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Eroica Fenice

La categoria Riflessioni culturali contiene 98 articoli

Riflessioni culturali

Fare la guerra ai tempi di internet (e del Co-vid19)

Col Co-vid19 da un giorno all’altro, o quasi, ci siamo ritrovati tutti in una situazione inimmaginabile: una pandemia mondiale (l’ultima risaliva al 1968), che ha stravolto le nostre vite. Ma anche la nostra mente. Siamo tutti costantemente bombardati da notizie di ogni genere che ci allarmano o, al massimo, ci addolciscono la pillola (oggi la situazione è migliore ma si devono aspettare 3 giorni per esserne certi, che poi diventano 4 e poi 5 e così via). Tutti hanno paura di sbilanciarsi e noi abbiamo paura di crederci. Circondati da un milione di fake news anche preoccuparsi o risollevarsi spaventa. Ancora, ascoltare troppo spesso il telegiornale potrebbe renderci isterici ma non ascoltarlo mai potrebbe renderci infantili e disinformati. Contemporaneamente anche portare avanti un’idea diventa complicato: o si inneggia al senso civico, diventando porta bandiera di una guerra alle vie di mezzo, che giustifica ogni tipo di repressione e imposizione, facendo indossare a un paese disunitario la maschera dell’uguaglianza; o si lamentano le difficoltà della reclusione forzata, sfociando nell’illegalità e nell’egoismo puro, percependo prepotentemente la necessità di evadere a tutti i costi. Pretendere il bianco e il nero in un mondo in pieno caos. Diventare un criminale se hai portato il cane a più di 200 metri da casa o sottometterti alla testa ovattata e alla stessa aria opprimente delle tue quattro mura. La scelta d’appartenenza ad una di queste due fazioni implica scontri e dibattiti continui che si uniscono agli spari mediatici. Rifiutarsi di scegliere causa lo stesso problema, con l’aggravante della viltà, della mancata responsabilità nei confronti del proprio stato che, da un giorno all’altro, è tornato ad essere nazione. Aumentano allora i rumori, gli spari e le bombe nella nostra mente. E questa guerra silenziosa, combattuta nei nostri nidi, assume tutte le sembianze di quella vera. Non è in ballo la nostra vita, ma forse la nostra mente si. E nessuno si sofferma a pensare al perché. Nessuno si accorge che questa nuova minaccia ci ha reso tutti uguali perché vulnerabili, spaventanti ma anche e soprattutto instabili, senza distinzione di razza, età e sesso. È divenuta collante generazionale, capace di accomunare figli, genitori e nonni, occupanti del mondo veloce, che di giorno in giorno aumenta la distanza. Ma lo ha fatto nella maniera peggiore possibile. Colpendo la nostra mente e rendendoci fragili psicologicamente. Passare il tempo con la nostra famiglia, sviluppare i rapporti, organizzare una partita a carte o concedersi un gioco da tavola è diventata la più complessa delle azioni. E lo sforzo della convivenza assidua ci consuma come se avessimo i piedi incollati al suolo e una voglia pazzesca di correre. Allora rimpiangiamo la nostra dinamica quotidianità, che fino a poche settimane era il nostro continuo motivo di lamento. Il popolo di internet, tutto il mondo, è stato costretto a rallentare e bloccarsi ed è spaventato perché, non avendo più niente da rincorrere, potrebbe fermarsi a pensare.   Immagine in evidenza: pixabay.com

