la narrazione cantata influisce a creare nell’immaginario collettivo ombre e mistero: a suon di brividi saranno ricordati brani musicali come Twinkle twinkle little star o Earth Angel – Will You Be Mine. Appuntamento domenica alle 19.30. Ilaria Casertano   Fonte immagine: Moon Over Produzioni

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Libri

John Hemingway, Una strana tribù. Il memoir dell’erede di un mito (Recensione)

Per celebrare i 120 anni dalla nascita di Ernest Hemingway, Marlin editore ha appena pubblicato in Italia Una strana tribù, romanzo biografico e autobiografico, scritto dal nipote John. In queste memorie di famiglia, si delineano interessanti parallelismi tra padre-figlio e nipote, un memoir intimo che va oltre ciò che si potrebbe immaginare su un grande mito della letteratura mondiale. Virile, atletico, un uomo intelligente che visse pienamente, ma anche una persona fragile, sentimentale, amorevole, a volte aggressiva e intimamente attratta da qualcosa che i lettori difficilmente potrebbero intuire dalla energia esteriore dei suoi romanzi. Ernest Hemingway fu un grande scrittore nordamericano, amato per la forza mascolina dei suoi personaggi e per le immagini stoiche che riesce ancora a trasmettere attraverso i suoi scritti. Ma era anche un uomo in carne e ossa, mosso da un’interiorità sensibile, protagonista di una vita privata turbolenta, in lotta con se stesso e i suoi lati più femminili e disturbati, contro cui probabilmente fu sconfitto, a causa della depressione e del conseguente suicidio. Leggendo Una strana tribù di John Hemingway, nipote di Ernest, si comprende come sia piuttosto semplice capire che un uomo che è stato costretto a portare il peso di una leggenda fosse in realtà continuamente in conflitto tra ciò che era davvero e ciò che appariva agli sconosciuti che lo ammiravano. E ancora più comprensibile come tutto questo abbia influenzato il rapporto con le persone amate, a partire dai figli e dalle diverse mogli che ebbe. Tra matrimoni poco duraturi e anch’essi dominati dalla duplice personalità dello scrittore, c’è quello con Pauline, la madre di Gregory, padre di John. La depressione, il denaro, il travestitismo, i rapporti contrastanti: John Hemingway racconta il ritratto di una famiglia Nel memoir ci sono molte considerazioni personali dell’autore nonostante la chiara volontà di voler lasciare al lettore qualcosa di diverso sulla famiglia Hemingway; emergono infatti molte verità che John ha scoperto nel corso del tempo, soprattutto quando è venuto a conoscenza di alcune lettere che suo padre Greg e il nonno Ernest erano soliti scambiarsi durante lunghi periodi di lontananza; lettere violente ma costanti, superficiali ma intime, che hanno dato la possibilità all’autore di redimere la figura del padre, al quale dedica questo libro. Una strana tribù delinea un parallelismo tra Ernest e suo figlio Greg e quest’ultimo con John, un’eredità nei legami che probabilmente giungeva sin da Clarence Edmond Hemingway, padre di Ernest. Ciò che maggiormente si percepisce dai racconti di John Hemingway sono proprio queste uguaglianze, “strane” appunto, ma profondamente sincere e confortanti in un certo senso per l’autore, che grazie alla scelta di dipanare i rapporti più intimi di una famiglia così complessa con un cognome altrettanto pesante, impara a perdonare il padre, per le sue mancanze e i suoi errori da genitore, e a dare ai posteri una diversa visione del figlio scapestrato e folle del grande scrittore americano. Così, compiendo un confronto tra le cronache ufficiali e i suoi più vecchi ricordi, John racconta episodi che richiamano alla mente i suoi […]

