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Eroica Fenice

La categoria Riflessioni culturali contiene 61 articoli

Riflessioni culturali

Vedi Napoli e poi muori, storia e significato del famoso detto

Ogni persona nel corso del tempo avrà sentito il famoso aforisma «Vedi Napoli e poi muori», che pronunciò il rinomato scrittore tedesco Goethe, rimasto estasiato dalla bellezza, dalla posizione della città e dalle meraviglie spesso decantate di Napoli. Napoli è un insieme di cose, cultura, gastronomia, storia, arte, musica, folklore, tradizioni popolari, ma è soprattutto una città che ha tanto da offrire e tanti tabù da sfatare. Spesso, la frase «Vedi Napoli e poi muori», è utilizzata con accezione negativa, in riferimento alla morte, all’annullamento della vita terrena, ma in realtà essa racchiude in sé molti significati ricchi di spunti d’interpretazione. Il famoso aforisma può essere infatti, metafora di bellezza, di convivialità, ma anche di accoglienza, e soprattutto di rinascita. Una visita a Napoli può regalare una rinascita, una nuova visione del mondo. Vedi Napoli e poi muori, una citazione conosciuta in tutto il mondo «Vedi Napoli e poi muori», è definibile un detto popolare, oltre ad essere una citazione conosciuta in tutto il mondo, nell’ambito della letteratura straniera e naturalmente anche italiana. Sono numerosi i turisti che ogni anno scelgono di trascorrere qualche giorno a Napoli, visitando le sue innumerevoli bellezze, lasciandosi inebriare dal calore che caratterizza la città. Goethe giunse a Napoli nel febbraio del 1787, egli volle conoscere l’Italia, e in particolar modo Napoli, della quale si innamorò scrivendo versi meravigliosi, decantando peculiarità artistiche, storiche e culturali. Scrisse «Vedi Napoli e poi muori», passata alla storia come una delle sue citazioni più importanti, dichiarando di esser profondamente ammaliato dal clima che si respirava in città e dalla “napoletanità”, un refuso che significava e significa ancora oggi, tante cose. Infatti, si può affermare che gli abitanti di Napoli vivono filosofeggiando, dispensando musicalità, oltre che cantata, anche nel modo di esprimersi (infatti il dialetto  napoletano è definito ufficialmente una lingua) accompagnando con il proprio sguardo caloroso, ed il proprio abbraccio festoso, quanti giungono in visita da ogni parte del mondo. Quel diverso modo di vivere, colpì anche Goethe, il quale parlò di una vera e propria attitudine all’esistenza, un modo diverso di intendere la vita, che continua a manifestarsi ancora oggi, definendo unici i napoletani, che guardava con profonda ammirazione, come dichiarò più volte. Dunque, oggigiorno si può dire che Napoli è facile bersaglio di chi spesso la prende di mira, denigrandola, sottolineando i difetti, le mancanze, trascurandone però i pregi. Probabilmente ciò avviene perché conoscere a fondo una metropoli non è un’impresa semplice, ci saranno sempre dei fattori, delle peculiarità che rimarranno sconosciute. Ricordiamo che la denominazione Napoli, deriva dal greco antico Nea polis, ossia città nuova; accezione perfettamente adattabile ad una grande metropoli quale essa è e da utilizzare come aggettivo. Napoli è nuova per tante cose, è nuova per le sorprese che continua a regalare, è nuova per le numerose proprietà linguistiche che acquisisce nel corso del tempo, è nuova perché arricchisce di elementi essenziali prima sconosciuti. Ecco perché, prima di morire, bisognerebbe visitare almeno una volta Napoli, splendida città, vivendo la complessità e anche i […]

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Culturalmente

Philip Roth e Fëdor Dostoevskij: gli spazi discorsivi del “volontario” isolamento di David Kepesh e l’uomo-topo