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Attualità

Didattica a distanza: strumenti e riflessioni

Le scuole sono chiuse a causa del Covid-19 e di conseguenza la didattica in queste ultime settimane ha inevitabilmente subito, anch’essa, un importante cambiamento, dovuto alla situazione d’emergenza che il mondo vive. Il Governo, e in particolar modo il Ministero dell’Istruzione, in una situazione inevitabilmente cruciale, ha optato per la cosiddetta didattica a distanza, volta a mantenere attivi i ragazzi, e soprattutto pensata per non fermare l’attività interdisciplinare degli studenti. Didattica a distanza, che cos’è e come funziona In uno scenario radicalmente mutato, i docenti, di qualsivoglia scuola di ordine e grado, sono impegnati con i propri studenti ad inviare compiti, fare videolezioni quotidiane, utilizzare le piattaforme didattiche, spiegare e aiutare i ragazzi senza interrompere il piano di studi previsto. In alcuni casi si usano strumenti tecnologici avanzati, attraverso cui seguire le lezioni in modo agevole e continuativo. In molti casi si realizzano videoconferenze, lezioni vere e proprie su Skype o altri supporti. Naturalmente, lo svolgimento della didattica a distanza prevede l’uso di strumenti digitali, quali tablet o computer (alcune scuole stanno provvedendo a fornire supporto alle famiglie meno agiate, in questo senso) di cui i ragazzi hanno perfetta conoscenza, e sembrano ben interagire tramite questi validi “alleati”. La soluzione metodologica adottata in Italia è già propria di alcune comunità, che basano le proprie lezioni su strumenti digitali, anche se possono apparire attualmente inusuali, in un momento di emergenza e pur prevedendo qualche limitazione o disagio; bisogna precisare però che proprio tale soluzione o metodologia, può diventare il punto di inizio per una scuola, e quindi una didattica o una pratica scolastica, sempre più digitale. L’insegnante che ruolo riveste nell’ambito della DAD? In quest’ottica, l’insegnante, chiamato ad usare gli strumenti tecnologici propri della didattica a distanza, diventa una sorta di tutor, che accompagna, con materiale già pronto e facilmente fruibile, lo studente in una dimensione di autonomia. Inoltre, proprio gli spazi ampi della cosiddetta didattica online, permettono di creare soluzioni nuove, e attività consapevoli da parte degli studenti, chiamati a scegliere come organizzare il proprio tempo, in che modo studiare o se magari chiedere il supporto di un docente. Nuove prospettive di crescita, non più tra le mura scolastiche, dove spesso i ragazzi ammettono di sentirsi “intrappolati”, ma raccolte in uno spazio personale, di cui si ha conoscenza, dove è possibile sentirsi al sicuro. Una grande possibilità di emergere, soprattutto per quegli studenti che spesso in classe tacciono, per timore, o per vergogna, e soprattutto, strumenti con cui i ragazzi hanno dimestichezza, quasi degli alleati, in un momento purtroppo difficile. Stimolare i ragazzi a dare il meglio di sé, a distanza, può rappresentare una grande sfida per ogni insegnante. Riuscire ad arrivare, attraverso gli strumenti propri della didattica a distanza, alla mente di ogni giovane studente, o anche nel cuore dei più piccoli (nel caso della scuola primaria) incentivando la riflessione, è sicuramente un grande traguardo. Le piattaforme e i materiali multimediali, gli strumenti digitali, aiuteranno gli insegnanti in questo periodo cruciale, con un nuovo “modo di fare scuola”. Si […]

