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Eroica Fenice

La categoria Culturalmente contiene 118 articoli

Culturalmente

Stanza di Eliodoro: l’arte e la magia di Raffaello nei Musei Vaticani

La Stanza di Eliodoro è una delle quattro Stanze di Raffaello presenti nei Musei Vaticani in Vaticano, chiamate così poiché affrescate dal grande pittore urbinate e dagli allievi della sua bottega. Queste stanze sono state affrescate dal 1508 al 1524 e, oltre alla Stanza di Eliodoro, vi sono anche la Stanza della Segnatura, la Stanza dell’Incendio di Borgo e la Sala di Costantino. Da ovest a est si susseguono una serie di ambienti di forma rettangolare, che presero il nome dagli affreschi situati. La Stanza della Segnatura, la Stanza dell’Incendio e la Stanza di Eliodoro sono coperte da volta a crociera e misurano circa 7 m per 8 m, mentre la Sala di Costantino 10 m per 16 m. Stanza di Eliodoro:  tra arte e magia di Raffaello Mentre era in completamento la Stanza della Segnatura, nell’estate del 1511 Raffaello iniziò ad elaborare i disegni per la decorazione della stanza successiva, destinata a sala delle udienze. La decorazione ebbe luogo tra la seconda metà del 1511 e il 1514 e è costituita da quattro affreschi su ogni parete: Cacciata di Eliodoro dal tempio (1511-1512); Messa di Bolsena (1512); Liberazione di san Pietro (1513-1514); Incontro di Leone Magno con Attila (1514). Sul soffitto sono rappresentati quattro episodi biblici che evocano la protezione di Dio al popolo di Israele, legati alle scene sottostanti. Ecco un’analisi nel dettaglio delle opere presenti nella Stanza di Eliodoro: Cacciata di Eliodoro dal tempio: mostra un miracolo che salva la Chiesa da un nemico interno. La scena ha una configurazione dinamica, con il cavaliere invocato dal sacerdote al centro, Onia, che irrompe a punire il profanatore Eliodoro, inviato dal re Seleuco IV Filopatore. Assiste alla scena a sinistra, sulla portantina, Giulio II in persona, proprio come si assisterebbe ad una presentazione teatrale. La pacata serenità della Scuola di Atene appare già lontana e la drammatica azione punta a coinvolgere emotivamente il riguardante. Se nella Stanza della Segnatura tutti i personaggi avevano movenze sciolte e naturali, qui iniziano a comparire quelle torsioni e quelle esasperazioni gestuali che, ispirate da Michelangelo Buonarroti, preannunciano il manierismo. Messa di Bolsena: racconta il miracolo eucaristico di Bolsena, a cui il papato era storicamente molto legato, poiché avvenuto in un momento di forti conflitti dottrinali sul mistero dell’incarnazione del Corpus Domini. Raffaello creò una scena bilanciata con cura con una contrapposizione tra il tumultuoso gruppo di fedeli a sinistra, sottolineato da strappi luministici, e la pacata disposizione cerimoniale dei personaggi della corte papale a destra, dalle tonalità coloristiche calde e corpose. Liberazione di san Pietro: composta da tre episodi concatenati, ma fortemente unitari, e tutta giocata sui contrasti di luce, tra l’ambientazione notturna e la visione luminosa dell’angelo divino. Il primo papa, soccorso e portato al trionfo nel momento più difficile delle sue tribolazioni, è raffigurato al centro nel carcere soccorso dall’angelo, mentre a sinistra un gruppo di guardie, nelle cui armature si accendono i riflessi dell’apparizione sovrannaturale e delle fiaccole, assiste impotente alla scena. A destra Pietro è già libero, condotto per la […]

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Burqa significato: la storia dal punto di vista culturale e religioso

