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Eroica Fenice

Libri

DeA Planeta in libreria con Il gioco del silenzio di Rob Keller (Recensione)

Cristina, ex famosa criminologa, è una donna razionale, metodica, routinaria. Insieme a suo marito Lorenzo e al figlio Leone vivono a Milano, ma quando inaspettatamente riceve una telefonata dal padre Alessandro, tornerà nella sua città natia a Cadenabbia sul lago di Como, per fare i conti con il passato lasciato in sospeso troppo a lungo e a risolvere un’indagine misteriosa: tutto sotto gli occhi attenti di un orologio. Il gioco del silenzio è il primo romanzo di Rob Keller, appena pubblicato dalla DeA Planeta. Nato da padre e tedesco e madre italiana, Rob Keller ha per tanto tempo lavorato come mastro orologiaio. Cresciuto proprio sul lago di Como, scrive questo primo romanzo a tinte fosche partendo dalle sue origini, per trasformarle, come uno scrittore dall’estro creativo, in un thriller: dipingendo a tratti immagini quasi cinematografiche a tratti raccontando la storia di una famiglia e di una cittadina misteriosa. La protagonista Cristina, quando viene a conoscenza della morte improvvisa del caro zio Francesco, decide di tornare a casa, nonostante la decisione presa anni fa di voler chiudere con un brutto passato. Soprattutto tentando di dimenticare il presunto suicidio della madre, e per buttarsi alle spalle il ricordo della famiglia Radlach, la più potente della città, che ancora vive ai piedi del lago nella famosa Villa degli Orologi, per i quali quasi tutta la sua famiglia lavorava. L’impatto con i vecchi fantasmi fa riemergere tutto nella mente di Cristina, così come i soprusi dei due gemelli Radlach Odessa e Riccardo, e dei coniugi Stella e Martin. Ma in special modo tornano vividamente alla mente le leggende che era solita raccontarle Miriam, sorella del signor Radlach considerata pazza, e di Nicholas, probabilmente l’unica persona di questa pericolosa famiglia ad aver avuto un’anima buona. Sì perché solo qualche tempo prima, anche Nicholas è stato trovato tragicamente morto nelle acque tenebrose del lago, forse spinto dal dirupo da una entità misteriosa. Ma ovviamente queste morti sospette, che sono ricollegate ad un filo lunghissimo che arriva sino alla madre, faranno riaprire ferite antiche in Cristina, che si troverà anche a dover fare i conti con la sua professione e i ricordi della sua infanzia, per scoprire chi si trova dietro queste sinistre sparizioni. Il gioco del silenzio ha tanti elementi che si incastrano con l’evoluzione della trama, che vanno a chiudere il libro come si chiudesse una grossa indagine: tutto sullo sfondo tetro di un lago che nasconde in sé tanti misteri e mostri, tra verità e miti, come quello della Dama Bianca o il fantasma della piccola Ghita, che porterà il lettore finalmente a conoscere qual è stato il passato oscuro di Miriam. Il gioco del silenzio, DeA Planeta: i personaggi e il tempo come protagonista I personaggi delineati nel romanzo si fondono in quella che è la classica diatriba tra bene e male; da una parte Cristina e il suo curioso ed iperattivo Leone, che entrambi trovano, o ritrovano, l’amore verso Alessandro, il mastro orologiaio che per primo decide di non avere più paura […]

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Libri

Amy Bloom racconta Due donne alla casa bianca, storia di un amore (Recensione)

La giornalista Lorena Hickok è all’apice della sua carriera quando viene incaricata di seguire da vicino l’ascesa alla presidenza di Franklin Delano Roosevelt: qui incontra la moglie Eleanor, e si innamora della futura “First Lady of the World”. Tra migliaia di lettere scambiate, il peso dei pettegolezzi e due vite tanto differenti, Amy Bloom con Due donne alla casa bianca racconta un grande amore probabilmente mai consumato e che divide tuttora gli storici. Appena pubblicato in Italia dalla Fazi editore con la traduzione di Giacomo Cuva. Nel 1933 ancora segnati dalle conseguenze della Grande Depressione, Roosevelt diventa il trentaduesimo Presidente degli Stati Uniti d’America e lo sarà fino alla sua morte nel 1945 per una probabile poliomelite di cui soffriva già da tanto, primo presidente ad essere stato eletto per ben quattro mandati. Grazie alla politica riformatrice del New Deal, il paese visse un forte cambiamento che contribuì alla potenza americana; ma si sa che accanto ad un grande uomo c’è sempre una grande donna, ed Eleanor lo fu senz’altro, non solo per essere rimasta sempre al fianco del suo presidente sostenendolo in tutto, ma anche perché fece tanto per la società più derelitta e ai margini, conquistandosi l’appellativo di “First Lady of the World” dal successore Truman. Pioniera, femminista, attivista, accentratrice, Eleanor Rooselvelt viene ricordata come una leader carismatica e gentile, che metteva in primo piano i diritti dell’uomo prima dei diritti di potere; un’indole che dimostrava anche nella vita privata, un carattere descritto con coerenza da Amy Bloom. La dolcezza e l’empatia mostrata in pubblico sono state caratteristiche che l’autrice ha voluto portare anche all’interno di questa storia mai raccontata sotto forma di romanzo: dove la First Lady è semplicemente Eleanor che, al di là delle apparenze e dei doveri, ama con maturità e per sempre un’altra donna, Lorena, o semplicemente Hick. Tra romanzo e realtà, Amy Bloom racconta una storia d’amore A seguito del ritrovamento di una fitta corrispondenza epistolare tra le due donne, la critica tuttora si divide ipotizzando la vera natura di questo amore. Chi crede che sia stata solo una forte amicizia nata da un sentimento platonico e di fantasia, o chi invece sostenendo il lato erotico delle tante lettere conferma il grande amore di una vita. In questo caso l’autrice (facendo parlare in prima persona Lorena) sceglie esclusivamente di parlare di un amore duraturo nel tempo, tra due donne ostacolate dalle apparenze ma unite da una vita differente: da una parte una donna dell’aristocrazia cresciuta tra gli agi newyorkesi, costretta a legarsi ad un cugino per mantenere l’alto lignaggio della sua famiglia e una futura vita tra la più importante sfera della società. Dall’altra una figlia di un contadino del Midwest, con un’infanzia difficile che la porta giovanissima a fuggire e trovare un posto migliore nel mondo. E ci riesce, diventando una famosa e capace giornalista, fino a ritrovarsi allo stesso tavolo da pranzo del Presidente degli Stati Uniti, Casa Bianca. Lesbica, scorbutica nel suo essere a causa di una vita che l’ha […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Dell’Orrore e di altri Demoni, la narrazione a tema dark al Napoli Horror Festival

