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Eroica Fenice

La categoria Eroica(mentis) contiene 18 articoli

Eroica(mentis)

Basi neurali nel processo creativo: quando la cognizione incontra l’emozione

Quando pensiamo alla creatività nella nostra mente visualizziamo i nomi di diversi personaggi che con il loro “genio” sono passati alla storia. Einstein, Picasso, Bill Gates, John Lennon e potremmo continuare ancora per molto. Perché questi personaggi hanno lasciato un segno rispetto ad un comune mortale? William James nel 1890 definì la creatività una transizione da un’idea all’altra, un’inedita combinazione di elementi, un’acuta capacità associativa e analogica, una vera rivoluzione che segna il passaggio da un pensiero più lineare e schematico, ad uno maggiormente basato sulla sintesi, una rinnovata percezione che prende le distanze dal comune pensare. Il concetto di creatività è stato declinato in diversi modi nel corso del tempo, ma sostanzialmente il suo significato è rimasto invariato. Dalla lampadina di Einstein passando alla genialità a cui vengono associate personalità sregolate, disagiate, con problematiche di disadattamento e ritiro sociale, tossicodipendenza, sino a seri problemi di natura strettamente psichiatrica come la schizofrenia. Guilford definisce gli aspetti secondo i quali si distingue un pensiero creativo che vanno dalla fluidità, la capacità di produrre molte idee, alla flessibilità di cambiare strategia ogniqualvolta la situazione- problema dovesse richiederlo, l’originalità nel trovare risposte uniche, insolite e particolari, l’elaborazione che consiste nel perseguire una strada ideativa con ricchezza di particolari senza lasciare nulla al caso sino alla sensibilità ai problemi che si traduce nel selezionare alcune idee e organizzarle in forme nuove. Molti autori sono dunque arrivati alla conclusione che la creatività non è un evento singolo bensì un processo interattivo tra elementi cognitivi e emotivi. L’atto creativo contiene una componente di tipo cognitivo-esplorativa e una generativa. E’ come se dinanzi a sé la mente creativa passasse in rassegna una serie di modelli mentali come potenziali soluzioni al problema che le si presentano e nella fase esplorativa vengono valutate le diverse opzioni per poi essere selezionata quella migliore. Alcuni studi sui meccanismi neurali della creatività hanno esaminato il ruolo dell’ asimmetria emisferica (Martindale, 1999). Originariamente la creatività era considerata una funzione dell’emisfero destro, l’idea principale che i creativi utilizzassero soprattutto l’emisfero destro, mentre le persone razionali, meno creative l’emisfero sinistro. Tale teoria appare oggi semplicistica, a fronte della complessità del cervello. Studi recenti considerano la non esistenza definita di una lateralizzazione emisferica per la creatività e l’esistenza di diverse aree cerebrali attivate a seconda della natura del processo creativo in atto. Quando gli esseri umani sono impegnati con qualsiasi tipo di processo creativo, un gran numero di regioni del cervello quindi si attiverebbe. Le stesse regioni cerebrali sono quelle che si attivano anche in molti processi cognitivi cosiddetti “ordinari” (memoria, attenzione, controllo) pertanto, questi studi suggeriscono come la creatività possa essere considerata il prodotto di diverse interazioni tra cognizione ed emozione. Da quanto emerso dalla letteratura, sembra non esserci un accordo unanime tra i ricercatori su quali siano le precise aree cerebrali coinvolte nel processo creativo. Rimane abbastanza chiaro, tuttavia, il coinvolgimento della corteccia prefrontale, nonostante non si sia effettivamente ancora chiarita la misura di tale coinvolgimento. La conclusione è che il pensiero divergente non […]

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Linguaggio oggettuale: comunicare senza parole

