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Eroica Fenice

La categoria Culturalmente contiene 68 articoli

Culturalmente

Il Don Chisciotte fra labirinti e arabeschi compositivi

Il Don Chisciotte (il cui titolo originale completo è El ingenioso hidalgo Don Quijote de la Mancha) è fra le più conosciute e studiate opere dello scrittore spagnolo Miguel De Cervantes Saavedra. Composto tra il 1605 (prima parte) e il 1615 (seconda parte) il romanzo è imbastito su un telaio composito in cui trama e ordito, intrecciate strettamente, offrono un testo profondo e complesso, tanto dal punto di vista linguistico quanto dal punto di vista interpretativo. Per diversi motivi il Don Chisciotte si configura come notevolmente immerso nell’atmosfera letteraria del cosiddetto genere picaresco: avventure e “disavventure” che occorrono ai protagonisti (Don Chisciotte e il suo scudiero Sancho Panza) durante il loro itinerario cavalleresco ne sono il motivo più evidente. Il Don Chisciotte e la metamorfosi dell’uomo Il romanzo di Cervantes prende le mosse da uno spunto (e conseguentemente riflessione) che possiamo definire “metaletterario”: il nobiluomo Alonso Quijano, appassionatosi oltremodo ai romanzi cavallereschi (in particolare alle storie di Amadigi da Gaula) finisce per sovrapporre la fantasia alla realtà e, irrimediabilmente, perde il senno: equipaggiato di una vecchia armatura, di lance strappate alla polvere della rastrelliera espositiva e di un debole cavallo (il “destriero” Ronzinante), Alonso Quijano sveste i panni – e l’identità – di se stesso per calzare quelli di Don Chisciotte della Mancia, valoroso paladino alla ricerca dell’amore della bella e nobile Dulcinea del Toboso (che in realtà è una rozza contadina). Sceglie come scudiero il “semplice” Sancho Panza, contraltare “pragmatico” dell’ormai dissennato (ma idealista) hidalgo e con lui inizia il suo peregrinare fra genti, luoghi, storie. Fra “labirinti” e “arabeschi”compositivi Subito si notano due linee di forza lungo cui scorre il romanzo: una linea retta, data dallo svilupparsi delle storie sull’asse cronologico principale, e una linea curva, una spirale, che s’avvolge su se stessa lungo la quale corrono i vari episodi “inserti” che arricchiscono e rendono spessa in complessità la già ricca e spessa trama lineare; a proposito di tale spirale, si è parlato di “struttura a schidionata” con la quale si intende, letteralmente, la fila d’arrosti sullo spiedo (lo schidione): come questo costituisce elementi singoli infilati verticalmente sullo schidione orientato orizzontalmente sul fuoco, così si presentano questi inserti “verticali” nell’andamento narrativo “orizzontale”. In più, il ritornare, il ripetersi, il continuare di episodi iniziati e lasciati “in sospeso” curvano attraverso “giochi di forze” la linea orizzontale a cui tali “episodi verticali” si ritrovano intersecati fino a “rimodellarla” in una spirale ora di folli distratte risate ora di malinconie consapevoli e profondissime. E allora il Don Chisciotte è anche il romanzo delle simmetrie: alla metamorfosi identitaria di Alonso Quijano corrisponde una simile e contraria metamorfosi di Sancho Panza: mentre il primo da savio diventa folle, il secondo matura, come nei più alti percorsi di formazione, attraverso una peregrinatio animi, una straordinaria consapevolezza altrimenti preclusagli. La presa di coscienza a cui il lettore sembra chiamato già dalle prime pagine ma a sua insaputa, mi è sempre parsa la via di identificazione dello stesso lettore in Sancho Panza: noi che, intrapreso il […]

