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Eroica Fenice

La categoria Riflessioni culturali contiene 133 articoli

Riflessioni culturali

La storia si ripete. Corsi e ricorsi

“La storia si ripete”. Quanto spesso viene pronunciato questo mantra, riferendosi ad un evento storico che ritorna quanto mai contemporaneo, ad avvenimenti eclatanti, ad errori puntualmente ricommessi o a incontri ed esperienze che sorprendentemente si ripresentano, come esami ulteriori da superare! Il filosofo, storico e giurista Giambattista Vico del XVII secolo sviluppa a tal riguardo la teoria dei corsi e ricorsi storici, secondo cui appunto determinati eventi e avvenimenti vengono ciclicamente riproposti da madre storia, anche se ciascun ricorso comprende sempre il corso precedente, inglobandolo e superandolo, fino a completarlo, e magari peggiorarlo o migliorarlo. A tal proposito la storia diviene una sorta di madrina per l’uomo, dal momento che il suo studio e la sua conoscenza approfondita possono aiutarlo a comprendere meglio il proprio tempo e a fronteggiare con maggiore consapevolezza e audacia le problematiche che ritornano da epoche lontane, ripresentandosi con nuovo vigore e talvolta nuova ferocia. «Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono nuovamente essere sedotte ed oscurate: anche le nostre!» (da I sommersi e i salvati di Primo Levi) Quali parole più vere e consapevoli! Perché a ritornare non sono soltanto le cose belle, le sorprese gioiose, gli amori e le speranze. A ritornare spesso sono proprio quegli eventi storici che il passato ha combattuto strenuamente, senza però riuscire a debellarli davvero. Ma l’età moderna ha qualcosa in più, qualcosa su cui il passato non poteva contare: la conoscenza, appunto! Quella che può dare dignità a chi in passato è stato travolto da quegli eventi repentini e devastanti, a chi non ha avuto il privilegio di poter guardare dietro sé e trovare gli esempi edificanti sui quali oggi si può contare. Ecco perché la memoria è così preziosa. Ed è tale solo se impregnata di impegno, e libera dall’apparenza e dalla superficialità. È tale solo se si capisce fino in fondo il ricordo ereditato. La conoscenza induce alla consapevolezza di ciò che accade o potrebbe accadere o ancora ripresentarsi come uno tsunami. Ma per quanto uno tsunami possa essere imprevedibile, conoscerne l’esistenza e comprendere le probabilità con cui possa presentarsi a scompigliare e distruggere, aiuta notevolmente a cercare soluzioni concrete per arginare quanto più possibile il disastro. Conoscere la storia può dunque aiutare a capire che può talvolta ritornare con un sorriso o con un violento ceffone! La storia si ripete. Eventi bellici e schiavitù Sono diversi gli eventi che ciclicamente ritornano. La storia si ripete attraverso le mode, gli stili, i gusti, così come drasticamente attraverso le guerre, le condizioni climatiche, le forme di schiavitù, carestie ed epidemie. Gli eventi bellici sono tra quelli più diffusi e ricorrenti nella storia. L’uomo, come afferma Thomas Hobbes, è “un lupo per un altro uomo” (Homo homini lupus), disposto a perdere se stesso, la propria coscienza e la propria dignità in nome di interessi economici, politici e in nome della religione. Quanto sangue è stato versato in nome di Dio! Dalle Crociate combattute tra l’XI e il XIII […]

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Riflessioni culturali

Stati Uniti: gli eredi politici della Roma antica?

