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Eroica Fenice

La categoria Riflessioni culturali contiene 96 articoli

Riflessioni culturali

Il Panismo: la lente di Gabriele D’Annunzio

Il Panismo è una corrente intrinseca del Decadentismo che influenzò i migliori artisti che aspiravano a promuovere una letteratura ed un’arte libera dalle preoccupazioni della società industrializzata. Per la natura del decadentismo, strettamente collegato alle tematiche della vita interiore e del mistero, questo movimento diede origine a diverse correnti poetiche come il simbolismo, l’estetismo, il panismo ed il surrealismo. Il panismo deriva dal greco (παν, tutto) e si riferisce alla tendenza del confondersi e mescolarsi con il Tutto e con l’assoluto, due concetti chiave anche della corrente letteraria del decadentismo. Per alcuni autori in particolar modo per il poeta D’Annunzio il tutto corrisponde alla natura e il nome fa riferimento al dio greco Pan, divinità dei boschi e della natura. Il Panismo è una particolare concezione della realtà che prevede che la natura abbia caratteristiche umane e che l’uomo possa immergersi pienamente nella natura, dimenticando quasi la distinzione tra il poeta-scrittore e il mondo naturale. Il panismo è un percezione molto profonda del mondo e della natura che crea quasi una fusione tra gli elementi naturali e l’essere umano. Questa corrente esalta la bellezza e la gioia di vivere, poiché fa riferimento a tutte le meraviglie naturali che permettono agli scrittori e ai poeti di esprimere i loro sentimenti e i loro stati d’animo, osservando la loro bellezza. Poiché l’Io può confondersi ed essere parte della natura, vivendo una compenetrazione gioiosa e un senso di comunione con tutto ciò che lo circonda, ogni persona riesce a vivere secondo il ritmo naturale della vita e potenzia se stesso. Il Panismo – Esempio chiave nella letteratura italiana Un esempio chiave lo ritroviamo nei versi della poesia La pioggia nel pineto di D’Annunzio, in cui il poeta si fonde con la natura, la quale ripercorre il suo corpo e i suoi sentimenti e la protagonista Ermione compie una completa fusione con il bosco. Le parole e le immagini del panismo dannunziano hanno un senso evocativo. È questo il panismo dannunziano che riesce ad esprimere quel sentimento che l’essere umano prova con il tutto e riesce a sentire la vitalità che esprime la natura e i paesaggi. La poesia La pioggia nel pineto è incentrata sul tema della natura, infatti il poeta D’Annunzio passeggia con Ermione (Eleonora Duse) nel pineto durante un temporale estivo e descrive minuziosamente la pioggia che batte sui diversi elementi della natura ed è capace di sentirne i rumori e di immergersi nella natura che si trasforma dopo un temporale. D’Annunzio, guardando Ermione, si accorge che la pioggia cade anche sulle sue ciglia e sembra che lei pianga con gioia, Ermione sembra essere verdeggiante ed appare come una ninfa che esce dall’albero. Il poeta pensa che la loro vita sia fresca e profumata, tutti questi riferimenti comunicano il loro benessere in questa unione con la natura. La concezione del panismo è quella di percepire la natura tramite la forza dei cinque sensi e non con un ragionamento logico, infatti il poeta D’Annunzio sceglie volutamente di ripetere parole e frasi e […]