In occasione di un’altra edizione del Napoli Horror Festival, domenica 15 settembre all’Ex Base Nato di Bagnoli a Napoli si terrà un nuovo incontro del format “Birdland: Suggestioni, suoni e sapori dalla parola scritta”, Dell’Orrore e di altri Demoni. Perché ci piace tanto avere paura? Quale suggestione suscita nel nostro inconscio il mondo pieno di rimembranze horror e tematiche dark? È ciò che ha spinto, attraverso performance di cosplay, spettacoli e mostre dedicate al tema, il Napoli Horror Festival (qui la nostra photogallery alla conferenza stampa) a organizzare una rassegna che ogni anno diverte i fan e terrorizza i passanti, nella città più solare ma anche più esoterica del mondo. Dell’Orrore e di altri Demoni, domenica 15 al Napoli Horror Festival E ha spinto anche il nuovo incontro letterario organizzato e presieduto da Massimo Piccolo proprio durante il Napoli Horror Festival: Dell’Orrore e di altri Demoni navigherà all’interno della narrazione scritta e parlata dedicato all’universo del terrore e a tutti i demoni che concorrono nella stesura di un genere costellato da personaggi immaginari e mostruosi, situazioni macabre e irrazionali. Tra letture di brani originali e analisi metaletterarie insieme a Sara Piccolo, Adriana Cardinale e Franco Piccinno, Massimo Piccolo racconterà i brani internazionali più famosi a tema horror, analizzandone i meccanismi letterari che hanno ispirato autori come Stephen King o Johnatan Lethem a destinare il loro fulcro narrativo ai lati più oscuri dell’animo. Non possono mancare rimembranze cinematografiche, senza citare registi che hanno fatto la storia del cinema thriller, come il “maestro del brivido” Alfred Hitchcock o George A. Romero, che ha fatto suo il genere horror dirigendo film diventati cult al cinema. Infine, anche la narrazione cantata influisce a creare nell’immaginario collettivo ombre e mistero: a suon di brividi saranno ricordati brani musicali come Twinkle twinkle little star o Earth Angel – Will You Be Mine. Appuntamento domenica alle 19.30. Ilaria Casertano   Fonte immagine: Moon Over Produzioni

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Libri

John Hemingway, Una strana tribù. Il memoir dell’erede di un mito (Recensione)

Per celebrare i 120 anni dalla nascita di Ernest Hemingway, Marlin editore ha appena pubblicato in Italia Una strana tribù, romanzo biografico e autobiografico, scritto dal nipote John. In queste memorie di famiglia, si delineano interessanti parallelismi tra padre-figlio e nipote, un memoir intimo che va oltre ciò che si potrebbe immaginare su un grande mito della letteratura mondiale. Virile, atletico, un uomo intelligente che visse pienamente, ma anche una persona fragile, sentimentale, amorevole, a volte aggressiva e intimamente attratta da qualcosa che i lettori difficilmente potrebbero intuire dalla energia esteriore dei suoi romanzi. Ernest Hemingway fu un grande scrittore nordamericano, amato per la forza mascolina dei suoi personaggi e per le immagini stoiche che riesce ancora a trasmettere attraverso i suoi scritti. Ma era anche un uomo in carne e ossa, mosso da un’interiorità sensibile, protagonista di una vita privata turbolenta, in lotta con se stesso e i suoi lati più femminili e disturbati, contro cui probabilmente fu sconfitto, a causa della depressione e del conseguente suicidio. Leggendo Una strana tribù di John Hemingway, nipote di Ernest, si comprende come sia piuttosto semplice capire che un uomo che è stato costretto a portare il peso di una leggenda fosse in realtà continuamente in conflitto tra ciò che era davvero e ciò che appariva agli sconosciuti che lo ammiravano. E ancora più comprensibile come tutto questo abbia influenzato il rapporto con le persone amate, a partire dai figli e dalle diverse mogli che ebbe. Tra matrimoni poco duraturi e anch’essi dominati dalla duplice personalità dello scrittore, c’è quello con Pauline, la madre di Gregory, padre di John. La depressione, il denaro, il travestitismo, i rapporti contrastanti: John Hemingway racconta il ritratto di una famiglia Nel memoir ci sono molte considerazioni personali dell’autore nonostante la chiara volontà di voler lasciare al lettore qualcosa di diverso sulla famiglia Hemingway; emergono infatti molte verità che John ha scoperto nel corso del tempo, soprattutto quando è venuto a conoscenza di alcune lettere che suo padre Greg e il nonno Ernest erano soliti scambiarsi durante lunghi periodi di lontananza; lettere violente ma costanti, superficiali ma intime, che hanno dato la possibilità all’autore di redimere la figura del padre, al quale dedica questo libro. Una strana tribù delinea un parallelismo tra Ernest e suo figlio Greg e quest’ultimo con John, un’eredità nei legami che probabilmente giungeva sin da Clarence Edmond Hemingway, padre di Ernest. Ciò che maggiormente si percepisce dai racconti di John Hemingway sono proprio queste uguaglianze, “strane” appunto, ma profondamente sincere e confortanti in un certo senso per l’autore, che grazie alla scelta di dipanare i rapporti più intimi di una famiglia così complessa con un cognome altrettanto pesante, impara a perdonare il padre, per le sue mancanze e i suoi errori da genitore, e a dare ai posteri una diversa visione del figlio scapestrato e folle del grande scrittore americano. Così, compiendo un confronto tra le cronache ufficiali e i suoi più vecchi ricordi, John racconta episodi che richiamano alla mente i suoi […]