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Culturalmente

Boccaccio a Napoli: una riflessione sulle opere

Giovanni Boccaccio è sicuramente maggiormente conosciuto per il suo Decameron, ritratto vivissimo della casistica umana – commedia umana, fra l’altro definito il testo boccacciano, in una chiarissima corrispondenza con la dantesca commedia “divina” – e ricordato per le sue vicende legate all’amico Francesco Petrarca, ma il nome del Certaldese, oltre che ad essere legato alla cultura toscana del XIV secolo è vicinissimo alla cultura partenopea; non soltanto perché ancora nel Decameron, come si ricorda, sono affrescate vicende ambientate nel Regno di Napoli, ma anche perché Boccaccio soggiornò in questi luoghi e fu immerso nella vita della corte angioina a Napoli. Giovanni Boccaccio e il suo “noviziato” napoletano Nei primi decenni del 1300, Giovanni Boccaccio era nel pieno di quello che viene definito il suo noviziato letterario: a questo periodo risale la sua permanenza a Napoli e significativa la cosiddetta “epistola napoletana”, nella quale l’autore mette in scena un “gioco” di rifrazioni plurime e multiformi livelli: il gusto per la quotidianità e per le maschere alter ego dell’autore e onnipresenti – tanto in maniera latente quanto in maniera patente – nella sua produzione letteraria è, in altre parole, evidentissima fin da questa primissima attestazione letteraria. A questo periodo risalgono anche opere più lunghe e complesse: la Caccia di Diana, il Filocolo, il Filostrato e il Teseida delle nozze d’Emilia. La datazione, e di conseguenza l’ordine cronologico di composizione delle opere, resta al momento piuttosto incerta: molte le ipotesi ma pare inesistente, almeno per lo stato attuale delle ricerche, una prova certa e “risolutiva”; fra rimandi, indizi e ricerche filologiche pare più accreditata l’ipotesi per cui, su una linea cronologica le opere succitate possano situarsi in tal modo: Caccia di Diana, Filocolo, Filostrato, Teseida delle nozze d’Emilia, con un andamento tutt’altro che lineare dato che molto probabilmente il Filostrato fu redatto in più stesure e durante le pause di lavorazione del Teseida delle nozze d’Emilia; in ogni caso, personalissima idea è quella per cui le opere Filocolo, Filostrato e Teseida costituiscano una triade di opere ben ragionata e ponderata dall’autore che ne fanno una sorta di trittico in cui l’analisi di ogni singolo testo risulta imprescindibile dal contemporaneo vaglio delle altre due opere. Data la complessità della materia e dell’ingegno boccacciano, si comprende allora come la dicitura “noviziato” possa apparire più che altro una “convenzione” per distinguere questo periodo da quello più maturo e avanzato raggiunto con la stesura definitiva del Decameron. Boccaccio a Napoli: le opere Si è accennato alle opere napoletane e ai legami intercorrenti fra esse; ebbene, se nella Caccia di Diana la trama è volta a descrivere l’effetto benefico delle amorose donne sugli uomini – con il tramutarsi di questi da animali ad essere umani – nel Filostrato la trama segue vie contrarie: in esso né arti venatorie né catalogo di bellezze napoletane, bensì il campo di battaglia fra greci e troiani e gli effetti nefasti del “maledetto foco”. Col Filostrato, Boccaccio, insomma, mostra quali tremendi effetti può provocare un amore insano – non a caso, come già […]

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Culturalmente

Sigieri di Brabante, filosofo della doppia verità?

