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Eroica Fenice

La categoria Culturalmente contiene 111 articoli

Culturalmente

Narciso e Boccadoro a novant’anni dalla pubblicazione

A rileggere oggi le righe di Narciso e Boccadoro, a esattamente novant’anni dalla sua pubblicazione, ci si sorprende dell’universalità di determinati messaggi, pur proveninenti da tempi e circostanze a noi ben distanti. Hermann Hesse scrisse il suo capolavoro nella Germania degli anni ’30, in un periodo di incredibile fervenza socio-politica e culturale, nel contesto della neonata Repubblica di Weimar. Mentre si profilava l’ascesa del partito nazionalsocialista hitleriano, Hesse si dedicava anima e corpo al suo lavoro di scrittore, certo com’era che un artista dovesse rimanere esclusivamente devoto alla propria arte, senza lasciarsi influenzare da ideologie politiche. Eppure, forse per questo stesso amore per la propria opera, Hesse finì come molti altri nelle liste di proscrizione, poichè rifiutò fermamente di censurare riferimenti ai pogrom proprio in Narciso e Boccadoro. Ad ogni modo, l’opera di Hesse sa effettivamente poco del drammatico contesto di cui è figlia e si nutre invece dei più grandi interessi dello scrittore, tra misticismo ed esistenzialismo, filosofia e religione. Si è catapultati nell’imperante Medioevo cristiano, nel convento tedesco della fittizia Mariabronn, colmato pur nella sua maestosità dai soli intensissimi discorsi tra due giovani tra loro tanto simili e diversi. Narciso è un uomo brillante, dalla cultura vastissima e dalla spiccata empatia, che ha sentitamente dedicato la vita alla meditazione e all’ascesi. Presto è colpito dal giovane Boccadoro, irrequieto e tormentato, al contrario spinto alla vita monastica dal padre. Narciso comprende bene che lo spirito del compagno non trova spazio nelle mura dell’edificio, così lo esorta a partire in cerca di sé nel mondo. Boccadoro così andrà via dal convento, conoscerà la vita e la morte, scoprirà il piacere di incontrare una donna, accarezzarle i fianchi e sfiorarne le labbra, come anche saprà del male di cui sono capaci gli uomini. Apprenderà i segreti della scultura e si sorprenderà di quanto non gli riesca male e di quanto sia semplice educare la propria mano a seguire gli impulsi del cuore. Eppure in tanta pienezza Boccadoro si sentirà paradossalmente vuoto, vuoto proprio perché pieno. Perché in tanta frenesia di fare, il tutto si traduceva in un mero accumulo di esperienza, sterile materia sedimentata nella propria memoria, da cui non riusciva a trarre soddisfazione né a sentirsi realmente ispirato e migliorato, quasi non riuscisse a scorgere più se stesso. Narciso e Boccadoro oggi Non siamo noi forse un po’ come l’inquieto Boccadoro? La gran parte dei giovani del mondo occidentale affoga letteralmente in un mare di opportunità, piena della facoltà di coglierne il massimo e forte di strumenti dalle potenzialità sconfinate. Certo c’è da tenere in conto lo spirito più o meno curioso del singolo, ma in ogni caso per chi si rende conto della grandiosità di quel che gli sta attorno, si pone il problema di come coglierla, dando al tutto un senso. Poter dire di leggere libri su libri o conoscere in maniera impeccabile la filmografia di quel determinato regista poco conta nel momento in cui del tutto resta un ricordo e nient’altro. Come fare del ricordo un seme […]

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Sostenibilità e necessità bioetica nell’era globale