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Viaggi e Miraggi

Berlino: 5 luoghi di interesse da visitare

Tra scorci limpidi e un’atmosfera mitteleuropea, Berlino è una città da visitare almeno una volta nella vita. Ricca di musei, centro di importanti avvenimenti storici, la capitale della Germania è anche palcoscenico di una scena artistica e architettonica. Ecco 5 luoghi di interesse da visitare per viverla appieno. Alan Bullock, importante biografo britannico di Adolf Hitler, disse che Berlino è “la città più simbolica del ventesimo secolo“. Tra quelli che sembrano scorci e piazze tranquille, quartieri dal profilo mite e un lieve stridio urbano interrotto solo dal rumore del vento, pullula una società cosmopolita, che fa di Berlino una città multietnica e moderna. Lontana dalla cultura mediterranea ma ricca comunque di storia, è una città piena che ha conquistato una libertà di pensiero proprio grazie al corso degli avvenimenti.  Berlino è anche una città viva e brillante, tra musica e arte, già dagli anni ’90 quando una controcultura underground prendeva possesso del tradizionalismo berlinese. Tanti sono i luoghi di interesse, che mettono in risalto l’aspetto storico di Berlino contro una nascente gentrificazione, ma 5 luoghi di interesse da visitare possono riassumersi come i simboli della città. Berlino e i 5 luoghi di interesse da visitare Alexanderplatz e la Torre della Televisione Situata nel quartiere Mitte, Alexanderplatz è una delle piazze più importanti, nodo ferroviario, il cui nome deriva dallo zar Alessandro I, imperatore russo, che si recò in quella che allora era la capitale del regno di Prussia nel 1805. È divenuta con il tempo una zona di commercio principale per la città, fino a che durante la seconda guerra mondiale non fu quasi completamente distrutta; infatti, l’attuale profilo urbano è opera di una ricostruzione avvenuta negli anni Sessanta. Nonostante la conformazione un po’ troppo austera e artisticamente non d’effetto (a causa dello stile essenziale della Neue Sachlichkeit), Alexanderplatz convoglia edifici imponenti come la Berolinahaus e l’Alexanderhaus, l’Urania Weltzeituhr – un orologio che indica le ore di tutto il mondo -, o il centro commerciale e un grande grattacielo-albergo, ma soprattutto la Fernsehturm, la Torre della Televisione di Berlino. La torre, centro delle antenne trasmittenti della città, si vede da più punti della città anche in lontananza e salendo fino alla sfera con vetrata (visitabile) situata circa a 200 metri di essa si gode di un panorama magnifico. Checkpoint Charlie Durante la guerra fredda, questo posto di blocco essenzialmente costituiva il confine tra la Berlino est e quella ovest, ed è un simbolo importante della storia tedesca. Controllato una volta dagli americani prima della caduta del muro, oggi è ancora possibile leggere all’inizio della via un cartello che reca la dicitura in più lingue “You are leaving the american sector”. Ora fortunatamente del passaggio dei blindati e dei militari in visita alla DDR rimane ben poco, ma una ricostruzione della cabina di controllo con soldati figuranti al seguito diverte i turisti in caccia di foto da immortalare. La East Side Gallery e il Muro di Berlino Il 9 novembre 1989 inizia simbolicamente l’abbattimento del muro di Berlino, emblema fisico della restrizione e […]

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Libri

Tra sacro e vegano: il veganismo per Nicola Righetti (Recensione)

