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Eroica Fenice

La categoria Riflessioni culturali contiene 73 articoli

Riflessioni culturali

Albero del Bene e del Male (il punto di vista di un alieno) | Riflessioni

L‘Albero del Bene e del Male nelle riflessioni di un alieno. L’Albero della Conoscenza del Bene e del Male del libro della Genesi rappresenta la Conoscenza Universale riservata a Dio. Nell’Eden si distinguono due alberi: l’Albero della Vita e l’Albero della Conoscenza del Bene e del Male. Il primo dona l’immortalità e il secondo viene posto da Dio per dare l’opportunità ad Adamo ed Eva di scegliere se obbedirgli o meno, dal momento in cui dice loro di non mangiare il suo frutto. Per essere davvero liberi, Adamo ed Eva devono fare una scelta. Questo racconto è alla base della vera natura della realtà, che è fatta di infinite possibilità. Tutto ciò che vediamo dipende da una coscienza in grado di concettualizzare. L’Albero della Conoscenza del Bene e del Male spiegato da un alieno  Aspetto vagamente umano, nessuna sporgenza in mezzo al volto, testa abnorme, orecchie a punta e pelle blu; vengo dallo spazio. Sono stordito dal tripudio di colori e forme di questo pianeta. Ho alle mie spalle scogliere di velluto verde e fiumi scintillanti, mentre osservo le cime delle montagne raschiare il cielo. Il tramonto è una cosa bella. Per qualche istante si fermano gli ingranaggi della Terra e i pensieri volano via insieme ai gabbiani. Sorrido nel seguire la discesa sfavillante del Sole verso la fine della sua corsa. Mi ricorda gli umani. Il mondo è una cosa bella. È che piove poco e i laghi si seccano. Un virus aggressivo invade la Terra e la distrugge di giorno in giorno. Lo chiamano “male”. Ho visto gli uomini ricoprirsi di stoffa per la vergogna di mostrare il proprio corpo. Li ho visti prendersi gioco dell’amore. Li ho visti litigare, perché non hanno tutti lo stesso colore della pelle. Li ho visti farsi la guerra per portare la pace. Ho visto truffe. Ingiustizie. Lucchetti. Grate. Prigioni. Una volta, degli esseri umani si presentarono a me come “cristiani” e mi raccontarono di un Dio e due alberi, l’Albero del Bene e del Male e l’Albero della Vita. C’erano anche un serpente e una coppia, Adamo ed Eva. Mi dissero che si trattava della “storia del peccato originale”. Dio il Signore ordinò all’uomo: «Mangia pure da ogni albero del giardino, ma dell’albero della conoscenza del bene e del male non ne mangiare; perché nel giorno che tu ne mangerai, certamente morirai». (Genesi 2:16-17) La donna osservò che l’albero era buono per nutrirsi, che era bello da vedere e che l’albero era desiderabile per acquistare conoscenza; prese del frutto, ne mangiò e ne diede anche a suo marito, che era con lei, ed egli ne mangiò. Allora si aprirono gli occhi ad entrambi e s’accorsero che erano nudi; unirono delle foglie di fico e se ne fecero delle cinture. (Genesi 3:6-7) Adamo ed Eva scelsero di disobbedire a Dio e, da quel momento in poi, il male afflisse il mondo. Mi allontanai dai cristiani e colsi un’arancia. Aveva un colore caldo e intenso, la forma sferica e la buccia ruvida. L’assaggiai, […]

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Modi di dire francesi, gli 8 più famosi

