Seguici e condividi:

Eroica Fenice

La categoria Culturalmente contiene 77 articoli

Culturalmente

Lo Shintoismo e l’adorazione del Kami

Lo scintoismo o shintoismo è una religione politeista e animista originaria del Giappone. Potrebbe essere classificata come la prima forma religiosa della nazione, venuta al mondo antecedentemente al Buddhismo. Essa prevede il culto e l’adorazione dei kami, parola giapponese che sta ad indicare un dio, una divinità, o uno spirito. I kami possono legarsi ad elementi del paesaggio, forze della natura, esseri e qualità che questi esprimono; possono anche essere spiriti di persone venerate. Molti infatti sono considerati antichi antenati di interi clan. Persino gli imperatori possono essere o diventare kami. Suddetti spiriti non si distanziando dal mondo naturale o fisico, bensì ne fanno parte, con tutte le positività e le negatività che questo comporta. Sono manifestazioni di musubi (結 び) l’energia di interconnessione dell’universo, e considerati esemplari di ciò a cui l’umanità dovrebbe tendere. Abitano una realtà parallela alla nostra il cui mondo è chiamato shinkai (神 界, “il mondo dei kami”),ed essere in armonia con con loro vuol dire esserlo con la natura stessa. Sei caratteristiche che definiscono il kami Se rispettati i kami nutrono e donano amore, ma ignorarli significherebbe distruzione e disarmonia. L’obbiettivo degli shintoisti deve essere placare lo spirito al fine di ottenere il loro favore ed evitare la loro collera. Vi sono due tipologie di spirito: uno gentile (nigi-mitama) e l’altro assertivo (ara-mitama). I kami non sono esseri visibili, bensì abitano nelle persone che li venerano, nei luoghi sacri e risiedono nei fenomeni naturali. Essi si muovono, visitando luoghi di culto, ma non vi abitano per sempre. Ve ne sono tanti: ci sono 300 diverse classificazioni di kami elencate nel Kojiki (le antiche cronache del Giappone), e tutte con funzioni diverse. I kami inoltre hanno un dovere nei confronti del luogo o dell’idea che abitano. Come i fedeli devono rendere i kami felici, così i kami stessi sono obbligati a fare altrettanto. Classificazione religiosa La religione shintoista è di difficile classificazione. Molti la accostano all’animismo, ma la mitologia la definisce una religione politeista dai tratti sciamanici. La preoccupazione primaria tra le sue linee di pensiero non risiede nella vita dopo la morte, bensì trovare pace e armonia in questo mondo piuttosto che in quello successivo. Lo shintoismo non possiede rigidi dogmi o luoghi santi da adorare al vertice di ogni cosa, tanto meno preghiere da ripetere con costanza. E’ piuttosto una collezione di rituali e metodi, intesi a mediare le relazioni tra gli esseri umani e i kami. Intreccia le sue radici con quelle del buddhismo, poiché le due religioni hanno esercitato una profonda influenza l’una sull’altra per tutta la storia del Giappone, ma è stata influenzata anche dal contatto con le religioni straniere, soprattutto cinesi. Da notare per esempio, che la parola Shinto è essa stessa di origine cinese. E’ necessario sottolineare però quanto questa religione non sia “gelosa” dei suoi fedeli: questo per dire che si può essere sia shintoisti che buddisti, oppure seguire altre religioni senza garantire alcun vincolo di fedeltà ad una soltanto. Queste caratteristiche conferiscono allo Shintoismo un carattere di completezza semplice […]