Come viene visto il veganismo al giorno d’oggi? In quanto fenomeno, ha una matrice sociale o più religiosa e spirituale? Ce lo spiega Nicola Righetti nel suo ultimo libro Tra sacro e vegano, pubblicato dalla Ferrari editore. “Questo è un libro sul veganismo e prima ancora un libro su di noi, sulla nostra cultura e sulla nostra società. Ma è anche un libro che affronta questi temi da una prospettiva originale […]: quella del sacro.” Già dall’introduzione, Nicola Righetti manifesta al lettore le intenzioni di un libro che parla sì del veganismo ma nella prospettiva del sacro, inserendo il fenomeno tra ideali, a volte spirituali a volte utopici, della nostra cultura di massa e della nostra società, molte volte meschina, altre volte primordiale, in alcuni casi artefice dell’evidenza. È un fatto noto come i vegani e il loro stile di vita in molti casi vengano prematuramente giudicati, considerati fautori di un movimento che sembra più nato da fanatismo che da principi morali; non a caso, un qualsiasi tipo di fanatismo proviene da un ideale religioso, così come “integralista” o “fondamentalista” sono termini che vengono spesso additati ai vegani, membri di una fantomatica “setta” sociale, ovviamente non quando il veganismo meno radicale viene visto semplicemente come una scelta alimentare. Di contro, invece, quello che è il vegano più radicale, trasformandosi spesso in moralista, impone la propria scelta agli altri e condanna chi conduce un differente modo di vivere e di considerare il mondo e l’essere vivente. In entrambi i casi, non si tratta di estremismo? Due diverse facce della nostra società, e il veganismo ne è una componente di disguido. Nicola Righetti compie con cognizione di causa proprio un’analisi di oggi, o comunque di come un ieri sia arrivato al presente, dalla nascita di uno stereotipo alle sue conseguenze, dipanando di capitolo in paragrafo il veganismo sotto forma di morale, e per questo sacra: “cos’è, dunque, sacro al veganismo? La vita in ogni sua forma, anche quella animale”, ma anche creare, con i mezzi possibili, un mondo equilibrato e armonico, e per questo spesso è molto difficile prescindere il fenomeno dalla religione, e Righetti non si astiene dal farlo. Il cibo nella cultura e nella religione per Nicola Righetti Da religioso a sociale, il cibo, tema portante, scandisce i nostri ritmi ed esercita un’influenza fondamentale sulle nostre credenze. Così come il cibo è convivialità, il cibo è tabù, rito o venerazione, e tutte le religioni del mondo possono confermarlo. Il campo alimentare, afferma Righetti, definisce “l’identità di una società o di un gruppo sociale” e per questo è corretto dire che ci identifica. Per questo, rifiutarlo, o rifiutarne una parte come i vegani, può relegarci agli angoli della società, anzi piuttosto della comunità. Secondo l’autore, da ciò non è escluso il sacrificio animale, atto conviviale ma che se rifiutato vieta di partecipare a questa comunione, anche perché giustificato storicamente in quanto l’uomo si trova al vertice di quella che viene definita catena alimentare e non solo: anche in quanto “dominatore del […]

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Libri

Cristina Henríquez, Anche noi l’America. Una storia di speranza e immigrazione (Recensione)

