ROMA – Esiste un legame profondo tra la tradizione dell’economia civile napoletana e le sfide moderne della sostenibilità sociale. Questo rapporto, rappresentato dal pensiero di Antonio Genovesi, che già nel Settecento individuava nella “pubblica felicità” e nel “bene comune” lo scopo ultimo dell’economia, ha fatto da sfondo all’intervento di Antonio Schioppi dello scorso 26 marzo presso la Sala Matteotti della Camera dei Deputati.
Il giovane economista napoletano, oggi Manager nel team Climate Change and Sustainability Services di EY, ha portato la sua esperienza sul campo nel dibattito riguardante l’etica del dato e la capacità delle imprese di comunicare il proprio impatto sociale in modo autentico.
L’occasione è stata la presentazione del Numero Straordinario della rivista scientifica Corporate Governance, un volume interamente dedicato all’“Etica del dato quale leva di sostenibilità sociale”. In questo contesto, la sostenibilità è stata analizzata non come un mero obbligo burocratico, ma come un pilastro fondamentale per orientare le decisioni aziendali e l’evoluzione dei modelli di governo societario.
Oltre la “compliance”: la sostenibilità come visione di lungo periodo
Per Antonio Schioppi, il cuore della questione risiede nel superamento del concetto di semplice conformità normativa. Sebbene il rispetto delle leggi rimanga un passaggio obbligato, l’efficacia della sostenibilità si misura solo quando questa si trasforma in strategia gestionale capace di generare valore nel tempo.
Già nel 2024, a soli 26 anni, Schioppi ha lavorato come curatore della proposta italiana di Tassonomia Sociale, un’iniziativa pionieristica volta a definire criteri oggettivi per orientare i capitali verso obiettivi di reale impatto sulle persone. Secondo l’economista, se il mercato ha ormai raggiunto una buona maturità sui temi ambientali, la vera “frontiera delicata” oggi è proprio quella sociale, dove manca ancora una metodologia solida e comparabile per quantificare quanto un’organizzazione incida sul benessere delle comunità.
Il rischio dell’iper-informazione nel reporting ESG
Un passaggio centrale della riflessione riguarda la qualità dell’informativa ESG (Environmental, Social, Governance). Con l’introduzione degli standard europei legati alla direttiva CSRD (Corporate Sustainability Reporting Directive), le imprese si trovano a dover gestire oltre mille punti di contatto e dati differenti. Se da un lato questo impianto aumenta la trasparenza, dall’altro rappresenta per Schioppi un rischio concreto: quello di un “esercizio ipertrofico”.
Un eccesso di informazioni rischia infatti di appesantire le strutture aziendali senza produrre un reale vantaggio comunicativo. Quando il reporting diventa un accumulo di adempimenti formali, si perde la chiarezza del messaggio e, soprattutto, la possibilità di valorizzare le specificità e le priorità di ogni singola impresa. La sostenibilità, in questa prospettiva, rischia di apparire piatta e priva di quella personalizzazione che invece ne attesta l’autenticità.
La “costruzione di una cattedrale”: un’opera collettiva
Per descrivere la complessità di questo percorso, Schioppi ha di recente utilizzato una metafora suggestiva, citata in una recente intervista a Forbes: quella della costruzione di una cattedrale. La sostenibilità è un’opera che richiede pazienza, responsabilità, visione d’insieme e la capacità di lavorare oggi per risultati che si vedranno solo nel lungo periodo. Il richiamo a Genovesi, dunque, non è solo un omaggio culturale, ma un invito a rimettere le persone e le comunità al centro del sistema economico.
L’incontro alla Camera dei Deputati ha ribadito l’urgenza di trasformare i dati e la governance in strumenti reali, capaci di guidare modelli di sviluppo che siano non solo redditizi, ma anche leggibili, equi e orientati al bene comune.

