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Eroica Fenice

La categoria Riflessioni culturali contiene 85 articoli

Riflessioni culturali

Re Mida: un viaggio tra mito e storia

Re Mida e le sue leggende | Riflessioni Mida o Mita (in greco antico: Μίδας, Mídas) è il nome di alcuni sovrani della Frigia indipendente, regione storica dell’Anatolia, dell’epoca pregreca, fiorito nel sec. VIII a. C. Secondo alcuni Midas è un re frigio vissuto nel II millennio a.C. e quindi prima della guerra di Troia. Secondo altri studiosi Mida potrebbe essere identificato con il personaggio storico di Mita, re dei Moschi nell’Anatolia occidentale alla fine dell’VIII secolo a.C. Il re suicida Mita si chiamava anche l’ultimo sovrano della dinastia frigia che, vissuta la propria gioventù in Macedonia come re di Pessinunte sul monte Bermion (Bryges), venne successivamente adottato da Gordio, re di Frigia, e dalla dea Cibele (la Grande Madre). L’oracolo della Frigia, vedendo in lui un possibile salvatore da tutti i conflitti civili che coinvolgevano la Frigia, lo elesse come nuovo re spodestando il padre. Mida sposò la figlia di Agamennone di Cuma, Eolia, da cui ebbe diversi figli, fra cui Litierse (mietitore demoniaco degli uomini), Ancuro, Zoë (vita) e Adrasto come nipote. Durante il suo regno lottò per liberare l’Anatolia e l’Assiria dai Cimmeri tra il 680 e il 670. Questi ultimi però prevalsero e il re si diede la morte bevendo del sangue dei tori (secondo Strabone) mentre il padre venne arso vivo.  Come al padre Gordio è attribuita la fondazione dell’omonima capitale della Frigia, a lui sono attribuite quelle della città di Midea e (secondo Pausania) di Ancyra (l’attuale capitale turca Ankara). Nel 1957 è stata scoperta a 53 metri di profondità, sotto all’antica Gordio, la presunta tomba di Mida. Mida e la saggezza Con il Mida, figlio adottivo di Gordio, era da Erodoto identificato quel sovrano nei cui giardini sarebbe stato preso Sileno, per il desiderio del re di apprenderne la saggezza ma il vecchio da principio conservò a lungo il silenzio e quando infine si decide a parlare, disse che per il sovrano meglio sarebbe non essere mai nato o, dal momento che aveva avuto la disgrazia di nascere, morire subito. Più note, tuttavia, sono due leggende del re Mida riferite diffusamente da Ovidio (Metamorfosi, XI, 85-193) e più in breve da Igino (Favola 191) e da Servio Ad Aeneidem (commento di Servio all’Eneide di Virgilio, X, 142). Re Mida e l’oro Alternativa alla leggenda sopracitata, secondo la versione narrata da Publio Ovidio Nasone ne Le metamorfosi, un giorno Dioniso aveva perso di vista il suo vecchio maestro Sileno. Il vecchio satiro si era attardato a bere vino e si era smarrito ubriaco nei boschi, nei pressi del monte Tmolo, staccandosi dal corteo di Dioniso, finché non fu ritrovato da un paio di contadini frigi, che lo portarono dal loro re, Mida (secondo un’altra versione, Sileno andò a finire direttamente nel giardino di rose del re). Mida riconobbe subito il vecchio precettore di Dioniso perché era stato da Eumolpo e da Orfeo iniziato ai misteri del dio della vite, del melo e della birra, della crescita e del rinnovarsi della vita dei fiori e degli alberi. Il vino, da Dioniso donato ai mortali, era per i Greci l’oblio degli affanni, creava gioia nei banchetti, induceva al canto, all’amore, ma anche alla follia, alla violenza e all’istinto e, durante […]

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Mos Maiorum: i valori della latinitas