Una storia corale di immigrazione e speranza si intreccia al quotidiano della famiglia Rivera, giunti negli Stati Uniti dal Messico. In libreria la nuova edizione di Anche noi l’America, romanzo di Cristina Henríquez, pubblicato in Italia dalla NN editore e tradotto da Roberto Serrai. Human rights, freedom, justice, equality. Parole che risaltano sullo sfondo a stelle e strisce della copertina italiana di “The book of Unknown Americans”, un titolo che annullandosi raddoppia nella traduzione di Roberto Serrai, ispirato ad una potentissima poesia di Langston Hughes, come si legge nella nota del traduttore: «vedranno la mia bellezza e ne avranno vergogna: anch’io sono l’America». Io sono America, noi siamo America. Un tempo e ancora oggi, purtroppo, dove c’è chi deve ribadire la propria appartenenza e i propri diritti, contro muri immaginari e una politica che sembra andare a ritroso. Una realtà mondiale, come è corale questo romanzo. E quale storia potrebbe essere più attuale di Anche noi l’America? Ci sono Alma, Arturo e Maribel Rivera, una famiglia messicana che compie la traversata guardando indietro con occhi malinconici e in avanti colmi di speranza. La loro scelta però è atipica rispetto alla maggior parte dei latinoamericani che tentano di fare fortuna attraversando illegalmente e disperatamente il confine; infatti, i coniugi Rivera giungono nel Delaware per iscrivere la figlia Maribel ad una scuola adatta alla sua condizione di salute, dopo l’incidente che le ha causato una lesione cerebrale e un conseguente ritardo mentale. Qualsiasi possibile confronto temporale, come afferma il personaggio di Alma nel romanzo, si trova tra il “prima” e “dopo” l’incidente: la gioia della famiglia dipende da Maribel, e tutto vibra nella speranza di guarigione, nella speranza che la sua essenza possa essere restituita al presente. Così, la famiglia varca il confine, segue la legge, compila moduli, aspetta. Difficile non pensare al recente evento di cronaca, la foto che immortala padre e figlia morti nel Rio Grande mentre tentavano di abbandonare il Paese. L’ostacolo è dietro l’angolo, il sapore della sconfitta sembra essere più forte che mai. Gli anni di Anche noi l’America sono però un pochino precedenti agli attuali eventi; è il tempo in cui Obama veniva eletto Presidente, pronto ad inaugurare una nuova era per gli Stati Uniti e il mondo intero, al suono di human rights, freedom, justice, equality, per dare voce all’emarginato, e scrivere un nuovo capitolo della storia in cui al termine “immigrato” l’accezione cambia. A rifletterci, quanto può cambiare il corso del tempo in una manciata di anni? Se questo romanzo fosse stato scritto poco dopo? Cosa ne sarebbe stato della famiglia Rivera e degli altri componenti descritti da Cristina Henríquez? Forse non molto: l’adolescente Mayor Toro, figlio di Rafael e Celia giunti da Panama negli Stati Uniti quindici anni prima, si sarebbe comunque innamorato follemente di Maribel, sarebbe comunque riuscito a guardare nel profondo dei suoi occhi senza giudicarla, accompagnandola nei pensieri e aspettando il suo sorriso come unica ragione di vita. E ad interrompere l’idillio, ad infrangere il sogno americano, la storia d’amore […]

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Eventi nazionali

Premio Strega 2019: vince Antonio Scurati con M. Il figlio del secolo

Con 228 voti, Antonio Scurati è stato proclamato vincitore alla finale della settantaduesima edizione del Premio Strega, il più famoso premio letterario che ha inizio nel lontano 1947. Poco dopo gli eventi che l’autore racconta nel libro primo classificato, M. Il figlio del secolo (edito Bompiani), che racconta gli anni feroci del fascismo e di Benito Mussolini, tra romanzo e reali testimonianze di un Paese sotto dittatura. Si è tenuta ieri giovedì 4 luglio al Ninfeo di Villa Giulia a Roma, andata in onda tv dalle 23.00 su Rai 3, la cerimonia finale del premio letterario italiano che ogni anno crea maggior enfasi mediatica: a salire finalmente al primo posto sul podio lo scrittore e accademico napoletano Antonio Scurati, già dato vincitore nei pronostici, arrivato secondo nelle altre due edizioni passate a cui aveva partecipato, nel 2009 e nel 2014. Il romanzo vincitore, M. Il figlio del secolo edito da Bompiani, racconta dalla nascita dei fasci fino alla ascesa del dittatore Mussolini; attraverso eventi storici che segnarono l’Italia e soprattutto il popolo italiano, Scurati ammette di stare già lavorando alla seconda parte di una trilogia dedicata, per ricordare ancora una volta e in forma nuova il fascismo e una dolorosa parentesi della nostra storia. In un’intervista rilasciata da Antonio Scurati al Corriere della Sera, lo scrittore partenopeo ammette che, data la grande importanza del tema che andava ad affrontare, non avrebbe voluto partecipare a nessuna competizione. È stato proprio Francesco Piccolo, suo grande ex rivale, però, a convincerlo a dare eco ad una storia così fondamentale anche per la nostra letteratura Seconda classificata Benedetta Cibrario con “Il rumore del mondo” (Mondadori), al terzo posto l’apprezzato Marco Missiroli con “Fedeltà” (Einaudi), quarta invece Claudia Durastanti con “La straniera” (La nave di Teseo), e infine Nadia Terranova con “Addio fantasmi” (Einaudi Stile libero). La giuria era presieduta da Helena Janeczek, vincitrice della scorsa edizione con il fortunato romanzo “La ragazza con la Leica“. Dal 1947 fino alla vittoria di Antonio Scurati nel 2019: la storia del Premio Strega Dalla prima premiazione in cui trionfava Ennio Flaiano con “Tempo di uccidere” sono passati settantadue anni, e il premio Strega nel corso del tempo ha vissuto cambiamenti che però non le hanno fatto perdere il prestigio letterario che ancora oggi detiene. Nonostante le polemiche nel mondo culturale e dell’editoria delle quali è stata spesso oggetto di discussione, al premio hanno partecipato e vinto illustri scrittori che hanno fatto la storia della letteratura italiana, da Cesare Pavese con “La bella estate” a Elsa Morante con “L’isola di Arturo”, da Natalia Ginzburg con “Lessico Famigliare” a Umberto Eco con “Il nome della rosa”. Dal 1986 organizzato dalla Fondazione Maria e Goffredo Bellonci, il premio fu inizialmente istituito dai fondatori dell’azienda del famoso Liquore Strega, prodotto dalla Strega Alberti di Benevento. Ilaria Casertano Fonte immagine: ilpost.it