Philip Roth (Newark, 19 marzo 1933 – New York, 22 maggio 2018) è stato uno degli scrittori statunitensi più noti e premiati della sua generazione, diventato famoso con Lamento di Portnoy, romanzo del ’69 che si presenta come un lungo monologo del narratore, Alexander Portnoy, al suo psicanalista. L’opera è il ritaglio di una “scandalosa confessione” della libertà sessuale e individuale del protagonista. Il percorso letterario di Philip Roth, dai racconti d’esordio Addio, Columbus e i cinque racconti, i seguenti romanzi Lasciarsi andare, Quando lei era buona, e ancora la satira politica con La nostra gang, del 1971, procede con un romanzo dal clima surrealista, Il seno del 1972 nel quale compare il professore David Kepesh. Questi ritorna ne Il professore di desiderio del ’77 e in L’animale morente del 2001. È interessante notare che proprio quest’ultimo libro ha dei punti di contatto con Memorie dal Sottosuolo di Fëdor Dostoevskij, specialmente se facciamo riferimento alla dialettica servo-padrone di hegeliana memoria. Philip Roth e Dostoevskij I romanzi di Dostoevskij sono stati definiti “romanzi polifonici”, accezione bachtiniana, per intendere la voce singolare di un personaggio che è coscienza e autocoscienza, capace di staccarsi dal brusio di fondo. In sostanza essa sa essere una coscienza indipendente dal narratore-autore, “in confronto-contrasto con altre coscienze autonome” [1]. Anche il romanzo di Roth propone un tipo di “dialogicità individuale” meno intermittente, ma allo stesso modo “stratificata”, volta a definire e a reprimere un aspetto caratteriale o pulsionale contenuto inconsciamente. In questo modo il discorso diventa un groviglio di possibilità e di analisi nell’alternanza tra servilismo e dominio sia nei confronti della società per l’uomo-topo, sia per la bellezza femminile e l’immagine feticcio del seno e di Consuela Castillo per Kepesh. David e l’uomo-topo scelgono volontariamente l’isolamento, così padroni del proprio benessere egoistico e “padroni” del proprio vissuto. David è un professore universitario, padrone e vittima della bellezza e della sua inclinazione, liberamente lontano dagli uomini, dalle convenzioni borghesi, pur essendo inserito negli schemi della società. L’uomo-topo invece è la stratificazione di una coscienza che sfila le sue contraddizioni per reprimere la vergogna di non essere come gli altri. Nel romanzo di Roth, il professore risponde alle necessità che la società impone, nonostante cerchi di allontanare la figura di marito e di padre, o di professore perfetto, o di uomo integrato negli ingranaggi del sistema: “Guardammo l’Anno Nuovo che arrivava sulla terra, assistemmo all’inutile isterismo di massa che accompagnò la celebrazione del millenario giorno di San Silvestro. […] L’attesa della catena di orrende Hiroshima che collegassero in una distruzione sincronizzata le antiche civiltà della terra. Ora o mai più. E non accadde. […] La Tv che fa quanto le riesce meglio: il trionfo della banalizzazione sulla tragedia. […] Né bombe che scoppiano, né spargimento di sangue: il prossimo bang che sentirete sarà il boom del benessere e l’esplosione delle borse. La minima chiarezza sull’infelicità resa ordinaria dalla nostra era sedata dallo stimolo grandioso della massima illusione”[2]. Tuttavia, Kepesh e l’uomo-topo non riescono ad abbattere il dominio che la società e […]

