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Eroica Fenice

La categoria Culturalmente contiene 83 articoli

Culturalmente

Il Museo del Prado a Madrid compie 200 anni

Buon compleanno al Museo del Prado: 200 anni del museo più visitato al mondo! Dedichiamo la nostra attenzione al Museo del Prado ubicato a Madrid, perché oltre ad essere uno dei più grandi e famosi musei al mondo, nel 2019 festeggia i 200 anni dalla sua apertura. Il Museo del Prado racchiude una delle più importanti collezioni europee di pittori di diversa nazionalità che con la loro arte hanno reso celebre la pittura europea. Visitando questo museo spagnolo, si possono ammirare molteplici opere di artisti italiani come Caravaggio, Tiziano e Raffaello ed artisti europei provenienti dalla Spagna, dalla Germania e dai Paesi Bassi. Voluto dal re di Spagna Carlo III, che lo concepì inizialmente come museo di storia naturale, doveva essere la massima espressione architettonica dell’Illuminismo e del Neoclassicismo spagnoli. Al novembre 1819 risale la data di apertura del Museo del Prado denominato allora come Museo Real de Pinturas: la struttura del museo era nata per imitazione del Museo Louvre e destinato ad ospitare i pezzi più pregiati della collezione reale dei Borbone di Spagna. Le opere principali conservate al Museo del Prado Il Museo del Prado è un luogo ideale per coloro che sono appassionati dell’ arte soprattutto pittorica e per tutti gli esperti del settore che hanno la possibilità di confrontarsi con opere d’arte europee di grande rilievo, frutto di una sapiente tecnica artistica di pittori come Velasquez, Goya, El Greco, Ribera, Rubens, Raffaello, Tiziano e Caravaggio. Le opere d’ arte più famose sono Las Meninas dell’autore Velazquez che decide con questo dipinto di ritrarre la famiglia reale in maniera anticonvenzionale. Sullo sfondo del dipinto si nota il pittore Velazquez che ha lo sguardo rivolto ai visitatori del Museo del Prado. Alle spalle del pittore vi è il re e la regina in posa quindi è come se chi ammira il dipinto si trovasse nel momento in cui Velazquez dipinge il ritratto dei reali. La deposizione della croce di Van Der Weyden ritrae il corpo martoriato di Gesù Cristo. La posizione di Gesù e della Vergine Maria sono dipinti in un atteggiamento familiare e pieno d’ amore che simboleggia il legame materno e la sofferenza della Vergine Maria che è dipinta con il volto distrutto dal dolore per la morte del figlio. Ecco i 3 capolavori italiani presenti tra i numerosi dipinti del museo spagnolo del Prado Davide e Golia di Caravaggio, L’andata al Calvario di Raffaello e Carlo V a cavallo di Tiziano. Il quadro di Caravaggio fa parte delle opere che il pittore realizzò nell’ultimo periodo della sua vita. La grande maestria per cui Caravaggio è un pittore molto famoso è quella di adoperare la tecnica delle luci e delle ombre, il celebre chiaroscuro caravaggesco, che gli permette di dipingere con realismo l’espressione del viso di Golia che è stato decapitato. I contrasti di luce con colori scuri rendono la vicenda narrata dall’artista quasi un racconto teatrale sembra proprio che l’intento di Caravaggio fosse quello di mettere in evidenza che la luce (intesa come Grazia del […]

