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Eroica Fenice

La categoria Culturalmente contiene 64 articoli

Culturalmente

De Amicitia di Cicerone, consigli e riflessioni sull’amicizia

De Amicitia, le riflessioni sull’amicizia di Cicerone L’amicizia è un tema su cui si dibatte sin dall’antichità, sia dai tempi dei latini e dei greci. È uno dei primi affetti, dopo quello verso i propri genitori che prova l’infante, e nel corso della sua vita continua a procedere nel suo cammino intrecciando rapporti con i propri coetanei per condividere avventure e nuove esperienze. Ci si confida, si chiede un consiglio, aiuto e conforto, laddove lo sguardo del genitore deve essere assente. Nello svelare la parte più sensibile di se stessi ci si confronta in un rapporto sincero e onesto basato sulla fiducia. Eppure nel corso della crescita sono molti gli amici che si perdono e spesso la morte di ogni legame è causata dalle più svariate forme di tradimento della fiducia. Un cuore ferito non riesce più ad accettare quella persona nella propria vita, ma il rammarico e i bei ricordi condivisi faranno sempre parte di entrambi. È questo che spesso succede ed accadeva già nel passato. Autori come Cicerone, ma non solo, si sono interrogati sul significato dell’”amicizia”, ne hanno indagato i presupposti e le modalità per cercare delle leggi fondamentali da rispettare ed evitare così di sbagliare in un rapporto simile. Il De Amicitia è una sorta di codice dell’amicizia a servizio di tutti, che anche oggi può essere interessante leggere. Il trattato è stato dedicato all’amico Attico ed è proposto in forma dialogica. Lelio, rispondendo all’invito di Scevola e Fannio, espone il suo personale concetto ponendosi come modello di amicus e sapientia dopo la morte del suo fedelissimo amico Scipione. «E voi, io vi esorto ad attribuire alla virtù, senza la quale non può esservi amicizia, un valore così grande, da ritenere che, al di fuori di quella, niente vi sia meglio dell’amicizia […]L’amicizia migliora la felicità e abbatte l’infelicità, col raddoppiare della nostra gioia e col dividere il nostro dolore.» De Amicitia, Cicerone tra morale, etica e riflessioni sull’amicizia Un legame forte e duraturo, quando onesto, può alleviare i dolori e le sofferenze della vita, potendo sempre contare sulla comprensione di una persona fidata, sul suo abbraccio e reale interessamento. Condividere le belle notizie o i traguardi raggiunti permette di vivere a pieno la felicità che ne deriva, anzi la moltiplica, mentre il dolore, quando non ci si sente soli e isolati, sembra più sopportabile. Chiaro sembrava già ad Aristotele prima e a Cicerone poi, che non può esistere un’amicizia basata sull’utile o sulla convenienza e che per essere vera deve basarsi sulla virtù: «L’amicizia […] sembra piuttosto sorta dalla natura che dalla indigenza, più per l’inclinazione dell’anima con un ceto suo senso d’amore, che per riflessione sulla utilità che essa avrebbe poi avuto» Un altra riflessione sull’amicizia è che non è consentito agire contro morale, ferire l’altro volontariamente o danneggiarlo in qualche modo. «Si sancisca dunque nell’amicizia questa legge: che né chiediamo noi cose turpi, né richiesti, le facciamo» I concetti che vengono analizzati nel De Amicitia si basano sempre sull’ideale di perfezione, ma lo stesso Cicerone era ben consapevole di quanto sia raro e difficile […]