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Riflessioni culturali

Lingua napoletana: 6 imperdibili curiosità

La lingua napoletana, riconosciuta idioma dall’UNESCO, affascina da sempre filologi e studiosi, per la perfetta commistione tra suono e significato. La lingua napoletana è l’identità di Napoli e degli abitanti della città. Ma al contempo, rappresenta un incommensurabile patrimonio che si arricchisce di sfumature e soprattutto di curiosità differenti e al contempo utili. La lingua napoletana: curiosità Tra le prime curiosità, ricordiamo che il napoletano, così come l’italiano, deriva dal latino e dal greco. Le parole che compongono la lingua napoletana, hanno un legame profondo con il latino medievale. Proprio questa identità storica così importante, rimanda alla seconda curiosità sulla lingua napoletana, ossia, una notizia che rende orgogliosi: l’Università di Buenos Aires ha inserito nel proprio corso di studi, uno che si basa proprio sulla conoscenza del napoletano come lingua. Tutto ciò inteso come possibilità per gli studenti argentini di conoscere un idioma il cui lessico è molto simile allo spagnolo. La lingua napoletana, ha subito molteplici influenze, mantenendo però la propria forma originaria, la propria identità. Col trascorrere degli anni, la lingua napoletana è diventata principale componente, protagonista di opere artistiche, come le più famose canzoni di Murolo, Pavarotti, Ranieri, Villa. Canzoni, ancora oggi cantate in tutto il mondo e che insegnano quanto una lingua possa in realtà oltrepassare i confini, con semplicità, arrivando dritta al cuore. Sempre dal punto di vista prettamente linguistico, un’altra curiosità riguarda l’aspetto fonetico della lingua napoletana. Infatti, sembrerebbe esserci un accostamento con la fonetica tedesca. Il fenomeno potrebbe risalire all’influsso della breve denominazione austriaca dal 1707 al 1733. Si tratta della consonante – S che posizionata prima di determinate consonanti assume la pronuncia di sch. La quarta curiosità riguardante la lingua napoletana è l’esistenza di alcune parole intraducibili, ossia delle locuzioni ideologiche, dei proverbi o modi di dire di uso comune, appartenenti alla tradizione profondamente radicate nell’identità storica di una comunità. Tra queste, “intalliarsi”, che non ha una vera e propria definizione, ma significa perdere tempo, non fare ciò che si dovrebbe. Un’altra simpatica curiosità, che però fa riflettere molto, è quanto affermato in un’intervista dell’agosto del 2019, a Napoli, dalla diplomatica Mary Ellen Countryman, console degli Stati Uniti: «Il napoletano mi piace perché sembra che ti dia la possibilità di esprimere intere situazioni in pochissime parole. È molto sintetica. Ma l’elemento che mi attrae di più è la musicalità, resa famosa in tutto il mondo dalle canzoni».  Ricordiamo come ultima curiosità che l’Accademia della Crusca, dopo aver attentamente selezionato i termini chiave della lingua napoletana, ha preso in esame la redazione di un vocabolario, attualmente in commercio, e consultabile da tutti. Ciò a dimostrazione che la lingua dei napoletani, il dialetto, è qualcosa che non smette di affascinare ed incuriosire, e soprattutto è in costante aggiornamento. Immagine in evidenza: https://pixabay.com/it/vectors/uomo-cerca-parole-libro-black-29749/

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Attualità

Come affrontare la quarantena, i consigli della dottoressa Gaetana Polo

Vi proponiamo di seguito la nostra intervista alla psicologa e psicoterapeuta Gaetana Polo, impegnata da anni in ambito clinico, forense e delle cooperative sociali, per affrontare con più serenità questo periodo di isolamento. È un momento difficile. L’essere umano è per natura un essere sociale. La frenesia della vita quotidiana ci risucchia in una spirale di impegni e faccende che spesso ci allontanano dal nostro io più profondo, ed è per questo che in situazioni di emergenza, come quella che ci troviamo a vivere oggi a causa del Coronavirus, siamo spesso disorientati e la paura prende il sopravvento. L’isolamento forzato a cui siamo costretti, per quando sia per il nostro bene, ci mette di fronte al confronto con noi stessi, quello che spesso ci spaventa più di tutti. Ma non tutti i mali vengono per nuocere, e spesso cercare aiuto in persone competenti come psicologi e psicoterapeuti può essere una vera e propria salvezza. In un momento come questo, più che mai, l’aiuto di un esperto può essere fondamentale come lo è la dottoressa Gaetana Polo, la quale ci ha concesso la seguente intervista. Come affrontare la quarantena, l’intervista alla psicologa Gaetana Polo -L’essere umano è per natura spinto alla socialità; la mancanza di contatto sociale in che modo influisce sul benessere del singolo? L’essere umano è di per sé un individuo che, durante la sua evoluzione, ha sviluppato un comportamento collettivo che lo induce a intrattenere delle relazioni interpersonali e a sentirsi pienamente realizzato se è in relazione. Sicuramente esse sono fonte di appagamento e senso di sicurezza. La “mancanza di contatto sociale” a cui ci sta costringendo la presenza del COVID-19 incide sul benessere del singolo creando un innalzamento dei livelli di stress emotivo. In questo momento è normale sentirsi spaventati, soli e confusi, quindi bisogna trovare un nuovo adattamento a questo cambiamento spazio-temporale. Fortunatamente dentro ognuno di noi si attivano delle modalità di reazione che ci permettono di tollerare lo stress. Basti pensare alle persone che in questo momento si dedicano di più ai propri hobby, a cucinare o alle tante iniziative che si stanno diffondendo (flash mob), all’utilizzo dei social che in qualche modo mantengono il “senso di collettività” e di “contatto” in un modo diverso. -Cosa possiamo fare per non essere sopraffatti dalla negatività delle informazioni che ci arrivano? Sicuramente la capacità di adattarsi a questo cambiamento di vita dipende da vari fattori, tra cui anche l’agente stressante. Se quest’ultimo viene amplificato notevolmente con numerosi stimoli informativi, tendiamo a essere sovraccaricati e a sentirci sopraffatti, in quanto stiamo ancora costruendo il nostro nuovo adattamento essendo una situazione ancora in fase di emergenza. Pertanto bisognerebbe attenersi solo alle notizie divulgate dalle testate giornalistiche nazionali e rifarsi solo a fonti scientifiche per comprendere al meglio la problematica e il rischio in modo da poter poi prendere precauzioni ragionevoli. Bisognerebbe, in ogni modo, ridurre il tempo che si trascorre a guardare o ascoltare informazioni che possiamo percepire come spaventosi, al fine di limitare anche la preoccupazione e l’agitazione. […]