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Culturalmente

Il ribelle e la società: “colui che passa al bosco” secondo Ernst Jünger

“Chiamiamo invece Ribelle chi nel corso degli eventi si è ritrovato isolato, senza patria, per vedersi infine consegnato all’annientamento. Ma questo potrebbe essere il destino di molti, forse di tutti – perciò dobbiamo aggiungere qualcosa alla definizione: il Ribelle è deciso ad opporre resistenza, il suo intento è dare battaglia, sia pure disperata. Ribelle è dunque colui che ha un profondo, nativo rapporto con la libertà, il che si esprime oggi nell’intenzione di contrapporsi all’automatismo e nel rifiuto di trarne la conseguenza etica, che è il fatalismo.”[1] La citazione è tratta dal “Trattato del ribelle” di Ernst Jünger (Heidelberg, 29 marzo 1895 – Riedlingen, 17 febbraio 1998), filosofo e scrittore tedesco legato al clima delle due guerre mondiali, alle quali partecipò. Secondo la definizione data dallo scrittore, il Ribelle è colui che vive isolato, opponendosi alla società lobotomizzata e all’ “automatismo” che ne deriva. La figura del “ribelle” sembra “un modo di essere”, un apolide in costante ricerca della libertà che si oppone alla dittatura. Ne consegue, dunque, la ricerca di un cambiamento radicale, che, però, è visto da molti più come un nemico ostile e scomodo, tale da provocare il timore della massa. La dittatura, infatti, si mostra intenzionata, affinché giunga ai suoi scopi lesivi per lo Stato, a servirsi di mezzi quali le schede elettorali al fine di promuovere campagne che non garantiscono i bisogni della società. Il ribelle e la società: liberarsi dagli schemi È il singolo che agisce nel caso concreto, cui occorre ”passare al bosco”, per ritrovare il proprio Io e non essere abbagliato da illusioni  che lo distolgano dalla realtà. Difatti, il corrispettivo titolo tedesco del trattato è “Der Waldgang”, ossia “Colui che passa al bosco”. Infatti, “passare al bosco” significa sostanzialmente liberarsi da tutti “gli schermi” che la società impone. Significa, anche, abbandonare tutti quei bisogni metallici che illudono in vista di un benessere apparente. Inoltre significa conoscere profondamente il proprio Io, scegliendo in questo modo, il proscritto, un ritiro privato, che lo allontani dalle esigenze e dalle illusioni della massa, per avere piena coscienza di sé e della vera libertas. Anche sul piano morale l’individuo presta attenzione alla libertà, unico mezzo per sottomettere la paura.  Egli si sacrifica per la massa per contrastare e attingere  soltanto, individualmente, alle proprie idee di libertà.  Infatti Jünger propone come modello un uomo che guarda al collettivismo, un essere  anarca  che,  tra i singoli individui, obietti a quella dittatura forte dell’ingenuità comune. Il ribelle come resistenza all’automatismo Il “Trattato del Ribelle” è una sorta di anticipazione dei problemi che agiscono nell’ambito sociale odierno, manifestandosi in costumi volgari e opinabili, ben accetti solo a chi si lascia corrompere da affascinanti, ma ambigue, parole. Proprio per questo, lo scenario politico jüngeriano non si differenzia da quello moderno. Vi è un individualismo arrogante e prepotente nello Stato,  legato all’egocentrismo di politici datati e pronti a costruire infondate aspettative in un cambiamento che, nei fatti, non arriva. Secondo Jünger, un cambiamento radicale può coesistere col mutamento della forma della libertà. Questa, infatti, non è nulla di […]

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Culturalmente

Sant’Agostino e la memoria dell’errore: l’io e la vergogna

“Noli foras ire. Intus redi: in interiore homine habitat veritas”, ossia: “non uscire da te stesso, rientra in te: nell’interiorità/nell’intimo dell’uomo risiede la verità”. L’espressione, tratta dalle Confessiones di Sant’Agostino, opera in tredici libri e composta tra il 397-400 d.C., è significativa per comprendere un aspetto molto importante dell’insegnamento di uno dei Padri della Chiesa. L’opera è certamente da inserire nel genere dell’autobiografia, un procedimento assai raro per l’epoca. Eppure Sant’Agostino, partendo dalla consapevolezza del suo peccato, scioglie i nodi delle sue “catene” per arrivare alla piena vicinanza di Dio attraverso una profonda analisi introspettiva: “Voglio ricordare le passate brutture e le devastazioni inflitte dalla carne all’anima: non perché io le ami ma per amare te, Dio mio. È per amore del tuo amore che lo faccio, e ripercorro le vie della mia infamia nell’amarezza di questa rimemorazione: perché tu possa addolcirmela, dolcezza senza inganno, tu felice dolcezza senza angosce. Che mi raccogli dalla dispersione e ricomponi i mille pezzi in cui mi sono frantumato, quando volgendo le spalle all’uno – a te – sono svanito nel molteplice. Vi fu un tempo, l’adolescenza, in cui bruciavo dalla voglia di provare le cose più basse, e fino in fondo: e mi lasciai pullulare una selva di ombrosi amori, e la mia bella forma ne fu devastata e qualcosa marcì dentro di me ai tuoi occhi, mentre a me stesso piacevo e volevo piacere agli occhi degli uomini ”. (Conf. 2,1-2) Dalla lettura di Sant’Agostino si rintracciano non solo i segni della sua conversione. L’opera è un exemplum dell’itinerario dell’uomo alla ricerca di Dio e della verità. È uno studio dell’Io, dell’uomo, della persona. Per cui l’uomo, scavando a fondo,  impara a conoscersi e a riconoscere i segni del bene, sicchè il male non è il contrario del bene, ma una sorta di grado zero del bene, il luogo in cui lo stesso non si completa. In questo modo l’individuo giunge alla pace, alla verità, a Dio. Inoltre la vicinanza con la filosofia platonica è evidente. Difatti Dio sembra essere il sole che illumina la vista per dare la conoscenza e raccoglie in sé la molteplicità, essendo l’Uno. Sicuramente nella letteratura pagana non mancano letture introspettive, come il “conosci te stesso” oraziano, le Metamorfosi di Apuleio, che pure rappresentano la conversione del Madaurense ai misteri della dea Iside. Inoltre lo stesso Anneo Seneca è da contrapporsi alla figura del santo (άγιος , hagios). Difatti il saggio stoico completamente immerso nella vita contemplativa, nell’otium, lascia che la sua vita percorra le vie spinose per giungere alla virtus. Tuttavia bisogna domandarsi che tipo di insegnamento possono dare oggi le Confessiones. Sant’Agostino e la “legge del peccato” L’opera è un percorso che nasce dalla consapevolezza del peccato. Sant’Agostino, dialogando con se stesso e con Dio, si muove quasi verticalmente per espiare il male e purificarsi. La via intrapresa tende tutta alla redenzione, ma per fare questo è necessario prima riconoscersi nella “legge del peccato”. Ad esempio San Paolo nella lettera ai Romani scriveva: “Io so […]