Dalla fine degli anni Ottanta matura progressivamente in ambito internazionale un nuovo concetto di benessere basato sul criterio della sostenibilità, definito appunto “sviluppo sostenibile”, mirante a salvaguardare le esigenze della brulicante vita del Pianeta, senza porre a rischio le necessità delle future generazioni. L’homo sapiens, infatti, ha interagito con il mondo naturale sin dalla sua comparsa sulla Terra, via via perfezionando – parallelamente all’evolversi delle proprie facoltà cognitive – le varie possibilità di adattamento agli ambienti naturali, ma alterando al contempo gli equilibri del Pianeta consolidatisi in milioni di anni di evoluzione. Agendo in tal modo, egli ha innescato una costante diminuzione della capacità naturale del globo di sostenere l’impatto quantitativo e qualitativo della specie umana: i problemi della sovrappopolazione, dell’inquinamento, il progresso tecnologico, l’accumulo dei rifiuti, l’impoverimento delle materie prime, la ricerca di fonti alternative di energia, la scomparsa di habitat e specie naturali rendono l’ambiente naturale sempre meno adatto, per caratteristiche ecologiche, all’instaurarsi di condizioni di vita ottimali per gli organismi viventi. «Questa improvvisa scomparsa del cinguettio degli uccelli, questa perdita di colore, di bellezza e di attrattiva che ha colpito il nostro mondo è giunta con passo leggero e subdolo»: così rilevava nel 1962 la zoologa statunitense Rachel Carson nella sua Silent Spring, una rilevante critica del mondo industrializzato che, per la prima volta, pone il problema ambientale. Un fondamentale principio etico di responsabilità, degno di menzione, si data nel 1979, formulato dal filosofo tedesco Hanz Jonas, in risposta all’emergenza ecologica scaturita dall’opulenta civiltà tecnologica: «Agisci in modo che le conseguenze della tua azione siano compatibili con la sopravvivenza della vita umana sulla terra». Punto di partenza del pensatore è che il fare dell’uomo al giorno d’oggi è in grado di distruggere l’esistenza stessa della vita. Il dibattito sulla sostenibilità: l’Agenda 21 Gran parte delle politiche di sostenibilità e delle attività legislative in materia sfociano nel 1992 nella Conferenza delle Nazioni Unite sull’Ambiente e lo Sviluppo di Rio; 178 paesi, 120 Capi di Stato, 8000 giornalisti e più di 30.000 persone parteciparono al summit governativo ufficiale e al parallelo Forum globale delle organizzazioni non governative. L’atto stilato nel corso dell’evento è definito Agenda 21, un documento d’intenti e obiettivi programmatici riguardo ad aree economiche, sociali e soprattutto ambientali: lotta alla povertà, cambiamento dei modelli di produzione e consumo, dinamiche demografiche, conservazione e gestione delle risorse naturali, protezione dell’atmosfera, degli oceani e della biodiversità, prevenzione della deforestazione, promozione di un’agricoltura sostenibile. L’Agenda 21 può, in questo modo, essere definita come un processo, condiviso da tutti gli attori presenti sul territorio, per definire un piano di azione locale che guardi al XXI secolo. In tale documento si stabilisce l’articolazione del concetto di sostenibilità su tre giudizi di valore: uguaglianza di diritti per le future generazioni, giustizia internazionale e trasmissione fiduciaria di una natura intatta. L’ottica dello sviluppo sostenibile richiede, quindi, un approccio globale alla pianificazione e un’attenzione particolare al benessere sociale, ecologico ed economico, implicando che la produzione di ricchezza non avvenga a danno del sistema che supporta la varietà […]

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Fabula ed intreccio: il tempo nella narrazione

La fabula e l’ intreccio sono i criteri che regolano l’ordine degli eventi in una narrazione. Prima di analizzare il rapporto tra fabula ed intreccio, bisogna fare una distinzione tra i due avvenimenti narrativi. In narratologia per intreccio si intende l’insieme degli eventi contenuti in un’opera narrativa, visti però non nel loro susseguirsi cronologico e casuale, ma nel modo in cui sono stati disposti dall’autore. Questi infatti può ricorrere a diversi artifizi narrativi, determinando delle distorsioni rispetto alla sequenza meramente cronologica. Ad esempio, con la prolessi l’autore anticipa al lettore la conoscenza di fatti che sulla linea temporale verranno solo dopo. Viceversa, l’analessi (o flashback) è la narrazione posticipata di fatti che sulla linea temporale venivano prima. In questo senso, l’intreccio si contrappone alla fabula che è invece l’insieme degli avvenimenti che si svolgono seguendo un ordine logico-cronologico che a loro volta compongono una narrazione, considerati nei loro rapporti interni. Fabula ed intreccio: analogie e differenze Fabula ed intreccio, spesso indicati ambiguamente come ”trama”, mettono in evidenza il rapporto dinamico che c’è tra tempo della storia (cioè la temporalità relativa ai fatti narrati) e il tempo del racconto (cioè la temporalità relativa all’enunciazione della storia, alla sua messa per iscritto). Sulla base del rapporto tra questi due diversi orizzonti temporali, è possibile comprendere la possibilità di una distorsione temporale in narrativa. Un esempio può essere il romanzo giallo che rappresenta il tipico caso di rapporto non parallelo tra fabula ed intreccio. Ogni autore, però, ha la libertà di scegliere in quale ordine rappresentare i fatti narrati nel suo testo: può descrivere gli avvenimenti seguendo scrupolosamente il loro ordine cronologico, oppure può decidere di anticipare alcuni eventi futuri o spiegare alcuni eventi passati poiché in un testo narrativo la successione degli eventi non deve rispondere per forza né ad un ordine logico di successione consequenziale, né ad un ordine cronologico di successione temporale. L’autore deciderà di raccontare una storia rispettando la fabula, cioè senza alterare l’ordine naturale degli eventi oppure stravolgere l’ordine, montandoli in modo originale. La fabula è l’ordine reale di una storia, mentre l’intreccio è l’ordine narrativo della storia, deciso dall’autore. E’ chiaro quindi che la fabula è un dato di fatto, rappresenta cosa accade (e le cose accadono in ordine cronologico, le cause prima degli effetti); l’intreccio, invece, è una scelta dell’autore che decide come raccontarci ciò che accade. Se un autore decide di mantenere l’ordine cronologico degli avvenimenti così come sono avvenuti, allora nel suo testo l’intreccio coincide con la fabula e si parla anche di ”intreccio lineare”. Quando ciò avviene, gli eventi della trama sono narrati secondo un rapporto consequenziale di causa-effetto, così come avviene nella realtà.   Fonte immagine: Pixabay.