Cosa si intende per linguaggio oggettuale? Ne parla la psicologa di Eroica(mentis). La comunicazione è un processo complesso, un atto sociale che ci aiuta a vivere entrando in contatto con l’altro attraverso una comune rappresentazione della realtà mediata dal linguaggio. Tuttavia, lo sviluppo del linguaggio verbale non deve essere prioritario rispetto ad altri progressi del bambino. Nell’ottica infantile della costruzione del sé, molto importante diviene la conquista dell’ambiente grazie alla deambulazione. La conquista dello spazio significa indipendenza, autonomia. L’infante si sente distinto e può riconoscersi in quanto entità separata dalla madre. Comunicare per un ipovedente non significa solo parlare, ma vivere intensamente ciò che si cerca di esprimere facendo uso degli oggetti. La mancanza della vista riduce le capacità motorie ed esplorative del bambino per muoversi all’interno dell’ambiente. Il bambino cieco rischia di trovarsi, nei primi mesi di vita, immerso in un universo di suoni e odori che difficilmente riesce a gestire spontaneamente. Per questo motivo, l’esplorazione funzionale dell’ambiente e degli oggetti che lo compongono deve essere, nel bambino ipovedente, stimolata e organizzata dall’adulto: in questo modo gli oggetti che caratterizzano l’ambiente possono diventare contemporaneamente oggetti costitutivi (oggetti funzionali propriamente detti), ed elementi di comunicazione (significanti della comunicazione oggettuale). L’oggetto infatti, costituisce il significante di una richiesta: esso è espressione di quella parola taciuta, mancata, silenziosa. L’apprendimento di questa forma di comunicazione da parte di persone con seri problemi di vista avviene per associazione tra l’oggetto e la situazione stessa che dev’essere immediatamente successiva all’aver dato l’oggetto segnale. ( Es: quando il bambino prende l’oggetto bicchiere significa che ha sete, tale richiesta dev’essere immediatamente soddisfatta dandogli un bicchiere d’acqua). Il linguaggio oggettuale è per questo un sistema di comunicazione trasparente in quanto gli oggetti devono avere una buona somiglianza tattile con l’oggetto originale. Questi processi avvengono tramite la discriminazione di oggetti di uso comune cercando di far comprendere le caratteristiche rilevanti di un oggetto rispetto a quelle di ciascun altro. In questo modo i bambini ipovedenti con difficoltà di apprendimento, possono utilizzare un sistema di comunicazione non verbale legato alle loro abilità tattili e basato sulla rappresentazione di azioni e situazioni attraverso gli oggetti: la ricerca, il riconoscimento dell’oggetto e la sua ostensione all’adulto diventa elemento espressivo corrispondente ad altrettanti significati. Immagine: Pixabay

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ADHD: bambino iperattivo o vivace?

La psicologa di Eroica(mentis) parla del disturbo ADHD. Capita spesso che genitori e insegnanti si trovino di fronte a bambini che appaiono ai loro occhi piuttosto “vivaci”, e se ne lamentano. Sono bambini che non stanno mai fermi, giocano, saltano, mostrano una viva curiosità verso l’ambiente che li circonda, tuttavia vengono solitamente e in maniera impropria definiti come iperattivi. Ma qual è effettivamente la linea di confine tra un bambino definito iperattivo  e un bambino semplicemente un po’ più vivace? Facciamo però un passo indietro. Nel DSM-5 l’ADHD viene classificato come un disturbo del neurosviluppo che si riscontra secondo il manuale prima dei 12 anni. L’aspetto fondamentale dell’ADHD è un persistente pattern di disattenzione e/o iperattività e impulsività che influenza il funzionamento e lo sviluppo. Sul piano comportamentale la disattenzione si manifesta come distrazione/divagazione dal compito, difficoltà a mantenere l’attenzione e disorganizzazione. L’iperattività si riferisce ad un’eccessiva attività motoria, l’assenza di consapevolezza di potersi fermare è un primo indicatore che separa il normale carattere vivace del bambino dal sospetto di iperattività o ADHD. L’impulsività si evidenzia in azioni affrettate senza valutare le conseguenze che queste possono avere. Secondo il DSM-5 vi sono 3 tipi:  variante con disattenzione predominante variante con iperattività/impulsività predominane combinato Ai fini della diagnosi, è necessario, che i comportamenti di iperattività/impulsività e/o disattenzione siano presenti in più contesti e causino una compromissione significativa dell’attività globale del bambino. L’ADHD può presentarsi in associazione a difficoltà di apprendimento, al disturbo della condotta, ad ansia e depressione, al disturbo oppositivo provocatorio etc.. In età prescolare il sintomo prevalente è l’iperattività mentre la disattenzione diventa più preminente durante la scuola elementare. In adolescenza i sintomi iperattivi ( quali correre, saltare) si riducono e emergono sottoforma di irrequietezza, nervosismo o impazienza. In età adulta l’impulsività resta un aspetto problematico da gestire anche quando l’iperattività è diminuita. L’ADHD si manifesta in più contesti (lavoro, scuola, casa). In età evolutiva il contesto privilegiato per l’osservazione dei sintomi, è la scuola in quanto le prestazioni scolastiche risultano spesso ridotte e i risultati vengono raggiunti con molta fatica. Ad esempio, anche l’applicarsi in maniera incostante e/o inadeguata richie un’attenzione prolungata nel tempo difficile da sostenere interpretata dagli altri come pigrizia e irresponsabilità. Come intervenire dunque? Anche se non è possibile eliminare le cause del disturbo in quanto la sua origine è neurobiologica  e interferisce con il normale sviluppo psicologico del bambino, è possibile intervenire sull’aumento della durata dell’attenzione, sul controllo dell’impulsività, sulla consapevolezza delle proprie difficoltà e sull’apprendimento di strategie tramite un percorso integrato che coinvolga il bambino, la famiglia e la scuola. Sviluppare nel bambino abilità di self control e di adattamento e un training per le abilità sociali costituisce a specifiche tecniche e strategie per il miglioramento dei comportamenti problematici. Immagine: Pixabay