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Riflessioni culturali

Morfeo, approfondimento e curiosità sul Dio del sonno

Si dice che Morfeo si presenti a noi mortali di notte con un mazzo di papaveri, accarezzando le palpebre dei dormienti, affinché  possano avere dei sogni realistici. Un noto modo di dire vuole che un buon sonno, profondo e lieto, avvenga tra la poderose braccia divine di Morfeo. La divinità notturna è da sempre  partecipe della nostra vita quotidiana e del nostro immaginario collettivo: ma chi è Morfeo ? Chi è Morfeo? La genealogia nella mitologia classica Nella mitologia greca il Dio del sonno era incarnato nella figura di Ipno, il quale, secondo Esiodo, era figlio di Notte. L’idea di una figura che incarni prettamente i sogni è figlia della rielaborazione del mito greco apportata da Ovidio, che nelle sue Metamorfosi lo affianca a due fratelli, Fotebore e Fantaso. Morfeo, dunque, sarebbe nato dal rapporto incestuoso di Notte e Ipno, rispettivamenete madre e figlio. Nelle diverse rappresentazioni artistiche,  Morfeo è un dio alato, dotato di ampie ali da farfalla, rapido e silenzioso compare agli uomini nei sogni sotto forma di sembianze umane, regalando sogni dalle tinte realistiche; altresì, è da sempre raffigurato con una cornucopia, che serve per infondere i sogni, con in mano il classico mazzo di papaveri, in atto di abbracciare il padre Ipno, il sonno. Nell’Iliade e l’Odissea, Omero attribuisce la mansione di factotum dei sogni ad un’altra divinità dal nome Oniro. Egli assume in sé tutte e tre le caratteristiche degli Oneiroi (Morfeo, Fobetore e Fantaso che incarnano i sogni dei mortali e sono dèi minori generati da Notte), assurgendo al prestigioso compito di messaggero di Zeus, facendo da tramite tra il volere divino e gli uomini, espresso attraverso i sogni. Tuttavia, la sua personalità rimane vaga proprio perché eterogenea,  non possedendo una precisa morfologia, come è avvenuto agli Oneiroi. Difatti, i tre fratelli che dimoravano sulle sponde dell’oceano dell’ovest, in una caverna che lambiva il regno di Ade, si identificavano per la diversa natura dei sogni che inviavano agli umani. Morfeo, “il modellatore”,  si contraddistingueva per la capacità di modellare in toto altre realtà, assumendo egli stesso la forma dei diversi esseri umani ai quali si manifestava, aiutato e circondato da folletti che erano di fatto dei veri e proprio sceneggiatori e costumisti della fantasia, intagliando la materia dei sogni in modo magico e fantastico; Fotebore, invece, denominato “lo spaventoso”, era prettamente il regista e attore degli incubi, vestendo i panni di mostri o bestie feroci; infine, Fantaso, “l’apparizione”, che era semplicemente colui che generava oggetti inanimati sognati dai mortali,  uno strato di fantasia pura, senza alcuna correlazione con la realtà e da cui deriva, non a caso, il sostantivo italiano “fantasia”. Morfeo, il Dio del sonno che è emblema di una diversa realtà Morfeo, dal greco μορϕή «forma», è per antonomasia il Dio polimorfico, che per definizione assumeva molteplici forme a seconda del motivo del sogno. Morfeo è un Dio multiforme che era pronto a far riconciliare durante la notte l’uomo con il suo subconscio da tutti i frammenti di vita vissuta e dimenticata,  […]

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Culturalmente

Che cos’è il metateatro? Definizione e storia

Con il temine metateatro si intendono comunemente una serie di procedimenti teatrali mediante i quali il teatro mette in scena se stesso, dando vita ad un tipo di rappresentazione scenica definita “teatro nel teatro”. Ma lungi dall’esaurire tutte le sue possibili forme in quest’unica definizione, il metateatro si avvale di molti meccanismi scenici all’interno dei quali il teatro rappresenta se stesso e parla di se stesso. Una definizione completa di metateatro è quella data da M. Cambiaghi (in Le commedie in commedia, Mondadori, Varese 2009, p. 2), docente all’Università degli Studi di Milano di Storia del teatro contemporaneo e di Drammaturgia: «Si ha metateatro ogni volta che la finzione scenica rimandi direttamente al mondo del teatro, presentando tematiche relative alla vita degli attori, dei drammaturghi, reali o immaginari che siano, affronti questioni relative alla qualità dell’arte drammatica, oppure, più semplicemente, offra l’azione di personaggi consapevoli della finzione che essi stessi stanno agendo e a cui esplicitamente si riferiscono, come frequentemente avviene nella drammaturgia contemporanea». Prima di giungere alla drammaturgia contemporanea, la presenza di procedimenti metateatrali si riscontra già in Aristofane (V a.C.), uno dei maggiori esponenti della commedia greca antica e Plauto (III-II a.C.), commediografo latino molto aperto a suggestioni e commistioni tra modelli greci e tradizione teatrale italica. Nelle Tesmosforiazuse di Aristofane (in scena per la prima volta durante la festività delle Grandi Dionisie del 411 a.C.), infatti, si rappresenta la rivolta delle donne alle Tesmoforie, festa in onore di Demetra e Persefone, le quali si oppongono alla misoginia del tragediografo Euripide e alla caratterizzazione dei personaggi femminili all’interno delle sue tragedie. In tal caso, due sono i procedimenti metateatrali ravvisabili all’interno di tale commedia: il primo, che consiste nell’ingresso come personaggio all’interno della finzione scenica di un tragediografo realmente esistito e ben noto al pubblico, Euripide, e delle sue tragedie; il secondo, invece, che mette in atto un vero procedimento di “teatro nel teatro” attraverso diversi “siparietti” in cui Euripide attua alcuni travestimenti per rabbonire le donne delle Tesmoforie, con l’effetto di dar luogo ad una finzione all’interno della finzione. Diverse, invece, sono le forme di metateatro rintracciabili nelle commedie di Plauto, il quale, pur riprendendo modelli della commedia greca nuova, tradizionalmente più chiusa verso procedimenti metateatrali e caratterizzata da un’identificazione assoluta tra personaggio e attore, risulta molto aperto verso la tradizione teatrale italica, dai tratti farseschi e dalla ricerca di contatto con il pubblico. Si attua così la rottura della cosiddetta “quarta parete”, ovvero la parete invisibile che divide il palcoscenico, luogo della rappresentazione scenica, dagli spettatori. Il teatro, dunque, irrompe fuori dalle pareti della finzione scenica per andare a mescolarsi con la vita vera ed il pubblico realmente presente alla rappresentazione. E proprio al rapporto tra vita vera e finzione scenica si giunge ai primi decenni del Novecento, dopo una lunga evoluzione e molti secoli di conservazione ed innovazione teatrale, con il teatro di Pirandello. Il metateatro pirandelliano non comporta più solo una rottura della quarta parete e della finzione scenica, ma affonda le sue radici in una […]