Siete curiosi di scoprire gli 8 modi di dire francesi più famosi? La lingua francese vanta una viscerale quantità di proverbi, che sono una parte essenziale della cultura francese. La saggezza popolare spesso riesce a tradurre con una semplice frase, nel modo più vivido e diretto possibile, stati d’animo, ma soprattutto consigli di buon senso da diffondere a macchia d’olio. I proverbi francesi sono dotati di tanta bellezza e musicalità e caratterizzati da un significato profondo ed efficace. Durante le conversazioni italiane si usano espressioni brevi, ma esaustive per rappresentare un concetto, un ideale o per dare un consiglio ad un’altra persona. Anche i francesi adoperano numerosi modi di dire durante i loro dialoghi, che rendono unica l’eleganza della loro lingua. Abbiamo selezionato i modi di dire francesi più interessanti e particolari. Gli 8 modi di dire francesi più utilizzati In francese si direbbe : Voilà on marche! Une promenade entre les 8 proverbes francaises très utilisés avec la relative traduction et sens! Ecco percorriamo una passeggiata tra i 8 modi di dire più famosi in Francia, maggiormente utilizzati con la relativa traduzione e significato. 1. Il ne faut pas jamais dire: fontaine, je ne boirai pas de ton eau Non bisogna mai dire: fontana, non berrò la tua acqua Ha il medesimo significato italiano del proverbio “Mai dire Mai“. Ha un significato molto realistico e che non tramonta mai, perché non si può dichiarare che un’azione non avverrà o non verrà svolta mai da nessuno, poiché la vita è imprevedibile e ricca di colpi di scena improvvisi. L’acqua (l’eau) è un elemento naturale molto ricorrente nelle espressioni francesi. 2. La faim chasse le loup hors du bois La fame fa uscire il lupo dal bosco I soldi come la fame sono importanti nella vita di ogni persona, perché rappresentano un bisogno primario e per questo si avanza subito verso di loro. La necessità ci spinge, a volte, a compiere azioni frettolosamente. Il lupo (le loup) viene adoperato spesso come elemento tipico della Francia per la sua aggressività e determinazione, capace di ottenere subito ciò che vuole. Il bosco (le bois) come la fontana (la fontaine) del precedente proverbio sono adoperati spesso nella lingua francese, perché sono parole che rientrano nel settore ambientalistico a cui la tradizione francese è legata. 3. L’union fait la force L’unione fa la forza Questo proverbio ha un equivalente perfetto in italiano la cui traduzione é l’”unione fa la forza“. Con queste 4 parole si sottolinea l’importanza dell’unione e delle azioni collettive per raggiungere obiettivi comuni o per combattere per una giusta causa. Questo proverbio è adoperato maggiormente in Francia, perché la parola Union rappresenta lo spirito combattivo della cultura francese sempre pronto a battersi per il raggiungimento dei risultati, anche in caso di proteste politiche e sociali. 4. Sage est le juge qui écoute et tard juge Saggio è il giudice che ascolta e tardi giudica In italiano ci può essere la similitudine con l’”Apparenza inganna“, perché l’apparenza è spesso ingannevole e per questo bisogna saper […]

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Un proverbio cinese per amico, i 5 più filosofici

Un proverbio cinese per amico, ovvero insegnamenti pronti ad accompagnarci in ogni situazione della nostra vita. Il numero sembra essere molto consistente; ci facciamo spazio in questa distesa semisconosciuta e ne scegliamo cinque tra i più filosofici. Il proverbio è un detto popolare che con incisività e sintesi accoglie in sé una morale o una norma tratti dall’esperienza. Se pensiamo ad un proverbio, pensiamo alla saggezza (in un contesto che è proiettato nel passato e nella tradizione) ed ogni volta che ne pronunciamo uno è facile per noi ricondurlo all’immagine di un anziano signore, dal volto scavato o magari bello cicciottello, con i capelli e la barba bianca, una pipa in bocca e le rughe degli occhi che sorridono. Perché no, potremmo pensare  all’archetipo Junghiano del Vecchio Saggio dei sogni simbolo di sapienza, riflessione, risorsa di esperienze e qualità morali. Insomma volendo dare un corpo al proverbio, potremmo dire che esso è il senex, il genitore dei nostri genitori: un ottimo consigliere e amico in momenti critici o dilemmatici. Schiettezza, ilarità e popolarità dei proverbi italiani, spesso dialettali, sono noti a tutti. Ma può accadere di ritrovarsi ad usare proverbi cinesi inconsapevolmente, senza riconoscerne la loro vera origine. Proverbi e “chengyu” cinesi: origini e tradizioni Nella lingua cinese i proverbi – così come i segni zodiacali – occupano un ruolo molto importante e saper padroneggiare con abilità la lingua significa conoscere almeno parte di quei proverbi che appartengono alla sua tradizione e che sono testimonianza della saggezza delle sue più antiche generazioni. Uno straniero che li inserisce nella conversazione informale sarà apprezzatissimo dal suo interlocutore cinese. I proverbi che in primis costituiscono la più profonda espressione dell’Antica Cina sono i così detti “chengyu”( 成語/成语 Chéngyǔ ) , frasi idiomatiche formate da soli quattro caratteri.  Ma un proverbio cinese può essere anche molto più lungo. Legati alla tradizione,  i proverbi  cinesi nascono in un contesto popolare e quindi basso: nelle aree rurali, presso i contadini essi sono perlopiù collegati a miti e leggende di cui ne sintetizzavano l’insegnamento, tuttavia molti traggono la loro origine dalla tradizione letteraria dei classici. Da una divulgazione unicamente orale, si passa per i  “chengyu” a  piccole raccolte scritte.  Arricchendosi col tempo, la realizzazione di libri di  “chengyu” richiedeva il contributo di burocrati che avessero studiato i classici: opere di maestri come Confucio o Mencio avevano un’importanza pari a quella che ha la Bibbia per i cristiani. Da letteratura popolare, presto quella dei proverbi diviene letteratura minore della grande tradizione: una sorta di seconda lingua nazionale (tali frasi idiomatiche non seguono la classica struttura grammaticale né la sintassi del cinese parlato attualmente) che viene inserita nello studio dei classici nei programmi scolastici cinesi. Essi sono oggi considerati parte fondamentale della cultura cinese. Un proverbio cinese per amico: la nostra top 5 Come già detto, i “chengyu” (proverbio cinese) sono frasi idiomatiche formate da quattro caratteri. Sappiamo che la grafia cinese prevede per ogni carattere (nel linguaggio specifico logogramma) un significato, quindi è importante per comprendere il senso […]