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Culturalmente

Frasi d’amore in francese: parole attraverso la lingua del romanticismo

Se c’è una lingua che più di tutte si presta a parlare d’amore e ad esprimere sentimenti ed emozioni romantiche, quella lingua è il francese. Molti scrittori, poeti ed intellettuali, nel corso degli anni, hanno usato il francese per esprimere i loro messaggi d’amore. Ecco una serie di frasi d’amore in francese, aforismi che contengono all’interno di quelle parole tutta la passione e la dedizione tratte dai più celebri personaggi di tutti i secoli. Frasi d’amore in francese: le più intense e toccanti Toi que j’aime, je t’aime sans passé, je t’aime sans connaitre l’avenir, mais je t’aime comme je respire. (Ti amo, ti amo senza passato, ti amo senza conoscere il futuro, ma ti amo come respiro), Xavier de Montépin. Depuis que je t’aime, ma solitude commence à deux pas de toi. (Da quando ti amo la mia solitudine inizia a due passi da te), Jean Giraudoux. Aimez, aimez; tout le rest n’est rien. (Amate, amate; tutto il resto non conta), Jean De La Fontaine. Je t’aime mille et mille fois mieux qu’on n’a jamais aimé. (Ti amo mille e mille volte meglio di quanto non si sia mai amato), Eléonore de Sabran. C’est à partir de toi que j’ai dit oui au monde. (É a partire da te che ho detto sì al mondo), Paul Eluard. Partons, dans un baiser, pour un monde inconnu. (Partiamo, in un bacio, per un mondo sconosciuto), Alfred de Musset. Elle disait je t’aime et je disais je t’aime! Elle disait toujours et je disais toujours. (Lei diceva ti amo ed io dicevo ti amo. Lei diceva sempre ed io dicevo sempre), Victor Hugo. Aime-moi, car, sans toi, rien ne puis, rien ne suis. (Amami, perché, senza te, niente posso, niente sono), Paul Verlaine Je n’ai qu’un instant. Je t’envoie l’éternité dans une minute, l’infini dans un mot, tout mon coeur dans: je t’aime. (Ho solo un momento. Ti mando l’eternità in un minuto, l’infinito in una parola, tutto il mio cuore in questo ”ti amo”), Victor Hugo. Des milliers et des milliers d’années ne sauraient suffire pour dire la petite seconde d’éternité où tu m’as embrassé, où je t’ai embrassée. (Milioni e milioni di anni non mi daranno ancora abbastanza tempo per descrivere quel piccolo istante dell’eternità in cui mi abbracciasti ed io ti abbracciai), Jacques Prévert. Vous qui pénétrez dans mon coeur, ne faites pas attention au désordre. (Tu che entri nel mio cuore, non far caso al disordine), Jean Rochefort. Rappelle-toi toujours que je t’aime pour l’éternité. (Ricorda sempre che ti amo per l’eternità), Maxime Du Camp. Je ne sais où va mon chemin, mais je marche mieux quand ma main serre la tienne. (Non so dove vada la mia strada, ma cammino meglio quando la mia mano stringe la tua), Alfred du Musset. Mais ce qu’a lié l’amour même, le temps ne peut le délier. (Ciò che ha legato l’amore, il tempo non lo può slegare), Germain Nouveau. Je t’aime si tendrement que jamais tu ne pourras m’oublier. (Ti […]

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Culturalmente

Medicina tradizionale cinese: tutto ciò che c’è da sapere

La medicina tradizionale cinese è una tipologia di medicina nata nel bacino del Fiume Giallo oltre 2500 anni fa: questa pratica comprende varie forme di fitoterapia, agopuntura, massaggio (tuina), esercizio (qigong) e terapia dietetica. Il principio fondamentale della medicina tradizionale cinese è che ”l’energia vitale del corpo (qi) circola attraverso dei canali chiamati meridiani che si ramificano collegandosi agli organi e alle funzioni corporee”. Questo tipo di medicina si basa su un’interpretazione della fisiologia e dell’anatomia che non ha nessun riscontro medico ed empirico, ma si basa principalmente su principi filosofici; proprio per questo motivo essa rientra nella classe della ”medicina alternativa”. Medicina tradizionale cinese: strumenti e fondamenti principali La medicina cinese è differente da quella occidentale per il suo approccio olistico, in base al quale le malattie e le disfunzioni fisiche sono correlate agli aspetti psichici e spirituali della persona che ne soffre. Ne deriva un preciso sistema di collegamenti che fa uso di termini come Qi, Yin e Yang, Meridiani, Cinque Fasi… La medicina cinese si basa su un approccio deduttivo che mette al principio del proprio sistema terapeutico il fondamento filosofico del Tao, ossia l’Uno primordiale, situato oltre il tempo e lo spazio, da cui tutto ha origine. Il Tao si esplica in una coppia di forze complementari, una passiva e l’altra attiva, che dividendosi a loro volta, sono giunte a permeare ogni singolo elemento del creato. L’armonia universale del macrocosmo, a cui nel microcosmo corrisponde la salute dell’organismo umano, consiste nell’equilibrio tra queste forze parziali. Rielaborata e aggiornata, la medicina tradizionale oggi viene insegnata nelle università cinesi e praticata negli ospedali accanto alla medicina convenzionale. Essa ricorre principalmente ai seguenti strumenti terapeutici: la diagnostica energetica che consiste in un sistema di esame del paziente che usa come punti diagnostici polsi, occhi, cute, lingua o chiedere al paziente come si sente e altri simili; la farmacologia cinese che utilizza piante, minerali e animali in diverso modo da quello della medicina convenzionale; l’agopuntura, ovvero l’introduzione di sottili aghi in particolari punti dei meridiani, dove scorre l’energia; il massaggio che può agire sul sistema tendino-muscolare, osteo-articolare, dei meridiani e dei singoli punti di agopuntura; la ginnastica medica: il paziente esegue esercizi, sia lenti che vigorosi, coordinati ad una corretta respirazione. Sono inoltre previste tecniche complementari tra cui: la moxibustione ottenuta stimolando i punti di agopuntura col calore di un cannello di erbe (generalmente artemisia) infiammato chiamato moxa; la coppettazione: sulla pelle del paziente vengono applicate delle ”coppette”, dopo che l’aria al loro interno è stata riscaldata, in questo modo si crea una pressione negativa che solleva la cute come una ventosa; la digitopressione che interviene sui punti dei meridiani da trattare con la semplice pressione delle dita. Al giorno d’oggi esistono molti nuovi approcci della medicina tradizionale cinese che vanno dalla stimolazione elettrica (o laser), all’integrazione con altre terapie alternative come fitoterapia, omeopatia, fiori di Bach, osteopatia, yoga e shiatsu. Vasta ed ampia è la medicina tradizionale come vasta ed ampia è la cultura cinese. Fonte immagine: https://best5.it/post/medicina-cinese-i-5-concetti-fondamentali-2/

