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Imparare una lingua da bambino: perché è un vantaggio?

imparare una lingua

Imparare una lingua da bambino: qual è il fattore positivo nell’apprendere una lingua quando si è piccoli? Vi sono differenze se questa operazione acquisizionale viene effettuata in età adulta o se si è ancora bambini? Vari studiosi si sono interrogati circa l’argomento e si è aperto un dibattito sulla correlazione tra età e capacità di acquisizione, in relazione anche al livello di competenza finale raggiunto.  Vi sono differenze anche se si fa riferimento alla L1, la lingua materna, o se si prende in considerazione l’apprendimento di una L2.  Da queste diverse ricerche emerge una incapacità degli studiosi di giungere ad un’unica teoria e ad una unanimità di metodi da adottare, data la complessità della comparazione dei risultati. Il primo parametro utilizzato per misurare la capacità di acquisizione coincide con l’osservazione e l’esame del raggiungimento dello stadio finale.  

Imparare una lingua da bambino conduce ad un migliore esito finale

Nel processo di acquisizione delle lingue, emergono differenze nell’esito finale di apprendenti precoci e tardivi. Vi sono innegabili distinzioni nei risultati finali che si raggiungono (ultimate attainment). L’esito finale è migliore se si inizia a imparare una lingua in tenera età, rispetto a chi si approccia più tardi ad un nuovo sistema linguistico.

Esempi che dimostrano perché è un vantaggio imparare una lingua in età infantile

Alcuni studiosi hanno portato avanti l’ipotesi del periodo critico.  La linguistica acquisizionale é costellata da molteplici  opinioni e svariati studi a favore o contro l’ipotesi.   Il periodo critico è un intervallo temporale durante il quale un organismo è sensibile a certi stimoli esterni in misura maggiore rispetto ad altri periodi della vita. Esso fa riferimento all’arco temporale delimitato da confini precisi in cui la (mancata) esposizione a un dato stimolo produce un effetto irreversibile.  Il concetto è mutuato dalla biologia e si prendono in considerazione gli studi di Camille Dareste (zoologo) Rupert Stockard (biologo) sugli embrioni dei pesci. Interessanti sono le ricerche di Konrad Lorenz (etologo) circa il cosiddetto imprinting sul comportamento degli anatroccoli.

In ambito neurolinguistico vi sono particolari ricerche per questo ipotetico timer biologico. Vanno menzionate quelle di Penfield e Roberts, insieme a quelli di Lenneberg su soggetti divenuti afasici o su bambini affetti da sindrome di Down. In seguito al trauma, si è riscontrato che in mancanza del corretto utilizzo dell’emisfero sinistro, i bambini giovano dell’emisfero destro a differenza di quanto non farebbero, invece, gli adulti. Questo processo ha portato a pensare all’ipotesi di lateralizzazione. Questa ipotesi è stata poi abbandonata e sostituita dalla tesi circa la perdita di plasticità celebrare. Essa deriva dal cosiddetto processo di mielinizzazione. 

Altri studi importanti fanno riferimento ai bambini selvaggi: particolari individui che, per differenti motivazioni, sono stati costretti a vivere (almeno fino al periodo della pubertà) isolati dalla società.  Gli studiosi si sono focalizzati su due esempi: Victor e Genie. Jean Itard in Mémoire sur les développements de Victor de l’Aveyron tratta del caso “fallimentare” di Vicor che, dopo anni vissuti isolato nei boschi, riesce ad acquisire solamente poche parole in fase di pubertà. Questo avviene perché, in età infantile, non ha potuto apprendere la L1 e ha perso, irrimediabilmente la capacità d’acquisizione ottimale. Il caso di Victor avvalora l’ipotesi del periodo critico. 

Imparare una lingua da adulto: conseguenze 

È possibile affermare che non si giunge ad un esito finale positivo, se si acquisisce una lingua in età adulta. Questo perché ci sono state ricerche che sostengono che alcuni raggiungono solo soglie minime di competenza, anche dopo un periodo pluriennale di permanenza nel paese ospite. Altri si collocano in una fascia di competenza che li rende apparentemente indistinguibili dai parlanti nativi di quella lingua.

In età adulta non solo esiti negativi: vediamo il caso di Julie 

Julie è una donna, ventunenne, di lingua materna inglese che, trasferitasi in Cairo, impara l’arabo egiziano senza alcuna forma d’istruzione. II suo livello di competenza linguistica viene misurato tramite appositi test nei quali si valuta la comprensione, la produzione e la capacità di distinguere le varietà diatopiche di arabo-egiziano.  Julie riporta risultati ottimali, talvolta anche superiori ai parlanti nativi. Eppure impara una lingua non solo senza ricevere istruzione, ma superando la soglie massima che, per alcuni studiosi è indispensabile per giungere ad un esito finale positivo.

Ciò cosa significa e quali affermazioni conduce?

Si può notare che è meglio imparare una lingua da bambino.  E questo è un vantaggio innegabile. Bisogna notare, però, che non è impossibile arrivare ad un esito finale positivo (anche ottimo) se l’acquisizione avviene in età adulta. A tal proposito, vi sono molti altri esempi e case study per argomentare circa i diversi fattori positivi o negativi  per imparare una lingua da bambino o da adulto. Si può affermare che: nell’ambito della L2 la nozione di periodo ottimale pare più adeguata a descrivere una situazione caratterizzata dalla presenza non trascurabile di apprendenti tardivi che riescono nondimeno a raggiungere livelli di competenza intermedi.  Invece, nell’ambito dell’acquisizione della L1, la mancata attivazione della facoltà di linguaggio entro il limite della pubertà porta in maniera generalizzata alla drastica riduzione della capacità di apprendere un sistema linguistico. In vista di questo, quindi, imparare una lingua da bambino porta al raggiungimento di risultati positivi nell’immediato e a lungo termine: sia che si tratti della lingua materna, sia di una qualsiasi altra L2. 

Fonte immagine: Pixabay

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