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DCA: aspetti psicologici e sociali del disturbo alimentare

La psicologa di Eroica(mentis) parla oggi dei disturbi del comportamento alimentare (DCA). I disturbi del comportamento alimentare sono un gruppo di patologie caratterizzate da un’alterazione delle abitudini alimentari e da un’eccessiva preoccupazione per il peso e per le forme del corpo. Quello dei disturbi alimentari (DCA) è un argomento complesso in quanto sono implicati una serie di fattori fisiologici, psicologici, sociali e comportamentali che non possono non essere indagati e approfonditi in un contesto clinico e di ricerca. Tali disturbi rappresentano oggi tra i giovani, un’elevata percentuale di mortalità, sempre più spesso legati alla società capitalista, ai modelli per cui il corpo diventa il mezzo per essere riconosciuti e apprezzati. Siamo nel pieno di una “rivoluzione della comunicazione” che ha prodotto un aumento della velocità, del ritmo, del flusso, della densità e della connettività della vita sociale ed economica degli individui. In meno di vent’anni, infatti, software, computer, media digitalizzati, internet, la telecomunicazione mobile e il wireless hanno permesso una connessione tra gli esseri umani alla velocità della luce: attraverso il web, è possibile connettersi istantaneamente con più di un miliardo di persone, e di comunicare direttamente e contemporaneamente con ciascuna di esse, permettendo in questo modo, la veicolazione di una quantità di informazioni quasi impossibile da contenere e comprendere. «Abbiamo sempre meno familiarità con noi stessi e la grammatica visiva del nostro tempo ci spinge a vedere il corpo e la nostra immagine come un oggetto che non ci piace mai abbastanza, che si può e si deve perfezionare.» (Dalla Ragione & Mencarelli, 2012). Sicuramente possiamo individuare dei fattori cosiddetti predisponenti ai DCA (genetici, psicologici) che aumentano la vulnerabilità/probabilità che una persona possa sviluppare un disturbo di alimentazione. A questi possono associarci fattori definiti precipitanti costituiti da eventi rilevanti per la vita del soggetto come ad esempio un lutto, un’aggressione, una separazione, ma anche da avvenimenti apparentemente non gravi quali possono essere un brutto voto preso a scuola, essere presi in giro per il proprio aspetto, infine possiamo trovare i fattori di mantenimento ossia tutti quei fattori che possono impedire il ritorno graduale alla “normalità”. I disturbi alimentari insorgono prevalentemente durante l’adolescenza e colpiscono soprattutto il sesso femminile rispetto a quello maschile. Secondo gli ultimi dati in Italia sono circa 3 milioni di cui il 95,9% sono donne e 4,1% sono uomini. Nel caso dell’anoressia nervosa l’incidenza è di almeno 8 nuovi casi per 100 mila persone in un anno tra le donne, mentre per gli uomini è compresa tra 0,02 e 1,4 nuovi casi. Per quanto riguarda la bulimia si registrano ogni anno 12 nuovi casi per 100 mila persone tra le donne e circa 0,8 nuovi casi tra gli uomini. Si tratta di numeri davvero preoccupanti, che fanno dell’anoressia la terza più comune “malattia cronica” fra i giovani. Una criticità dalle conseguenze molto pesanti, se si considera che i pazienti con anoressia fra i 15 ed i 24 anni presentano un rischio di mortalità 10 volte superiore a quello dei coetanei. Il numero di decessi in un […]

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Mappa delle emozioni durante l’emergenza: cos’è?