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Riflessioni culturali

Lancillotto e Ginevra, storia di un amore tragico

La storia d’amore di Lancillotto e Ginevra è una delle più conosciute e amate della letteratura, tanto nota che è stata ripresa da diversi artisti (si pensi al celebre quadro di Herbert James Draper, o Ginevra bacia Lancillotto di Domenico Morelli), registi (si ricordano Lancillotto e Ginevra diretto da Robert Bresson nel 1974 o Il primo cavaliere del 1995, ) e letterati. Il caso letterario più celebre riguarda uno dei passi più belli della letteratura italiana: il V canto dell’inferno dantesco, in cui il poeta fiorentino racconta la bellissima e struggente storia d’amore tra Paolo Malatesta e Francesca da Polenta, ed è proprio quest’ultima che fa riferimento all’amore tra Lancillotto e Ginevra: Noi leggevamo un giorno per diletto di Lancillotto, come amor lo strinse: soli eravamo e senza alcun sospetto. Per più fiate gli occhi ci sospinse quella lettura, e scolorocci il viso: ma solo un punto fu quel che ci vinse. Quando leggemmo il disiato riso esser baciato da cotanto amante, questi, che mai da me non fia diviso, la bocca mi baciò tutto tremante: galeotto fu il libro e chi lo scrisse; quel giorno più non vi leggemmo avante. Chi erano Lancillotto e Ginevra? Ginevra era una fanciulla, la cui folgorante bellezza colpì e affascinò re Artù, al punto da chiederla in sposa, infatti in ogni versione e nei romanzi del ciclo arturiano viene presentata come la regina di Camelot. Il suo legame con Lancillotto appare, per la prima volta, nel romanzo di Chrétien de Troyes: Lancillotto o il cavaliere della carretta, e, in tutti i romanzi successivi dedicati alla storia, i due sono i protagonisti di un amore illecito e tragico, che porta alla distruzione di Camelot. Le diverse versioni concordano sia sulla discendenza di Lancillotto dal re Ben di Benoic e da sua moglie Elaine, sia sulla sua identità di prode e coraggioso cavaliere alla corte di re Artù, che gli è valso l’epiteto di Primo Cavaliere della Tavola Rotonda. Secondo alcune versioni, in seguito all’uccisione di suo padre, Lancillotto, all’epoca dei fatti bambino, rimase nel castello di Camelot. Altre versioni, invece, tramandano che, dopo la morte del padre, Lancillotto fu rapito dalla dama del regno del Lago (motivo per cui alcune versioni lo ricordano come Lancillotto del lago) che lo addestrò per farlo diventare un perfetto cavaliere di corte, solo da adulto avrebbe lasciato il regno del lago e le sue prodezze gli avrebbero conferito il titolo di Primo Cavaliere della Tavola Rotonda. La storia di un amore impossibile Dopo essere diventato un paladino della corte di re Artù, Lancillotto si rese protagonista di imprese gloriose e atti eroici, tra cui il salvataggio della regina di Camelot, rapita da un nemico del regno: Melegant. In seguito a questo accadimento Ginevra e Lancillotto si innamorarono perdutamente, tanto da non riuscire a stare lontani l’uno dall’altra e a cercare svariati modi per vedersi e amarsi segretamente. Ma quando si è accecati da un tale sentimento, non si è mai abbastanza prudenti. Re Artù scoprì il tradimento della sua regina e del suo Primo […]

