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Musica classica: sinonimo di vecchio?

Musica classica, opera per non parlare di polifonia, mottetti e madrigali sono da sempre sinonimi di antico, vecchio e ammuffito. Da Dufay, Josquin Des Prez a Beehtoven, Mozart senza distinzione alcuna vengono considerati come possessori di quei canoni persi tra gli scaffali impolverati della nonna, lontani dal tempo e dallo spazio. Difficile credere quanto questi siano attuali, estremamente contemporanei.  

Proviamo a fare un piccolo esperimento. Leggere e ascoltare una breve composizione rinascimentale.

Tirsi morir volea, gl’occhi mirando di colei ch’adora; quand’ella, che di lui non men ardea, li disse: «Ahimè, ben mio, deh, non morir ancora, che teco bramo di morir anch’io». Frenò Tirsi il desio, ch’ebbe di pur sua vita allor finire; e sentea morte e non potea morire. E mentre il guardo suo fisso tenea ne’ begl’occhi divini, e’l nettar amoroso indi bevea, la bella Ninfa sua, che già vicini sentea i messi d’Amore, disse con occhi languid’e tremanti: «Mori, cor mio, ch’io moro», cui rispose il Pastore: «Ed io, mia vita, moro». Così morirno i fortunati amanti di morte sì soave e sì gradita, che per anco morir tornare in vita. 

Triste? Deludente? Incomprensibile? Se non fosse ancora chiaro, provare a rileggere sostituendo maliziosamente morir con venir. Morire nel lessico cinquecentesco significava esattamente orgasmo, un modo poetico di vedere l’atto più sublime in chiave puramente idilliaca. Niente di più eccitatamente poetico. Questo per dire che classico non significa per forza antico, arcaico, rigorosamente religioso o austero. Il confine tra sacro e profano viene costantemente messo in discussione.

Questo in questione è un testo di un madrigale di Giaches De Wert, per l’esattezza Tirsi morir volea è Il settimo libro de’ madrigali a cinque voci del 1581. Nel periodo rinascimentale si sviluppò la “nuova” tendenza di associare la parola alla musica, di accentuare o enfatizzare al massimo il significato di una parola attraverso escamotage musicali, sia melodici o ritmici, detti madrigalismi, ovvero accompagnare attraverso la musica il testo, insomma, di renderlo anche musicalmente. Ad esempio nel testo proposto, se ascoltato è udibile quanto detto: le voci sono tremolanti quando il testo si intensifica ed esplodono all’unisono quando questi sono al limite del piacere, così la musica diventa agente intensificante dell’emozione complessiva generata dal connubio perfetto di musica e parole.

Un po’ come nel rap, se volessimo fare un esempio e attualizzare il tutto rendendolo più comprensibile, in cui le parole vengono intonate poco e scandite molto velocemente, solo nella parti in cui il testo lancia un messaggio di protesta o magari usa un linguaggio più colorito questo viene scandito perfettamente di proposito in modo da risultare più chiaro e conciso. Il rap di per sé è l’esasperazione di una forma musicale fatta unicamente di parole a raffica che giocano sulla velocità melodica per intensificare il testo stesso di cui è composto, ma senza dubbio lontano da quella raffinatezza e complessità insita nella polifonia cinquecentesca.  

Per fare un altro esempio a favore della causa, anche tra le produzioni musicali di Monteverdi, famoso fautore del Melodramma (ovvero opera messa in musica), è possibile trovare un madrigale simile a quello di De Wert dal titolo “Sì ch’io vorrei morire” che ancor più di quello precedente racconta esplicitamente uno stato interiore, un desiderio interiore di un personaggio, un uomo. Un tema quello dell’amore e dei dissidi interiori che travalica ogni epoca. Lo stesso Beethoven, oggi tanto amato per le sue doti musicali, all’epoca veniva denigrato e la sua stessa sordità usata come pretesto per giustificare le sue opere incomprensibili, considerate le composizioni di un folle, eppure proprio il fatto di comporre musica, non per arruffianarsi il consenso del pubblico, non per la sua epoca, ha fatto in modo di creare opere che travalichino i confini di spazio e tempo.

Non c’è altro da chiedersi adesso, come un’arte tanto sublime sia potuta in un certo modo declassare o, comunque, passare in secondo piano. Oggi parliamo di musica “commerciale” con sicuramente una sua valenza artistica ed estetica ma anche il brano più eloquente, straordinario viene recepito secondo il criterio della sua vendibilità. Più una cosa è mediocre e ordinaria e più è vendibile e, quindi, incline al successo. Cook, un famoso musicologo, dice che siamo quello che ascoltiamo. Quindi, c’è da pensare: siamo diventati tanto ordinari da dimenticare le origini della musica stessa? Seguiamo tanto la massa in un’unica ostinata direzione da dimenticare dove siamo partiti.  

Eppure è difficile credere che un’arte tale sia imprigionata nelle strette catene di una mentalità arcaica, chiusa nel passato ad ammuffire tra la polvere di baldacchini e cornici d’epoca in cantina. Un consiglio: proviamo a riscoprire le nostre radici, facciamo un salto in questo impolverato passato, potremo meravigliarci di quanto questo appaia incredibilmente moderno ed estremamente piacevole. 

-Musica classica: sinonimo di vecchio? – Eroica Fenice-

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