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Riflessioni culturali

Sognare parenti morti, tra superstizione e psicologia

Sognare parenti morti si annovera tra i tipi di sogno che più sanno suscitare curiosità, inquietudini e domande. L’interpretazione dei sogni è una pratica antichissima e suggestiva, legata tanto a precise correnti culturali e religiose quanto all’innata curiosità dell’uomo, che si interroga da sempre sulla causa e sul significato da attribuire a ricordi, immagini e situazioni che popolano il suo sonno. In realtà quasi mai i sogni che animano le nostre notti passano inosservati dinanzi alla nostra attenzione, ma è indubbio che sognare parenti scomparsi faccia particolarmente leva sulla nostra emotività, scatenando interrogativi e perplessità. Sognare parenti morti: tre possibili interpretazioni Numerose e differenti le interpretazioni da attribuire al sognare parenti morti. La maggior parte degli psicologi che si occupano di decifrare l’attività psichica resa celebre dagli studi sull’inconscio di Freud concorda sul fatto che sognare parenti defunti sia sintomatico della nostalgia e dell’attaccamento che si prova per un caro scomparso, e che appartenga a un processo di metabolizzazione del lutto. Soprattutto se la scomparsa del parente è recente, sognare la persona defunta in vita palesa un dolore ancora non elaborato, che sta causando turbamento profondo e talvolta non cosciente. Oggi la psicologia tende a differenziare l’atto di sognare parenti morti in tre categorie: 1.Sognare parenti morti che parlano: Sognare un familiare scomparso nell’atto di dirci qualcosa denota la necessità di ricevere un consiglio da una persona fidata per una scelta delicata che non ci si sente pronti a prendere. Nella cultura popolare, se si sogna un parente morto che parla bisogna accogliere il consiglio, che procaccerà fortuna e una buona sorte. 2.Sognare parenti morti vivi: Un sogno simile è spia inequivocabile della nostalgia e della non accettazione per la lontananza di una persona, che si vorrebbe ancora vicina. Quando la dipartita del parente in questione è recente e non si ha ancora avuto il tempo di elaborarla consciamente, può capitare di sognarlo ancora vivo e vicino a sé. 3.Sognare parenti morti arrabbiati o che piangono: Soprattutto se il familiare in questione è associato a una nostra idea di saggezza e di coscienza, se si attraversa una fase della propria vita in cui si percepisce senso di colpa o di fallimento per qualcosa, sognare un parente morto arrabbiato o dispiaciuto potrebbe significare proiettare fuori di sé il proprio bisogno di una guida solida. Sia la cultura popolare sia la psicologia si interessano da sempre allo spettro di significati legati al sognare parenti morti. Molte interpretazioni legate alla scaramanzia e al folclore lo associano a una premonizione di buona sorte e di una fortuna che è in procinto di capitarci. Ancora la cultura popolare insiste sul prestar fede a eventuali parole o raccomandazioni pronunciate dalla persona scomparsa nel sogno: esse avranno un corrispettivo nella realtà, sono profezie cui credere oppure indicazioni per occasioni o guadagni fortunati. Un numero suggerito da un parente morto in un sogno deve necessariamente essere giocato perché arrecherà grandi fortune. La psicologia, a cui in questa sede consigliamo di dare ascolto, insiste invece su un altro genere di […]

