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Eroica Fenice

La categoria Culturalmente contiene 92 articoli

Culturalmente

Maghi famosi: i 5 maghi che hanno fatto la storia della magia

Pochi sono a conoscenza del fatto che anche la magia ha la sua cultura. Così come nella storia della letteratura si possono rinvenire autori famosi, anche la storia della magia conta i propri maghi famosi. Dalla superstizione all’occultismo alla stregoneria, le pratiche misteriose hanno sempre generato suggestione e curiosità anche nei più scettici. La magia ha perfino un luogo d’origine, che è l’Egitto, terra di incanti e di riti profusi di fascino e mistero. Tra le branche che caratterizzano il campo della magia spicca quella dell’illusionismo, forma di intrattenimento che si serve di trucchi materiali o immateriali per produrre effetti scenici di grande impatto sugli spettatori. Numerosi gli illusionisti che hanno stregato e strabiliato con i loro numeri di magia, giochi di prestigio e manipolazioni traversate di mistero. Tra i maghi famosi che hanno fatto l’immortalità del fascino dell’illusionismo e della magia stessa, proponiamo quelli dalle storie più…magiche! Maghi famosi: vite, storie, curiosità 1. Jean Eugène Robert-Houdin Illusionista francese del XIX secolo, Houdin è spesso indicato come “il rinnovatore dell’arte magica”. Prestigiatore e illusionista di vasta fama, è accettato dai più in qualità di padre della magia da palcoscenico moderna. La rivoluzione apportata al mondo della magia da Houdin, certamente uno dei maghi famosi più sensazionali di sempre, è quella di aver reso gli spettacoli di magia, per la prima volta, performances eleganti e sofisticate. È lui a spostare il setting delle esibizioni magiche, da mercati e fiere a teatri e feste private di gusto più raffinato. Inoltre, sua e decisamente innovativa è la decisione di indossare abiti eleganti come quelli dei suoi spettatori, inaugurando una tradizione che si è perpetuata nel tempo: ancora oggi molti maghi onorano tale usanza indossando il frac per le performances. 2. Harry Kellar Mago americano cui spetta l’appellativo di “Decano dei maghi americani”, Kellar porta spettacoli di magia in cinque continenti, attivo tra il XIX e l’XX secolo. Rientra a pieno titolo tra i maghi famosi che hanno fatto la storia della magia per una delle illusioni sul palcoscenico più intriganti di sempre: la levitazione di una ragazza, spettacolarizzata nei termini di “Levitazione della principessa Karnac”. 3. Harry Houdini Mago di origini statunitensi, si annovera tra gli illusionisti ed escapologi più conosciuti della storia. La smodata fama di cui ha goduto è stata causata dalle sue cosiddette “fughe impossibili”. Houdini si mostrava in grado di liberarsi da manette, catene, corde e camicie di forza, dinanzi agli occhi sbarrati di un pubblico attonito durante le esibizioni. Per i più il suo numero più famoso risulta essere senza dubbio la cella della tortura cinese dell’acqua: posta una cassa di vetro e acciaio piena d’acqua, chiusa opportunamente a chiave, l’illusionista si dimostrava in grado di rimanervi sospeso a testa in giù. 4. David Copperfield Copperfield si inscrive a pieno titoli nella costellazione di maghi famosi di cui ci stiamo occupando. Riconosciuto spesso come erede di Houdini, il suo è un nome d’arte desunto dal romanzo di Charles Dickens. Copperfield si è affermato come prestigiatore e poi come […]