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Riflessioni culturali

Vedi Napoli e poi muori, storia e significato del famoso detto

Tutti hanno sentito almeno una volta il famoso aforisma «Vedi Napoli e poi muori», che pronunciò il rinomato scrittore tedesco Goethe, rimasto estasiato dalla bellezza, dalla posizione della città e dalle meraviglie spesso decantate di Napoli. Napoli è un insieme di cose, cultura, gastronomia, storia, arte, musica, folklore, tradizioni popolari, ma è soprattutto una città che ha tanto da offrire e tanti tabù da sfatare. Spesso, la frase «Vedi Napoli e poi muori», è utilizzata con accezione negativa, in riferimento alla morte, all’annullamento della vita terrena, ma in realtà essa racchiude in sé molti significati ricchi di spunti d’interpretazione. Il famoso aforisma può essere infatti, metafora di bellezza, di convivialità, ma anche di accoglienza, e soprattutto di rinascita. Una visita a Napoli può regalare una rinascita, una nuova visione del mondo. Vedi Napoli e poi muori, una citazione conosciuta in tutto il mondo «Vedi Napoli e poi muori» è un detto popolare, oltre ad essere una citazione conosciuta in tutto il mondo, nell’ambito della letteratura straniera e naturalmente anche italiana. Sono numerosi i turisti che ogni anno scelgono di trascorrere qualche giorno a Napoli, visitando le sue innumerevoli bellezze, lasciandosi inebriare dal calore che caratterizza la città. Goethe giunse a Napoli nel febbraio del 1787, egli volle conoscere l’Italia, e in particolar modo Napoli, della quale si innamorò scrivendo versi meravigliosi, decantando peculiarità artistiche, storiche e culturali. Scrisse «Vedi Napoli e poi muori», passata alla storia come una delle sue citazioni più importanti, dichiarando di esser profondamente ammaliato dal clima che si respirava in città e dalla “napoletanità”, un refuso che significava e significa ancora oggi, tante cose. Infatti, si può affermare che gli abitanti di Napoli vivono filosofeggiando, dispensando musicalità, oltre che cantata, anche nel modo di esprimersi (infatti il dialetto  napoletano è definito ufficialmente una lingua) accompagnando con il proprio sguardo caloroso, ed il proprio abbraccio festoso, quanti giungono in visita da ogni parte del mondo. Quel diverso modo di vivere, colpì anche Goethe, il quale parlò di una vera e propria attitudine all’esistenza, un modo diverso di intendere la vita, che continua a manifestarsi ancora oggi, definendo unici i napoletani, che guardava con profonda ammirazione, come dichiarò più volte. Dunque, oggigiorno si può dire che Napoli è facile bersaglio di chi spesso la prende di mira, denigrandola, sottolineando i difetti, le mancanze, trascurandone però i pregi. Probabilmente ciò avviene perché conoscere a fondo una metropoli non è un’impresa semplice, ci saranno sempre dei fattori, delle peculiarità che rimarranno sconosciute. Ricordiamo che la denominazione Napoli, deriva dal greco antico Nea polis, ossia città nuova; accezione perfettamente adattabile ad una grande metropoli quale essa è e da utilizzare come aggettivo. Napoli è nuova per tante cose, è nuova per le sorprese che continua a regalare, è nuova per le numerose proprietà linguistiche che acquisisce nel corso del tempo, è nuova perché arricchisce di elementi essenziali prima sconosciuti. Ecco perché, prima di morire, bisognerebbe visitare almeno una volta Napoli, splendida città, vivendo la complessità e anche i difetti della città, con […]