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Filologia: storia di una misteriosa e multiforme disciplina

La filologia non è soltanto quel corso di laurea, la cui finalità è ignota ai più e che sovente provoca grossi disagi allo studente medio nel tentativo di spiegarne lo scopo ai non addetti ai lavori. Confusa per una rapida assonanza con “filosofia”, la filologia è quella scienza che si occupa (solamente in parte) di ridare ai testi la versione voluta in origine dall’autore. Il quesito arriva spontaneamente: come? Ebbene, nella filologia si intersecano studi di diversi settori: il filologo, infatti, può scoprire, smentire, ricostruire basandosi sulla coerenza fra il testo e la storia, fra il testo e la sua veste linguistica, fra il testo e il suo supporto scrittorio, fra il testo e le diverse fonti coeve. Nell’epoca della cosiddetta post-verità, ogni affermazione, sia pur ben conservata e facilmente reperibile (verba volant, scripta manent, Facebook non ti dico) subisce una serie di infinite interpretazioni, che mirano a scardinare la responsabilità dell’autore nei confronti della sua frase. Appare quasi spontaneo ritenere, quindi, la filologia un approccio lontano, anacronistico, superfluo.A che serve ridare ad un testo la sua veste originale, studiarne le interpretazioni, le ricadute storico-sociali, quando nemmeno l’autore ne rivendica la paternità? Presto detto: la filologia non è altro che la lente della coerenza sulla storia. Origini della filologia Come molte delle cose ben riuscite nel corso della storia, i pionieri della filologia risalgono, ovviamente, alla cultura greca/ellenistica, già prima della nascita di Cristo. Gli ambienti privilegiati per la filologia erano Alessandria e Pergamo, dove esistevano rispettivamente una grandiosa Biblioteca ed una famosa Scuola. Qui la filologia assumeva la fisionomia di uno studio della grammatica, dell’esegesi e dell’analisi retorica dei testi, che circolavano in rarissimi esemplari, appannaggio di ricchi centri culturali o uomini illustri. È con l’avvento degli amanuensi, copisti di professione, che si creano le basi per una vera filologia, per come oggi la intendiamo: l’operazione ci copia conforme all’originale, spesso in una lingua differente dalla propria, comportava una serie inevitabile di errori, che si trasmettevano da copia a copia. Intensissima fu l’operazione di raccolta di opere durante il periodo di Carlo Magno, all’interno della Schola Palatina, che copre il periodo dell’VIII-IX secolo d.C.; contemporaneamente si assiste ad una rinascita ed un interesse filologico nell’oriente bizantino, che mantiene fino alla caduta di Costantinopoli un certo interesse per la trasmissione della cultura greco-romana. Lorenzo Valla, il primo filologo  Ma se la geografia ha la barbabietola da zucchero, la storia il limes egizio che si deposita dopo l’esondazione del Nilo, se il latino ha rosa-rosae-rosae, l’italiano ha I Promessi Sposi, la matematica le funzioni; insomma, se ogni ambito del sapere ha la sua punta di diamante, la filologia non è da meno e trova la sua origine, il suo masterpiece, il marchio di fabbrica nell’universo che circonda la Donazione di Costantino. XV secolo, una Firenze in cui fioriscono gli stimoli dell’umanesimo tutto italiano, e Lorenzo Valla, polemico e appassionato uomo di cultura. È a partire questi elementi che viene pubblicato il De falso credita et ementita Constantini donatione, un testo col […]

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Teoria geocentrica e teoria eliocentrica: da Aristotele a Copernico