Il Burqa ha un significato molto profondo dal punto di vista sia culturale che religioso. La parola Burqa è l’arabizzazione della parola persiana purda (parda) che significa “cortina”, “velo”. È un indumento prevalentemente usato dalle donne in Afghanistan e in Pakistan ed è noto in Asia centrale oltre che come “burqa” o “burka” anche come “chadri” o “paranja“. Burqa: significato e varie tipologie Il burqa si distingue in due tipi di indumenti diversi: il primo è un velo fissato al capo che copre l’intera testa permettendo di vedere solo da una finestra all’altezza degli occhi che li lascia scoperti o che lascia scoperti occhi e bocca che rimane comunque coperta da una sorta di mascherina detta “bandar burqa“. Il secondo tipo invece è un abito, denominato “burqa completo” o “burqa afghano“, che solitamente è di colore o nero o blu e che copre sia la testa che il corpo e che possiede all’altezza degli occhi una retina che permette di vedere parzialmente, senza però scoprire gli occhi della donna. Esistono tipi di burqa diversi poiché sono strettamente legati all’appartenenza geografica della donna e alla sua essenza culturale e religiosa. A prescindere dall’Islam, l’obbligo di indossare il burqa è conseguenza di tradizioni locali poiché nelle norme coraniche vi è riconosciuto normalmente l’obbligo di indossare un velo, anche se l’argomento è molto controverso poiché non esiste pena in caso di trasgressione. Il burqa è stato introdotto in Afghanistan all’inizio del 1890 durante il regno di Habibullah Kalakani che lo impose alle duecento donne del suo harem, in modo tale da “non indurre in tentazione” gli uomini qualora esse si fossero trovate fuori dalle residenza reale. Da lì in poi è divenuto un capo per le donne dei ceti superiori, da usare per essere protette dagli sguardi del popolo. Dagli anni ’50 però, cambiò lo scenario poiché le donne dei ceti elevati cominciarono a non farne più uso e nel frattempo diventò un capo ambito dai ceti poveri. Nel 1961 venne proclamata una legge che ne vietò l’uso alle pubbliche dipendenti anche se, durante la guerra civile, venne instaurato un regime islamico e sempre più donne tornarono ad indossarlo fin quando non fu dettato il divieto assoluto di mostrare il volto imposto a tutte le donne dal successivo regime teocratico dei taleban che durò meno di cinque anni. Attualmente, sia in Afghanistan che nel resto del mondo (tranne che in Arabia Saudita, dove l’obbligo è stato abolito solo nel marzo del 2018) non vige obbligo sanzionato dalla legge di indossare il burqa. Fonte immagine: Pixabay

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Tempus edax rerum: dalle Metamorfosi ovidiane, un detto latino attuale

Tempus edax rerum è una locuzione latina che, tradotta letteralmente, vuol dire “Il tempo che tutto divora” ed è tratta dal verso 234 del XV libro delle Metamorfosi di Ovidio. Il poeta, con questa espressione, vuole evidenziare il trascorrere inesorabile del tempo, indipendentemente dalle vicende umane. Poiché indipendentemente il tempo influenza ogni cosa, ogni fatto umano, ma allo stesso tempo, non si fa influenzare da nulla e vola via, portando con sé tutti quelli che sono gli attimi e le esperienze vissute. Tempus edax rerum: il detto latino del XV libro delle Metamorfosi ovidiane Molti sono i detti latini che sono entrati nel parlare comune e tra questi anche la celebre citazione delle Metamorfosi. Le metamorfosi di Ovidio è un poema epico-mitologico incentrato sul fenomeno della metamorfosi nella quale l’autore rende celebri e trasmette ai posteri numerosissime storie e racconti mitologici della classicità greca e romana con lo scopo non solo di meravigliare il lettore, ma anche di appassionarlo e di condurlo in un mondo che non era mai stato esplorato prima. Proprio per questo motivo, egli verrà ricordato attraverso i secoli ed, essendo fin da subito cosciente dell’enorme fama di questa sua opera e del fatto che rimarrà per sempre viva e, scriverà infatti “si quid habent veri vatum praesagia, vivam” che significa “se qualcosa di vero c’è nelle predizioni dei poeti, vivrò”. Con questi presupposti, Publio Ovidio Nasone nell’8 d.C. scrive quest’opera lasciando all’interno passi che toccano profondamente l’animo dei lettori, che stimolano emozioni toccanti e che invitano alla riflessione come, ad esempio, i versi iniziali del libro X nella quale si narra dell’addio struggente tra Orfeo ed Euridice o anche nell’inizio del libro XI dove viene ripresa la storia d’amore tra i due, ma nel momento della morte di Orfeo quando, dopo essere stato ammazzato, si ricongiunge finalmente alla sua amata. Sentimenti contrastanti quindi vivono all’interno di quest’opera come anche per il detto del libro XV nella quale viene descritta in tre semplici parole l’importanza del tempo. Il tempo che tutto muta poiché quasi nulla resta in eterno costante, il tempo che tutto vive poiché ogni attimo possiede un’esperienza diversa, il tempo che tutto guarisce poiché ogni ferita col tempo risana, il tempo che tutto influenza poiché ogni cosa è condizionata dallo scorrere del tempo, il tempo che tutto divora (tempus edax rerum) poiché le cose mutate, le cose vissute, le cose risanate, le cose influenzate sono tutte divorate dal tempo che le prende con sé e continua ad andare avanti e a scorrere dando un’illusione di percezione all’esistenza.   Fonte immagine: https://pixabay.com/photos/bookshelf-old-library-old-books-1082309/