Gli Stati Uniti sono gli eredi politici della Roma antica? Il professore Watts avvisa della situazione simile alla crisi repubblicana Gli Stati Uniti d’America sono gli eredi dell’Antica Roma? Questa è senza dubbio una domanda che ha sempre incuriosito molti storici, filosofi e politologi in merito alle somiglianze fra l’attuale superpotenza nordamericana e l’antica repubblica (e poi impero) che conquistò il Mediterraneo. Una storia molto simile, lo studio del professore Edward J. Watts In realtà la storia americana deve molto a quella classica già partendo dalle origini. George Washington e i Padri Fondatori si ispirarono alle repubblica romana pur di gettare le basi per una federazione di stati situata lungo le coste americane. D’altronde lo stesso Washington fu divinizzato dopo la sua morte come illustra un celebre affresco nella cupola del Campidoglio, un po’ come per molti imperatori romani (nelle isole Hawaii, la religione shintoista locale  ha accolto il primo presidente come kami; ossia divinità). Il tema è stato ripreso in chiave attuale anche dal docente universitario di storia Edward J Watts. Il professor Watts, che lavora presso l’Università di San Diego in California, si è occupato in un articolo sul quotidiano Times delle somiglianze fra la crisi della Repubblica Romana e gli attuali USA. La crisi di una repubblica e i suoi valori: Washington contro Weimar «For the past two years many have turned to Germany’s Weimar Republic and other failed European states of the 1930s to understand our current political crisis. But the Roman Republic is the more relevant model. Not only is the American republic the daughter of Rome’s, but, like first century Rome, it is now an old country whose citizens know no other form of government.» Con un paragone proveniente dal suo articolo, il docente di storia sottolinea che una “repubblica anziana” come quella romana poteva facilmente superare una crisi politica poiché i propri cittadini erano fedeli a tali ideali di libertà mentre una “repubblica giovane” come quella di Weimar fu soppiantata dal Reich nazista poiché i cittadini non conoscevano il concetto di libertà. La vera causa della crisi repubblicana e l’arrivo dei Gracchi La vera crisi della Roma repubblicana iniziò nel II secolo dopo Cristo; l’espansione nel Mediterraneo orientale e la conquista della Grecia, di Cartagine e della Siria aveva portato grandi ricchezze nelle casse statali. Aumentò il numero di cittadini ricchi che acquistarono terreni agricoli per la creazione di latifondi schiavistici mentre nuovi ceti sociali come i mercanti e gli armatori delle navi si imposero sulla scena politica e sociale. Il divario tra una popolazione sempre più ricca e i concittadini più poveri decretò un nuovo tipo di politica sempre più populistica. È il caso dei fratelli Gracchi, Caio e Tiberio, che proposero, nel proprio mandato di tribuni della plebe, una Lex Agraria. In seguito, i due Gracchi furono uccisi in due congiure a pochi anni di distanza poiché molti senatori temevano che tali tribuni potessero acquisire maggior potere e “aspirare alla monarchia”. Seguì l’epoca delle “grandi personalità” che misero da parte le […]

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Culturalmente

Die Brücke: il rifiuto del passato e lo sguardo al futuro

Die Brücke è un’avanguardia artistica che nasce in Germania il 7 giugno del 1905 dalla cooperazione di un gruppo di studenti di architettura Jugendstil: il fondatore Hermann Obrist, Fritz Bleyl, Erich Heckel, Ernst Ludwig Kirchner e Karl Schmidt-Rottluff. Nel 1906 si aggiunsero Emil Nolde, conosciuto per il suo naturalismo primordiale e Max Pechstein, e solo nel 1910 Otto Müller. Die Brücke, insieme al gruppo del Blau Reiter (Il Cavaliere Azzurro) sono ascrivibili all’Espressionismo tedesco, che prende le distanze dai precedenti movimenti artistici, più precisamente dall’Impressionismo, diffusosi tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. La realtà raffigurata come un’impressione sognante, senza contorni, estesa ed astratta, leitmotiv degli impressionisti, aborrisce gli espressionisti che al contrario vi si immergono, rinnegando quella trasognata leggerezza. Il termine Espressionismo è stato coniato proprio per esasperare la dimensione emotiva delle loro opere, una manifestazione angosciosa e oppressiva, dettata dal pessimismo generato dal periodo storico in cui vivevano. Die Brücke: il manifesto «Con la fede in un’evoluzione, in una nuova generazione di creatori e di fruitori d’arte noi convochiamo l’intera gioventù, e in quanto giovani portatori del futuro intendiamo conquistare la libertà di operare e di vivere opponendoci ai vecchi poteri costituiti. È dei nostri chiunque sappia dar forma direttamente e senza falsificazioni a ciò che lo spinge a creare». (Programma de Il Ponte, 1906, di Ernst Ludwig Kirchner) Il pensiero fondante che ha accompagnato il movimento è espresso in una xilografia di Ernst Ludwig Kirchner, che riprende il nome del gruppo stesso, e ne rappresenta il vero e proprio Manifesto. Die Brücke si propone di distaccarsi dall’accademia, dall’antico, dal passato per dar vita a un nuovo futuro. I membri non hanno una formazione prettamente pittorica, realizzano opere non rifinite, prediligendo tecniche artigianali, come la xilografia e la pittura a olio. Per questa ragione, il nome del movimento è ispirato all’opera di Friedrich Nietzsche Così parlò Zarathustra, nella quale il potenziale dell’umanità è rappresentato dalla metafora del ponte (Die Brücke), che si distacca dal passato per avvicinarsi a nuove forme di espressione. «La grandezza dell’uomo è di essere un ponte e non uno scopo: nell’uomo si può amare che egli sia una transizione e un tramonto. Io amo coloro che non sanno vivere se non tramontando, poiché essi sono una transizione» (Prologo di Così parlò Zarathustra, 1885) In tal senso, il ponte simboleggia la loro volontà di protrarsi verso un avvenire in cui la cultura artistica è scevra di convenzionalità e orientata verso un’espressività nuova, emotiva e violenta. Per distaccarsi dall’arte esposta nei salons, aderente a un canone mitico e religioso, gli artisti si radunano nel quartiere operaio di Dresda e attingono ispirazione da postriboli e dai luoghi di incontro. Lo stile L’ambiente circostante è d’ispirazione per questa avanguardia artistica, i membri si abbandonano ai propri istinti, ritraendo paesaggi dai colori carichi, eccessi di rossi, di blu, di verdi e di gialli, dai forti contrasti e dalle forme lineari. Ritraggono corpi dalle sagome dure e appuntite, senza prospettiva o proporzione, e dai volti deformati e angustiati. Le […]