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Culturalmente

Ratto di Proserpina, tra storia e mito

Ratto di Proserpina, approfondimento e curiosità Quella di Proserpina (Persefone per i greci)  è una vicenda che rientra in quel gruppo di racconti mitologici greci in cui ninfe e dee, piegate alla volontà di Zeus, subiscono violenze e costrizioni per la smania degli Dei di possedere la loro accecante bellezza. Quello che subisce Proserpina è un rapimento ad opera di Plutone (Ade per i greci) che la farà sua sposa rendendola Regina degli Inferi. Interpretare e motivare il mito del ratto di Proserpina ci porta a diverse conclusioni: la prima è che i greci vollero giustificare l’alternarsi delle stagioni, e in particolare l’avvento della Primavera, in maniera molto originale e come d‘abitudine coinvolgendo l’Olimpo e le sue forze divine. Ma l’atto del rapimento si interpreta anche come un vero e proprio matrimonio. Quello tra Zeus , padre di Persefone, e il fratello Ade assume le peculiarità dell’engye: una sorta di contratto in cui il padre della sposa concede l’allontanamento della figlia dal nucleo familiare per cederla come moglie. Nell’antichità, molti furono i riti dedicati a Proserpina. Presso i santuari dedicati alla divinità, le giovani fanciulle prossime alle nozze si recavano per offrire rami di melograno, simbolo del matrimonio, o ciocche di capelli nella speranza di ricevere in cambio prosperità per il matrimonio. Ma andiamo con ordine. Ratto di Proserpina: il mito Proserpina o Kore (dal greco,  giovinetta) è figlia di Zeus Re dell’Olimpo e di Demetra (Cerere per i romani) Dea dell’agricoltura e della fertilità nonché protettrice dei raccolti. Il ratto della fanciulla si realizza molto probabilmente presso Enna, sul lago di Pergusa (anche se la tradizione associa al rapimento diverse località come Siracusa, Eleusi, Cnosso). Qui Proserpina era intenta a raccogliere fiori in compagnia di altre ninfe, figlie di Oceano, quando attratta da un narciso, si piega a raccoglierlo. Nell’esatto momento in cui tende la mano, una voragine si spalanca nella terra e da lì, su di un carro d’oro  trainato da quattro cavalli nerissimi e maestosi, emerge Plutone, re degli inferi, che la rapisce contro la sua volontà. La fanciulla urla e si dimena, ma niente può fermare la furia e l’avidità di Ade che la trascina con sé nell’oltretomba per farla sua sposa. Kore era un fanciulla bellissima, rappresentante giovinezza e spensieratezza. Plutone, invece, viveva triste e solo nel mondo dei morti e folgorato dalla bellezza della fanciulla, ricevette il permesso di Zeus a unirla a sé per sempre. Il poeta  Claudiano racconta: «[Plutone] si precipitò verso di lei [Proserpina], che, scortolo, così nero e gigantesco, con quegli occhi di fuoco e le mani protese ad artigliarla, fu colta dal terrore e fuggì leggera assieme alle compagne… Il dio dell’Ade, in due falcate le fu addosso e l’abbracciò voracemente e via col dolce peso; la pose sul cocchio, invano ostacolato da una giovinetta, Ciane, compagna di Proserpina, che tentò di fermare i cavalli, ché il dio infuriato la trasformò in fonte. Ancora oggi Ciane, con i suoi papiri, porta le sue limpide acque a Siracusa» Ma Demetra, […]

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Riflessioni culturali

Capitello ed ordine architettonico: dorico, ionico e corinzio

Capitello dorico, capitello ionico e capitello corinzio | Storia e spiegazione  Ordine dorico, ordine ionico e ordine corinzio: queste voci sono emerse a più riprese durante il nostro percorso scolastico, talvolta nominate senza realmente capire bene cosa indicassero e quali fossero le loro differenze. Ma chi inventò il capitello? Perché furono inventati tali elementi architettonici? Tutto nasce dalla colonna, grosso fusto di legno issato dall’uomo per sostenere…cosa? Una trave. Semplice! Ma l’occhio umano, soddisfatta la necessità di creare un sistema di costruzione basico, volle di più e creò il capitello, trait-d’union tra la colonna e la trave, che obbediva ad istanze estetiche che appagavano l’occhio. Nacquero, così, gli ordini architettonici, da cui partire per distinguere i vari tipi di capitello realizzati nella storia. Gli ordini, la più grande novità introdotta dai Greci nella tecnica di costruzione, rappresentano vere e proprie risposte all’esigenza concettuale di eliminare qualsiasi forma di casualità nella realizzazione di un edificio e consistono nel complesso di norme geometriche e matematiche che regolano le proporzioni tra le parti di un edificio. Con questo fine, gli architetti greci ricorsero al modulo, un’unità di misura (il raggio di base della colonna), con cui regolare le proporzioni dell’edificio, utilizzando multipli e sottomultipli della stessa. Il primo ad introdurre il concetto di “ordine architettonico” fu Vitruvio Pollione, architetto romano vissuto nel I secolo a. C., autore del trattato De Architectura, un testo suddiviso in 10 libri, dove sono illustrate le principali tecniche costruttive dell’antichità. Gli ordini architettonici, in ambito greco, si uniformano a tre grandi stili: dorico, ionico e corinzio ed hanno nomi greci perché compaiono per la prima volta in regioni specifiche: l’ordine dorico nel Peloponneso, Magna Grecia e Sicilia, quello Ionico in Asia minore ed a Samo, quello corinzio invece potrebbe esser stato suggerito all’architetto greco Kallimakos da un cesto di acanto posto sulla tomba di un giovane uomo. Quando si parla di ordini architettonici, nonostante essi si differenzino per un gran numero di elementi che concorrono a dare alle colonne e agli edifici un aspetto molto diverso, si è solitamente portati a concentrarsi sulle forme assunte dal capitello, che ne è l’espressione più visibile e maggiormente discriminante perché è la prima cosa che cattura l’occhio. Ordine dorico e capitello dorico Caratterizzato da proporzioni massicce e da una rigorosa semplicità di forme, è il più antico e maestoso dei tre, le cui prime testimonianze documentate risalgono agli inizi dell’epoca arcaica, impiegato principalmente per la costruzione di templi. Il tempio dorico poggia solitamente su robuste fondamenta in pietra locale (euthynteria), che svolgono la funzione di sopraelevare l’edificio, separando simbolicamente l’Olimpo degli dèi dal mondo terreno. Su di esse poggiano i gradini di accesso al tempio (krepidòma), inizialmente tre, che aumenteranno, poi, in base al tipo di tempio. L’ultimo gradino è detto stilòbate e costituisce il piano orizzontale sul quale poggiano tutte le colonne del tempio, prive di base. La colonna può avere un’altezza da 4,5 a 6 volte il diametro della sua base ed è composta da due elementi distinti: il fusto, costituito da rocchi fissati […]

