«La polvere ci mostra che la luce esiste»: un’intuizione semplice e vertiginosa, perché parla di ciò che appare solo quando qualcosa lo attraversa. Dal 21 marzo al 26 giugno 2026, la Repetto Gallery di Lugano presenta La polvere ci mostra che la luce esiste / When dust reveals the light, prima personale di Alessandro Piangiamore negli spazi della galleria. Un percorso che riunisce video, installazioni, sculture e opere su carta e che affonda le radici in un’idea tanto filosofica quanto concreta: la polvere come soglia percettiva, il punto in cui l’invisibile si lascia intravedere.
Sintesi della mostra di Alessandro Piangiamore
| Dettaglio | Informazione |
|---|---|
| Artista | Alessandro Piangiamore |
| Titolo | La polvere ci mostra che la luce esiste / When dust reveals the light |
| Date | 21 marzo – 26 giugno 2026 |
| Luogo | Repetto Gallery, Lugano |
| Opere | Video, installazioni, sculture, opere su carta |
Indice dei contenuti
Alessandro Piangiamore a Lugano: quando la materia diventa visibile
Il titolo prende ispirazione da La conoscenza accidentale di Georges Didi-Huberman (Bollati Boringhieri, 2011): un riferimento non solo teorico, ma vivo, biografico, quasi domestico. «Il titolo della mostra, La polvere ci mostra che la luce esiste, è tratto da un capitolo de La conoscenza accidentale di Georges Didi-Huberman… nel quale ho trovato delle corrispondenze molto forti», racconta l’artista. «La prima è legata a un video che realizzai molti anni fa con mio figlio, mentre tentava di catturare la polvere in un fascio di luce».
Da quella scena – un gesto infantile e impossibile, trattenere l’impalpabile – si dipana una linea che attraversa lavori, materiali e rituali. «Da quella suggestione, insieme ad altre, nel 2018 è nato Il Cacciatore di Polvere: un lavoro composto dalle terre di luoghi dei quali ho fatto esperienza. Il suo perimetro netto non può essere oltrepassato». In mostra l’opera ritorna, ma cambia consistenza, come se la materia stessa si disponesse a un’altra frequenza: «In questa mostra è presente in una forma più rarefatta: la sabbia è quella dell’Etna ed è nera. È un lavoro intriso di ritualità, che passa dalla raccolta delle terre alla loro stesura sul pavimento; per me è una sorta di mantra».
Il richiamo al vulcano non è un semplice omaggio paesaggistico: è un’origine, un orizzonte mentale prima ancora che visivo. «Il legame con il vulcano deriva dalle mie origini: sono cresciuto a Enna, nel centro della Sicilia, e l’Etna è sempre stata nel mio orizzonte visivo e immaginifico». E, come accade quando la natura si fa linguaggio, la polvere dell’Etna diventa una forma di scrittura atmosferica: «È la sua polvere, eruttata a chilometri di distanza, che riesce a offuscare la luce del sole e a mutare i colori del paesaggio».
Nella ricerca di Alessandro Piangiamore, terra, polvere, aria e luce restano spesso in bilico, come se fossero sul punto di sparire o, al contrario, di fissarsi. È una tensione che nasce dal modo di guardare, prima ancora che dal fare. «Ritengo sia la naturale conseguenza di un modo specifico di guardare alle cose… il senso di “inafferrabilità” è spesso al centro del mio interesse e si traduce nel tentativo di dare stabilità a ciò che, per sua natura, è transitorio. È una tensione consapevole che emerge però in maniera spontanea».
Questa “inafferrabilità” attraversa media diversi e li costringe a dialogare: la materia più concreta e l’immagine più instabile diventano, di volta in volta, strumenti per misurare ciò che sfugge. «Questo avviene indipendentemente dal mezzo scelto: sia esso concreto, come la terra… che, insieme al cemento, ha dato vita ai lavori intitolati Ieri Ikebana — sia che si tratti di aria o di luce, come nel video Te lo prometterò, generato da un bug tecnologico…». E proprio nel video, la luce sembra opporre resistenza al gesto di cattura: «La luce si deforma in ogni scena come se non volesse farsi catturare, producendo talvolta un’aberrazione dell’intera immagine».