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Culturalmente

Pride: orgogliosi di essere se stessi per #nociaograzie, Maria Francesca Duilio

Giugno è il mese dedicato al pride. Letteralmente significa “orgoglio”. Ma orgoglio di cosa? Di cosa essere orgogliosi? È chiaro che in un mondo in cui si fa spesso fatica ad essere se stessi, esserlo con convinzione può risultare un po’ complicato e quindi esprimersi diventa una piccola forma di orgoglio. Ancora meglio di me, le parole di Maria Francesca Duilio, conosciuta sui social come “nociaograzie”. Attraverso contenuti tra il serio e il faceto Maria Francesca si spende tanto affinché questo senso di fierezza appartenga a tutti. Non è facile ma è sicuramente gratificante. E un po’, oggi, siamo grati noi a lei per il tempo e per la bella intervista che ci ha rilasciato. SE TI DOVESSI PRESENTARE IN UNA MANCIATA DI BATTUTE, COSA DIRESTI? Un uomo entra in un caffè… “Buongiorno”. – Cosa dice un maiale che cade da un palazzo? Niente, i maiali non parlano. – Come si chiama la ballerina spagnola più famosa al mondo? Se è così famosa perché nessuno sa mai rispondere a questa domanda? NEI TUOI VIDEO SI TENTA CON IRONIA DI TRASMETTERE MESSAGGI POSITIVI. È MAI CAPITATO CHE L’IRONIA POTESSE NON ESSERE COMPRESA? COME SI FA POI? Poi si aspetta che qualcun* nei commenti spieghi che è una battuta. Credo che se lo facessi io stessa offenderei l’intelligenza di qualcun*, soprattutto la mia, perché sono convinta che si capisca benissimo che è una battuta, il punto è che non tutte le battute sono gradite. Spesso rivedersi in qualcosa fa soffrire, non tutt* riescono a ridere di se stess*, e fidatevi che non basta dire ‘’è una battuta’’ per evitare che le persone si offendano. I SOCIAL SONO UNO STRUMENTO MOLTO POTENTE PER ARRIVARE ALLE PERSONE. QUALE LAVORO C’E’ DIETRO PER ARRIVARE CON I CONTENUTI GIUSTI? I contenuti “giusti” per i social sono i più semplici. Tra tutti spicca la ‘’relatable comedy’’ seguita immediatamente dai segni zodiacali, capitanati dagli insuperabili balletti. Io personalmente cerco di proporre qualcosa che sia semplice ma con un fondo di spessore, qualcosa di diretto, immediato, rapido, ma pensato. Insomma, utilizzo mezzi e linguaggi pop per parlare di argomenti che pop non sono. Tranquilli, però: spesso i miei contenuti fanno ridere senza far riflettere… al massimo fanno piangere! IN ITALIA IL MOVIMENTO LGBT, GRAZIE ANCHE A PERSONE COME TE, HA FATTO TANTI PASSI AVANTI. MA COSA DIRE ALLE PERSONE CHE ANCORA HANNO TIMORE? Che le paure si affrontano, guardandosi dentro. Omofobia significa ‘’paura di scoprirsi omosessuali’’, ma ci tengo a dire che nessuno avrebbe paura di scoprirsi omosessuale se gli omosessuali non venissero picchiati, uccisi e discriminati ogni giorno in ogni parte del mondo. La paura di quello che c’è dentro è spesso dovuta ad una paura profonda di quello che potrebbero dire fuori. E COSA INVECE DIRE A CHI CREDE CHE IL PRIDE MONTH E IL PRIDE SIANO COSE SUPERATE? Che l’unica cosa ad essere stata superata è il limite di sopportazione delle persone che vogliono essere se stesse e devono dar conto agli altri se lo sono […]

