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Eroica Fenice

La categoria Eroica(mentis) contiene 8 articoli

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FAB: quando le emozioni positive lasciano il segno

È un argomento di cui non se ne parlato molto, ma che tuttavia ha destato fascino e curiosità tra i ricercatori di tutto il mondo. Il cervello umano è programmato per ricordare più a lungo le esperienze che hanno destato in noi emozioni positive, situazioni che ci hanno trasmesso serenità e gioia e che con più facilità tendiamo a ricordare con maggiore frequenza. A sostenerlo è un gruppo internazionale di ricercatori guidato da Timothy Ritchie del Dipartimento di Psicologia dell’University of Limerick, secondo cui questo processo servirebbe a preservare il nostro equilibrio attraverso il superamento di momenti negativi. Questo fenomeno è noto sotto il nome di Fading Affect Bias (FAB), tuttavia già noto alla comunità scientifica, anche se non era ancora chiaro se si potesse estenderlo a tutte le culture. Il nuovo studio pubblicato sulla rivista Memory, mette in evidenza che questo fenomeno porta allo sbiadimento dei ricordi negativi e dunque nocivi e che riguarda tutte le culture. Il FAB tiene in sé un aspetto funzionale per la salute psicologica: “aiuta le persone ad elaborare la negatività e ad adattarsi in maniera efficace ai cambiamenti che si verificano nell’ambiente circostante mantenendo una visione positiva della vita, favorendo dunque il superamento delle difficoltà”. Come i ricercatori sono riusciti ad ottenere questi risultati? Gli esperti hanno coinvolto 562 individui tra afro- americani, neozelandesi, ghanesi, tedeschi, nativi americani e hanno chiesto loro di raccontare in forma scritta le loro esperienze di vita e di riferire le emozioni che hanno provato nel momento stesso in cui stavano riportando alla memoria l’esperienza. Gli studiosi hanno dunque effettuato un confronto con le emozioni vissute nel passato con quelle riportate nel presente, rivelando che il fenomeno FAB si verifica indistintamente in tutte le culture a prescindere dal background socio-culturale dei soggetti. Questa capacità di mantenimento dell’intensità delle emozioni positive ha dunque una funzione adattiva e auto regolativa rispetto all’emozione negativa provata in quanto nel momento in cui il ricordo negativo riaffiora alla memoria, esso si presenta in maniera meno intensa, depotenziato nel la sua carica emotiva. La presenza di questa straordinaria capacità mentale va a congiungersi ad un concetto fondamentale in psicologia, quello di resilenza, ovvero l’attitudine dell’individuo a resistere all’impatto di eventi negativi mettendo in atto molteplici risposte (coping). La resilenza fa riferimento all’importanza di puntare proprio su quegli fattori protettivi che aiutano l’individuo a rialzarsi, infatti la presenza si un sistema immunitario nel nostro cervello ci consente di superare quelle situazioni frustranti che nel momento stesso in cui le abbiamo vissute pensavamo di non poterle mai superare.

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Genitorialità consapevole: una simbolica “nascita a tre”