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Viaggi e Miraggi

Berlino: 5 luoghi di interesse da visitare

Tra scorci limpidi e un’atmosfera mitteleuropea, Berlino è una città da visitare almeno una volta nella vita. Ricca di musei, centro di importanti avvenimenti storici, la capitale della Germania è anche palcoscenico di una scena artistica e architettonica. Ecco 5 luoghi di interesse da visitare per viverla appieno. Alan Bullock, importante biografo britannico di Adolf Hitler, disse che Berlino è “la città più simbolica del ventesimo secolo“. Tra quelli che sembrano scorci e piazze tranquille, quartieri dal profilo mite e un lieve stridio urbano interrotto solo dal rumore del vento, pullula una società cosmopolita, che fa di Berlino una città multietnica e moderna. Lontana dalla cultura mediterranea ma ricca comunque di storia, è una città piena che ha conquistato una libertà di pensiero proprio grazie al corso degli avvenimenti.  Berlino è anche una città viva e brillante, tra musica e arte, già dagli anni ’90 quando una controcultura underground prendeva possesso del tradizionalismo berlinese. Tanti sono i luoghi di interesse, che mettono in risalto l’aspetto storico di Berlino contro una nascente gentrificazione, ma 5 luoghi di interesse da visitare possono riassumersi come i simboli della città. Berlino e i 5 luoghi di interesse da visitare Alexanderplatz e la Torre della Televisione Situata nel quartiere Mitte, Alexanderplatz è una delle piazze più importanti, nodo ferroviario, il cui nome deriva dallo zar Alessandro I, imperatore russo, che si recò in quella che allora era la capitale del regno di Prussia nel 1805. È divenuta con il tempo una zona di commercio principale per la città, fino a che durante la seconda guerra mondiale non fu quasi completamente distrutta; infatti, l’attuale profilo urbano è opera di una ricostruzione avvenuta negli anni Sessanta. Nonostante la conformazione un po’ troppo austera e artisticamente non d’effetto (a causa dello stile essenziale della Neue Sachlichkeit), Alexanderplatz convoglia edifici imponenti come la Berolinahaus e l’Alexanderhaus, l’Urania Weltzeituhr – un orologio che indica le ore di tutto il mondo -, o il centro commerciale e un grande grattacielo-albergo, ma soprattutto la Fernsehturm, la Torre della Televisione di Berlino. La torre, centro delle antenne trasmittenti della città, si vede da più punti della città anche in lontananza e salendo fino alla sfera con vetrata (visitabile) situata circa a 200 metri di essa si gode di un panorama magnifico. Checkpoint Charlie Durante la guerra fredda, questo posto di blocco essenzialmente costituiva il confine tra la Berlino est e quella ovest, ed è un simbolo importante della storia tedesca. Controllato una volta dagli americani prima della caduta del muro, oggi è ancora possibile leggere all’inizio della via un cartello che reca la dicitura in più lingue “You are leaving the american sector”. Ora fortunatamente del passaggio dei blindati e dei militari in visita alla DDR rimane ben poco, ma una ricostruzione della cabina di controllo con soldati figuranti al seguito diverte i turisti in caccia di foto da immortalare. La East Side Gallery e il Muro di Berlino Il 9 novembre 1989 inizia simbolicamente l’abbattimento del muro di Berlino, emblema fisico della restrizione e […]

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Libri

Tra sacro e vegano: il veganismo per Nicola Righetti (Recensione)

Come viene visto il veganismo al giorno d’oggi? In quanto fenomeno, ha una matrice sociale o più religiosa e spirituale? Ce lo spiega Nicola Righetti nel suo ultimo libro Tra sacro e vegano, pubblicato dalla Ferrari editore. “Questo è un libro sul veganismo e prima ancora un libro su di noi, sulla nostra cultura e sulla nostra società. Ma è anche un libro che affronta questi temi da una prospettiva originale […]: quella del sacro.” Già dall’introduzione, Nicola Righetti manifesta al lettore le intenzioni di un libro che parla sì del veganismo ma nella prospettiva del sacro, inserendo il fenomeno tra ideali, a volte spirituali a volte utopici, della nostra cultura di massa e della nostra società, molte volte meschina, altre volte primordiale, in alcuni casi artefice dell’evidenza. È un fatto noto come i vegani e il loro stile di vita in molti casi vengano prematuramente giudicati, considerati fautori di un movimento che sembra più nato da fanatismo che da principi morali; non a caso, un qualsiasi tipo di fanatismo proviene da un ideale religioso, così come “integralista” o “fondamentalista” sono termini che vengono spesso additati ai vegani, membri di una fantomatica “setta” sociale, ovviamente non quando il veganismo meno radicale viene visto semplicemente come una scelta alimentare. Di contro, invece, quello che è il vegano più radicale, trasformandosi spesso in moralista, impone la propria scelta agli altri e condanna chi conduce un differente modo di vivere e di considerare il mondo e l’essere vivente. In entrambi i casi, non si tratta di estremismo? Due diverse facce della nostra società, e il veganismo ne è una componente di disguido. Nicola Righetti compie con cognizione di causa proprio un’analisi di oggi, o comunque di come un ieri sia arrivato al presente, dalla nascita di uno stereotipo alle sue conseguenze, dipanando di capitolo in paragrafo il veganismo sotto forma di morale, e per questo sacra: “cos’è, dunque, sacro al veganismo? La vita in ogni sua forma, anche quella animale”, ma anche creare, con i mezzi possibili, un mondo equilibrato e armonico, e per questo spesso è molto difficile prescindere il fenomeno dalla religione, e Righetti non si astiene dal farlo. Il cibo nella cultura e nella religione per Nicola Righetti Da religioso a sociale, il cibo, tema portante, scandisce i nostri ritmi ed esercita un’influenza fondamentale sulle nostre credenze. Così come il cibo è convivialità, il cibo è tabù, rito o venerazione, e tutte le religioni del mondo possono confermarlo. Il campo alimentare, afferma Righetti, definisce “l’identità di una società o di un gruppo sociale” e per questo è corretto dire che ci identifica. Per questo, rifiutarlo, o rifiutarne una parte come i vegani, può relegarci agli angoli della società, anzi piuttosto della comunità. Secondo l’autore, da ciò non è escluso il sacrificio animale, atto conviviale ma che se rifiutato vieta di partecipare a questa comunione, anche perché giustificato storicamente in quanto l’uomo si trova al vertice di quella che viene definita catena alimentare e non solo: anche in quanto “dominatore del […]

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Libri

Cristina Henríquez, Anche noi l’America. Una storia di speranza e immigrazione (Recensione)

Una storia corale di immigrazione e speranza si intreccia al quotidiano della famiglia Rivera, giunti negli Stati Uniti dal Messico. In libreria la nuova edizione di Anche noi l’America, romanzo di Cristina Henríquez, pubblicato in Italia dalla NN editore e tradotto da Roberto Serrai. Human rights, freedom, justice, equality. Parole che risaltano sullo sfondo a stelle e strisce della copertina italiana di “The book of Unknown Americans”, un titolo che annullandosi raddoppia nella traduzione di Roberto Serrai, ispirato ad una potentissima poesia di Langston Hughes, come si legge nella nota del traduttore: «vedranno la mia bellezza e ne avranno vergogna: anch’io sono l’America». Io sono America, noi siamo America. Un tempo e ancora oggi, purtroppo, dove c’è chi deve ribadire la propria appartenenza e i propri diritti, contro muri immaginari e una politica che sembra andare a ritroso. Una realtà mondiale, come è corale questo romanzo. E quale storia potrebbe essere più attuale di Anche noi l’America? Ci sono Alma, Arturo e Maribel Rivera, una famiglia messicana che compie la traversata guardando indietro con occhi malinconici e in avanti colmi di speranza. La loro scelta però è atipica rispetto alla maggior parte dei latinoamericani che tentano di fare fortuna attraversando illegalmente e disperatamente il confine; infatti, i coniugi Rivera giungono nel Delaware per iscrivere la figlia Maribel ad una scuola adatta alla sua condizione di salute, dopo l’incidente che le ha causato una lesione cerebrale e un conseguente ritardo mentale. Qualsiasi possibile confronto temporale, come afferma il personaggio di Alma nel romanzo, si trova tra il “prima” e “dopo” l’incidente: la gioia della famiglia dipende da Maribel, e tutto vibra nella speranza di guarigione, nella speranza che la sua essenza possa essere restituita al presente. Così, la famiglia varca il confine, segue la legge, compila moduli, aspetta. Difficile non pensare al recente evento di cronaca, la foto che immortala padre e figlia morti nel Rio Grande mentre tentavano di abbandonare il Paese. L’ostacolo è dietro l’angolo, il sapore della sconfitta sembra essere più forte che mai. Gli anni di Anche noi l’America sono però un pochino precedenti agli attuali eventi; è il tempo in cui Obama veniva eletto Presidente, pronto ad inaugurare una nuova era per gli Stati Uniti e il mondo intero, al suono di human rights, freedom, justice, equality, per dare voce all’emarginato, e scrivere un nuovo capitolo della storia in cui al termine “immigrato” l’accezione cambia. A rifletterci, quanto può cambiare il corso del tempo in una manciata di anni? Se questo romanzo fosse stato scritto poco dopo? Cosa ne sarebbe stato della famiglia Rivera e degli altri componenti descritti da Cristina Henríquez? Forse non molto: l’adolescente Mayor Toro, figlio di Rafael e Celia giunti da Panama negli Stati Uniti quindici anni prima, si sarebbe comunque innamorato follemente di Maribel, sarebbe comunque riuscito a guardare nel profondo dei suoi occhi senza giudicarla, accompagnandola nei pensieri e aspettando il suo sorriso come unica ragione di vita. E ad interrompere l’idillio, ad infrangere il sogno americano, la storia d’amore […]