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Riflessioni culturali

Chi sono i Curdi? Storia del popolo senza stato

Chi sono i Curdi? La storia del più grande popolo senza stato Il popolo curdo conta circa 50 milioni di unità sparsi all’interno della regione del Kurdistan. Un milione e mezzo di Curdi è, invece, in diaspora tra Europa del nord e America. Il Kurdistan è un vasto altopiano situato nella parte settentrionale e nord-orientale della Mesopotamia: la regione del Kurdistan si estende fra gli stati di Turchia a sud-est, Iran a nord-ovest, Iraq nella parte nord e, in minor misura, Siria a nord-est e Armenia a sud. Il Kurdistan non è politicamente autonomo, bensì dipendente dagli stati nei quali si estende. I Curdi, dunque, costituiscono una nazione ma, dal momento che nessun organo internazionale ne riconosce ufficialmente i confini, nonostante le numerose guerre combattute per raggiungere l’indipendenza, essi rappresentano il più grande popolo al mondo a non avere uno stato. Si tratta, quindi, di un popolo senza patria e in perenne lotta per affermare politicamente ciò che esiste già da secoli storicamente e geograficamente. La storia del popolo curdo è una storia convulsa e travagliata, fatta di dominazioni conquiste e smembramenti, che ha inizio con la distruzione di Ninive da parte dei Medi nel 612 a.C. Dopo quella data, il popolo curdo subì la dominazione persiana per due secoli, per poi entrare in guerra con i Greci di Alessandro il Macedone. Nel I secolo d.C. il Kurdistan entra a far parte dei domini romani e rimarrà soggetto all’impero romano fino a 637 d.C., anno della conquista da parte dell’Islam. I Curdi passeranno, poi, sotto altre dominazioni straniere, come quella mongola, quella dei persiani safawidi e quella più longeva degli Ottomani: il Kurdistan, infatti, fece parte dell’Impero Ottomano dal 1514 fino alla Grande guerra. Ma è proprio con la sconfitta e con il conseguente crollo dell’Impero Ottomano nella prima guerra mondiale che cominciò la spinosa e sanguinosa questione curda. Il Trattato di Sèvres, siglato nel 1920 dopo la fine del primo conflitto mondiale, riduceva l’Impero Ottomano ad uno stato nazionale turco circoscritto alla sola Anatolia e prevedeva, inoltre, agli articoli 62 – 64, la possibilità per la minoranza curda di costituire un proprio stato autonomo, i cui confini sarebbero stati definiti da una commissione appositamente designata dalla Società delle Nazioni. Il Trattato di Sèvres, però, non fu mai ratificato e, a seguito della guerra di indipendenza Turca, Mustafa Kemal Ataturk “Padre dei Turchi”, comandante delle truppe indipendentiste turche e primo presidente della neonata Turchia, costrinse le potenze alleate a firmare il Trattato di Losanna, che di fatto annullava completamente quanto stabilito nel precedente trattato. Con il trattato di Losanna la minoranza curda vide svanire la speranza di costituirsi in uno stato indipendente: il Kurdistan sparì dalle carte geografiche e venne suddiviso tra la nascente repubblica turca di Ataturk e la monarchia araba di Iraq. Dal Trattato di Losanna in poi le varie comunità curde, in ognuno degli Stati in cui sono divise, reclamano la propria indipendenza o almeno un’autonomia. La lotta per l’indipendenza del popolo curdo d’Iraq è legata alla […]

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Culturalmente

La tragedia greca: origine ed aspetti di un genere immortale

Nel panorama delle forme culturali dell’antichità trasmesse alle epoche successive, la tragedia costituisce il modello fondamentale con cui tutta la tradizione occidentale ha dovuto inesorabilmente misurarsi. La natura, la storia e l’evoluzione della tragedia pongono problemi sui quali la critica non ha cessato d’interrogarsi: mirando a seguire lo sviluppo “biologico” del genere tragico, Aristotele riteneva che la tragedia fosse sorta dal ditirambo (canto lirico in onore di Dioniso eseguito da un coro) e dai cortei fallici, per poi acquisire da questa caratterizzazione una graduale solennità, fino all’affermazione del parlato sulla danza. Effettivamente, il ditirambo tra VI e V secolo si aprì a contenuti diversi da quelli strettamente attinenti al culto dionisiaco e arrivò ad assumere forme narrative anche di carattere dialogico: si può, dunque, ipotizzare che la voce solista tendesse gradualmente a divenire indipendente dal gruppo e fare uso del parlato. Altre ipotesi interessanti derivano dall’indagine etimologica del termine tragodìa, che è unanime nell’individuare i due elementi costitutivi del composto, tràgos “capro” e odé “canto”, tuttavia è divisa sulla sua corretta interpretazione: “canto dei capri”, cioè eseguito da satiri travestiti da capri, che nel mito rappresentavano il corteggio di Dioniso, o “canto per il capro”, dove l’animale è inteso come premio-sacrificio di una gara di cantori. In ogni caso, le fonti sembrano convergere sul riconoscimento della dimensione rituale e corale delle primitive performances, da cui trassero origine le forme drammatiche satiresca e tragica. La tragedia ad Atene: il teatro di Dioniso e l’apparato scenico La tragedia è l’espressione più caratteristica della cultura ateniese del V sec. a.C. Ad Atene le rappresentazioni teatrali più significative avevano luogo durante le Dionisie cittadine, l’evento annuale di maggiore rilievo della vita comunitaria della polis, in virtù del loro significato fortemente ideologico, finalizzato a rendere manifesta l’egemonia politica, economica e culturale della polis. In occasione di questo evento, avevano luogo gli agoni di poeti ditirambici, tragediografi e commediografi nel teatro di Dioniso. La complessità dell’organizzazione degli agoni e della procedura di sorteggio dei giudici era finalizzata a coinvolgere i rappresentanti di tutta la comunità cittadina. Il teatro era dotato di un apparato scenico, che constava di pitture su pannelli lignei mobili, e di macchine sceniche, come il bronteion, la macchina del tuono, e la mechanè, la macchina del volo, usata frequentemente da Euripide per far planare dall’alto le divinità nei finali di varie tragedie – da cui la locuzione deus ex machina. La maschera, eredità del rituale dionisiaco, nella prassi teatrale aveva una funzione pratica: grazie a essa lo stesso attore poteva svolgere più ruoli, poiché gli attori parlanti non potevano superare le tre unità nella tragedia, inoltre consentiva che i ruoli di tutti i personaggi sia maschili che femminili fossero affidate ad attori maschi, gli unici ai quali era concesso di recitare nel teatro greco. Il significato dell’esperienza teatrale  Tre tragediografi si distinsero per il contributo apportato allo sviluppo del genere tragico: Eschilo, ancora legato alla dimensione arcaica e corale, la cui caratteristica costante è la tensione massima del pathos tragico; Sofocle, ritenuto già […]