Teoria geocentrica e teoria eliocentrica, un approfondimento Aristotele affermava che tutti gli uomini tendono naturalmente al sapere: quello di chiedersi il “perché” delle cose è un impulso naturale che per fortuna ci appartiene. È per questo che quella che noi oggi chiamiamo scienza, in realtà, esiste da sempre. La teoria geocentrica e poi la teoria eliocentrica, approfondite in questo articolo, fanno già parte di una fase più razionale  dell’evoluzione del sapere. La scienza nasce col primo tentativo degli uomini di dare una spiegazione alle cose che lo circondavano. L’uomo guarda il cielo fin dagli albori della storia dell’umanità: curiosità, stupore ma soprattutto timore di fronte all’inspiegabile, all’immenso, all’ignoto. Guardando le stelle, quelle cose lontane e luminose, era facile per gli uomini ricorrere al divino. Alla domanda “Che cos’è l’universo?”,  “Chi ha creato il mondo?” l’uomo rispose con la mitologia mostrando il proprio estro molto fantasioso. Secondo la mitologia scandinava, per esempio, l’universo non è che un immenso albero (un Frassino) chiamato Yggdrasill: le sue radici affondano negli inferi, i suoi rami sostengono la sfera celeste. Tra i nove mondi sorretti dai suoi rami vi è quello degli uomini, chiamato Midgardr,  e quello degli Dei detto Asaheimr. Ancora, la cosmologia assiro- babilonese concepisce la Terra come poggiata sul Regno dei Morti, sommerso dalle acque oceaniche, e sovrastata dalla volta celeste. L’oceano su cui la Terra galleggia è frutto del diluvio universale: il cielo non è altro che un oceano celeste abbattutosi sulla Terra. Una concezione, questa, che ha influenzato fortemente la cosmologia biblica che poneva al centro dell’universo l’uomo: è per questo che la teoria geocentrica fu sempre fortemente supportata dalla Chiesa. I primi astronomi: la teoria geocentrica da Aristotele a Tolomeo Nato A Stagira nel 384 a.C. e formatosi alla scuola di Platone presso Atene, Aristotele  fu il primo a sviluppare una teoria sul cosmo alla luce del dualismo tra mondo celeste e mondo terrestre, dualismo già visto in Platone e prima ancora in Eudosso di Cnido, astronomo greco. L’universo di Aristotele, ordinato e finito, ha al proprio centro la Terra perfettamente sferica ed immobile (modello geocentrico e geostatico)  mentre tutti gli altri corpi celesti ruotano intorno ad essa di moto circolare uniforme, moto della perfezione che appartiene unicamente al mondo celeste. Esistono infatti, nella teoria aristotelica, due fisiche: a garantire la perennità dei moti circolari uniformi dei copri del mondo celeste (Luna, Mercurio, Venere, Sole, Marte, Giove e Saturno fino al cielo delle stelle fisse che è il limite estremo dell’universo) è la quintessenza di cui sono composti. Essa è l’etere, una sostanza  incorruttibile, ingenerabile (senza inizio né fine) e quindi perfetta. Diverso è invece ciò che accade per il mondo terrestre (o atmosfera sublunare), mondo dell’imperfezione, in cui i quattro elementi fondamentali – terra, acqua, aria e fuoco –  in perenne agitazione, sono causa  dei cicli di generazione e corruzione. Acqua e terra hanno moto verticale, dall’alto in basso; aria e fuoco hanno moto verticale, dal basso all’alto. Ecco spiegata la gravità, ecco spiegato perché aria e fuoco […]

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Il principe Myškin, figura ideale (e impossibile) de “L’idiota” di F. Dostoevskij