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Apologia del fascismo: una legge presente per non rifare gli errori passati

L’apologia del fascismo, nell’ordinamento giuridico italiano, è un reato previsto dall’art. 4 della legge Scelba attuativa della XII disposizione transitoria e finale della Costituzione. Questa legge fu attuata nel 1952, nel momento di maggiore tensione sociale degli anni del centrismo, l’assedio ideologico – da cui esso si sentiva stretto, da parte delle opposizioni di destra e di sinistra – spinse il governo a richiamarsi a questa esigenza: un comitato interministeriale presieduto da Mario Scelba fu incaricato dal governo De Gasperi di coadiuvare il ministro Attilio Piccioni nell’aggiornare la legislazione circa la sicurezza del Paese. Verso la legge n. 645/1952 sono state a più riprese sollevate questioni di legittimità costituzionale, poiché si è sostenuto che la norma di fatto negherebbe a una categoria ideologica, o meglio ai possibili sostenitori di una fazione politica, i diritti dichiaratamente garantiti dalla Costituzione in termini di libertà associativa e di libertà di manifestazione del pensiero. La questione fu oggetto di animatissime polemiche politiche quando sempre più esponenti del Movimento Sociale Italiano di Arturo Michelini venivano politicamente e giudiziariamente accusati di questo reato. Fu perciò nel 1956, in occasione di quasi simultanei procedimenti per apologia del fascismo (presso il Tribunale di Torino, la Corte d’appello di Roma e la Corte d’appello di Perugia), che fu adita la Corte Costituzionale, la quale si espresse nella nota sentenza del 16 gennaio 1957. Apologia del fascismo: gli avvenimenti nel corso degli anni Da anni ormai l’ordinamento giuridico italiano possiede una norma per sanzionare l’apologia del fascismo, ma l’applicazione di quest’ultima, dall’ultimo ritocco del 1975, è risultata nel corso degli anni farraginosa ed eccessivamente discrezionale. Mentre si discute di censura nel web, in questi ultimi anni ci sono state innumerevoli occasioni in cui si sono presentate manifestazioni di orientamento fascista; possiamo ricordare lo striscione degli ultras della Lazio, la manifestazione in memoria di Sergio Ramelli, il concerto nazi-rock organizzato da Veneto Fronte Skinheads in un padiglione del comune di Cerea o anche le disavventure della famiglia Mussolini sui social network. Col passare del tempo spesso ci siamo ritrovati di fronte al tema dell’estrema destra e di fronte al problema dell’atteggiamento che una comunità democratica come la nostra dovrebbe riservare a manifestazioni nostalgiche che si attuano nei confronti di ideologie totalitarie come il fascismo. Uno degli ambiti in cui la giurisprudenza italiana fatica a trovare un’interpretazione uniforme è sicuramente quello che riguarda il saluto romano. Ma ciò è regolato, oltre che dalla Legge Scelba, anche dalla Legge Mancino del 1993 che all’articolo 2 punisce ”chiunque, in pubbliche riunioni, compia manifestazioni esteriori od ostenti emblemi o simboli propri o usuali” di organizzazioni, associazioni o movimenti ”aventi tra i propri scopi l’incitamento alla discriminazione o alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi”. La differenza sostanziale tra le due leggi è che entrambe condannano l’apologia del fascismo, ma la legge Scelba è considerata più specifica poiché vieta la ”riorganizzazione del disciolto partito fascista” e prevede muta e reclusione in caso di violazione della norma. Tuttavia però ambedue le leggi devono garantire il […]