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Riflessioni culturali

I Titani: le divinità primordiali della mitologia greca

I Titani: un viaggio alla scoperta degli dèi preolimpici | Riflessione Fin dal primo incontro tra i nostri occhi e le pagine dei poemi più famosi dell’antica Grecia, siamo entrati  in un mondo coinvolgente, che ha colpito la nostra immaginazione con la sua maestosità. Un universo di dèi e dee che pensano, parlano, si innamorano, odiano come i mortali e le cui vicende si intersecano, spesso, con quelle degli uomini. Per quanto dèi ed uomini possano essere diversi gli uni dagli altri, se confrontate, vediamo quanto simili siano le due società. Regola dei rapporti tra dèi e mortali è la religione, cioè il complesso di atti di culto da parte degli uomini con cui si cercava di ottenere il favore della divinità. Ma proprio la divinità, o meglio, la discendenza divina, era la giustificazione che adottavano i re per legittimare la loro superiorità su tutti gli altri e poter realizzare la gerarchia che sovrintendeva alla società. E questi racconti di uomini e dèi, trasmessi da padre in figlio e poi cantati dai poeti, diedero vita alle leggende che, tutt’oggi, ancora ci affascinano. Il principio fu il Chaos, un’ immensa voragine in cui perduravano, mescolati, tutti gli elementi. Dal Chaos si formarono prima Gea (la Terra), sede sicura per il Tutto, e Amore. Poi ebbero origine Erebo (il Tartaro), collocato sotto la terra, e Nyx (la Notte). Erebo e Nyx, unitisi, generarono Etere (l’Aria) ed Emera (il Giorno). Gea a sua volta dette vita ad Urano (il Cielo), che la ricoprì da ogni parte e fu sede eterna degli dèi ed, insieme, generarono i Titani. I Titani I Titani (in greco antico: Τιτάνες, Titánes) sono, nella mitologia e nella religione greca, gli dèi più antichi (próteroi theoí), nati prima degli olimpi. Titanidi erano invece chiamate le dee, loro sorelle, mogli e compagne. I Titani vengono considerati come le forze primordiali del cosmo, che imperversavano sul mondo prima dell’intervento regolatore e ordinatore degli dèi olimpici e che, quindi, muovevano le fila della vita e del mondo. Nonostante spesso sconvolgessero il creato, tuttavia, non erano mai rappresentati come degli esseri mostruosi, bensì sempre in forma antropomorfa. L’origine del termine Τιτάνες non è assolutamente certa. Esiodo, nella sua Teogonia, poema mitologico in cui si raccontano la storia e la genealogia degli dèi greci,  lo fa derivare, in modo del tutto fantasioso, dal termine τιταίνειν (“produrre uno sforzo”, “tendere in alto”) e da τίσις (“vendetta”, “punizione”) collegandolo alla relazione che questi dèi ebbero con Urano, loro padre. Chi sono i Titani? I Titani erano esseri straordinari, incarnazioni delle forze della natura, concetti o sentimenti. Oceano, (Ὠκεανός), primigenia divinità marina, è inteso come l’infinita distesa di acque che circonda le terre emerse; dalla sua unione con Teti, (Τηθύς), la maggiore delle Titanidi, nascono i fiumi, le fonti e i laghi della Terra, nonché le Oceanine, bellissime ninfe che popolano i mari, e i fiumi infernali Acheronte, Stige e Lete. Da Iperione, (Ύπέριον), in greco “colui che corre in alto”, e Teia (Θεία), “la divina” nascono le divinità delle luce e del calore: Helios (il Sole), Selene (la Luna) ed Eos (l’Aurora). […]