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Libri

La stagione della Strega di J. L. Herlihy, edizioni Centauria (Recensione)

Una storia di rivoluzione che, anche se anacronistica, permette di rivivere le fantasie e i desideri di una intera generazione. Attraverso gli occhi di una diciassettenne “figlia dei fiori”, James Leo Herlihy con La stagione della Strega racconta i tumultuosi anni a cavallo tra il Sessanta e il Settanta che cambiarono la storia in America: pubblicato in Italia da edizioni Centauria. New York, 1969. La ribelle diciassettenne Gloria Random fugge dalla tranquilla cittadina di Belle Woods, Michigan, lontano dalle grinfie religiose e borghesi della mamma, presa più a preoccuparsi di ciò che pensa la gente della sua vita piuttosto che occuparsi di essa. Insieme al suo inseparabile miglior amico John raggiungerà la Grande Mela, in cerca di un cambiamento che la aiuti ad affrontare quello verso l’età adulta, in una città che possa davvero essere la più grande testimonianza di una rivoluzione in atto, quella hippie, contro la politica di Nixon e l’ingiustificata guerra in Vietnam. La stagione della Strega è, sin dalle prime pagine, un romanzo che gioca su una lotta rivoluzionaria per niente lontana dall’autore. Un viaggio trascendentale che, seppur sviluppato in pochi mesi in forma di diario della giovane protagonista, arricchisce per la sua narrazione esaltante, contraddittoria, piena di desideri e amore, sotto il motto molto più che sintetizzante “peace and love”; proprio come i pensieri di Gloria, anzi Strega, e quella che fu la sua generazione in America negli anni Settanta. Come ci dice anche nella postfazione il traduttore Massimo Gardella, da buon drammaturgo e personalità controcorrente qual’era Herlihy, scrittore e attore sia per il teatro che al cinema, tutta la storia e i vari personaggi che Strega incontrerà durante questa esperienza sono avvolti in una drammatica quanto esagerata realtà, fatta di filosofiche osservazioni, necessarie dissertazioni sul mondo che sta cambiando, sulla crudeltà latente e sulla possibilità di creare un futuro pieno di pace, partendo da una reclusa comunità come era allora quella hippie. E se oggi chi non ha vissuto quel momento storico la ricorda solo come “droga, sesso e rock ‘n’ roll”, l’autore ci mostra invece la lotta di un’intera generazione speranzosa e bisognosa di migliorare il futuro per sé e per le generazioni a venire: una lotta che probabilmente fu incomparabile e davvero rivoluzionaria. Fulcro e voce di questa comunità è dunque Gloria e il suo amico omosessuale Roy, aka John, che sentendosi inadatti ai tempi così fuori controllo come quelli che viveva la società americana, scelgono (ma in realtà sapevano da sempre di appartenere) la minoranza, alla ricerca l’una del padre mai conosciuto, l’altro per disertare l’esercito e la guerra in Vietnam. Con loro pochi dollari, sufficienti dopo una serie di allucinanti e psichedeliche peripezie per farli accogliere in una casa comune a New York, in Canal Street, dove la cultura hippie predomina, governata da una Madre e un Padre, Doris e l’ex psichiatra Peter, di una piccola famiglia di fratelli e sorelle. “La cultura hippie” nell’ultimo libro di James Leo Herlihy, edito da Centauria Insieme a loro Jeanette, Archie, Sally Sunflower, […]

