Comfort women: la guerra e la schiavitù sessuale femminile

Comfort women: la guerra e la schiavitù sessuale femminile

Comfort women è la parola con la quale si indicano circa duecentomila donne rapite dall’esercito giapponese e costrette a divenire schiave sessuali per i militari. Questo fenomeno tragico si colloca nel contesto della colonizzazione giapponese in Corea e dell’espansionismo nipponico del XX secolo.

Chi erano le comfort women?

Dettaglio storico Descrizione
Termine originale Ianfu (trad. donne di conforto)
Periodo 1932 – 1945 (circa)
Vittime stimate Circa 200.000 donne
Prima “comfort station” Shanghai, 1932
Nazionalità prevalente Coreana

Storia e origine delle case di conforto

Comfort women è la traduzione inglese del termine giapponese ianfu che significa “prostituta”.
Nel Novecento, durante la colonizzazione giapponese della Corea e nei conflitti che la seguirono (seconda guerra mondiale e guerra sino-giapponese), furono circa duecentomila le donne e le ragazzine, per lo più di nazionalità coreana, costrette dall’esercito giapponese a divenire schiave sessuali per i soldati.
Il governo giapponese, con il pretesto di voler porre rimedio allo stupro di guerra, istituì dei centri di conforto, nei quali i militari potevano trovare sfogo alle frustrazioni della guerra. Queste dinamiche si inseriscono nel più ampio quadro de l’imperialismo giapponese in Asia e nel Pacifico, caratterizzato da un controllo capillare sui territori occupati.

Il primo centro di conforto sorse nel 1932 a Shanghai. Le prime comfort women furono prostitute giapponesi offertesi come volontarie. In seguito, a causa della scarsità di volontarie, i militari iniziarono a costringere donne, per lo più provenienti dalla Corea ed altri paesi colonizzati dall’impero giapponese, con la forza o con l’inganno a divenire schiave sessuali.

La testimonianza di Kim Hak-sun

La maggior parte di queste donne ridotte in schiavitù non è sopravvissuta, e a coloro che sono riuscite a ritornare in Corea è forse toccato un destino ben peggiore della morte: convivere con il dolore subito senza poterne parlare liberamente. Al rientro in Corea i valori patriarcali propri dell’ideologia confuciana della società coreana, che veneravano la purezza femminile, avrebbero portato le sopravvissute ad essere etichettate come “indegne”, nonostante fossero delle vittime degne di compassione.
Per di più il governo coreano, nonostante fosse a conoscenza del dramma delle donne di conforto, trascurò la questione, in quanto venne travolto nella guerra civile fra il Nord e il Sud del paese. Questo silenzio ha contribuito ad alimentare la rivalità tra Corea e Giappone, una disputa storica mai del tutto risolta.

Solo nel 1991 grazie al coraggio di una comfort woman, Kim Hak-sun, che donò alla stampa la sua storia, la notizia di questa drammatica vicenda iniziò a diffondersi.
Altre donne seguirono il suo esempio ed iniziarono a riunirsi e a parlare del loro dolore e della necessità di avere giustizia affinché crimini del genere non si ripetessero.

Riflessioni sulla guerra e la memoria storica

Le comfort women sono l’ennesima dimostrazione delle atrocità commesse durante la guerra. Nonostante se ne sia iniziato a parlare e quello delle donne di conforto sia stato definito un crimine dall’opinione pubblica, ciò non compensa in nessun modo il dolore smisurato provato da donne innocenti, alcune bambine, costrette a divenire schiave sessuali.
Parlarne è sicuramente un inizio, ma non è sufficiente. Per rendere veramente giustizia a queste donne bisognerebbe lottare ogni giorno per la pace, per la salvaguardia dell’umanità. E con umanità si intende il termine latino humanitas che deriva dal greco philantropia, ovvero la capacità di rispettare l’altro in quanto essere umano.

Lo scrittore Andrea Camilleri saggiamente diceva che «l’altro non è altro che me stesso allo specchio», bisognerebbe rapportarsi all’altro non vendendo in lui un nemico, ma un individuo con le nostre stesse fragilità e debolezze. Questa consapevolezza dovrebbe farci provare nei confronti dell’altro un sentimento di compassione e di solidarietà.
La compassione e la solidarietà, che vengono preservate dalla pace, alleviano il senso di debolezza e di fragilità dell’uomo e non la guerra. La guerra spesso nasce dalla volontà umana di voler accrescere il proprio potere per evitare di sentirsi deboli. Ma gli esseri umani sono deboli per natura in quanto esseri limitati e destinati a morire, e in questo senso la guerra, che persegue il vano scopo di raggiungere un potere immenso, si configura come un vano tentativo di negare la natura umana e la sua finitezza.
Bisognerebbe invece accettare le fragilità dell’essere umano e lottare ogni giorno per la pace. L’uomo da solo è, indubbiamente, debole, ma se collaboriamo gli uni con gli altri scopriamo forse la vera forza. Quest’ultima non consiste in un potere illimitato, ma nella capacità di accettare la propria natura e di condividere gioie e dolori pacificamente con gli altri essere umani.
Bisogna combattere la guerra con la pace, solo così a crimini bellici atroci, come quello delle comfort women, verrà finalmente resa giustizia.

Fonte immagine: Pixabay

Articolo aggiornato il: 13 Febbraio 2026

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A proposito di Alessandra Nazzaro

Nata e cresciuta a Napoli, classe 1996, sotto il segno dei Gemelli. Cantautrice, in arte Lena A., appassionata di musica, cinema e teatro. Studia Filologia Moderna all'Università Federico II di Napoli.

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