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Culturalmente

Maghi famosi: i 5 maghi che hanno fatto la storia della magia

Pochi sono a conoscenza del fatto che anche la magia ha la sua cultura. Così come nella storia della letteratura si possono rinvenire autori famosi, anche la storia della magia conta i propri maghi famosi. Dalla superstizione all’occultismo alla stregoneria, le pratiche misteriose hanno sempre generato suggestione e curiosità anche nei più scettici. La magia ha perfino un luogo d’origine, che è l’Egitto, terra di incanti e di riti profusi di fascino e mistero. Tra le branche che caratterizzano il campo della magia spicca quella dell’illusionismo, forma di intrattenimento che si serve di trucchi materiali o immateriali per produrre effetti scenici di grande impatto sugli spettatori. Numerosi gli illusionisti che hanno stregato e strabiliato con i loro numeri di magia, giochi di prestigio e manipolazioni traversate di mistero. Tra i maghi famosi che hanno fatto l’immortalità del fascino dell’illusionismo e della magia stessa, proponiamo quelli dalle storie più…magiche! Maghi famosi: vite, storie, curiosità 1. Jean Eugène Robert-Houdin Illusionista francese del XIX secolo, Houdin è spesso indicato come “il rinnovatore dell’arte magica”. Prestigiatore e illusionista di vasta fama, è accettato dai più in qualità di padre della magia da palcoscenico moderna. La rivoluzione apportata al mondo della magia da Houdin, certamente uno dei maghi famosi più sensazionali di sempre, è quella di aver reso gli spettacoli di magia, per la prima volta, performances eleganti e sofisticate. È lui a spostare il setting delle esibizioni magiche, da mercati e fiere a teatri e feste private di gusto più raffinato. Inoltre, sua e decisamente innovativa è la decisione di indossare abiti eleganti come quelli dei suoi spettatori, inaugurando una tradizione che si è perpetuata nel tempo: ancora oggi molti maghi onorano tale usanza indossando il frac per le performances. 2. Harry Kellar Mago americano cui spetta l’appellativo di “Decano dei maghi americani”, Kellar porta spettacoli di magia in cinque continenti, attivo tra il XIX e l’XX secolo. Rientra a pieno titolo tra i maghi famosi che hanno fatto la storia della magia per una delle illusioni sul palcoscenico più intriganti di sempre: la levitazione di una ragazza, spettacolarizzata nei termini di “Levitazione della principessa Karnac”. 3. Harry Houdini Mago di origini statunitensi, si annovera tra gli illusionisti ed escapologi più conosciuti della storia. La smodata fama di cui ha goduto è stata causata dalle sue cosiddette “fughe impossibili”. Houdini si mostrava in grado di liberarsi da manette, catene, corde e camicie di forza, dinanzi agli occhi sbarrati di un pubblico attonito durante le esibizioni. Per i più il suo numero più famoso risulta essere senza dubbio la cella della tortura cinese dell’acqua: posta una cassa di vetro e acciaio piena d’acqua, chiusa opportunamente a chiave, l’illusionista si dimostrava in grado di rimanervi sospeso a testa in giù. 4. David Copperfield Copperfield si inscrive a pieno titoli nella costellazione di maghi famosi di cui ci stiamo occupando. Riconosciuto spesso come erede di Houdini, il suo è un nome d’arte desunto dal romanzo di Charles Dickens. Copperfield si è affermato come prestigiatore e poi come […]