Sigieri di Brabante, scopriamo di più sul filosofo della doppia verità. Nella Divina Commedia Dante incontra Sigieri di Brabante in Paradiso (Canto X), nel Quarto cielo, tra gli Spiriti Sapienti: «Questi onde a me ritorna il tuo riguardo, è ‘l lume d’uno spirto che ‘n pensieri gravi a morir li parve venir tardo: essa è la luce etterna di Sigieri, che, leggendo nel Vico de li Strami, silogizzò invidiosi veri. » Molto si è dibattuto sul perché Dante collochi la figura di un filosofo («luce etterna») in bilico tra ragione e fede ( e che «silogizzò invidiosi veri» ossia verità che lo misero in cattiva luce rispetto alla Chiesa), nella cerchia dei teologi celesti da lui ben diversi per personalità e pensiero e su come sia proprio S. Tommaso a lodarlo. Sicuramente, quella di Sigieri fu la stessa dualità che visse anche il giovane Dante che del filosofo di Brabante apprezzò la spregiudicatezza filosofica. Nonostante il dubbio sia ancora irrisolto, cerchiamo di scoprire qualcosa in più su Sigieri di Brabante. Chi è Sigieri di Brabante: la vita Filosofo fiammingo, non si hanno di lui notizie biografiche precise. Sigieri di Brabante nacque a Brabante, in Belgio, tra il 1230 e il 1240. Tra il 1255 e il 1260 fu a Parigi per compiere i suoi studi alla Facoltà di Arti liberali dove, diventato “maestro d’arti”, insegnò tra il 1266 e il 1277. Sono questi gli anni più produttivi e difficili per il filosofo. Nel 1266 compose le Questiones in tertium de anima in cui sostenne il monopsichismo, mostrandosi in linea con il pensiero razionale aristotelico. Fu condannato per le sue posizioni per la prima volta nel 1270 dal vescovo di Parigi, Stefano Tempier poi da Etienne Tempier nel 1277, anno in cui gli fu proibito di insegnare all’università. Per non bastare, Sigieri fu citato in tribunale dall’inquisitore di Francia, Simone du Val, ma non si presentò: era già presso la corte pontificia, ad Orvieto, con l’intento di appellarsi a Papa Martino IV per difendersi. Fu proprio nella città umbra che, in attesa della sentenza del pontefice, fu assassinato brutalmente da un chierico impazzito, suo segretario. Era forse il 1282. L’unità dell’intelletto e la doppia verità Secondo la tradizione, Sigieri fu un radicale sostenitore dei “maestri delle arti”, in particolare di quella loro tendenza a sostenere e accettare le dottrine aristoteliche – averroistiche. Punto di partenza della ricerca filosofica di Sigieri fu uno studio approfondito delle opere aristoteliche con la volontà di dimostrare l’inconciliabilità tra le teorie di Aristotele e le concezioni ortodosse del cristianesimo. Considerando Aristotele il vero filosofo, Sigieri ne condivide varie tesi: il mondo è eterno come eterna è la sua Causa prima, Dio. Tra le tesi vi è anche quella della trascendenza totale dell’intelletto che risente dell’interpretazione averroistica di Aristotele. L’unità dell’intelletto Nel Quaestiones in III De anima (1265-1266), Sigieri si propone di discutere riguardo al concetto dell’unicità dell’intelletto e della sua separazione dal corpo. Già espressa nel Commento grande al De anima di Averroè, Sigieri fa sua […]

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Riflessioni culturali

Il Panismo: la lente di Gabriele D’Annunzio

Il Panismo è una corrente intrinseca del Decadentismo che influenzò i migliori artisti che aspiravano a promuovere una letteratura ed un’arte libera dalle preoccupazioni della società industrializzata. Per la natura del decadentismo, strettamente collegato alle tematiche della vita interiore e del mistero, questo movimento diede origine a diverse correnti poetiche come il simbolismo, l’estetismo, il panismo ed il surrealismo. Il panismo deriva dal greco (παν, tutto) e si riferisce alla tendenza del confondersi e mescolarsi con il Tutto e con l’assoluto, due concetti chiave anche della corrente letteraria del decadentismo. Per alcuni autori in particolar modo per il poeta D’Annunzio il tutto corrisponde alla natura e il nome fa riferimento al dio greco Pan, divinità dei boschi e della natura. Il Panismo è una particolare concezione della realtà che prevede che la natura abbia caratteristiche umane e che l’uomo possa immergersi pienamente nella natura, dimenticando quasi la distinzione tra il poeta-scrittore e il mondo naturale. Il panismo è un percezione molto profonda del mondo e della natura che crea quasi una fusione tra gli elementi naturali e l’essere umano. Questa corrente esalta la bellezza e la gioia di vivere, poiché fa riferimento a tutte le meraviglie naturali che permettono agli scrittori e ai poeti di esprimere i loro sentimenti e i loro stati d’animo, osservando la loro bellezza. Poiché l’Io può confondersi ed essere parte della natura, vivendo una compenetrazione gioiosa e un senso di comunione con tutto ciò che lo circonda, ogni persona riesce a vivere secondo il ritmo naturale della vita e potenzia se stesso. Il Panismo – Esempio chiave nella letteratura italiana Un esempio chiave lo ritroviamo nei versi della poesia La pioggia nel pineto di D’Annunzio, in cui il poeta si fonde con la natura, la quale ripercorre il suo corpo e i suoi sentimenti e la protagonista Ermione compie una completa fusione con il bosco. Le parole e le immagini del panismo dannunziano hanno un senso evocativo. È questo il panismo dannunziano che riesce ad esprimere quel sentimento che l’essere umano prova con il tutto e riesce a sentire la vitalità che esprime la natura e i paesaggi. La poesia La pioggia nel pineto è incentrata sul tema della natura, infatti il poeta D’Annunzio passeggia con Ermione (Eleonora Duse) nel pineto durante un temporale estivo e descrive minuziosamente la pioggia che batte sui diversi elementi della natura ed è capace di sentirne i rumori e di immergersi nella natura che si trasforma dopo un temporale. D’Annunzio, guardando Ermione, si accorge che la pioggia cade anche sulle sue ciglia e sembra che lei pianga con gioia, Ermione sembra essere verdeggiante ed appare come una ninfa che esce dall’albero. Il poeta pensa che la loro vita sia fresca e profumata, tutti questi riferimenti comunicano il loro benessere in questa unione con la natura. La concezione del panismo è quella di percepire la natura tramite la forza dei cinque sensi e non con un ragionamento logico, infatti il poeta D’Annunzio sceglie volutamente di ripetere parole e frasi e […]