La psicologa di Eroica(mentis) oggi parla della mappa delle emozioni generata durante l’emergenza sanitaria. Ogni giorno l’azienda italiana Expert System, la quale si occupa di semantica e intelligenza artificiale, pubblica un monitoraggio delle emozioni e dei sentimenti degli italiani durante questo periodo di emergenza sanitaria nazionale. Come? In pratica viene effettuata un’analisi semantica dei post pubblicati sui social media nelle ultime 24 ore. Come? Una “emotion analysis” effettuata tramite una tecnologia di Artificial Intelligence (AI) è stata ed è in grado di elaborare automaticamente migliaia di testi per avere la sintesi di quello che sentono e pensano le persone scrivendolo sui social media. Per avere uno spaccato in tempo reale delle reazioni dei cittadini e del modo in cui sono cambiate le loro emozioni È quello che ha fatto Expert System, in collaborazione con Sociometrica, per oltre 2 mesi (dal 23 marzo al 29 maggio): sono stati raccolti e classificati, in tempo reale, migliaia e migliaia di testi pubblicati su Twitter, per cogliere, in tempo reale, l’evoluzione dei pensieri e dei sentimenti della popolazione di giorno in giorno. Mappa delle emozioni: come funziona? L’analisi basata sulle emotion consente di andare ben oltre le connotazioni positive e negative di un’emozione. Se infatti la sentiment analysis supporta la comprensione della connotazione positiva / negativa nascosta in un giudizio o in un’opinione, le emotion riescono a riconoscere l’emozione specifica espressa nel testo, garantendo un risultato dell’analisi molto più preciso, e quindi fruibile a livello operativo. Proviamo per esempio di voler applicare la sentiment analysis a un insieme di tweet che commentano una decisione del governo comunicata di recente, come è accaduto in questo periodo di pandemia in cui molti cittadini hanno riportato sui social i pareri su tutte le normative promulgate su distanziamento sociale, uso delle mascherine, bonus economici, smart working ecc. Utilizzando la tradizionale sentiment analysis si potrà arrivare a definire se il giudizio dei cittadini sia complessivamente positivo, negativo o neutro, creando così una mappa delle emozioni. In caso di esito negativo, occorrerà un approfondimento per capire cosa di quel provvedimento non è piaciuto ai cittadini. L’approccio basato sull’emotion detection ci darà invece un’immagine molto più chiara del punto di vista dei cittadini, suggerendo ad esempio che il provvedimento ha suscitato rabbia oppure ansia oppure speranza e consentirà quindi di attuare una strategia comunicativa in risposta, che possa andare a placare o rassicurare i cittadini, oppure a lavorare sul consenso che tale annuncio ha attivato. Tornando al caso specifico del Coronavirus, cosa hanno provato gli italiani durante l’emergenza sanitaria ancor in corso? Dopo le prime settimane di paura, ansia e sofferenza di fronte all’aumento dei casi positivi e tutte le incertezze derivanti da chiusure e spostamenti, sono cresciute molto le emozioni neutrali, e le emozioni cosiddette “maleducate” ( intese dal sistema come parole offensive ). Si sono scatenate le emozioni relative a rabbia e lamentele per le condizioni della riapertura, le lentezze burocratiche, le regole giudicate troppo restrittive, le violazioni delle regole stesse ecc. Non sono mancate emozioni positive (l’amore dimostrato […]

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Covid-19: L’importanza del benessere psicologico