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Cinema & Serie tv

Polytechnique di Denis Villeneuve e il senso nascosto delle cose

Polytechnique (2009) è un film di Denis Villeneuve tratto da un fatto accaduto realmente il 6 dicembre 1989 a Montréal: uno studente, Marc Lépine, uccise quattordici studentesse con un’arma da fuoco all’École polytechnique, per poi suicidarsi.  Chiunque, di fronte ad eventi non consoni all’etica comune (non solo ciò che la legge stabilisce), che si tratti di un prete predatore, di un padre violento, di un pluriomicida, di un razzista, di un coyote, anche di una prostituta, sicuramente, si chiederà «perché l’ha fatto?». In alcuni casi ci sono delle pulsioni così violente tali da eliminare ogni freno inibitore. In altri è questione di soldi, di lavoro. Ancora in altri si parla di motivi politici, o ideologici, che danno luogo a crimini d’odio, probabilmente. Ma in ogni caso la domanda resta accesa come una spia rossa: «allora, perché l’ha fatto?». La risposta sembra apparire sin dall’inizio del film, trascinata da un primo piano di un’opera ben nota di Pablo Picasso: la Guernica. L’artista spagnolo realizzò l’opera per denunciare le insensatezze della guerra. Guernica fu una cittadina spagnola usata come esperimento bellico dai tedeschi in un lontano aprile del 1937, in cui vi morirono specialmente donne e bambini. Il quadro è un chiaro esempio di come tutta quella strage, la guerra che si trascina in una sola voce senza riverberi, sia sostanzialmente priva di senso. Il senso se lo porta via col sangue scrostato e con il quale la guerra copre il suo volto. In primo piano c’è un cavallo che sembra avere in bocca la sagoma di una bomba: è la furia omicida. Il contrasto è dato da una semplice lampada posta sulla testa del cavallo che significa la distruzione dello scorrere della vita quotidiana. Di contro c’è un toro che indica l’offesa dello spirito spagnolo, sicché i militari tedeschi col bombardamento non combatterono ad armi pari. Da sinistra a destra ci sono altre figure: un donna che ricorda la Pietà di Michelangelo; una testa mozzata in basso, una spada spezzata, persone stravolte, altre che fuggono da case incendiate. Ogni cosa è a scatti, spezzata, velata dall’assenza di colori per enfatizzare la drammaticità del mutismo richiesto allo spettatore, che dovrebbe comprendere quanto rumore c’è nel silenzio. Di conseguenza, il quadro di Picasso così mescolato ad immagini mute in bianco e nero all’inizio del film, sembra quasi un presagio. Polytechnique: La Guernica e quel maledetto presagio C’è il silenzio accompagnato da una sorta di crepitio della neve. C’è l’ansia dell’attesa nelle immagini lente, nello sguardo dell’assassino che non cerca il momento giusto. In Polytechnique è tracciato tutto il percorso psicologico di Marc. Per cui non si giunge direttamente alla strage avvenuta, ma si riavvolge e si srotola la vicenda, si parte dal “come”. Ad esempio Immanuel Kant, nella sua etica, affermava qualcosa di molto simile. Un uomo non deve essere valutato a partire dall’azione commessa, ma dal movente. Cosa ha spinto chi? Le cause che inducono qualcuno ad agire sono molteplici e talvolta appaiono prive di senso, ma da come si evince dal film, un senso nascosto […]