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Riflessioni culturali

Chi sono i Curdi? Storia del popolo senza stato

Chi sono i Curdi? La storia del più grande popolo senza stato Il popolo curdo conta circa 50 milioni di unità sparsi all’interno della regione del Kurdistan. Un milione e mezzo di Curdi è, invece, in diaspora tra Europa del nord e America. Il Kurdistan è un vasto altopiano situato nella parte settentrionale e nord-orientale della Mesopotamia: la regione del Kurdistan si estende fra gli stati di Turchia a sud-est, Iran a nord-ovest, Iraq nella parte nord e, in minor misura, Siria a nord-est e Armenia a sud. Il Kurdistan non è politicamente autonomo, bensì dipendente dagli stati nei quali si estende. I Curdi, dunque, costituiscono una nazione ma, dal momento che nessun organo internazionale ne riconosce ufficialmente i confini, nonostante le numerose guerre combattute per raggiungere l’indipendenza, essi rappresentano il più grande popolo al mondo a non avere uno stato. Si tratta, quindi, di un popolo senza patria e in perenne lotta per affermare politicamente ciò che esiste già da secoli storicamente e geograficamente. La storia del popolo curdo è una storia convulsa e travagliata, fatta di dominazioni conquiste e smembramenti, che ha inizio con la distruzione di Ninive da parte dei Medi nel 612 a.C. Dopo quella data, il popolo curdo subì la dominazione persiana per due secoli, per poi entrare in guerra con i Greci di Alessandro il Macedone. Nel I secolo d.C. il Kurdistan entra a far parte dei domini romani e rimarrà soggetto all’impero romano fino a 637 d.C., anno della conquista da parte dell’Islam. I Curdi passeranno, poi, sotto altre dominazioni straniere, come quella mongola, quella dei persiani safawidi e quella più longeva degli Ottomani: il Kurdistan, infatti, fece parte dell’Impero Ottomano dal 1514 fino alla Grande guerra. Ma è proprio con la sconfitta e con il conseguente crollo dell’Impero Ottomano nella prima guerra mondiale che cominciò la spinosa e sanguinosa questione curda. Il Trattato di Sèvres, siglato nel 1920 dopo la fine del primo conflitto mondiale, riduceva l’Impero Ottomano ad uno stato nazionale turco circoscritto alla sola Anatolia e prevedeva, inoltre, agli articoli 62 – 64, la possibilità per la minoranza curda di costituire un proprio stato autonomo, i cui confini sarebbero stati definiti da una commissione appositamente designata dalla Società delle Nazioni. Il Trattato di Sèvres, però, non fu mai ratificato e, a seguito della guerra di indipendenza Turca, Mustafa Kemal Ataturk “Padre dei Turchi”, comandante delle truppe indipendentiste turche e primo presidente della neonata Turchia, costrinse le potenze alleate a firmare il Trattato di Losanna, che di fatto annullava completamente quanto stabilito nel precedente trattato. Con il trattato di Losanna la minoranza curda vide svanire la speranza di costituirsi in uno stato indipendente: il Kurdistan sparì dalle carte geografiche e venne suddiviso tra la nascente repubblica turca di Ataturk e la monarchia araba di Iraq. Dal Trattato di Losanna in poi le varie comunità curde, in ognuno degli Stati in cui sono divise, reclamano la propria indipendenza o almeno un’autonomia. La lotta per l’indipendenza del popolo curdo d’Iraq è legata alla […]

