Santo Sud di Dario Sansone | Recensione

Santo Sud di Dario Sansone | Recensione

Dario Sansone – “Santo Sud”
Un disco che è un viaggio: personale, spirituale, politico

Conosciuto soprattutto come frontman dei Foja, Dario Sansone firma il suo primo progetto da solista con Santo Sud, un lavoro che va oltre la musica: è anche un concerto teatrale e un libro illustrato, Santo Sud – A Poetry Sketchbook, edito da Comicon. Pubblicato l’11 aprile da INRI/Metatron e registrato tra Napoli e Parigi, il disco si presenta fin da subito come qualcosa di forte, profondo, pieno di identità.

Santo Sud è un concept che nasce da un’idea ben precisa: rendere “sacro” tutto ciò che di solito viene visto come basso, dimenticato, ai margini. In questo album il Sud non è solo un luogo geografico, ma un modo di sentire, di vivere, di esistere. Lì dove si parla di difficoltà, povertà, emigrazione e solitudine, Sansone prova a raccontare anche un’energia potente, qualcosa che ha ancora molto da dire.

Le 12 tracce dell’album si muovono tra la canzone d’autore, la tradizione napoletana e influenze più ampie che toccano sonorità arabe, africane, sudamericane, pizzica e folk europeo, cucite addosso a testi che oscillano tra poesia, invocazione, intimità e denuncia. È un disco stratificato, che si lascia ascoltare con piacere, ma che richiede attenzione se si vuole cogliere davvero tutto ciò che ha da dire.

All’interno della tracklist, alcune tracce si distinguono per la loro forza espressiva e per la capacità di racchiudere l’essenza del progetto. Tra queste: “Where Is My Place”, “Santo Sud” e “Sole”.

“Where Is My Place” – una preghiera moderna
Il disco si apre con quella che suona come una vera e propria invocazione. Una sorta di Ave Maria laica e terrena, rivolta non a un Dio, ma a un’entità più concreta: il Sud. Il testo è carico di immagini forti, simboliche, e chiede giustizia, equilibrio, protezione. È solenne, ma mai pesante. E, anche se usa parole molto radicate nella cultura partenopea, riesce a parlare a tutti.

Il ritornello — “Where is my sun? Addò sta ‘o sole mio?” — è una domanda che resta sospesa. Racchiude perfettamente il cuore dell’album: la ricerca di un posto, di un senso, di una luce, in un luogo spesso ignorato ma che ha ancora tanta dignità da offrire.

“Santo Sud” – l’identità che brucia
Il brano che dà il nome all’album è una dichiarazione intensa. Un messaggio d’amore, ma anche di frustrazione, verso le proprie radici. Qui Sansone parla della memoria, di quello che si è dimenticato ma che andrebbe difeso. Il Sud diventa quasi una madre, una figura a cui non si può restare indifferenti: anche se si fugge, si resta legati per sempre.

È una canzone che tocca, che fa riflettere senza alzare la voce, ma con una lucidità che arriva dritta. “E nun teneno rispetto pe’ ‘o loro Santo Sud” non è solo una frase: è un’accusa rivolta a tutti, anche a chi il Sud lo abita ma non lo vive davvero.

“Sole” – una richiesta di pace
Tra le tracce più particolari e riconoscibili, Sole colpisce per il suo equilibrio. Ha un ritmo più moderno e orecchiabile, quasi pop, ma riesce comunque a conservare i colori folk e il legame con l’anima del disco.

È una canzone più leggera nel tono, ma non nel contenuto: il testo parla del bisogno di comprensione, di una pace che manca tanto nei rapporti umani quanto nel respiro stesso del mondo. Il ritornello, ripetuto quasi come un mantra, è un’invocazione solare ma non ingenua.

Santo Sud di Dario Sansone, in conclusione

Santo Sud è un progetto maturo, complesso, in cui Sansone riesce a tenere insieme molte anime: quella dell’autore, del musicista, del narratore, del disegnatore. Più che un album, sembra una raccolta di lettere, scritte a un Sud che è madre, amante, complice e, a volte, nemica.

Un progetto necessario, soprattutto oggi, perché ci ricorda che anche nelle contraddizioni può nascere qualcosa di bello. E che le radici, se curate, non servono solo a restare fermi, ma anche a tornare.

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