“Tutto è secco fuori del nostro cuore”, scriveva Giacomo Leopardi in una lettera al fratello. È così, con questo epigrafico verso che sancisce l’unione, nell’uomo, di sentimento e verità, che penso al principe Myškin, l’”idiota” dostoevskiano. Sia nella scrittura, sia nell’idea, l’autore fu preda di vari ripensamenti, incalzato anche, come spesso accadeva, dal bisogno economico e dalla fretta degli editori. La stessa ricezione dell’opera generò, più che perplessità, il silenzio eloquente della critica. Nell’inverno di una Russia frastornata dal progresso, dalle battaglie economiche, dal cieco asservimento alla violenza, brilla di luce propria – e non potrebbe essere altrimenti, trattandosi di una novello Cristo – il personaggio più sofferto di tutti. Ci si chiede, leggendo l’Idiota, come una figura cristologica possa sopravvivere nella turba di un secolo marcio e corrotto. Se il Dio del Cristianesimo è morto sotto il colpo del Male, se il suo Verbo è stato mistificato e il suo corpo mercificato, se il suo atto di carità è stato convertito nel segno della demagogia, è possibile rinvenire una correlazione con l’idea religiosa di Dostoevskij. La purezza delle origini, il mito edenico, il Paradiso incorrotto, che nel romanzo assumono i connotati di una clinica bianca in una bianca Svizzera, sono sovvertiti dal mondo a tinte fosche di Mosca, di San Pietroburgo e delle campagne circostanti. Non c’è albero che tenga – eppure il Principe ama gli alberi, e spesso ne fa professione – di fronte al dolore metafisico, di cui tutti i personaggi, coscienti o meno, sembrano soffrire. Il principe Myškin è specchio delle coscienze altrui, e quando qualcuno vi si riflette, scopre la propria abiezione, e la rifiuta, la nega, o, talvolta, la accoglie. Il Principe mette l’uomo di fronte al nocciolo duro della coscienza, la coscienza ipertrofica, che spesso sottende e occulta, cela e disvela. Proiettato nelle debolezze dell’altro, assume su di sé, oltre a un infantile e tenero stupor mundi, il dolore dell’altro, e lo fa senza riserve, dalla prima all’ultima pagina. È una compassione schopenhaueriana a muoverlo. Estirpare la radice del dolore, portarla alla luce, significa inglobarla, penetrarla, attraversarla. Come il Dio cristiano, spesso la sua opera – la sua parola, il suo Verbo – sarà travisata, giudicata, incompresa, degradata nell’orticello retorico dell’idiozia, della dabbenaggine. La bellezza salvifica del Principe Myškin ne “L’idiota” di F. Dostoevskij  Nella mappa dei sentimenti tracciata, poco importa chi il Principe ami, e se ami una donna rispetto ad un’altra, perché l’amore, nel suo essere, si esprime sotto ogni forma, e per ogni forma ha in sé un tipo di amore. È scontato immaginare che questa sia una figura ideale, poiché salvifica, e se “la bellezza salverà il mondo”, è pur vero che il Principe non riesce a salvare, e a salvarsi, e questa chiusa amara, gravissima, rivela l’incosistenza dell’illusione, che io tuttavia giudico, e ostinatamente, unico motore del mondo, finché in noi, come il Principe spiega, sia vivo “il senso della felicità”. Nella sconfitta della purezza, l’illusione di essa ci mantiene in vita, mantiene in vita il nostro bisogno di […]

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Nobel per la pace 2018: Denis Mukwege e Nadia Murad