... continua la lettura
Riflessioni culturali

TED talk: come affrontare la paura del rifiuto

La paura del rifiuto è tra le più comuni, frequenti e limitanti: è interiorizzata, è difficile da comunicare e bisogna farci i conti tutti i giorni, in ogni ambito della vita quotidiana. Tra i TED talks, numerosissimi sull’omonima pagina, c’è però un interessante e divertente dibattito su come affrontarla. TED talks: cosa sono Una tra le piattaforme streaming gratuite più interessanti e originali degli ultimi anni è sicuramente la TED, che diffonde i dibattiti affrontati nelle conferenze annuali, prima limitate agli Stati Uniti ed ora diffusisi in tutto il mondo. Alla base dell’iniziativa ci sono eventi non-profit, speakers senza compenso e registrazioni complete degli incontri. La sua missione è indicata nella formula “ideas worth spreading”, idee che vale la pena di diffondere: si spazia dalla scienza e dalla tecnologia alla crescita personale e al senso d’identità. I relatori delle lezioni provengono, quindi, da esperienze straordinarie e studi molto differenti. Tra i più celebri Bill Clinton, ex presidente degli USA, il Premio Nobel per la medicina James Dewey Watson, il cofondatore di Wikipedia Jimmy Wales e il fondatore di Microsoft Bill Gates. Accanto a questi grandi nomi, però, si presentano persone comuni, rappresentanti di fatti degni di conoscenza. Questi dibattiti sono spesso di ispirazione e di incoraggiamento e sono un’ottima modalità per la trasmissione veloce e divertente di notizie e idee sempre interessanti. “Cosa ho imparato da cento giorni di rifiuto” : La paura del rifiuto in un TED talk Jia Jiang, uno dei relatori, ha ottenuto più di 5.700.000 visualizzazioni nel suo dibattito riguardo la paura del rifiuto, dimostrazione di quanto questa sia temuta da molti di noi. Raccontando la sua esperienza, riconosce la nascita della sua patologia in un esperimento avvenuto alla scuola elementari in cui l’insegnante aveva tentato di incoraggiare i compagni a farsi complimenti tra di loro: arrivato il suo turno, però, nessuno aveva cose carine da dirgli e lui si sentì pubblicamente umiliato. Con il tempo è cresciuto volenteroso e ispirato, grazie soprattutto a un discorso di Bill Gates che lo motivò rispetto al suo futuro ma ogni volta che aveva idee nuove e buoni propositi si sentiva bloccato da quel bambino di sei anni che aveva paura di non sentirsi accettato. Così, intento a svincolarsi dai suoi stessi ostacoli, finisce su un sito online, “Rejection therapy”, ed accetta la sfida proposta: andare in giro per trenta giorni alla ricerca di rifiuti, per desensibilizzarsi dal dolore. Crea quindi un blog dedicato a questo suo nuovo esperimento e comincia a fare le proposte più assurde. Alla prima – farsi prestare 100 dollari da uno sconosciuto – reagì fuggendo, sconvolto dalla negazione ricevuta. Continuò chiedendo al cameriere di una paninoteca se fosse possibile riempire di nuovo il suo hamburger e questa volta, nonostante il rifiuto, tentò di spiegarsi. Ma la vera svolta avvenne quando, entrato in un negozio di dolci, chiese alla pasticcera se fosse possibile una ciambella a forma di simbolo olimpico. Lei, dopo quindici minuti, gli consegnò proprio quello che aveva richiesto. Ciò lo spinse a […]

... continua la lettura
Culturalmente

Dulce et decorum est pro patria mori: i due volti della guerra

Dulce et decorum est pro patria mori è l’icastica esortazione al coraggio incastonata nell’ode 2 del III libro dei Carmina di Orazio. L’ode ripropone un tema già caro alla lirica greca di età arcaica e in particolare all’elegia dello spartano Tirteo. L’ode oraziana, così come l’elegia contenuta nel frammento 10 West, propone una visione della guerra che affonda le sue radici nella cultura spartana e che si è rafforzata nei secoli di guerre che Roma ha combattuto per proteggere ed espandere i propri confini, per affermare se stessa e il proprio dominio su buona parte del mondo conosciuto: la patria richiede il sangue e il sacrificio dei suoi cittadini e quindi “dulce et decorum est pro patria mori” (dolce e bello è morire per la patria). A chi fugge davanti al pericolo, a chi abbandona la sua patria nella speranza di mettere in salvo se stesso e i propri cari dalla guerra spetta solo la vergogna, colui che, vile, nega il proprio sacrificio alla patria: “insozza la sua stirpe, guasta la figura, ogni infamia lo segue, ogni viltà” (Tirteo, fr. 10 West). Questo tipo di retorica ha senso in un tipo di società, come quella spartana o romana, in cui fare la guerra è un diritto che spetta solo a chi è cittadino a pieno titolo, in cui il coraggio è uno status, la più importante delle virtù e la viltà una colpa imperdonabile, una macchia indelebile. Allora “Giacere morto è bello, quando un prode lotta per la sua patria e cade in prima fila” tuona Tirteo (fr. 10 West) e secondo Orazio “raro antecedentem scelestum deseruit pede Poena claudo” (raramente la Pena, seppur zoppa, lascia scappare lo scellerato che fugge). Questo messaggio rimbalza nei secoli e attraversa varie epoche. Durante la Rivoluzione francese o il Risorgimento italiano questa retorica conserva intatta la sua potenza pur riempendosi di contenuti diversi: morire per la patria è bello quando c’è da difendere un ideale, da combattere per la libertà. Quando però, agli inizi del ‘900, a chiamare al sacrificio saranno il colonialismo più avido e il nazionalismo superbo e aggressivo, allora la poesia non sarà più propaganda esortativa, ma lamento, canto di morte, testimonianza dell’orrore. Da Tirteo a Owen, la vecchia bugia del dulce et decorum est pro patria mori Sul finire del primo conflitto mondiale che ha stroncato vite, versato sangue, strappato figli alle proprie madri, mariti alle proprie mogli, padri ai propri figli, Wilfred Owen, in un testo pubblicato postumo nella raccolta Poems, sbatte in faccia alla fanatica militarista Jessie Pope quanto dulce et decorum est pro patria mori sia una old lie, una vecchia bugia.  E lo fa nel modo più efficace possibile: scolpendo con le parole l’immagine della morte più atroce possibile, l’asfissia da gas. Dal verde appannato di una maschera antigas Owen ci descrive un compagno che muore annegato nel gas, gli “occhi bianchi contorcersi nel suo volto,/il suo volto abbassato, come un diavolo stanco di peccare […] il sangue/ che arriva come un gargarismo dai polmoni rosi […]