Il Mos Maiorum identificava, nella società dell’Antica Roma, il nucleo principale della civitas latina e, idealizzando i costumi dei Padri, si ispirava ai valori dell’antica società romana (arcaica e agricola). Il Mos maiorum ovvero i valori fondamentali della romanità Con l’espressione di Mos Maiorum(letteralmente “i costumi dei Padri”) si intende l’insieme dei valori fondamentali – il bagaglio culturale, etico, religioso, morale, sociale, politico – del cives romanus. Con l’espressione Mos Maiorum, quindi, si identifica l’insieme dei valori e degli ideali della tradizione romana a cui ogni vir votava la propria identità e la propria levatura morale.Il carattere identitario di ogni cives romanus era dunque strettamente collegato al valore collettivo degli antiquimores (i costumi antichi) e questo legame portava alla consapevolezza identitaria e collettiva e al tempo stesso, per ogni bonus cives. Il Mos maiorum e la concezione di Stato Il codice comportamentale prescritto dal Mos Maiorum guardava al bene del singolo cittadino all’interno del bene di tutti i cittadini; per questo motivo, uno dei valori fondamentali del Mos Maiorum era il rispetto della Res publica. Per Res publica romana (traducibile in italiano come la cosa pubblica, la Repubblica) si intende il patrimonio ideale e materiale del popolo romano, il bene comune della società, il cui interesse era primario rispetto all’interesse individuale. Considerando lo Stato fortemente vivo – attraverso l’alto senso civico del popolo Romano – ogni cives romanus contribuiva attivamente al buon governoattraverso la vita pubblica e il rispetto delle manifestazioni virtuose del Mos Maiorum. Mos maiorum: i sentimenti patrii Fra le qualità e i sentimenti del Mos Maiorumpropri di ogni probo vir e optimus cives, si ricordano a titolo esemplificativo: abstinentia (onestà e integrità nei confronti dell’amministrazione pubblica); frugalitas (sobrietà d’animo); aequitas, iustitia, honestas (uguaglianza, giustizia, onestà); beneficentia, benignitas, liberalitas, magnanimitas (beneficenza, bontà, liberalità morale e magnanimità politica); pietas, probitas, pudor (pietà, probità, pudore); urbanitas, decorum, elegantia (cortesia, decoro, raffinatezza); gravitas, exemplum, consilium (serietà, esempio, giudizio); constantia, fortitudo, fides, virtus (costanza, forza morale, lealtà, virtù d’animo e militare); clementia, temperantia, humanitas, continentia, modus (clemenza, temperanza, umanità, continenza, regola di vita); officio, religio (dovere sociale e sentimento religioso); auctoritas, gloria, honor, libertas (prestigio, gloria, onore, libertà dell’animo incorrotto). Mos maiorum: gli ideali di virtus e fortitudo Si vogliono proporre ora due passi – tratti il primo dal De vita beata di Seneca, il secondo dalle Noctes Atticae di Gellio – sugli ideali di virtus e fortitudo: «[…] Cumtibi dicam: «Summum bonum est infragilis animi rigor et providentia et sublimitas et sanitas et libertas et concordia et decor», aliquid etiamnunc exigis maius ad quod ista referantur? Quid mihi voluptatem nominas? Hominis bonum quaero, non ventris, qui pecudibus ac beluis laxior est […]»; «[…] Fortitudo autem non ea est, quae contra naturam monstri vicem nititur ultraque modum eius egreditur aut stupore animi aut inmanitate […] sed ea vera et proba fortitudo est, quam maiores nostri scentiam esse dixerunt rerum tolerandarum et non tolerandarum. Per quod apparet esse quaedam intolerabilia, a quibus fortes viri aut obeundis abhorreant aut sustinendis […]». Fonte immagine di copertina: https://it.wikipedia.org/wiki/Matrimonio_romano#/media/File:Lawrence_Alma-Tadema_-_Ask_Me_No_More.jpg