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Culturalmente

Ratto di Proserpina, tra storia e mito

Ratto di Proserpina, approfondimento e curiosità Quella di Proserpina (Persefone per i greci)  è una vicenda che rientra in quel gruppo di racconti mitologici greci in cui ninfe e dee, piegate alla volontà di Zeus, subiscono violenze e costrizioni per la smania degli Dei di possedere la loro accecante bellezza. Quello che subisce Proserpina è un rapimento ad opera di Plutone (Ade per i greci) che la farà sua sposa rendendola Regina degli Inferi. Interpretare e motivare il mito del ratto di Proserpina ci porta a diverse conclusioni: la prima è che i greci vollero giustificare l’alternarsi delle stagioni, e in particolare l’avvento della Primavera, in maniera molto originale e come d‘abitudine coinvolgendo l’Olimpo e le sue forze divine. Ma l’atto del rapimento si interpreta anche come un vero e proprio matrimonio. Quello tra Zeus , padre di Persefone, e il fratello Ade assume le peculiarità dell’engye: una sorta di contratto in cui il padre della sposa concede l’allontanamento della figlia dal nucleo familiare per cederla come moglie. Nell’antichità, molti furono i riti dedicati a Proserpina. Presso i santuari dedicati alla divinità, le giovani fanciulle prossime alle nozze si recavano per offrire rami di melograno, simbolo del matrimonio, o ciocche di capelli nella speranza di ricevere in cambio prosperità per il matrimonio. Ma andiamo con ordine. Ratto di Proserpina: il mito Proserpina o Kore (dal greco,  giovinetta) è figlia di Zeus Re dell’Olimpo e di Demetra (Cerere per i romani) Dea dell’agricoltura e della fertilità nonché protettrice dei raccolti. Il ratto della fanciulla si realizza molto probabilmente presso Enna, sul lago di Pergusa (anche se la tradizione associa al rapimento diverse località come Siracusa, Eleusi, Cnosso). Qui Proserpina era intenta a raccogliere fiori in compagnia di altre ninfe, figlie di Oceano, quando attratta da un narciso, si piega a raccoglierlo. Nell’esatto momento in cui tende la mano, una voragine si spalanca nella terra e da lì, su di un carro d’oro  trainato da quattro cavalli nerissimi e maestosi, emerge Plutone, re degli inferi, che la rapisce contro la sua volontà. La fanciulla urla e si dimena, ma niente può fermare la furia e l’avidità di Ade che la trascina con sé nell’oltretomba per farla sua sposa. Kore era un fanciulla bellissima, rappresentante giovinezza e spensieratezza. Plutone, invece, viveva triste e solo nel mondo dei morti e folgorato dalla bellezza della fanciulla, ricevette il permesso di Zeus a unirla a sé per sempre. Il poeta  Claudiano racconta: «[Plutone] si precipitò verso di lei [Proserpina], che, scortolo, così nero e gigantesco, con quegli occhi di fuoco e le mani protese ad artigliarla, fu colta dal terrore e fuggì leggera assieme alle compagne… Il dio dell’Ade, in due falcate le fu addosso e l’abbracciò voracemente e via col dolce peso; la pose sul cocchio, invano ostacolato da una giovinetta, Ciane, compagna di Proserpina, che tentò di fermare i cavalli, ché il dio infuriato la trasformò in fonte. Ancora oggi Ciane, con i suoi papiri, porta le sue limpide acque a Siracusa» Ma Demetra, […]