... continua la lettura
Riflessioni culturali

Azazel: enigmatico angelo caduto tra mistero e tradizione

Azazel è da sempre fonte di mistero, di curiosità, di interrogativi. Non è un caso se, ancora oggi, gli studiosi non sono ancora d’accordo su nessun aspetto che lo riguarda. Azazel, in aramaico רמשנאל, ebraico עזאזל, Aze’ezel, ‘ăzaz’ēl ed in arabo عزازل, Azazil, è un nome enigmatico citato nei testi sacri ebraici e in quelli apocrifi. Etimologia e morfologia L’etimologia è alquanto discussa: è presente nelle varianti Azael, Aziel, Asiel e anche con gli appellativi Rameel e Gadriel, in babilonese è detto anche Zazel, Samyaza, Samyazazel, Shamgaz, Shemyaza/Shamyaza/Shemihazah/Shamash in sumero Utu o Babbar, in accadiano Samas, Ashur in assiro. Il nome Azazel, con cui è diffuso maggiormente, si crede significhi “Colui che è più potente di Dio“, dall’ebraico ‘ăzaz (“è forte“), ed ’ēl, (“Dio“). Un’altra teoria usa ‘āzaz nella sua forma più metaforica di “sfrontato” o “impudente” e quindi “impudente verso Dio“. Altri studiosi sono convinti che le genesi del nome vada ricercata nella parola ebraica asasèl che a sua volta deriva da es, “capra”, e dal verbo asàl, “andarsene”, e che rimanda alla vicenda biblica del capro inviato nel deserto dal sommo sacerdote nel Giorno delle Espiazioni (Levitico XVI, 3-31). Ci troviamo, pertanto, catapultati nella dimensione dello spirituale, dell’occulto quando, per qualsivoglia motivo, ci imbattiamo nel nome “Azazel”. Come per il nome anche la fisionomia di Azazel, derivata da varie interpretazioni, è mutata nel corso degli anni. Nel Dictionnaire Infernal di J.A.S. Collin de Plancy (Parigi 1818), esso è rappresentato come un demone morfologicamente simile a un capro che impugna uno stendardo. Azazel: tradizioni e varianti Azazel è il “demone dei deserti” nella mitologia ittita, mesopotamica e mazdea ed è anche considerato nel satanismo spirituale il “dio della giustizia e della vendetta”, maestro di arti nere e protettore dei viaggiatori. Nella demonologia moderna, oltre ad essere il capo messaggero dell’armata infernale, è incaricato della sicurezza degli inferi. Si può dedurre, con cognizione di causa, che sia quindi uno dei demoni più potenti ed alcuni lo identificano come uno dei primi angeli caduti che ha seguito il ben più celebre Lucifero. La prima apparizione del nome “Azazel” si trova nel “Libro dei vigilanti“, la prima parte del Libro di Enoch, testo apocrifo di origine giudaica, non accolto negli attuali canoni biblici ebraico o cristiano. Il Libro narra che Azazel, uno dei capi degli angeli ribelli prima del diluvio, insegnò agli uomini i segreti della stregoneria e corruppe i costumi; insegnò loro la guerra e la costruzione di spade e coltelli, mentre alle donne l’ornamento del corpo, l’acconciatura dei capelli e il trucco per il viso. Per questo Dio mandò l’arcangelo Raffaele a punirlo affinché si pentisse ma ciò non accadde. Nell’apocrifo, si legge inoltre che sul Monte Hermon, nel settentrione di Israele, c’era un luogo di ritrovo di demoni, in cui ritroviamo Azazel. “Tutta la terra è stata corrotta dalle opere insegnate da Azazel e ogni peccato va attribuito a lui”(1 Enoc 2:8) Nella Genesi si racconta che la stirpe di Adamo, alla decima generazione, era enormemente cresciuta. Mancando il sesso femminile, gli angeli (“i figli di Dio”), trovarono mogli tra le belle “figlie dell’uomo”. Dall’unione di queste differenti creature sarebbero dovuti […]