La psicologa di Eroica(mentis) parla di genitorialità: cosa vuol dire essere genitore? Essere genitore, cosa significa oggi? È una scelta che va oltre il desiderio di “avere un figlio” e che non coincide necessariamente con il decidere di diventare genitori. Può sembrare una banalità sottolineare questa differenza, in realtà sostanziale ed importante. La genitorialità consapevole è un percorso di crescita e di cambiamento, che vuol dire, dal punto di vista pratico, assumersi delle responsabilità che richiedono tempo e impegno; dal punto di vista psicologico, è un complesso percorso di adattamento di acquisizione di una nuova identità, come madre e come padre; dal punto di vista della coppia rappresenta la realizzazione di un desiderio condiviso. L’arrivo di un figlio assume un significato sociale e intergenerazionale in quanto garantisce la prosecuzione generazionale di quella famiglia d’origine mantenendo il continuum biologico, psicologico e culturale del proprio patrimonio familiare. Il genitore deve essere testimonianza, non deve cioè educare solo attraverso le parole. I comportamenti e le azioni, il modo di essere dimostreranno al figlio come stare al mondo via via che i bisogni fondamentali (protezione, nutrimento) si legano a bisogni emotivi e relazionali , di crescita. Più che educare inteso come sforzo di ammaestramento del bambino prevale un dover essere che è indipendente sia dalla persona del genitore che da quella del figlio. Educare significa anzitutto mettere in gioco il proprio modo di essere autentico e infondere nel bambino sicurezza o insicurezza, fiducia o sfiducia, stima o disistima di sé. Françoise Dolto, nota pediatra e psicoanalista infantile francese nonché autrice di numerosi volumi sull’infanzia e sulla genitorialità, ha proposto l’immagine metaforica dell’albero per spiegare meglio questo concetto: «L’albero giovane è un germoglio piccolissimo e fragile ma già sappiamo se avrà tre o quattro rami principali. In seguito potranno svilupparsi le fronde, ma avrà sempre i suoi tre o quattro rami principali che ne hanno costituito la struttura di partenza.» I genitori dovranno essere inoltre portatori di fede e non di fiducia (essa implica la necessità che sia ricambiata) pertanto devono essere disposti a perdere, ad abbandonare le loro aspettative/ideali sui figli o qualsiasi tipo di progetto/idea. In questo modo il bambino potrà sentirsi amato senza il rischio di colludere con i desideri del genitore che vuole che diventi ciò che lui/lei non è riuscito a realizzare nella vita o al contrario che possa rispecchiare esattamente le scelte personali e professionali. Da questa forma di rispetto deriva lo sviluppo della fiducia in se stesso e la possibilità di espressione autentica che lo aiuterà a non avere timore di deludere le aspettative dei suoi genitori. Promettere senza fare promesse. Le promesse che facciamo ai nostri figli non dovranno essere promesse di felicità legate prevalentemente all’idea secondo la quale per essere felice è necessario possedere oggetti o cose. Un bambino è felice se non viene chiuso nel mondo degli oggetti. Potrà essere felice se i suoi genitori lo aiuteranno a scoprire nuovi mondi, a fare nuove esperienze, nuovi incontri, nuovi progetti. Non si diventa genitori per essere […]

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Adolescente: i suoi mondi e i suoi linguaggi

La psicologa di Eroica(mentis): il mondo dell’adolescente. L’adolescenza risulta essere un tema largamente diffuso e trattato sotto diversi aspetti, spesso lo si ritrova associato ad espressioni o condizioni quali dipendenza, immaturità, ingestibilità, conflittualità con il mondo. Con difficoltà si riesce ad andare oltre per guardare al fenomeno in tutta la sua compiutezza e complessità. Incontrare l’adolescente significa oggi guardare al di là della psicopatologia e scovare l’affascinante quanto controverso mondo interno che caratterizza questa specifica fase del processo evolutivo e relazionale. La vicenda adolescenziale è definita come evento critico che ha come obiettivo la separazione dalle figure di riferimento e l’individuazione come adulto pronto a costruire per sé un destino inedito, ma non senza aver sperimento sulla sua pelle la trasgressione delle regole, l’opposizione al mondo adulto e familiare, la depressione, l’esaltazione, l’ambivalenza emotiva. L’obiettivo da assolvere, in questa delicata fase di crescita, è la trasformazione che si realizzerà solo e se l’adolescente potrà sperimentare i suoi vissuti all’interno di legami di appartenenza che possano sostenere gli eventi critici in termini evolutivi e non disgregativi o, in extremis, patologici. Ma in quali legami l’adolescente potrà fare esperienza di appartenenza e sostegno? La famiglia, il gruppo dei pari, il mondo degli adulti. Questi sistemi interagenti tra loro con i quali l’adolescente si confronta quotidianamente definiscono via via la sua identità e la qualità delle sue relazioni future. Nella famiglia il nostro adolescente avrà modo di sperimentare il senso di protezione e di accoglienza, ma anche il conflitto, la solitudine. Ne sono un esempio le espressioni del tipo: –Tu non capisci niente- A 18 anni me ne andrò da questa casa!- Tu non hai avuto la mia stessa esperienza e non puoi sapere cosa significa. In questo sistema il giovane potrà farà esperienza delle sue emozioni più profonde, sia negative che positive che andranno a definire ciò che sarà; maggiore sarà il bagaglio emozionale acquisito è meglio saprà sentire e muoversi tra i legami affettivamente pregnanti. In adolescenza il gruppo dei pari è fondamentale in quanto rappresenta un vero e proprio spazio fisico e psicologico di condivisione, sperimentazione del nuovo, esplorazione, messa alla prova delle proprie abilità o dei propri limiti. Nel gruppo dei pari tutto ciò che viene pensato e sentito viene messo in azione automaticamente senza essere meditato o posto al vaglio del ragionamento. Un esempio sono le famose “bravate” o le giustificazioni del tipo: L’ho fatto senza pensare (alle conseguenze!). Quante volte i genitori si sono trovati a sentire queste scuse? Se da una parte il gruppo sostiene la trasgressione, dall’altra gli consente di sperimentare il cambiamento tollerando il più possibile le ansie da esso derivanti perché in esso è insita l’opportunità di potersi rispecchiare emotivamente. Il mondo degli adulti rappresenta la via attraverso la quale l’adolescente cerca di affermarsi nel presente delineando quelle che sono le sue ambizioni future. È il modello verso cui egli si orienta per crescere e affermarsi. Esso costituisce la spinta propositiva interna per raggiungere i propri progetti. Se l’appartenenza al mondo dei pari […]