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Epidemie nella storia: dalla peste di Atene al COVID-19

Le epidemie hanno caratterizzato la storia dell’uomo, causate dai nuovi patogeni veicolati da guerre, invasioni, esplorazioni e commerci. L’attuale pandemia di COVID-19 sta mettendo in luce l’incidenza delle malattie infettive anche nell’era della medicina moderna, rendendo evidente quanto l’onnipresenza di virus e batteri abbia caratterizzato la storia dell’uomo. Il loro dilagare è connesso ai contatti e alla mobilità prodottisi nel tempo a causa di guerre, invasioni, esplorazioni, esperienze coloniali e relazioni commerciali. Il continuo migliorare delle condizioni economiche ed igieniche delle popolazioni mondiali ha fortemente contribuito al dileguarsi di molte epidemie che costituirono una terribile minaccia per l’uomo nei secoli scorsi, come il tifo, il vaiolo, la peste, il colera, mentre restano ancora molto diffuse le infezioni da malattie virali tra cui soprattutto l’influenza. In particolare, epidemie di forte intensità nella storia europea sono state per lo più causate da zoonosi, ovvero dal passaggio di specie dagli animali all’uomo, in situazioni di stretta prossimità con gli animali e condizioni sanitarie precarie. Epidemie, dalla peste di Atene all’Ottocento La prima epidemia di rilevanza storica, descritta da Tucidide, si data al V secolo a.C., quando ad Atene divampò un morbo durante il secondo anno della guerra del Peloponneso, che decimò la popolazione e si diffuse in gran parte del Mediterraneo orientale, colpendo anche il grande stratega Pericle; la malattia è stata tradizionalmente considerata un focolaio di peste bubbonica, ma recentemente si è avanzata l’ipotesi che si trattasse di una febbre tifoide. Seguirono la peste antonina nella Roma del III secolo d.C., causata presumibilmente dal vaiolo, che provocò 30.000 morti, e la peste di Giustiniano, la prima peste bubbonica prodotta dal batterio yersinia pestis, che dilagò da Costantinopoli a Roma nel VI secolo d.C.; una seconda ondata del medesimo morbo, plausibilmente legata all’assedio tartaro di una colonia genovese in Crimea, ritornò otto secoli dopo, allorquando la peste nera di cui narra Boccaccio provocò all’incirca 30 milioni di morti, estendendosi dall’Italia a tutta l’Europa. Nei primi decenni del Cinquecento, i conquistadores spagnoli portarono in Sudamerica vari agenti patogeni sconosciuti ai sistemi immunitari delle popolazioni autoctone, come vaiolo, morbillo e febbre emorragica virale, producendo una vera e propria ecatombe nel numeroso esercito azteco di Montezuma e nella popolazione del Messico. Inoltre, il tifo nei secoli XV e XVI ebbe il suo epicentro dapprima in Spagna, poi in Italia, sterminando ancora nell’Ottocento l’esercito di Napoleone durante la campagna di Russia. Dal Novecento a oggi Nell’era moderna, l’epidemia influenzale “spagnola”, dall’elevata mortalità, falcidiò fra il 1918 e il 1920 decine di milioni di individui nel mondo, riducendo drasticamente l’aspettativa di vita dell’inizio del XX secolo. Negli anni Cinquanta, l’epidemia da poliomelite si estese in particolare nel Nord Europa e negli Stati Uniti, colpendo soprattutto i bambini sotto i cinque anni di età, provocandone la paralisi. Un episodio endemico di colera in Italia negli anni Settanta interessò il Sud, forse causato dal consumo di cozze crude contaminate dal vibrione, e fu scongiurato da un’operazione di profilassi attuata mediante l’uso di siringhe a pistola messe a disposizione dalla flotta […]