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Eventi nazionali

Premio Strega 2019: vince Antonio Scurati con M. Il figlio del secolo

Con 228 voti, Antonio Scurati è stato proclamato vincitore alla finale della settantaduesima edizione del Premio Strega, il più famoso premio letterario che ha inizio nel lontano 1947. Poco dopo gli eventi che l’autore racconta nel libro primo classificato, M. Il figlio del secolo (edito Bompiani), che racconta gli anni feroci del fascismo e di Benito Mussolini, tra romanzo e reali testimonianze di un Paese sotto dittatura. Si è tenuta ieri giovedì 4 luglio al Ninfeo di Villa Giulia a Roma, andata in onda tv dalle 23.00 su Rai 3, la cerimonia finale del premio letterario italiano che ogni anno crea maggior enfasi mediatica: a salire finalmente al primo posto sul podio lo scrittore e accademico napoletano Antonio Scurati, già dato vincitore nei pronostici, arrivato secondo nelle altre due edizioni passate a cui aveva partecipato, nel 2009 e nel 2014. Il romanzo vincitore, M. Il figlio del secolo edito da Bompiani, racconta dalla nascita dei fasci fino alla ascesa del dittatore Mussolini; attraverso eventi storici che segnarono l’Italia e soprattutto il popolo italiano, Scurati ammette di stare già lavorando alla seconda parte di una trilogia dedicata, per ricordare ancora una volta e in forma nuova il fascismo e una dolorosa parentesi della nostra storia. In un’intervista rilasciata da Antonio Scurati al Corriere della Sera, lo scrittore partenopeo ammette che, data la grande importanza del tema che andava ad affrontare, non avrebbe voluto partecipare a nessuna competizione. È stato proprio Francesco Piccolo, suo grande ex rivale, però, a convincerlo a dare eco ad una storia così fondamentale anche per la nostra letteratura Seconda classificata Benedetta Cibrario con “Il rumore del mondo” (Mondadori), al terzo posto l’apprezzato Marco Missiroli con “Fedeltà” (Einaudi), quarta invece Claudia Durastanti con “La straniera” (La nave di Teseo), e infine Nadia Terranova con “Addio fantasmi” (Einaudi Stile libero). La giuria era presieduta da Helena Janeczek, vincitrice della scorsa edizione con il fortunato romanzo “La ragazza con la Leica“. Dal 1947 fino alla vittoria di Antonio Scurati nel 2019: la storia del Premio Strega Dalla prima premiazione in cui trionfava Ennio Flaiano con “Tempo di uccidere” sono passati settantadue anni, e il premio Strega nel corso del tempo ha vissuto cambiamenti che però non le hanno fatto perdere il prestigio letterario che ancora oggi detiene. Nonostante le polemiche nel mondo culturale e dell’editoria delle quali è stata spesso oggetto di discussione, al premio hanno partecipato e vinto illustri scrittori che hanno fatto la storia della letteratura italiana, da Cesare Pavese con “La bella estate” a Elsa Morante con “L’isola di Arturo”, da Natalia Ginzburg con “Lessico Famigliare” a Umberto Eco con “Il nome della rosa”. Dal 1986 organizzato dalla Fondazione Maria e Goffredo Bellonci, il premio fu inizialmente istituito dai fondatori dell’azienda del famoso Liquore Strega, prodotto dalla Strega Alberti di Benevento. Ilaria Casertano Fonte immagine: ilpost.it

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Libri

La stagione della Strega di J. L. Herlihy, edizioni Centauria (Recensione)

Una storia di rivoluzione che, anche se anacronistica, permette di rivivere le fantasie e i desideri di una intera generazione. Attraverso gli occhi di una diciassettenne “figlia dei fiori”, James Leo Herlihy con La stagione della Strega racconta i tumultuosi anni a cavallo tra il Sessanta e il Settanta che cambiarono la storia in America: pubblicato in Italia da edizioni Centauria. New York, 1969. La ribelle diciassettenne Gloria Random fugge dalla tranquilla cittadina di Belle Woods, Michigan, lontano dalle grinfie religiose e borghesi della mamma, presa più a preoccuparsi di ciò che pensa la gente della sua vita piuttosto che occuparsi di essa. Insieme al suo inseparabile miglior amico John raggiungerà la Grande Mela, in cerca di un cambiamento che la aiuti ad affrontare quello verso l’età adulta, in una città che possa davvero essere la più grande testimonianza di una rivoluzione in atto, quella hippie, contro la politica di Nixon e l’ingiustificata guerra in Vietnam. La stagione della Strega è, sin dalle prime pagine, un romanzo che gioca su una lotta rivoluzionaria per niente lontana dall’autore. Un viaggio trascendentale che, seppur sviluppato in pochi mesi in forma di diario della giovane protagonista, arricchisce per la sua narrazione esaltante, contraddittoria, piena di desideri e amore, sotto il motto molto più che sintetizzante “peace and love”; proprio come i pensieri di Gloria, anzi Strega, e quella che fu la sua generazione in America negli anni Settanta. Come ci dice anche nella postfazione il traduttore Massimo Gardella, da buon drammaturgo e personalità controcorrente qual’era Herlihy, scrittore e attore sia per il teatro che al cinema, tutta la storia e i vari personaggi che Strega incontrerà durante questa esperienza sono avvolti in una drammatica quanto esagerata realtà, fatta di filosofiche osservazioni, necessarie dissertazioni sul mondo che sta cambiando, sulla crudeltà latente e sulla possibilità di creare un futuro pieno di pace, partendo da una reclusa comunità come era allora quella hippie. E se oggi chi non ha vissuto quel momento storico la ricorda solo come “droga, sesso e rock ‘n’ roll”, l’autore ci mostra invece la lotta di un’intera generazione speranzosa e bisognosa di migliorare il futuro per sé e per le generazioni a venire: una lotta che probabilmente fu incomparabile e davvero rivoluzionaria. Fulcro e voce di questa comunità è dunque Gloria e il suo amico omosessuale Roy, aka John, che sentendosi inadatti ai tempi così fuori controllo come quelli che viveva la società americana, scelgono (ma in realtà sapevano da sempre di appartenere) la minoranza, alla ricerca l’una del padre mai conosciuto, l’altro per disertare l’esercito e la guerra in Vietnam. Con loro pochi dollari, sufficienti dopo una serie di allucinanti e psichedeliche peripezie per farli accogliere in una casa comune a New York, in Canal Street, dove la cultura hippie predomina, governata da una Madre e un Padre, Doris e l’ex psichiatra Peter, di una piccola famiglia di fratelli e sorelle. “La cultura hippie” nell’ultimo libro di James Leo Herlihy, edito da Centauria Insieme a loro Jeanette, Archie, Sally Sunflower, […]