... continua la lettura
Riflessioni culturali

Sulla Strada, noi come la ragazza di campagna incontrata da Kerouac

Gran parte della nostra generazione è ben rappresentata dalla ragazza di campagna incontrata da Sal Paradise (pseudonimo di Jack Kerouac) sulla strada, che si srotola nel suo bestseller dal titolo “On the Road” uscito negli anni Cinquanta. In una delle pagine più belle e commuoventi del libro, precisamente nell’undicesimo capitolo della sua terza parte, compare una stupenda ragazza di campagna, in una camicetta di cotone, con una scollatura che lascia intravedere l’abbronzatura dei seni. Sal attacca discorso con lei, ma la trova incredibilmente noiosa. – I suoi grandi occhi scuri mi scrutavano vuoti con l’ombra di un dolore nel sangue, un dolore che risaliva a generazioni addietro per non avere mai fatto quello che si doveva assolutamente fare, qualunque cosa fosse, e tutti sanno cos’è. «Che cosa vuoi dalla vita?» Avrei voluto afferrarla e costringerla a dirmelo. Non aveva la minima idea di quello che voleva. – Kerouac non fa mistero del suo odio nei confronti del conformismo. Odio che lo porta a inseguire per una vita i pazzi, – i pazzi di voglia di vivere, di parole, di salvezza, i pazzi del tutto e subito, quelli che non sbadigliano mai e non dicono mai banalità ma bruciano, bruciano, bruciano. – Kerouac ci si mette in viaggio, con i “pazzi”. Sotto il sole e sotto la pioggia. È la strada a farsi maestra, a imporre loro di affrontare il proprio destino, di farsi una personale opinione sulle cose, costringendoli anche a discutere con le proprie idee. Sal/Kerouac impara a sentirla, la strada, osservando e prendendo spunto dal folle Dean Moriarty (alter ego di Neal Cassady). Impara a sentire i km scorrere sotto di sé, attraversandoli come se fossero i km della sua anima, che percorre a bordo di macchine sempre in corsa. Apprende che l’amore è quasi sempre passeggero e che l’amicizia, se completamente disinteressata e scevra da ogni vincolo, può durare in eterno. Si rende conto che il percorso è più stimolante ed entusiasmante se lo trovi, un amico, e che lo scopo del viaggio è vivere, farlo davvero. Sal si crea un’identità, lungo la strada e non può sopportare l’assenza di luce negli occhi della bellissima ragazza di campagna. – (…) «Che cosa fai nelle notti calde d’estate?» Andava a sedersi sulla veranda, guardava le macchine passare nella strada. Lei e sua madre facevano i pop-corn. «Che cosa fa tuo padre nelle notti calde d’estate?» Lavora, fa il turno di notte alla fabbrica di caldaie, ha passato un’intera vita a mantenere una donna e i suoi rampolli senza credito, né adorazione. «Che cosa fa tuo fratello nelle notti d’estate?» Gira in bicicletta, si ferma al chiosco delle bibite. «Che cosa vorrebbe disperatamente fare? Che cosa vorremmo disperatamente fare tutti noi? Che cosa vogliamo?» Non lo sapeva. Nessuno l’avrebbe saputo. Era tutto finito. Aveva diciotto anni ed era adorabile e perduta. – Sal è figlio della delusione sociale dei suoi tempi. Ripudia il progetto di una vita dedita alla famiglia, il consumismo, la fissa dimora, l’inadeguato mondo dei padri, […]