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Riflessioni culturali

La legge di Dirac e la correlazione quantistica

La legge di Dirac riguarda una particolare teoria della meccanica quantistica e descrive un’equazione d’onda relativa al moto dei fermioni (particelle dotate di spin – unità di misura quantica – seminterno). La legge di Dirac e una sua “deformazione” amorosa Spesso la legge di Dirac viene confusa con una “equazione amorosa” arbitraria, che non ha a che fare con la vera equazione della correlazione quantistica (in inglese “quantum entanglement”). La definizione in questione è, pressoché, la seguente: “Due (o più) sistemi che dapprima interagiscono tra loro e poi si trovano separati (per un qualsiasi motivo), non possono più essere descritti come sistemi distinti, ma devono essere considerati come un unico sistema, risultante della sovrapposizione dei dati sistemi; qualunque sia la distanza dei due sistemi, quindi, essi continueranno ad “influenzarsi” vicendevolmente, restando di fatto correlati”. Essa è corretta da un punto di vista linguistico e affettivo e ripercorre, grosso modo, il corretto concetto fisico-matematico che Dirac esprime con la sua equazione (nella cui costruzione formulare, fra l’altro, non si accenna né alle oscillazioni né al fenomeno di correlazione, ma ci si rivolge al comportamento particellare all’interno del “mare di quanti”); il punto è: Paul Dirac costruisce le sue ipotesi e formule in un contesto infinitesimale – parla dei fermioni, particelle infinitesimali di materia – e non di macrostrutture organiche umane o di neuroscienza; in altre parole, quindi, la legge di Dirac è valida solo per i sistemi quantistici (nulla dice sugli ordini macroscopici e macrocellulari). La spiegazione per cui due persone che hanno compiuto – o che stanno compiendo – un percorso insieme di vita e di amore si trovano arricchiti l’uno della prospettiva (o di un elemento, fosse anche uno solo, appartenente al corredo cognitivo-comportamentale) dell’altro, risiede piuttosto in una delle tante dimostrazioni pratiche delle teorie antropo-psico-pedagogiche e, per taluni aspetti, legata a questioni proprie della neuroscienza. L’innamoramento come coesione, imitazione, influenza reciproca L’influenza che una persona ha su di un’altra condiziona in maniera più o meno evidente il comportamento dell’uno e dell’altro. Chi, con reazioni di accomodamento o di repulsione, può dire di non essere condizionato, nell’uno o nell’altro caso, da variabili tanto esterne (quali l’ambiente), tanto interne (quali le proprie emozioni)? Proprio al riguardo della forza di attrazione, anche inconscia, a cui è sottoposta vicendevolmente la psiche degli innamorati, tante teorie psicoanalitiche si esprimono; resterà, insomma, sempre nel cuore dell’uno e dell’altro, e nelle loro menti, la particella infinitesimale della loro essenza e chi non ha provato almeno una volta nella vita questa sensazione? La bellissima sensazione di appartenenza all’affetto. Scambiarsi vicendevolmente, per gli innamorati – ma allarghiamo il discorso dell’amore erotico  esclusivo a tutte le forme d’amore affettuose – particelle del proprio io, diviene condivisione dell’esperienza vitale che reca in se stessa l’eco del “per sempre”. Allora, in questi termini, parlare di correlazione, viene da sé, e correttamente; ma la legge fisica di Dirac (e non la sua affermazione e deformazione “amorosa”, si badi) è altra cosa. La legge di Dirac: la formulazione corretta dell’equazione d’onda La corretta […]