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Libri

Jacaranda di Nini Sanna, un’avventura oceanica (Recensione)

Paolo Ferrante è un abile uomo di mare, e come tale ha un forte spirito libertino e non conforme a quella stabilità che può offrire la terraferma. Per questo, sempre in viaggio, diventa se stesso solo quando è il richiamo della navigazione a coordinare la sua traiettoria di vita. Un giorno accetta l’incarico come primo ufficiale a bordo dello Jacaranda, desideroso di riprendere la via in mare e di lasciare Singapore. Su questo scapestrato mezzo di trasporto, però, ben presto capirà di essere incappato in un intrigo, che metterà a dura prova la sua moralità e il suo senso del dovere. Jacaranda è il nuovo romanzo di Nini Sanna, un giallo interessante e marinaresco, pubblicato da Il Frangente edizioni. Siamo negli anni Sessanta, quando la guerra in Vietnam è sulla bocca di tutti. D’altronde, un evento storico che viene ricordato da lontano, poiché è il mare a dominare sulla narrazione, fulcro principale delle pubblicazioni di questa casa editrice. Lo è anche per l’autore Nini Sanna, nome d’arte di Salvatore Sanna Cherchi, marinaio e scrittore. Marinaresca, poi, è anche la terminologia usata durante tutto il corso del romanzo e della navigazione, che rende molto più reali i personaggi e sorprendenti i fatti avvenuti. La storia prosegue quando Paolo, preso l’incarico sul cargo Jacaranda, impara a conoscere i colleghi a bordo: l’attraente Veronica Cowen, che scoprirà essere la figlia dell’armatore che ha ordinato la missione per il trasporto di alcune casse dal contenuto sospetto; un incompetente comandante, che sembra essere lì solo per un caso fortuito, o magari spinto da qualche aspirazione nascosta; il surveyor, un supervisore che da subito Paolo ritiene non necessario e che, proprio per questa presenza ingiustificata, sarà il primo elemento che lo inizia ad insospettire; e infine Manuel, suo compagno di bevute che determinerà lo svolgersi degli eventi successivi, e il personaggio che rispecchia più di tutti lo spirito più libertino di quel lavoro. Jacaranda di Nini Sanna, un giallo a bordo di una nave Accanto agli intrighi che alcuni componenti a bordo sembrano orchestrare, Nini Sanna ingaggia una narrazione degna di un avventuroso viaggio in mare: quando la nave salpa, tutto è nelle mani di questo elemento, e l’uomo non può nulla, soprattutto se tenta di dominarlo e di vincerlo. Dopo avere scoperto che il comandante, in accordo con altri membri dell’equipaggio, governa il buonumore dei marinai attraverso un mercato illecito di oppio, Paolo si troverà a dover prendere la situazione in mano quando la nave si ritroverà sulla traiettoria di un ciclone. La natura, forte, possente, che tutto può decidere, sarà una congiura tanto grande quanto quella che si sta consumando a bordo. Cosa succederà allo Jacaranda? All’autore Nini Sanna non sfugge qui la necessità di un deus ex machina, che sta proprio nell’esperienza del primo ufficiale, ben presto in combutta con se stesso, alle prese con la sua coscienza e a mettere sul tavolo da gioco tutte le immagini e i ricordi della sua vita oltre alle decisioni prese. Parallelamente al ricordo di una […]

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Teatro

Al Teatro Diana la presentazione della nuova stagione 2019/2020

Ieri, sabato 8 giugno, presso il foyer del teatro, è stata presentata la stagione teatrale 2019/2020 del Diana.  La stagione appena conclusa al Teatro Diana di Napoli saluta i 200.000 spettatori accorsi in questa lunga programmazione con numeri importanti: 280 aperture di sipario e 9.500 abbonati, che portano il Diana ancora una volta ad essere primo tra i teatri privati per numero di spettatori in Italia. E la nuova stagione, promettono, non sarà da meno, grazie ad una attenzione particolare alla comunicazione, anche social, con un sito rinnovato e una app dedicata alla programmazione. Per questa 40esima stagione, il Teatro Diana così cambia veste e si rinnova, lasciando però intatta la ricchezza degli spettacoli e il grande calibro attoriale. Ad inaugurare la stagione 2019/2020 sarà ad ottobre Pensieri all’improvviso, diretto e recitato da Lina Sastri accompagnata da alcuni musicisti, che ancora una volta da grande attrice prende il palco da solista. “Si tratta di poesia in musica” spiega l’attrice alla conferenza stampa: Leopardi, Matilde Serao, Alda Merini saranno recitati a suon di note, insieme a De Gregori, Pino Daniele, Lucio Dalla, artisti che hanno attraversato con grande emozione e speranza la vita dell’attrice, uno spettacolo in cui il mare e la sua Napoli non mancheranno. Dopo il debutto, andrà in scena al Teatro Diana un attesissimo spettacolo scritto da Maurizio De Giovanni per la regia di Alessandro Gassmann, con Massimiliano Gallo, Stefania Rocca e Monica Nappo, Il silenzio grande. Gli attori e De Giovanni ci hanno svelato il particolare momento in cui nacque l’idea, durante le riprese de “I bastardi di Pizzofalcone”, su proposta dello stesso Gassmann, che racconta: “questo spettacolo parla di sentimenti, del tempo che passa, delle cose non dette, da cui appunto il titolo. Da spettatore, sto attento anche al momento in cui l’attore ascolta l’altro”, continua, ed è proprio questo ascoltare e allo stesso tempo cacciare fuori ciò che non è stato mai espresso che si concentra lo spettacolo, sostiene il personaggio interpretato dalla Rocca. L’attrice sottolinea: “mi fa piacere fare questo spettacolo a Napoli, perché è una città così sanguigna” come ciò che sottende la pièce, e Massimiliano Gallo aggiunge: “è uno spettacolo molto personale, fortemente napoletano, ma ha in sé tematiche che prendono tutti, ha un carattere universale”. Presenti anche i giovani attori Paola Senatore e Jacopo Sorbini. La stagione 2019/2020 al Teatro Diana continuerà con Ditegli sempre di sì tratto dalla celebre commedia di Eduardo De Filippo, con Carolina Rosi e Gianfelice Imparato, che ci avverte quanta empatia e affinità ci sia in tutta la compagnia, quella di Teatro di Luca De Filippo. Un carattere aggiunto che darà qualcosa in più e si spera maggiore divertimento per il pubblico. Un grande ritorno al Diana sarà quello di Carlo Buccirosso con la nuova commedia La rottamazione di un italiano perbene, il cui contenuto, l’attore sottolinea, saranno le tasse italiane, un argomento che non smette mai di essere attuale. Proprio la necessità di attualità ha spinto Buccirosso ha riscrivere la sua commedia, per creare qualcosa […]