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Relazioni disfunzionali: ci si ammala, ma si guarisce

Relazioni disfunzionali: cosa ne pensa la psicologa di Eroica(mentis). Di relazioni ci si ammala ma di relazioni si guarisce, mai affermazione più vera. A volte capita di ritrovarsi in relazioni che non ci soddisfano o ci fanno stare male o ancora all’interno delle quali non ci sentiamo veramente compresi, ascoltati e amati. Ma quanto siamo effettivamente consapevoli del nostro malessere in molte relazioni disfunzionali per la nostra vita? Quando è difficile dire a noi stessi e all’altro che non si sta bene assumendoci, eventualmente, anche la responsabilità della fine di un rapporto? Dal momento in cui siamo inseriti in più sistemi relazionali, i nostri comportamenti dipenderanno molto da come avremo vissuto le relazioni precedenti, in famiglia e successivamente nei nostri sistemi sociali di riferimento. Il disagio e le difficoltà psicologiche che ne derivano, sono quasi sempre problemi di natura relazionale in quanto le relazioni rappresentano l’atmosfera in cui viviamo, sono quello di cui ci nutriamo e cresciamo ancor prima di venire al mondo. La mente relazionale necessita di essere capita, compresa in quanto «nessun uomo è un’isola», come affermò nel 1600 il poeta John Donne. Tuttavia, vi sono relazioni dannose, anche se è doveroso sottolineare che nessun rapporto è immune da conflitti e incomprensioni, di cui possiamo riconoscerne aspetti che ci fanno pensare che stiamo vivendo un legame non propriamente improntato sulla crescita e sull’arricchimento interiore. La mancanza di empatia, la non predisposizione all’ascolto, l’incapacità di considerare l’altro come diverso da sé, sono alcune delle componenti dei rapporti disfunzionali. Mentre le relazioni intime sono caratterizzate da sicurezza, ascolto, prendersi cura dell’altro, dalla collaborazione e della cooperazione verso interessi e obiettivi comuni, le relazioni disfunzionali, quelle che definiamo “malate”, sono improntate sulla sfiducia, sull’abuso di potere e sul controllo da parte di uno dei due partner. Le persone che si trovano a vivere all’interno relazioni disfunzionali, di solito, sono poco consapevoli e tendono a riproporre nella coppia schemi di relazioni a noi familiari che generano insoddisfazione e insofferenza; siamo talmente abituati a definirci in queste dinamiche a noi familiari da tendere spontaneamente e quasi senza accorgercene a ricrearle con il partner che ci scegliamo nella vita adulta. Si parla tanto di violenza domestica dove i ruoli di vittima e carnefice confermano una relazione che si definisce solo in rapporto ad un altro da possedere e/o da cui dipendere. Perché è difficile riconoscere un amore disfunzionale? Sicuramente vi è alla base la difficoltà di pensare ad un cambiamento nella relazione ma non sapere di fatto come realizzarlo per poi finire per cambiare il nostro comportamento e adattarlo a quelle che sono le necessità del partner. Un altro aspetto che rende difficile riconoscere un amore disfunzionale e chiuderlo, è quello di rispondere alle aspettative del partner esaudendo tutti i suoi desideri, essere accondiscendenti con l’altro in quanto si crede di non esserne abbastanza degni. Un altro aspetto non meno importante è insito nella difficoltà di risalire alla qualità dell’attaccamento avuto in età infantile con la figura di riferimento, una presenza non-presenza o addirittura […]

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Storie di un “sì” rinviato: coltivare la speranza ai tempi del Covid