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Riflessioni culturali

Leopardi e la Natura matrigna: un pensiero ecologista ante litteram?

Leopardi e la Natura matrigna: il poeta ottocentesco di Recanati aveva provato ad avvisare l’umanità dei propri limiti molti secoli fa? Giacomo Leopardi, il noto poeta recanatese, morì il 14 giugno del 1837. Anche se due secoli separano i nostri giorni da quelli del poeta recanatese, il pensiero filosofico di Leopardi è molto più attuale di quello che sembri. Nonostante l’immagine stereotipata degli studenti italiani sia quello del “poeta pessimista mai-una-gioia” e dell’autore di “A Silvia”, le riflessioni di Leopardi nascondono una realtà amara che solo oggigiorno abbiamo appreso appieno. Giacomo Leopardi e la critica alla fiducia (esagerata) sul progresso umano  “Qui mira e qui ti specchia, Secol superbo e sciocco, Che il calle insino allora Dal risorto pensier segnato innanti Abbandonasti, e volti addietro i passi, Del ritornar ti vanti, E procedere il chiami.” Questi sono i versi 52-56 della lirica La Ginestra (dell’edizione curata da Ugo Dotti e pubblicata da Feltrinelli Editore), scritta durante la permanenza nella villa a Torre Annunziata, situata sulle pendici del Vesuvio. La critica che Leopardi rivolge ai suoi contemporanei, è quella di accettare una posizione antropocentrica dell’umanità nei confronti del mondo circostante. In seguito a molto scoperte  scientifiche ed esplorazioni, l’Ottocento è passato alla storia come il secolo più antropocentrico degli altri: filosofi come Auguste Comte e la corrente dei Positivisti elogiavano la grandezza umana capace di superare diversi ostacoli, Charles Darwin pubblicava i suoi scritti sull’evoluzione della specie e Jules Verne celebrava le imprese tecnologiche con romanzi come Il Giro del Mondo in Ottanta Giorni. Nonostante questo elogio all’umanità abbia accompagnato tutto l’Ottocento, dai primi anni fino alla fine, il poeta recanatese si scontrò con tali idee dimostrando che l’uomo non ha alcun potere contro la Natura. L’egocentrismo dell’uomo spiegato nelle Operette Morali e ne La Ginestra La dimostrazione più grande del pensiero leopardiano che l’uomo non conti nulla di fronte alle forze della Natura è dimostrato  nell’Operetta Morale intitolata “Dialogo di uno gnomo e di un folletto”, scritta nel 1824. Giacomo Leopardi immagina un dialogo tra due creature fantastiche in una terra desolata. Un giorno, uno gnomo esce dalle miniere per capire come mai non ci siano più minatori all’interno delle miniere. In seguito un folletto, incontrato per caso, spiega allo gnomo che l’umanità si era estinta a causa di diversi fattori tra cui guerre, omicidi, esplorazioni, trascorrere le giornate nell’ozio e “stillandosi il cervello sui libri”. Secondo lo stesso folletto, tutte le creature viventi credono che il mondo sia stato creato per il proprio tornaconto come il filosofo greco Crisippo che affermava che i maiali erano “pezzi di carne preparati apposta per gli uomini”. Nonostante la scomparsa dell’umanità, sembra che il resto della vita continui a vivere il proprio ciclo così come le stagioni o i pianeti. Il tema si ripresenta nella poesia La Ginestra per la cui composizione Leopardi trae spunto dall’osservazione di una pianta dai fiori gialli, tipica dell’area tra il Lazio e la Campania. La ginestra, il fiore che cresce sul Vesuvio, è l’unica pianta che riesce […]