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Attualità

La crisi del ’29: un approfondimento storico

“La prova del nostro progresso non è quella di accrescere la ricchezza di chi ha tanto, ma di dare abbastanza a chi ha troppo poco”. È con queste parole che Franklin Delano Roosevelt getta le basi per porre fine alla crisi economica più famosa della storia americana: la crisi del ’29, così chiamata poiché verificatasi nel 1929, con il crollo della borsa di Wall Street. Durante i “Ruggenti anni ‘20”, nonostante la stabilità politica e sociale seguita alla Prima Guerra Mondiale, sull’America si abbatté la prima catastrofe di ordine economico. Evento catastrofico, sì, non solo per la devastazione che si lasciò dietro, ma anche per essere stata una delle fautrici, insieme al totalitarismo, della Seconda Grande Guerra. La crisi e i successivi eventi che ne derivarono presero il nome di Grande Depressione e furono testimonianza del più grande economico mai visto fino a quel momento, in una società dove il progresso si era succeduto senza ricadute sin dalla Rivoluzione Industriale. Politicamente parlando, il potere si riversò totalmente nelle mani del partito repubblicano, con Harding e in seguito Coolidge, i quali sostenevano l’accumulo della ricchezza privata, a scapito delle classi più povere. Nonostante le discriminazioni delle classi inferiori, l’ottimismo generale non subì una battuta d’arresto, anzi vide il fulcro del suo sviluppo in Wall Street, sede della Borsa di New York. Ma cosa generò la crisi? Il periodo di benessere che investì gli Stati Uniti, aveva portato a un aumento della domanda di consumo, al punto tale da generare una produzione senza precedenti. Tuttavia, il mercato interno non fu in grado di assorbire la grande mole di prodotti, portando a un crollo dei prezzi e ad un conseguente crollo della produzione, nonché la presenza di materiale in eccedenza, incapace di essere smaltito. Il 24 ottobre 1929, conosciuto come il giovedì nero, sancì l’inizio della catastrofe con la svalutazione di 13 milioni di azioni che vennero vendute senza limite di prezzo e il crollo del valore dei titoli. Tuttavia, il crollo vero e proprio della Borsa di Wall Street si verificò il 29 ottobre, che passò alla storia come “martedì nero”, quando circa 16 milioni di azioni vennero vendute in un solo giorno. A questo evento seguirono numerosi suicidi da parte di speculatori e azionisti, per non parlare delle conseguenze che si riversarono sui ceti meno abbienti, generando una disoccupazione di massa. La crisi del ’29 produsse una ferita ingente che sfregiava il volto dell’America ricca di sogni, che era stata il sostegno economico della maggior parte dei paesi. L’approccio protezionistico che aveva portato alla sovra-produzione durante la crisi del ‘29, proseguì anche dopo il crollo della borsa, e la sua estensione a tutti gli altri paesi produttori, generò un collasso del commercio internazionale. Per quanto riguarda l’America, in particolare, si registrò un vertiginoso incremento della disoccupazione e una contrazione del reddito. A coronare il tutto, gli Stati Uniti si videro costretti a richiamare i prestiti che avevano erogato ai paesi esteri in difficoltà, incrementando in questo modo la crisi internazionale. La […]