... continua la lettura
Culturalmente

6 detti antichi e la loro origine

Sei detti antichi: una riflessione culturale per conoscerne l’origine. Innumerevoli sono le frasi che entrano a far parte del nostro linguaggio comune, di cui però non conosciamo affatto l’origine. Detti antichi, proverbi, modi di dire: tutti li utilizziamo comunemente per dare forza a un’espressione o per enfatizzare un’opinione. Ma da dove provengono? Oltre agli specialisti del mestiere, pochi sapranno che moltissimi detti antichi, oggi diventati celebri e sulla bocca di tutti, provengono da opere letterarie o dalla riflessione filosofica di noti autori dell’antichità. Tramandati per iscritto, permangono con forza nell’oralità quotidiana. Vediamone alcuni insieme. “Omnia vincit amor”: alla scoperta di alcuni detti antichi Facilmente traducibile in “L’amore vince su tutto”. Tutti, innamorati e non, abbiamo sentito almeno una volta questa frase. Ebbene, non tutti sanno che si tratta di un passo delle Bucoliche del famoso Virgilio, maestro e guida di Dante, che l’autore fa pronunciare a Cornelio Gallo; in seguito a una delusione amorosa, egli afferma la sua volontà di abbandonare la poesia elegiaca. Ma il verso finale è una presa di coscienza della potenza dell’amore contro ogni cosa, al quale tutti cediamo, nessuno escluso. La forza di questo verso risuona tutt’ora nei nostri cuori, tanto da diventare una vera e propria locuzione proverbiale, anche nella sua veste latina. “Gutta cavat lapidem” “La goccia scava la roccia”. Tra i detti antichi, questa locuzione latina, utilizzata per mettere in rilievo il fatto che la forza di volontà può farci arrivare a conquistare mete impensabili, è attestata in Ovidio e in altri famosi autori dell’antichità. Può assumere al contempo un significato negativo, ovvero volto a rappresentare il fatto che anche un’azione apparentemente di poco conto, se continua e costante, può condurre a risultati talvolta disastrosi. “In medio stat virtus” “La virtù sta nel mezzo”. Espressione idiomatica utilizzata presso numerosi autori latini, tra i quali Orazio, volta a disdegnare qualsiasi eccesso e a riportare ogni cosa al giusto equilibrio. Si diffonde nel Medioevo con i filosofi scolastici ma è attestata ancor prima in Aristotele e nell’Etica Nicomachea. Oggi è utilizzata nel quotidiano per dirimere ogni tipo di controversia e talvolta in senso non del tutto positivo, per non schierarsi affatto, finendo per ribaltare il suo significato originario. “De gustibus non est disputandum” “Non si discute riguardo ai gusti” è una locuzione latina volta a salvaguardare l’inoppugnabile varietà dei gusti. Comunemente utilizzata da tutti noi, al fine di sostenere la nostra tesi durante una discussione, l’espressione era attribuita da alcuni a Cesare, da altri a Cicerone. E’ in realtà una locuzione di origine medievale. “Mens sana in corpore sano” “Mente sana in corpo sano”. Questa espressione trae origine dalla satira decima di Giovenale, dove si afferma che l’uomo dovrebbe ambire a queste sole due cose: la sanità del corpo e quella dell’anima, non ai beni materiali, vani ed effimeri, anche se perseguiti da tutti. Tale frase, divenuta proverbiale, ha assunto oggi un significato leggermente differente, ponendo l’accento sulla maggiore attenzione alla cura del proprio corpo, nonché della propria salute psicofisica. “Verba volant, scripta manent” “Le parole volano via, lo scritto rimane” è una citazione di Caio […]