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Riflessioni culturali

Reiki: cos’è e quali sono i suoi simboli

Chi non ha mai sentito parlare di Reiki? Ma cos’è esattamente? In questo articolo cercheremo di illustrarvi come nasce il Reiki, quali sono i suoi simboli e la sua sfera di applicazione Reiki: etimologia “Reiki” è una parola giapponese composta dalle sillabe REI e KI. REI (霊) significa energia vitale spirituale e, per esteso, qualcosa di misterioso, miracoloso e sacro. Sta ad indicare l’energia primordiale (Divina), che ha portato alla creazione dell’universo in tutte le sue manifestazioni (Ki). KI (気), invece, indica energia che scorre nel corpo o forza interiore. Nel dettaglio, significa atmosfera, qualcosa che non si vede, energia dell’universo. Indica, quindi, l’energia vitale universale intrinseca ad ogni essere e ad ogni cosa, che regola il funzionamento stesso dell’universo. Ki è il corrispondente del Chi per i cinesi, del Prana per gli indù, della Luce e dello Spirito Santo per i cattolici. I madrelingua giapponesi utilizzano il termine Reiki in senso generico come potere spirituale. Nelle lingue occidentali il suo significato è spesso reso come energia vitale universale. Reiki: cos’è Il sostantivo Reiki si riferisce comunemente ad un metodo terapeutico alternativo, secondo cui si utilizza l’energia per il trattamento di malanni fisici, emozionali e mentali, che talvolta comprende anche l’autoguarigione. Esprime, tuttavia, anche una pratica spirituale, un metodo di risveglio dello spirito, una crescita personale. È, in sintesi, un’antica pratica giapponese volta a migliorare le condizioni psico-fisiche della persona. Il cosiddetto Metodo “Reiki” consente «attraverso delle iniziazioni, o armonizzazioni, di diventare canale attivo di energia equilibrata, ripristinando quella connessione energetica tra l’umano e il cosmico che secoli e secoli di condizionamenti culturali e sociali hanno parzialmente gettato nell’oblio» (Fonte). Pertanto il Reiki è una metodologia che consente, di ripristinare il contatto con la propria componente di energia vitale di cui ciascun essere umano dispone. Riprendere il contatto con tale energia favorisce l’armonia e l’equilibrio interiore. Il Reiki può sollecitare i processi di guarigione compensando la mancanza di equilibrio energetico preesistente. Reiki : le origini Secondo la tradizione, la pratica del Reiki fu sviluppata da Mikao Usui, nato in Giappone nel 1865. Usui studiò nel Monastero di Buddismo Tendai, in quanto la sua famiglia era seguace di tale religione. Si sposò, ebbe due figlie e nel 1922, intraprese un lungo percorso spirituale fatto di meditazione di tre settimane e digiuno sul Monte Kurama che lo fece entrare in contatto con il Reiki, inteso come strumento di crescita personale e guarigione. Il Maestro Mikao Usui usava insegnare ai suoi allievi che lo scopo della disciplina da lui osservata era il raggiungimento dell’Anshin Ritsumei, ovvero l’assoluta pace interiore o l’illuminazione. Dopo aver raggiunto l’illuminazione, il Maestro Usui si adoperò per creare un metodo che potesse aiutare l’essere umano a raggiungerla a sua volta. Nel 1922 Usui aprì il suo primo Centro di Pratica e Insegnamento ad Harajuku a Tokyo per poi spostarsi, qualche anno dopo, in un altro Centro a Nakano. Dopo la sua morte alcuni suoi studenti crearono la Usui Reiki Ryoho Gakkai (Associazione per l’apprendimento del Metodo di Guarigione Usui Reiki). Un anno dopo la sua morte, avvenuta nel 1926, venne fondata la Reiki Ryoho Gakkai, l’organizzazione che si è […]

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Viverna, storie e leggende sulla creatura leggendaria

Viverna, storie e leggende | Approfondimento Quasi sicuramente guardando un’immagine rappresentante una viverna, la definiremmo, dopo un veloce primo sguardo, come un generico drago: le ali enormi, le fauci spalancate, il corpo serpentino e possente, la coda allungata e affilata … È facile insomma, confondere le due creature se non le si scruta con attenzione; le differenze però ci sono e rendono la viverna una creatura leggendaria altrettanto affascinante (ma che non sputa fuoco!). Maliziosa e ostile, la viverna è un rettile alato che presenta due sole zampe, la coda è dotata all’estremità di un pungiglione: quest’ultimo è un’arma letale poiché dotata di veleno mortale. Le rappresentazioni di questa creatura variano e si possono trovare pungiglioni a forma di uncino o di freccia o addirittura a forma di pinna nel caso di viverne acquatiche. Ricercando su Google immagini relative alla viverna, scoprirete figure mostruose e terrificanti, accurate e originalissime, frutto delle interpretazioni più svariate. Difficile è invece trovare informazioni esaustive su questa creatura avvolta ancora nel mistero e nell’incertezza riguardo la sua storia e la sua genesi. Viverna, storie e leggende Il termine viverna deriva dalla parola francese wiver (da guivre “serpente” ), a sua volta ripresa dal latino viper, vipera: rimarca quindi la natura serpentina del drago (probabilmente anche in riferimento alla sua velenosità?) Non possiamo con certezza sapere come e quando nasce la viverna, la sua genesi non è certa, ma è presente nella cultura del Nord Europa, così come nella mitologia africana. In ogni caso, questa creatura rappresenta pestilenza, ma anche guerra, vizio, invidia e disgrazia: durante il Medioevo veniva identificata con Lucifero. Inoltre, in epoca medioevale, la viverna era utilizzata come stemma araldico: gli araldici sono quei simboli che rappresentavano una casata o una famiglia nobile e potente. In questo caso il valore simbolico della viverna era quello di potenza o, poiché rappresentata con le ali spalancate, di una nuova conquista. Nell’araldica, inevitabilmente, essa è molto simile a leoni o a orsi seppure in  contrapposizione con essi per significato: orsi e leoni infatti rappresentavano poteri già affermati e solidi. Talvolta era possibile trovare la figura della viverna anche sugli scudi dei cavalieri come monito della forza distruttiva o del coraggio del cavaliere stesso. Oggi, soprattutto attraverso il genere fantasy, possiamo imbatterci nella figura della viverna La saga fantasy “La ragazza drago” della scrittrice Licia Troisi, rivendica bene la figura della viverna che invece raramente si trova nei bestiari o nei libri antichi. All’interno dei romanzi della saga, le viverne sono le antagoniste dei draghi: il loro capo è Nidhoggr, la Grande Viverna: feroce, avara, vendicativa e corrotta. Essa è dotata di poteri magici. Nell’antichità le viverne erano collegate anche alla stregoneria: erano creature utili per gli incantesimi. Lo stemma della città di Terni: drago o viverna? «Thirus et Amnis Dederunt Signa Teramnis» ossia: «Il Tiro e il fiume diedero le insegne a Terni.» La leggenda narra che nei pressi di una località umbra chiama “La chiusa” dimorasse una specie di viverna o serpente alato il quale, con […]