All’interno della Repetto Gallery, la pluralità dei linguaggi non è un catalogo di tecniche, ma una rete di rimandi che si riscrive nello spazio. «Una mostra non rappresenta la “risoluzione” di un processo, ma una costante rimodulazione delle connessioni che nel tempo si generano attraverso la pratica. Non è una verifica, quanto piuttosto una forma di messa in discussione», spiega l’artista. «La scelta delle opere nasce da una complessità che le intreccia in modo diretto e indiretto: nessuna prescinde dalla precedente né dalla successiva. È la complessità della vita».
Il luogo, in questo processo, non è mai neutro: può diventare una forza che impone forme, tagli, geometrie. «Il luogo può esercitare un ascendente determinante… ragioni storiche, contestuali, architettoniche». A Lugano questo si traduce in una decisione netta, quasi “disegnata” dall’architettura: «In questa mostra, ad esempio, la forma de Il Cacciatore di Polvere è triangolare ed è determinata dall’incrocio delle linee immaginarie delle pareti dello spazio espositivo fino al loro punto di incontro». In altri contesti, invece, la geografia entra nel lavoro come narrazione e come vento: «In Le Songe d’Ulysse alla Fondation Carmignac nel 2022, il lavoro era interamente basato sull’isola di Porquerolles… Faceva parte di un progetto più ampio, Tutto il vento che c’è, che consiste nel tentativo utopico di collezionare tutti i venti del mondo».
In un’epoca, la nostra, dominata da immagini veloci e consumo istantaneo, l’artista non assegna all’arte un “compito” morale o didascalico. Piuttosto, rivendica la possibilità di cambiare fuoco, di spostare l’attenzione. «Non credo che l’arte abbia un compito specifico, se non quello di offrire la possibilità di guardare le cose con occhi diversi».
A fare da contrappunto, resta l’idea di una pratica paziente, che accetta l’instabilità senza cercare scorciatoie: come scrive Italo Calvino in Collezione di sabbia, chi raccoglie sa “dove vuole arrivare”, fino a “toccare la struttura silicea dell’esistenza”. In questa mostra, quella struttura si intravede proprio lì dove la materia si assottiglia: nella polvere, nella luce, nella sospensione.
Catalogo
La mostra sarà accompagnata da un catalogo illustrato in italiano e inglese, con un testo di Julien Fronsacq (Chief Curator of MAMCO Genève) e un saggio di Andrea Cortellessa, pubblicato da SilvanaEditoriale.
Biografia
Alessandro Piangiamore (Enna, 1976) vive e lavora a Roma, dove insegna scultura all’università NABA. Le sue opere sono state esposte in numerose mostre internazionali.
Mostre personali: Tutto il vento che c’è, Galleria Civica Giovanni Segantini, Arco (Trento), in collaborazione con Museo dell’Alto Garda, Riva del Garda e MART, Rovereto (2013); Primavera Piangiamore, Palais de Tokyo, Parigi (2014); Marango, Casa Italiana Zerilli-Marimò, New York, in collaborazione con Magazzino Italian Art (2018); La Chair des choses, Vénissieux e Vienne (2018); Il silenzio non m’inganna, Siegfried Contemporary, Londra (2020); Qualche uccello si perde nel cielo, Litografia Bulla, Roma (2021); Arcobaleno di Notte, Villa Mondolfo, Como (2023).
Mostre collettive: Torino Triennale T2 (2008); Re-Generation, MACRO, Roma (2012); Time is out of Joint, Galleria Nazionale d’Arte Moderna, Roma (2016); Luogo e Segni, Punta della Dogana, Venezia (2019); Le songe d’Ulysse, Fondation Carmignac, Porquerolles (2022); Viaggio in Italia XXI, Museo Casa di Goethe, Roma (2022); Art&Nature: inside out, Villa Arconati, Milan (2025).
Info mostra
Alessandro Piangiamore
La polvere ci mostra che la luce esiste / When dust reveals the light
21 marzo – 26 giugno 2026
Press preview: 20 marzo, ore 11:00
Repetto Gallery, Lugano
Ufficio stampa
Piera Cristiani
+39 3394560012
[email protected]
Articolo aggiornato il: 19 Febbraio 2026