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Culturalmente

Philip Roth e Fëdor Dostoevskij: gli spazi discorsivi del “volontario” isolamento di David Kepesh e l’uomo-topo

Philip Roth (Newark, 19 marzo 1933 – New York, 22 maggio 2018) è stato uno degli scrittori statunitensi più noti e premiati della sua generazione, diventato famoso con Lamento di Portnoy, romanzo del ’69 che si presenta come un lungo monologo del narratore, Alexander Portnoy, al suo psicanalista. L’opera è il ritaglio di una “scandalosa confessione” della libertà sessuale e individuale del protagonista. Il percorso letterario di Philip Roth, dai racconti d’esordio Addio, Columbus e i cinque racconti, i seguenti romanzi Lasciarsi andare, Quando lei era buona, e ancora la satira politica con La nostra gang, del 1971, procede con un romanzo dal clima surrealista, Il seno del 1972 nel quale compare il professore David Kepesh. Questi ritorna ne Il professore di desiderio del ’77 e in L’animale morente del 2001. È interessante notare che proprio quest’ultimo libro ha dei punti di contatto con Memorie dal Sottosuolo di Fëdor Dostoevskij, specialmente se facciamo riferimento alla dialettica servo-padrone di hegeliana memoria. Philip Roth e Dostoevskij I romanzi di Dostoevskij sono stati definiti “romanzi polifonici”, accezione bachtiniana, per intendere la voce singolare di un personaggio che è coscienza e autocoscienza, capace di staccarsi dal brusio di fondo. In sostanza essa sa essere una coscienza indipendente dal narratore-autore, “in confronto-contrasto con altre coscienze autonome” [1]. Anche il romanzo di Roth propone un tipo di “dialogicità individuale” meno intermittente, ma allo stesso modo “stratificata”, volta a definire e a reprimere un aspetto caratteriale o pulsionale contenuto inconsciamente. In questo modo il discorso diventa un groviglio di possibilità e di analisi nell’alternanza tra servilismo e dominio sia nei confronti della società per l’uomo-topo, sia per la bellezza femminile e l’immagine feticcio del seno e di Consuela Castillo per Kepesh. David e l’uomo-topo scelgono volontariamente l’isolamento, così padroni del proprio benessere egoistico e “padroni” del proprio vissuto. David è un professore universitario, padrone e vittima della bellezza e della sua inclinazione, liberamente lontano dagli uomini, dalle convenzioni borghesi, pur essendo inserito negli schemi della società. L’uomo-topo invece è la stratificazione di una coscienza che sfila le sue contraddizioni per reprimere la vergogna di non essere come gli altri. Nel romanzo di Roth, il professore risponde alle necessità che la società impone, nonostante cerchi di allontanare la figura di marito e di padre, o di professore perfetto, o di uomo integrato negli ingranaggi del sistema: “Guardammo l’Anno Nuovo che arrivava sulla terra, assistemmo all’inutile isterismo di massa che accompagnò la celebrazione del millenario giorno di San Silvestro. […] L’attesa della catena di orrende Hiroshima che collegassero in una distruzione sincronizzata le antiche civiltà della terra. Ora o mai più. E non accadde. […] La Tv che fa quanto le riesce meglio: il trionfo della banalizzazione sulla tragedia. […] Né bombe che scoppiano, né spargimento di sangue: il prossimo bang che sentirete sarà il boom del benessere e l’esplosione delle borse. La minima chiarezza sull’infelicità resa ordinaria dalla nostra era sedata dallo stimolo grandioso della massima illusione”[2]. Tuttavia, Kepesh e l’uomo-topo non riescono ad abbattere il dominio che la società e […]