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Libri

Jesmyn Ward, con Canta, spirito, canta continua la trilogia di Bois Sauvage (Recensione)

In questo secondo capitolo della trilogia di Bois Sauvage, Canta, spirito, canta, Jesmyn Ward ci regala un altro romanzo intenso e vivido, che le ha permesso di vincere il suo secondo National Book Award dopo Salvare le ossa, pubblicato ancora una volta in Italia dalla NN editore. Siamo di nuovo a Bois Sauvage, Mississippi. Qui il giovane Jojo vive insieme alla sua famiglia. La sorellina Michaela, Kayla, la quale ne è completamente dipendente in tutto, prolungamento del suo corpo come della sua anima; la madre Leonie, tossicodipendente ed incapace di qualsiasi forma di istinto materno, e per questo si sente continuamente colpevole e arrabbiata. Anche nei confronti dei genitori, i nonni di Jojo e Kayla: Mam, malata di cancro che la costringe a letto sofferente, e infine Pop, che gli insegna a diventare l’uomo di casa, a sgozzare le capre per farne uno stufato con la carne e a tagliare la legna consumata dalle termiti. Jojo però ha un dono speciale, che non gli permette completamente di raggiungere il traguardo dell’adolescenza per essere un passo più vicino all’età adulta, qualcosa di magico che lo tiene ancorato all’infanzia nonostante il suo corpo asciutto e alto che cresce. Il diventare grandi si complica ancora di più quando Michael, suo padre e compagno di Leonie, esce di prigione, e a farlo visita sarà lo spirito di una vecchia conoscenza di Pop, Richie. Jesmyn Ward dà voce agli innocenti in Canta, spirito, canta Canta, spirito, canta non delude nessuna aspettativa. La potenza comunicativa di Jesmyn Ward è tanto vivida, tattile, quanto quella del piccolo protagonista che ha il dono, ereditario, di comunicare con i morti, con gli animali, in un modo ancora un poco acerbo, disturbante, ma che è sentito ed impossibile da evitare. Jojo, così come Leonie, fa i conti con qualcosa che probabilmente rifiuta; aspira ad essere come il nonno, la sola figura paterna, e sente il peso della responsabilità nei confronti della piccola sorellina che non riesce neanche a mangiare senza di lui, perché allo stesso tempo sa che lui è l’unica ancora di salvezza. Capitolo dopo capitolo, Jesmyn Ward ci offre la prospettiva di madre e figlio sui pochi ma importanti avvenimenti che accadono, mostrandoci i due punti di vista più contrastanti del romanzo. Durante il viaggio verso la prigione un tempo schiavista di Parchman e ritorno, una volta che Michael si è unito a loro, scopriamo nuove sfaccettature di Leonie. Piegata dall’amore che prova per il suo compagno, ostacolata da tutti non solo perché lei è nera e lui bianco, ma anche perché la famiglia di lui ha partecipato alla morte del fratello Given, che Leonie vede solo quando è fatta. La sua rabbia e frustrazione nel sapere di non potere dare ai figli l’attenzione che cercano, l’affetto che desiderano, un difetto che legge apertamente negli occhi risentiti e pieni di amarezza di Jojo, uno sguardo che la colpisce più forte di una lama ma che, anche in questo caso, non può evitare. Consapevole di non essere all’altezza, consapevole […]

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Libri

Nadeem Aslam e Il libro dell’acqua e di altri specchi (Recensione)

Atti di terrorismo, corruzione e paura del diverso, ma anche tolleranza e profondo amore verso la propria terra e il prossimo. Tra verità e immaginario, nel suo nuovo romanzo Il libro dell’acqua e di altri specchi – pubblicato in Italia dalla Add editore – Nadeem Aslam presenta un Pakistan inedito ai più, afflitto dai turbamenti interni e che conserva una lunga e intima tradizione. Nargis e il compagno Massud vivono a Zamana, una città fittizia del Pakistan. Sono architetti, personalità prestigiose e abbienti che condividono anche la passione per la cultura e il rispetto per l’altro, indipendentemente dalla razza o dalla religione. Una premessa essenziale, perché il Pakistan è purtroppo affranto da una perenne lotta civile tra i musulmani estremisti e i cristiani, una piccola minoranza, in un’atmosfera di intolleranza violenta e atti di persecuzione. Membri della famiglia ma non di sangue sono Helen e il padre Lily, proprietario di un consumato risciò, suo mezzo di sostentamento, rimasti soli a causa della morte di Grace, mamma di Helen. Il tranquillo equilibrio sullo sfondo di un Pakistan sempre in guerra viene interrotto quando Massud muore, vittima inconsapevole di uno scontro a fuoco  in strada. Cosi Nargis si troverà a dover fare i conti con la solitudine, ma anche con il suo passato e il suo segreto più grande: infatti, il vero nome di Nargis è Margaret, e si è finta musulmana da quando era ragazza, molto prima di conoscere Massud, credendo di poter vivere un’esistenza in pace lontano dalle oppressioni. Il Pakistan visto da Nadeem Aslam Ciò che ci regala Nadeem Aslam in questo ultimo denso e ricco romanzo è il racconto di uno stato in perenne conflitto, chiuso in una morsa di cui è vittima e carnefice. Si percepisce, tra realtà e intrecci romanzati, probabilmente la vera essenza di essa, un Paese costernato e in affanno a causa della brutalità, ma in cerca di pace e in attesa di riprendere in mano le glorie di una forte tradizione, dove l’intolleranza non è contemplata: «A un pennone davanti alla scuola sull’angolo era appesa la bandiera pachistana, verde con la mezzaluna e la stella. Una parte della bandiera era bianca per ricordare e onorare i cittadini non musulmani della regione». E lo fa creando un dipinto, pieno di richiami, dove traspaiono dolcezza, nostalgia, parole avvolte da una bravura profonda sia nel narrare gli avvenimenti che nel descrivere i personaggi e gli intrecci. L’autore lascia il tempo che tutto si riveli, anche quando i colpi di scena sono più tristi e violenti o più amorevoli e teneri. Un esempio è il rapporto che Nadeem Aslam crea tra Helen e Imran, un giovane proveniente dalle terre del Kashmir, con un passato travagliato e testimone anch’esso delle persecuzioni del Paese natio, che si ritroverà ad aiutare le donne a vivere in incognito quando inizierà la persecuzione di Lily, proprio a causa dell’intolleranza religiosa. «Non alzò gli occhi mentre lui si avvicinava e si fermava al suo fianco, i loro corpi che quasi si toccavano, il […]