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Riflessioni culturali

Capitello ed ordine architettonico: dorico, ionico e corinzio

Capitello dorico, capitello ionico e capitello corinzio | Storia e spiegazione  Ordine dorico, ordine ionico e ordine corinzio: queste voci sono emerse a più riprese durante il nostro percorso scolastico, talvolta nominate senza realmente capire bene cosa indicassero e quali fossero le loro differenze. Ma chi inventò il capitello? Perché furono inventati tali elementi architettonici? Tutto nasce dalla colonna, grosso fusto di legno issato dall’uomo per sostenere…cosa? Una trave. Semplice! Ma l’occhio umano, soddisfatta la necessità di creare un sistema di costruzione basico, volle di più e creò il capitello, trait-d’union tra la colonna e la trave, che obbediva ad istanze estetiche che appagavano l’occhio. Nacquero, così, gli ordini architettonici, da cui partire per distinguere i vari tipi di capitello realizzati nella storia. Gli ordini, la più grande novità introdotta dai Greci nella tecnica di costruzione, rappresentano vere e proprie risposte all’esigenza concettuale di eliminare qualsiasi forma di casualità nella realizzazione di un edificio e consistono nel complesso di norme geometriche e matematiche che regolano le proporzioni tra le parti di un edificio. Con questo fine, gli architetti greci ricorsero al modulo, un’unità di misura (il raggio di base della colonna), con cui regolare le proporzioni dell’edificio, utilizzando multipli e sottomultipli della stessa. Il primo ad introdurre il concetto di “ordine architettonico” fu Vitruvio Pollione, architetto romano vissuto nel I secolo a. C., autore del trattato De Architectura, un testo suddiviso in 10 libri, dove sono illustrate le principali tecniche costruttive dell’antichità. Gli ordini architettonici, in ambito greco, si uniformano a tre grandi stili: dorico, ionico e corinzio ed hanno nomi greci perché compaiono per la prima volta in regioni specifiche: l’ordine dorico nel Peloponneso, Magna Grecia e Sicilia, quello Ionico in Asia minore ed a Samo, quello corinzio invece potrebbe esser stato suggerito all’architetto greco Kallimakos da un cesto di acanto posto sulla tomba di un giovane uomo. Quando si parla di ordini architettonici, nonostante essi si differenzino per un gran numero di elementi che concorrono a dare alle colonne e agli edifici un aspetto molto diverso, si è solitamente portati a concentrarsi sulle forme assunte dal capitello, che ne è l’espressione più visibile e maggiormente discriminante perché è la prima cosa che cattura l’occhio. Ordine dorico e capitello dorico Caratterizzato da proporzioni massicce e da una rigorosa semplicità di forme, è il più antico e maestoso dei tre, le cui prime testimonianze documentate risalgono agli inizi dell’epoca arcaica, impiegato principalmente per la costruzione di templi. Il tempio dorico poggia solitamente su robuste fondamenta in pietra locale (euthynteria), che svolgono la funzione di sopraelevare l’edificio, separando simbolicamente l’Olimpo degli dèi dal mondo terreno. Su di esse poggiano i gradini di accesso al tempio (krepidòma), inizialmente tre, che aumenteranno, poi, in base al tipo di tempio. L’ultimo gradino è detto stilòbate e costituisce il piano orizzontale sul quale poggiano tutte le colonne del tempio, prive di base. La colonna può avere un’altezza da 4,5 a 6 volte il diametro della sua base ed è composta da due elementi distinti: il fusto, costituito da rocchi fissati […]

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Attualità

La crisi del ’29: un approfondimento storico

“La prova del nostro progresso non è quella di accrescere la ricchezza di chi ha tanto, ma di dare abbastanza a chi ha troppo poco”. È con queste parole che Franklin Delano Roosevelt getta le basi per porre fine alla crisi economica più famosa della storia americana: la crisi del ’29, così chiamata poiché verificatasi nel 1929, con il crollo della borsa di Wall Street. Durante i “Ruggenti anni ‘20”, nonostante la stabilità politica e sociale seguita alla Prima Guerra Mondiale, sull’America si abbatté la prima catastrofe di ordine economico. Evento catastrofico, sì, non solo per la devastazione che si lasciò dietro, ma anche per essere stata una delle fautrici, insieme al totalitarismo, della Seconda Grande Guerra. La crisi e i successivi eventi che ne derivarono presero il nome di Grande Depressione e furono testimonianza del più grande economico mai visto fino a quel momento, in una società dove il progresso si era succeduto senza ricadute sin dalla Rivoluzione Industriale. Politicamente parlando, il potere si riversò totalmente nelle mani del partito repubblicano, con Harding e in seguito Coolidge, i quali sostenevano l’accumulo della ricchezza privata, a scapito delle classi più povere. Nonostante le discriminazioni delle classi inferiori, l’ottimismo generale non subì una battuta d’arresto, anzi vide il fulcro del suo sviluppo in Wall Street, sede della Borsa di New York. Ma cosa generò la crisi? Il periodo di benessere che investì gli Stati Uniti, aveva portato a un aumento della domanda di consumo, al punto tale da generare una produzione senza precedenti. Tuttavia, il mercato interno non fu in grado di assorbire la grande mole di prodotti, portando a un crollo dei prezzi e ad un conseguente crollo della produzione, nonché la presenza di materiale in eccedenza, incapace di essere smaltito. Il 24 ottobre 1929, conosciuto come il giovedì nero, sancì l’inizio della catastrofe con la svalutazione di 13 milioni di azioni che vennero vendute senza limite di prezzo e il crollo del valore dei titoli. Tuttavia, il crollo vero e proprio della Borsa di Wall Street si verificò il 29 ottobre, che passò alla storia come “martedì nero”, quando circa 16 milioni di azioni vennero vendute in un solo giorno. A questo evento seguirono numerosi suicidi da parte di speculatori e azionisti, per non parlare delle conseguenze che si riversarono sui ceti meno abbienti, generando una disoccupazione di massa. La crisi del ’29 produsse una ferita ingente che sfregiava il volto dell’America ricca di sogni, che era stata il sostegno economico della maggior parte dei paesi. L’approccio protezionistico che aveva portato alla sovra-produzione durante la crisi del ‘29, proseguì anche dopo il crollo della borsa, e la sua estensione a tutti gli altri paesi produttori, generò un collasso del commercio internazionale. Per quanto riguarda l’America, in particolare, si registrò un vertiginoso incremento della disoccupazione e una contrazione del reddito. A coronare il tutto, gli Stati Uniti si videro costretti a richiamare i prestiti che avevano erogato ai paesi esteri in difficoltà, incrementando in questo modo la crisi internazionale. La […]