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Cinema e Serie tv

Iwájú: la nuova serie animata firmata Kugali e Disney

Iwájú è la nuova serie animata africana firmata Kugali e Disney. Leggi qui alcune anticipazioni! In occasione del Disney Investor Day 2020 Jennifer Lee, Chief Creative Officer della Walt Disney Animation Studios ha annunciato un’inedita collaborazione con la casa editrice africana Kugali per la realizzazione di una serie animata che sarà possibile guardare su Disney+ nel 2022. La casa editrice Kugali, fondata da Tolu Olowofoyeku, Ziki Nelson e Hamid Ibrahim, allo scopo di far conoscere ai lettori internazionali di fumetti storie ignote ai più di origine e tradizione africane usa animazioni, realtà aumentate e virtuali. Ziki Nelson, CEO di Kugali, annovera fra le sue esperienze la produzione televisiva e cinematografica; il direttore creativo Hamid Ibrahim vanta una lunga esperienza nel blockbuster di Hollywood, mentre Tolu Olowofoyeku è noto nel panorama dell’industria nigeriana dei videogames. Come annotato sul sito ufficiale, Kugali, quindi, rispetta la storia dell’Africa e cerca di raccontare non solo il presente del continente, ma anche di immaginare il suo futuro. Un futuro che passa attraverso collaborazioni importanti e visual arts contemporanee. Nota per produzioni come Nani, Lake of Tears, Mumu Juju, e una serie antologica che raccoglie storie africane, Kugali, con sede a Londra, con questo nuovo progetto, segna uno spartiacque importante perché è la prima volta che la Disney collabora con un’azienda ideatrice di fumetti che non sia la Marvel. La serie originale, che sarà prodotta da Walt Disney Animation Studios e Kugali, intitolata Iwájú (“il futuro” in lingua Yoruba), è ambientata proprio a Lagos, in Nigeria, e la sua realizzazione (la serie è ancora in produzione), grazie al talento degli animatori Disney, consentirà agli spettatori di esser proiettati nel futuro, dal momento che essa sarà ambientata in un futuro lontano e intrisa di fantascienza. Ziki Nelson, regista della serie animata, entusiasta di questa collaborazione ha dichiarato che Iwájú è un sogno personale che si realizza e che farà conoscere a tutti la propria storia e quella della sua gente. Inoltre, secondo Nelson, «questo spettacolo combinerà la magia e l’esperienza di animazione Disney con il fuoco e l’autenticità narrativa di Kugali». Infatti, dall’annuncio della Lee e di Nelson, probabilmente la serie animata, non basata su un film pre-esistente (come avverrà, ad esempio, nel caso della pur annunciata serie Tiana, tratta da “La principessa e il ranocchio” della Disney) sarà incentrata su temi «come la classe sociale, l’innocenza e la volontà di cambiare il proprio status quo» e durante il Disney Investor Day 2020 è stata mostrata un’anteprima del prodotto finale. Secondo alcuni, questo concept art sembra rimandare alla rappresentazione del regno collocabile in Africa orientale di Wakanda, disegnato da Jack Kirby nel lontano 1966 (Fantastic Four) e luogo protagonista di Black Panther  (2018) della Marvel, pur distribuito dalla Disney (e presente sulla piattaforma streaming del colosso dell’animazione). Walt Disney Animation Studios e la fantascienza africana: la collaborazione con Kugali Non è la prima volta che la Walt Disney Animation Studios collabora con una società di animazione africana, infatti la Triggersfish Animation Studios, con sede a Cape Town, in Sud […]