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Culturalmente

Quattro giornate di Napoli, il popolo si ribella ai tedeschi

Tra il 27 e il 30 settembre del 1943 avvenne uno degli episodi più celebri della seconda guerra mondiale e della resistenza: le quattro giornate di Napoli, un’insurrezione popolare con la quale i civili cacciarono dalla città gli occupanti tedeschi permettendo così agli Alleati che risalivano l’Italia di trovare la città liberata e di proseguire con l’operazione di liberazione. Antefatti storici Tra 1940-1943 Napoli subì il bombardamento degli alleati, causa della morte di molti civili e di danni al patrimonio artistico tra cui il monastero di Santa Chiara, distrutto nel 1942. L’8 settembre del 1943 entrò in vigore l’armistizio di Cassibile con il quale il maresciallo Pietro Badoglio dichiarò la resa dell’Italia alle forze Alleate e la fine dell’alleanza con la Germania. Senza più nessun ufficiale a guidare gli eserciti la popolazione civile si ritrovò da sola in seguito alla fuga del generale Ettore Deltetto, che permise la consegna di Napoli ai tedeschi. L’intolleranza dei napoletani nei confronti degli occupanti nazisti si tramutò in un rigurgito di tumulti popolari tra il 9 e l’11 settembre, con scontri cruenti tra civili e militari tedeschi. Il 12 settembre fu dichiarato lo stato d’assedio in città e tramite un proclama il colonnello Walter Scholl ordinò ai napoletani di consegnare le armi ai tedeschi. Gli spari contro alcuni marinai e finanzieri in Piazza Bovio, la fucilazione del ventiquattrenne Andrea Mansi sulle scale della sede centrale dell’università di Napoli e la chiamata al lavoro dei cittadini maschi nei campi tedeschi furono episodi che andarono oltre la soglia di tollerabilità del popolo. Quattro giornate di Napoli. Riassunto degli scontri Il 27 settembre fu appiccato il primo focolaio di scontri nel quartiere Vomero, dove alcuni civili uccisero il maresciallo che era alla guida di un’automobile tedesca. Nella stessa giornata Enzo Stimolo, tenente del Regio esercito italiano, guidò un gruppo di 200 insorti all’assalto dell’armeria di Castel Sant’Elmo dove si era rifugiato un gruppo di militari tedeschi. La giornata del 28 settembre vide l’intensificarsi degli scontri, con l’aumento del numero di civili che vi presero parte. A Materdei, una pattuglia tedesca si rifugiò all’interno di un’abitazione e fu asserragliata. Porta Capuana fu teatro di una vera e propria rappresaglia dei napoletani, armati di mitra e fucili rubati ai nazifascisti, che uccisero 6 soldati. L’esercito tedesco radunò migliaia di prigionieri all’interno del Campo sportivo del Littorio, che fu preso d’assalto e liberato dal tenente Stimolo. I tedeschi risposero con ferocia il 29 settembre, bombardando l’edificio del liceo Vincenzo Cuoco in Piazza Miracoli e uccidendo 50 insorti. Anche il quartiere di Ponticelli fu teatro di pesanti eccidi. Nella stessa giornata fu raggiunta una trattativa tra il colonnello Walter Scholl e il tenente Enzo Stimolo, con il primo che avrebbe lasciato Napoli in cambio della liberazione dei restanti prigionieri all’interno del Campo del Littorio. Il 30 settembre si sparse la voce dell’arrivo delle forze alleate da Nocera inferiore. I tedeschi iniziarono a sgomberare la città e, presso il liceo Jacopo Sannazzaro, il professor Antonio Tarsia in Curia si autoproclamò capo dei […]