“Non c’è salute, senza salute mentale” ha dichiarato a più riprese l’Organizzazione Mondiale della Sanità pubblicando anche un documento contenente diversi messaggi con l’obiettivo di sostenere il benessere mentale e psicosociale tra i diversi gruppi sociali durate la pandemia. Non tutti posseggono infatti le stesse risorse per reagire efficacemente a intense condizioni di stress, angoscia e isolamento. L’emergenza sanitaria ancora in atto ha sicuramente esacerbato alcune nostre paure o ne ha fatte nascere di nuove. Ci sono persone più sensibili che sono predisposte ad insorgenza sintomatologica per età e/o condizioni psichiche preesistenti che può dare origine ad episodi di ansia, deflessione del tono dell’umore o peggioramento di patologie preesistenti. Diverse sono state le indicazioni degli esperti, in particolare di CNOP e ISS, su come “vivere” il più possibile al meglio questo periodo tanto delicato. Creatività e flessibilità sono le risorse che in questo periodo ci possono tornare utili e che probabilmente abbiamo anche già messo in atto senza nemmeno accorgercene. Conviene infatti concentrare l’attenzione su che è possibile fare anziché su ciò che ci è negato fare. Questo aiuta a fare spazio nella mente a tutto quello che è nelle sue possibilità in termini di come è possibile impiegare il tempo rilassandosi e spostando l’attenzione dall’invasione dei media con i suoi numeri e i continui aggiornamenti sull’emergenza minuto per minuto. Questi invece possono essere più funzionali se impiegati per mantenersi in contatto con il mondo esterno, in particolar modo durante le vacanze natalizie. A tal proposito, il Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi ha divulgato un Vademecum Psicologico Anti-Panico per i cittadini che consiglia di: – Attenersi ai fatti in maniera oggettiva – L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha stimato che l’80% dei contagiati guarisce spontaneamente, il 15% presenta problematiche mediche gestibili, il 5% manifesta un quadro sintomatico grave e la metà di essi va incontro al decesso. – Riflettere sul rapporto tra paura ed efficienza in emergenza: quando la paura è nulla o moltissima, l’efficienza nel fronteggiare la situazione viene meno. L’ideale sarebbe vivere l’attuale scenario con consapevolezza e percezione equilibrata dei pericoli portati dal contagio del Coronavirus. – Non mettere in atto strategie sull’onda emotiva dell’allarme e del panico: la messa in atto delle semplici misure di sicurezza proposte è un buon modo per vivere con serenità la situazione. Invece, un’ansia elevata inibisce la capacità di ragionamento senza cui non possiamo garantire a noi stessi e agli altri una gestione ottimale della prevenzione al contagio. Inoltre, il CNOP raccomanda di: – Non ricercare compulsivamente le notizie ma aggiornarsi una volta al giorno e solo da fonti affidabili come il Ministero della Salute e l’Istituto Superiore della Sanità – Entrare nell’ottica che le misure di sicurezza prese servono a proteggere le altre persone e non a proteggere solamente noi stessi. Per questo motivo è importante che tutti le adottino per il bene della collettività: non ignorare la disattenzione altrui, può essere utile spiegare l’importanza dei comportamenti di sicurezza agli altri con pazienza e calma. Reazioni di rabbia o disprezzo non aiuterebbero […]

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DaD: la scuola “spaziale” funziona davvero?