Denis Mukwege e Nadia Muradricevono il Nobel per la pace 2018 Il Nobel per la pace 2018 è stato conferito a Denis Mukwege e Nadia Murad per il loro encomiabile impegno nel combattere la violenza sessuale in un contesto di guerra.  I candidati  per il Nobel per la pace 2018 erano 331, di cui 216 persone e 115 organizzazioni. Nobel per la pace 2018: chi sono Denis Mukwege e Nadia Murad Denis Mukwege, già candidato per il Nobel per la pace nel 2014, è un ginecologo congolese, fondatore del Panzi Hospital a Bukavu (Congo), dove cura le donne che hanno subìto danni fisici a causa dello stupro e lotta ogni giorno contro la violenza.  Nel 2014 è stato insignito dal Parlamento europeo con il Premio Sakharov per la libertà di pensiero, due anni dopo, Nadia Murad sarà insignita della medesima onorificenza. Nadia Murad è una ragazza irachena- di etnia yazida- di 25 anni che nel 2014 è stata rapita e tenuta in ostaggio dall’ISIS. Dal 2016 è ambasciatrice Onu per la dignità dei sopravvissuti alla tratta di esseri umani. La storia di Nadia è a dir poco agghiacciante. Nell’agosto 2014 l’Isis è giunta nel suo villaggio e lì ha ucciso 600 persone tra cui i suoi fratelli. Dopodiché Nadia Murad è stata fatta prigioniera insieme ad altre 6700 donne e portata a Mosul dove ha subìto ogni genere di tortura e di violenza sessuale. Da lì è riuscita a scappare fino a raggiungere la Germania.  Da quel momento ha deciso di dedicare la sua vita per combattere le violenze e la tratta degli esseri umani. Sempre nel 2016 Nadia ha intrapreso, grazie al supporto dell’avvocata Amal Clooney, un’azione legale contro i comandanti Isis che, continuano a praticare violenze di ogni genere nelle zone da loro controllate. La sua storia è raccontata nell’autobiografia  L’ultima ragazza edito da Mondadori. Nobel per la pace – la storia Istituito nel 1895 da Alfred Nobel, il Nobel per la pace è stato assegnato per la prima volta nel 1901. Viene assegnato ogni anno (ad ottobre viene annunciato mentre la consegna ha luogo successivamente) in Norvegia (e non in Svezia come gli altri Nobel) dal Comitato per il Nobel norvegese, composto da 5 membri scelti dal Parlamento norvegese. La procedura di assegnazione è infatti differente da quella usata per gli altri premi Nobel. Il Comitato sceglie i candidati confrontandosi con varie istituzioni internazionali e nazionali quali la Corte internazionale di Giustizia, la Corte di arbitrato, con la Commissione dell’ufficio permanente internazionale di pace; con i governi di diversi paesi, ecc. Le istituzioni interpellate manderanno le loro segnalazioni al Comitato (entro il primo febbraio) che, dopo averle esaminate e selezionate, procederà al voto.  Il primo Nobel per la pace è stato assegnato a Jean Henri Dunant, fondatore della Croce Rossa ed ideatore delle Convenzioni di Ginevra per i diritti umani. Altri personaggi premiati degni di menzione sono: Kofi Annan, Yasser Arafat, Shimon Peres e Yitzhak Rabin. Mentre tra le organizzazioni vincitrici, oltre all’Onu e alla Croce Rossa, ci sono l’Unione Europea, il Permanent International Peace Bureau, l’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche.   Libri sul Nobel!

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Favole e racconti per bambini, la morale nascosta

Favole e racconti per bambini che nascondevano una morale o un finale oscuro. Ecco le nostre riletture da adulti. Dobbiamo tanto a chi ci ha raccontato le favole. Da piccoli le favole della buonanotte ci hanno fatto compagnia, ci hanno tranquillizzati, ci hanno allietato serate e sogni. Le favole e i racconti per bambini ci hanno resi più spigliati Le favole e i racconti per bambini sono popolati quasi sempre da animali umanizzati dal carattere semplice e chiaro: il coniglio simboleggia la paura, l’agnellino la timidezza, il cane la fedeltà, la volpe l’astuzia, il leone la forza, la formica la laboriosità e il serpente l’inaffidabilità. Scavare nella loro psiche ci ha aiutati a comprendere meglio le persone in carne ed ossa. Gli alter ego che incontriamo nel mondo immaginario dei racconti per bambini inscenano situazioni tipiche della vita quotidiana ed evidenziano l’ingiustizia, condannano i vizi, la vanità e la stupidità per premiare le virtù. Possiamo leggere tra le righe delle favole un modello di condotta di vita all’insegna della laboriosità, della prudenza e della coscienza dei propri limiti. Le favole richiedono, però, un’elaborazione personale degli eventi. Ci mettono in contatto con ogni possibilità nello scioglimento di un dilemma etico e ci ricordano che abbiamo tutti gli strumenti utili per sbrogliare la matassa. Perciò, sono importanti le favole. Racchiudono le nostre esperienze di crescita. Custodiscono preziose perle di saggezza popolare. Ma l’antica saggezza popolare è bipolare: questo sembrano rammentarci, le favole Mi tocca dirlo subito, perché chi ben comincia è a metà dell’opera.Portate pazienza, però, che la virtù sta nel mezzo. Il dolce è alla fine, eh! E si tenga a mente che chi va piano va sano e va lontano. La lepre si vantava della sua velocità, ma il traguardo fu tagliato dalla tartaruga. Quindi, chi ha tempo non aspetti tempo. Comunque non vi adagiate sugli allori perché chi tardi arriva male alloggia. Coloro che lasciano la strada vecchia per la nuova sanno quel che lasciano, ma non sanno quel che trovano. Tanto piove sempre sul bagnato, eppure, la fortuna è cieca. Che poi la fortuna aiuta i matti e i bambini. O forse no. La fortuna aiuta gli audaci! Dei tre porcellini solamente uno aveva costruito la casa con i mattoni, l’unica che, a differenza di quella di paglia e quella fatta di canne, riuscì a resistere alla tempesta d’aria provocata dal soffio del lupo. Ma sì! Finché c’è vita ci sarà pure speranza, però si badi bene: chi di speranza vive, disperato muore. Comunque, nella vita, tentar non nuoce. D’altronde, chi non risica non rosica. E poi la gatta al lardo ci lascia lo zampino. Sentite, chi si accontenta gode! Ma se oziate come la cicala, ahimè, vi ritroverete a morire di fame, mentre le formiche festeggeranno e mangeranno grano e frumento raccolto durante l’estate. E, se d’estate hai cantato, cara cicala, ora balla! Oh, chi troppo vuole nulla stringe… il troppo stroppia. Ma, a volte, capita anche che chi la dura la vince. Però, poi, non vi lamentate. […]