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Il male di vivere nell’opera di Eugenio Montale

Il male di vivere nell’opera di Eugenio Montale. È il 1925 quando un giovane Eugenio Montale pubblica la sua prima raccolta di versi. L’opera, intitolata Ossi di seppia, esce presso le edizioni di Pietro Gobetti, con cui il poeta genovese aveva iniziato a collaborare già qualche mese prima, scrivendo numerosi articoli e saggi per la rivista gobettiana Il Baretti. In uno di questi, dal titolo Stile e tradizione, Montale delinea i fondamenti della sua raccolta: rifiuta le esperienze avanguardiste – incluse quelle da cui era partito Giuseppe Ungaretti – e afferma che il dovere di un poeta è di portare il proprio linguaggio verso “la semplicità e la chiarezza, a costo di sembrar poveri”. Il male di vivere: Ossi di seppia L’essenzialità che il poeta intende raggiungere risiede anzitutto nel titolo della raccolta: gli «ossi di seppia», infatti, simboleggiano l’aridità, l’erosione e il logoramento operato dalla natura. Il paesaggio descritto è arido e brullo, come scavato dai raggi del sole, allucinato e dalle valenze fortemente metafisiche. Inoltre, sin dall’apertura di Ossi di seppia egli non può che mostrarsi critico nei confronti dei “poeti laureati” – cioè della tradizione poetica aulica e ufficiale – che mostrano la loro presunta superiorità utilizzando termini artefatti ed astratti per definire concetti semplici. A questi, Montale preferisce (in accordo coi crepuscolari o vociani) le “piccole cose”, ossia oggetti ed immagini ben definite che rimandano alla realtà circostante. Non certo i «bossi ligustri o acanti», dunque, ma gli orti ravvivati dal giallo e dalla freschezza dei limoni. Le figure evocate dal poeta ligure, tuttavia, sono ben distanti dall’essere semplici e lineari e rimandano sempre a qualcos’altro: sono veri e propri simboli, e in quanto tali vanno decodificati. In esse è riportato il destino dell’uomo, fatto tanto di incostanti e incerte speranze, quanto, soprattutto, di fragilità e morte. Un esempio chiaro di questa tecnica – definita dai critici “correlativo oggettivo” – sta nella poesia Spesso il male di vivere ho incontrato, in cui Montale descrive, attraverso delle immagini concrete, la condizione esistenziale dell’uomo moderno, solo, disperato e incapace persino di comunicare con gli altri uomini suoi simili: “il male di vivere” si materializza come una presenza fisica e tangibile (mediante il verbo «ho incontrato») e viene rivelato con «il rivo strozzato che gorgoglia», «l’incartocciarsi della foglia / riarsa» e «il cavallo stramazzato». Alcune di queste figure che, in altri contesti, evocherebbero senz’altro felicità e gioia di vivere diventano, nella poesia di Ossi di seppia, simboli neppure troppo opachi del malessere e del tormento affannoso che attanaglia Montale. L’epifania del nulla, dell’assurdo di esistere viene descritto dal Montale anche in un altro breve componimento, dal titolo “Forse un mattino andando in un’aria di vento”. Qui, l’aridità della natura («in un’aria di vento / arida») è il correlativo oggettivo di quel vuoto che tormenta gli uomini. La rivelazione avviene all’improvviso, come per «miracolo», e provoca un «terrore» simile a quello di chi, perché «ubriaco», ha perso l’equilibrio e non riesce a reggersi. È la folgorazione di un attimo, dopodiché […]

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Scultori italiani del Novecento: le figure più importanti del secolo scorso