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Riflessioni culturali

Divinità indiane: le sei fondamentali

Un viaggio tra le divinità indiane più importanti: ecco la nostra top 6! La civiltà indiana è stata, da sempre, culla di un dinamismo religioso che ha visto susseguirsi varie fedi e nascere quattro tra le religioni maggiori del mondo: l’antica fede vedica, sviluppatasi all’incirca tra il 1.750 e il 500 a.C., l’Induismo, diffuso tra l’80,5% della popolazione, il Buddhismo fondato da Gautama Buddha, professato dallo 0,9%, il contemporaneo Giainismo, dallo 0,4% l’Islam, osservato dal 13,4% degli abitanti, il Cristianesimo, dal 2,3%. Sono presenti anche il Sikhismo, nato nel XV secolo da una commistione di insegnamenti islamici e induisti e osservato dall’1,9% e numerose tradizioni tribali minori, come quelle Santal, il Sanamahismo, quelle Adivasi , forme di animismo;  il mazdeismo (o zoroastrismo) e l’ebraismo. L’induismo, maggiore credo in India, si configura come un culto politeista, erede di tradizioni tra loro diverse che si sono evolute e legate tra loro, in cui non è presente una gerarchia tra le divinità indiane, né vi è l’obbligo di fare determinate professioni di fede. Tra i principali numi, comunque, appaiono imprescindibili quelli che costituiscono la “trinità induista” della Trimurti, la triplice forma dell’Essere Supremo, composta da Brahmā, Viṣṇu e Śiva. Divinità indiane: la Trimurti Brahma Tra le divinità indiane, Brahma (Brahmā) rappresenta il primo essere che viene creato in un nuovo ciclo cosmico (kalpa). Si tratta, quindi, dell’architetto dell’universo, uno dei cosiddetti “aspetti di Dio”, il padre di tutti gli esseri: all’interno della Trimurti è, infatti, considerato spesso come la prima Persona, il Creatore. Talvolta si confonde con il quasi omonimo Brahman, con cui viene identificato l’infinito, la realtà trascendente, l’Origine divina di tutti gli esseri: Brahma si configura solo come un agente di Brahman. Questa divinità è generalmente rappresentata con quattro teste, quattro braccia e quattro gambe. Ognuna delle teste recita uno dei quattro Veda, antichissimi testi sacri da cui ha avuto origine l’induismo. Nelle mani regge un bicchiere d’acqua, per dare origine alla vita, un rosario, per indicare lo scorrere del tempo, il testo dei Veda e un fiore di loto. A differenza delle altre divinità indiane della Trimurti, a Brahma non viene riservato un culto specifico, perché il fedele dovrebbe liberarsi dal mondo materiale da lui creato. Leggenda, poi, vuole che, come riportato nello Skanda Purāṇa (I, 1,1 6 e III 2, 9,15), egli avrebbe mentito nel sostenere di aver raggiunto la cima del linga, (Assoluto trascendente senza principio né fine o Brahman). Shiva Shiva (Śiva) è il terzo componente della Trimurti, all’interno della quale è conosciuto sia come Distruttore che come Creatore. La devozione verso questo nume è talmente sentita e radicata che esiste anche una confessione monoteista che lo riconosce come unico dio tra le divinità indiane, lo Shivaismo. Shiva significa “il buono” o “il generoso” e questa divinità sembra avere la capacità di distruggere il male e i peccati, agendo soprattutto tramite il terzo occhio, quello della saggezza, attraverso cui vede al di là dell’apparenza. Altri epiteti con cui è invocato,  Śankara e Śambhu, significano benefico/bene augurale, mentre Ashutosh significa colui che trova piacere dalle piccole offerte, oppure colui che dà molto in cambio di […]