DaD (Didattica a Distanza): ne parla la psicologa di Eroica(mentis). Che lo si voglia oppure no, niente divide di più le famiglie, la scuola e la politica riguardo al tema della didattica a distanza, meglio conosciuta con l’acronimo DaD. Se da un lato alcuni genitori temono l’aumento dei contagi e mostrano preoccupazioni per i propri familiari, dall’altra la scuola “spaziale” non convince in termini di efficacia e funzionalità per cui si temono importanti conseguenze sulla formazione e sul futuro dei giovani studenti. La DaD funziona, ma la necessaria distanza formativa e soprattutto emotiva ha importanti ricadute sull’apprendimento a lungo termine. La prima e evidente distinzione da fare riguarda l’età dello studente: la presenza fisica in aula di studenti e insegnante è fondamentale soprattutto per le scuole di primo ciclo. Nella fascia d’età che va dai 6 ai 12 anni, la neuroplasticità del cervello è più elevata in particolare durante i processi di memoria e apprendimento. Anche se geneticamente possediamo grandi capacità di apprendimento ad esempio, se queste non verranno adeguatamente “allenate” e stimolate dall’ambiente e dalle relazioni, tale capacità resterebbe solo una potenzialità inespressa o può addirittura e in certi casi essere compromessa in situazioni future che implicano l’uso di tale potenzialità. La stimolazione cognitiva, emotiva e motoria proveniente nel nostro caso da un contesto altamente formativo ed esperienziale come la scuola, è importantissima in questa fascia d’età affinché i bambini possano imparare ad adattarsi alle esigenze dell’ambiente che li circondano. Fondamentale è l’apprendimento linguistico. Immaginate il caos delle chat, i microfoni delle piattaforme audio-video scarsamente funzionanti, la connessione rallentata, l’immagine del volto insufficientemente messa a fuoco. I bambini che in modo intermittente richiamano l’attenzione della maestra senza riuscire a farsi sentire magari perché sono più timidi, hanno la voce bassa, altri che invece si lasciano distrarre dai loro giochini perché trovano noiosa la lezione fatta a distanza. Manca l’attenzione, il pilastro dell’apprendimento. L’insegnante ha il compito di catturarla e incanalarla, ma questo diventa davvero complesso da fare se di fronte a sé ha uno schermo anziché i bambini in presenza. L’aula è lo spazio che contiene e fermenta la vita sociale dei bambini, l’attenzione e l’apprendimento dipendono molto dai segnali sociali. Ad esempio se al bambino gli si indica qualcosa il suo sguardo sarà rivolto prima al suo interlocutore (la maestra) e solo dopo si girerà nella direzione in cui la maestra sta guardando. Diversi esperimenti hanno dimostrato che quando al bambino gli si insegna una parola nuova, se il bambino interagisce con l’adulto e può seguire il suo sguardo verso l’oggetto che corrisponde alla parola, la impara subito. Se invece la stessa parola viene ripetuta anche più volte attraverso un microfono come accade in DaD, il bambino non la memorizza. La formazione in classe favorisce, inoltre, un altro aspetto importante dell’apprendimento, il coinvolgimento attivo. L’attivazione e lo sviluppo del pensiero riflessivo e ipotetico aiuta il bambino a fare chiarezza sollevando dubbi e ponendo domande rispetto ad un argomento o ad un esercizio che gli può sembrare poco chiaro, […]

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Disabilità: quando “l’essenziale è invisibile agli occhi”

Disabilità: inclusione, diritti, differenza. Un salto nel passato o un tuffo nel futuro. Ne parla la psicologa di Eroica(mentis). Se pensiamo che appena il 31,4% delle persone affette da sindrome di Down con più di 24 anni lavora, prendiamo atto dell’esistenza di una manchevolezza legata ad alcuni riposizionamenti organizzativi all’interno di un contesto complesso che contiene ed accoglie la differenza come qualità specifica e irrinunciabile alla base del cambiamento sociale. Cosa manca effettivamente? Il collante. Una dinamica relazionale che riesca a tenere insieme l’impegno strettamente istituzionale con quello più largamente educativo e progettuale agito e promosso sul territorio. «L’essenziale è invisibile agli occhi» affermava il noto scrittore francese. La disabilità diventa un numero che aumenta a dismisura, ma senza lasciare traccia, senza un dopo famigliare e sociale. Questo fenomeno si manifesta in misura maggiore dopo l’uscita dal contesto scolastico che conduce il soggetto disabile alla dissolvenza sociale, all’assenza di un impegno lavorativo e al conseguente e inevitabile sovraccarico famigliare. Percentuali che sfidano la messa in gioco dell’autonomia, del senso di collaborazione, di una politica dell’inclusione che si ponga tra accettazione e sfida continua. 1 italiano su 4 dichiara di non aver mai incontrato nel corso della propria esperienza lavorativa persone disabili, senza trascurare che per 2 italiani su 3 la disabilità viene percepita come una limitazione fisica più che intellettiva. Bisognerebbe farsi carico della disabilità per vivere l’autonomia nella sua essenzialità, nel suo significato più profondo, per essere capaci di vivere l’indipendenza come prerogativa dell’organizzazione collettiva. Sorge la necessità di educarsi per educare, e questo esempio dev’essere dato da una buona politica attraverso un processo di coscientizzazione ed individuazione di quelli che sono i servizi e le possibilità offerte dal territorio per l’inserimento della disabilità nel mondo del lavoro. Appare evidente come oggi ci concentriamo sui molti disoccupati senza lavoro sottovalutando il dato di fatto che le persone con handicap hanno maggiori difficoltà di accesso nei contesti lavorativi limitando di fatto la partecipazione attiva all’interno della comunità, senza tralasciare uno spreco inaccettabile di competenze. Per fare questo è necessario entrare nella “loro” realtà, conoscendo le loro peculiari caratteristiche per organizzarle e inserirle in particolari contesti che li valorizzino. Un investimento sociale ed economico senza precedenti. Una sfida alla crisi economica, all’individualizzazione, ai mercati finanziari, alla globalizzazione. Rimettere in gioco i contesti organizzativi significa generare conflitti, creare disordine, quest’ultimo non deve intendersi come assenza di ordine ma va letto come una mancanza di relazione tra ordini diversi. La possibilità di includere la differenza costituisce un valore aggiunto al capitale umano in quanto apre prospettive inedite, di emancipazione e di crescita superando il limite che ci impone il nostro esclusivo punto di vista. Significa superare il confine della paura e del rischio per accedere al cambiamento e alla conoscenza dell’altro rimettendo in discussione se stessi e le proprie convinzioni. Sorge la necessità di recuperare una solidarietà collettiva di integrazione della differenza superando quelle barriere di rigidità e indifferenza che ostacolano la nascita di ecologie relazionali possibili e costruttive. Significa superare la mera […]