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Libri

Jacaranda di Nini Sanna, un’avventura oceanica (Recensione)

Paolo Ferrante è un abile uomo di mare, e come tale ha un forte spirito libertino e non conforme a quella stabilità che può offrire la terraferma. Per questo, sempre in viaggio, diventa se stesso solo quando è il richiamo della navigazione a coordinare la sua traiettoria di vita. Un giorno accetta l’incarico come primo ufficiale a bordo dello Jacaranda, desideroso di riprendere la via in mare e di lasciare Singapore. Su questo scapestrato mezzo di trasporto, però, ben presto capirà di essere incappato in un intrigo, che metterà a dura prova la sua moralità e il suo senso del dovere. Jacaranda è il nuovo romanzo di Nini Sanna, un giallo interessante e marinaresco, pubblicato da Il Frangente edizioni. Siamo negli anni Sessanta, quando la guerra in Vietnam è sulla bocca di tutti. D’altronde, un evento storico che viene ricordato da lontano, poiché è il mare a dominare sulla narrazione, fulcro principale delle pubblicazioni di questa casa editrice. Lo è anche per l’autore Nini Sanna, nome d’arte di Salvatore Sanna Cherchi, marinaio e scrittore. Marinaresca, poi, è anche la terminologia usata durante tutto il corso del romanzo e della navigazione, che rende molto più reali i personaggi e sorprendenti i fatti avvenuti. La storia prosegue quando Paolo, preso l’incarico sul cargo Jacaranda, impara a conoscere i colleghi a bordo: l’attraente Veronica Cowen, che scoprirà essere la figlia dell’armatore che ha ordinato la missione per il trasporto di alcune casse dal contenuto sospetto; un incompetente comandante, che sembra essere lì solo per un caso fortuito, o magari spinto da qualche aspirazione nascosta; il surveyor, un supervisore che da subito Paolo ritiene non necessario e che, proprio per questa presenza ingiustificata, sarà il primo elemento che lo inizia ad insospettire; e infine Manuel, suo compagno di bevute che determinerà lo svolgersi degli eventi successivi, e il personaggio che rispecchia più di tutti lo spirito più libertino di quel lavoro. Jacaranda di Nini Sanna, un giallo a bordo di una nave Accanto agli intrighi che alcuni componenti a bordo sembrano orchestrare, Nini Sanna ingaggia una narrazione degna di un avventuroso viaggio in mare: quando la nave salpa, tutto è nelle mani di questo elemento, e l’uomo non può nulla, soprattutto se tenta di dominarlo e di vincerlo. Dopo avere scoperto che il comandante, in accordo con altri membri dell’equipaggio, governa il buonumore dei marinai attraverso un mercato illecito di oppio, Paolo si troverà a dover prendere la situazione in mano quando la nave si ritroverà sulla traiettoria di un ciclone. La natura, forte, possente, che tutto può decidere, sarà una congiura tanto grande quanto quella che si sta consumando a bordo. Cosa succederà allo Jacaranda? All’autore Nini Sanna non sfugge qui la necessità di un deus ex machina, che sta proprio nell’esperienza del primo ufficiale, ben presto in combutta con se stesso, alle prese con la sua coscienza e a mettere sul tavolo da gioco tutte le immagini e i ricordi della sua vita oltre alle decisioni prese. Parallelamente al ricordo di una […]

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