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Culturalmente

La tragedia greca: origine ed aspetti di un genere immortale

Nel panorama delle forme culturali dell’antichità trasmesse alle epoche successive, la tragedia costituisce il modello fondamentale con cui tutta la tradizione occidentale ha dovuto inesorabilmente misurarsi. La natura, la storia e l’evoluzione della tragedia pongono problemi sui quali la critica non ha cessato d’interrogarsi: mirando a seguire lo sviluppo “biologico” del genere tragico, Aristotele riteneva che la tragedia fosse sorta dal ditirambo (canto lirico in onore di Dioniso eseguito da un coro) e dai cortei fallici, per poi acquisire da questa caratterizzazione una graduale solennità, fino all’affermazione del parlato sulla danza. Effettivamente, il ditirambo tra VI e V secolo si aprì a contenuti diversi da quelli strettamente attinenti al culto dionisiaco e arrivò ad assumere forme narrative anche di carattere dialogico: si può, dunque, ipotizzare che la voce solista tendesse gradualmente a divenire indipendente dal gruppo e fare uso del parlato. Altre ipotesi interessanti derivano dall’indagine etimologica del termine tragodìa, che è unanime nell’individuare i due elementi costitutivi del composto, tràgos “capro” e odé “canto”, tuttavia è divisa sulla sua corretta interpretazione: “canto dei capri”, cioè eseguito da satiri travestiti da capri, che nel mito rappresentavano il corteggio di Dioniso, o “canto per il capro”, dove l’animale è inteso come premio-sacrificio di una gara di cantori. In ogni caso, le fonti sembrano convergere sul riconoscimento della dimensione rituale e corale delle primitive performances, da cui trassero origine le forme drammatiche satiresca e tragica. La tragedia ad Atene: il teatro di Dioniso e l’apparato scenico La tragedia è l’espressione più caratteristica della cultura ateniese del V sec. a.C. Ad Atene le rappresentazioni teatrali più significative avevano luogo durante le Dionisie cittadine, l’evento annuale di maggiore rilievo della vita comunitaria della polis, in virtù del loro significato fortemente ideologico, finalizzato a rendere manifesta l’egemonia politica, economica e culturale della polis. In occasione di questo evento, avevano luogo gli agoni di poeti ditirambici, tragediografi e commediografi nel teatro di Dioniso. La complessità dell’organizzazione degli agoni e della procedura di sorteggio dei giudici era finalizzata a coinvolgere i rappresentanti di tutta la comunità cittadina. Il teatro era dotato di un apparato scenico, che constava di pitture su pannelli lignei mobili, e di macchine sceniche, come il bronteion, la macchina del tuono, e la mechanè, la macchina del volo, usata frequentemente da Euripide per far planare dall’alto le divinità nei finali di varie tragedie – da cui la locuzione deus ex machina. La maschera, eredità del rituale dionisiaco, nella prassi teatrale aveva una funzione pratica: grazie a essa lo stesso attore poteva svolgere più ruoli, poiché gli attori parlanti non potevano superare le tre unità nella tragedia, inoltre consentiva che i ruoli di tutti i personaggi sia maschili che femminili fossero affidate ad attori maschi, gli unici ai quali era concesso di recitare nel teatro greco. Il significato dell’esperienza teatrale  Tre tragediografi si distinsero per il contributo apportato allo sviluppo del genere tragico: Eschilo, ancora legato alla dimensione arcaica e corale, la cui caratteristica costante è la tensione massima del pathos tragico; Sofocle, ritenuto già […]