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Riflessioni culturali

Divinità indiane: le sei fondamentali

Un viaggio tra le divinità indiane più importanti: ecco la nostra top 6! La civiltà indiana è stata, da sempre, culla di un dinamismo religioso che ha visto susseguirsi varie fedi e nascere quattro tra le religioni maggiori del mondo: l’antica fede vedica, sviluppatasi all’incirca tra il 1.750 e il 500 a.C., l’Induismo, diffuso tra l’80,5% della popolazione, il Buddhismo fondato da Gautama Buddha, professato dallo 0,9%, il contemporaneo Giainismo, dallo 0,4% l’Islam, osservato dal 13,4% degli abitanti, il Cristianesimo, dal 2,3%. Sono presenti anche il Sikhismo, nato nel XV secolo da una commistione di insegnamenti islamici e induisti e osservato dall’1,9% e numerose tradizioni tribali minori, come quelle Santal, il Sanamahismo, quelle Adivasi , forme di animismo;  il mazdeismo (o zoroastrismo) e l’ebraismo. L’induismo, maggiore credo in India, si configura come un culto politeista, erede di tradizioni tra loro diverse che si sono evolute e legate tra loro, in cui non è presente una gerarchia tra le divinità indiane, né vi è l’obbligo di fare determinate professioni di fede. Tra i principali numi, comunque, appaiono imprescindibili quelli che costituiscono la “trinità induista” della Trimurti, la triplice forma dell’Essere Supremo, composta da Brahmā, Viṣṇu e Śiva. Divinità indiane: la Trimurti Brahma Tra le divinità indiane, Brahma (Brahmā) rappresenta il primo essere che viene creato in un nuovo ciclo cosmico (kalpa). Si tratta, quindi, dell’architetto dell’universo, uno dei cosiddetti “aspetti di Dio”, il padre di tutti gli esseri: all’interno della Trimurti è, infatti, considerato spesso come la prima Persona, il Creatore. Talvolta si confonde con il quasi omonimo Brahman, con cui viene identificato l’infinito, la realtà trascendente, l’Origine divina di tutti gli esseri: Brahma si configura solo come un agente di Brahman. Questa divinità è generalmente rappresentata con quattro teste, quattro braccia e quattro gambe. Ognuna delle teste recita uno dei quattro Veda, antichissimi testi sacri da cui ha avuto origine l’induismo. Nelle mani regge un bicchiere d’acqua, per dare origine alla vita, un rosario, per indicare lo scorrere del tempo, il testo dei Veda e un fiore di loto. A differenza delle altre divinità indiane della Trimurti, a Brahma non viene riservato un culto specifico, perché il fedele dovrebbe liberarsi dal mondo materiale da lui creato. Leggenda, poi, vuole che, come riportato nello Skanda Purāṇa (I, 1,1 6 e III 2, 9,15), egli avrebbe mentito nel sostenere di aver raggiunto la cima del linga, (Assoluto trascendente senza principio né fine o Brahman). Shiva Shiva (Śiva) è il terzo componente della Trimurti, all’interno della quale è conosciuto sia come Distruttore che come Creatore. La devozione verso questo nume è talmente sentita e radicata che esiste anche una confessione monoteista che lo riconosce come unico dio tra le divinità indiane, lo Shivaismo. Shiva significa “il buono” o “il generoso” e questa divinità sembra avere la capacità di distruggere il male e i peccati, agendo soprattutto tramite il terzo occhio, quello della saggezza, attraverso cui vede al di là dell’apparenza. Altri epiteti con cui è invocato,  Śankara e Śambhu, significano benefico/bene augurale, mentre Ashutosh significa colui che trova piacere dalle piccole offerte, oppure colui che dà molto in cambio di […]