... continua la lettura
Culturalmente

5 pittori famosi che non conosci

L’arte è tra le forme di espressione più immediate, quella che coinvolge chiunque, passando dagli occhi per arrivare al cuore. Leonardo da Vinci affermava che “la pittura è una poesia muta, e la poesia è una pittura cieca” e spesso i quadri, i dipinti, corrono più veloci dei propri artisti e arrivano al cuore dei fruitori ancor prima del nome dei propri esecutori. Tutti conosciamo “Guernica” di Picasso, “Notte stellata” di Van Gogh e i suoi inebrianti girasoli… ma spesso vi sono dipinti che conosciamo, mentre il nome degli autori ci sfugge. Pittori famosi, ma superati dalla propria arte. Di seguito vi proponiamo una breve rassegna di 5 pittori famosi, ma non così noti al grande pubblico.  Pittori famosi, ma che non conosci Paul Klee Tra i pittori famosi, uno dei più grandi artisti del modernismo classico del XX secolo, legato alla corrente artistica del “Blue Rider”, accoglie nella sua pittura elementi dell’espressionismo, cubismo e surrealismo. Autore del famoso “Angelus Novus“, descritto dal famoso filosofo Walter Benjamin in questi termini: “C’è un quadro di Klee che si chiama Angelus Novus. Vi è rappresentato un angelo che sembra in procinto di allontanarsi da qualcosa su cui ha fisso lo sguardo. I suoi occhi sono spalancati, la bocca è aperta, e le ali sono dispiegate. L’angelo della storia deve avere questo aspetto“. Il quadro mostra l’arte rarefatta ed essenziale dell’artista, legata alla realtà e alla contingenza. L’angelo diviene umano, quasi un bambino, e dunque un vero e proprio intermediario tra cielo e terra, più che mera figura tipicamente divina e lontana dall’uomo. Piet Mondrian Pittore olandese, esponente del costruttivismo, il suo stile è inizialmente impressionista, per passare poi dal fauvismo e dal cubismo. Famoso per i suoi quadri rappresentanti forme geometriche, principalmente quadrati o rettangoli di colore rosso, blu e giallo, separati da marcate linee nere. I colori utilizzati sono i primari, disposti in un ordine che dia un senso di equilibrio cromatico. In un periodo di stasi tra le due guerre mondiali, l’artista cerca una sorta di equilibrio universale, almeno nei suoi dipinti. I colori primari portano con sé infatti una simbologia spirituale fortissima. Tutto si gioca su equilibrio di pesi, nelle forme, e cromatico, nella disposizione dei colori. La visione, infatti, quasi assopisce il fruitore, restituendogli una sensazione di quiete. Jan Vermeer van Delf Pittore del famoso quadro “La ragazza con l’orecchino di perla“, è l’emblema del nostro discorso sui pittori famosi; del pittore ci restano pochissime informazioni biografiche; ma i suoi quadri fanno ancora riecheggiare il suo nome. Si sa che l’autore si dedicò spesso al genere tronien, ovvero ritratti in costumi storici rappresentanti personaggi biblici o arcaizzanti. Il celebre ritratto dell’artista rappresenta una giovane donna aristocratica (la perla era molto rara nel XVII secolo, dunque concessione di pochi) che rivolge lo sguardo allo spettatore, colpita da una luce che ne mette in risalto gli aspetti languidi e sensuali. Lo sfondo nero e la posizione della donna la proiettano verso il fruitore, e dunque ne accentuano l’immediatezza. La donna rappresentata […]