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Culturalmente

Il ribelle e la società: “colui che passa al bosco” secondo Ernst Jünger

“Chiamiamo invece Ribelle chi nel corso degli eventi si è ritrovato isolato, senza patria, per vedersi infine consegnato all’annientamento. Ma questo potrebbe essere il destino di molti, forse di tutti – perciò dobbiamo aggiungere qualcosa alla definizione: il Ribelle è deciso ad opporre resistenza, il suo intento è dare battaglia, sia pure disperata. Ribelle è dunque colui che ha un profondo, nativo rapporto con la libertà, il che si esprime oggi nell’intenzione di contrapporsi all’automatismo e nel rifiuto di trarne la conseguenza etica, che è il fatalismo.”[1] La citazione è tratta dal “Trattato del ribelle” di Ernst Jünger (Heidelberg, 29 marzo 1895 – Riedlingen, 17 febbraio 1998), filosofo e scrittore tedesco legato al clima delle due guerre mondiali, alle quali partecipò. Secondo la definizione data dallo scrittore, il Ribelle è colui che vive isolato, opponendosi alla società lobotomizzata e all’ “automatismo” che ne deriva. La figura del “ribelle” sembra “un modo di essere”, un apolide in costante ricerca della libertà che si oppone alla dittatura. Ne consegue, dunque, la ricerca di un cambiamento radicale, che, però, è visto da molti più come un nemico ostile e scomodo, tale da provocare il timore della massa. La dittatura, infatti, si mostra intenzionata, affinché giunga ai suoi scopi lesivi per lo Stato, a servirsi di mezzi quali le schede elettorali al fine di promuovere campagne che non garantiscono i bisogni della società. Il ribelle e la società: liberarsi dagli schemi È il singolo che agisce nel caso concreto, cui occorre ”passare al bosco”, per ritrovare il proprio Io e non essere abbagliato da illusioni  che lo distolgano dalla realtà. Difatti, il corrispettivo titolo tedesco del trattato è “Der Waldgang”, ossia “Colui che passa al bosco”. Infatti, “passare al bosco” significa sostanzialmente liberarsi da tutti “gli schermi” che la società impone. Significa, anche, abbandonare tutti quei bisogni metallici che illudono in vista di un benessere apparente. Inoltre significa conoscere profondamente il proprio Io, scegliendo in questo modo, il proscritto, un ritiro privato, che lo allontani dalle esigenze e dalle illusioni della massa, per avere piena coscienza di sé e della vera libertas. Anche sul piano morale l’individuo presta attenzione alla libertà, unico mezzo per sottomettere la paura.  Egli si sacrifica per la massa per contrastare e attingere  soltanto, individualmente, alle proprie idee di libertà.  Infatti Jünger propone come modello un uomo che guarda al collettivismo, un essere  anarca  che,  tra i singoli individui, obietti a quella dittatura forte dell’ingenuità comune. Il ribelle come resistenza all’automatismo Il “Trattato del Ribelle” è una sorta di anticipazione dei problemi che agiscono nell’ambito sociale odierno, manifestandosi in costumi volgari e opinabili, ben accetti solo a chi si lascia corrompere da affascinanti, ma ambigue, parole. Proprio per questo, lo scenario politico jüngeriano non si differenzia da quello moderno. Vi è un individualismo arrogante e prepotente nello Stato,  legato all’egocentrismo di politici datati e pronti a costruire infondate aspettative in un cambiamento che, nei fatti, non arriva. Secondo Jünger, un cambiamento radicale può coesistere col mutamento della forma della libertà. Questa, infatti, non è nulla di […]