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Riflessioni culturali

Frasi sulla libertà: le più famose e cercate di sempre

Frasi sulla libertà, frasi sull’essere liberi… a chi non è mai capitato di ricercarle sul web? Chi può dire di non aver mai digitato sulla barra di ricerca del web una di queste voci per esibire una didascalia efficace abbinata a una foto, per condividere uno stato interessante su Facebook, o solo per amore delle citazioni? Attribuire una definizione univoca al concetto di libertà è una di quelle operazioni impossibili che non cessano mai di appassionare. Il tema della libertà, la sua ricerca e conquista, impregnano profondamente la cultura occidentale, e non solo. Come accade per tutte le domande di senso che l’uomo si pone, l’interesse per la libertà non si disperderà mai e scrittori, intellettuali o semplicemente pensatori proseguiranno la propria “caccia” alla risposta definitiva. Per Aristotele libertà è azione volontaria, che il soggetto sceglie al di là di condizionamenti esteriori. Per la dottrina stoica libertà è spontanea obbedienza al fato. Il movimento settecentesco dell’Illuminismo, invece, considera la libertà uno stato naturale in cui versava l’umanità prima della corruzione portata dalla civiltà. Il suo contraltare, il Romanticismo, orienta il concetto di libertà verso connotazioni politiche, in riferimento soprattutto alla patria e alla storia dei popoli. Voltaire asseriva: «Non sono d’accordo con quello che dici, ma darei la vita perché tu possa dirlo.» Frasi sulla libertà: le 5 più famose Nella storia della letteratura e della cultura sulla libertà si è scritto tanto, si è detto tantissimo. Autori di ogni secolo e orientamento hanno espresso pensieri su pensieri circa l’essere liberi, interpretando il concetto come volontà, come assenza di costrizioni ma non condizionamenti, come arbitrio personale, come base della civiltà e del buon vivere con il prossimo. Ma quali sono le frasi sulla libertà più famose e significative di sempre? 1.La libertà è quel bene che ti fa godere di ogni altro bene. (Montesquieu) Montesquieu, dunque, attribuisce alla libertà un valore fondante, dal quale dipende  strettamente quello di ogni altro “bene”, per avvalerci delle sue parole, di cui possiamo godere. Senza la libertà tutto è vano: non esiste godimento se c’è costrizione. 2.Nel mondo attuale per libertà s’intende la licenza, mentre la vera libertà consiste in un calmo dominio di se stessi. La licenza conduce soltanto alla schiavitù. (Fëdor Michajlovič Dostoevskij) Dostoevskij, come si evince dalla citazione, ha una concezione quasi stoica della libertà. Libertà è innanzitutto condizione interiore da conquistare, al di là di fattori esteriori. Non si è liberi finché non si padroneggia la propria interiorità. 3.La libertà al singolare esiste soltanto nelle libertà al plurale. (Benedetto Croce) Un concetto di libertà proiettato all’esterno, connesso alla convivenza con il prossimo. La libertà dell’altro è presupposto irrinunciabile della propria. Finché si sceglie deliberatamente di nuocere si è in catene. 4.Non vale la pena avere la libertà se questo non implica avere la libertà di sbagliare. (Gandhi) Una prospettiva sicuramente sovversiva e una delle frasi sulla libertà più potenti di sempre. Se risulta quasi automatico attribuire un valore moralistico alla libertà, è più interessante approfondire il significato di “libertà di […]

