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Occhi Delinquenti di Antonio Mocciola I Recensione

Occhi Delinquenti

Recensione dello spettacolo Occhi Delinquenti (autopsia da vivo di Giovanni Passannante), andato in scena al ZTN di Napoli il 7 e l’8 maggio.

«Non volevo uccidere un uomo, volevo uccidere un Re». L’anarchico Gaetano Bresci pronunciò questa frase dopo aver ucciso il re Umberto I di Savoia il 29 luglio del 1900.

Antonio Mocciola ed Edgardo Bellini hanno usato quella frase per la loro trilogia sui regicidi, costruita attorno alle storie dello stesso Bresci, Pietro Acciarito e di Giovanni Passannante, quest’ultimo protagonista di Occhi Delinquenti andato in scena al teatro ZTN il 7 e l’8 maggio per la regia di Gennaro D’Altiero.

Occhi Delinquenti, recensione dello spettacolo

Giovanni Passannante (Francesco Petrillo) è un giovane lucano incarcerato nella torre di Portoferraio sull’Isola d’Elba per aver attentato alla vita del re Umberto I il 17 novembre del 1878, nel corso di una visita a Napoli.

Legato a una pesante catena e al buio, diventa l’oggetto degli studi del medico Giuseppe Lombroso (Vincenzo Nigri) che individua nel suo essere meridionale una “naturale tendenza” a delinquere, spiegando così il motivo dell’attentato al re e giustificando le crudeli sevizie a cui viene sottoposto.

Dieci anni dopo Giovanni viene spostato nel manicomio di Montelupo Fiorentino, dove venne dichiarato pazzo. Sempre lì la sua vicenda si conclude con la morte, avvenuta il 14 febbraio del 1914.

Essenziale, scarna, e ridotta all’osso la messa in scena di questa “autopsia da vivo di Giovanni Passannante” (citando il sottotitolo del manifesto dello spettacolo): alla destra una bandiera tricolore appesa a un lato e rivolta a terra, come a voler indicare lo spregio di un uomo che vi vede l’emblema di un’autorità rifiutata; alla sinistra un vaso con una pianta di limoni, l’unica “compagna” con cui Giovanni parla nella sua solitudine forzata.

Ma è soprattutto il buio del palco, illuminato da deboli luci che cambiano colore nel corso della storia, a immergerci nella storia, a farci sentire proprio come Giovanni che nell’oscurità ci visse per un decennio, senza il contatto di alcuna figura umana se non quella di medici e carcerieri che lo denudavano e lo “studiavano” per confermare le loro teorie squallide, alimentate dal senso antimeridionalista in seguito ai germi piantati dalla questione meridionale e dal brigantaggio.

Occhi Delinquenti è un dramma crudo, che mette al centro un caso che all’epoca scosse l’opinione pubblica. Uno spettacolo la cui potenza dipende, come giusto che sia, dai suoi interpreti; Francesco Petrillo è ipnotico nella parte del giovane anarchico, una maschera che per quanto distrutta e scarnificata dalle torture non perde la rabbia fiera di un uomo che crede nei suoi ideali e nella speranza di un mondo libero dall’oppressione del potere. Convincenti sono anche Vincenzo Nigri e Giuseppe Brandi, rispettivamente Lombroso e il direttore del Montelupo: diabolici e freddi esecutori di teorie influenzate dal lato oscuro della storia. Teorie che ancora oggi, nella civiltà dei nostri tempi, sono tristemente attuali.

Immagine di copertina: Pagina Facebook ZTN Napoli 

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A proposito di Ciro Gianluigi Barbato

Classe 1991, diploma di liceo classico, laurea triennale in lettere moderne e magistrale in filologia moderna. Ha scritto per "Il Ritaglio" e "La Cooltura" e da cinque anni scrive per "Eroica". Ama la letteratura, il cinema, l'arte, la musica, il teatro, i fumetti e le serie tv in ogni loro forma, accademica e nerd/pop. Si dice che preferisca dire ciò che pensa con la scrittura in luogo della voce, ma non si hanno prove a riguardo.

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