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5 poesie di Alda Merini: epifanie, deliri, nenie, disvelamenti e apparizioni

Alla scoperta di 5 poesie di Alda Merini | Riflessioni Non possiamo, in questo articolo, parlare della nostra “top five” di poesie di Alda Merini, né prenderà qui forma un’analisi o un commento critico delle sue opere; tutto quello che si vuol fare è segnalare le «molecole di narratività» di cinque componimenti scelti per parola chiave nel tentativo di ripercorrere la poetica e la vita della poetessa. Dalla nascita, fino alla morte, contando la furia della pazzia, passando per l’orrore del manicomio e l’abbandono di un marito, odorando amanti senza tempo, ritrovando l’amore di una mamma che meglio di tutto seppe dare alle sue figlie i suoi versi. 5 poesie di Alda Merini Alda Giuseppina Angela Merini nacque il 21 marzo del 1931 a Milano. Inaugurata la primavera con i suoi versi e fiorendo come un ciliegio che si riempie di rosso, lei, fiore riempito di linfa, si dice “poetessa della vita”. «Sono nata il ventuno a primavera»  canta, in suo onore, Milva sulle note di Giovanni Nuti (dall’album “Milva canta Merini“, 2004). «Il gobbo» da “Poetesse del Novecento” Il destino di Alda Merini è, sin dalla nascita, fatto di pane e poesia. Alda è una bambina subito forte: a soli 12 anni fa l’ “ostetrica”, portando alla luce il fratellino, sotto le bombe della guerra e le urla della mamma. Al contempo si svela ai suoi occhi l’identità salvifica della poesia e all’età di 15 anni Giacinto Spagnoletti è il primo ad essere considerato il vero scopritore del suo talento. «Il gobbo» è infatti tra le prime poesie pubblicate di Alda Merini: prima di finire in “Poetesse del Novecento“, fu pubblicata da Spagnoletti in “Antologia della poesia italiana 1909-1949″. Dalla solita sponda del mattino io mi guadagno palmo a palmo il giorno: il giorno dalle acque così grigie, dall’espressione assente. Il giorno io lo guadagno con fatica tra le due sponde che non si risolvono, insoluta io stessa per la vita … e nessuno m’aiuta. Mi viene a volte un gobbo sfaccendato, un simbolo presago d’allegrezza che ha il dono di una stana profezia. E perché vada incontro alla promessa lui mi traghetta sulle proprie spalle. «Quel sentirmi chiamare» da “Ipotenusa d’amore” “…allora sono andata con il primo che mi è capitato perché non ce la facevo più. Avevo 18 anni, dove dormivo scusate? Così poi l’ho sposato, nel 1953. Era un operaio, è morto nel 1983, un lavoratore. Si chiamava Ettore Carniti […] Un bell’uomo. Ho avuto quattro figlie da lui.” (dall’intervista con Cristiana Ceci, 2004). Ettore Carniti è un uomo poco propenso alla letteratura; Alda non rinuncia alla poesia neppure con la fame… Un giorno Ettore torna a casa dopo aver speso tutti i soldi, lei gli lancia una sedia contro per ferirlo gravemente. Emanuela, Barbara, Flavia e Simonetta vengono strappate presto alla loro mamma: Alda è considerata psicolabile. Quel sentirmi chiamare mamma quando eri nel cortile, il cortile del canto, e muovevi un pallone tutto tuo per quel tuo sapiente rigiocare sulle scintille dell’adolescenza: era già un abbandono e non […]