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Saartjie Baartman: la terribile storia della “Venere Ottentotta”

La disumana storia di Saartjie Baartman, una giovane donna di etnia khoikhoi vissuta tra la fine del Settecento e i primi dell’Ottocento, è una storia di derisione ed annichilimento, a cominciare dal nome stesso della popolazione indigena dell’Africa australe cui apparteneva, gli Ottentotti: i coloni olandesi insediatisi per primi nel XVII secolo intorno al Capo di Buona Speranza, infatti, schernirono i suoni avulsivi del linguaggio locale, così lontani dalla sonorità delle lingue europee, mediante il nomignolo hot-ten-tot, che pare significasse “balbuziente” nel dialetto dei Boeri. Nata nell’odierno Sudafrica, la giovane rimase orfana fin da piccola, scampata agli eccidi delle guerriglie fra i Boeri e le tribù dei Boscimani; fu, pertanto, assegnata ad una famiglia di Città del Capo e relegata in una condizione di semi-schiavitù all’interno di una fattoria. Tale status di asservimento rese semplice ai suoi sfruttatori ingannarla con la prospettiva di un riscatto sociale, se si fosse imbarcata con loro alla volta del Vecchio Continente per offrirsi alla curiosità degli Europei. Saartjie destava l’attenzione di tali avventurieri europei per le caratteristiche della sua fisicità: come tutte le ottentotte, aveva le natiche ipertrofiche e sporgenti, unitamente ai genitali esterni particolarmente sviluppati e pendenti, definiti “grembiule ottentotto” dagli anatomisti dell’epoca. Erano queste le caratteristiche su cui i due sfruttatori contavano di arricchirsi, costringendola ad esibirsi nelle fiere come fenomeno da baraccone. Saartjie a Londra e le esibizioni nei freak shows Sbarcata in Inghilterra nel 1810, Saartjie entrò nel circuito dei freak shows, spettacoli a pagamento particolarmente in voga tra la seconda metà del XIX secolo e la prima metà del XX, consistenti nell’esibizione di persone dall’aspetto inusuale o anomalo, come l’altezza o la presenza di deformità. Come attestano alcune locandine pubblicitarie del tempo, essa doveva apparire una selvaggia e lasciva “Venere nera”, sottoposta alla malsana curiosità del pubblico: fu, a tal fine, esibita seminuda in una gabbia accompagnata da un domatore munito di frusta. Terminata la sua esperienza inglese negli anni dell’abolizione della schiavitù, Saartjie fu venduta ad un impresario francese che la espose a Parigi in qualità di monstrum, ovvero di un fenomeno vivente della natura da sottoporre agli illustri anatomisti dell’epoca, che la ritrassero in numerose illustrazioni: all’epoca, infatti, l’antropologia era ancora in parte erede delle classificazioni del secolo precedente, che prevedevano anche l’identificazione da parte di Linneo di un Homo sapiens monstruosus. Gli anni parigini e l’incidenza di Cuvier Negli anni parigini, Saartjie aveva destato la curiosità del celebre anatomista George Cuvier, che ne richiese la convocazione allo scopo di esaminare a fondo la sua peculiare anatomia, alla stregua degli esemplari animali sui quali aveva costruito la sua fama di padre dell’anatomia comparata. Riuscì, però, a farlo solo alla sua morte: Saartjie, infatti, non sopravvisse al rigido inverno del 1816, logorata dal freddo, dall’alcool e plausibilmente dalla sifilide, o dal vaiolo, a soli 25 anni. Il suo corpo venne dissezionato e dal suo cadavere furono asportati apparato riproduttivo e cervello, immersi nella formaldeide e conservati in teche di vetro. Tali resti, insieme al suo scheletro e a […]

