Seguici e condividi:

Eroica Fenice

Il costo dell'efficienza nell'era della velocità secondo Oliver Burkeman

Il costo dell’efficienza nell’era della velocità secondo Oliver Burkeman

Oliver Burkeman, sulle pagine del The Guardian, propone una riflessione sul legame tra tempo ed efficienza, legame che sembra caratterizzare inesorabilmente la nostra società.

L’articolo, tradotto da Internazionale, si apre con il racconto dell’esperienza di Marlin Mann che in un lunedì dell’estate del 2007 propose ai dipendenti di Google inbox zero, un sistema per evitare l’accumularsi di e-mail, problema fortemente sentito in un settore dove essere al passo coi tempi e ricevere tutte le notizie è fondamentale.

Burkeman fa notare come negli ultimi decenni siano stati scritti sempre più libri in cui si dispensano metodi per organizzare il lavoro in modo tale da rendersi più produttivi ed efficienti. Secondo lo scrittore: «Il nostro destino di uomini moderni, è caratterizzato dal fatto che ci sentiamo obbligati a rispondere alla pressione dei vincoli temporali diventando quanto più possibile efficienti, anche se così facendo, a dispetto delle promesse che vi vengono fatte, non riduciamo lo stress».

Il pensiero di Oliver Burkeman

Il problema del tempo a nostra disposizione durante l’esistenza era già stato trattato da Seneca nel De brevitate vitae ma da allora la vita e il modo di lavorare è cambiato. Dalla fine del 1800, da quando Taylor diede vita all’ “organizzazione scientifica del lavoro”, il dover sfruttare il tempo con la massima efficienza per rendere massima la produttività è divenuto il problema principale dei lavoratori e dei dirigenti. Il taylorismo e il fordismo si sono posti alla base di un modello economico che si è evoluto col passare del tempo e ha influenzato sempre di più la vita dei lavoratori e dei consumatori. Durante lo scorso secolo, infatti, in seguito all’introduzione delle catene di montaggio, la produzione è stata caratterizzata da ritmi di lavoro serrati, produzione standardizzata, stipendi alti quanto necessario per garantire l’acquisto dei beni prodotti dagli stessi lavoratori e pubblicità volte a rendere quei beni prodotti appetibili.

Tutto ciò nel 1930 aveva portato Keynes a pensare che entro un secolo avremmo lavorato solo quindici ore alla settimana. Le previsioni dell’economista si sono rivelate errate dato che, a differenza di quanto egli riteneva, non ci siamo accontentati della soddisfazione dei bisogni elementari ma abbiamo iniziato a desiderare sempre di più. A tal proposito Burkeman scrive: «A seconda del grado che occupiamo nella scala economica, è impossibile, o almeno ci sembra impossibile, ridurre le ore di lavoro in cambio di più tempo libero».

«Ma se questa efficienza non facesse altro che peggiorare le cose?» si chiede Oliver Burkeman.  Molti dei metodi di organizzazione del tempo e del lavoro sul lungo termine si rivelano fallimentari perché una volta raggiunti gli obiettivi primari se ne pongono costantemente di nuovi o perché l’incremento di efficienza porta ad una domanda di lavoro maggiore. Lo stesso Mann, creatore del sistema inbox zero, a dieci anni di distanza da quella conferenza afferma: «Ho abbandonato le mie priorità per scrivere di altre priorità. Senza volere ho ignorato il mio stesso consiglio: non permettere mai che il lavoro comprometta le cose più belle».

Il problema è che questo modo di pensare ci ha portati a ritenere che anche il nostro tempo libero debba essere utilizzato per essere produttivi e quindi leggiamo ciò che ci può rendere più acculturati, visitiamo luoghi che ci possano offrire opportunità di crescita personale e professionale finendo col vivere una vita in cui l’unico obiettivo è l’essere sempre migliori di come si è. Finiamo col lavorare talmente tanto da non ricordare più il perché lo facciamo e la parte più preoccupante di questo processo è quella legata al nostro modo di pensare la vita.

Avere del tempo libero che sia tale è un qualcosa di necessario e che non deve essere legato al poter svolgere meglio il proprio lavoro. Scrive Burkeman: «Non è obbligatorio guadagnare di più, raggiungere più obiettivi, realizzare il proprio potenziale in ogni dimensione, sentirsi più inseriti. L’Ethos dell’efficienza e della produttività rischia di anteporre la salute dell’economia alla felicità degli esseri umani, ma il senso di pressione che crea non fa bene nemmeno agli affari. Eppure il mondo degli affari non sembra volerlo accettare».