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Culturalmente

Proverbi giapponesi: i più significativi scelti da noi

La cultura giapponese è tra le più affascinanti e antiche del mondo, culla della fusione di varie religioni e ideologie, tra le quali il Confucianesimo e il Buddhismo. L’Occidente ne è da sempre stregato, nonostante o forse proprio grazie alla sostanziale distanza tra le due culture. Il sistema linguistico è basato sui cosiddetti “ideogrammi“, e vi sono delle differenze anche all’interno dello stesso linguaggio, in relazione alle persone alle quali ci si rivolge, o a chi parla. Di seguito vi proponiamo alcuni proverbi giapponesi, simbolo di questa cultura, nonché della saggezza che ne deriva. Alcuni di questi si avvicinano alle massime occidentali, a noi familiari, altri sono propri della cultura orientale e ne esprimono le peculiarità. La parola è infatti il mezzo più potente per manifestare la cultura di un popolo, nonché le sue credenze e i suoi valori: molti proverbi giapponesi derivano infatti da usi e costumi tipici, nonché dalla saggezza popolare. La nostra selezione di proverbi tipicamente giapponesi Di seguito alcuni proverbi giapponesi, che esprimono i valori e le credenze che caratterizzano questo popolo, in massime brevi ma efficaci. “Cadi sette volte, alzati otto” Tale proverbio giapponese è l’espressione della forza d’animo, nonché della tenacia, virtù tipica di tale popolo. Invoglia a non lasciarsi andare di fronte a nessun tipo di difficoltà, ma a continuare a lottare, nonostante tutto.  “Chiedere è vergogna di un momento, non chiedere è vergogna di una vita” Il proverbio invita a non temere di fare domande, per non avere rimpianti, o per non rimanere nell’ignoranza. “Guarda gli errori degli altri, correggi i tuoi” Il proverbio sottolinea quanto sia importante imparare non solo dai propri errori, ma anche da quelli degli altri, ed è tipico dello spirito caparbio e testardo della cultura giapponese. “Una rana in un pozzo non può concepire l’oceano” Tale proverbio vale da metafora per esprimere la ristrettezza di visuale data da una visione limitata del reale, invitando implicitamente ad allargare i propri orizzonti. “Non vedere è un fiore” Questo proverbio non ha corrispondenza nella nostra cultura. Il significato è legato al fatto che l’attesa sia più piacevole di ciò che si ottiene, in quanto ciò che immaginiamo non sarà mai paragonabile alla realtà. Il fiore è infatti il simbolo della bellezza e delle cose piacevoli, ed è dunque, in questo caso, metafora per l’immaginazione. “Tra i fiori, il ciliegio, tra gli uomini, il guerriero” Tale proverbio è un parallelismo tra il ciliegio, considerato il più bello e virtuoso tra i fiori, e il guerriero, migliore fra gli uomini, la cui virtù è, come abbiamo visto, per la cultura giapponese, tra le più apprezzate. È ricorrente infatti nelle massime la spinta a non arrendersi di fronte a nessun tipo di ostacolo. “Sii generoso con la tua energia, sii generoso con i tuoi sorrisi” Anche questo proverbio è frutto di una delle virtù tipiche del popolo giapponese: la gentilezza. Anche il sorriso è ricorrente in tali proverbi, simbolo per antonomasia della cortesia verso il prossimo. I proverbi giapponesi più vicini alla cultura occidentale “L’acqua […]

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Riflessioni culturali

Re Mida: un viaggio tra mito e storia

Re Mida e le sue leggende | Riflessioni Mida o Mita (in greco antico: Μίδας, Mídas) è il nome di alcuni sovrani della Frigia indipendente, regione storica dell’Anatolia, dell’epoca pregreca, fiorito nel sec. VIII a. C. Secondo alcuni Midas è un re frigio vissuto nel II millennio a.C. e quindi prima della guerra di Troia. Secondo altri studiosi Mida potrebbe essere identificato con il personaggio storico di Mita, re dei Moschi nell’Anatolia occidentale alla fine dell’VIII secolo a.C. Il re suicida Mita si chiamava anche l’ultimo sovrano della dinastia frigia che, vissuta la propria gioventù in Macedonia come re di Pessinunte sul monte Bermion (Bryges), venne successivamente adottato da Gordio, re di Frigia, e dalla dea Cibele (la Grande Madre). L’oracolo della Frigia, vedendo in lui un possibile salvatore da tutti i conflitti civili che coinvolgevano la Frigia, lo elesse come nuovo re spodestando il padre. Mida sposò la figlia di Agamennone di Cuma, Eolia, da cui ebbe diversi figli, fra cui Litierse (mietitore demoniaco degli uomini), Ancuro, Zoë (vita) e Adrasto come nipote. Durante il suo regno lottò per liberare l’Anatolia e l’Assiria dai Cimmeri tra il 680 e il 670. Questi ultimi però prevalsero e il re si diede la morte bevendo del sangue dei tori (secondo Strabone) mentre il padre venne arso vivo.  Come al padre Gordio è attribuita la fondazione dell’omonima capitale della Frigia, a lui sono attribuite quelle della città di Midea e (secondo Pausania) di Ancyra (l’attuale capitale turca Ankara). Nel 1957 è stata scoperta a 53 metri di profondità, sotto all’antica Gordio, la presunta tomba di Mida. Mida e la saggezza Con il Mida, figlio adottivo di Gordio, era da Erodoto identificato quel sovrano nei cui giardini sarebbe stato preso Sileno, per il desiderio del re di apprenderne la saggezza ma il vecchio da principio conservò a lungo il silenzio e quando infine si decide a parlare, disse che per il sovrano meglio sarebbe non essere mai nato o, dal momento che aveva avuto la disgrazia di nascere, morire subito. Più note, tuttavia, sono due leggende del re Mida riferite diffusamente da Ovidio (Metamorfosi, XI, 85-193) e più in breve da Igino (Favola 191) e da Servio Ad Aeneidem (commento di Servio all’Eneide di Virgilio, X, 142). Re Mida e l’oro Alternativa alla leggenda sopracitata, secondo la versione narrata da Publio Ovidio Nasone ne Le metamorfosi, un giorno Dioniso aveva perso di vista il suo vecchio maestro Sileno. Il vecchio satiro si era attardato a bere vino e si era smarrito ubriaco nei boschi, nei pressi del monte Tmolo, staccandosi dal corteo di Dioniso, finché non fu ritrovato da un paio di contadini frigi, che lo portarono dal loro re, Mida (secondo un’altra versione, Sileno andò a finire direttamente nel giardino di rose del re). Mida riconobbe subito il vecchio precettore di Dioniso perché era stato da Eumolpo e da Orfeo iniziato ai misteri del dio della vite, del melo e della birra, della crescita e del rinnovarsi della vita dei fiori e degli alberi. Il vino, da Dioniso donato ai mortali, era per i Greci l’oblio degli affanni, creava gioia nei banchetti, induceva al canto, all’amore, ma anche alla follia, alla violenza e all’istinto e, durante […]