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Christopher McCandless: uno dei più grandi viaggiatori di tutti i tempi

Christopher McCandless, anche noto come Alexander Supertramp è stato un viaggiatore statunitense che dopo aver concluso gli studi, è partito per un viaggio in tutta la parte ovest degli Stati Uniti d’America e che aveva come unico obiettivo l’Alaska. Località che egli raggiungerà dopo un bel po’ di mesi nell’aprile del 1992 e che però sarà per lui fatale. Christopher McCandless: Nelle terre selvagge Christopher McCandless è un giovane americano che abita in Virginia, proveniente da una famiglia benestante e che nel 1990 si laurea con un voto molto alto all’Università Emory con una specializzazione in Storia ed Antropologia. Appena dopo la laurea decide di mollare tutto e di partire con la sua auto (una Datsun B210 gialla del 1982) con la quale amava fare viaggi, dopo aver donato 24mila dollari di risparmi all’Oxfam. L’auto dopo poco però fu ritrovata nel deserto del Mojave e molto probabilmente il ragazzo aveva abbandonato l’auto poiché inutilizzabile a causa di un’inondazione proveniente dal fiume accanto al quale si era accampato. Continuò il suo viaggio portando con sé solo i suoi documenti d’identità e camminando a piedi e facendo l’autostop, girovagò tra Stati Uniti occidentali e Messico settentrionale. Fino ad arrivare poi nell’aprile del 1992 nei boschi dell’Alaska, nel parco nazionale del Denali, dove trovò un bus abbandonato che soprannominò ”Magic Bus” e nella quale trovò oggetti semplici da campo, ma utili alla sopravvivenza come un fucile, una sacca di riso, un libro sulle piante commestibili del luogo ed una mappa del luogo. Dopo alcuni mesi, verso luglio, il giovane decise di ritornare a casa, ma dopo aver camminato per due giorni arrivò al fiume che aveva attraversato qualche mese prima, ma si rese conto che a causa del disgelo dei ghiacciai, il fiume era in piena e quindi non gli fu possibile oltrepassarlo e fu costretto a ritornare al Magic Bus. Nel settembre del 1992, due cacciatori ritrovarono il cadavere di Christopher McCandless che era già morto da due settimane e pesava circa 30 kg. La versione ufficiale sulla morte di Christopher è che egli sia morto di fame, ma alcuni parlano anche di freddo o del fatto che egli abbia potuto ingerire dei frutti di una pianta velenosa confondendoli con dei fagioli. Accanto a lui, nel vecchio autobus, furono ritrovati numerosi appunti scritti da lui, una macchina fotografica con cui aveva effettuato degli autoscatti, alcuni libri ed altri oggetti utili alla sopravvivenza. «Non amo di meno l’uomo, ma di più la Natura» Con questa frase di Lord Byron inizia il film diretto da Sean Penn sulla vita di Christopher McCandless: Into the wild – Nelle terre selvagge. Un film, di sicuro meno dettagliato del libro originale Nelle terre estreme scritto da Jon Krakauker e pubblicato nel 1997, ma che è stato molto discusso poiché il regista ha dovuto aspettare dieci anni prima di poter girare il film dato che la famiglia del giovane era restia a portare nelle sale cinematografiche la storia di loro figlio. Ma dietro tutto ciò vi era nascosto anche […]

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Ceci n’est pas une pipe: la genialità del pittore surrealista René Magritte