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Culturalmente

Pentesilea, la regina delle Amazzoni

La mitologia greca è il luogo in cui è possibile incontrare i personaggi dai caratteri più disparati. L‘Illiade, il poema epico fulcro della letteratura greca e di quella futura, tradizionalmente attribuito ad Omero, oltre alla narrazione delle vicende della guerra tra greci e troiani, è costellata da un universo di personaggi secondari, dalle fugaci e talvolta indimenticabili apparizioni. Personaggio sicuramente singolare e intrigante è Pentesilea, regina delle Amazzoni, che in seguito alla morte di Ettore, eroe di parte troiana, accorre in aiuto a questi ultimi contro il temibile Achille, dal quale verrà a sua volta uccisa. Secondo alcuni tale mito trarrebbe le sue primordiali origini dal Aithiopìs di Arktinos. Scopriamo insieme la storia di Pentesilea, la regina delle Amazzoni. Pentesilea, regina delle Amazzoni Le Amazzoni erano, secondo la leggenda, un popolo di donne guerriere, che abitavano la Scizia, antica regione dell’Asia Minore. Pentesilea, nel decimo anno della guerra di Troia, si troverà a soccorrere col suo esercito il popolo troiano, in svantaggio a causa della morte del loro eroe, Ettore, nonostante secondo il padre Piramo, i due popoli fossero stati un tempo nemici. Se il mito vuole che, nonostante lo scompiglio dovuto all’arrivo di Pentesilea, quest’ultima cadesse vittima dell’eroe Acheo Achille, secondo una variante, fu Achille ad essere colpito a morte dalla regina e in seguito resuscitato da Zeus grazie all’intercessione della madre Teti. La regina delle Amazzoni, prima del suo intervento nella guerra di Troia, porta con sé un passato tragico e di sciagura; fu infatti l’assassina della sorella Ippolita, morta durante il matrimonio di Fedra e Teseo, trafitta per errore da una lancia tirata da Pentesilea che per questo si ritiene l’inventrice dell’ascia da guerra e dell’alabandra. Per purificarsi dal misfatto, la regina si rifugiò a Troia presso Priamo. Ma al suo arrivo lo scenario era devastante, e Ettore già cadavere. Fu inoltre condannata da Afrodite ad essere violentata da tutti gli uomini che avesse incontrato, motivo per il quale si coprì con un’armatura, sinonimo della sua audacia e tenacia nonostante i fati avversi. La condanna degli dei però la seguì anche dopo la morte; una volta trafitta da Achille si narra infatti che quando questi scoprì la sua vera natura, sfilandole l’elmo, se ne innamorò nel momento stesso in cui le toglieva la vita, e per questo non potette fare a meno di violarne le spoglie in atto di necrofilia. Si narra inoltre che Achille uccise con un solo pugno Tersite che lo avrebbe deriso per l’atto abominevole; ciò provocò l’ira dei greci, e il cugino Diomede vendicò Tersite gettando il corpo di Pentesilea in pasto ai pesci. Pentesilea, come degna regina delle donne guerriere, prima di essere trafitta dall’eroe acheo, combatté con onore al fianco dei troiani, uccidendo innumerevoli avversari greci. La fortuna del mito di Pentesilea La fortuna della regina delle Amazzoni è indiscussa e continua fino alla contemporaneità. Innumerevoli gli autori che ne hanno ripreso il mito nonché la storia, talvolta riadattandola. Dante la cita nel Limbo tra i grandi spiriti. Boccaccio ne riprende le vicende nel De mulieribus […]