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Riflessioni culturali

I Titani: le divinità primordiali della mitologia greca

I Titani: un viaggio alla scoperta degli dèi preolimpici | Riflessione Fin dal primo incontro tra i nostri occhi e le pagine dei poemi più famosi dell’antica Grecia, siamo entrati  in un mondo coinvolgente, che ha colpito la nostra immaginazione con la sua maestosità. Un universo di dèi e dee che pensano, parlano, si innamorano, odiano come i mortali e le cui vicende si intersecano, spesso, con quelle degli uomini. Per quanto dèi ed uomini possano essere diversi gli uni dagli altri, se confrontate, vediamo quanto simili siano le due società. Regola dei rapporti tra dèi e mortali è la religione, cioè il complesso di atti di culto da parte degli uomini con cui si cercava di ottenere il favore della divinità. Ma proprio la divinità, o meglio, la discendenza divina, era la giustificazione che adottavano i re per legittimare la loro superiorità su tutti gli altri e poter realizzare la gerarchia che sovrintendeva alla società. E questi racconti di uomini e dèi, trasmessi da padre in figlio e poi cantati dai poeti, diedero vita alle leggende che, tutt’oggi, ancora ci affascinano. Il principio fu il Chaos, un’ immensa voragine in cui perduravano, mescolati, tutti gli elementi. Dal Chaos si formarono prima Gea (la Terra), sede sicura per il Tutto, e Amore. Poi ebbero origine Erebo (il Tartaro), collocato sotto la terra, e Nyx (la Notte). Erebo e Nyx, unitisi, generarono Etere (l’Aria) ed Emera (il Giorno). Gea a sua volta dette vita ad Urano (il Cielo), che la ricoprì da ogni parte e fu sede eterna degli dèi ed, insieme, generarono i Titani. I Titani I Titani (in greco antico: Τιτάνες, Titánes) sono, nella mitologia e nella religione greca, gli dèi più antichi (próteroi theoí), nati prima degli olimpi. Titanidi erano invece chiamate le dee, loro sorelle, mogli e compagne. I Titani vengono considerati come le forze primordiali del cosmo, che imperversavano sul mondo prima dell’intervento regolatore e ordinatore degli dèi olimpici e che, quindi, muovevano le fila della vita e del mondo. Nonostante spesso sconvolgessero il creato, tuttavia, non erano mai rappresentati come degli esseri mostruosi, bensì sempre in forma antropomorfa. L’origine del termine Τιτάνες non è assolutamente certa. Esiodo, nella sua Teogonia, poema mitologico in cui si raccontano la storia e la genealogia degli dèi greci,  lo fa derivare, in modo del tutto fantasioso, dal termine τιταίνειν (“produrre uno sforzo”, “tendere in alto”) e da τίσις (“vendetta”, “punizione”) collegandolo alla relazione che questi dèi ebbero con Urano, loro padre. Chi sono i Titani? I Titani erano esseri straordinari, incarnazioni delle forze della natura, concetti o sentimenti. Oceano, (Ὠκεανός), primigenia divinità marina, è inteso come l’infinita distesa di acque che circonda le terre emerse; dalla sua unione con Teti, (Τηθύς), la maggiore delle Titanidi, nascono i fiumi, le fonti e i laghi della Terra, nonché le Oceanine, bellissime ninfe che popolano i mari, e i fiumi infernali Acheronte, Stige e Lete. Da Iperione, (Ύπέριον), in greco “colui che corre in alto”, e Teia (Θεία), “la divina” nascono le divinità delle luce e del calore: Helios (il Sole), Selene (la Luna) ed Eos (l’Aurora). […]