Scultori italiani del Novecento: gli artisti più importanti e rivoluzionari del ventunesimo secolo che hanno lasciato il segno nell’arte del nostro Paese. Risulta impossibile dividere in due parti la storia della scultura del Novecent, dal momento che sono numerosi gli artisti-scultori italiani del Novecento che sono stati attivi sia nel primo che nel secondo periodo del secolo scorso. Queste personalità sono accomunate dal grande desiderio di rompere con le vecchie tradizioni e le vecchie regole dell’arte del loro recente passato, in una costante ricerca di nuovi modi per poter esprimere la loro arte. Alcuni scultori aderiscono a nuovi movimenti artistici che si susseguono nel corso del Novecento. Altri invece si isolano, elaborando un linguaggio e uno stile personali che, in alcuni casi, risulteranno essere davvero unici e straordinari per la bellezza e le emozioni che riguardano le loro opere. Scultori italiani del Novecento: gli artisti più celebri Tra gli scultori italiani del Novecento ricordiamo: Umberto Boccioni, esponente di spicco del futurismo. L’idea di rappresentare visivamente il movimento e la sua ricerca sui rapporti tra oggetto e spazio hanno influenzato fortemente le sorti della pittura e della scultura del XX secolo. Amedeo Modigliani, o anche ”Modì”, era celebre per i suoi sensuali nudi femminili e per i ritratti caratterizzati da volti stilizzati, colli affusolati e sguardo spesso assente. Nel 1909 iniziò ad approcciarsi alla scultura ma, sebbene fosse il suo ideale artistico, dovette abbandonarla ben presto nel 1914 a causa delle precarie condizioni fisiche; da allora si dedicò solamente alla pittura, andando così a produrre una notevole quantità di dipinti dai quali, tuttavia, non ricavò alcuna ricchezza. Giacomo Balla, fu un esponente di spicco del Futurismo firmando, assieme agli altri futuristi italiani, i manifesti che ne sancivano gli aspetti teorici. Vincenzo Gemito, formatosi da autodidatta e insofferente ai canoni accademici, Gemito si formò attingendo dai vicoli del centro storico di Napoli e dalle sculture del museo archeologico. La sua prolifica attività artistica lo portò all’apice del successo ai Salons di Parigi e fu interrotta da una crisi personale durata circa 18 anni; riprese la vita pubblica solo nel 1909, per poi morire venti anni dopo. Lucio Fontana, argentino di nascita e fondatore del movimento spazialista. Sin dal 1949, infrangendo la tela con buchi e tagli, supera la distinzione tradizionale tra pittura e scultura. Lo spazio cessa di essere oggetto di rappresentazione secondo le regole convenzionali della prospettiva. La superficie stessa della tela, interrompendosi in rilievi e rientranze, entra in rapporto diretto con lo spazio e la luce reali. Lucio Fontana è stato uno dei più importanti scultori italiani del Novecento. Fonte immagine: Flickr

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Mosaici Romani in Italia: un viaggio tra i più conosciuti

Mosaici Romani in Italia: un viaggio attraverso la tradizione romana I mosaici dell’antica Roma affrescano i più importanti monumenti italiani e sono apprezzati da visitatori di tutto il mondo. Il mosaico romano è un’eredità della cultura greca, ma possiede una sua essenza indipendente; con temi figurativi – soprattutto figure geometrici e vegetazione stilizzata tipiche della tradizione romana. Il mosaico romano è una composizione artistica e figurativa ottenuta dall’aggregazione di tessere che potevano essere di diversi materiali come basalto, travertino di pasta vitrea e marmi di colori diversi. I mosaici romani si usavano principalmente per i pavimenti, resistenti e facili da pulire, ma vennero usati anche sulla pareti come decorazioni più estese. Le tessere usate potevano essere di varie grandezze e a seconda di questa ne aumentava il costo (più erano piccole per disegni precisi più costavano). I primi mosaici a Roma compaiono verso il III secolo a.C. per impermeabilizzare e abbellire il pavimento di terra battuta, ed erano semplici e in bianco e nero. Peculiari e di stampo classico li ritroviamo in tutto il loro splendore come affresco delle pareti delle Terme di Caracalla di Roma, Villa Adriana di Tivoli, delle case di epoca romana Nettuno ed Anfitrite di Ercolano e Casa dell’Orso di Pompei e della Domus dei Tappeti di Pietra di Ravenna. Le Terme di Caracalla furono edificate dall’Imperatore Caracalla sull’Aventino tra il 212 e il 217 d.C e potevano contenere circa 1600 persone. Le Terme di Caracalla sono un grande esempio del più antico impianto termale di Roma. Questi mosaici romani sono rappresentati da larghi disegni geometrici con forme curvilinee segnate da colori diversi e con confini astratti. Si mescolano il verde del marmo con il giallo antico, il rosso rubino e con linee di color bianco e nero. Alcuni mosaici romani sono interamente in bianco, perché delineavano forme e scene mitologiche o fantastiche. Nella casa di Nettuno ed Anfitrite presso Ercolano, di epoca romana sepolta durante l’eruzione del Vesuvio e deve il suo nome proprio ad un mosaico al suo interno che raffigura Nettuno e Anfitrite; e nella Casa dell’Orso ferito presso Pompei sono stati riportati alla luce mosaici romani con l’inserimento di conchiglie marine sotterrate che richiamano l’ambiente del mare. La Casa dell’Orso ferito chiamata così proprio grazie ad un mosaico pavimentale che è all’ingresso della domus, raffigurante un orso trafitto da una lancia e accasciato al suolo; recentemente restaurato e protetto da una vetrata che consente di poterlo ammirare senza comprometterne la conservazione. La fontana in giardino è riccamente decorata con mosaici in pasta vitrea e marmo, valve di molluschi e spuma di lava e nella lunetta dell’abisde della fontana c’è Venere in conchiglia, sotto Tritone nel mare. Villa Adriana è la più vasta e ricca villa imperiale romana, fu in parte ispirata alla Domus Aurea di Nerone. Villa Adriana, residenza reale dell’imperatore Adriano, si trova presso Tivoli è stata dichiarata Patrimonio dell’Unesco. Percorrendo le stanze più famose della villa si possono ammirare mosaici romani bianchi e neri geometrici che decorano i pavimenti del triclinio […]