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Culturalmente

Le Confessioni di Sant’Agostino: la memoria dell’errore

Le Confessioni di Sant’Agostino, analisi e riflessioni sull’opera “Noli foras ire. Intus redi: in interiore homine habitat veritas”, ossia: “non uscire da te stesso, rientra in te: nell’interiorità/nell’intimo dell’uomo risiede la verità”. L’espressione, tratta dalle Confessiones di Sant’Agostino, opera in tredici libri e composta tra il 397-400 d.C., è significativa per comprendere un aspetto molto importante dell’insegnamento di uno dei Padri della Chiesa. L’opera è certamente da inserire nel genere dell’autobiografia, un procedimento assai raro per l’epoca. Eppure Sant’Agostino, partendo dalla consapevolezza del suo peccato, scioglie i nodi delle sue “catene” per arrivare alla piena vicinanza di Dio attraverso una profonda analisi introspettiva: “Voglio ricordare le passate brutture e le devastazioni inflitte dalla carne all’anima: non perché io le ami ma per amare te, Dio mio. È per amore del tuo amore che lo faccio, e ripercorro le vie della mia infamia nell’amarezza di questa rimemorazione: perché tu possa addolcirmela, dolcezza senza inganno, tu felice dolcezza senza angosce. Che mi raccogli dalla dispersione e ricomponi i mille pezzi in cui mi sono frantumato, quando volgendo le spalle all’uno – a te – sono svanito nel molteplice. Vi fu un tempo, l’adolescenza, in cui bruciavo dalla voglia di provare le cose più basse, e fino in fondo: e mi lasciai pullulare una selva di ombrosi amori, e la mia bella forma ne fu devastata e qualcosa marcì dentro di me ai tuoi occhi, mentre a me stesso piacevo e volevo piacere agli occhi degli uomini ”. (Conf. 2,1-2) Dalla lettura di Sant’Agostino si rintracciano non solo i segni della sua conversione. L’opera è un exemplum dell’itinerario dell’uomo alla ricerca di Dio e della verità. È uno studio dell’Io, dell’uomo, della persona. Per cui l’uomo, scavando a fondo,  impara a conoscersi e a riconoscere i segni del bene, sicchè il male non è il contrario del bene, ma una sorta di grado zero del bene, il luogo in cui lo stesso non si completa. In questo modo l’individuo giunge alla pace, alla verità, a Dio. Inoltre la vicinanza con la filosofia platonica è evidente. Difatti Dio sembra essere il sole che illumina la vista per dare la conoscenza e raccoglie in sé la molteplicità, essendo l’Uno. Sicuramente nella letteratura pagana non mancano letture introspettive, come il “conosci te stesso” oraziano, le Metamorfosi di Apuleio, che pure rappresentano la conversione del Madaurense ai misteri della dea Iside. Inoltre lo stesso Anneo Seneca è da contrapporsi alla figura del santo (άγιος , hagios). Difatti il saggio stoico completamente immerso nella vita contemplativa, nell’otium, lascia che la sua vita percorra le vie spinose per giungere alla virtus. Tuttavia bisogna domandarsi che tipo di insegnamento possono dare oggi le Confessiones. Le Confessioni di Sant’Agostino e la “legge del peccato” Le Confessioni di Sant’Agostino sono un percorso che nasce dalla consapevolezza del peccato. Il santo, dialogando con se stesso e con Dio, si muove quasi verticalmente per espiare il male e purificarsi. La via intrapresa tende tutta alla redenzione, ma per fare questo è necessario prima riconoscersi nella […]