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Attualità

Il coronavirus nel cuore dell’Europa: Danimarca in stato d’emergenza

Lo spettro del coronavirus ha ormai raggiunto l’Europa: il temuto nemico invisibile si è insinuato nel Continente Antico dove miete centinaia di vittime e provoca il più assoluto terrore. Dopo l’Italia, il paese più colpito dichiarato “zona protetta” la sera del 9 marzo, altre nazioni europee prendono le dovute misure per un disperato contenimento del virus. La Danimarca proclama lo stato d’emergenza la sera di mercoledì 11, due giorni dopo il drastico provvedimento italiano. La piccola nazione scandinava è infatti quella in cui il Covid-19 si sta diffondendo con la rapidità ed imprevedibilità maggiore, passando da circa 20 a più di 600 casi nel giro di cinque giorni. Tra gennaio e febbraio, l’Istituto danese di malattie infettive esegue il tampone ad appena 63 persone che presentano sintomi compatibili con quelli del temutissimo virus. Nessun contagio fino al sessantaquattresimo test: si tratta di un giornalista della rete televisiva TV2 appena tornato dalla settimana bianca in una località sciistica del Nord-Italia. La sua situazione non è però particolarmente grave, “lascia l’ospedale con un po’ di mal di stomaco”, il che contribuisce a creare l’illusione che il tanto decantato coronavirus non sia poi tanto aggressivo, e che in ogni caso tutto è sotto controllo. Coronavirus in Danimarca: la diffusione I contagi aumentano, ma sono nella norma: tutti turisti che rientrano dalle vacanze sulla neve in Nord-Italia o da alcune zone ben circoscritte dell’Austria. Anche molti studenti sono andati a sciare con le loro classi o comitive, ed è così che, al loro ritorno, vengono testati e risultano positivi, e – come nel gioco del domino – chiudono le loro scuole, ed i vari familiari e amici vengono anch’essi messi in quarantena. Qualcuno va incosciente a una festa nel weekend, qualcun altro, asintomatico, in un noto locale della capitale, in cui trascorre allegramente quasi dieci ore: il numero di contagi, prevedibilmente, sale. In maniera esponenziale. La prima ministra Mette Frederiksen dichiara già martedì 10 che la questione va presa con estrema serietà. Il virus si diffonde velocemente, ed è molto più rapido e pericoloso di una comune influenza. Molti tra coloro che ne saranno colpiti avranno bisogno di un trattamento adeguato in terapia intensiva per poter sopravvivere. Sono le 20:30, mercoledì 11 marzo, quando viene fissata una conferenza stampa speciale: la Danimarca pubblica chiude, a partire da venerdì 13, per due settimane. Sui social media impazzano foto e video di code chilometriche al supermercato. Il popolo danese, così universalmente pacifico e civile, si ritrova a svuotare scaffali e sgomitare pur di accaparrarsi quelli considerati i “beni primari”: per dover di cronaca, a finire per primi sono il rugbrød, il tanto amato “pane nero” indispensabile per gli appetitosi smørrebrød, e la carta igienica. Dei testimoni raccontano di notevoli somiglianze con le risse tipiche del “Black Friday”, con i clienti che rifiutano di lasciare il negozio all’orario di chiusura e quelli che invece escono galvanizzati con carrelli e provviste sufficienti per un bunker a prova di apocalisse. Poche ore prima della proclamazione di chiusura progressiva dello Stato danese, […]