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Cinema e Serie tv

Cos’è lo split screen? 7 esempi nella storia del cinema

Lo split screen (letteralmente “schermo diviso”) è una tecnica che consiste nel suddividere appunto lo schermo in due o più inquadrature al momento del montaggio o girando con un’inquadratura multipla. Scopriamo alcuni film che si sono resi celebri proprio per l’utilizzo  dello split screen. Dalle applicazioni più classiche a quelle più elaborate nate a seguito dell’avvento nel mondo cinematografico dell’uso del digitale, lo split screen è stato ed è un intelligente espediente per mostrare allo spettatore in un film uno stesso momento ma in diverse scene, così che si abbia un quadro completo della narrazione e dell’immagine. Ad esempio, è spesso utilizzata nella versione più classica ed immediata, quando l’inquadratura multipla è applicata alla scena di una telefonata, tra due o più interlocutori. Soprattutto se il momento filmico è lungo, o se contemporaneamente accade qualcosa di più sullo sfondo, lo spettatore ha così la possibilità di non perdersi nulla e la scena, sincronizzata con tutti gli eventi anche distanti nel luogo, è di conseguenza più ricca. Oppure può accadere di dover utilizzare tale tecnica proprio per mostrare più scene insieme ma a distanza di tempo (ad esempio cosa accade a diversi personaggi, e all’ambiente, se si trovano nello stesso luogo ma in epoche diverse). Un effetto che è tipico dei videogiochi multiplayer, o ancora meglio nelle strisce dei fumetti, quando con forme diverse si vuole esprimere un’unica sensazione del momento vista da più prospettive. 5 film che hanno utilizzato la tecnica dello split screen: Il letto racconta… (1959) Numerosi sarebbero gli esempi, ma pensiamo a film come la simpatica commedia americana Il letto racconta… (Pillow talk) diretto da Michael Gordon, che proprio la trama permette un utilizzo sagace dello split screen. Jan e Brad sono costretti ad avere a che fare l’uno con l’altra perché hanno la linea telefonica in duplex, in comune: l’uomo allora decide di spacciarsi per un corteggiatore della ragazza, e da lì si susseguono tante scene in cui i due protagonisti Doris Day e Rock Hudson chiacchierando al telefono, al letto, nella vasca da bagno, finiscono per innamorarsi. Grazie alla creatività e originalità delle scene con lo split screen e i dialoghi spiritosi, il film ottenne un grande successo, anche per il sottotesto equivoco ed erotico, e un Oscar come migliore sceneggiatura. Napoléon (1927) Uno dei primi lungometraggi che utilizza lo split screen è il francese Napoléon del visionario e avanguardista Abel Gance. Si tratta di una biografia dell’imperatore (interpretato da Albert Dieudonné) che va dall’adolescenza fino alla campagna in Italia del 1796, un film che ebbe tantissima risonanza e che viene ricordato come un’innovazione nella storia del cinema proprio per le diverse sperimentazioni che compì come appunto lo split screen e il sistema “Polyvision”, che consisteva nel girare con tre schermi divisi che allargavano la visione. Il caso di Thomas Crown (1968) Uno dei lungometraggi invece che utilizza quasi esclusivamente la tecnica dello split screen è il giallo/commedia Il caso di Thomas Crown di Norman Jewison. Un ricchissimo imprenditore (Steve McQueen) viene scoperto da una […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Sincronia Fiabesca, al via la Serata d’Autore dedicata al mondo delle fiabe

Dalla tradizione letteraria alle suggestioni artistiche della fiaba moderna: venerdì 17 maggio alla Feltrinelli Point Distilleria di Pomigliano d’Arco a Napoli, al via alla XII edizione di Serata d’Autore Sincronia Fiabesca, un evento a cura dell’Associazione Luna di Seta e dello scrittore Massimo Piccolo, dedicato alla fiaba e alla tradizione fiabesca. Tra arte, sogni, immaginazione, fantasia, magia. Cosa può regalare una fiaba? Non si tratta solo del raccontare una storia, ma passare anche attraverso suggestioni e riviverla in tutte le forme d’arte, e perché no, anche nel cibo. La serata Sincronia Fiabesca tenterà di esprimere proprio ciò al pubblico questo venerdì, una serata dedicata ai libri e alla musica e all’importanza che le fiabe ricoprono nell’immaginario collettivo contemporaneo: ad aprire l’evento, la proiezione del book trailer dell’opera di Massimo Piccolo “Estelle – storia di una principessa e di un suonatore di accordìon”, girato nelle sale del Palazzo Reale di Napoli con protagonista Giorgia Gianetiempo – la giovane attrice che interpreta Rossella Saviani nella soap “Un posto al sole” – con le musiche del Maestro Claudio Passilongo. La fiaba tra tradizione e Sincronia Fiabesca La lunga tradizione orale della fiaba affascina da sempre grandi e piccini che si ritrovano improvvisamente catapultati in un mondo fantastico fatto di castelli, principesse, maghi, orchi e principi azzurri. Le storie dei protagonisti di questo genere valicano i confini del tempo e dello spazio, abbracciando in maniera trasversale varie culture, da quella tedesca con i Fratelli Grimm, fino a Italo Calvino e Giambattista Basile, autore della raccolta di fiabe in lingua napoletana “Lo Cunto de li Cunti”. Così come i giganti della Letteratura anche grandi musicisti si sono ispirati a questo genere per i loro capolavori. Basti pensare al pianista Bill Evans, a Stravinsky, Armstrong e alle numerose colonne sonore targate Disney che ognuno di noi ha ascoltato almeno una volta nella vita. Ma qual è il vero significato della fiaba? In molti casi l’elementarità dei meccanismi di narrazione nasconde strutture tematiche che diventano sempre più complesse durante l’analisi verticale della storia. Le molteplici chiavi di lettura donano alla fiaba una sorta di “Elisir di lunga vita”, la straordinaria capacità di sopravvivere nel tempo, rinnovandosi continuamente agli occhi del lettore. Ad accompagnare Massimo Piccolo in questa magica avventura lunga una sera, saranno le musiche della bassista Sara Di Maio, la giovane Mirea Flavia Stellato che viene da esperienze cinematografiche e teatrali insieme a Vincenzo Salemme, le cantanti Sara Piccolo e Adriana Cardinale, il chitarrista Antonio De Falco e il pianista jazz Franco Piccinno. Inoltre, a completamento dell’atmosfera suggestiva di Sincronia fiabesca ci sarà anche un percorso gastronomico dai richiami fiabeschi, reso possibile grazie alla cucina dello chef Enzo Santaniello. “[…] Il fatto di poter essere a contatto diretto ci permette di solleticare anche il gusto e l’olfatto del pubblico. Lo chef Enzo Santaniello con Giorgia Scuotto de la Distilleria, sta preparando una degustazione ispirata ai profumi dei dolci della principessa Estelle, crema di latte e cannella, così da passare dal libro alla realtà in un attimo” […]