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Cinema & Serie tv

Polytechnique di Denis Villeneuve e il senso nascosto delle cose

Polytechnique (2009) è un film di Denis Villeneuve tratto da un fatto accaduto realmente il 6 dicembre 1989 a Montréal: uno studente, Marc Lépine, uccise quattordici studentesse con un’arma da fuoco all’École polytechnique, per poi suicidarsi.  Chiunque, di fronte ad eventi non consoni all’etica comune (non solo ciò che la legge stabilisce), che si tratti di un prete predatore, di un padre violento, di un pluriomicida, di un razzista, di un coyote, anche di una prostituta, sicuramente, si chiederà «perché l’ha fatto?». In alcuni casi ci sono delle pulsioni così violente tali da eliminare ogni freno inibitore. In altri è questione di soldi, di lavoro. Ancora in altri si parla di motivi politici, o ideologici, che danno luogo a crimini d’odio, probabilmente. Ma in ogni caso la domanda resta accesa come una spia rossa: «allora, perché l’ha fatto?». La risposta sembra apparire sin dall’inizio del film, trascinata da un primo piano di un’opera ben nota di Pablo Picasso: la Guernica. L’artista spagnolo realizzò l’opera per denunciare le insensatezze della guerra. Guernica fu una cittadina spagnola usata come esperimento bellico dai tedeschi in un lontano aprile del 1937, in cui vi morirono specialmente donne e bambini. Il quadro è un chiaro esempio di come tutta quella strage, la guerra che si trascina in una sola voce senza riverberi, sia sostanzialmente priva di senso. Il senso se lo porta via col sangue scrostato e con il quale la guerra copre il suo volto. In primo piano c’è un cavallo che sembra avere in bocca la sagoma di una bomba: è la furia omicida. Il contrasto è dato da una semplice lampada posta sulla testa del cavallo che significa la distruzione dello scorrere della vita quotidiana. Di contro c’è un toro che indica l’offesa dello spirito spagnolo, sicché i militari tedeschi col bombardamento non combatterono ad armi pari. Da sinistra a destra ci sono altre figure: un donna che ricorda la Pietà di Michelangelo; una testa mozzata in basso, una spada spezzata, persone stravolte, altre che fuggono da case incendiate. Ogni cosa è a scatti, spezzata, velata dall’assenza di colori per enfatizzare la drammaticità del mutismo richiesto allo spettatore, che dovrebbe comprendere quanto rumore c’è nel silenzio. Di conseguenza, il quadro di Picasso così mescolato ad immagini mute in bianco e nero all’inizio del film, sembra quasi un presagio. Polytechnique: La Guernica e quel maledetto presagio C’è il silenzio accompagnato da una sorta di crepitio della neve. C’è l’ansia dell’attesa nelle immagini lente, nello sguardo dell’assassino che non cerca il momento giusto. In Polytechnique è tracciato tutto il percorso psicologico di Marc. Per cui non si giunge direttamente alla strage avvenuta, ma si riavvolge e si srotola la vicenda, si parte dal “come”. Ad esempio Immanuel Kant, nella sua etica, affermava qualcosa di molto simile. Un uomo non deve essere valutato a partire dall’azione commessa, ma dal movente. Cosa ha spinto chi? Le cause che inducono qualcuno ad agire sono molteplici e talvolta appaiono prive di senso, ma da come si evince dal film, un senso nascosto […]

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Culturalmente

Sbarchi immigrati e il bel paese dell’indifferenza: la strada dell’ostilità 

Un articolo del 26 gennaio 2017 de Il Fatto Quotidiano -in riferimento alla condizione dei migranti- riporta la notizia di un uomo morto suicida nelle acque veneziane sotto gli occhi di tutti: «La scena, ripresa da un cellulare, […] si vede il ragazzo annegare mentre il vaporetto gli passa a pochi metri. Si sentono voci agitate, ma non disperate. Gente che grida, gente che ride, una voce dice: “Questo è scemo!”. Un’altra: “Africa!”. Nessuno si lancia a salvarlo. I soccorsi arrivano quando ormai la corrente ha trascinato il corpo dall’altra parte del canale». Si trattava di Pateh Sabally, proveniente dal Gambia, classe ’95, giunto attraverso il Canale di Sicilia, potrebbe essere l’immagine dell’indifferenza di molti e l’allarmismo di pochi. L’articolo, poi, si conclude con una domanda: «L’Europa ha dichiarato guerra ai migranti. Noi guardiamo dicendo “Africa!”. La Procura di Venezia ha aperto un’inchiesta. Ma contro chi, davvero, dovrebbe essere aperta?» Lo scorso 5 marzo 2018, invece, è stato ucciso Idy Diane, 54 anni, da Roberto Pirrone, un pensionato fiorentino di 65 anni, sul ponte Vespucci a Firenze. Diane era originario di Morola, Senegal, giunto in Italia nel 2001 con un visto turistico. Il pensionato, dopo l’arresto, ha rivelato alla procura che il suo intento era quello di suicidarsi, ma venuto meno il coraggio, “ha sparato a caso” sulla folla per farsi arrestare. Escludendo, quindi, il movente razziale. Tuttavia dalle telecamere circostanti si vede Pirrone che non spara a caso, ma è deciso su Diane sparandogli sei colpi: tre finiti nell’Arno e tre hanno causato la morte dell’uomo. Idy era un venditore ambulante, cugino di Modou Samb, ambulante senegalese ucciso nel dicembre 2011 da Gianluca Casseri, militante neofascista di CasaPound. Dopo atti di violenza di questo tipo e la strage di Macerata, le comunità dei migranti hanno iniziato ad avere paura, incolpando anche Matteo Salvini. Migranti tra invaso e invasore: una lotto contro l’indifferenza  I migranti sembrano essere -o sono- l’altra faccia dell’Italia, quella dimenticata, da guardare con indifferenza perché i loro drammi non ci riguardano. Non c’è da stupirsi affatto dell’alta percentuale dei voti della Lega dopo le elezioni del 4 marzo. Durante il clima delle elezioni il discorso sui migranti è stato affrontato macchinosamente e l’attenzione è stata spostata sempre sulla differenza etimologica tra “fascismo” e “antifascismo”, quasi a voler nascondere la polvere sotto il tappeto. Il concetto di diversità, che ne consegue, si trascina dietro quella stessa ignoranza che si ha quando una semplice opinione diventa una sentenza basata solo su una foto, su una notizia, dando per scontati i retroscena. Per cui lo scorso 4 marzo non ha vinto solo l’ignoranza, ma la paura nata dall’ignoranza e la pericolosità della grande “ruspa”, per intenderci. La scelta è negli italiani, in quelli che hanno preferito intraprendere la strada dell’ostilità, senza lasciare aperto un margine di comprensione. Un pericolo simile era già avvertito da Felix Nadar alla fine dell’ ‘800, quando in Fotografia omicida scriveva: «La coscienza umana dovrà attendere ancora a lungo che l’antica formula: “L’imputato è colpevole?” sia sostituita da: […]