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Aruspicina, disciplina etrusca

Aruspicina (disciplina etrusca) o interpretazione della volontà divina I Romani chiamavano “Etrusca disciplina” l’insieme dei riti, delle cerimonie e delle conoscenze che costituivano la scienza sacrale degli Etruschi. In particolare, la scienza degli haruspices era svolta da esperti sacerdoti e consisteva nella pratica dell’arte divinatoria dell’aruspicina: esaminare gli organi interni degli animali per scorgerne i presagi divini. L’aruspice o “esaminatore delle viscere”, accompagnando il rito con una preghiera, sacrificava l’animale, ne estraeva  l’organo per analizzarne i segni. La forma, il colore e l’aspetto saranno la chiave di volta per il presagio. Aruspicina: origini e tecniche Il mito etrusco narra che Tarconte( figlio di Telefeo e comparso nell’Eneide come capo degli etruschi e come fondatore della Tarquinia, una delle più potenti città etrusche)  già istruito nell’arte dell’aruspicina, stava arando i campi nei pressi del fiume Marta in Tarquinia,  quando vide una zolla di terra innalzarsi e assumere le sembianze di un fanciullo. Era Tagete, un ragazzo dalle virtù e dalla saggezza sconfinate tanto che veniva rappresentato con i capelli bianchi. Tagete tramandò i segreti della scienza sacrale al popolo dell’Etruria che si impegnò a riscrivere tutti i suoi insegnamenti nella lingua patria in tre libri: gli Aruspicini, i Fulgurali e i Rituali. Nella concezione religiosa etrusca vi era una stretta relazione tra macrocosmo e microcosmo: la terra è un riflesso dell’ordine divino che è in cielo. Proprio per questo motivo la ripartizione della volta celeste si rifletteva anche sui singoli elementi terrestri, tra cui appunto, gli organi interni degli animali. L’esame delle viscere svolto dagli aruspici, oltre che su organi come l’intestino, si focalizzava soprattutto, se non esclusivamente, sull’analisi del fegato. Il fegato veniva ripartito in varie sezioni, ognuna delle quali corrispondeva a una certa divinità ed aveva quindi il proprio significato, positivo o negativo. Ognuna delle due facciate del fegato presentava un suo centro, una sua destra e una sua sinistra dove destra e sinistra erano rispettivamente segno di buono e cattivo auspicio. Del fegato contavano anche il colore e l’aspetto: se questo aveva un cattivo aspetto, delle anomalie, delle malformazioni o segni di malattia e di cattive influenze esterne si poteva parlare di segni “fortuiti” e quindi di una volontà nefasta. L’esempio più esplicativo e raffigurativo dell’arte dell’aruspicina è il Fegato di Piacenza, detto più semplicemente fegato etrusco: la lettura può essere rimandata a quella di una mappa in riferimento ai suoi punti cardinali. Rivolgendosi con le spalle verso il nord, si aveva alla propria sinistra la parte orientale che era di buon auspicio e alla propria destra quella occidentale di cattivo auspicio. La scienza degli haruspices: dagli etruschi ai romani Molti dei libri che costituivano la letteratura sacra detta Etrusca disciplina furono tradotti dall’etrusco al latino da due personaggi romani: l’Aruspice Tarquizio Prisco e Aulo Cecina. (Purtroppo però, i libri, fatti custodire da Augusto nel tempio di Apollo Aziaco sul Palatino, furono fatti distruggere da Teodosio e Onorio). Le popolazioni romane furono infatti, ancora prima della sconfitta etrusca da parte dell’Impero Romano, influenzate dalla cultura Tuscanica specialmente in […]

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Simboli massonici: i 19 più importanti