Ceci n’est pas une pipe: o anche una delle opere che più hanno segnato la storia del surrealismo in epoca moderna. Si tratta di un quadro (olio su tela) dell’artista belga René Magritte, più noto con il titolo ”La trahison des images”, creato tra il 1928-29 ed attualmente esposto nel Los Angeles County Museum of Art in Los Angeles (Stati Uniti D’America). L’opera fu realizzata quando l’artista aveva trent’anni e rappresenta una pipa dipinta su uno sfondo monocromo e sotto la scritta (che ha creato enormi discussioni): Ceci n’est pas une pipe (in italiano: questa non è una pipa). Ceci n’est pas une pipe: la rivoluzione surrealista Citando lo stesso Magritte, egli sottolinea questa dicotomia ed afferma: ”Chi oserebbe pretendere che l’immagine di una pipa è una pipa? Chi potrebbe fumare la pipa del mio quadro? Nessuno. Quindi, non è una pipa”. Da ciò si può spiegare quello che era il reale intento dell’artista, ovvero quello di marcare la differenza tra una rappresentazione ed un oggetto reale poiché la pipa rappresentata non è una pipa reale bensì una raffigurazione pittorica dato che se si osservasse il quadro, senza la rivoluzionaria didascalia, alla domanda ”che cos’è?”, ognuno risponderebbe ”è una pipa”; invece l’artista vuole marcare il concetto che le due cose hanno proprietà e funzioni spiccatamente differenti. Egli punta il tutto sulla differenza di tangibilità e consistenza che il mondo della realtà ha con quello dei segni, invitando nello stesso tempo alla riflessione sulla complessità del linguaggio. Magritte con quest’opera va oltre gli schemi della pittura classica secondo cui vi era un legame indissolubile tra l’immagine e la realtà. L’artista non solo lo nega, ma dà la chiara dimostrazione del contrario, andando contro tutti i preconcetti e portando anche con sé, invece, un concetto profondo sul linguaggio e sulla comunicazione umana in quanto molto spesso i codici verbali e non verbali, per essere quanto più pratici ed operativi possibili si adeguano alla realtà e si ”semplificano”. Queste semplificazioni portano poi nell’oggetto un deficit comunicativo che è quello che Magritte continuerà sempre a sottolineare la differenza tra le due cose che, per quanto possa risultare banale, non lo è assolutamente se si analizzano i fattori linguistici che fanno di questa dicotomia una delle rivoluzioni più forti dell’arte moderna. Il quadro mette in contrasto l’atto di leggere e l’atto di guardare, facendo dell’uno la negazione dell’altro ed, inoltre, fa da stimolo per l’intelletto poiché pone un enigma così intrinseco di fondamenti logici e linguistici che fa della pittura un mezzo di conoscenza.   Fonte immagine: https://www.tumblr.com/privacy/consent/begin?redirect=https%3A%2F%2Fwww.tumblr.com%2Ftagged%2Fquesta-non-%25C3%25A8-una-pipa

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Narciso e Boccadoro a novant’anni dalla pubblicazione