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Culturalmente

Sbarchi immigrati e il bel paese dell’indifferenza: la strada dell’ostilità 

Un articolo del 26 gennaio 2017 de Il Fatto Quotidiano -in riferimento alla condizione dei migranti- riporta la notizia di un uomo morto suicida nelle acque veneziane sotto gli occhi di tutti: «La scena, ripresa da un cellulare, […] si vede il ragazzo annegare mentre il vaporetto gli passa a pochi metri. Si sentono voci agitate, ma non disperate. Gente che grida, gente che ride, una voce dice: “Questo è scemo!”. Un’altra: “Africa!”. Nessuno si lancia a salvarlo. I soccorsi arrivano quando ormai la corrente ha trascinato il corpo dall’altra parte del canale». Si trattava di Pateh Sabally, proveniente dal Gambia, classe ’95, giunto attraverso il Canale di Sicilia, potrebbe essere l’immagine dell’indifferenza di molti e l’allarmismo di pochi. L’articolo, poi, si conclude con una domanda: «L’Europa ha dichiarato guerra ai migranti. Noi guardiamo dicendo “Africa!”. La Procura di Venezia ha aperto un’inchiesta. Ma contro chi, davvero, dovrebbe essere aperta?» Lo scorso 5 marzo 2018, invece, è stato ucciso Idy Diane, 54 anni, da Roberto Pirrone, un pensionato fiorentino di 65 anni, sul ponte Vespucci a Firenze. Diane era originario di Morola, Senegal, giunto in Italia nel 2001 con un visto turistico. Il pensionato, dopo l’arresto, ha rivelato alla procura che il suo intento era quello di suicidarsi, ma venuto meno il coraggio, “ha sparato a caso” sulla folla per farsi arrestare. Escludendo, quindi, il movente razziale. Tuttavia dalle telecamere circostanti si vede Pirrone che non spara a caso, ma è deciso su Diane sparandogli sei colpi: tre finiti nell’Arno e tre hanno causato la morte dell’uomo. Idy era un venditore ambulante, cugino di Modou Samb, ambulante senegalese ucciso nel dicembre 2011 da Gianluca Casseri, militante neofascista di CasaPound. Dopo atti di violenza di questo tipo e la strage di Macerata, le comunità dei migranti hanno iniziato ad avere paura, incolpando anche Matteo Salvini. Migranti tra invaso e invasore: una lotto contro l’indifferenza  I migranti sembrano essere -o sono- l’altra faccia dell’Italia, quella dimenticata, da guardare con indifferenza perché i loro drammi non ci riguardano. Non c’è da stupirsi affatto dell’alta percentuale dei voti della Lega dopo le elezioni del 4 marzo. Durante il clima delle elezioni il discorso sui migranti è stato affrontato macchinosamente e l’attenzione è stata spostata sempre sulla differenza etimologica tra “fascismo” e “antifascismo”, quasi a voler nascondere la polvere sotto il tappeto. Il concetto di diversità, che ne consegue, si trascina dietro quella stessa ignoranza che si ha quando una semplice opinione diventa una sentenza basata solo su una foto, su una notizia, dando per scontati i retroscena. Per cui lo scorso 4 marzo non ha vinto solo l’ignoranza, ma la paura nata dall’ignoranza e la pericolosità della grande “ruspa”, per intenderci. La scelta è negli italiani, in quelli che hanno preferito intraprendere la strada dell’ostilità, senza lasciare aperto un margine di comprensione. Un pericolo simile era già avvertito da Felix Nadar alla fine dell’ ‘800, quando in Fotografia omicida scriveva: «La coscienza umana dovrà attendere ancora a lungo che l’antica formula: “L’imputato è colpevole?” sia sostituita da: […]