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Libri

Come diventai monaca di César Aira torna con Fazi editore (Recensione)

Il romanzo si apre con una passeggiata insieme al papà in una giornata assolata a Rosario, Argentina. Da subito si percepisce che è un avvenimento particolare quello del piccolo César, che sta per assaggiare per la prima volta il gelato, nello specifico alla fragola. Questa precisa scelta dovuta solo all’ispirazione di un colore avrà delle conseguenze inaspettate ed incredibili: grazie alla Fazi editore, è di nuovo da oggi in libreria un romanzo di uno dei più celebri autori della letteratura argentina contemporanea, Come diventai monaca di César Aira. Pubblicato per la prima volta nel 1993, Come diventai monaca è più che un romanzo, una novella breve. Prolifico scrittore, che fa della sua narrazione ricca di parole e strabordante il suo segno di riconoscimento, César Aira qui stupisce per tanti motivi: prima di tutto, il protagonista è lui, un bimbo che trasferitosi da Coronel Pringles (sua città natia) affronta con grande immaginazione una realtà poco incline ai cambiamenti, o chissà, forse tanto eclettica da dare alla sua scrittura questo forte piglio creativo. César però è anche una bambina: l’io narrante è lui per gli altri, lei per se stesso. Così, César crea un mondo surreale dove realtà e fantasia si intrecciano in ogni parentesi della sua infanzia, grande o piccola. E tutto inizia con il gelato alla fragola: dopo aver superato la difficoltà di entrare nel suo modo di descrivere gli eventi, pieno e adulto, César Aira è in possesso della storia già dalla prima scena, quando il lettore subito comprende il senso di inadeguatezza del piccolo protagonista, troppo diverso per essere in pace con ciò che lo circonda. Questo prelibato cibo, freddo e dolce, a lui fa letteralmente “schifo”. A quale bambino non piace il gelato? Si ripete César, e anche il padre, che preso da un’ira funesta lo costringe ad ingurgitare altre cucchiaiate, non provando nessuna pietà guardando le sue lacrime e i conati di vomito. César si sente in colpa, continuamente, per essere quello che è, anche dopo quando si scopre che in effetti il gelato è avariato, e quando il padre collerico fa fuori il gelataio miscredente affogandolo nel corpo del reato. Va in prigione, e il senso di colpa tracima e durerà per tutto il romanzo. La storia prosegue in un letto d’ospedale, dove César è costretto per tre mesi a causa dell’intossicazione; però sembra quasi di essere in un posto senza tempo e senza luogo, dove le anime in pena, poveri bimbi statici o desiderosi di uscirne, sono traghettati dal via vai di un Caronte impersonato da una dura ma infaticabile crocerossina. Proprio con l’infermiera inizia il tipico “duello” dialogativo di César; incapace di provare buon senso e fermarsi, il protagonista mette in scena bugie e discorsi fuorvianti, confondendo e innervosendo il suo interlocutore, solo per il gusto di farlo. Ad esempio, chiaro è il momento di visita del medico: César, attraverso stratagemmi privi di logica (ma per lui sono il fondamento faticoso di una logica perversa), mente sui dolori, cambia il soggetto della conversazione, […]

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Culturalmente

Poesie barocche da ricordare, da Marino a Góngora

Il movimento barocco, sviluppatosi tra il Cinquecento e il Seicento, viene contraddistinto con le caratteristiche di bizzarro e anticlassicista, e così anche la letteratura che nacque in quei secoli. Quali sono le poesie barocche più rappresentative? Termini come estroso e ampolloso spesso tuttora vengono utilizzati per definire il Barocco, che a sua volta ha assunto simile accezione; già la parola “barocco” etimologicamente sembra derivi da qualcosa di irregolare e strano, e andò a racchiudere un vero e proprio movimento culturale che si estese dall’architettura alla filosofia. In letteratura racchiude in sé generi specifici, uno stile e tematiche che sono solite ripetersi, come l’esaltazione della donna (ma non da idolatrare come figura divina), l’amore, l’amore per le arti figurative e temi legati anche alle nuove scoperte scientifiche, verso il nuovo secolo illuminista. In Italia: le poesie barocche di Giambattista Marino In Italia il poeta barocco che godette di maggiore fama fu Giambattista Marino, che dette vita alla corrente letteraria del marinismo, scrivendo poesie barocche tra le più imitate in Europa. La lirica assurge a genere preferito, e le figure retoriche (come le metafore) abbondano. Una delle poesie barocche tratte dalla sua raccolta più nota, “Lira” (1614), è il Sonetto dedicato ai biondi capelli della sua donna in cui Marino, con arguzia barocca, gioca sui versi petrarcheschi dei “capei d’oro a l’aura sparsi”: A l’aura il crin ch’a l’auro il pregio ha tolto, sorgendo il mio bel sol del suo oriente, per doppiar forse luce al dì nascente, da’ suoi biondi volumi avea disciolto. Parte, scherzando in ricco nembo e folto, piovea sovra i begli omeri cadente, parte con globi d’or seri gìa serpente tra’ fiori, or del bel seno or del bel volto. Amor vid’io, che fra’ lucenti rami de l’aurea selva sua, pur come sòle, tendea mille al mio cor lacciuoli ed ami; e, nel sol de le luci uniche e sole, intento, e preso dagli aurati stami, volgersi quasi un girasole il sole. Il Barocco in Italia: Tommaso Stigliani Uno dei precursori del marinismo fu il materano Tommaso Stigliani; tra le poesie barocche del suo “Canzoniere”, ricordiamo Felice chi ti vede!, un componimento rinvenuto e apprezzato nella sua antologia da Benedetto Croce in cui immaginazione e gioco si fondono, un estro che segue le fila della corrente barocca: Felice chi ti vede! Più felice a cui è dato di parlarti! Felicissimo quel che può toccarti! Semidio che ti bacia il bel sembiante! Dio chi ti fa il restante! Góngora e Quevedo: la lirica spagnola Certezze ed ideali stavano mettendo in crisi anche il resto dell’Europa, e il Barocco prende strada anche in Spagna, dove la lirica fiorisce nel cosiddetto “Siglo de oro” e si sviluppa nel gongorismo (o culturanesimo) e in Luis de Góngora. Le poesie barocche di quest’ultimo, nonostante i suoi primi componimenti si avvicinino al concettismo barocco, si mostrano estranee a qualsiasi regola che domina la poesia. Tra i suoi componimenti, ricordiamo questa dedica alla sua città natale, A Córdoba: Oh mura eccelse, oh torri incoronate di onore, di […]

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