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Filostrato di Boccaccio, riflessioni su Pandaro

Il Filostrato di Boccaccio è fra le opere più “misteriose”: incerta storia filologica, incerta attribuzione delle fonti (intese in senso stretto), incerta identità dei personaggi. Il testo di seguito proposto è tratto, fortemente riassunto e rimodulato dal contributo assai più esteso e approfondito Le vie indiscrete della passione: riflessioni sul Pandaro del Filostrato (e proposte sul Filostrato del Decameron), presentato in occasione del seminario internazionale di Studi intorno a Boccaccio (Boccaccio e dintorni, quinta edizione). In tale contributo si è cercato di rintracciare alcuni fili genetici, che possano almeno in parte avvicinarci al canovaccio compositivo tenuto in mente dal Certaldese. Il Filostrato di Boccaccio: riflessioni su Pandaro Nell’economia delle ottave del Filostrato, il personaggio di Pandaro riveste un ruolo importantissimo per lo svolgimento dell’azione narrativa. Contraltare di Troiolo nella visione delle “mondane cose”, per certi versi prefigurazione – con le dovute cautele e differenze – del cortigiano ante litteram (fedele secretarium e confidente del suo amico-signore) e al tempo stesso carattere tipico da commedia, il personaggio di Pandaro resta tratteggiato dal suo autore – come del resto nella tecnica che lo contraddistingue – come non categorizzabile: immerso nelle “antiche istorie” (da cui l’autore, per sua stessa ammissione, ha tratto la materia del suo libello), ma lontanissimo dall’epos, Boccaccio lo dipinge come giovane dal carattere modernissimo, forgiato dall’esperienza; abile affabulatore, dote (o vizio) che lo innalza a ruolo di comprimario, sicuramente figura imprescindibile al fine della realizzazione, seppur breve, dell’esperienza amorosa di Criseida e Troiolo. Il personaggio ha origini misteriose; suggestive vicinanze sembrano intravedersi, invece, nel Pandaro dell’Iliade (per somiglianza di interessantissimi schemi psicologici) e – seppur con le chiarissime differenze naturali – nel Mercurio dell’Eneide (nel sensus circoscritto che assume nella vicenda amorosa del libro IV del poema). La collisione fra eros ed epos – fra passio e ratio – viene evidenziata proprio dal Certaldese, che, più tardi, nelle sue Genealogia deorum gentilium, parlando della poesia cita un esempio significativo: «[…] intendit Virgilius per totum opus ostendere quibus passionibus humana fragilitas infestetur, et quibus viribus a constanti viro superetur. Et cum iam non nullas ostendisset, volens demonstrare quibus ex causis ab appetitu concupiscibili in lasciviam rapiamur, introducit Dydonem generosi tate sanguinis claram, etate iuvenem, forma spectabilem, morbus insignem, divitiis abundantem, castitate famosam, prudentia atque eloquentia circumspectam, civitati sue et populo imperantem, et viduam, quasi ab experientia Veneris concupiscientie aptiorem. Que omnia generosi cuiuscunque hominis habent animorum irritare, nedum exulis atque naufragi, et in incognitam regionem deiecti atque subsidio indigentis. Et sic intendit pro Dydone concupiscibilem et attractivam potentiam, oportunitatibus omnibus armatam; Eneam autem pro quocunque ad lubricum apto et demum capto. Tandem ostenso quo trahamur in scelus ludibrio, qua via in virtutem revehamur, ostendit, inducens Mercurium, deorum interpretem, Eneam ob illecebra increpantem atque ad gloriosa exhortantem. Per quem Virgilius sentit seu conscientie proprie morsum, seu amici et eloquentis hominis redargutionem, a quibus, dormientes in luto turpitudinum, excitamur, et in rectum pulchrumque revocamur iter, id est ad gloriam.» Nel passo, Boccaccio spiega chiaramente come la vicenda di Enea e Didone serva […]