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Culturalmente

Uomini del bosco: scopriamo queste figure sospese tra mito e realtà

Spesso il mito si confonde con la realtà, fino a dimenticare dove inizia l’uno e termina l’altra. Così è avvenuto per i cosiddetti uomini del bosco, o uomini selvatici, miticamente conosciuti per essere delle creature schive e scontrose che vivono nei boschi, lontano dalla civiltà, allo stato brado. Spesso viene loro conferita una dimensione quasi divina; nelle favole, infatti, le creature del bosco hanno caratteristiche magiche o spaventose, legate al loro vivere appartate, avvolte da un alone di mistero e oscurità, attributi tipici del bosco archetipo, luogo dell’incognita ma anche dell’avvicinamento alla natura originaria e ancestrale. Ma scopriamo insieme quali sono le caratteristiche di queste emblematiche figure, che si muovono spesso tra realtà e leggenda. Uomini del bosco, tra realtà e tradizione mitica Gli uomini del bosco sono figure topiche presenti in numerose culture; in quella europea, per esempio, popolerebbero le Alpi italiane, svizzere e austriache, ma anche i monti polacchi e catalani. Anche nella cultura asiatica sono presenti creature simili, quali lo Yeti (tibetano), nonché nel Nord America (Bigfoot) e in Oceania, anche se non sempre questi personaggi assumono le caratteristiche tipiche dell’uomo selvatico, bensì divengono veri e propri primati poco evoluti. Nella cultura europea, invece, hanno un loro antenato nel fauno della cultura romana, personaggio mitico dell’ambiente agreste, o nel satiro, che però si avvicina maggiormente ad un animale. Le caratteristiche tipiche degli uomini del bosco si stabilizzano nel Medioevo, diventando archetipiche per le tradizioni successive. Nei poemi dei classici latini, tra cui le opere di Orazio e di Virgilio, queste figure assumono caratteristiche positive, diventando simili a protettori, più vicine al mito del buon selvaggio, che diverrà determinante con la teoria del Primitivismo e poi durante il Romanticismo, in particolare nelle opere di Jean Jaques Rousseau. Secondo il filosofo francese, in particolare, il “selvaggio” è un modello positivo, inteso come creatura incontaminata e pura, in stretto contatto con la natura, ma soprattutto non corrotta dal progresso. Via via tale figura va assumendo caratteristiche stereotipate, comuni nelle differenti culture. Caratteristiche tipiche Gli uomini del bosco vanno configurandosi come immagini simboliche tipicamente distaccate dalla civiltà, che vivono in maniera selvaggia e primitiva, isolati da tutti o in clan, ovvero gruppi di individui con i quali condividono le abitudini di vita. Le caratteristiche fisiche degli uomini del bosco sono accentuate dal contatto con la natura, mentre l’isolamento porta le qualità psichiche ad una progressiva attenuazione. La loro immagine è imbarbarita, la pelle è ricoperta di peluria simile al manto degli animali. Non hanno una dimora fissa, sono nomadi e, in condizioni atmosferiche avverse, si riparano in rifugi naturali o di fortuna. Spesso si specializzano, però, nella lavorazione e nella coltivazione di alcuni alimenti, oltre che nella caccia. Personaggi di questo genere diventano topici in letteratura. In Francia spesso assumono connotazioni positive più che negative: nel romanzo Yvain di Chrétien de Troyes, per esempio, l’uomo che si allontana dalla corte diventa selvaggio e vive nel bosco allo stato brado ma è proprio questa esperienza a permettergli di ridiventare un uomo degno […]