A rileggere oggi le righe di Narciso e Boccadoro, a esattamente novant’anni dalla sua pubblicazione, ci si sorprende dell’universalità di determinati messaggi, pur proveninenti da tempi e circostanze a noi ben distanti. Hermann Hesse scrisse il suo capolavoro nella Germania degli anni ’30, in un periodo di incredibile fervenza socio-politica e culturale, nel contesto della neonata Repubblica di Weimar. Mentre si profilava l’ascesa del partito nazionalsocialista hitleriano, Hesse si dedicava anima e corpo al suo lavoro di scrittore, certo com’era che un artista dovesse rimanere esclusivamente devoto alla propria arte, senza lasciarsi influenzare da ideologie politiche. Eppure, forse per questo stesso amore per la propria opera, Hesse finì come molti altri nelle liste di proscrizione, poichè rifiutò fermamente di censurare riferimenti ai pogrom proprio in Narciso e Boccadoro. Ad ogni modo, l’opera di Hesse sa effettivamente poco del drammatico contesto di cui è figlia e si nutre invece dei più grandi interessi dello scrittore, tra misticismo ed esistenzialismo, filosofia e religione. Si è catapultati nell’imperante Medioevo cristiano, nel convento tedesco della fittizia Mariabronn, colmato pur nella sua maestosità dai soli intensissimi discorsi tra due giovani tra loro tanto simili e diversi. Narciso è un uomo brillante, dalla cultura vastissima e dalla spiccata empatia, che ha sentitamente dedicato la vita alla meditazione e all’ascesi. Presto è colpito dal giovane Boccadoro, irrequieto e tormentato, al contrario spinto alla vita monastica dal padre. Narciso comprende bene che lo spirito del compagno non trova spazio nelle mura dell’edificio, così lo esorta a partire in cerca di sé nel mondo. Boccadoro così andrà via dal convento, conoscerà la vita e la morte, scoprirà il piacere di incontrare una donna, accarezzarle i fianchi e sfiorarne le labbra, come anche saprà del male di cui sono capaci gli uomini. Apprenderà i segreti della scultura e si sorprenderà di quanto non gli riesca male e di quanto sia semplice educare la propria mano a seguire gli impulsi del cuore. Eppure in tanta pienezza Boccadoro si sentirà paradossalmente vuoto, vuoto proprio perché pieno. Perché in tanta frenesia di fare, il tutto si traduceva in un mero accumulo di esperienza, sterile materia sedimentata nella propria memoria, da cui non riusciva a trarre soddisfazione né a sentirsi realmente ispirato e migliorato, quasi non riuscisse a scorgere più se stesso. Narciso e Boccadoro oggi Non siamo noi forse un po’ come l’inquieto Boccadoro? La gran parte dei giovani del mondo occidentale affoga letteralmente in un mare di opportunità, piena della facoltà di coglierne il massimo e forte di strumenti dalle potenzialità sconfinate. Certo c’è da tenere in conto lo spirito più o meno curioso del singolo, ma in ogni caso per chi si rende conto della grandiosità di quel che gli sta attorno, si pone il problema di come coglierla, dando al tutto un senso. Poter dire di leggere libri su libri o conoscere in maniera impeccabile la filmografia di quel determinato regista poco conta nel momento in cui del tutto resta un ricordo e nient’altro. Come fare del ricordo un seme […]

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Fabula ed intreccio: il tempo nella narrazione

La fabula e l’ intreccio sono i criteri che regolano l’ordine degli eventi in una narrazione. Prima di analizzare il rapporto tra fabula ed intreccio, bisogna fare una distinzione tra i due avvenimenti narrativi. In narratologia per intreccio si intende l’insieme degli eventi contenuti in un’opera narrativa, visti però non nel loro susseguirsi cronologico e casuale, ma nel modo in cui sono stati disposti dall’autore. Questi infatti può ricorrere a diversi artifizi narrativi, determinando delle distorsioni rispetto alla sequenza meramente cronologica. Ad esempio, con la prolessi l’autore anticipa al lettore la conoscenza di fatti che sulla linea temporale verranno solo dopo. Viceversa, l’analessi (o flashback) è la narrazione posticipata di fatti che sulla linea temporale venivano prima. In questo senso, l’intreccio si contrappone alla fabula che è invece l’insieme degli avvenimenti che si svolgono seguendo un ordine logico-cronologico che a loro volta compongono una narrazione, considerati nei loro rapporti interni. Fabula ed intreccio: analogie e differenze Fabula ed intreccio, spesso indicati ambiguamente come ”trama”, mettono in evidenza il rapporto dinamico che c’è tra tempo della storia (cioè la temporalità relativa ai fatti narrati) e il tempo del racconto (cioè la temporalità relativa all’enunciazione della storia, alla sua messa per iscritto). Sulla base del rapporto tra questi due diversi orizzonti temporali, è possibile comprendere la possibilità di una distorsione temporale in narrativa. Un esempio può essere il romanzo giallo che rappresenta il tipico caso di rapporto non parallelo tra fabula ed intreccio. Ogni autore, però, ha la libertà di scegliere in quale ordine rappresentare i fatti narrati nel suo testo: può descrivere gli avvenimenti seguendo scrupolosamente il loro ordine cronologico, oppure può decidere di anticipare alcuni eventi futuri o spiegare alcuni eventi passati poiché in un testo narrativo la successione degli eventi non deve rispondere per forza né ad un ordine logico di successione consequenziale, né ad un ordine cronologico di successione temporale. L’autore deciderà di raccontare una storia rispettando la fabula, cioè senza alterare l’ordine naturale degli eventi oppure stravolgere l’ordine, montandoli in modo originale. La fabula è l’ordine reale di una storia, mentre l’intreccio è l’ordine narrativo della storia, deciso dall’autore. E’ chiaro quindi che la fabula è un dato di fatto, rappresenta cosa accade (e le cose accadono in ordine cronologico, le cause prima degli effetti); l’intreccio, invece, è una scelta dell’autore che decide come raccontarci ciò che accade. Se un autore decide di mantenere l’ordine cronologico degli avvenimenti così come sono avvenuti, allora nel suo testo l’intreccio coincide con la fabula e si parla anche di ”intreccio lineare”. Quando ciò avviene, gli eventi della trama sono narrati secondo un rapporto consequenziale di causa-effetto, così come avviene nella realtà.   Fonte immagine: Pixabay.