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Culturalmente

Mos Maiorum: i valori della latinitas

Il Mos Maiorum identificava, nella società dell’Antica Roma, il nucleo principale della civitas latina e, idealizzando i costumi dei Padri, si ispirava ai valori dell’antica società romana (arcaica e agricola). Il Mos maiorum ovvero i valori fondamentali della romanità Con l’espressione di Mos Maiorum(letteralmente “i costumi dei Padri”) si intende l’insieme dei valori fondamentali – il bagaglio culturale, etico, religioso, morale, sociale, politico – del cives romanus. Con l’espressione Mos Maiorum, quindi, si identifica l’insieme dei valori e degli ideali della tradizione romana a cui ogni vir votava la propria identità e la propria levatura morale.Il carattere identitario di ogni cives romanus era dunque strettamente collegato al valore collettivo degli antiquimores (i costumi antichi) e questo legame portava alla consapevolezza identitaria e collettiva e al tempo stesso, per ogni bonus cives. Il Mos maiorum e la concezione di Stato Il codice comportamentale prescritto dal Mos Maiorum guardava al bene del singolo cittadino all’interno del bene di tutti i cittadini; per questo motivo, uno dei valori fondamentali del Mos Maiorum era il rispetto della Res publica. Per Res publica romana (traducibile in italiano come la cosa pubblica, la Repubblica) si intende il patrimonio ideale e materiale del popolo romano, il bene comune della società, il cui interesse era primario rispetto all’interesse individuale. Considerando lo Stato fortemente vivo – attraverso l’alto senso civico del popolo Romano – ogni cives romanus contribuiva attivamente al buon governoattraverso la vita pubblica e il rispetto delle manifestazioni virtuose del Mos Maiorum. Mos maiorum: i sentimenti patrii Fra le qualità e i sentimenti del Mos Maiorumpropri di ogni probo vir e optimus cives, si ricordano a titolo esemplificativo: abstinentia (onestà e integrità nei confronti dell’amministrazione pubblica); frugalitas (sobrietà d’animo); aequitas, iustitia, honestas (uguaglianza, giustizia, onestà); beneficentia, benignitas, liberalitas, magnanimitas (beneficenza, bontà, liberalità morale e magnanimità politica); pietas, probitas, pudor (pietà, probità, pudore); urbanitas, decorum, elegantia (cortesia, decoro, raffinatezza); gravitas, exemplum, consilium (serietà, esempio, giudizio); constantia, fortitudo, fides, virtus (costanza, forza morale, lealtà, virtù d’animo e militare); clementia, temperantia, humanitas, continentia, modus (clemenza, temperanza, umanità, continenza, regola di vita); officio, religio (dovere sociale e sentimento religioso); auctoritas, gloria, honor, libertas (prestigio, gloria, onore, libertà dell’animo incorrotto). Mos maiorum: gli ideali di virtus e fortitudo Si vogliono proporre ora due passi – tratti il primo dal De vita beata di Seneca, il secondo dalle Noctes Atticae di Gellio – sugli ideali di virtus e fortitudo: «[…] Cumtibi dicam: «Summum bonum est infragilis animi rigor et providentia et sublimitas et sanitas et libertas et concordia et decor», aliquid etiamnunc exigis maius ad quod ista referantur? Quid mihi voluptatem nominas? Hominis bonum quaero, non ventris, qui pecudibus ac beluis laxior est […]»; «[…] Fortitudo autem non ea est, quae contra naturam monstri vicem nititur ultraque modum eius egreditur aut stupore animi aut inmanitate […] sed ea vera et proba fortitudo est, quam maiores nostri scentiam esse dixerunt rerum tolerandarum et non tolerandarum. Per quod apparet esse quaedam intolerabilia, a quibus fortes viri aut obeundis abhorreant aut sustinendis […]». Fonte immagine di copertina: https://it.wikipedia.org/wiki/Matrimonio_romano#/media/File:Lawrence_Alma-Tadema_-_Ask_Me_No_More.jpg