Sono 70 mila i matrimoni rinviati nel 2020, un dato sconcertante e non di poco conto. Se pensiamo all’organizzazione che c’è dietro a questo evento, all’impegno investito personale ed economico (per le categorie dei professionisti colpiti dall’invio) la preoccupazione di dover rimandare, la rabbia e lo sconforto da esso derivanti, ha generato frustrazione e disillusione nelle coppie. Altre invece non si sono lasciate scoraggiare dal virus e hanno continuato nell’organizzazione pronunciando il fatidico “sì”. Ma come affrontare questo momento inevitabile di difficoltà? Mai come adesso la coppia viene messa alla prova ancora prima di unirsi in matrimonio. Ricordiamoci che è nei momenti di difficoltà, tensione e stress che possiamo sentire nel profondo la solidità del nostro legame con il partner e mai come in questo momento storico fare squadra e sostenersi reciprocamente aiuta a superare i momenti transitori di tristezza e ansia. Mantenere la calma, affrontare insieme i diversi passaggi che hanno determinato la scelta del rinvio, può aiutare la coppia a gestire con maggiore serenità la situazione. L’incertezza del futuro insieme ad un calo profondo di energia e progettualità, può alimentare difficoltà relazionali e di coppia già pregresse spingendo i rispettivi partner a rivalutare la decisione di sposarsi e di ricominciare individualmente la propria vita. Se da una parte dunque l’emergenza ha creato non poche difficoltà organizzative ai futuri sposi, dall’altra ha sicuramente stimolato riflessioni e ha dato ai partner diverse occasioni per pensare alla propria vita di coppia in tutti i suoi aspetti, quale migliore occasione di crescita e acquisizioni di maggiore consapevolezza di ciò che siete insieme? Resilienza, flessibilità, cooperazione, disponibilità all’ascolto, sono solo alcune delle cose che le giovani coppie potranno apprendere da questa esperienza e che possono accompagnarli nei momenti di difficoltà nel corso del cammino della loro vita insieme. Quando si decide di sposarsi la coppia vaglia tutti gli aspetti dell’organizzazione del matrimonio, considerando i pro e i contro di ogni scelta, scendendo, spesso, a compromessi secondo le proprie risorse. Questo progetto curato nel tempo, non rispecchierà più il “progetto” confezionato e perfetto nella mente degli sposi, ma con il rinvio della data, dovrà essere “rivisitato”. Si deve evitare per questo ogni comparazione con il progetto precedente e cercare di concentrarsi sul nuovo da organizzare. Le soluzioni ci sono e sono diverse, di certo il matrimonio non rappresenta il punto di arrivo ma bensì l’inizio di una vita insieme, una nuova famiglia che nasce e che progetta un nuovo presente. Il coronamento di un sogno che ad oggi è solo rimandato, ma che presto diventerà una realtà ancora più bella e desiderata perché, mai come in questo momento, celebrare l’amore in tutte le sue forme da luce e speranza al nostro futuro.

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Ritorno a scuola: riflessioni e strategie per affrontarlo

