Cos’è l’atelofobia? L’atelofobia è la paura intensa e persistente di essere imperfetti o di commettere errori. Non è solo “voler fare bene”, ma vivere l’errore come una minaccia personale, spesso accompagnata da ansia marcata e comportamenti di evitamento.
L’intervista all’esperta: cos’è l’atelofobia?
Per approfondire meglio la questione abbiamo intervistato la psicologa Ermelinda Mandarino, cercando di fare chiarezza su cos’è l’atelofobia, come riconoscerla e cosa fare. È importante ricordare che per informazioni ufficiali e scientifiche è sempre utile consultare fonti autorevoli come il sito dell’Istituto Superiore di Sanità.
Indice dei contenuti
Cos’è l’atelofobia e come si distingue dal semplice perfezionismo?
| Caratteristica | Perfezionismo | Atelofobia |
|---|---|---|
| Approccio al compito | Spinta a migliorare | Paura paralizzante |
| Reazione all’errore | Revisione critica | Minaccia personale |
| Comportamento | Rivedo una presentazione due volte | La rimando per settimane per paura che non sia perfetta |
Il perfezionismo è un tratto di personalità: può essere sano (spinge a migliorare) o disfunzionale (porta a rigidità e autocritica). La differenza chiave è l’intensità della paura e l’impatto sul funzionamento quotidiano.
Quali sono i segnali più comuni per riconoscere l’atelofobia?
I segnali sono molteplici e si soffermano sulla sfera:
- Emotiva: con ansia anticipatoria, vergogna, autocritica estrema, paura del giudizio.
- Comportamentali: procrastinazione, controllo eccessivo, evitamento di compiti valutabili, difficoltà a concludere.
- Fisici: con tensione muscolare, tachicardia, agitazione, disturbi del sonno quando si affrontano prove o scadenze.
Un esempio: una persona evita di inviare il curriculum perché teme che non sia “perfetto”, pur avendo ottime qualifiche.
Quali possono essere le cause o i fattori che contribuiscono allo sviluppo dell’atelofobia?
In realtà non esiste una causa unica. I fattori più comuni sono:
- educazione molto critica o iper-esigente;
- esperienze di umiliazione legate all’errore;
- ambienti altamente competitivi;
- tratti ansiosi o ossessivi;
- schemi cognitivi rigidi (“se sbaglio, non valgo”).
Un esempio: chi è cresciuto ricevendo approvazione solo per risultati eccellenti può associare l’errore alla perdita di valore personale.

In che modo può incidere su vita quotidiana, relazioni, lavoro o studio?
Tale disturbo può ridurre la produttività (paradossalmente), aumentare la procrastinazione e rendere difficili le relazioni, perché la persona fatica a mostrarsi vulnerabile o a delegare. Spesso porta a sovraccarico e burnout.
Degli esempi concreti:
- studente che non consegna la tesi perché la modifica all’infinito;
- professionista che non delega nulla e lavora fino a notte;
- partner che vive ogni errore come fallimento personale e si chiude.
Quando il bisogno di fare tutto “perfettamente” diventa un problema clinico?
Diventa clinico quando produce sofferenza significativa o limita la vita della persona: blocca le decisioni, compromette lavoro o studio, genera ansia costante o porta a evitamento sistematico. Il criterio non è quanto si punta in alto, ma quanto si paga in termini di benessere.
Indicatore pratico: se la ricerca della perfezione fa rinunciare alle opportunità, è un segnale di allarme.
Come si arriva a una diagnosi e a quali professionisti rivolgersi?
La diagnosi è clinica e viene fatta da uno psicologo o psichiatra tramite colloqui e strumenti di valutazione dell’ansia e delle fobie. Non esiste un singolo test decisivo: conta il quadro complessivo.
Ci si può rivolgere a uno:
- psicologo clinico;
- psicoterapeuta;
- psichiatra (se l’ansia è intensa o serve valutazione farmacologica).
Quali strategie terapeutiche o pratiche quotidiane aiutano a gestire la paura dell’imperfezione?
Le più efficaci derivano dalla terapia cognitivo-comportamentale. Tra queste troviamo:
- il mettere in discussione i pensieri assoluti (“se sbaglio è un disastro”);
- fare volontariamente piccole cose imperfette;
- definire standard realistici prima di iniziare;
- evitare revisioni infinite;
- il trattarsi come si tratterebbe un collega, non un giudice;
- ridurre l’ipercontrollo e la reattività ansiosa.
Esempi pratici:
- inviare una mail dopo una sola revisione;
- consegnare un lavoro all’80% invece di puntare al 100% irraggiungibile;
- scrivere ogni giorno tre errori fatti e cosa hanno insegnato.
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