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Riflessioni culturali

Frasi sulla libertà: le più famose e cercate di sempre

Frasi sulla libertà, frasi sull’essere liberi… a chi non è mai capitato di ricercarle sul web? Chi può dire di non aver mai digitato sulla barra di ricerca del web una di queste voci per esibire una didascalia efficace abbinata a una foto, per condividere uno stato interessante su Facebook, o solo per amore delle citazioni? Attribuire una definizione univoca al concetto di libertà è una di quelle operazioni impossibili che non cessano mai di appassionare. Il tema della libertà, la sua ricerca e conquista, impregnano profondamente la cultura occidentale, e non solo. Come accade per tutte le domande di senso che l’uomo si pone, l’interesse per la libertà non si disperderà mai e scrittori, intellettuali o semplicemente pensatori proseguiranno la propria “caccia” alla risposta definitiva. Per Aristotele libertà è azione volontaria, che il soggetto sceglie al di là di condizionamenti esteriori. Per la dottrina stoica libertà è spontanea obbedienza al fato. Il movimento settecentesco dell’Illuminismo, invece, considera la libertà uno stato naturale in cui versava l’umanità prima della corruzione portata dalla civiltà. Il suo contraltare, il Romanticismo, orienta il concetto di libertà verso connotazioni politiche, in riferimento soprattutto alla patria e alla storia dei popoli. Voltaire asseriva: «Non sono d’accordo con quello che dici, ma darei la vita perché tu possa dirlo.» Frasi sulla libertà: le 5 più famose Nella storia della letteratura e della cultura sulla libertà si è scritto tanto, si è detto tantissimo. Autori di ogni secolo e orientamento hanno espresso pensieri su pensieri circa l’essere liberi, interpretando il concetto come volontà, come assenza di costrizioni ma non condizionamenti, come arbitrio personale, come base della civiltà e del buon vivere con il prossimo. Ma quali sono le frasi sulla libertà più famose e significative di sempre? 1.La libertà è quel bene che ti fa godere di ogni altro bene. (Montesquieu) Montesquieu, dunque, attribuisce alla libertà un valore fondante, dal quale dipende  strettamente quello di ogni altro “bene”, per avvalerci delle sue parole, di cui possiamo godere. Senza la libertà tutto è vano: non esiste godimento se c’è costrizione. 2.Nel mondo attuale per libertà s’intende la licenza, mentre la vera libertà consiste in un calmo dominio di se stessi. La licenza conduce soltanto alla schiavitù. (Fëdor Michajlovič Dostoevskij) Dostoevskij, come si evince dalla citazione, ha una concezione quasi stoica della libertà. Libertà è innanzitutto condizione interiore da conquistare, al di là di fattori esteriori. Non si è liberi finché non si padroneggia la propria interiorità. 3.La libertà al singolare esiste soltanto nelle libertà al plurale. (Benedetto Croce) Un concetto di libertà proiettato all’esterno, connesso alla convivenza con il prossimo. La libertà dell’altro è presupposto irrinunciabile della propria. Finché si sceglie deliberatamente di nuocere si è in catene. 4.Non vale la pena avere la libertà se questo non implica avere la libertà di sbagliare. (Gandhi) Una prospettiva sicuramente sovversiva e una delle frasi sulla libertà più potenti di sempre. Se risulta quasi automatico attribuire un valore moralistico alla libertà, è più interessante approfondire il significato di “libertà di […]

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