Simboli massonici, quali sono i più importanti?  La massoneria è un’associazione iniziatica le cui radici affondano nella notte dei tempi. L’atto di nascita ufficiale è del 1717, ma gli ideali massonici risalirebbero alla costruzione del Primo Tempio ebraico di Re Salomone (988 a.C.), quando l’architetto Hiram Abif avrebbe raggiunto una sorta di illuminazione spirituale attraverso i sacri ideali della costruzione. Massoneria Il termine Massoneria deriva dal francese franc-maçon (in inglese freemason ossia frammassoni, come erano chiamati i membri della massoneria), che significa “libero muratore”. Tale nome deriva dalla presunta discendenza della Massoneria da una corporazione di operai e muratori, riuniti in una associazione di mutuo appoggio e perfezionamento morale. La segretezza delle riunioni è uno dei capisaldi della Massoneria, aspetto che ha permesso ai massoni, soprattutto in passato, di operare in clandestinità, a volte anche con fini eversivi. Rifiutano gli atei e credono in un Dio ben diverso da quello cattolico, che è, piuttosto, un Grande Architetto. Altre caratteristiche massoniche sono la ritualità e la sacralità delle riunioni e il forte simbolismo. I 19 simboli massonici più importanti Nei Morals and Dogma di Albert Pike del 1871, l’autore, soprannominato il “papa della massoneria”, spiega come molti dei simboli massonici provenissero da culti pre-cristiani, in aperta polemica con la religione dominante nel mondo occidentale. Compasso e squadra Compassi e squadre sono da sempre gli strumenti per eccellenza dagli architetti, usati per stabilire le proporzioni tra le parti degli edifici e per dare bellezza e stabilità alle loro creazioni. Per questo motivo, la massoneria ha fatto propri questi simboli per sottolineare la rettitudine richiesta ai membri: il compasso disegnava una circonferenza all’interno della quale il buon massone doveva riuscire a circoscrivere le proprie passioni e i propri desideri. I due strumenti sono sempre visibili, intrecciati, in ogni stemma massone, a volte con una “G” nel mezzo. Il significato originario della lettera è andato in parte perduto. In Italia potrebbe indicare sia il Grande Architetto, sia la Geometria, sia il numero 7, dato che la G è la settima lettera dell’alfabeto. Per gli inglesi, la “G” sta per God, Dio. Può indicare anche Gnosi o Generazione. Il compasso è anche un simbolo del sole e della luce, perché l’unione delle due braccia dello strumento stabilisce un punto, che può essere identificato come una fonte luminosa, mentre le braccia rappresentano i raggi che da essa nascono. In sintesi, si può identificare nella squadra l’obbligo morale e nel compasso la spiritualità, la capacità, il genio. Filo a piombo e livella Il filo a piombo è l’elemento dell’equilibrio interiore e suggerisce l’idea dell’ascesa stabile, verticale, che guida alla perfezione. La livella indica la capacità di costruirsi un sistema di riferimento e quindi l’arricchimento spirituale. Simboleggia anche il comune destino della Morte ed ammonisce gli uomini a prepararsi alla Grande Livellatrice. Maglietto e Scalpello Il maglietto rappresenta la forza di volontà, la determinazione ad agire per il bene, secondo coscienza. Lo scalpello presuppone il discernimento, la capacità di distinguere le parti della pietra utili alla costruzione da quelle inutili e quindi la conoscenza di ciò che deve esser fatto e cosa […]

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Il videogioco come ottava arte?