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Notizie assurde e la “truffa” dell’informazione

Non è inusuale girare per il web e imbattersi, sempre più di frequente, in notizie assurde che vengono spacciate per bere. E quasi sempre, la circolazione di queste notizie è associata a un mero desiderio di guadagno. Per un giornalista, ricercare la notizia che può cambiarti la vita non è facile e non tutti incappano nel colpo di fortuna che può dare una svolta alla carriera. D’altronde, non sempre ciò è necessario. E non sempre le notizie devono essere sensazionali per attirare l’attenzione. A volte, anche qualcosa di assurdo può scatenare l’interesse del lettore.  Ed è su questo che il fenomeno del clickbait fa affidamento. Notizie vere, ma anche notizie assurde e false In questi anni, con il progredire della tecnologia e l’incedere dei social network, la diffusione di notizie si è evoluta al punto di diventare non solo accessibile a tutti, ma una fonte inesauribile di guadagno per coloro che la sfruttano. Tale possibilità ha consentito la nascita di fenomeni come quello del clickbait. Letteralmente soprannominato “esca del click”, il clickbait si fonda su un unico scopo: attirare l’attenzione del lettore con titoli sensazionali, ma privi di reale contenuto, col solo obiettivo di ottenere un guadagno. Notizie assurde, quindi, che si presentano come vere e proprie esche per pesci, le quali indirizzano i malcapitati su siti che, normalmente, non attirerebbero l’attenzione di nessuno. Grazie a questo espediente, editori di siti web riescono a far aumentare le visite al proprio sito con notizie false, e che non presentano alcuna fonte certa, per guadagnare con la pubblicità online. Internet si ritrova, quindi, invaso da notizie che non hanno alcun fondamento e che esistono al solo scopo di ottenere qualche visualizzazione. “Non crederete mai a cosa è successo. Guardate questo video per scoprirlo”, “Sensazionale scoperta nel campo della medicina che rivoluzionerà il mondo della scienza” o “Incredibile! Non crederete ai vostri occhi”. Se vi è capitato di leggere uno di questi titoli, siete sicuramente incappati in “un’esca per click”. Al cui titolo promettente una notizia senza precedenti, è stato associato un articolo senza alcun contenuto e costruito su mera retorica. Tuttavia, cerchiamo di vedere nello specifico alcune di queste notizie assurde. E cos’è che, esattamente, desta l’attenzione del lettore medio. Tra le notizie che possono sicuramente attirare l’attenzione del lettore, vi è l’immancabile annuncio della fine del mondo, la quale fa la sua comparsa almeno una volta ogni tre anni preannunciando il nuovo diluvio universale o la caduta di un meteorite, comparso così dal nulla.Basti pensare alla profezia Maya, inerente al 21 dicembre 2012, emersa dalla decifrazione di un calendario, il quale terminava proprio con la suddetta data. A nessuno venne in mente che probabilmente il calendario, col trascorrere del tempo, non era stato più aggiornato e che, di conseguenza, quella data non stava a indicare alcuna Apocalisse. Eppure, con una notizia di questa portata non si può non attirare l’attenzione e ottenere un numero spropositato di visite sul proprio sito. A ciò si aggiunge la lista infinita di notizie su decessi […]

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