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Culturalmente

Maghi famosi: i 5 maghi che hanno fatto la storia della magia

Pochi sono a conoscenza del fatto che anche la magia ha la sua cultura. Così come nella storia della letteratura si possono rinvenire autori famosi, anche la storia della magia conta i propri maghi famosi. Dalla superstizione all’occultismo alla stregoneria, le pratiche misteriose hanno sempre generato suggestione e curiosità anche nei più scettici. La magia ha perfino un luogo d’origine, che è l’Egitto, terra di incanti e di riti profusi di fascino e mistero. Tra le branche che caratterizzano il campo della magia spicca quella dell’illusionismo, forma di intrattenimento che si serve di trucchi materiali o immateriali per produrre effetti scenici di grande impatto sugli spettatori. Numerosi gli illusionisti che hanno stregato e strabiliato con i loro numeri di magia, giochi di prestigio e manipolazioni traversate di mistero. Tra i maghi famosi che hanno fatto l’immortalità del fascino dell’illusionismo e della magia stessa, proponiamo quelli dalle storie più…magiche! Maghi famosi: vite, storie, curiosità 1. Jean Eugène Robert-Houdin Illusionista francese del XIX secolo, Houdin è spesso indicato come “il rinnovatore dell’arte magica”. Prestigiatore e illusionista di vasta fama, è accettato dai più in qualità di padre della magia da palcoscenico moderna. La rivoluzione apportata al mondo della magia da Houdin, certamente uno dei maghi famosi più sensazionali di sempre, è quella di aver reso gli spettacoli di magia, per la prima volta, performances eleganti e sofisticate. È lui a spostare il setting delle esibizioni magiche, da mercati e fiere a teatri e feste private di gusto più raffinato. Inoltre, sua e decisamente innovativa è la decisione di indossare abiti eleganti come quelli dei suoi spettatori, inaugurando una tradizione che si è perpetuata nel tempo: ancora oggi molti maghi onorano tale usanza indossando il frac per le performances. 2. Harry Kellar Mago americano cui spetta l’appellativo di “Decano dei maghi americani”, Kellar porta spettacoli di magia in cinque continenti, attivo tra il XIX e l’XX secolo. Rientra a pieno titolo tra i maghi famosi che hanno fatto la storia della magia per una delle illusioni sul palcoscenico più intriganti di sempre: la levitazione di una ragazza, spettacolarizzata nei termini di “Levitazione della principessa Karnac”. 3. Harry Houdini Mago di origini statunitensi, si annovera tra gli illusionisti ed escapologi più conosciuti della storia. La smodata fama di cui ha goduto è stata causata dalle sue cosiddette “fughe impossibili”. Houdini si mostrava in grado di liberarsi da manette, catene, corde e camicie di forza, dinanzi agli occhi sbarrati di un pubblico attonito durante le esibizioni. Per i più il suo numero più famoso risulta essere senza dubbio la cella della tortura cinese dell’acqua: posta una cassa di vetro e acciaio piena d’acqua, chiusa opportunamente a chiave, l’illusionista si dimostrava in grado di rimanervi sospeso a testa in giù. 4. David Copperfield Copperfield si inscrive a pieno titoli nella costellazione di maghi famosi di cui ci stiamo occupando. Riconosciuto spesso come erede di Houdini, il suo è un nome d’arte desunto dal romanzo di Charles Dickens. Copperfield si è affermato come prestigiatore e poi come […]

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Culturalmente

Ratto di Proserpina, tra storia e mito

Ratto di Proserpina, approfondimento e curiosità Quella di Proserpina (Persefone per i greci)  è una vicenda che rientra in quel gruppo di racconti mitologici greci in cui ninfe e dee, piegate alla volontà di Zeus, subiscono violenze e costrizioni per la smania degli Dei di possedere la loro accecante bellezza. Quello che subisce Proserpina è un rapimento ad opera di Plutone (Ade per i greci) che la farà sua sposa rendendola Regina degli Inferi. Interpretare e motivare il mito del ratto di Proserpina ci porta a diverse conclusioni: la prima è che i greci vollero giustificare l’alternarsi delle stagioni, e in particolare l’avvento della Primavera, in maniera molto originale e come d‘abitudine coinvolgendo l’Olimpo e le sue forze divine. Ma l’atto del rapimento si interpreta anche come un vero e proprio matrimonio. Quello tra Zeus , padre di Persefone, e il fratello Ade assume le peculiarità dell’engye: una sorta di contratto in cui il padre della sposa concede l’allontanamento della figlia dal nucleo familiare per cederla come moglie. Nell’antichità, molti furono i riti dedicati a Proserpina. Presso i santuari dedicati alla divinità, le giovani fanciulle prossime alle nozze si recavano per offrire rami di melograno, simbolo del matrimonio, o ciocche di capelli nella speranza di ricevere in cambio prosperità per il matrimonio. Ma andiamo con ordine. Ratto di Proserpina: il mito Proserpina o Kore (dal greco,  giovinetta) è figlia di Zeus Re dell’Olimpo e di Demetra (Cerere per i romani) Dea dell’agricoltura e della fertilità nonché protettrice dei raccolti. Il ratto della fanciulla si realizza molto probabilmente presso Enna, sul lago di Pergusa (anche se la tradizione associa al rapimento diverse località come Siracusa, Eleusi, Cnosso). Qui Proserpina era intenta a raccogliere fiori in compagnia di altre ninfe, figlie di Oceano, quando attratta da un narciso, si piega a raccoglierlo. Nell’esatto momento in cui tende la mano, una voragine si spalanca nella terra e da lì, su di un carro d’oro  trainato da quattro cavalli nerissimi e maestosi, emerge Plutone, re degli inferi, che la rapisce contro la sua volontà. La fanciulla urla e si dimena, ma niente può fermare la furia e l’avidità di Ade che la trascina con sé nell’oltretomba per farla sua sposa. Kore era un fanciulla bellissima, rappresentante giovinezza e spensieratezza. Plutone, invece, viveva triste e solo nel mondo dei morti e folgorato dalla bellezza della fanciulla, ricevette il permesso di Zeus a unirla a sé per sempre. Il poeta  Claudiano racconta: «[Plutone] si precipitò verso di lei [Proserpina], che, scortolo, così nero e gigantesco, con quegli occhi di fuoco e le mani protese ad artigliarla, fu colta dal terrore e fuggì leggera assieme alle compagne… Il dio dell’Ade, in due falcate le fu addosso e l’abbracciò voracemente e via col dolce peso; la pose sul cocchio, invano ostacolato da una giovinetta, Ciane, compagna di Proserpina, che tentò di fermare i cavalli, ché il dio infuriato la trasformò in fonte. Ancora oggi Ciane, con i suoi papiri, porta le sue limpide acque a Siracusa» Ma Demetra, […]