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Culturalmente

Lo Shintoismo e l’adorazione del Kami

Lo scintoismo o shintoismo è una religione politeista e animista originaria del Giappone. Potrebbe essere classificata come la prima forma religiosa della nazione, venuta al mondo antecedentemente al Buddhismo. Essa prevede il culto e l’adorazione dei kami, parola giapponese che sta ad indicare un dio, una divinità, o uno spirito. I kami possono legarsi ad elementi del paesaggio, forze della natura, esseri e qualità che questi esprimono; possono anche essere spiriti di persone venerate. Molti infatti sono considerati antichi antenati di interi clan. Persino gli imperatori possono essere o diventare kami. Suddetti spiriti non si distanziando dal mondo naturale o fisico, bensì ne fanno parte, con tutte le positività e le negatività che questo comporta. Sono manifestazioni di musubi (結 び) l’energia di interconnessione dell’universo, e considerati esemplari di ciò a cui l’umanità dovrebbe tendere. Abitano una realtà parallela alla nostra il cui mondo è chiamato shinkai (神 界, “il mondo dei kami”),ed essere in armonia con con loro vuol dire esserlo con la natura stessa. Sei caratteristiche che definiscono il kami Se rispettati i kami nutrono e donano amore, ma ignorarli significherebbe distruzione e disarmonia. L’obbiettivo degli shintoisti deve essere placare lo spirito al fine di ottenere il loro favore ed evitare la loro collera. Vi sono due tipologie di spirito: uno gentile (nigi-mitama) e l’altro assertivo (ara-mitama). I kami non sono esseri visibili, bensì abitano nelle persone che li venerano, nei luoghi sacri e risiedono nei fenomeni naturali. Essi si muovono, visitando luoghi di culto, ma non vi abitano per sempre. Ve ne sono tanti: ci sono 300 diverse classificazioni di kami elencate nel Kojiki (le antiche cronache del Giappone), e tutte con funzioni diverse. I kami inoltre hanno un dovere nei confronti del luogo o dell’idea che abitano. Come i fedeli devono rendere i kami felici, così i kami stessi sono obbligati a fare altrettanto. Classificazione religiosa La religione shintoista è di difficile classificazione. Molti la accostano all’animismo, ma la mitologia la definisce una religione politeista dai tratti sciamanici. La preoccupazione primaria tra le sue linee di pensiero non risiede nella vita dopo la morte, bensì trovare pace e armonia in questo mondo piuttosto che in quello successivo. Lo shintoismo non possiede rigidi dogmi o luoghi santi da adorare al vertice di ogni cosa, tanto meno preghiere da ripetere con costanza. E’ piuttosto una collezione di rituali e metodi, intesi a mediare le relazioni tra gli esseri umani e i kami. Intreccia le sue radici con quelle del buddhismo, poiché le due religioni hanno esercitato una profonda influenza l’una sull’altra per tutta la storia del Giappone, ma è stata influenzata anche dal contatto con le religioni straniere, soprattutto cinesi. Da notare per esempio, che la parola Shinto è essa stessa di origine cinese. E’ necessario sottolineare però quanto questa religione non sia “gelosa” dei suoi fedeli: questo per dire che si può essere sia shintoisti che buddisti, oppure seguire altre religioni senza garantire alcun vincolo di fedeltà ad una soltanto. Queste caratteristiche conferiscono allo Shintoismo un carattere di completezza semplice […]

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Riflessioni culturali

TED talk: come affrontare la paura del rifiuto

La paura del rifiuto è tra le più comuni, frequenti e limitanti: è interiorizzata, è difficile da comunicare e bisogna farci i conti tutti i giorni, in ogni ambito della vita quotidiana. Tra i TED talks, numerosissimi sull’omonima pagina, c’è però un interessante e divertente dibattito su come affrontarla. TED talks: cosa sono Una tra le piattaforme streaming gratuite più interessanti e originali degli ultimi anni è sicuramente la TED, che diffonde i dibattiti affrontati nelle conferenze annuali, prima limitate agli Stati Uniti ed ora diffusisi in tutto il mondo. Alla base dell’iniziativa ci sono eventi non-profit, speakers senza compenso e registrazioni complete degli incontri. La sua missione è indicata nella formula “ideas worth spreading”, idee che vale la pena di diffondere: si spazia dalla scienza e dalla tecnologia alla crescita personale e al senso d’identità. I relatori delle lezioni provengono, quindi, da esperienze straordinarie e studi molto differenti. Tra i più celebri Bill Clinton, ex presidente degli USA, il Premio Nobel per la medicina James Dewey Watson, il cofondatore di Wikipedia Jimmy Wales e il fondatore di Microsoft Bill Gates. Accanto a questi grandi nomi, però, si presentano persone comuni, rappresentanti di fatti degni di conoscenza. Questi dibattiti sono spesso di ispirazione e di incoraggiamento e sono un’ottima modalità per la trasmissione veloce e divertente di notizie e idee sempre interessanti. “Cosa ho imparato da cento giorni di rifiuto” : La paura del rifiuto in un TED talk Jia Jiang, uno dei relatori, ha ottenuto più di 5.700.000 visualizzazioni nel suo dibattito riguardo la paura del rifiuto, dimostrazione di quanto questa sia temuta da molti di noi. Raccontando la sua esperienza, riconosce la nascita della sua patologia in un esperimento avvenuto alla scuola elementari in cui l’insegnante aveva tentato di incoraggiare i compagni a farsi complimenti tra di loro: arrivato il suo turno, però, nessuno aveva cose carine da dirgli e lui si sentì pubblicamente umiliato. Con il tempo è cresciuto volenteroso e ispirato, grazie soprattutto a un discorso di Bill Gates che lo motivò rispetto al suo futuro ma ogni volta che aveva idee nuove e buoni propositi si sentiva bloccato da quel bambino di sei anni che aveva paura di non sentirsi accettato. Così, intento a svincolarsi dai suoi stessi ostacoli, finisce su un sito online, “Rejection therapy”, ed accetta la sfida proposta: andare in giro per trenta giorni alla ricerca di rifiuti, per desensibilizzarsi dal dolore. Crea quindi un blog dedicato a questo suo nuovo esperimento e comincia a fare le proposte più assurde. Alla prima – farsi prestare 100 dollari da uno sconosciuto – reagì fuggendo, sconvolto dalla negazione ricevuta. Continuò chiedendo al cameriere di una paninoteca se fosse possibile riempire di nuovo il suo hamburger e questa volta, nonostante il rifiuto, tentò di spiegarsi. Ma la vera svolta avvenne quando, entrato in un negozio di dolci, chiese alla pasticcera se fosse possibile una ciambella a forma di simbolo olimpico. Lei, dopo quindici minuti, gli consegnò proprio quello che aveva richiesto. Ciò lo spinse a […]