... continua la lettura
Culturalmente

Proverbi giapponesi: i più significativi scelti da noi

La cultura giapponese è tra le più affascinanti e antiche del mondo, culla della fusione di varie religioni e ideologie, tra le quali il Confucianesimo e il Buddhismo. L’Occidente ne è da sempre stregato, nonostante o forse proprio grazie alla sostanziale distanza tra le due culture. Il sistema linguistico è basato sui cosiddetti “ideogrammi“, e vi sono delle differenze anche all’interno dello stesso linguaggio, in relazione alle persone alle quali ci si rivolge, o a chi parla. Di seguito vi proponiamo alcuni proverbi giapponesi, simbolo di questa cultura, nonché della saggezza che ne deriva. Alcuni di questi si avvicinano alle massime occidentali, a noi familiari, altri sono propri della cultura orientale e ne esprimono le peculiarità. La parola è infatti il mezzo più potente per manifestare la cultura di un popolo, nonché le sue credenze e i suoi valori: molti proverbi giapponesi derivano infatti da usi e costumi tipici, nonché dalla saggezza popolare. La nostra selezione di proverbi tipicamente giapponesi Di seguito alcuni proverbi giapponesi, che esprimono i valori e le credenze che caratterizzano questo popolo, in massime brevi ma efficaci. “Cadi sette volte, alzati otto” Tale proverbio giapponese è l’espressione della forza d’animo, nonché della tenacia, virtù tipica di tale popolo. Invoglia a non lasciarsi andare di fronte a nessun tipo di difficoltà, ma a continuare a lottare, nonostante tutto.  “Chiedere è vergogna di un momento, non chiedere è vergogna di una vita” Il proverbio invita a non temere di fare domande, per non avere rimpianti, o per non rimanere nell’ignoranza. “Guarda gli errori degli altri, correggi i tuoi” Il proverbio sottolinea quanto sia importante imparare non solo dai propri errori, ma anche da quelli degli altri, ed è tipico dello spirito caparbio e testardo della cultura giapponese. “Una rana in un pozzo non può concepire l’oceano” Tale proverbio vale da metafora per esprimere la ristrettezza di visuale data da una visione limitata del reale, invitando implicitamente ad allargare i propri orizzonti. “Non vedere è un fiore” Questo proverbio non ha corrispondenza nella nostra cultura. Il significato è legato al fatto che l’attesa sia più piacevole di ciò che si ottiene, in quanto ciò che immaginiamo non sarà mai paragonabile alla realtà. Il fiore è infatti il simbolo della bellezza e delle cose piacevoli, ed è dunque, in questo caso, metafora per l’immaginazione. “Tra i fiori, il ciliegio, tra gli uomini, il guerriero” Tale proverbio è un parallelismo tra il ciliegio, considerato il più bello e virtuoso tra i fiori, e il guerriero, migliore fra gli uomini, la cui virtù è, come abbiamo visto, per la cultura giapponese, tra le più apprezzate. È ricorrente infatti nelle massime la spinta a non arrendersi di fronte a nessun tipo di ostacolo. “Sii generoso con la tua energia, sii generoso con i tuoi sorrisi” Anche questo proverbio è frutto di una delle virtù tipiche del popolo giapponese: la gentilezza. Anche il sorriso è ricorrente in tali proverbi, simbolo per antonomasia della cortesia verso il prossimo. I proverbi giapponesi più vicini alla cultura occidentale “L’acqua […]

... continua la lettura
Culturalmente

Fiabe per bambini: sogni ad occhi aperti per grandi e piccini

La fiaba è tra i generi letterari più amati e apprezzati da tutti; forse gli adulti più felici le hanno conosciute sin da bambini, quando, prima di andare a letto, la mamma o il papà accarezzavano la loro fantasia con racconti di eroi che compivano azioni straordinarie, e che dopo lunghe e travagliate vicende, riuscivano vittoriosi a sposare la principessa che avevano amato sin dal primo sguardo. Spesso tali storie sono frutto di credenze o del folclore popolare, rispecchiando le tradizioni culturali dalle quali provengono. Derivanti dalla tradizione orale, hanno avuto un grande sviluppo in Oriente con le celeberrime fiabe delle “Mille e una notte”. In Europa, poi, tra i primi trascrittori di fiabe per bambini troviamo l’italiano Giambattista Basile, il francese Charles Perrault e i fratelli Grimm, tedeschi, oltre al danese Hans Christian Andersen e all’italiano Carlo Collodi. Alcune di queste fiabe sono stare riprese nei film Disney che le hanno consacrate al grande pubblico, talvolta convertendo il finale tragico nel lieto fine che tutti conosciamo, come nel caso della Sirenetta. Oltre alla fiaba, altro genere di grandissima diffusione è la favola, che si distingue dalla prima per le tematiche moraleggianti e i protagonisti composti da animali che spesso sono la personificazione dei vizi o delle virtù umane. Di seguito vi proponiamo una serie di fiabe per bambini tra le più conosciute e amate da grandi e piccini. Alcune tradizionali fiabe per bambini Cappuccetto rosso (fratelli Grimm) Tre le fiabe per bambini sicuramente questa è tra le più amate, anche se atipica per l’assenza di principesse e principi. Troviamo invece una bambina temeraria che si inoltra nel bosco per andare a trovare la sua nonna e portarle del cibo, perché malata. L’intreccio si complica quando Cappuccetto incontra un lupo che, venuto a conoscenza dei suoi piani, le consiglia di andare a raccogliere dei fiori più in là dal sentiero indicato dalla mamma, anticipandola a casa della nonna con l’intenzione di mangiarla. La nonna lo fa entrare credendo si tratti della nipote e il lupo la ingoia in un sol boccone. Arrivata anche Cappuccetto, finisce anche lei nella pancia del lupo, che si addormenta soddisfatto. Il suo russare richiama però il cacciatore che nel vederlo, comprende ciò che è successo e salva nonna e nipote tagliando la pancia del lupo. Cappuccetto imparerà così che non dovrà più disobbedire e allontanarsi dal sentiero che la mamma le aveva indicato. La sirenetta (Andersen) La fiaba che conosciamo racconta di una piccola sirena, figlia del re dei mari, che si innamora di una statua caduta sul fondale marino, raffigurante un uomo che vive sulla terra. Il giorno del suo quindicesimo compleanno ha finalmente il permesso di salire in superficoe e si imbatte in un vascello sul quale vede degli uomini intenti a festeggiare. Purtroppo il vascello è abbattuto da una tempesta, ma la sirenetta riesce a condurre in salvo un uomo che stava annegando, e se ne innamora, riconoscendovi quello della statua che l’aveva incantata. Tornata nel fondo dei mari, dopo tanta sofferenza, decide di fare […]