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Riflessioni culturali

Capitello ed ordine architettonico: dorico, ionico e corinzio

Capitello dorico, capitello ionico e capitello corinzio | Storia e spiegazione  Ordine dorico, ordine ionico e ordine corinzio: queste voci sono emerse a più riprese durante il nostro percorso scolastico, talvolta nominate senza realmente capire bene cosa indicassero e quali fossero le loro differenze. Ma chi inventò il capitello? Perché furono inventati tali elementi architettonici? Tutto nasce dalla colonna, grosso fusto di legno issato dall’uomo per sostenere…cosa? Una trave. Semplice! Ma l’occhio umano, soddisfatta la necessità di creare un sistema di costruzione basico, volle di più e creò il capitello, trait-d’union tra la colonna e la trave, che obbediva ad istanze estetiche che appagavano l’occhio. Nacquero, così, gli ordini architettonici, da cui partire per distinguere i vari tipi di capitello realizzati nella storia. Gli ordini, la più grande novità introdotta dai Greci nella tecnica di costruzione, rappresentano vere e proprie risposte all’esigenza concettuale di eliminare qualsiasi forma di casualità nella realizzazione di un edificio e consistono nel complesso di norme geometriche e matematiche che regolano le proporzioni tra le parti di un edificio. Con questo fine, gli architetti greci ricorsero al modulo, un’unità di misura (il raggio di base della colonna), con cui regolare le proporzioni dell’edificio, utilizzando multipli e sottomultipli della stessa. Il primo ad introdurre il concetto di “ordine architettonico” fu Vitruvio Pollione, architetto romano vissuto nel I secolo a. C., autore del trattato De Architectura, un testo suddiviso in 10 libri, dove sono illustrate le principali tecniche costruttive dell’antichità. Gli ordini architettonici, in ambito greco, si uniformano a tre grandi stili: dorico, ionico e corinzio ed hanno nomi greci perché compaiono per la prima volta in regioni specifiche: l’ordine dorico nel Peloponneso, Magna Grecia e Sicilia, quello Ionico in Asia minore ed a Samo, quello corinzio invece potrebbe esser stato suggerito all’architetto greco Kallimakos da un cesto di acanto posto sulla tomba di un giovane uomo. Quando si parla di ordini architettonici, nonostante essi si differenzino per un gran numero di elementi che concorrono a dare alle colonne e agli edifici un aspetto molto diverso, si è solitamente portati a concentrarsi sulle forme assunte dal capitello, che ne è l’espressione più visibile e maggiormente discriminante perché è la prima cosa che cattura l’occhio. Ordine dorico e capitello dorico Caratterizzato da proporzioni massicce e da una rigorosa semplicità di forme, è il più antico e maestoso dei tre, le cui prime testimonianze documentate risalgono agli inizi dell’epoca arcaica, impiegato principalmente per la costruzione di templi. Il tempio dorico poggia solitamente su robuste fondamenta in pietra locale (euthynteria), che svolgono la funzione di sopraelevare l’edificio, separando simbolicamente l’Olimpo degli dèi dal mondo terreno. Su di esse poggiano i gradini di accesso al tempio (krepidòma), inizialmente tre, che aumenteranno, poi, in base al tipo di tempio. L’ultimo gradino è detto stilòbate e costituisce il piano orizzontale sul quale poggiano tutte le colonne del tempio, prive di base. La colonna può avere un’altezza da 4,5 a 6 volte il diametro della sua base ed è composta da due elementi distinti: il fusto, costituito da rocchi fissati […]

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