Con molti dubbi e tentennamenti la data di inizio dell’anno scolastico sembra quasi alle porte così come le preoccupazioni che in questo momento attanagliano la vita scolastica e quella familiare. -Lo/a mando oppure no? -Aspettiamo e vediamo che succede? -No, se non arriva il vaccino mio figlio a scuola non ci andrà – Ho timore che il bambino si possa ammalare. Sono queste le principali domande e i timori che le famiglie stanno vivendo in un periodo in cui assumersi la responsabilità della scelta difficile del ritorno a scuola per la salute delle persone che amiamo sembra mettere a dura prova la nostra capacità di decidere per il meglio per sé e gli altri. Come comportarsi allora? Da premettere che il ritorno a scuola non sarà facile, ma questo non significa impossibile da gestire. Tornare tra i banchi rappresenta anzitutto un grande passo in avanti rispetto a ciò che abbiamo vissuto, è il recupero di un punto di riferimento per le famiglie e per i bambini molto importante da ogni punto di vista: formativo, relazionale, organizzativo, dopo un periodo di carico emotivo e di stress legato al brusco cambiamento che ha modificato gli equilibri familiari e lavorativi (smart working con tutta la famiglia) a cui si è aggiunta la faticosa gestione della didattica a distanza successivamente al lockdown. L’inizio della scuola rappresenta anche un disperato ritorno alla “normalità” seppur con grande difficoltà e limitazioni di cui saranno purtroppo protagonisti i bambini, soprattutto i più piccoli. Irritabilità, difficoltà di concentrazione, aumento di comportamento a rischio, ritiro sociale, stress, aumento/abbassamento costante del tono dell’umore, malessere fisico, costituiranno le problematiche che potenzialmente emergeranno con maggiore forza, ma possiamo affrontarle se solo restiamo uniti e condividiamo emotivamente questa nuova quotidianità sempre in sicurezza e con il supporto di uno psicologo all’interno della scuola per il personale scolastico e i ragazzi. Un ruolo chiave sarà assunto dai genitori che possono ridurre lo stress psicofisico dei loro figli recuperando le abitudini (già da casa) simulando, ad esempio per i più piccoli, il giorno di scuola (dalla sveglia presto, alla preparazione dello zainetto da portare con sé), sicuramente diverso da quello a cui eravamo abituati, ma fondamentale per la ripresa. I ragazzi avranno bisogno di essere compresi e sostenuti mettendo al primo posto i vissuti emotivi cercando di rimanere nel qui ed ora il disagio che taluni comportamenti comprensibilmente esprimeranno. Gli insegnanti avranno una doppia responsabilità, formativa e di riconoscimento del disagio dei loro studenti, avranno per questo bisogno di un valido supporto e confronto con lo psicologo. Saranno necessari tempi e spazi di riflessione e di elaborazione delle emozioni attiva ed esperienziale in sicurezza per i ragazzi e progetti ludici per i più piccoli per ricostruire attraverso gli strumenti psicologici (immagini e disegni) un significato nuovo e condiviso sull’esperienza del lockdown e sulle nuove sfide del presente. Tenere insieme ciò che è stato a ciò che ci aspetterà è molto importante perché consentirà di creare un collegamento di senso tra l’esperienza passata e quella presente facilitando […]

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Psicosomatica: tra perdita dei desideri e ricerca del sé

Psicosomatica: fenomenologia del rapporto mentre-corpo. È stato ampiamente discusso – nella letteratura filosofica e nella scienza – questo rapporto conflittuale che vedeva la mente come separata dal corpo: ancor prima del dualismo cartesiano, con Platone che fu il primo sostenitore della scissione, durante il Medioevo e successivamente con il Rinascimento seppur con un accezione diversa data al corpo definito in quel periodo storico ‘anima’. Tuttavia già gli antichi latini erano soliti pensare che ci fosse una reciproca influenza tra benessere fisico e benessere psicologico, riassumendo tale concezione nella celebre massima mens sana in corpore sano. Lo scrittore americano Nathaniel Hawthorne prima del 1860 scriveva: «Una malattia che noi consideriamo qualcosa di completo in se stessa, può dopo tutto non essere che un sintomo di qualche sofferenza in campo spirituale; e ancora: Il medico considera essenziale conoscere l’uomo prima di tentare di curarlo. Dovunque vi siano cuore e intelletto, queste parti dell’uomo coloriscono le malattie della sfera fisica con le loro caratteristiche.» La psicosomatica si occupa del funzionamento tra mente e corpo, messi in una relazione di scambio costante che consente all’individuo di evolvere o al contrario, se questo non viene concepito come un tutt’uno, di esprimere malessere e disagio con la comparsa di sintomi inevitabilmente collegati con l’attuale epoca che stiamo vivendo. Dal punto di vista storico-sociale, siamo passati molto rapidamente da un modello produttivo ad una società consumistica per cui la felicità appartiene all’acquisto di beni, i rapporti sono diventati interscambiabili, i desideri esauditi ad ogni minima percezione di mancanza o non corrispondenza con i nuovi ideali imposti dal mondo capitalistico. La realtà prende il sopravvento perdendo lo spazio, il contenuto, il corpo. Uno scollegamento inevitabile con la mente se tutto diventa veloce, solitario e colmabile ad ogni ora del giorno. Non c’è un momento in cui è possibile condividere. Tutto viene assimilato automaticamente senza riflettere e sentire, veramente e nel profondo, i propri desideri, i vuoti, il dolore, i conflitti.    La soggettività, le dinamiche interiori non elaborate bensì sostituite con altro o negate, non vengono espresse bensì agite ripetutamente nel reale e nel rapporto con gli altri sotto forma di sintomi che riflettono le patologie attuali (dipendenze, da videogame o da sostanze, ossessioni e compulsioni, anoressia, ansia e panico). È come se il corpo e la mente parlassero due lingue diverse elaborando messaggi che arrivano dall’esterno su due piani differenti senza mai incontrarsi. Si assiste ad un vero e proprio eccesso della realtà e del concreto a discapito dell’intersoggettività e al prevalere del piacere immediato. La realtà clinica dimostra l’importanza della psicosomatica: frequenti i casi in cui i pazienti presentano con tendenze ad evacuare i vissuti angoscianti investendoli sul corpo, a consumare compulsivamente oggetti (giochi, shopping, cibo), a manifestare distorsioni corporee legate all’immagine di un sé perfetto influenzato anche dagli attuali modelli legati alla forma fisica. Si passa dalla ricerca del piacere istantaneo a vissuti di inadeguatezza e insuccessi. Vi è una vera e propria perdita di contatto con i propri desideri che il terapeuta con l’aiuto […]