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Culturalmente

La danza della pioggia: scopri di più su questo rituale antico

La “Danza della pioggia” è una tradizione che affonda le sue radici nella cultura egizia, ma ne troviamo tracce consistenti anche presso i nativi americani, in particolare quelli del sud-ovest, dove le lunghe estati provocavano periodi di siccità molto prolungati, che comportavano ingenti perdite per la popolazione, la cui alimentazione si basava principalmente sul raccolto, ma anche e soprattutto per l’acqua, elemento essenziale per la sopravvivenza. Nonostante la considerevole distanza, è possibile trovare tracce di tale rituale anche presso le popolazioni dei Balcani e nelle culture slave. Scopriamo insieme in cosa consiste questo antichissimo rituale.  Cos’è la danza della pioggia I nativi americani eseguivano il rituale in particolare durante i periodi più secchi dell’anno, tra la metà e la fine di agosto. Era un momento di vera e propria coesione sociale: a questo rituale prendevano parte indistintamente uomini e donne, e ciò comportava un’eccezione, essendo le donne spesso escluse da altri tipi di liturgie. Come ogni rito che si rispetti, i partecipanti indossavano specifici costumi; gli uomini dovevano ondeggiare i lunghi capelli tenuti sciolti, mentre le donne li portavano legati ai lati della testa. I primi inoltre indossavano una speciale maschera colorata di azzurro, blu, giallo e rosso, insieme a piume nella parte alta. Il colore turchese era sempre presente, simboleggiando appunto la pioggia, come anche le piume, simbolo del vento. La maschera delle donne variava solo per i colori, col bianco al posto dell’azzurro. Gli uomini avevano il corpo dipinto con simboli tribali, e portavano pelli di animali come abiti, e calzature turchesi. Le donne indossavano invece abiti neri che coprivano interamente il corpo, tranne i piedi, che rimanevano nudi. Indossavano inoltre uno scialle dai colori brillanti. La danza si praticava tutti in fila, nel centro del villaggio, o spesso in cerchio, e si accompagnavano i gesti della danza con musiche tribali e canti pronunciati dai partecipanti alla danza. Il sociologo Robert K. Merton afferma che la danza della pioggia ha una doppia funzione: quella manifesta, di provocare appunto la pioggia con un fine ben specifico, e quella latente che riguarda il sancire attraverso questo rituale l’appartenenza a un dato gruppo o stirpe, che condivide gli stessi modelli di appartenenza, e gli stessi valori. Al di là della pioggia Per alcune tribù del nord America, come i Cherokee, tale danza aveva un duplice significato: si propiziava l’avvento della pioggia per irrigare i campi, ma la pioggia aveva inoltre uno scopo apotropaico: le goccioline d’acqua erano in realtà gli spiriti dei combattenti valorosi morti durante le battaglie, invocati a purificare la terra e in grado di sconfiggere e scacciare quelli malvagi. fonte immagine: https://it.freepik.com/foto-gratuito/pioggia-fuori-dalle-finestre-della-villa_2441313.htm#page=1&query= pioggia&position=28

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Riflessioni culturali

Come scrivere il primo curriculum: informazioni e passaggi essenziali

Una volta terminati quelli che sono gli studi, ognuno di noi è di fronte ad un obiettivo ben preciso: quello di trovare un impiego lavorativo. Se si è giovani e soprattutto alle prime armi si è scoraggiati da quello che è, forse, un bagaglio di esperienze non troppo vasto e quello che è il grande mondo del lavoro che si ha davanti. Ma non bisogna scoraggiarsi! Chiunque prima di arrivare ad una brillante carriera professionale, ha dovuto attraversare un cammino lungo e tortuoso partendo dallo stilare il primo curriculum o le esperienze e competenze accumulate nell’arco del corso di studi in particolare quelle rilevanti ed attinenti alla professione che si vuole svolgere. Come scrivere il primo curriculum: le cose essenziali da fare Per scrivere un curriculum, soprattutto se è la prima volta che lo si fa, bisogna seguire dei passaggi fondamentali in modo tale da non trascurare nulla e segnare tutto: analizzare attentamente l’offerta di lavoro o ciò che si vuole cercare; ricordare quali siano le eventuali esperienze che possono essere rilevanti e attinenti alla candidatura: elencare i dati anagrafici in maniera chiara e precisa, senza dilungarsi troppo; allegare una foto tessera, quella più recente e professionale che si possiede; essere brevi cercando di far rientrare tutto in una sola pagina; riassumere il corso di studi, specificando le varie scuole e/o Università che avete frequentato e le esperienze lavorative fatte in precedenza, i vostri punti di forza ed i vostri obiettivi; è importante anche segnare quelle che sono state le esperienze educative; se non avete mai avuto esperienze lavorative, non preoccupatevi a gonfiare troppo le piccole cose, ma prediligete le informazioni necessarie; è importante elencare i social che si hanno e che vengono utilizzati (Linkedin è il più professionale); allegare una lettera di presentazione e di motivazione in cui racconti di te e del tuo modo di relazionarti come singolo e nel gruppo; allegare anche contatti di professionisti con cui hai collaborato in precedenza: potranno aiutare l’azienda che legge il tuo curriculum ad avere un’immagine più chiara di te; mettere in luce se avete fatto esperienze di volontariato, anche se brevi; segnalare gli stage effettuati; annotare se si hanno particolari conoscenze di lingue straniere o di informatica e le eventuali certificazioni. Dopo aver seguito tutti i passaggi, di fondamentale importanza è la rilettura del file appena creato. Rileggere, dunque, con attenzione tutto il curriculum e soprattutto correggere gli eventuali errori di battitura che potrebbero creare inconvenienti al fine di recezione dello scritto. O, meglio ancora, utilizzare un controllo-curriculum online che potrà al meglio rendere chiaro il tuo elaborato. Dopo aver fatto ciò e aver controllato lo stile, gli errori e la fluidità, bisogna solo inviarlo e metterlo sul web, con le dovute precauzioni e soprattutto facendo attenzione ai profili in cui viene inserito. Fonte immagine: https://www.scambieuropei.info/consigli-scrivere-curriculum-senza-esperienza-cv/