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Riflessioni culturali

La parentesi della dad che rischia di non essere più parentesi

Sono piuttosto convinta che dopo la parentesi covid e dopo l’assuefazione che ne è derivata non si tornerà più all’università come l’ho conosciuta all’inizio. Alcuni post sbucati nel web di recente lo confermano e di fatto resta una sconfitta. Mi spiego: è più comodo fare tutto da casa, imbastire lezioni senza il tran tran di doversi trascinare in sede, risentirsi il docente fino allo sfinimento. Davvero, lo è. Diventa più semplice, meno sfiancante, tutto a portata di mano (ma portare le cose alla mano non rischia di rimpicciolirle?) La dad funziona, è stata provvidenziale nelle emergenze, ha permesso a molti di non rimanere indietro e anzi di fare anche passi avanti grazie a tempistiche estremamente ridotte. Però dovrebbe rimanere la via d’uscita e non la via preferenziale. Sarebbe un cortocircuito altrimenti. La scuola è una esperienza totale di socialità, di contatto, di contesto classe non replicabile a casa. Non è solo la lezione, gli appunti, l’esame. È proprio un pezzo di vita, non comodo, emozionante. Il problema è che il covid ci ha fatto pensare che la dad è comoda a che in fin dei conti è pure normale passare 5/6 ore di fila buttati davanti a uno schermo come robottini. Diventa normale ridurre tutto a combo studio-lavoro, trasformarsi in variabili economiche x, avere zero stimoli e il solo pallino del per forza veloce. Qualcuno penserà che sono di parte, che la sto mettendo sul personale e che mi sono laureata con l’università sotto casa, a bere caffè annacquati e subito a studiare. Quando invece ho preso la circumvesuviana per Napoli per tre anni interi, tutti i giorni alle sette, cadaverica e riluttante e non c’è giorno ora che non mi manchi. Non è mai stato comodo però mi ha lasciato un sacco di cose: dalle teste piene di chiacchiere agli appunti smerciati in copisteria, lale piccole scoperte personali. Non le baratterei per la semplicità di una lezione registrata, mi sembrerebbe di sminuirle. Di dire a un pezzo enorme di crescita che vale meno di un esame. E questo neanche meno della promozione di latino 1.     Fonte immagine: https://www.orientamentoeformazione.it/soft-skill-milano/

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Riflessioni culturali

Come dimenticare un ex? Ecco cinque proposte

Come dimenticare un ex?  La risposta che tutti vorremmo avere, ma che nel momento del bisogno puntualmente tarda ad arrivare.  La fine di una relazione è un momento in cui il dolore ci paralizza, rendendoci fragili emotivamente e fisicamente, si perde la volontà di progettare, di prendere decisioni, perdiamo il senso di sicurezza e calore affettivo; ci crogioliamo in un circolo vizioso che ci risucchia in una fase di negativizzazione emotiva senza riuscire a superare la delusione delle aspettative e delle proiezioni con cui avevamo vestito l’altra persona.  Nasce una lotta quotidiana in cui bisogna sopravvivere a se stessi, al mondo che minaccia di crollarci addosso, ai ricordi delle emozioni passate che riaffiorano e spuntano nei momenti più improponibili del giorno e della notte, torturandoci senza darci tregua, alle emozioni non vissute, quelle che restano incastrate tra i sogni trattenuti dal cuscino.  Senza ombra di dubbio non è stato ancora inventato alcun farmaco capace di cestinare tutti i momenti trascorsi con una persona che adesso non fa più parte della nostra vita, e allora come bisogna agire? Come superare una delusione? Come uscire indenni da una relazione finita male? Come dimenticare un ex? Non esiste un modo giusto o sbagliato di reagire alla fine di una relazione, e rimettere insieme i pezzi di un cuore rotto non è così semplice come nei film, ma il tempo e una buona dose di lavoro su se stessi possono indubbiamente aiutare ad aumentare la nostra autostima, la fiducia verso gli altri, la consapevolezza sulle cose che cerchiamo e che soprattutto non vogliamo si ripropongano più in un’esperienza futura.  Innanzitutto dobbiamo imparare a convivere con la certezza che nessuno è perfetto: l’imprevedibilità delle relazioni ci dimostra che non possiamo avere pieno controllo su tutto, né permettere a qualcun altro di averne sulla nostra vita, e che a volte è meglio lasciar andare una persona piuttosto che restare ingabbiati in una relazione tossica.  Però mentre le pagine del calendario appeso alla parete cadono ed il tempo gira pigramente le lancette dell’orologio, ci rendiamo conto che dobbiamo riprendere in mano le redini della nostra vita e che possiamo farlo solo noi, senza ritrovarci così in balìa dei comportamenti altrui.   Cinque proposte su “come dimenticare un ex” (o almeno ci proviamo!)  1) DARE SPAZIO AL DOLORE nell’immediata fase della rottura, l’unica cosa che probabilmente siamo in grado di fare senza troppi sforzi è abbandonarci al pianto: il processo necessario per guarire le ferite di un cuore spezzato.  Piangere aiuta a metabolizzare il dolore, e scientificamente si dimostra che è di gran lunga preferibile per la mente ed il corpo gestire piccole dosi di sofferenza quotidiana rispetto ad evitare il dolore, che prolungato può incappare in forti forme di stress, ansia e aggressività.  Eludere un dolore quando si verifica l’allontanamento di una persona o la perdita di fiducia verso qualcuno che è stato un pilastro fondamentale nella nostra vita, può fortemente minare a lungo termine il nostro essere interiore. Il dolore va affrontato, elaborato, per imparare a possedere la sottile […]