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Leggere Terzani durante la pandemia

Tiziano Terzani, uno nessuno e centomila. Guru è una parola di origine sanscrita, entrata prepotentemente, negli ultimi anni, nell’immaginario collettivo e nel linguaggio comune. C’è chi erge a proprio guru, seguendo la definizione occidentale, il suo cantante o attore preferito, un insegnante o professore particolarmente carismatico. A volte più semplicemente la propria mamma o papà, magari un amico stretto. Ma guru è una parola che è stata vittima di un fraintendimento, nel suo passaggio da una cultura all’altra. Il guru non è un modello di vita da perseguire, né una persona alla quale ci ispira e in cui si riflette. “Gu” in sanscrito significa “tenebra”, “ru” vuol dire “cacciare, disperdere”. Per cui il guru è colui che scaccia la tenebra, colui che porta la luce nel buio dell’ignoranza. Poche persone, nel panorama giornalistico italiano, sono state in grado di scacciare le tenebre come Tiziano Terzani. Toscano, nato a Firenze nel 1938, firma del Der Spiegel, di cui è stato corrispondente dall’Asia, per oltre trent’anni. La sua è la storia di un ragazzo cresciuto nelle campagne toscane che, guidato dalla curiosità e dalla fame bucolica di vita ed esperienze, ha seguito tutti i più grandi eventi del Novecento. Se si pensa a tutti gli avvenimenti storici maggiori, compresi tra il dopoguerra e l’inizio del nuovo secolo, in Asia e non solo, lui era in prima linea. La guerra in Vietnam, la caduta dell’Impero Sovietico, la Cina del dopo Mao. Terzani: Un altro giro di giostra Una vita fatta di un continuo peregrinare, in cerca di una meta indefinita e che ha via via assunto contorni sempre più diversi. Negli ultimi anni si è sviluppato una sorta di culto attorno alla figura di Tiziano Terzani. Un vero e proprio guru, per l’appunto, amato dalle generazioni più giovani ma non solo, che in lui vedono una specie di Bruce Chatwin in salsa italiana. Terzani è infatti diventato celebre non solo per la sua attività giornalistica, ma anche per i suoi libri di viaggi, di grandissimo successo ed idolatrati dagli amanti del genere. D’altronde, in una produzione vasta e sterminata, che comprende anni di servizi e inchieste sul campo, ce n’è davvero per tutti i gusti. In Pelle di Leopardo si racconta la liberazione di Saigon, avamposto leggendario della guerra del Vietnam. Un indovino mi disse è la storia di un anno irripetibile, il 1993, in giro per l’Asia ma senza prendere un aereo. E poi il racconto, in Un altro giro di giostra, della malattia, affrontata con il sorriso grazie a tecniche occidentali e orientali. Quella che poi fu un’occasione per porsi domande esistenziali, che culminano ne La fine è il mio inizio, sua ultima produzione, prima della morte, sopraggiunta nel 2004. Tiziano Terzani è, a quasi vent’anni dalla sua morte, ancora così amato per svariate ragioni. Innanzitutto, leggendo le sue opere, si capisce come sia stato un vero e proprio precursore dei tempi. La sua curiosità sfrenata lo portava a interrogarsi continuamente sul destino ultimo dell’Occidente, visto come in uno stato di […]

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