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Ansia patologica e ansia non patologica: cosa sono?

L’ansia patologica e non patologica: costanti del mondo moderno Nel mondo moderno vi sono espressioni nuove associate all’ansia: “ansia da lavoro”, “ansia sociale”, “ansia da prestazione”. Secondo Psicoadivisor l’espressione “ansia” è una delle più ricercate sul web (27.200 volte al mese in Italia) superando dal 2014 anche la depressione.  Oggi parliamo di ansia competitiva, legata al mondo del lavoro, alla difficoltà di integrare, così come per la mente e il corpo, la realtà virtuale e quella reale. Questo si traduce nella necessità spasmodica di produrre, di corrispondere alle aspettative sociali, di competere con l’altro, di essere flessibili e influenti senza poi avere gli strumenti per affrontare i momenti difficili, in assenza di quei valori che supportino le battute d’arresto. Quante volte l’abbiamo sentita. Ci blocca e ci disorienta e sentiamo d’improvviso il respiro farsi più pesante e stretto accompagnato da vuoto mentale e da un senso crescente di allarme e pericolo mentre il cuore accelera. Avvertiamo la sensazione che la mente e il corpo si siano momentaneamente scollegati, una specie di corto-circuito per cui le informazioni che ci arrivano dall’esterno sembrano ovattate e le emozioni non elaborate; il corpo imprigiona la mente. Proviamo a descriverla in termini di sensazioni e sintomi cognitivi poiché quando la nominiamo, l’ansia, non sempre riusciamo a definirla e spesso capita di confondersi con altri costrutti che possono apparire simili. Ansia “non patologica” Andiamo per gradi e proviamo, più nel dettaglio, a comprenderla. L’ansia è un complesso sistema che prepara il corpo a rispondere ad un pericolo. Pensiamo a quando attraversiamo la strada sulla strisce e la macchina non decelera oppure quando sosteniamo un esame importante all’università, o ancora, quando ci capita di incontrare un leone mentre passeggiamo in un bosco. Improbabile? Ma se proprio dovessimo incontrarlo, non fuggireste a gambe levate? In questo caso, l’ansia ha un valore adattivo e positivo per la nostra vita in quanto consente alla persona di mobilitare tutte le sue risorse per affrontare la minaccia. Ergo, il giusto grado di ansia non può farci che bene, in quanto ci aiuta a essere più performanti durante le nostre prestazioni. Bene, in questi casi parliamo di ansia “non patologica”, intesa come un “meccanismo di difesa” proprio dell’organismo da attacchi esterni più o meno improbabili. Ma quando il disagio diventa clinicamente importante? Superata la cosiddetta “soglia di tollerabilità” del pericolo, possono comparire sintomi psichici e somatici rilevanti come attacchi di panico, ipertensione, asma, astenia, emicrania e molto altro. Una tipologia di ansia diversa da quella descritta sopra, più disfunzionale e invalidante nei diversi contesti nei quali può essere sperimentata, è la cosiddetta “ansia patologica”. Ansia patologica: gli effetti dell’isolamento sociale Diventa preponderante e i sintomi sono eccessivi e persistenti tanto da indurre queste persone ad isolarsi e a mettere in atto strategie di evitamento del pericolo per sentirsi al sicuro. Anche se come afferma Greenberger: «quando usiamo comportamenti protettivi, spesso crediamo di fronteggiare bene l’ansia ma, di solito i comportamenti protettivi ci fanno concentrare sul pericolo e rinforzano l’idea che le situazioni siano […]

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