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Riflessioni culturali

Riforma goldoniana: la rivoluzione del Teatro

La Riforma goldoniana è un importantissimo progetto teatrale promosso da Carlo Goldoni, uno degli autori più fecondi della letteratura italiana –oltre centosessanta titoli- mossi dall’intento di rivoluzionare la commedia tradizionale. I tratti più significativi della Riforma goldoniana Innanzitutto la Riforma goldoniana si oppone alla cosiddetta Commedia dell’arte, rivolta ad un pubblico ampio e finalizzata esclusivamente al divertimento; tale Commedia si basava su schemi fissi, predefiniti, spesso ritenuti banali, con forme di comicità volgari e grossolane. L’intento principale di Carlo Goldoni e della Riforma da egli promossa, fu quello di correggere i caratteri errati della Commedia dell’arte. Superare quella standardizzazione era di fondamentale importanza, soprattutto per dare valore ed identità al teatro, rivoluzionandolo. Ovviamente il cambiamento proposto da Goldoni avanzò in modo graduale, per far sì che il popolo, gli spettatori si abituassero a qualcosa di nuovo, sconosciuto. Quali furono le principali novità? Goldoni innanzitutto abbandonò il canovaccio, un breve riassunto della trama, partendo dal quale poi, gli attori si trovavano ad improvvisare la trama. A sostituirlo il copione, un testo scritto, in cui erano riportate integralmente le battute che l’attore doveva imparare a memoria. Altra novità importante riguardò le maschere tipiche della Commedia dell’arte, sostituite da personaggi veri, psicologicamente definiti, nati grazie alla reale osservazione della società. Sparirono i ben conosciuti personaggi stereotipati, che il pubblico era abituato a vedere in scena; tra questi Pulcinella, Arlecchino. Un altro aspetto profondamente rivoluzionato, nell’ambito della Riforma goldoniana, riguarda il linguaggio. Anch’esso infatti, si basò sull’esigenza di realismo propinata da Goldoni, ossia all’intento di rendere quanto avviene sulla scena, quanto più collimante con la realtà e dunque con la vita reale. Una lingua chiara e semplice, senza mai scadere nella volgarità, e nel gergo. “Il teatro deve essere apprezzato da tutti”, e quindi non solo dai ceti bassi, ma anche dai borghesi. Man mano prenderà piede sempre più il dialetto veneziano, lingua d’arte, usato soprattutto nell’ultima fase della produzione goldoniana. In tal senso, si spiega anche la scelta dei personaggi; essi derivano direttamente dalla realtà nella quale Goldoni vive, la realtà storica della Serenissima, governata dall’aristocrazia, fortemente osteggiata. La classe sociale che l’autore sceglie nell’ambito della propria Riforma è la borghesia, ritenuta valida, l’unica in grado di governare Venezia e nei confronti della quale Goldoni nutre una profonda stima. Ricordiamo che a Venezia il teatro era molto radicato, sia per la presenza di sale sia per le compagnie che vi lavoravano. La Riforma goldoniana infatti, non intende solo modificare un genere letterario ma piuttosto “rivoluzionare” seppur gradualmente, lo spettacolo, intervenendo direttamente su esso e sui rapporti con il mondo esterno, con la società. Per Goldoni, il teatro è una sorta di impresa commerciale che deve obbedire a determinate “leggi di mercato”, provando a soddisfare i gusti e le richieste del pubblico. Per quanto concerne i contenuti, profondamente collegati al linguaggio scelto, Goldoni costruisce dialoghi non fondati su battute autosufficienti, ma basati sull’interazione comunicativa, proprio come avviene nei reali. La Riforma goldoniana prese il via con la celebre opera intitolata “Momolo cortesan”, una commedia […]