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Dulce et decorum est pro patria mori: i due volti della guerra

Dulce et decorum est pro patria mori è l’icastica esortazione al coraggio incastonata nell’ode 2 del III libro dei Carmina di Orazio. L’ode ripropone un tema già caro alla lirica greca di età arcaica e in particolare all’elegia dello spartano Tirteo. L’ode oraziana, così come l’elegia contenuta nel frammento 10 West, propone una visione della guerra che affonda le sue radici nella cultura spartana e che si è rafforzata nei secoli di guerre che Roma ha combattuto per proteggere ed espandere i propri confini, per affermare se stessa e il proprio dominio su buona parte del mondo conosciuto: la patria richiede il sangue e il sacrificio dei suoi cittadini e quindi “dulce et decorum est pro patria mori” (dolce e bello è morire per la patria). A chi fugge davanti al pericolo, a chi abbandona la sua patria nella speranza di mettere in salvo se stesso e i propri cari dalla guerra spetta solo la vergogna, colui che, vile, nega il proprio sacrificio alla patria: “insozza la sua stirpe, guasta la figura, ogni infamia lo segue, ogni viltà” (Tirteo, fr. 10 West). Questo tipo di retorica ha senso in un tipo di società, come quella spartana o romana, in cui fare la guerra è un diritto che spetta solo a chi è cittadino a pieno titolo, in cui il coraggio è uno status, la più importante delle virtù e la viltà una colpa imperdonabile, una macchia indelebile. Allora “Giacere morto è bello, quando un prode lotta per la sua patria e cade in prima fila” tuona Tirteo (fr. 10 West) e secondo Orazio “raro antecedentem scelestum deseruit pede Poena claudo” (raramente la Pena, seppur zoppa, lascia scappare lo scellerato che fugge). Questo messaggio rimbalza nei secoli e attraversa varie epoche. Durante la Rivoluzione francese o il Risorgimento italiano questa retorica conserva intatta la sua potenza pur riempendosi di contenuti diversi: morire per la patria è bello quando c’è da difendere un ideale, da combattere per la libertà. Quando però, agli inizi del ‘900, a chiamare al sacrificio saranno il colonialismo più avido e il nazionalismo superbo e aggressivo, allora la poesia non sarà più propaganda esortativa, ma lamento, canto di morte, testimonianza dell’orrore. Da Tirteo a Owen, la vecchia bugia del dulce et decorum est pro patria mori Sul finire del primo conflitto mondiale che ha stroncato vite, versato sangue, strappato figli alle proprie madri, mariti alle proprie mogli, padri ai propri figli, Wilfred Owen, in un testo pubblicato postumo nella raccolta Poems, sbatte in faccia alla fanatica militarista Jessie Pope quanto dulce et decorum est pro patria mori sia una old lie, una vecchia bugia.  E lo fa nel modo più efficace possibile: scolpendo con le parole l’immagine della morte più atroce possibile, l’asfissia da gas. Dal verde appannato di una maschera antigas Owen ci descrive un compagno che muore annegato nel gas, gli “occhi bianchi contorcersi nel suo volto,/il suo volto abbassato, come un diavolo stanco di peccare […] il sangue/ che arriva come un gargarismo dai polmoni rosi […]