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Riflessioni culturali

Reiki: cos’è e quali sono i suoi simboli

Chi non ha mai sentito parlare di Reiki? Ma cos’è esattamente? In questo articolo cercheremo di illustrarvi come nasce il Reiki, quali sono i suoi simboli e la sua sfera di applicazione Reiki: etimologia “Reiki” è una parola giapponese composta dalle sillabe REI e KI. REI (霊) significa energia vitale spirituale e, per esteso, qualcosa di misterioso, miracoloso e sacro. Sta ad indicare l’energia primordiale (Divina), che ha portato alla creazione dell’universo in tutte le sue manifestazioni (Ki). KI (気), invece, indica energia che scorre nel corpo o forza interiore. Nel dettaglio, significa atmosfera, qualcosa che non si vede, energia dell’universo. Indica, quindi, l’energia vitale universale intrinseca ad ogni essere e ad ogni cosa, che regola il funzionamento stesso dell’universo. Ki è il corrispondente del Chi per i cinesi, del Prana per gli indù, della Luce e dello Spirito Santo per i cattolici. I madrelingua giapponesi utilizzano il termine Reiki in senso generico come potere spirituale. Nelle lingue occidentali il suo significato è spesso reso come energia vitale universale. Reiki: cos’è Il sostantivo Reiki si riferisce comunemente ad un metodo terapeutico alternativo, secondo cui si utilizza l’energia per il trattamento di malanni fisici, emozionali e mentali, che talvolta comprende anche l’autoguarigione. Esprime, tuttavia, anche una pratica spirituale, un metodo di risveglio dello spirito, una crescita personale. È, in sintesi, un’antica pratica giapponese volta a migliorare le condizioni psico-fisiche della persona. Il cosiddetto Metodo “Reiki” consente «attraverso delle iniziazioni, o armonizzazioni, di diventare canale attivo di energia equilibrata, ripristinando quella connessione energetica tra l’umano e il cosmico che secoli e secoli di condizionamenti culturali e sociali hanno parzialmente gettato nell’oblio» (Fonte). Pertanto il Reiki è una metodologia che consente, di ripristinare il contatto con la propria componente di energia vitale di cui ciascun essere umano dispone. Riprendere il contatto con tale energia favorisce l’armonia e l’equilibrio interiore. Il Reiki può sollecitare i processi di guarigione compensando la mancanza di equilibrio energetico preesistente. Reiki : le origini Secondo la tradizione, la pratica del Reiki fu sviluppata da Mikao Usui, nato in Giappone nel 1865. Usui studiò nel Monastero di Buddismo Tendai, in quanto la sua famiglia era seguace di tale religione. Si sposò, ebbe due figlie e nel 1922, intraprese un lungo percorso spirituale fatto di meditazione di tre settimane e digiuno sul Monte Kurama che lo fece entrare in contatto con il Reiki, inteso come strumento di crescita personale e guarigione. Il Maestro Mikao Usui usava insegnare ai suoi allievi che lo scopo della disciplina da lui osservata era il raggiungimento dell’Anshin Ritsumei, ovvero l’assoluta pace interiore o l’illuminazione. Dopo aver raggiunto l’illuminazione, il Maestro Usui si adoperò per creare un metodo che potesse aiutare l’essere umano a raggiungerla a sua volta. Nel 1922 Usui aprì il suo primo Centro di Pratica e Insegnamento ad Harajuku a Tokyo per poi spostarsi, qualche anno dopo, in un altro Centro a Nakano. Dopo la sua morte alcuni suoi studenti crearono la Usui Reiki Ryoho Gakkai (Associazione per l’apprendimento del Metodo di Guarigione Usui Reiki). Un anno dopo la sua morte, avvenuta nel 1926, venne fondata la Reiki Ryoho Gakkai, l’organizzazione che si è […]

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