Il videogioco può essere considerato come l’ottava arte? È noto che l’arte è suddivisa in sette categorie, che vengono identificate come architettura, musica, pittura, scultura, poesia, danza ed infine cinema. Ma cos’è che rende queste discipline degne di tale nome? Si può trovare risposta a questa domanda consultando il vocabolario, che conferisce alla definizione di “arte” il seguente significato: “attività umana volta a creare opere a cui si riconosce un valore estetico, per mezzo di forme, colori, parole o suoni; complesso delle opere prodotte in un’epoca o paese che denotano l’insieme di caratteri culturali”. Ma a cosa è dovuto il valore estetico? Sicuramente ad un gusto personale, ma anche alla capacità di suddetta opera di suscitare nel fruitore un’emozione legata ad essa. Tutti elementi che possono essere riscontrati anche nel settore videoludico, eppure nonostante ciò permane una forte opposizione nei confronti di questo genere. La demonizzazione del videogioco Non è raro che i videogame siano soggetto di critiche, venendo considerati come un incubatrice di aggressività e solitudine, accusati di alienare dalla realtà chi ne fa uso. Le dichiarazioni del ministro Calenda sono infatti solo l’ultima di una lunga serie di invettive compiute verso questo genere, che viene spesso tirato in causa per episodi di violenza che non hanno nulla a che fare con esso. Complice di questa linea di pensiero è sicuramente un atteggiamento chiuso al progresso e al cambiamento, tanto da farci pensare ai dotti di Salamanca di Umberto Eco, venditori di apocalisse che mettono in guardia il mondo da una minaccia che va contro i “vecchi valori”. Certamente un uso prolungato o eccessivo può comportare seri danni, e la decisione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità di inserire la dipendenza da videogame nell’elenco delle malattie internazionalmente riconosciute non solo è una decisione necessaria, ma è anche segno di attenzione verso una problematica che prima veniva ignorata o sminuita. Questo però non dev’essere un motivo per additare il videogioco come la fonte di ogni male, ricordandoci che anche il cinema ai suoi albori veniva considerato dagli stessi fratelli Lumière una “moda passeggera” oppure un “semplice intrattenimento”, come lo definì George Orwell nel saggio Libri contro sigarette. Questi esempi sono utili a dimostrare come la diffidenza o la svalutazione accompagni spesso la nascita di una nuova disciplina. Rivoluzione digitale e nascita dell’OMI: Opera Multimediale Interattiva L’avvento delle tecnologie informatiche nella seconda metà del XX secolo e la conseguente rivoluzione digitale hanno portato ad una crescente tecnologizzazione di ogni aspetto legato all’uomo e alla società, andando ad influenzare anche le attività definite come passatempi. In particolare quest’ultimi rappresentano un importante aspetto non solo della nostra quotidianità, concorrendo allo sviluppo fisico, mentale ed interiore dell’individuo, ma anche di un più alto punto di vista, che potremmo chiamare sociale e pre-culturale, come lo definisce Johan Huizinga nell’opera Homo Ludens. Lo storico dimostra come la cultura (intesa come insieme di valori, usi e costumi) sorga dapprima come un gioco, e che in seguito l’aspetto ludico venga messo in secondo piano celandosi nei fenomeni culturali della società a cui appartiene. Il videogioco esprime questo concetto nella sua piena […]

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Dèi dell’Olimpo: i 5 figli maschi di Zeus

Gli dèi dell’Olimpo sono noti anche con il termine greco Dodekatheon (dal greco dodeka, dodici, e theon, dèi) per indicare le dodici divinità che abitano appunto l’Olimpo, ognuno con una propria caratteristica e una propria bellissima storia. Quello che è certo è che tutti sono degni di menzione e descrizione, ma in questa sede verranno affrontati solo alcuni: i cinque figli maschi di Zeus Innanzitutto è doveroso citare brevemente il re di tutti gli dèi dell’Olimpo: Zeus (Giove nella mitologia romana), dio del cielo e del tuono, il suo simbolo principale è la folgore. È  il marito di sua sorella Era (Giunone nella mitologia romana), ma ha avuto nel corso degli anni diverse amanti, infatti sono proverbiali la gelosia e i tentativi di vendetta della moglie. Zeus è padre di diversi figli, legittimi e illegittimi. I figli di Zeus tra gli dèi dell’Olimpo Dionisio: dio del vino Intorno alla nascita di Dionisio vertono molte versioni, ma quella più conosciuta e affascinante raffigura il dio come l’unico nato da una donna mortale: Semele, la bellissima figlia del re di Tebe. Era, adirata per il tradimento di Zeus, si presentò alla fanciulla sotto le false vesti di Beroe, nutrice di Semele, insinuando in lei il dubbio sull’autentico amore di Zeus, questo indusse Semele ad obbligare l’amante a mostrarsi con le sue sembianze reali. Inutili i tentativi di Zeus di persuaderla, quindi palesò il suo aspetto divino e inevitabilmente la colpì con i suoi fulmini, provocandone la morte, riuscendo a salvare il figlio in grembo cucendoselo nella sua coscia. Trascorsi i nove mesi Dionisio fu affidato ad Hermes, il quale lo condusse a Nisa, montagna sconosciuta dell’Asia Minore, dove le sette Iadi (probabilmente sorellastre delle Plèiadi) si occuparono di allevarlo. Durante l’infanzia e l’adolescenza, si occuparono della sua crescita la sorella di Semele, Ino, e il vecchio padre di Hermes, Sileno. Un giorno, durante una delle sue battute di caccia nei boschi, raccolse un chicco d’uva e lo premette, provocando la fuoriuscita del nettare, noto come vino. Da allora si susseguirono molte feste a basa di vino, allegria e baccano (da cui deriva l’altro nome con cui è conosciuto Dionisio, ripreso anche dai romani: Bacco) e due volte l’anno (in primavera e in autunno) si celebravano le Feste Dionisiache in suo onore. Apollo: dio delle arti, della musica e della poesia I Greci tramandano che Apollo (Febo secondo i Romani) nacque dall’unione tra Zeus e la figlia dei titani, Leto , la quale dovette subire la gelosia di Era che le ordinò di non partorire il nascituro in alcun luogo della terra. Proprio a quei tempi una nuova isola stava sorgendo dal mare: Delo, appena galleggiante sulle acque, non si era del tutto ancorata al suolo, fu così che Leto poté scampare all’ordine di Era e dare alla luce i due gemelli che portava in grembo: il dio Apollo e la dea Artemide (Diana nella mitologia romana). Apollo amava rifugiarsi sul Monte Parnaso, dove, circondato dalle Muse, allietava i dintorni con il dolce suono della […]