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Riflessioni culturali

Azazel: enigmatico angelo caduto tra mistero e tradizione

Azazel è da sempre fonte di mistero, di curiosità, di interrogativi. Non è un caso se, ancora oggi, gli studiosi non sono ancora d’accordo su nessun aspetto che lo riguarda. Azazel, in aramaico רמשנאל, ebraico עזאזל, Aze’ezel, ‘ăzaz’ēl ed in arabo عزازل, Azazil, è un nome enigmatico citato nei testi sacri ebraici e in quelli apocrifi. Etimologia e morfologia L’etimologia è alquanto discussa: è presente nelle varianti Azael, Aziel, Asiel e anche con gli appellativi Rameel e Gadriel, in babilonese è detto anche Zazel, Samyaza, Samyazazel, Shamgaz, Shemyaza/Shamyaza/Shemihazah/Shamash in sumero Utu o Babbar, in accadiano Samas, Ashur in assiro. Il nome Azazel, con cui è diffuso maggiormente, si crede significhi “Colui che è più potente di Dio“, dall’ebraico ‘ăzaz (“è forte“), ed ’ēl, (“Dio“). Un’altra teoria usa ‘āzaz nella sua forma più metaforica di “sfrontato” o “impudente” e quindi “impudente verso Dio“. Altri studiosi sono convinti che le genesi del nome vada ricercata nella parola ebraica asasèl che a sua volta deriva da es, “capra”, e dal verbo asàl, “andarsene”, e che rimanda alla vicenda biblica del capro inviato nel deserto dal sommo sacerdote nel Giorno delle Espiazioni (Levitico XVI, 3-31). Ci troviamo, pertanto, catapultati nella dimensione dello spirituale, dell’occulto quando, per qualsivoglia motivo, ci imbattiamo nel nome “Azazel”. Come per il nome anche la fisionomia di Azazel, derivata da varie interpretazioni, è mutata nel corso degli anni. Nel Dictionnaire Infernal di J.A.S. Collin de Plancy (Parigi 1818), esso è rappresentato come un demone morfologicamente simile a un capro che impugna uno stendardo. Azazel: tradizioni e varianti Azazel è il “demone dei deserti” nella mitologia ittita, mesopotamica e mazdea ed è anche considerato nel satanismo spirituale il “dio della giustizia e della vendetta”, maestro di arti nere e protettore dei viaggiatori. Nella demonologia moderna, oltre ad essere il capo messaggero dell’armata infernale, è incaricato della sicurezza degli inferi. Si può dedurre, con cognizione di causa, che sia quindi uno dei demoni più potenti ed alcuni lo identificano come uno dei primi angeli caduti che ha seguito il ben più celebre Lucifero. La prima apparizione del nome “Azazel” si trova nel “Libro dei vigilanti“, la prima parte del Libro di Enoch, testo apocrifo di origine giudaica, non accolto negli attuali canoni biblici ebraico o cristiano. Il Libro narra che Azazel, uno dei capi degli angeli ribelli prima del diluvio, insegnò agli uomini i segreti della stregoneria e corruppe i costumi; insegnò loro la guerra e la costruzione di spade e coltelli, mentre alle donne l’ornamento del corpo, l’acconciatura dei capelli e il trucco per il viso. Per questo Dio mandò l’arcangelo Raffaele a punirlo affinché si pentisse ma ciò non accadde. Nell’apocrifo, si legge inoltre che sul Monte Hermon, nel settentrione di Israele, c’era un luogo di ritrovo di demoni, in cui ritroviamo Azazel. “Tutta la terra è stata corrotta dalle opere insegnate da Azazel e ogni peccato va attribuito a lui”(1 Enoc 2:8) Nella Genesi si racconta che la stirpe di Adamo, alla decima generazione, era enormemente cresciuta. Mancando il sesso femminile, gli angeli (“i figli di Dio”), trovarono mogli tra le belle “figlie dell’uomo”. Dall’unione di queste differenti creature sarebbero dovuti […]

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