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Culturalmente

Intervista a Federico Faccioli, fondatore di Aletheia editore

Eletheia editore, casa editrice no-profit Aletheia, in greco, è una parola che schiude un ventaglio di sfumature diverse e di concetti affascinanti ed emblematici. L’alfa privativa è una dichiarazione di sincerità, di rivelazione e di verità, ma anche di affrancamento dalle logiche vigenti, dal profitto e dalle dinamiche contingenti; è il disseppellimento di ciò che è nascosto e non è visibile ad un primo sguardo rapido. Aletheia è il nome di una casa editrice emergente e completamente no-profit, nata a Verona e fondata da Federico Faccioli. Il team di giovani che lavorano dietro le quinte di questo progetto è la vera forza di Aletheia editore, che ha il nobile scopo di valorizzare il talento e il reale merito di scrittori volenterosi di esprimersi in una società che è spesso vuota e disintegra le ambizioni covate nel fondo più intimo della propria anima. Abbiamo scambiato due parole con il fondatore Federico Faccioli, instancabile e poliedrica anima del progetto, che spende tutto se stesso e ogni fibra del suo essere 24 ore al giorno per amore dei libri, senza chiedere nessun utile in cambio se non la soddisfazione di essere uno degli ultimi alfieri rivoluzionari della cultura. Ma quella vera, fatta di sudore, sacrifici e intelligenza, e di una grande dose di amore (soltanto per amore si fanno i sacrifici più grandi, no?), non quella millantata per presunzione che sta sempre di più sulla bocca di molti, come inutile orpello del proprio ego. Con lui abbiamo parlato di editoria, crowdfunding e consigli per gli scrittori emergenti. Ma prima di addentrarci nello scambio di domande e risposte con Federico, leggiamo le parole di Laura, responsabile nazionale delle selezioni autori, che proprio di lui vuol parlare. “Devo parlare di Federico punk o del dott. Faccioli serio ed impegnato? Beh Fede è, appunto, una sorta di dottor Jekyll e mr. Hyde! Ma in entrambi trovo solo aspetti positivi (a parte supportarlo con le sue lagne alle due di notte, ma tale è la natura del genio). Ma Federico chi è? Editore scrittore skater artista cuoco punk filosofo poeta personaggio tv brand owner capo del marketing o…o…nessuno lo sa. Ma in tutto quello che fa e che è ci mette una passione disumana. Una passione che o te lo fa amare alla follia (come noi collaboratori di Aletheia) o odiare all’infinito (mai farlo incazzare). Lui dice spesso che pensa troppo e quindi deve usare la sua energia anche di notte…Fede relax! Il mondo ha bisogno di persone come lui. Persone che a quasi 40 anni tengono vivi i valori che noi, col passare del tempo, abbiamo dimenticato. Sei cocciuto sai e per questo ti prego di non cambiare mai”. Intervista al fondatore di Aletheia editore, Federico Faccioli Come nasce l’idea di fondare una casa editrice completamente no profit e che non chiede contributi agli autori emergenti? Parlaci un po’ dei principi che muovono Aletheia editore L’idea di fondare Aletheia editore è nata dopo l’estate 2015. Tantissime persone mi scrivevano per sapere le opinioni sui loro libri, […]