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Culturalmente

5 pittori famosi che non conosci

L’arte è tra le forme di espressione più immediate, quella che coinvolge chiunque, passando dagli occhi per arrivare al cuore. Leonardo da Vinci affermava che “la pittura è una poesia muta, e la poesia è una pittura cieca” e spesso i quadri, i dipinti, corrono più veloci dei propri artisti e arrivano al cuore dei fruitori ancor prima del nome dei propri esecutori. Tutti conosciamo “Guernica” di Picasso, “Notte stellata” di Van Gogh e i suoi inebrianti girasoli… ma spesso vi sono dipinti che conosciamo, mentre il nome degli autori ci sfugge. Pittori famosi, ma superati dalla propria arte. Di seguito vi proponiamo una breve rassegna di 5 pittori famosi, ma non così noti al grande pubblico.  Pittori famosi, ma che non conosci Paul Klee Tra i pittori famosi, uno dei più grandi artisti del modernismo classico del XX secolo, legato alla corrente artistica del “Blue Rider”, accoglie nella sua pittura elementi dell’espressionismo, cubismo e surrealismo. Autore del famoso “Angelus Novus“, descritto dal famoso filosofo Walter Benjamin in questi termini: “C’è un quadro di Klee che si chiama Angelus Novus. Vi è rappresentato un angelo che sembra in procinto di allontanarsi da qualcosa su cui ha fisso lo sguardo. I suoi occhi sono spalancati, la bocca è aperta, e le ali sono dispiegate. L’angelo della storia deve avere questo aspetto“. Il quadro mostra l’arte rarefatta ed essenziale dell’artista, legata alla realtà e alla contingenza. L’angelo diviene umano, quasi un bambino, e dunque un vero e proprio intermediario tra cielo e terra, più che mera figura tipicamente divina e lontana dall’uomo. Piet Mondrian Pittore olandese, esponente del costruttivismo, il suo stile è inizialmente impressionista, per passare poi dal fauvismo e dal cubismo. Famoso per i suoi quadri rappresentanti forme geometriche, principalmente quadrati o rettangoli di colore rosso, blu e giallo, separati da marcate linee nere. I colori utilizzati sono i primari, disposti in un ordine che dia un senso di equilibrio cromatico. In un periodo di stasi tra le due guerre mondiali, l’artista cerca una sorta di equilibrio universale, almeno nei suoi dipinti. I colori primari portano con sé infatti una simbologia spirituale fortissima. Tutto si gioca su equilibrio di pesi, nelle forme, e cromatico, nella disposizione dei colori. La visione, infatti, quasi assopisce il fruitore, restituendogli una sensazione di quiete. Jan Vermeer van Delf Pittore del famoso quadro “La ragazza con l’orecchino di perla“, è l’emblema del nostro discorso sui pittori famosi; del pittore ci restano pochissime informazioni biografiche; ma i suoi quadri fanno ancora riecheggiare il suo nome. Si sa che l’autore si dedicò spesso al genere tronien, ovvero ritratti in costumi storici rappresentanti personaggi biblici o arcaizzanti. Il celebre ritratto dell’artista rappresenta una giovane donna aristocratica (la perla era molto rara nel XVII secolo, dunque concessione di pochi) che rivolge lo sguardo allo spettatore, colpita da una luce che ne mette in risalto gli aspetti languidi e sensuali. Lo sfondo nero e la posizione della donna la proiettano verso il fruitore, e dunque ne accentuano l’immediatezza. La donna rappresentata […]

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