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Trauma psicologico: definizione e approcci

L’esperta di Eroica(mentis) ci parla di trauma psicologico. Iniziamo a definire l’etimologia del termine «trauma» che dal greco significa «ledere», «danneggiare» in riferimento al corpo (ad esempio, una lacerazione). Dal punto di vista psicologico, può essere definito «ferita dell’anima», come qualcosa che impatta negativamente sulla realtà della persona alterando il suo equilibrio. Esistono diverse forme di trauma psicologico a cui può andare incontro una persona nell’arco della vita, come i «piccoli traumi», esperienze negative e disturbanti non particolarmente intense e destabilizzanti (ad esempio, un’umiliazione), discussioni con persone significative della nostra vita. Accanto a questi «piccoli traumi» definiti anche «traumi t» , vi sono i «grandi traumi» o «traumi T». Essi fanno riferimento a tutti quegli eventi che portano alla morte o che possono ledere in maniera significativa e determinante l’integrità fisica propria o delle persone a cui teniamo. A questa categoria appartengono eventi di grande impatto traumatico come disastri naturali, abusi, incidenti. Diversi studi hanno tuttavia dimostrato che nonostante le diverse tipologie di trauma psicologico, gli individui reagiscono, dal punto di vista emotivo, mostrando gli stessi sintomi. Questo è un dato molto significativo, in quanto evidenzia come le persone rispondano al trauma in maniera completamente differente: alcune di queste, ritornano, entro un breve periodo di tempo, a condurre una vita normale, altre reagiscono in maniera più intensa e grave tanto da impedire la ripresa normale della propria quotidianità. Ma quali sono le conseguenze? Essere stati coinvolti in un evento traumatico porta ad alcune conseguenze non solo di carattere emotivo, ma anche fisico. Alcune ricerche hanno dimostrato che gli individui che hanno impattato con un evento traumatico, portano i segni anche a livello cerebrale, mostrando un volume ridotto sia dell’ippocampo che dell’amigdala. Un’esperienza traumatica molto forte si ripercuote anche sul corpo rilevandone una stretta connessione. Questo accade perché l’elaborazione delle informazioni è un meccanismo innato per cui l’esperienza traumatica viene “digerita” a livello mnestico in maniera riadattata e ricostruita quando la persona narra l’accaduto. Molte persone continuano ad avere pensieri intrusivi relativi al trauma anche molto tempo dopo l’accaduto. Riportano sensazioni angosciose che impediscono di condurre una vita serena e soddisfacente, il passato continua a farsi presente tutte le volte che può o quando nell’ambiente vi sono elementi che fungono da “riattivatori” dell’accaduto successivamente all’evento. Il soggetto rivive continuamente la situazione traumatica provando le stesse emozioni e le stesse sensazioni giù vissute. Il senso di irrealtà (la sensazione di essere dentro ad un film) dove tutto ciò che circonda la persona diventa irrilevante associato alle reazioni fisiche (tachicardia e nausea) e la ricerca di aiuto e vicinanza, sono le reazioni tipiche che proteggono da un crollo psicologico. Ci sono poi diverse reazioni successive all’evento, tra queste: problemi di sonno (sonno leggero, si hanno incubi o sogni ricorrenti), difficoltà di concentrazione durante la lettura, mentre si guarda un film), vulnerabilità (paura del futuro, facile irritabilità), pensieri intrusivi. Quando vi sono reazioni di questo tipo è bene rivolgersi ad un professionista specializzato nel trattamento del trauma e di problematiche legate allo stress traumatico. […]