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Apologia del fascismo: una legge presente per non rifare gli errori passati

L’apologia del fascismo, nell’ordinamento giuridico italiano, è un reato previsto dall’art. 4 della legge Scelba attuativa della XII disposizione transitoria e finale della Costituzione. Questa legge fu attuata nel 1952, nel momento di maggiore tensione sociale degli anni del centrismo, l’assedio ideologico – da cui esso si sentiva stretto, da parte delle opposizioni di destra e di sinistra – spinse il governo a richiamarsi a questa esigenza: un comitato interministeriale presieduto da Mario Scelba fu incaricato dal governo De Gasperi di coadiuvare il ministro Attilio Piccioni nell’aggiornare la legislazione circa la sicurezza del Paese. Verso la legge n. 645/1952 sono state a più riprese sollevate questioni di legittimità costituzionale, poiché si è sostenuto che la norma di fatto negherebbe a una categoria ideologica, o meglio ai possibili sostenitori di una fazione politica, i diritti dichiaratamente garantiti dalla Costituzione in termini di libertà associativa e di libertà di manifestazione del pensiero. La questione fu oggetto di animatissime polemiche politiche quando sempre più esponenti del Movimento Sociale Italiano di Arturo Michelini venivano politicamente e giudiziariamente accusati di questo reato. Fu perciò nel 1956, in occasione di quasi simultanei procedimenti per apologia del fascismo (presso il Tribunale di Torino, la Corte d’appello di Roma e la Corte d’appello di Perugia), che fu adita la Corte Costituzionale, la quale si espresse nella nota sentenza del 16 gennaio 1957. Apologia del fascismo: gli avvenimenti nel corso degli anni Da anni ormai l’ordinamento giuridico italiano possiede una norma per sanzionare l’apologia del fascismo, ma l’applicazione di quest’ultima, dall’ultimo ritocco del 1975, è risultata nel corso degli anni farraginosa ed eccessivamente discrezionale. Mentre si discute di censura nel web, in questi ultimi anni ci sono state innumerevoli occasioni in cui si sono presentate manifestazioni di orientamento fascista; possiamo ricordare lo striscione degli ultras della Lazio, la manifestazione in memoria di Sergio Ramelli, il concerto nazi-rock organizzato da Veneto Fronte Skinheads in un padiglione del comune di Cerea o anche le disavventure della famiglia Mussolini sui social network. Col passare del tempo spesso ci siamo ritrovati di fronte al tema dell’estrema destra e di fronte al problema dell’atteggiamento che una comunità democratica come la nostra dovrebbe riservare a manifestazioni nostalgiche che si attuano nei confronti di ideologie totalitarie come il fascismo. Uno degli ambiti in cui la giurisprudenza italiana fatica a trovare un’interpretazione uniforme è sicuramente quello che riguarda il saluto romano. Ma ciò è regolato, oltre che dalla Legge Scelba, anche dalla Legge Mancino del 1993 che all’articolo 2 punisce ”chiunque, in pubbliche riunioni, compia manifestazioni esteriori od ostenti emblemi o simboli propri o usuali” di organizzazioni, associazioni o movimenti ”aventi tra i propri scopi l’incitamento alla discriminazione o alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi”. La differenza sostanziale tra le due leggi è che entrambe condannano l’apologia del fascismo, ma la legge Scelba è considerata più specifica poiché vieta la ”riorganizzazione del disciolto partito fascista” e prevede muta e reclusione in caso di violazione della norma. Tuttavia però ambedue le leggi devono garantire il […]

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