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Culturalmente

La fiera del luogo comune sulle discipline umanistiche

Quanto più basso è il livello culturale del contesto sociale tanto più facilmente si allestiscono fiere del luogo comune, il quale luogo comune non è detto sia debellato con una buona cultura. Molto spesso, infatti, il progresso umano viene bloccato da una logica utilitaristica nei confronti del sapere. Il quale, ovviamente, non agisce così da solvente dei prosciutti sugli occhi, ma da mero strumento d’accrescimento personale. Ovviamente tanti e troppi sono i motivi per cui ci si pone in tal modo nei confronti della cultura, a partire da fattori di tipo istintuale a quelli di tipo contestuale; così come tanti e troppi sono i motivi della creazione del luogo comune, erba cattiva e ignorantissima. Chiaramente: «A cosa servono le discipline umanistiche?» è un luogo comune animalesco. Pensare è l’imperativo categorico dell’uomo. Niente paura, non è niente di mostruoso: bastano solo due step. Primo: prendere un libro di Storia Moderna per comprendere quanto forte sia la tradizione culturale occidentale. Secondo e più doloroso step: viaggiare nei paesi del Terzo mondo o qualsivoglia luogo non civilizzato. Terzo (per i più facoltosi): riproporsi la domanda e sforzarsi di dare una risposta che non sia “a niente”. Ovviamente no: non è come il tutorial su come mandare una e-mail – si sarà capito? L’utilità delle discipline umanistiche, nel pensiero dei grandi, contro il luogo comune Numerosi sono gli intellettuali che nel passato si sono interrogati sulla presunta utilità delle discipline umanistiche; tra i pensatori più incisivi per debellare oggi il luogo comune ci sono il napoletano Vico e Ugo Foscolo. Giambattista Vico, Scienza nuova, II libro: Della sapienza poetica. L’intellettuale napoletano vuole andare in percussione verso il passato per ricostruire l’origine del sapere umano. Fissa gli occhi sul mito: è per lui un tipo di linguaggio non razionale, ma fantastico, teso a collegarsi a immagini e figure. È da qui che parte la concezione di Vico: quello di cui si rende conto è lo stesso valore della mitologia, che attraverso palcoscenici su cui si muovono figure eroiche o antieroiche propaga le varie espressioni della vita civile quotidiana dei popoli a cui appartiene. Per cui è fatta: decifrare la mitologia e il suo linguaggio è uguale a ricostruire i modelli organizzativi dell’umanità di quelle epoche. Lo scopo uno solo: tener memoria, per imparare a rapportarsi col futuro. Anche Ugo Foscolo si dimena in termini simili nei Sepolcri. Inizia l’opera; il poeta si chiede: ma a cosa servono le tombe? Tocca ma elude uno svuotamento di significato, facendo divenire le tombe – quelle pubbliche – espressione fisica del memorandum costituito dall’esempio dei virtuosi. Allo stesso modo, verso la fine, Foscolo si chiede: ma a cosa serve la poesia? Ugual funzione dei tumuli, ma più forte e potente. Anche qui lo scopo è uno solo: perpetrare il ricordo. La memoria è civiltà, come la storia, il pensiero e l’arte.

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Riflessioni culturali

La logica perversa del femminismo violento, Non una di meno a Roma

Nel Novecento, il Secolo delle grandi ideologie, l’uomo europeo ha scoperto la natura intima delle masse. Ha scoperto che egli stesso è facilmente manovrabile dall’alto. Remissivo laddove il compromesso tra atrocità e vantaggio, seppur lo scarto sia orroroso, gli sembri piuttosto conveniente. Sembrava che la lezione fosse stata appresa da quando, dalla grande distesa padana, s’alzò il canto ‘Bella ciao’, dopo la Liberazione e dopo tutte le vicende di fine Seconda Guerra Mondiale, compresa la caduta del Muro di Berlino nel 1989, rottura dell’ultimo baluardo che rendeva solido il confine tra due mondi che si ponevano agli antipodi. Non una di meno a Roma, una lezione che fatica a essere compresa Invece no. L’equazione estremismo uguale violenza è ancora poco compresa nella grande stalla umana che è il mondo urbanistico occidentale. Forse l’avvenimento è ciclico, forse no. Il cancro degli ambienti non già praticamente violenti ma ancora fermi a un’idea eufemisticamente poco graziosa, al di là del susseguirsi storico delle convinzioni sociali, è nell’educazione. Se oggi i tg sono popolati da quotidiani casi di cronaca nera, la riflessione è da riferire al fallimento dell’istruzione, la quale, nonostante l’esperienza storica, non riesce a contrastare le conseguenze della frequentazione dell’individuo di ambienti “poco graziosi”. Non una di meno a Roma e l’estremismo violento delle frange femministe Basta andare indietro nel tempo. Un passo indietro et voilà. Si assiste alla realtà come uno spettatore ascolterebbe rapidamente un cantastorie popolano. 25 novembre 2017, Roma. Una fiumana di donne manifestano dietro gli striscioni di Non una di meno, titolo del corteo facilmente riconducibile ad una protesta contro il femminicidio che cresce e preoccupa. Si aggiunge un uomo. L’uomo doveva essere contro qualsiasi forma di violenza e si piazza tra le prime file. Qui accade qualcosa di incredibile. Una capobanda di quella fiumana gli dice che non ha il diritto di manifestare, tantomeno in prima fila. Pam. Buttato fuori. Motivo: qui comandano le donne. Chiaro il concetto, no? Chiodo scaccia chiodo, tutto chiaro, giusto. Se non fosse che a quello che era un solo buco nel muro sociale se ne aggiunge un altro, di senso opposto ma di uguale natura. Il visionario Walter Benjamin scrisse tempo fa una cosa che oggi è men che mai attuale: «L’uccisione di un criminale può essere morale… ma non la sua legittimazione». Luminare. È come se stesse dietro quelle donne e gli dicesse che non è la bandiera a contare, ma il buonsenso. L’humanitas, per i più dotti. Diciamocelo: che la si pianti: la parola sessismo non è più tipicamente novecentesca. È contemporanea e da tale va usata adattandola con semplicità alla realtà circostante e storica. Non è più il maschio carnefice e la donna vittima, ma l’uomo che mangia il suo simile, al di là del sesso. Non una di meno a Roma è stato violento tanto quanto il maschio femminicida e non è giustificabile assolutamente dalla bandiera che erge e dietro cui si nasconde.