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Disturbi specifici di apprendimento: il ruolo della scuola

Disturbi specifici di apprendimento: qual è il ruolo della scuola? Negli ultimi anni e in particolar modo nei contesti scolastici e formativi, si è sempre più sentito parlare di DSA (Disturbi Specifici di Apprendimento). Se da un lato questo favorisce una maggiore conoscenza e sensibilizzazione al tema, dall’altra genera situazioni in cui diventa ancora oggi complesso caratterizzare il disturbo sulla base di una diagnosi che necessita la considerazione di diversi indicatori. La legge 170 del 2010 definisce i diritti dei soggetti con specifiche e/o differenti modalità di apprendimento, primo fra tutti avere un P.D.P. (Piano didattico personalizzato) mediante il quale il bambino ha diritto ad usufruire di provvedimenti dispensativi e compensativi. Il piano dovrà contenere le strategie e le metodologie didattiche più idonee ai fini di una maggiore efficacia dell’apprendimento. Diventa, ad oggi rilevante considerare la connessione intrinseca tra gli aspetti emotivi, cognitivi, motori e osservare come il termine «disturbo dell’apprendimento sia un’espressione ombrello che raccoglie una gamma diversificata di problematiche nello sviluppo cognitivo e nell’apprendimento scolastico, non imputabili a fattori di handicap grave» [C. Cornoldi]. I Disturbi Specifici di Apprendimento (DSA), così come evidenziato dalla Consensus Conference del 2010, sono di origine neurobiologica, lasciano intatto il normale funzionamento dell’intelligenza, non compromettendo di fatto altri tipi di abilità se non quelle dominio-specifiche che possono riguardare la lettura, l’orotografia, la grafia e il calcolo. I DSA costituiscono un diverso stile di apprendimento dovuto ad una neurodiversità. Una scuola a misura di bambino Oggi è fondamentale una scuola che crea e non una scuola che replica. Bisognerebbe uscire per questo dall’idea secondo la quale “l’errore è da evitare” e rivoluzionare un sistema di credenze e attribuzioni controverse che incidono sull’idea che ci facciamo dell’apprendimento e di guardare alla conoscenza come ad un processo dinamico e aperto. Quelli che noi consideriamo “bravi studenti” posseggono non solo una competenza specifica relativa al compito da risolvere, ma un’abilità sociale nel riuscire a rispondere adeguatamente alle richieste ambientali all’interno di una sistema di attese reciproche (studente-insegnante). Diventa difficile all’interno di uno scenario variegato e in continua evoluzione, gestire la complessità, accoglierla e conoscerla assumendosene rischi e responsabilità. Il concetto di apprendimento comprende tutto l’arco di vita del soggetto, e la scuola insieme agli insegnanti deve essere in grado di rispondere alla pluralità delle differenze promuovendo una concezione di sapere differenziale e flessibile attraverso l’uso di strumenti in grado di rispondere in maniera efficace alle attitudini personali di cui ogni soggetto è portatore nel rispetto e per la valorizzazione di competenze diverse. Motivazione e autostima predittori dell’apprendimento Se un insegnante crede che uno studente sia meno dotato lo tratterà, anche inconsciamente, in modo diverso dagli altri. Lo studente interiorizzerà il giudizio e si comporterà di conseguenza. L’autostima è un predittore della capacità di apprendimento, in quanto fornisce una rappresentazione del sé, delle proprie abilità e delle proprie competenze. I bambini con DSA – secondo numerose ricerche – presentano bassi livelli di autostima, bassa motivazione e stili di attribuzione disfunzionali. È dunque necessario individuare le caratteristiche di ogni […]

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