... continua la lettura
Culturalmente

Il Don Chisciotte fra labirinti e arabeschi compositivi

Il Don Chisciotte (il cui titolo originale completo è El ingenioso hidalgo Don Quijote de la Mancha) è fra le più conosciute e studiate opere dello scrittore spagnolo Miguel De Cervantes Saavedra. Composto tra il 1605 (prima parte) e il 1615 (seconda parte) il romanzo è imbastito su un telaio composito in cui trama e ordito, intrecciate strettamente, offrono un testo profondo e complesso, tanto dal punto di vista linguistico quanto dal punto di vista interpretativo. Per diversi motivi il Don Chisciotte si configura come notevolmente immerso nell’atmosfera letteraria del cosiddetto genere picaresco: avventure e “disavventure” che occorrono ai protagonisti (Don Chisciotte e il suo scudiero Sancho Panza) durante il loro itinerario cavalleresco ne sono il motivo più evidente. Il Don Chisciotte e la metamorfosi dell’uomo Il romanzo di Cervantes prende le mosse da uno spunto (e conseguentemente riflessione) che possiamo definire “metaletterario”: il nobiluomo Alonso Quijano, appassionatosi oltremodo ai romanzi cavallereschi (in particolare alle storie di Amadigi da Gaula) finisce per sovrapporre la fantasia alla realtà e, irrimediabilmente, perde il senno: equipaggiato di una vecchia armatura, di lance strappate alla polvere della rastrelliera espositiva e di un debole cavallo (il “destriero” Ronzinante), Alonso Quijano sveste i panni – e l’identità – di se stesso per calzare quelli di Don Chisciotte della Mancia, valoroso paladino alla ricerca dell’amore della bella e nobile Dulcinea del Toboso (che in realtà è una rozza contadina). Sceglie come scudiero il “semplice” Sancho Panza, contraltare “pragmatico” dell’ormai dissennato (ma idealista) hidalgo e con lui inizia il suo peregrinare fra genti, luoghi, storie. Fra “labirinti” e “arabeschi”compositivi Subito si notano due linee di forza lungo cui scorre il romanzo: una linea retta, data dallo svilupparsi delle storie sull’asse cronologico principale, e una linea curva, una spirale, che s’avvolge su se stessa lungo la quale corrono i vari episodi “inserti” che arricchiscono e rendono spessa in complessità la già ricca e spessa trama lineare; a proposito di tale spirale, si è parlato di “struttura a schidionata” con la quale si intende, letteralmente, la fila d’arrosti sullo spiedo (lo schidione): come questo costituisce elementi singoli infilati verticalmente sullo schidione orientato orizzontalmente sul fuoco, così si presentano questi inserti “verticali” nell’andamento narrativo “orizzontale”. In più, il ritornare, il ripetersi, il continuare di episodi iniziati e lasciati “in sospeso” curvano attraverso “giochi di forze” la linea orizzontale a cui tali “episodi verticali” si ritrovano intersecati fino a “rimodellarla” in una spirale ora di folli distratte risate ora di malinconie consapevoli e profondissime. E allora il Don Chisciotte è anche il romanzo delle simmetrie: alla metamorfosi identitaria di Alonso Quijano corrisponde una simile e contraria metamorfosi di Sancho Panza: mentre il primo da savio diventa folle, il secondo matura, come nei più alti percorsi di formazione, attraverso una peregrinatio animi, una straordinaria consapevolezza altrimenti preclusagli. La presa di coscienza a cui il lettore sembra chiamato già dalle prime pagine ma a sua insaputa, mi è sempre parsa la via di identificazione dello stesso lettore in Sancho Panza: noi che, intrapreso il […]

... continua la lettura