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Culturalmente

La donna tra pressioni e violenza

Questo pomeriggio Serena indossa una camicia che le lascia l’ombelico appena in vista, attraversa la piazza per raggiungere l’amica da poco tornata da una vacanza, mentre viene fischiata da due uomini sulla trentina che le urlano quanto belle siano le sue forme. Chi l’ha vista parecchio infastidita le ha detto di star esagerando e che, anzi, avrebbe dovuto sentirsi lusingata. Perché Serena cammina per le strada di una città in cui la bellezza si misura in apprezzamenti del sesso opposto e vige imperativo il principio secondo cui chiunque può permettersi qualunque cosa per mettere a tacere una vocina che sussurra “che male può fare”. È stato un mediatore culturale (chi si suppone debba essere voce attenta di un coro che non parla all’unisono) ad assimilare lo stupro ad un normale rapporto dopo i primi momenti di resistenza della donna. Sono stati tanti gli uomini e troppe le donne che hanno chiesto “cosa indossavi?” ad una ragazza violentata per verificare che non fosse stato il suo abbigliamento a provocare quell’uomo che ci si ostina a chiamare così ma che di umanità ha ben poco. Da bestie da ammanettare a povere vittime della donna tentatrice il passo è breve. La donna tra le mille sfumature del rispetto L’inesistente distinzione etico-morale tra femmina e donna, la convinzione che basti uno sguardo ammiccante e un apprezzamento per considerare una donna oggetto di proprietà, la disonesta verità che ci si racconta: tanto alla ragazza prima o poi passerà, intanto ci si ride su. Sesso debole, bersaglio facile. Nei giorni scorsi sulla bocca di tutti c’era lo sdegno per l’ultimo (poco spassoso) passatempo di cui si è diffusa notizia dall’altro lato del confine: “pull a pig”, traducendo “inganna un maiale”, in altre parole il gioco in cui vince chi conquista la ragazza più brutta tra tutte, ossia il maiale in questione, per intenderci. La voce giunta fino a noi è quella della giovane inglese Sophie Stevenson, una ventenne cascata nelle dolci bugie di un coetaneo olandese conosciuto in vacanza. Dalla denuncia della ragazza si legge che lo sbruffone l’avrebbe attirata ad Amsterdam, dicendosi desideroso di incontrarla ancora, per poi non presentarsi all’atterraggio della ragazza e lasciare Sophie da sola all’aeroporto, ad aspettare un finto innamorato che non sarebbe mai arrivato e che le avrebbe di lì a poco inviato il messaggio in cui le svelava l’inganno dietro la favola: una scommessa goliardica tra amici, vince chi riesce a portarsi a letto la più grassa e disperata. Una ragazza ridotta a pedina, a puntata vincente. Sophie ha avuto la straordinaria forza di denunciare uno stupido giocatore di uno stupido gioco, un’altra avrebbe potuto non averla. “Pull a pig” è una delle tante etichette apposte sul fenomeno bullismo, una goccia in un mare di allarmi, in cui c’è chi soffre e non tace, accanto a chi tappa la bocca al debole e chi, muto, soccombe. Il forte è destinato a portare a casa il trofeo: no, non la legge di selezione naturale, ma l’assurda convinzione che basti brillare […]

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