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Culturalmente

Le scale che portano al paradiso: Conca dei Marini

Tra le sfumature del blu, nel cuore della costiera amalfitana, si estende lungo tre chilometri di costa il quarto paese più piccolo d’Italia per superficie, anticamente “Cossa dei Tirreni”, successivamente viene denominata Conca dei Marini, a causa delle frastagliate insenature della costa rocciosa. Detta anche il “borgo delle scalinatelle” (circa 300 gradini per raggiungere la spiaggia sottostante) dal 1997 Conca è stata dichiarata dall’UNESCO Patrimonio dell’Umanità: un vero e proprio paradiso terrestre! Radici storiche  Di origine incerta, nel 481 a.C. diviene una colonia romana, occupando un importante rilievo durante la seconda guerra punica, per poi passare sotto la protezione della Repubblica Marinara di Amalfi. Il paese conobbe un periodo florido grazie anche alla dominazione degli Aragonesi, degli Asburgo e dei Borbone, che consentirono e intensificarono nel corso dei secoli prosperi scambi commerciali via mare; sebbene nel 1543 fu saccheggiata e distrutta dalle navi dei pirati Turchi. Sotto il periodo della dittatura fascista invece, per un breve periodo, Conca fu unita al paese di Furore, ma già dal secondo dopoguerra, i due comuni furono separati. Tutt’oggi il piccolo angolo di paradiso di Conca resta popolato da simpatici marinai e pescatori che imperniano ancora la propria economia sull’attività ittica locale, è noto infatti che questo sia l’unico borgo in tutta la costa ad avere adottato la “tonnara”: un elaborato sistema di reti per la cattura dei grossi tonni. Tra i sentieri del paradiso di Conca Lungo il paese troviamo diverse chiese, tra le quali spicca l’imponente Convento di Santa Rosa, luogo in cui anticamente l’ordine di suore domenicane inventò la famosa “Sfogliatella di Santa Rosa”, un dolce ripieno di squisita crema ancora apprezzato oggigiorno ed esportato in tutto il mondo. Per chi ama dedicarsi al trekking ci sono infiniti sentieri, ma senza dubbio il sentiero più affascinante è quello del Capo di Conca, che porta ad una roccia a picco sul mare in cui sorge la Torre Saracena, detta anche Torre Bianca, antica torre di guardia cinquecentesca oggi contesa dalle onde più impetuose e dai gabbiani. Capo di Conca è il punto più incantevole, un promontorio proteso verso il mare, immerso nella fitta vegetazione ed incastonato nelle rocce, dove i colori del cielo e del mare si confondono in un unico anelito. Altra meta da non perdere è la misteriosa Grotta dello Smeraldo, così chiamata per il mozzafiato gioco della luce solare che filtra nella grotta e che quando incontra il blu cobalto del mare si fondono l’una all’altro dando vita al verde smeraldo delle acque. Nel corso dei secoli Madre Natura ha lasciato tracce indelebili all’interno della grotta: la formazione di colonne di stalattiti e stalagmiti. Inoltre negli anni cinquanta del novecento, una squadra di sub ha realizzato un piccolo presepe in ceramica vietrese dipinto a mano, posto a 4 metri di profondità, visibile grazie a brevi escursioni in barca organizzate dai marinai del paese. D’estate la piccola spiaggia si arricchisce di ristoranti dove è impossibile non subire il fascino della devozione degli abitanti verso le prelibatezze che l’acqua cristallina offre: […]

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