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Culturalmente

Taylorismo e catena di montaggio: dinamiche e risvolti sociali

Agli inizi del Novecento, la produzione di beni di consumo, asse portante dell’economia capitalistica, portò all’elaborazione di una nuova organizzazione del lavoro, su base scientifica: il taylorismo, dal nome del suo ideatore, l’ingegnere statunitense Frederick Taylor. La pianificazione del lavoro di fabbrica definita “taylorismo” era finalizzata a razionalizzare il ciclo produttivo, eliminando sforzi inutili e tempi morti, definendo con precisione compiti, tempi e modi. L’applicazione pratica di questi principi aprì la strada alla catena di montaggio che, introdotta nel 1913 da Henry Ford per la fabbricazione dell’automobile Ford modello T, modificò ampiamente l’organizzazione del lavoro nelle industrie. La figura dell’operaio professionale ne risultò completamente trasformata, dal momento che egli perse ogni potere decisionale sui tempi e i modi del suo lavoro, e fu progressivamente sostituita dall’operaio-macchina, puro esecutore di compiti rigorosamente prestabiliti. Nella nuova organizzazione del lavoro, il processo produttivo era scomposto in un numero elevatissimo di operazioni elementari, che aumentavano la produttività e riducevano i tempi di produzione: l’operaio, di conseguenza, era chiamato a compiere sempre e solo il medesimo movimento, aggiungendo infinite volte un singolo elemento al manufatto in formazione sulla catena. Il taylorismo come principio di organizzazione sociale La catena di montaggio e la produzione in serie, da nuovo sistema di organizzazione del lavoro, finirono per incidere anche sulla modalità di accesso all’acquisto degli stessi beni di consumo posti sul mercato; pertanto, oltre al livellamento della persona sulle esigenze della produzione, che si compiva nei luoghi di lavoro, si associò nella vita quotidiana il conformismo dei comportamenti, indotto dal fatto che i consumatori subivano la massificazione di gusti ed atteggiamenti, servendosi soprattutto dei mezzi di comunicazione di massa. La società consumistica tendeva irresistibilmente a penetrare fino nelle coscienze imponendo stili, tendenze, valori, orizzonti culturali, costumi e abitudini. Il successo del consumismo e la sua affermazione in termini di massa, pertanto, sono stati agevolati dalla continua creazione capitalistica di nuovi bisogni: la merce, da appagamento di un bisogno, si impose gradualmente come sollecitatrice di bisogni, percepiti come veri e necessari, ma in realtà imposti all’individuo da parte di interessi sociali particolari che lo costringevano in un ingranaggio di cui egli stesso, alla fine, finiva per condividere la logica.  L’alienazione dell’operaio di ieri e del consumatore di oggi Tuttavia, pur producendo un effettivo, straordinario incremento della produttività e della ricchezza generale, i ritmi esasperati e la rigorosa disciplina introdotti dal macchinismo sul lavoro umano provocarono una micidiale frustrazione psicologica sull’esecutore, alienato, spersonalizzato, privo di creatività personale e ridotto sempre più a una parte della macchina complessiva. L’operaio non aveva più connotazioni artigianali che gli permettevano di vedere nel prodotto il risultato della sua creatività e abilità: Non a caso Charlie Chaplin, nella pellicola cinematografica Tempi moderni, scelse proprio la catena di montaggio, con la sua devastante ripetitività, per denunciare l’alienazione dell’individuo nella società industriale avanzata, fagocitato da un sistema penetrato in ogni ambito della sua esistenza. Il taylorismo, pertanto, sanziona il primato della fabbrica sul mercato e dell’offerta sulla domanda: ossia, in tale sistema le fabbriche non producono quello che i […]

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