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Culturalmente

Intervista a Federico Faccioli, fondatore di Aletheia editore

Eletheia editore, casa editrice no-profit Aletheia, in greco, è una parola che schiude un ventaglio di sfumature diverse e di concetti affascinanti ed emblematici. L’alfa privativa è una dichiarazione di sincerità, di rivelazione e di verità, ma anche di affrancamento dalle logiche vigenti, dal profitto e dalle dinamiche contingenti; è il disseppellimento di ciò che è nascosto e non è visibile ad un primo sguardo rapido. Aletheia è il nome di una casa editrice emergente e completamente no-profit, nata a Verona e fondata da Federico Faccioli. Il team di giovani che lavorano dietro le quinte di questo progetto è la vera forza di Aletheia editore, che ha il nobile scopo di valorizzare il talento e il reale merito di scrittori volenterosi di esprimersi in una società che è spesso vuota e disintegra le ambizioni covate nel fondo più intimo della propria anima. Abbiamo scambiato due parole con il fondatore Federico Faccioli, instancabile e poliedrica anima del progetto, che spende tutto se stesso e ogni fibra del suo essere 24 ore al giorno per amore dei libri, senza chiedere nessun utile in cambio se non la soddisfazione di essere uno degli ultimi alfieri rivoluzionari della cultura. Ma quella vera, fatta di sudore, sacrifici e intelligenza, e di una grande dose di amore (soltanto per amore si fanno i sacrifici più grandi, no?), non quella millantata per presunzione che sta sempre di più sulla bocca di molti, come inutile orpello del proprio ego. Con lui abbiamo parlato di editoria, crowdfunding e consigli per gli scrittori emergenti. Ma prima di addentrarci nello scambio di domande e risposte con Federico, leggiamo le parole di Laura, responsabile nazionale delle selezioni autori, che proprio di lui vuol parlare. “Devo parlare di Federico punk o del dott. Faccioli serio ed impegnato? Beh Fede è, appunto, una sorta di dottor Jekyll e mr. Hyde! Ma in entrambi trovo solo aspetti positivi (a parte supportarlo con le sue lagne alle due di notte, ma tale è la natura del genio). Ma Federico chi è? Editore scrittore skater artista cuoco punk filosofo poeta personaggio tv brand owner capo del marketing o…o…nessuno lo sa. Ma in tutto quello che fa e che è ci mette una passione disumana. Una passione che o te lo fa amare alla follia (come noi collaboratori di Aletheia) o odiare all’infinito (mai farlo incazzare). Lui dice spesso che pensa troppo e quindi deve usare la sua energia anche di notte…Fede relax! Il mondo ha bisogno di persone come lui. Persone che a quasi 40 anni tengono vivi i valori che noi, col passare del tempo, abbiamo dimenticato. Sei cocciuto sai e per questo ti prego di non cambiare mai”. Intervista al fondatore di Aletheia editore, Federico Faccioli Come nasce l’idea di fondare una casa editrice completamente no profit e che non chiede contributi agli autori emergenti? Parlaci un po’ dei principi che muovono Aletheia editore L’idea di fondare Aletheia editore è nata dopo l’estate 2015. Tantissime persone mi scrivevano per sapere le opinioni sui loro libri, […]

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